MALABARBA (Misto-RC). Signor Presidente, le chiedo di poter allegare al Resoconto la parte conclusiva del mio intervento per mancanza di tempo.
Il generale Jay Garner, amico personale di Donald Rumsfeld, è virtualmente il futuro governatore dell'Iraq, che garantirà una nuova Costituzione e deciderà tempi e modi di libere elezioni, mentre la potenza occupante (e in sedicesimo i suoi vassalli) avrà pieno diritto di sfruttamento dei pozzi petroliferi. Lo si legge sul "New York Times", non su "Liberazione". Per i curdi, purtroppo, anche questa volta nessuna libertà: la Turchia - comprata con 28 miliardi di dollari per l'uso delle basi - non vuole.
Il contesto mondiale è mutato, ma il metodo e le finalità dichiarate sono spaventosamente gli stessi della politica delle cannoniere in epoca coloniale, quando civiltà, libertà e progresso venivano appiccicati come obiettivi posticci per mascherare una politica di rapina.
Bush è già in guerra, con o senza l'ONU, e non si fermerà, e il Governo italiano ha già detto che sarà al suo fianco: concedendo basi, spazio aereo e infrastrutture alle truppe anglo-americane (e gli alpini in zona di aperto conflitto). L'Italia è già in guerra. Come si fa a dire che non c'è già uno scenario di guerra in cui noi siamo coinvolti? Su questo punto, la mozione del senatore Cossiga, che noi sosteniamo, è ineccepibile.
Sotto i colpi di maglio della superpotenza militare, che minaccia l'uso di bombe atomiche tattiche, va in crisi la NATO, vacilla l'Unione europea, vengono messe in mora le Nazioni Unite, il cui Consiglio di sicurezza o accetterà gli ukase di Washington o assisterà impotente e diviso alla guerra unilaterale di Bush. Tutto questo è già scritto, una terza ipotesi per l'ONU non è contemplata. Lo Stato più armato del pianeta, quello che più di tutti vende armi ai dittatori, vuole fare la guerra all'Iraq in nome del disarmo, e non c'è istituzione alcuna in grado di resistergli.
Ma la nostra politica è intrisa di ipocrisia e ognuno si affanna a interpretare a suo modo le Nazioni Unite e l'Unione europea, il Pontefice o il presidente Ciampi, sia chi vuole la guerra sia chi non la vuole! Almeno gli Stati Uniti hanno il pregio di essere chiari: dicono che niente li fermerà; hanno sempre chiamato guerra quella nei Balcani, in Afghanistan e oggi in Iraq, quando qui, dalle nostre parti, venivano coniati i termini più fantasiosi per aggirare la nostra Costituzione.
Se questa guerra nulla ha a che fare con la lotta al terrorismo, dato che tutti si aspettano, ovviamente, uno sviluppo senza precedenti degli attacchi terroristici nel mondo, a seguito della guerra all'Iraq, come fermiamo Bush? Come fermiamo concretamente questa guerra oggi? Come fermiamo sul serio il terrorismo?
L'unica possibilità per la pace è guadagnare il consenso dell'opinione pubblica mondiale contro l'aggressione all'Iraq. Il movimento straordinario di questi giorni, così unitario, perché mette insieme soggetti tanto diversi, e così radicale, nella sua opposizione pregiudiziale alla guerra, con o senza l'ONU, è la dimostrazione più chiara che la resistenza è in atto.
È questo moto di massa e radicale che costituisce l'altra "superpotenza", quella senza armi se non quella della ragione: e qui sta la sua forza. Bush, Blair e anche lei, signor Berlusconi, tutti dite di non volerne tener conto, ma i conti con loro dovrete farli. E anche parte del titubante centro-sinistra deve già farli, perché non è concesso a nessuno, neanche a Massimo D'Alema, di trattare questo movimento come intriso di nobili passioni, ma privo di proposta politica.
La proposta politica del movimento è raccolta nella risoluzione che presentiamo come Rifondazione Comunista e che vorremmo fosse sostenuta da tutta l'opposizione e da tutte le donne e da tutti gli uomini liberi che siedono anche in Parlamento.
Allego la parte del mio intervento che non posso pronunciare, se lei me lo consente, signor Presidente. (Applausi dai Gruppi Misto-RC, Misto-Com e dei senatori Martone e Zancan).
PRESIDENTE. Certamente le è consentito, senatore Malabarba.
È iscritto a parlare il senatore Pedrini. Ne ha facoltà.