ANGIUS (DS-U). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ANGIUS (DS-U). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, il mondo - il mondo - è contro la guerra e l'Italia - l'Italia - è contro la guerra. E lei, signor Presidente del Consiglio, lo sa: noi siamo contro la guerra.
Si è detto che nel mondo ci sono due superpotenze: gli Stati Uniti d'America e il Movimento per la pace. Noi vorremmo che queste due superpotenze fossero unite. Oggi, purtroppo, non lo sono. Temiamo che un Paese amico come gli Stati Uniti si sia spinto troppo in là, o addirittura abbia già deciso. Ad un Paese amico diciamo che la guerra non è inevitabile, ma diciamo che la guerra è evitabile. Proviamoci.
Ci sono per noi in questi giorni motivi di tristezza e di preoccupazione. Noi sappiamo cosa sono gli Stati Uniti nel mondo, la loro forza, il loro prestigio, il loro ruolo. Sappiamo che cosa hanno fatto per l'Europa e per l'Italia. Conosciamo le minacce, gli attentati, le morti che hanno patito l'11 settembre. Sono un Paese amico e tale resteranno, ma ciò non ci impedisce di esprimere un dissenso chiaro ed onesto verso l'Amministrazione Bush, verso ciò che sta facendo nella crisi irachena.
No, non lo diciamo solo noi: non ci sono prove credibili che inchiodano Saddam alle sue responsabilità; non sono state provate. Lo dice la maggioranza dei Paesi che fanno parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. C'è il sospetto che ci siano: cerchiamole allora. Ma finora non è stato provato nessun collegamento credibile fra Saddam e il terrorismo fondamentalista e nessuna prova certa si ha dell'esistenza di armi di distruzione di massa: sospetti.
Quella irachena è una dittatura spietata. Anche la Corea del Nord, signor Presidente del Consiglio, lo è, e in più minaccia la Corea del Sud e il Giappone, affama il suo popolo, ha l'atomica. È un pericolo, ma non si dice niente. Perché ha l'atomica e dunque è una minaccia o perché non ha il petrolio e dunque non ne vale la pena?
La comunità internazionale, l'ONU, l'Unione europea sono a un passaggio decisivo per il loro futuro. Il mondo tutto è a un passaggio decisivo per il suo futuro. Il ruolo dell'Italia, signor Presidente del Consiglio, a nostro giudizio in questi mesi poteva essere diverso, più forte, più coerente. Noi lo avremmo pensato diverso.
Le do atto, signor Presidente del Consiglio, del tono pacato e misurato delle sue dichiarazioni e della sua replica, ma non ci ha convinto. Noi non condividiamo il suo discorso, signor Presidente del Consiglio, e voteremo contro la risoluzione presentata dalla maggioranza.
Noi come Ulivo abbiamo presentato un documento unitario e io faccio appello a tutti i senatori e le senatrici dell'Ulivo per un voto unitario. Siamo uniti, dico a tutti, come Ulivo, su una posizione forte e autorevole. Abbiamo chiesto noi questo dibattito, abbiamo chiesto noi questo voto: sarebbe grottesco e sbagliato che, per far valere un qualsiasi punto di vista, piccolo, parziale, seppur rispettabile, noi ci dividessimo. L'Italia non ha bisogno di questo, l'Italia ha bisogno di un Ulivo unito.
Noi non condividiamo, dicevo, gli indirizzi e le iniziative del suo Governo, signor Presidente del Consiglio, sulla crisi irachena. Lei ha rivendicato al Governo il risultato positivo e importante, da noi stessi considerato tale, della risoluzione del Consiglio d'Europa sulla crisi irachena. In realtà, signor Presidente del Consiglio, a nostro giudizio quella risoluzione - per noi, ripeto, importante e positiva - il suo Governo l'ha subita, non promossa, ed è stato piuttosto grottesco e maldestro il suo tentativo questa mattina di appropriarsene. (Commenti dai banchi della maggioranza. Richiami del Presidente).
Ci sono state due novità importanti in questi giorni: le manifestazioni di sabato 15 febbraio e quel documento. Quella risoluzione non ci sarebbe stata senza quelle manifestazioni. Per noi, cari colleghi della maggioranza, bisogna agire nell'Europa e con l'Europa, innanzitutto. E bisogna esplicitamente, come Italia, dichiarare che la sede della legalità internazionale è all'ONU e a New York, non a Washington. Per noi, l'Italia dovrebbe parlare così. No, l'Europa non ha parlato, signor Presidente del Consiglio, con una sola voce, purtroppo no, e noi, l'Italia, abbiamo contribuito a che non parlasse con una sola voce.
Il 27 gennaio quindici Ministri degli esteri dell'Unione europea hanno firmato un documento unitario e importante sulla crisi irachena, che rimetteva tutto nella sede delle Nazioni Unite. Unico tra i Paesi fondatori dell'Europa, l'Italia, dopo quarantott'ore, firmava un altro documento che sostanzialmente fiancheggiava e sosteneva le posizioni dell'Amministrazione Bush, completamente diverse da quelle definite dai 15 Ministri dell'Unione europea.
Quattro giorni dopo il Parlamento europeo, a maggioranza di centro-destra, votava una risoluzione nella quale si assumeva la posizione dei 15 Ministri dell'Unione fortemente critica verso gli Stati Uniti d'America, perché chiedeva ad essi di non scegliere unilateralmente l'intervento bellico in Iraq e rimetteva ogni decisione al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Quel testo fu disatteso, al punto che l'iniziativa degli otto, promossa da Blair, da Aznar e dal nostro Presidente del Consiglio qui firmatario, li portava addirittura - e portava evidentemente anche il Governo italiano - a non informare neanche in quella circostanza la Presidenza di turno dell'Unione europea, guidata dal primo ministro Simitis.
Che cosa sono, questi, se non atti di rottura di quella che doveva essere l'unità europea? Cosa vuol dire allora, signor Presidente del Consiglio, proseguire nell'azione svolta? Vuol dire proseguire sulla linea definita l'altro giorno dai Capi di Governo dell’Unione europea o proseguire sulla linea che precedentemente il Governo da lei presieduto aveva seguito e che lo aveva portato a dire, con il ministro Martino, in occasione della visita del ministro della difesa americano, Rumsfeld, a Roma: "Condividiamo tutte le posizioni dell'amministrazione Bush"? Qual è la linea del suo Governo? Come lei e il suo Governo intendete proseguire?
Lei, signor Presidente del Consiglio, non ha neppure chiarito nella sua replica cosa significa quella frase, quel concetto, quel richiamo al quale ha fatto riferimento sia nell'introduzione, sia nella replica: "Gli USA non resteranno soli nell'azione contro chi detiene armi di distruzione di massa".
Cosa vuol dire quella frase? Che l'Italia, il suo Governo, si accinge a sostenere l'azione degli Stati Uniti anche qualora non vi fosse una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'ONU?
Ripropongo questa domanda, che già hanno fatto altri colleghi perché ad essa non è stata data risposta. Noi vorremmo che ciò non significasse un possibile avallo ad un'azione unilaterale.
Signor Presidente del Consiglio, colleghi della maggioranza, immagino che abbiate letto tutti il testo della nostra proposta di risoluzione (quella presentata dall'Ulivo), della quale sono primo firmatario insieme a tutti gli altri colleghi Capigruppo. Noi ci presentiamo in questo modo, come una coalizione, non solo come un Gruppo politico, che guarda molto, per non dire esclusivamente, al ruolo e alla funzione che il nostro Paese può avere oggi nel mondo.
Credete, non è casuale, non è strumentale il richiamo che abbiamo fatto al Capo dello Stato e alle iniziative della Santa Sede. Il mondo vive in un lacerante contrasto di diseguaglianze di giustizia, di povertà abissali e di ricchezze smisurate, di guerre distruttive e di bisogno insopprimibile di pace. È una delle fasi più difficili, forse unica, nella storia dell'umanità.
A noi qui, in Italia, in Europa, nel Mediterraneo, spetta forse una missione speciale verso popoli e Paesi del Medio Oriente, dell'Africa, della stessa Europa, popoli che guardano a noi con ammirazione, fiducia e speranza. Può essere una missione speciale di solidarietà, di giustizia, di pace verso popoli e Paesi diversi dal nostro.
Lo sappiamo, lo riconosco e lo dobbiamo riconoscere: l'aspirazione alla pace non è di una parte politica, non è solo nostra, ma noi insieme vorremmo che non accettassimo l'idea di una guerra inevitabile, di una guerra preventiva.
Signor Presidente del Consiglio, proprio ieri ho trovato una citazione di un grande Presidente americano, Truman, che polemizzava con un suo importante uomo, e amico, militare, Mc Arthur, a proposito - guardate un po'! - della guerra preventiva che Mc Arthur voleva scatenare contro la Cina che aveva invaso la penisola coreana. Nelle sue memorie Truman scriverà così: "Sempre mi sono opposto anche soltanto a pensare a quel tipo di guerra. Non c'è nulla di più assurdo nel credere che la guerra possa essere evitata con una guerra. Con la guerra si evita una sola cosa: la pace".
Vorremmo un impegno più convinto, più deciso, più attivo, signor Presidente; l'Italia può farlo. La guerra, qualunque guerra, è dolore, è distruzione, è morte.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, ricordiamo tutti ciò che ha detto un grande giornalista italiano: in Occidente il colore del lutto è il nero, in Oriente il colore del lutto è il bianco, ma tutti piangiamo nella stessa maniera. (Vivi applausi dai Gruppi DS-U, Mar-DL-U, Verdi-U, Misto-Com, Misto-SDI e Misto-Udeur-PE).