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Legislatura 14ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 336 del 19/02/2003


MARTONE (Verdi-U). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, signor Ministro, per l'ennesima volta, come in altre occasioni nelle quali il Governo è venuto a riferire sulle sue iniziative di politica estera, abbiamo un gran daffare per cercare di far emergere, al di sotto dell'usuale cortina fumogena di buone intenzioni e dichiarazioni di principio, spesso svolte ad arte a uso e consumo della stampa e della pubblica opinione, quali siano in effetti gli elementi concreti del vostro agire. E quali siano i princìpi portanti della politica estera del nostro Paese.

Il dibattito che stiamo svolgendo sulla crisi irachena non può prescindere da alcuni elementi secondo noi cruciali. II primo è l'insorgere, ormai chiaro ed evidente, di un nuovo forte soggetto che irrompe con forza nello scenario politico che ha dominato finora questa crisi dagli esiti tuttora incerti. Quella che molti giornali, come il "New York Times", hanno definito la seconda superpotenza, quel soggetto collettivo di 110 e passa milioni di persone che, in uno slancio senza precedenti, nella storia, ha conquistato le piazze e le strade di mezzo mondo per ribadire un no secco e senza distinguo alla guerra.

Un no che porta con sé la preoccupazione per quello che questa guerra può significare in termini di azzeramento della legalità internazionale e delle istituzioni della governance globale e per gli effetti nefasti di un'operazione militare ispirata ai più gretti princìpi di una politica di potenza che tutti speravamo ormai relegata nei libri di storia.

Questo soggetto collettivo ha dimostrato nella sua eterogeneità culturale e politica, una grande maturità, lasciandosi dietro posizioni di superficiale antiamericanismo e delineando un percorso di pace e prevenzione non violenta dei conflitti.

Questo soggetto collettivo ci pone dinanzi a numerose sfide ed evidenzia numerose contraddizioni che caratterizzano oggi il dibattito politico istituzionale e anche le forme tradizionali di rappresentanza politica.

Quei tre milioni - ma il numero poco conta in questo caso - che hanno inghiottito pacificamente le strade di Roma ci chiedono un atto di coerenza, di ricreare un canale di comunicazione a doppia via tra la politica rappresentativa e il loro agire quotidiano, le loro aspettative, esigenze e proposte.

Una sfida non di poco conto, che lei, signor Presidente del Consiglio, e buona parte della maggioranza avete archiviato con disinvoltura e con un senso latente di fastidio, con frasi di circostanza come quelle che lei ha pronunciato oggi in questa sede. Un fastidio che non ci è nuovo e che sembra mettere in luce la scarsa solidità delle strategie di comunicazione e persuasione cui spesso e volentieri vi ispirate, confondendo i cittadini, gli elettori e le loro aspirazioni con un pubblico o una audience che non ha diritto di parola e che dovrebbe recepire passivamente le vostre ricette per la felicità e il benessere.

Si badi bene: le nostre scelte, oggi, e le nostre convinzioni su questa guerra alle porte non sono fondate sul recepimento acritico delle istanze della piazza (non faremmo giustizia alle legittime aspettative dei cittadini e delle cittadine che ci chiedono oggi responsabilità e coerenza), ma sono ispirate dallo stimolo e dalle proposte dei movimenti, nel loro contenuto, e rispondono a una logica di nuova rappresentanza politica alla quale questi, oggi, si ispirano e ci chiamano.

A maggior ragione, di fronte a una situazione in continua evoluzione e che oggi come non mai ci fa sperare nella possibilità sempre più evidente di poter evitare la tragedia. Forse troppo ci siamo abituati ad accettare il concetto di ineluttabilità della guerra, come fosse l'opzione di riferimento, l'asse attorno al quale sviluppare la nostra azione. Oggi - da oggi - invitiamo voi a cambiare prospettiva, e a partire dal presupposto che, piuttosto che la guerra, la pace è imprescindibile e ineluttabile!

Dopo le informative di Hans Blix e di El Baradei che hanno fatto chiarezza tra le mille insinuazioni e i mille tentativi di trovare quella pistola fumante che avrebbe giustificato un attacco immediato da parte degli USA, dopo la prova evidente dell'inattendibilità delle prove addotte circa l'esistenza di armi di distruzione di massa e l'episodio certo non edificante del plagio compiuto da Tony Blair con il suo rapporto sui diritti umani in Iraq, ci sembra che le ragioni - fin dall'inizio per noi inconsistenti - di un conflitto armato contro quel Paese stiano sfumando definitivamente.

Questi giorni, però, hanno visto anche alcune gravi fibrillazioni in quelle istituzioni internazionali che, nel bene o nel male, costituiscono l'architettura di riferimento per la politica estera del nostro Paese: le Nazioni Unite, l'Unione europea, la NATO.

Oggi lei, signor Presidente del Consiglio, ci viene a raccontare del ruolo chiave dell'Italia nel mediare tra le varie posizioni, nel facilitare una posizione europea che potesse evitare la scomparsa dell'Unione come soggetto politico globale. Ce lo viene a dire oggi, ma mi lasci dire che finora non ce ne siamo veramente accorti. Nelle passate occasioni di dibattito parlamentare non abbiamo mai avuto occasione di percepire dalle vostre parole una strategia chiara e consistente di fronte a questa grave impasse. Né ci avete fornito elementi per poter ipotizzare un nostro sostegno ad una iniziativa di pace e di diplomazia da voi svolta.

Due sono le cose: o i vostri guru della comunicazione stavolta non sapevano che pesci pigliare, vista la contraddittorietà delle posizioni da lei espresse di volta in volta a seconda della bisogna (dalla solida alleanza con gli USA in tutto e per tutto alle professioni di europeismo puntualmente disattese con la firma della lettera degli otto e che ora si cerca di recuperare con il compromesso raggiunto in sede europea), oppure ritenete, come spesso fate, poco opportuno coinvolgere attivamente il Parlamento, considerandolo piuttosto un segmento della vostra audience, oppure avete dovuto decidere una linea politica all'ultimo minuto, compressi tra i sondaggi di opinione che stavolta vi davano in netta discesa, le esortazioni del presidente Ciampi e le invocazioni del Papa.

Certo, in tutti i casi - sia quello dell'incoerenza, sia quello della percezione singolare del ruolo del Parlamento - non possono mancare il nostro disappunto e la nostra netta espressione di insoddisfazione.

La questione oggi però non riguarda solo la forma, ma anche la sostanza della vostra azione. Partiamo dal compromesso europeo, che molti media hanno percepito come un disperato tentativo di salvaguardare la compattezza dell'Unione, messa a dura prova da scelte come la vostra, che non fanno giustizia della vocazione che i Paesi fondatori dell'Unione vorrebbero ad essa imprimere.

Un accordo che non possiamo ignorare, del quale prendiamo atto e che in certo qual modo riapre le strade ad una soluzione negoziale allo stato attuale dei fatti. Un compromesso che, però, sembra affidare ad altre istanze le decisioni finali. Come se l'Unione ammettesse la sua debole potenzialità come soggetto politico e cercasse di salvare almeno l'apparenza, lasciando poi ai singoli Stati membri, in quanto membri anche di altri organismi quali la NATO o il Consiglio di sicurezza, il compito di sopravvivere alle proprie contraddizioni.

Resta importante, tuttavia, il riferimento alla necessità di dare tempo agli ispettori per svolgere il loro compito; un elemento, quello della scadenza temporale, che lo stesso Kofi Annan ha voluto mettere una volta per tutte in chiaro di fronte a varie interpretazioni di comodo che vorrebbero dare alla risoluzione 1441 un carattere ultimativo. È il caso di ribadirlo anche oggi: quella risoluzione non contiene né termini temporali, né il ricorso automatico alla forza in caso di violazione della stessa.

La ricerca di un compromesso sulla carta, però, ha lasciato molti punti in sospeso; come sempre, il linguaggio volutamente ambiguo dei documenti di compromesso dà occasione per differenti interpretazioni, e queste non sono mancate soprattutto sul tema dell'uso della forza e sulla sua possibile caratteristica di extrema ratio. Insomma, il documento europeo è un piccolo capolavoro di diplomazia che però non ci porta né un passo avanti, né un passo indietro. Un capolavoro di diplomazia e nulla più, che nasconde dietro le parole l'evidenza, ma rinvia a data da destinarsi la soluzione vera del problema.

Restano molti interrogativi sulla vostra linea politica, cui non avete ancora fornito una risposta convincente. Il primo: a fronte di un vostro europeismo che non esiteremmo a dire di facciata, quale sarà posizione dell'Italia nel caso in cui le minacce di sanzioni da parte dell'Amministrazione Bush contro la Germania venissero a concretarsi? Da che parte vi schiererete? Dalla parte di uno Stato membro dell'Unione o degli Stati Uniti?

II secondo: il documento comune dell'Unione se da una parte congela le divergenze tra i Paesi membri, dall'altra è sottoposto a scadenza di fronte ad una nuova iniziativa diplomatica da parte degli Stati Uniti, come quella che si sta prefigurando con la presentazione della bozza di risoluzione sull'uso della forza al Consiglio di sicurezza. In questo caso, l'Italia da che parte si schiererà? Abbiamo bisogno di una scelta politica chiara, che non può essere inventata giorno per giorno; voi dovete comunicarcela oggi, in occasione di questo dibattito.

II terzo: un ruolo di mediazione dell'Italia non può non fondarsi sulla coerenza delle sue azioni e sull'equidistanza tra le parti in conflitto. Anche questo pezzo manca. Anzi, le ragioni della sua mancanza ci preoccupano sempre più. Dapprima la concessione delle basi e dei diritti di sorvolo da parte del ministro Martino (che oggi in un'intervista su "Libero" riafferma la sua rinnovata professione di fede nella politica dell'Amministrazione Bush), poi la notifica della richiesta di utilizzo delle infrastrutture di trasporto lasciano prefigurare una netta scelta di campo, un sostegno più o meno indiretto alle strategie militari americane. E non veniteci a dire che questo serve da deterrente e da strumento di persuasione verso Saddam.

Prima di concludere, vorrei fare un’ulteriore osservazione sull’articolo 11 della Costituzione. Bene hanno fatto - e dovremmo ringraziarli tutti per le loro parole e la loro determinazione - Pietro Ingrao e il presidente Scalfaro a ricordare la centralità di questa norma; una centralità che vorreste aggirare con le parole, come avete fatto nel caso della guerra in Afghanistan, riferendovi ad un non meglio definito concetto di guerra guerreggiata piuttosto che di guerra dichiarata. Quell’articolo 11, nella sua chiarezza e inappellabilità, è il nostro punto di riferimento, perché, al di là delle cortine fumogene, dei discorsi e dei dibattiti parlamentari, restiamo uomini e donne fieri di ispirarci alle più forti tradizioni ideali di pace, disarmo, non violenza e giustizia sociale e, per alcuni di noi, come il sottoscritto, di profondo antimilitarismo. (Applausi dai Gruppi Verdi-U, Mar-DL-U e del senatore Peterlini).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Falomi. Ne ha facoltà.