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Legislatura 14ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 336 del 19/02/2003


D'ONOFRIO (UDC). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

D'ONOFRIO (UDC). Signor Presidente, onorevole Presidente del Consiglio, nei pochi minuti consentiti per questo intervento cercherò di concentrare l'attenzione, se possibile, su tre questioni, premettendo che il Gruppo dei senatori dell'UDC voterà a favore della proposta di risoluzione della maggioranza, a maggior ragione dopo l'integrazione intervenuta su suggerimento del presidente Andreotti.

Il Governo sta cercando di dimostrare - mi rivolgo in particolare ai colleghi dei Gruppi del centro-sinistra - che è possibile la continuità con il principio dei rapporti multilaterali, ma che vi è al tempo stesso la necessità di cambiare le regole dell'ordine internazionale vigente. Quest'ultimo è in mutamento ovunque: nelle Nazioni Unite, nella NATO, nell'Unione europea. Occorre che i colleghi del centro-sinistra si rendano conto che sono in corso di cambiamento tutte e tre queste organizzazioni internazionali.

Le Nazioni Unite nacquero nel 1942, nel contesto della seconda guerra mondiale, e solo gli esiti di quest'ultima consentono ancora a Francia e Inghilterra di sedere nel Consiglio di sicurezza con il relativo potere di veto.

Il Patto Atlantico nacque nel 1949 in funzione antisovietica ed è alla ricerca della nuova missione della NATO; non è più la NATO degli anni '50 o '60.

L'Unione europea vive un passaggio traumatico tra la vecchia Europa a 15 e la nuova Europa a 25 Stati.

Abbiamo una grande difficoltà nel combinare la continuità della politica estera italiana verso l'ONU, verso la NATO, verso l'Europa con la evidente necessità di cambiamento che ciascuna di queste istituzioni sta vivendo.

È questo il senso di una qualche discontinuità o zigzagare della politica del Governo; è il dover contemporaneamente essere protagonisti di continuità e di cambiamento in tutte e tre le istituzioni internazionali.

È questo a nostro giudizio il punto fondamentale. Lo dico perché l'UDC, da quando nel proprio manifesto prese atto che il cambiamento dell'ordine internazionale era una necessità, concorse e concorre a questa alleanza nella convinzione che si può essere conservatori del principio della multilateralità (che della NATO, delle Nazioni Unite e dell'Unione europea è fondamentale), ma anche che vi sono mutamenti istituzionali necessari.

Dico questo perché è evidente che soltanto ragioni di politica interna, tutto sommato in qualche misura modeste e transeunti, possano dare l’impressione che il Governo sia un giorno favorevole e un altro contrario alla pace. Tutte e tre le istituzioni internazionali sono in corso di cambiamento.

In secondo luogo, il Governo, ovviamente, è un Governo di più partiti che in campo internazionale ed europeo fanno parte di diverse organizzazioni internazionali. Desidero ricordare un fatto che sta particolarmente a cuore a noi dell’UDC. Il Partito Popolare Europeo, del quale il Presidente del Consiglio è membro autorevole, non più di due settimane fa, nel suo ufficio politico riunito a Bruxelles, ha affermato di ritenere pericoloso il documento franco-tedesco, perché inidoneo a forzare la mano a Saddam Hussein verso il disarmo, e ha favorito invece i contenuti del cosiddetto documento degli otto, ritenendo che lo stesso esprimesse la linea del Partito Popolare Europeo nel contesto internazionale.

Intendo dire che noi dell’UDC riteniamo che la comune appartenenza al Partito Popolare Europeo in questo momento renda la posizione politica italiana particolarmente forte, non suddita ma alleata degli Stati Uniti, non antieuropea ma favorevole alla nuova Europa a 25 Stati.

Noi non possiamo essere soltanto il partito dell’Europa fino a 15; il Presidente del Consiglio è anche il Presidente del Consiglio di un partito europeo che guarda all’Europa a 25. Occorre che i colleghi del centro-sinistra si chiedano perché quell’allargamento ad Est, così fortemente voluto dall’Unione Europea, è diventato in questo momento l’arma maggiore che gli otto hanno potuto esibire a Bruxelles: perché tutti i paesi ex Sovietici hanno percepito che la libertà dall’Unione Sovietica l’hanno portata soprattutto gli Stati Uniti.

Questo è il senso della libertà che i paesi dell’Est ex sovietici hanno potuto rappresentare e rappresenteranno nella nuova Europa e l’Italia, in questo senso, è soggetto cofondatore della nuova unità dell’Europa a 25; non è soltanto un soggetto coofondatore della vecchia Europa è un soggetto fondatore anche della nuova Europa a 25.

Questa è la ragione per la quale la politica estera italiana, in questo momento, appare particolarmente interessante dal punto di vista generale e ci sembra di capire che talune opposizioni alla politica estera italiana siano dovute soltanto a un tentativo vano di mantenere le cose ferme com’erano e come ovviamente non possono rimanere.

Un’ultima considerazione. E’ ovvio che la questione non è la scelta tra la pace e la guerra. Mi spiace che milioni di italiani e milioni di persone in tutto il mondo abbiano vissuto e vivano un problema traumatico di scelta tra pace e guerra.

E’ chiaro a tutti noi - e ritengo debba esserlo anche ai colleghi del centro-sinistra e a tutti coloro che hanno manifestato sabato scorso a Roma - che la pace è nelle mani di Saddam. Saddam può ottenere la pace nel giro di ventiquattr’ore facendo quello che non ha fatto. Ma di chi sarebbe la responsabilità se si dovesse far ricorso alla forza armata?

E’ un’ipotesi che nel Consiglio europeo è stata affacciata come ultima risorsa, ma che c’è. E’ ovvio che questa è la ragione per la quale il Consiglio europeo non poteva scegliere - e non ha scelto - la linea della pace senza "se" e senza "ma". Ha detto che la pace è un bene supremo, è nelle mani di Saddam poterla rispettare; se però Saddam non ottempera alle risoluzioni essenziali del disarmo si può fare anche ricorso alla forza armata.

Ma vi è un elemento nuovo nel Consiglio europeo che non vorrei fosse sottovalutato dai colleghi del centro-sinistra: si dice per la prima volta in modo chiaro che il dispiegamento militare intorno all’Iraq fa parte della pressione necessaria per ottenere dall’Iraq il rispetto delle risoluzioni internazionali. Intendo dire che non si tratta di quella previa preparazione della guerra che i colleghi del centro-sinistra hanno indicato come motivo per non consentire il transito in Italia a forze armate di altri Paesi; la pressione militare è parte della volontà della comunità internazionale di ottenere il rispetto delle risoluzioni internazionali.

Signor Presidente del Consiglio, per queste ragioni noi voteremo oggi in senso favorevole; sappiamo che si tratta ancora di una votazione interlocutoria, che altre ve ne potranno essere. Ecco perché riteniamo molto opportuno il suggerimento del senatore Andreotti; tutta la maggioranza ha concorso a includere nella propria risoluzione l’impegno alla pace, proprio perché sappiamo che questo impegno non ci divide ma che tempi diversi possono essere davanti a noi e ciò sarà soltanto la conseguenza di una volontà di Saddam Hussein di continuare pervicacemente a violare le risoluzioni delle Nazioni Unite. (Applausi dai Gruppi UDC, AN, FI e LP. Congratulazioni).