*BORDON (Mar-DL-U). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BORDON (Mar-DL-U). Signor Presidente, l'Abbé Pierre chiede ai propri confratelli di lasciare nelle loro comunità almeno una finestra con un vetro rotto perché giungano sempre le voci dal di fuori. Ho l’impressione che persino a palazzo Chigi, così prudentemente restaurato - e non solo dal punto di vista edilizio - dal suo Governo, qualche finestra col vetro rotto questa volta ci sia stata. O forse, signor Presidente del Consiglio, saranno stati i servizi de "La 7" o quello, magari meno completo ma non meno importante, di "Italia 1" a farle giungere, laddove la RAI sembrava persa nella sua solitudine di servizio privato, le voci dei milioni di persone che nel mondo manifestavano per la pace.
Vede, signor Presidente, quando più di 100 milioni di persone manifestano nel mondo per gli stessi valori c’è qualcosa di nuovo e di enorme. Lei sa che qualche editorialista americano ha addirittura parlato di una nuova "superpotenza della pace". Emerge, cioè, l’altra faccia della globalizzazione, oltre a quella fino ad oggi conosciuta dei capitali e del mercato: quella dei valori e delle idee.
Quella di sabato, per di più, è stata una manifestazione di popolo nel senso letterale del termine e io credo, signor Presidente del Consiglio, che lei, nelle sue, se ho ben compreso, frequenti telefonate a Bush dovrebbe anche riuscire a far giungere ai nostri amici americani la novità di tali manifestazioni. In esse, infatti, non c’è, se non in minima misura (e va stroncata anche questa minima misura), la malapianta dell’antiamericanismo.
Le decine di milioni di giovani - sono l’altro elemento di novità - che sono scese in piazza si sono molto spesso formate nei valori e nella cultura proprio della grande madre americana. Proprio per questo è pericolosa ancor di più la mancanza di comunicazione fra l’attuale Governo americano e i valori americani e le nuove generazioni. Tali valori oggi incrociano una preoccupazione e una dimensione della globalizzazione assai nuova.
Qualcosa di questo, come le dicevo, forse è giunto perfino alle sue orecchie, se comprendo i toni mutati, qualche correzione e qualche parziale, ma insufficiente, risposta che ha dato nella sua, mai così parca, replica. Vede, signor Presidente del Consiglio, malgrado questo a me pare che sia il suo discorso che la sua replica non siano assolutamente soddisfacenti, in primo luogo perché mi deve consentire (per usare un verbo a lei molto gradito) che c’è stato un goffo tentativo, assai poco consono a livello istituzionale, di chiamare in causa all’interno di una presa di posizione politica il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, in secondo luogo perché, se dovessi basarmi unicamente sulla sua lettura degli avvenimenti, dovrei dire (per citare le parole di un altro ex Presidente della Repubblica) che il Documento europeo è stato scritto sotto dettatura del nostro Presidente del Consiglio.
Che così non è del tutto evidente. Quel documento è il frutto di un compromesso e di un equilibrio tra due posizioni: quella (sostenuta fondamentalmente dalla Francia, dalla Germania e dal Belgio) contraria alla guerra preventiva e favorevole a lavorare fino all’ultimo minuto per la pace, e l’altra, nella quale lei ha inserito, secondo me in maniera del tutto errata, quale punta avanzata dell’interventismo, il nostro Governo. Se fosse per davvero prevalsa la posizione italiana, a questo punto non ci resterebbe che salutare i nostri fanti e partire per il fronte.
Lei, signor Presidente del Consiglio, ha avuto perfino l’ardire di richiamare l’articolo 11 della Costituzione che, come è noto, è di una chiarezza e di una limpidezza senza pari. Lo cito nuovamente: "L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli". Se ho ben capito, per lei queste parole sono diventate: "L’Italia vuole la guerra come strumento di difesa attiva per la libertà degli altri popoli", stravolgendone il senso, anzi snaturandolo e costruendosi una sorta di sua personale interpretazione. Dopo la dottrina di Bush…(Commenti dal Gruppo FI).
PRESIDENTE. Colleghi, vi prego. Il senatore Bordon ha il diritto di dare le interpretazioni che ritiene opportune.
BORDON (Mar-DL-U). Io sto oggi per citare una nuova dottrina, propria del presidente del Consiglio Berlusconi… (Commenti dal Gruppo FI. Proteste del senatore Novi) …quindi la maggioranza dovrebbe, se non altro, acconsentire a questa mia informazione.
Come dicevo, dopo la dottrina di Bush della guerra preventiva, se ho colto bene, abbiamo adesso quella di Berlusconi della difesa attiva.
Signor Presidente del Consiglio, lei poi è stato assolutamente contraddittorio ed ambiguo quando ha giustamente condannato l’isolamento degli Stati Uniti, ma poi ha aggiunto "non lasceremo soli gli Stati Uniti" e ha cercato una parziale correzione nel corso della sua replica (come ho già detto). Lei sa che vi sono posizioni diverse, anche se vi fosse una seconda risoluzione dell’ONU, ma lei non ha chiarito se in assenza di una seconda risoluzione dell’ONU lei porterebbe comunque il nostro Paese, magari senza un voto del Parlamento, al fianco degli Stati Uniti in una guerra preventiva.
Queste parole nette di chiusura io in quest’Aula non le ho ancora udite. C’è sempre tempo, fino all’ultimo, ma spero proprio che il suo "no" alla guerra preventiva sia un no secco. (Commenti dai Gruppi FI e AN. Richiami del Presidente).
Non si può dare il via libera qui e ora ad attività che prefigurino l’intervento militare, non si può prescindere dalla verifica dei presupposti, non si può dire di lavorare per la pace preparando la guerra.
Signor Presidente del Consiglio, lei in un altro discorso svolto nell’Aula del Senato ha citato il detto latino "si vis pacem, para bellum"; si tratta di una frase che era già messa in discussione più di 2000 anni fa ed oggi andrebbe urgentemente corretta con "se vuoi la pace prepara e lavora per la pace".
Si comprende, signor Presidente del Consiglio, che nell’opinione pubblica americana (il senatore D'Andrea lo ricordava pochi giorni fa in un altro dibattito in quest’Aula) c’è il mito della mission quasi religiosa, tesa ad esportare la democrazia e a rafforzare così la pace.
Certamente l’instaurazione della democrazia aiuta la pace, ma la democrazia non si può imporre con le armi. Alla sua causa è più facile guadagnare nuovi adepti con la persuasione, con l’iniziativa politica (quella che è mancata), con la cooperazione economica e con il paziente negoziato. Sono questi gli ingredienti che noi avremmo voluto avere ben più presenti nell’azione del suo Governo.
Mi avvio a concludere dichiarando che vediamo indebolirsi l’arte della pace e invece progredire l’arte della guerra. Eppure noi sentiamo in coscienza il dovere di fare ancora il possibile, per quanto nelle nostre possibilità. A questo voglio ascrivere l’importante contributo unitario della mozione dell’Ulivo, per fare in modo che si mantenga la pace e soprattutto per costruire un ordine mondiale sempre più funzionale a quell’obiettivo.
Siamo convinti che i rapporti tra le comunità politiche devono essere regolati nella verità, nella giustizia, nella solidarietà operante, nella libertà e che la stessa legge morale che regola i rapporti tra singoli esseri umani debba regolare pure i rapporti tra le rispettive comunità politiche, anche perché (come diceva già qualcuno molto, ma molto tempo fa) "un’autorità fondata sull’ordine morale usata contro l’ordine medesimo nello stesso istante cesserebbe di essere tale". (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U, DS-U e Verdi-U).