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Legislatura 14ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 336 del 19/02/2003


Seguito della discussione sulle linee di politica estera e discussione di mozioni connesse

Approvazione della proposta di risoluzione n. 2 (testo 2). Reiezione delle proposte di risoluzione nn. 1 (testo 2) e 3 e della mozione n. 120

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione sulle linee di politica estera e discussione di mozioni connesse.

Così come è stato stabilito unanimemente dalla Conferenza dei Capigruppo nella giornata di ieri, dopo l'intervento del presidente del Consiglio dei ministri, onorevole Berlusconi, avrà luogo il dibattito nel quale ciascun Gruppo disporrà complessivamente di 25 minuti, comprensivi del tempo riservato alle dichiarazioni di voto. Al Gruppo Misto sono attribuiti 40 minuti. Il dibattito si concluderà con il voto delle proposte di risoluzione e delle mozioni presentate.

Ha facoltà di parlare il presidente del Consiglio dei ministri, onorevole Berlusconi.

BERLUSCONI, presidente del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, onorevoli senatori, nel tempo trascorso dal mio ultimo intervento in quest'Aula, il Governo ha continuato a lavorare per la pace con determinazione e con assoluta coerenza sulla linea che avevo qui esposto e che potrei riassumere in pochi punti.

Primo: puntare al disarmo iracheno in tempi stretti e con mezzi pacifici.

Secondo: sostenere la dissuasione politico-militare che ha già riportato in Iraq gli ispettori delle Nazioni Unite.

Terzo: salvaguardare la credibilità, e direi la dignità, dell'ONU dopo dodici anni di sfide dell'Iraq alla legalità internazionale.

Quarto: mantenere saldamente unita la coalizione mondiale contro il terrorismo che si è formata dopo l'11 settembre intorno agli Stati Uniti d'America.

Quinto: mantenere saldamente unita l'Europa, restituendo all'Unione europea una sola voce e un peso effettivo sulla scena internazionale.

L'Italia, per la sua tradizione, per la sua politica attuale, per il suo impegno diplomatico e per la sua capacità di tenere insieme interesse nazionale e alleanze di valore storico, era ed è in posizione favorevole per lavorare seriamente e trovare ascolto intorno a queste cinque linee guida della sua politica estera.

Ringrazio il Capo dello Stato per aver apprezzato questo sforzo, così come sarò felice di ringraziare l'opposizione parlamentare se darà un contributo fattivo, con il dibattito e con il voto, all'approvazione di un atto di indirizzo che si muova sulla linea concordata e approvata nell'incontro di Bruxelles tra i Capi di Stato e di Governo dell'Unione europea.

L'opinione pubblica mondiale è preoccupata ed ha chiaramente, e legittimamente, espresso questa sua preoccupazione nelle manifestazioni di sabato scorso.

Avevo già rilevato, nel mio ultimo intervento in quest'Aula, che non ho mai avuto dubbi sulla buona fede e sulla ispirazione ideale del movimento della pace. Ma come tutti sanno, la preoccupazione non basta a risolvere i problemi e non bastano neppure le manifestazioni.

I "no alla guerra senza se e senza ma" non bastano di per sé a costruire la pace. C'è anzi il pericolo, quando si gioca magari irresponsabilmente con la preoccupazione della gente di fronte ai rischi di un intervento militare, di rendere più difficile la realizzazione di un obiettivo sacrosanto come quello di disarmare l'Iraq. Un obiettivo che forse si potrebbe raggiungere con mezzi di persuasione politici, diplomatici, militari, senza la necessità di ricorrere alla forza ma in una situazione di assoluta compattezza della comunità internazionale.

"L'uso della forza" - così è scritto nel documento dell'Unione europea - dovrebbe essere solo "l'ultima", "l'ultima risorsa". È questa la stessa identica formula usata da questo Governo in Parlamento ogniqualvolta il Governo è stato chiamato ad intervenire sulla grave crisi internazionale in corso.

Ed è questa formula, accettata nero su bianco da tutti i 15 Paesi dell'Europa, comprese Francia e Germania, e poi convalidata dal voto dei 13 Paesi candidati ad entrare nell'Unione europea, il cardine della risoluzione della maggioranza sulla quale parrebbe strano che non vi fosse il consenso dell'opposizione.

Le idee giuste, quelle che esprimono la leadership di una classe dirigente, non dovrebbero cedere di fronte alla partigianeria. Non è accaduto quando questa maggioranza era opposizione, durante la guerra del Kosovo; non dovrebbe succedere ora, a parti invertite.

E questo non è un banale argomento polemico, perché sono davvero convinto che le forze di opposizione abbiano in sé l'energia politica e la duttilità culturale per esprimere una posizione non propagandistica, per distinguere tra slogan e semplificazioni, da una parte, e motivazioni profonde dell'azione pubblica e istituzionale, dall'altra.

C’è ancora spazio, c’è ancora tempo per evitare l’uso della forza. Nonostante tutto, ne sono ancora persuaso sulla base degli incontri, delle conversazioni e degli scambi diplomatici che continuano incessantemente anche in queste ore. Ma questa possibilità è strettamente legata alla valorizzazione di quella che il documento dell’Unione Europea chiama, e giustamente, "la centralità delle Nazioni Unite nell’ordine internazionale". Una centralità che si impernia - sono sempre le parole del documento - sul Consiglio di sicurezza, che si è assunto, con la risoluzione 1441, la responsabilità del disarmo dell’Iraq.

Gli ispettori hanno compiuto fin qui un egregio lavoro, che tuttavia - così ancora detta la risoluzione - "non può durare a tempo indefinito", come hanno concordato i Governi europei a Bruxelles. E vorrei specificare che non è aumentando il tempo a disposizione degli ispettori o aumentandone il numero che si risolve la situazione; ciò che si mira ad ottenere è il cambiamento dell’atteggiamento dell’Iraq di fronte alle ispezioni.

Già in passato era successo, quando le Nazioni Unite avevano imposto la smilitarizzazione ad alcuni paesi, come la Bielorussia, il Kazakistan ed il Sudafrica, che gli ispettori delle Nazioni Unite fossero stati veramente presi per mano dai Governi interessati e portati sul luogo delle installazioni dove si erano prodotte o dove si conservavano le armi atomiche che si volevano distruggere, facendo loro registrare che tali armi erano state distrutte, che era in corso la loro distruzione, o che c’era un progetto articolato nel tempo per la loro distruzione.

È esattamente ciò che non ha fatto il regime dell’Iraq, che ogni mattina si mette, sì, a disposizione degli ispettori ma a loro domanda: dove volete andare oggi? Che ispezioni volete fare oggi? Naturalmente tutti ci rendiamo conto che è impossibile andare a cercare il classico ago nel pagliaio in un paese più grande della Francia, soprattutto tenendo conto che non si cercano soltanto missili con testate nucleari, che probabilmente davvero non ci sono, ma armi biologiche o chimiche che possono essere terribili anche in piccole quantità.

Le domande cui sinora l’Iraq non ha risposto sono: dove sono andate a finire le 6.500 bombe a testata biologica, la cui esistenza era stata verificata dagli ispettori nel 1999; dove sono andate a finire le 100.000 tonnellate di agenti chimici da utilizzare per la realizzazione di bombe chimiche e biologiche; dove sono andati a finire gli 8.500 litri di antrace, di cui si sa per certa l’esistenza.

A tutte queste domande l’Iraq fino ad ora non ha risposto e soltanto da un atteggiamento comune e compatto della comunità internazionale può venire quel cambiamento, che tuttavia dovrebbe essere l’unica possibilità del regime iracheno di mantenersi tale.

Quindi, ancora c’è una speranza; essa è davvero fondata sulla constatazione che non dovrebbero esistere vie alternative per il dittatore iracheno, se non quella di capire finalmente che è finito il tempo delle prese in giro, del comportamento che lui ha messo in atto durante lunghi dodici anni senza rispondere a ben sedici, e poi anche a quest’ultima, la diciassettesima, risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Non esistono e non sono mai esistiti piani alternativi a quello approvato in sede di Consiglio di sicurezza, con il voto unanime - ricordiamolo, unanime - dei suoi membri. Gli strumenti possono cambiare, anche nell’ipotesi di una seconda e più dettagliata risoluzione, ma la richiesta della comunità internazionale è e deve essere una sola: l’immediata, totale e incondizionata cooperazione del regime iracheno, sotto pena - come detta la risoluzione 1441 - di "serie" conseguenze. E su questo, dopo Bruxelles, non dovrebbero esserci più equivoci di sorta tra antichi alleati.

Come hanno osservato gli analisti più attenti anche nei giorni più difficili, che sono alle nostre spalle, l’Unione europea non si è mai spaccata ma ha registrato un dissenso di notevole portata - questo è sotto gli occhi di tutti - e lo ha ora parzialmente ma - ne sono convinto - sinceramente risolto, ricostruendo una sua unità di intenti e un suo linguaggio comune.

Lo ha risolto anche con il contributo, che definirei decisivo, del documento con cui molti Paesi europei (otto prima e dieci successivamente) hanno riequilibrato, nel senso della solidarietà euro-atlantica, una tendenza all’autosufficienza che rischiava di essere percepita come egoismo nazionale e come un venir meno del sentimento stesso di solidarietà atlantica.

Noi siamo molto orgogliosi di poter portare oggi al dibattito delle Camere una situazione decisamente migliorata sotto il profilo della credibilità delle principali istituzioni, dall’ONU alla NATO, all’Unione europea, sulle quali si è retto per decenni il più lungo periodo di pace e di prosperità che la storia europea e mondiale ricordi. E continuiamo a pensare che dalla logica dei veti e dagli egoismi nazionali i cittadini europei non abbiano niente - niente! - da guadagnare.

Ai nostri amici e alleati americani, e personalmente anche al Presidente degli Stati Uniti, ho parlato nei giorni scorsi in quel modo franco e leale che è proprio dei rapporti di vera amicizia.

Li ho invitati a guardarsi dal coltivare la solitudine, perché il vero capolavoro successivo alla tragedia dell’11 settembre e all’emergenza del terrorismo internazionale è stato la costruzione della grande coalizione che ha liberato il mondo dal regime dei talebani e dai campi di addestramento di Al Qaeda. (Applausi dal Gruppo FI).

Ma ho anche garantito che, per quanto sta in noi, e non solo per un dovere storico di riconoscenza delle democrazie europee nei confronti della grande democrazia americana, gli Stati Uniti non resteranno soli nell’impresa di impedire la proliferazione delle armi di distruzione di massa in mano a chi ha già violato così cinicamente la legalità internazionale e non esiterebbe a mettere a rischio la sicurezza anche dei nostri cittadini, come peraltro ha già fatto nei confronti del suo stesso popolo.

Per questi motivi il Governo ha autorizzato, secondo i trattati bilaterali e lo spirito delle alleanze liberamente contratte dall’Italia e ribadite nel tempo da tutti i suoi Governi, anche dagli ultimi Governi di centro-sinistra, tutte le misure necessarie ad assicurare dal punto di vista logistico la possibilità della pressione militare sull’Iraq, pressione che ha già conseguito, come ho ricordato, un primo successo riportando a Baghdad gli ispettori delle Nazioni Unite.

Signor Presidente, onorevoli senatori, il voto che il Parlamento è chiamato oggi ad esprimere è un voto di grande rilevanza. Dobbiamo offrire un chiaro segnale politico alle diverse tendenze che preoccupano l’opinione pubblica. Dobbiamo essere capaci di parlare un linguaggio di pace, ma non di resa.

Spero che questo voto possa essere libero da ogni pregiudizio. Spero che la ritrovata unità europea possa aiutare tutti a ragionare con serenità e a non privare la nostra azione diplomatica del sostegno di tutto il Paese e del Parlamento repubblicano.

L’articolo 11 della Costituzione afferma che "l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli". È proprio in nome della libertà dei popoli e della sua difesa attiva dalle minacce del terrorismo e delle armi di distruzione di massa che il nostro Governo, con il sostegno del Parlamento, intende perseverare nella sua linea responsabile ed attiva, nel suo obiettivo di disinnescare le minacce alla sicurezza e alla pace, unendo il suo impegno a quello di tutti gli uomini e di tutti i Paesi che hanno a cuore la libertà. Vi ringrazio. (Vivi, prolungati applausi dai Gruppi FI, AN, UDC e LP e dei senatori Carrara, Del Pennino, Crinò, Salzano e dai banchi del Governo. Congratulazioni).

PRESIDENTE. La ringrazio, signor Presidente del Consiglio.

ANGIUS (DS-U). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ANGIUS (DS-U). Signor Presidente, non intervengo sull’ordine dei lavori, ma per chiederle, dopo aver ascoltato le comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri, di accordare una breve sospensione di trenta minuti per consentire al nostro Gruppo - ma immagino anche agli altri dell’opposizione e, ovviamente, della maggioranza - di operare una valutazione sull’intervento che il Presidente del Consiglio medesimo ha testé reso qui in Senato.

PRESIDENTE. Senatore Angius, concedo volentieri questa pausa di sospensione, che potremmo temporalmente delimitare a circa venti minuti. L’auspicio, naturalmente, è che tale periodo di tempo possa rivelarsi utile al fine di rinsaldare quello spirito di massima concordia che ci ha animato in questi giorni.

Consentitemi, però, di fare una comunicazione, colleghi, riguardo ad una questione procedurale. Ricordo che, sempre nel corso della Conferenza dei Presidenti dei Gruppi parlamentari, è stato deciso all’unanimità che ai senatori dissenzienti dai rispettivi Gruppi siano concessi complessivamente trenta minuti, per un tempo individuale massimo di 5 minuti.

Dunque, anche per consentire alla Presidenza di organizzare i lavori, chiedo che alla ripresa degli stessi, dopo la pausa che è stata poc’anzi richiesta e accordata, sia fornito alla Presidenza medesima l’elenco dei senatori che intendessero rilasciare dichiarazioni in dissenso dai Gruppi di appartenenza.

La seduta è sospesa.

(La seduta sospesa alle ore 10, è ripresa alle ore 10,32).

Riprendiamo i nostri lavori.

Dichiaro aperta la discussione sulle comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri.

È iscritto a parlare il senatore D’Ambrosio. Ne ha facoltà.

D'AMBROSIO (Misto-Ind-CdL). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio dei ministri, membri del Governo, gli eventi terroristici dell’11 settembre 2001 hanno stravolto equilibri, concezioni e incasellamenti ai quali eravamo abituati e alla luce dei quali si sono disegnate geometrie internazionali. Il terrorismo costituisce oggi l’elemento deflagrante che alimenta un pericolo quotidiano per la stabilità degli assetti e quindi per la pace.

Signor Presidente, non si tratta quindi, così come si vuole far apparire, di essere a favore della pace o a favore della guerra; è questo un modo demagogico di porre il problema e di mistificare il generale incondizionato sostegno in difesa della pace. È questo l’obiettivo reale, ma non ovviamente una pace imbelle o incondizionata o imposta con la minaccia terroristica o addirittura con la violenza.

Tutte le nazioni desiderano una soluzione che sia di pace, ma come ha giustamente ribadito il presidente del Consiglio Berlusconi nell’incontro con il segretario generale Annan, è anche vero che Saddam deve ottemperare agli obblighi del disarmo.

La pace che noi vogliamo è quella che riusciremo a guadagnarci sconfiggendo il demone del terrorismo, che ha mostrato legami solidi e indiscutibili con Stati come quello guidato dal dittatore iracheno.

E in questo disegno di pace l'Italia non può che schierarsi con gli organismi internazionali liberamente costituiti in difesa della pace dagli Stati democratici che hanno scelto questa strada liberamente e con determinazione. Fedeltà, quindi, all'ONU, alla NATO e ai Governi, come quello degli Stati Uniti, con il quale da sempre abbiamo vincoli di amicizia, di riconoscenza e di mutua assistenza.

In conclusione, il consenso pieno alla politica governativa che si sta muovendo nel solco illuminato della difesa di una pace come scelta democratica, che va difesa con ogni mezzo… (Il microfono si disattiva automaticamente) (Applausi dal Gruppo FI e del senatore Salzano).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Marino. Ne ha facoltà.

MARINO (Misto-Com). Signor Presidente, questa è una guerra senza nessun casus belli; questa è una guerra neocoloniale, è una guerra fatta per il petrolio, per controllare quell'area, una guerra fatta per rovesciare un regime, un regime certamente dispotico, lo dico senza infingimenti.

Solo pochi giorni fa, il capo degli ispettori dell'ONU, Blix, ha detto che non c'è alcuna prova ancora circa il coinvolgimento dell'Iraq nel terrorismo o circa la presenza di arsenali di armi batteriologiche e chimiche. Occorre assolutamente ricercare una soluzione politica ad ogni costo, quindi dire "no" ad una guerra preventiva, tanto più che gli stessi ispettori hanno detto più volte che l'Iraq ha un esercito ridicolo, che costituisce una minaccia inesistente. Quale aggressione imminente allora? Non c'è alcuna giustificazione morale né giuridica per una guerra. Tra l'altro, aver concesso il sorvolo dello spazio aereo, le basi, le infrastrutture - una cosa dopo l'altra - questo già, a nostro avviso, significa un coinvolgimento di fatto dell'Italia in preparativi e in preliminari di guerra. Di qui la necessità di recedere da queste autorizzazioni.

Il Ministro della difesa americano ha parlato di 8.000 bombe trasportate su 800 missili, che faranno una catastrofe assolutamente inimmaginabile. Non c'è alcuna giustificazione per questa guerra, che è contro l'articolo 11 della nostra Costituzione. Io pregherei il Presidente del Consiglio di leggere l'articolo 11 della nostra Carta costituzione nella sua interezza, senza omissioni. È una guerra che contrasta anche con la stessa Carta dell'ONU, che ammette la guerra solo in caso di legittima difesa!

Occorre dire la verità: non possiamo, come per l'Afghanistan, avere dichiarazioni del ministro Martino che parla di missione di pace, e poi sentire un generale americano in Afghanistan che parla di operazioni di guerra. Anche in questo caso - e non è una presa d'atto automatica - quando si concedono basi, sorvoli, infrastrutture, ciò di fatto comporta un'esposizione dell'Italia, un coinvolgimento di fatto del nostro Paese.

Nessuna partecipazione vi deve essere in ogni caso dell'Italia in questa guerra, che sarebbe contro i nostri interessi nazionali, contro la stessa Europa! Occorre che l'Europa faccia sentire la propria voce forte, per cominciare a risolvere veramente il problema palestinese in base al principio "due popoli e due Stati".

Ecco perché, signor Presidente, noi riteniamo che si debba dire chiaramente un "no" forte e deciso alla guerra in ogni caso e nel rispetto dell'articolo 11 della Costituzione della Repubblica e della stessa Carta dell'ONU. Questa guerra è priva di ogni fondamento giuridico, morale e politico! (Applausi dai Gruppi Misto-Com, Misto-RC e Verdi-U).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Malabarba. Ne ha facoltà.

MALABARBA (Misto-RC). Signor Presidente, le chiedo di poter allegare al Resoconto la parte conclusiva del mio intervento per mancanza di tempo.

Il generale Jay Garner, amico personale di Donald Rumsfeld, è virtualmente il futuro governatore dell'Iraq, che garantirà una nuova Costituzione e deciderà tempi e modi di libere elezioni, mentre la potenza occupante (e in sedicesimo i suoi vassalli) avrà pieno diritto di sfruttamento dei pozzi petroliferi. Lo si legge sul "New York Times", non su "Liberazione". Per i curdi, purtroppo, anche questa volta nessuna libertà: la Turchia - comprata con 28 miliardi di dollari per l'uso delle basi - non vuole.

Il contesto mondiale è mutato, ma il metodo e le finalità dichiarate sono spaventosamente gli stessi della politica delle cannoniere in epoca coloniale, quando civiltà, libertà e progresso venivano appiccicati come obiettivi posticci per mascherare una politica di rapina.

Bush è già in guerra, con o senza l'ONU, e non si fermerà, e il Governo italiano ha già detto che sarà al suo fianco: concedendo basi, spazio aereo e infrastrutture alle truppe anglo-americane (e gli alpini in zona di aperto conflitto). L'Italia è già in guerra. Come si fa a dire che non c'è già uno scenario di guerra in cui noi siamo coinvolti? Su questo punto, la mozione del senatore Cossiga, che noi sosteniamo, è ineccepibile.

Sotto i colpi di maglio della superpotenza militare, che minaccia l'uso di bombe atomiche tattiche, va in crisi la NATO, vacilla l'Unione europea, vengono messe in mora le Nazioni Unite, il cui Consiglio di sicurezza o accetterà gli ukase di Washington o assisterà impotente e diviso alla guerra unilaterale di Bush. Tutto questo è già scritto, una terza ipotesi per l'ONU non è contemplata. Lo Stato più armato del pianeta, quello che più di tutti vende armi ai dittatori, vuole fare la guerra all'Iraq in nome del disarmo, e non c'è istituzione alcuna in grado di resistergli.

Ma la nostra politica è intrisa di ipocrisia e ognuno si affanna a interpretare a suo modo le Nazioni Unite e l'Unione europea, il Pontefice o il presidente Ciampi, sia chi vuole la guerra sia chi non la vuole! Almeno gli Stati Uniti hanno il pregio di essere chiari: dicono che niente li fermerà; hanno sempre chiamato guerra quella nei Balcani, in Afghanistan e oggi in Iraq, quando qui, dalle nostre parti, venivano coniati i termini più fantasiosi per aggirare la nostra Costituzione.

Se questa guerra nulla ha a che fare con la lotta al terrorismo, dato che tutti si aspettano, ovviamente, uno sviluppo senza precedenti degli attacchi terroristici nel mondo, a seguito della guerra all'Iraq, come fermiamo Bush? Come fermiamo concretamente questa guerra oggi? Come fermiamo sul serio il terrorismo?

L'unica possibilità per la pace è guadagnare il consenso dell'opinione pubblica mondiale contro l'aggressione all'Iraq. Il movimento straordinario di questi giorni, così unitario, perché mette insieme soggetti tanto diversi, e così radicale, nella sua opposizione pregiudiziale alla guerra, con o senza l'ONU, è la dimostrazione più chiara che la resistenza è in atto.

È questo moto di massa e radicale che costituisce l'altra "superpotenza", quella senza armi se non quella della ragione: e qui sta la sua forza. Bush, Blair e anche lei, signor Berlusconi, tutti dite di non volerne tener conto, ma i conti con loro dovrete farli. E anche parte del titubante centro-sinistra deve già farli, perché non è concesso a nessuno, neanche a Massimo D'Alema, di trattare questo movimento come intriso di nobili passioni, ma privo di proposta politica.

La proposta politica del movimento è raccolta nella risoluzione che presentiamo come Rifondazione Comunista e che vorremmo fosse sostenuta da tutta l'opposizione e da tutte le donne e da tutti gli uomini liberi che siedono anche in Parlamento.

Allego la parte del mio intervento che non posso pronunciare, se lei me lo consente, signor Presidente. (Applausi dai Gruppi Misto-RC, Misto-Com e dei senatori Martone e Zancan).

PRESIDENTE. Certamente le è consentito, senatore Malabarba.

È iscritto a parlare il senatore Pedrini. Ne ha facoltà.

PEDRINI (Misto-Udeur-PE). Signor Presidente, onorevoli senatori, la scelta tra pace e guerra, tra vita e morte, è drammatica.

Di fronte ad un tale bivio, non sono soltanto i credenti ad essere interpellati nelle coscienze, a sentire l'angoscia di una decisione che a tutti richiede un severo giudizio etico, prima che politico.

L'insegnamento della Chiesa, con la "Pacem in terris" di Giovanni XXIII e con la costituzione "Gaudium et spes" del Concilio Vaticano II è cogente: "Mai più la guerra, mai più la guerra!", come esclamò Papa Paolo VI.

Questo insegnamento, infatti, non può non parlare, almeno in Occidente, anche a chi si affida soprattutto alla ragione umana, per effetto di quella interazione tra Cristianesimo e cultura laica che è costitutivo della nostra civiltà.

Ma un precetto morale necessita pur sempre, da parte nostra, di essere calato in una decisione politica, che tenga conto della contestuale presenza di più opzioni di segno contrastante.

La nostra solidarietà con il popolo americano, così duramente colpito dal terrorismo internazionale, non può che essere piena e incondizionata.

Al contrario, la nostra valutazione sull'unilateralismo statunitense, sull'opzione della guerra "preventiva", anche contro l'avviso di importanti alleati europei, come la Francia, la Germania e il Belgio, anche contro l'avviso dell'ONU, non può essere positiva.

Non ci sono ragioni di alleanza, motivazioni di riconoscenza - che non possiamo e non vogliamo misconoscere - che siano sufficienti a fondare l'accettazione acritica di una linea di condotta che suscita perplessità ed avversione anche tra le stesse popolazioni nordamericane e della Gran Bretagna, come hanno detto, anche in questi Paesi, le imponenti manifestazioni popolari di sabato scorso.

Resto convinto che la strada di disarmare l'Iraq attraverso l'azione dell'ONU vada percorsa fino in fondo, senza lasciare nulla di intentato. Come resto convinto che se si vuole stabilizzare davvero quella regione occorra sciogliere una volta per tutte l'aggrovigliato nodo israeliano-palestinese.

L'Italia ha vitali interessi nel Mediterraneo e nel confinante Medio Oriente. Se il Governo non ne tenesse conto, tradirebbe il Paese.

In democrazia, la voce dell'opinione pubblica non risuona mai negativamente e non è saggio non ascoltarla. (Applausi dal Gruppo Misto-Udeur-PE e dei senatori Castellani e Rollandin).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Servello. Ne ha facoltà.

SERVELLO (AN). Onorevole Presidente del Consiglio, abbiamo ascoltato le sue dichiarazioni, puntuali e complete, sull'attuale grave momento internazionale.

L'evoluzione della crisi irachena allo stato dei fatti non può consentire conclusioni tali da imporci delle decisioni. La politica del Governo, come è stata esposta e ora ribadita, è chiara. L'Italia non punta a dividere l'Europa e a dividere quest'ultima dagli Stati Uniti. Tutti gli sforzi della nostra democrazia, e quelli personali del presidente Berlusconi, sono stati rivolti a questo fine.

Non ci si venga a dire che l'Italia, aderendo al documento degli otto, con Gran Bretagna e Spagna, ha diviso l'Europa. Sono stati Francia e Germania che, con un gesto unilaterale, e senza alcuna consultazione con i loro partner europei, hanno compiuto una scelta, peraltro legittima, in contrapposizione alla politica americana per quanto riguarda l'Iraq.

Il documento degli otto è stato un gesto chiarificatore, di fronte al tentativo di spingere l'Europa, nella sua globalità, su una posizione non da tutti condivisa. Una volta chiarito che la posizione franco-tedesca, per quanto autorevole, non rappresenta l'atteggiamento dell'Europa nel suo insieme, è possibile trovare, ed è quel che è avvenuto a Bruxelles, un punto di convergenza. Così come è stata superata, ma certo non ancora archiviata, la frattura in seno all'ONU.

Debbo però sottolineare che le critiche, con toni abbastanza inusuali, del presidente Chirac all'indirizzo di quei Paesi europei dell'Est che sono candidati all'ingresso nell'Unione europea e che hanno aderito al documento degli otto, sono da respingere nel merito e nella formulazione. Noi abbiamo sempre apprezzato, talvolta ammirato, quella "certa idea" della Francia che il presidente Chirac ha ereditato dal generale De Gaulle. Ma la violenza delle critiche del Presidente francese nei confronti di Paesi come la Polonia, l'Ungheria o la Repubblica Ceca, è sorprendente

Questi Stati europei hanno aspettato mezzo secolo per liberarsi dalla dottrina sovietica della "sovranità limitata". Una posizione, quella francese, riecheggiata imprudentemente da Romano Prodi, che poco si concilia con il rispetto verso il passato di sofferenza di queste nazioni e con la proclamata volontà di non dividere l'Europa.

Abbiamo già avuto occasione di ricordare che nessuno, ragionevolmente, è per la guerra e comprendiamo come larghi settori dell'opinione pubblica italiana e mondiale manifestino preoccupazione verso un conflitto i cui esiti certamente meritano riflessione. Ma il pacifismo non ha mai disarmato l'aggressore, piuttosto ha ostacolato la volontà di chi voleva neutralizzarlo. Nella storia gli esempi sono innumerevoli. E poi lasciatemi dire che la causa della pace non si serve con marce che mettono sul banco degli accusati il Presidente degli Stati Uniti ed assolvono di fatto Saddam Hussein. E nemmeno sventolando le bandiere con la faccia di Che Guevara, che con la pace aveva ben poca familiarità.

Aspettiamo quindi che l'iter diplomatico all'ONU segua il suo corso. La centralità delle Nazioni Unite e la loro insostituibile funzione di elemento fondamentale della legittimità internazionale sono da noi condivise e riaffermate. Unitamente alla comprensione che in queste ore difficili va all'America, bersaglio delle minacce che, indirettamente e no, gravano sulla sua sicurezza.

Forse si tratta anche di un'ipersensibilità nei confronti di un iperterrorismo.

In questa attesa è più che giusto che l’Italia onori i suoi obblighi di paese alleato degli Stati Uniti, così come fanno altri Paesi (è il caso, per esempio, della Germania) che pur non condividono le scelte americane.

L’autorizzazione alle forze armate americane di utilizzare le basi, lo spazio aereo, i porti e le strutture logistiche terrestri del nostro paese va ricondotta al trattato bilaterale del 20 ottobre 1954, che regola questo aspetto della cooperazione militare tra i due Paesi. Si tratta di "atto dovuto", quali che siano le interpretazioni che si possono dare al trattato in questione ed agli atti che lo integrano; un atto dovuto che nelle presenti condizioni sfugge alle decisioni parlamentari.

Diverso è il caso di eventuale nostra diretta partecipazione militare nell’ipotesi di una guerra contro l’Iraq. Al contrario di quanto avvenne in occasione della guerra del Kosovo, quando il Parlamento fu informato dopo e non prima che la nostra aviazione era impegnata in azioni di combattimento, questa volta ogni decisione sarà preventivamente sottoposta all’approvazione del Parlamento.

Non ci si venga a dire che l’altra volta, cioè in occasione della guerra in Kosovo, la scelta era della NATO e che la nostra aeronautica agì sulla base degli ordini dati dal comando alleato. Il Governo italiano non poteva essere all’oscuro ed era nelle condizioni, tramite le strutture di collegamento della Difesa, di bloccare un impiego giudicato improprio delle nostre Forze armate. Ricordo, a questo proposito, che nel comando dell’operazione "Enduring freedom", a Tampa negli Stati Uniti, c’era un ufficiale italiano incaricato non solo del coordinamento, ma anche del rispetto delle regole di ingaggio.

In occasione della guerra del Kosovo, nonostante la non ortodossia delle procedure parlamentari adottate dal Governo dell’epoca, l’opposizione di centro-destra fece una scelta responsabile, nella consapevolezza che la credibilità dell’Italia e il rispetto degli alleati fossero di gran lunga più importanti delle beghe di casa nostra.

Onorevoli colleghi, onorevole Presidente del consiglio, sarebbe auspicabile che l’attuale opposizione di sinistra si comportasse con lo stesso spirito. C’è qualche voce nelle sue file che, responsabilmente, lo invoca. Ci sono settori dell’opposizione che si sforzano di portare una luce di ragionevolezza e di realismo nella caotica casa dell’Ulivo. L’opposizione insulta la maggioranza per poter giustificare l’ardire delle sue tesi, ma conferma, per dirla con le parole di D’Alema, che questo non è un paese normale: non può esserlo con un’opposizione, che, ispirata solo da un odio personale piuttosto che da un progetto politico, non ha nulla di normale.

Peccato, perché in questo clima di tensioni talora strumentali, ogni speranza di ricomposizione unitaria a sostegno della nostra politica estera, come invocata dal Presidente del Consiglio, va a farsi benedire, insieme al beatificato - laicamente s’intende - Aziz, complice di quel Saddam Hussein che i girotondini di tutte le estrazioni di fatto assolvono, mentre condannano Bush e l’America.

Onorevoli colleghi, a parte tanta gente sinceramente preoccupata, insieme al Sommo Pontefice, al presidente Ciampi e a tutti noi, di evitare la guerra per costruire la pace nella sicurezza, quanti ipocriti, quanti struzzi, quanti sepolcri imbiancati! (Applausi dai Gruppi AN, UDC e FI e del senatore d’Ambrosio).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Vanzo. Ne ha facoltà.

VANZO (LP). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signori rappresentanti del Governo, signor Presidente del Consiglio, quando si ha la percezione, come in questi momenti, di essere nell’imminenza di svolte epocali per la vita del nostro Paese e del pianeta, ogni uomo è tenuto ad esprimersi mostrando tutta la sua umanità, la sua sincerità, il suo onore; è con questo spirito che mi accingo ad esporre alcune mie considerazioni.

Noi siamo convinti che dovrebbe essere l’ONU l’unico organismo legittimato a mantenere la pace nel mondo con autorità ed eventualmente anche con l’uso della forza, perché istituito da tutti i Governi della terra che si dichiarano democratici e quindi garante dei diritti e della libertà di ognuno di essi. Ritengo arbitraria la scelta dei modi e dei tempi con cui gli Stati Uniti decidono di mettere in moto la loro macchina bellica.

Nutro profondi e realistici dubbi sul fatto che il petrolio sia assolutamente estraneo alle motivazioni che richiamano in quella zona esplosiva un’armata di tale proporzioni, visto che non sarebbe la prima volta; abbiamo dovuto constatare come l’industria bellica americana sia verosimilmente la più grande a livello mondiale e che sia estremamente competitiva sul mercato internazionale, garantendo lavoro alle migliaia di persone che in essa sono occupate. Tuttavia, non ci è lecito pensare che la libertà e la democrazia che ci sono in quel paese siano solo il paravento dell’interesse economico e della corsa alla supremazia a livello mondiale.

La storia ci ha insegnato come dietro ai fatti e alle verosimili cause che li hanno generati vi sia sovente un’altra verità, trascinandoci a volte in confronti e valutazioni assai difficili da cui sembra impossibile trarre la "vera verità"; e non fa eccezione certo la storia degli Stati Uniti dalle sue origini ai giorni nostri.

Oggi noi - la comunità internazionale - abbiamo il diritto di sapere prima. I dubbi sulla legittimità dell’intervento americano in Iraq sono motivati dalla presenza del petrolio: oggi la comunità internazionale ha diritto di avere dagli Stati Uniti garanzie sufficienti per capire che il petrolio resterà comunque appannaggio del popolo iracheno, che non ci sarà lo sfruttamento a buon mercato di quella loro risorsa naturale che, finalmente sfruttata pacificamente, porterà loro il benessere, la prosperità e lo sviluppo di cui hanno bisogno.

Agli Stati Uniti, prima superpotenza mondiale in grado di condizionare in modo positivo o negativo la politica estera dei Governi della terra, Paese accusato di neo-imperialismo mentre i suoi giovani vanno a morire in nome della giustizia, della libertà e della democrazia, noi chiediamo trasparenza nelle scelte di politica estera, stante il fatto che hanno implicazioni più o meno dirette sull’assetto politico mondiale, diversamente da quanto sta facendo il Governo iracheno che, se è riuscito forse a nascondere armi proibite, non è riuscito a nascondere lo sforzo messo in atto per controllare gli ispettori dell’ONU e vanificare le loro ricerche, né la ferma volontà di non offrire le prove dell’avvenuta distruzione di armi della cui esistenza vi era certezza.

Grave sospetto di propagandismo purtroppo ci ha assaliti nel sentire che Saddam Hussein ha rivolto l’invito al Santo Padre di recarsi in Iraq. Il dittatore iracheno, che ha fatto ammazzare un numero spaventoso di persone, molte delle quali suoi sudditi, che ha disatteso innumerevoli risoluzioni dell’ONU che gli intimavano di cambiare la sua politica aggressiva e la corsa agli armamenti, preferendo un embargo economico da parte della comunità internazionale che ha causato la morte di migliaia di iracheni, bambini per primi, avrebbe la pretesa di essere creduto!

E che dire del suo stretto collaboratore, il braccio destro di un tiranno sanguinario che viene in Italia preceduto dal titolo di "cristiano"? Ma cristiano di che? E va ad Assisi, va dal Santo Padre, si presenta a pranzi invitato soprattutto da esponenti di sinistra, ostentando un sigaro similtoscano con una faccia tranquilla e suadente, non senza raccomandare all’Europa di "non provocare la rabbia dell’Islam" (detta così, forse non ha l’aria né di una raccomandazione, né di un ordine del giorno).

Pretendiamo meno opportunismo dagli Stati Uniti di quanto non abbiano mostrato Francia e Germania, che per evidenti motivi economici e politici strettamente nazionali hanno platealmente messo in pericolo l’Alleanza atlantica, la rottura della quale sarebbe per la giovane Europa foriera di conseguenze catastrofiche al pari, se non di più, di una guerra.

Io sono antiamericano quel tanto che basta per affermare con forza che sono europeo, sono italiano, veneto, padovano oltre che padano. Giudico strumentale da parte della sinistra l'intento di dimostrare di volere la pace, "appiccicandosi" al nome stesso della pace, tentando subdolamente di "comunicare" il binomio pace associata a sinistra, il tutto sopra un drappo color arcobaleno, come se noi di centro-destra auspicassimo la guerra per i nostri figli, come se la gente non si ricordasse (ma la gente si ricorda la guerra del Kosovo che è avvenuta appena quattro anni fa?) che quattro anni fa il Governo presieduto dall’onorevole D’Alema (forse per più nobili princìpi?) ha collaborato, fornendo servizi e basi, con gli USA per distruggere la Serbia, causando migliaia di morti. Milosevic è stato prelevato tranquillamente dopo un anno circa dalla fine della guerra.

Le manifestazioni a favore della pace come quelle di sabato 15 febbraio servono sicuramente a far desistere Governi democratici come il nostro a non intraprendere iniziative di guerra con i popoli vicini o ad iniziare una folle corsa agli armamenti (tentazioni che al momento non ci riguardano), ma purtroppo il mondo è già una polveriera e, tralasciando di ipotizzare quali sarebbero state le conseguenze per i manifestanti se il numerosissimo corteo fosse sfilato davanti ai palazzi di Saddam Hussein, senza diretta televisiva, non si può ragionevolmente pensare di andare a disarmare a casa loro dei dittatori sanguinari armati di sole bandiere. La storia ci insegna come l’illusione di evitare conflitti su vasta scala firmando trattati di pace sia stata spazzata via dalla follia omicida, generando poi morte e distruzione.

Siamo per la pace, quella vera e duratura, non quella del sabato o della domenica. Siamo per la pace fra i popoli, per la libertà e la democrazia di ogni popolo, anche del popolo iracheno. (Applausi dal Gruppo LP e del senatore D’Ambrosio. Congratulazioni).

EUFEMI (UDC). Signor Presidente, onorevole Presidente del Consiglio, senatori, a distanza di pochi giorni dalle comunicazioni del Presidente del Consiglio, il Parlamento è nuovamente chiamato a valutare la situazione generale rispetto alla vicenda irachena.

È un gesto di responsabilità che apprezziamo, una verifica dell'azione svolta, una continua ricerca di un consenso, così come autorevolmente voluto dal Capo dello Stato, il più ampio possibile su posizioni di politica internazionale che richiedono, responsabilmente, il supporto di tutti quelli che hanno a cuore una posizione condivisa, come ha confermato il Vertice di lunedì di Bruxelles, che ha registrato una posizione comune, come con forza auspicato dall'Italia.

Sarebbe un grave errore la strumentalizzazione a fini interni della ricerca di soluzioni internazionalmente condivisibili, che mirano a tenere uniti i Paesi europei, il dialogo euro-atlantico, in un costante quadro di riferimento delle Nazioni Unite, riaffermando dunque la centralità dell'ONU. Sarebbe dannoso e strumentale, e certamente non conforme all'atteggiamento responsabile che questa maggioranza ha costantemente tenuto quando era all'opposizione.

Registriamo una forte continuità nelle linee di politica estera del Governo nei rapporti con l'Unione europea, avendo operato per la unità di azione europea e per la comunità atlantica.

Si affacciano problemi nuovi. L'Alleanza atlantica va indubbiamente riformata, perché è squilibrata tra un pilastro forte e tanti piccoli pilastri. È indubbio che occorra un riequilibrio, ma ciò dipenderà dal processo di integrazione europeo, dal rafforzamento dell'Europa come entità politica, non solo economico-monetaria, dalla sua capacità di assumere responsabilità, dalla sua capacità di esprimere una politica estera comune e il suo interesse complessivo rispetto a quello delle singole nazioni. È questa la sfida cui è chiamata l’Europa.

Bene ha fatto il Governo a tenere sulla stessa linea le Nazioni Unite, l’Unione europea e gli Stati Uniti. Ciò significa da un lato moderare l'individualismo, l'unilateralismo americano, la tentazione americana di fare da sola e dall'altro le tentazioni di stampo gollista di chi non vuole, non accetta il ruolo delle Nazioni Unite, come sede per la definizione dei contrasti politici; ma c'è anche un problema ONU, da ricostruire, un'ONU all'altezza del compito, nella cui composizione continua a riflettersi la logica dei vincitori e il suo scarso intervento rispetto alle centinaia di conflitti locali che hanno insanguinato il mondo.

È dunque tempo di pensare al rilancio dell'ONU e alla ristrutturazione del suo organismo operativo, il Consiglio di sicurezza, trasformandolo in organismo di governo efficace per la sicurezza mondiale.

Occorre fare di tutto per evitare la guerra e il Governo si è mosso in tale senso.

Va ribadito come nel documento comune dei Capi di Stato e di Governo tre princìpi sono stati fortemente sottolineati: la posizione unitaria dei Paesi europei; la ricomposta solidarietà atlantica; il fatto che la cornice di qualsiasi decisione è quella delle Nazioni Unite come espressione della capacità di difendere l'ordine internazionale.

Questi sono i capisaldi entro i quali il Governo si muove e l'UDC ha sempre sostenuto e continua a sostenere che fino all'ultimo c'è la possibilità di una soluzione pacifica della crisi, ma di fronte a palesi violazioni delle numerose risoluzioni delle Nazioni Uniti che portassero al rischio dell'uso di armi di distruzione di massa di cui l'Iraq fosse in possesso, l'uso della forza sanzionato dalle Nazioni Unite finirebbe per diventare inevitabile. Perché Saddam ha minato la pace.

Condividiamo e facciamo nostri gli appelli del Santo Padre, perché prevalgano gli strumenti diplomatici e il dialogo, per non rassegnarsi alla guerra, quasi che fosse inevitabile, proseguendo nel cammino che porti alla pace. Per rendere chiara la nostra posizione: tra Bush e il Papa siamo con il Papa, ma tra Bush e Saddam siamo con Bush. Siamo impegnati a difendere la pace, ad evitare la guerra, ma non c'è pace senza disarmo di Saddam, perché il suo disarmo, il controllo e la eliminazione delle armi di distruzione di massa, dei suoi armamenti chimici e batteriologici non è un problema privato dell'Italia o dei Governi occidentali, ma di tutta la Comunità internazionale.

Siamo impegnati a ottenere la pace con una pressione forte e costante, contribuendo all'impegno militare con l'utilizzo delle basi e delle infrastrutture, nel rispetto dei Trattati fino a far cambiare atteggiamento all'Iraq, non con maggiore tempo ma con indispensabile cooperazione, come è stato ricordato. La politica della fermezza siamo certi produrrà effetti positivi.

Recepiamo nel Paese una forte volontà di pace. La pace per noi è un bene indivisibile da ricercare sempre.

Non può tuttavia essere rappresentato solo da un pacifismo a senso unico, rappresentato dalla piazza e che in questo caso potrebbe finire per diventare solo antiamericanismo fatto di odio e di divisioni. I Governi devono interpretare anche le maggioranze silenziose, non solo quel movimento rumoroso che non innalza le bandiere dell'ONU, ma che nel pacifismo finisce per coniugare i simboli dell'antiamericanismo e il contrasto alla globalizzazione. Un pacifismo che non dice nulla su una dittatura come quella irachena che annienta qualsiasi controllo politico e morale; rende difficile il disarmo di Saddam; non mostra altrettanta determinazione rispetto alla cieca violenza di Saddam contro uomini e bambini e sul genocidio dei curdi.

La ricerca della pace richiede a volte prezzi alti, un'esigenza a cui non ci si può sottrarre. Il ricorso alla forza è l'ultima risorsa. Nel 1938 essere per la pace avrebbe significato non abbandonare la Cecoslovacchia a Hitler. Avrebbe significato fare una scelta di libertà; il dilemma allora resta drammatico. Ai giovani va ricordato il costo politico di una inazione, che sarebbe altissimo, e va anche ricordato che i soldati americani sacrificarono la loro vita per la libertà dell'Europa, e che allora non c'era petrolio da conquistare ma libertà da difendere.

Il Gruppo UDC condivide la linea esposta dal Presidente del Consiglio. Esprime solidarietà al Governo che, oggi, rappresenta in Parlamento una posizione genuina che evidenzia un successo complessivo dell'azione di Governo che abbiamo sostenuto e incoraggiato.

Al Presidente del Consiglio e al Governo che hanno saputo muoversi lungo i sentieri nuovi e difficili della diplomazia che richiedono posizioni non ambigue, esprimiamo consenso e convinto sostegno per avere rinsaldato la Comunità atlantica, ricercato e ritrovato una più forte coesione europea, affidato all'ONU la decisione finale e la responsabilità del disarmo dell'Iraq. (Applausi dai Gruppi UDC, FI, AN, LP e del senatore Carrara).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Rigoni. Ne ha facoltà.

RIGONI (Mar-DL-U). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, desidero subito sottolineare la massima delicatezza del momento nel quale si svolge questo dibattito sulla questione irachena.

Sono in corso gli estremi, decisivi tentativi di soluzione politica della questione. È in questi giorni che la partita, sul piano diplomatico, verrà definitivamente vinta o perduta.

L'Unione europea sta attraversando, a proposito della crisi irachena, uno dei suoi momenti più difficili e travagliati: l'obiettivo di una politica estera e di sicurezza comune è sembrato, nell'arco di pochi giorni, allontanarsi e poi, solo nelle ultime ore, farsi più vicino.

Un'evoluzione ulteriore della crisi potrebbe segnare profondamente il processo di integrazione in questo campo, soprattutto se la spaccatura non dovesse definitivamente ricomporsi. Tutto ciò avrebbe un effetto ulteriormente "spiazzante" se avvenisse nel momento in cui, in sede di Convenzione sull'Avvenire dell'Europa, si affronta in termini approfonditi questo tema.

E ancora - è inutile negarlo - è estremamente delicata la questione dei rapporti italiani ed europei con gli Stati Uniti d'America; rapporti che in questa vicenda sono sottoposti ad una tensione non indifferente. Bisogna sottolineare che la preoccupazione del mantenimento di una salda e costruttiva collaborazione con gli Stati Uniti è presente nell'opposizione in modo non minore che nella maggioranza.

Occorre evitare quindi strappi e lacerazioni, così come occorre evitare assolutamente di fornire all'opinione pubblica internazionale l'impressione di un'Europa politicamente rassegnata, supina e subalterna agli Stati Uniti. Si tratterebbe in entrambi i casi di un errore assoluto, in grado di produrre guasti difficili da riparare e quindi da scongiurare.

Questi, a mio parere, sono alcuni elementi di riferimento che devono guidare l'azione di politica estera italiana. In primo luogo, il vincolo costituzionale a favore della pace: l'Italia promuove e sostiene la soluzione pacifica delle controversie internazionali e la sua politica estera è, e deve rimanere, orientata in questa direzione.

In secondo luogo, la promozione delle organizzazioni internazionali che perseguono il valore della pace: l'Italia riconosce il ruolo essenziale delle organizzazioni internazionali impegnate in tale direzione. Nella situazione attuale ciò significa sostenere e promuovere in ogni caso ed in ogni modo l'azione dell'ONU nella vicenda irachena, salvaguardandone la credibilità internazionale.

Occorrerebbe che qualcuno ricordasse all'amministrazione americana (e chi se non lei, signor Presidente del Consiglio, vista la familiarità di rapporti che tanto spesso sottolinea con l'attuale Presidente degli Stati Uniti?) che esiste una sede internazionale che ha cambiato il modo tradizionale di risolvere le controversie internazionali.

Occorre esprimere un "no" senza ritorno a qualunque ipotesi o dottrina di guerra preventiva unilaterale, assicurando all'ONU un ruolo centrale e insostituibile nell'ordine internazionale.

In terzo luogo, vi è la necessità che l'ONU continui la propria opera di ispezione e controllo del regime iracheno attraverso gli ispettori. L'ONU, nata dalle macerie della seconda guerra mondiale, è un'organizzazione che ha fatto tesoro delle passate esperienze e del fallimento della Società delle Nazioni. Non ci troviamo di fronte ad una organizzazione priva di artigli, destinata soltanto ad una politica di appeasement priva di incidenza concreta.

In quarto luogo, occorre promuovere una ricomposizione su una linea unitaria dei Paesi dell'Unione europea. Le risultanze del recente vertice straordinario di Bruxelles costituiscono, a mio avviso, un segnale incoraggiante sotto questo punto di vista: il riconoscimento che le Nazioni Unite si collocano al centro dell'ordine internazionale, il richiamo all'obiettivo del disarmo dell'Iraq, il sostegno all'azione degli ispettori ONU, cui vanno riconosciuti "il tempo e le risorse che il Consiglio di sicurezza ritenga necessarie", costituiscono affermazioni nelle quali il Gruppo della Margherita si riconosce pienamente, e che devono impegnare l'azione del Governo in ogni suo passo diplomatico futuro nella presente crisi.

Ecco quindi, signor Presidente del Consiglio, che il quadro istituzionale dell'ONU ci offre tutti gli strumenti per giungere ad una soluzione della crisi irachena efficace e allo stesso tempo giusta. Tutto ciò ha maggiore significato in una vicenda che rischia di vedere contrapposti l'Occidente e il mondo islamico, in una prospettiva di scontro frontale che servirebbe soltanto a fare il gioco di chi, nell'estremismo islamico, tale contrapposizione auspica e stimola, e di chi, come il crudele ma astuto regime iracheno, non perderebbe l'occasione di generalizzare le ragioni del conflitto, facendo così passare in secondo piano le proprie gravissime responsabilità, internazionali e interne.

In questo contesto, quindi, deve riaffermarsi la necessità di rafforzare il processo di pace in Medio Oriente e di risolvere il conflitto israelo-palestinese.

Rispetto all'atteggiamento rassegnato del suo Governo, onorevole Berlusconi, verso una guerra ritenuta ineluttabile e rispetto ad un'Europa subalterna e impotente di fronte ad un intervento armato, ritenuto ormai inevitabile, noi scegliamo di stare, signor Presidente del Consiglio, insieme ai milioni di partecipanti alla marcia della pace, il più grande sondaggio di opinione che lei potesse aver mai immaginato di commissionare.

Scegliamo di stare dalla parte della vecchia Europa, l'Europa della saggezza, del presidente della Commissione Romano Prodi, il suo incubo peggiore, se così posso dire, che ha a cuore il disarmo del dittatore Saddam Hussein, ma non rinuncia a battersi fino in fondo, fino all'ultimo, per il valore universale, irrinunciabile della pace per impedire la guerra.

Per tutte queste ragioni, signor Presidente del Consiglio, nella presente situazione, valutando positivamente la risoluzione del Consiglio europeo di lunedì, noi chiediamo al suo Governo che l'Italia appoggi con ogni sforzo l'azione dell'ONU nella soluzione della crisi irachena, perseguendo una posizione europea di unità politica e strategica, in costante dialogo con l'Alleanza atlantica, per esercitare ogni azione utile affinché il bene supremo della pace venga preservato. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U, DS-U e Verdi-U. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Morando. Ne ha facoltà.

MORANDO (DS-U). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, abbiamo apprezzato la robusta correzione di linea che ha portato lei e il suo Governo a partecipare prima all'elaborazione e poi a sottoscrivere il documento del Consiglio europeo sulla crisi irachena.

Il nostro apprezzamento, signor Presidente del Consiglio, nasce dal fatto che siamo fermamente convinti della possibilità di obbligare Saddam Hussein a disarmare senza fare ricorso alla guerra. Il documento del Consiglio europeo impegna l'Europa esattamente al perseguimento di questo obiettivo; un obiettivo che consideriamo effettivamente conseguibile contro il falso realismo di quanti - e sono molti in tutti gli schieramenti - considerano ineluttabile l'esito della guerra e ispirano cinicamente a questo giudizio la propria condotta.

Lei, signor Presidente del Consiglio, questa mattina ha cercato di nascondere, oppure - diciamo così - di minimizzare la portata di questa correzione di rotta e ha parlato di continuità e di coerenza con la linea seguita dal Governo nelle ultime settimane e fin dall’inizio della gestione della crisi irachena. Naturalmente, non le dirò che non capisco le ragioni che la muovono a formulare questo giudizio, ma non mi pare una tesi persuasiva questa dell’assoluta continuità; anzi, dirò che non mi pare una tesi utile nemmeno dal punto di vista governativo per sostenere la credibilità, la forza della posizione che adesso, assieme agli altri Governi europei, il suo Governo, il nostro Governo ha preso.

Lei, signor Presidente, secondo noi, ha sbagliato e in ogni caso ha seguito un’altra linea rispetto a quella contenuta nel documento del Consiglio europeo, quando ha firmato la lettera degli otto. E ci preoccupa che anche questa mattina lei abbia richiamato quel testo come un atto produttivo di conseguenze unitarie nel contesto europeo.

Intendiamoci, signor Presidente, io non nego minimamente che con lei, con il suo Governo, abbiano sbagliato (anche se non come lei e come il suo Governo) altri Governi europei, cioè quanti nelle settimane scorse hanno assunto posizioni che hanno diviso l’Europa. Citerò - lo faccio da socialdemocratico, da socialista - Governi presieduti da leader socialisti che mi sono molto cari, la Repubblica federale tedesca, il Regno Unito. Anche per questi Governi, obiettivamente, il documento del Consiglio europeo costituisce una significativa correzione di rotta rispetto alle posizioni che essi avevano assunto.

"Lo schieramento militare" - dice il documento approvato in queste ore dal Consiglio europeo - "è stato essenziale per ottenere il ritorno degli ispettori". Difficile dire che Schröder nelle settimane scorse abbia sostenuto posizioni che avessero perfetta sintonia con questo giudizio. Dice il documento in un’altra parte: "Siamo impegnati affinché le Nazioni Unite restino al centro dell’ordine internazionale". Lo riferisco ai giudizi, agli atti compiuti dal compagno Tony Blair: certamente è difficile dire che tutti gli atti siano coerenti con il giudizio e la valutazione contenuti nel documento del Consiglio europeo.

Ma, signor Presidente, è proprio qui che sta il carattere dinamico del documento che i Governi europei hanno approvato nei giorni scorsi. Non è la riproposizione e la giusta posizione burocratica delle precedenti posizioni, è una iniziativa dinamica che cambia le posizioni precedenti. Secondo me converrebbe all’Italia, converrebbe al suo Governo, converrebbe all’Europa, converrebbe al Consiglio di sicurezza dell’ONU che questo elemento dinamico venisse affermato con coerenza.

In ogni caso, noi qui, condividendo tutte le indicazioni che sono contenute nel documento del Consiglio europeo, al di là della valutazione negativa che diamo delle scelte compiute dal suo Governo che ci hanno portati fin qui, diciamo: bene aver raccolto la sollecitazione della lettera del Presidente della Repubblica, che spingeva nella direzione giusta; saremo severi e attenti esaminatori dell’attività del Governo e attenti sollecitatori di iniziative coerenti con quell’indirizzo, pronti a denunciare qualsiasi forma di allontanamento e di ambiguità.

Anche nel suo discorso di oggi un'ambiguità c’era, mi permetta di dire. Certo che non lasceremo soli gli Stati Uniti d’America, signor Presidente, ma non li lasceremo soli non in una chiave di rapporto preferenziale e unipolare: non li lasceremo soli perché la gestione della crisi irachena sarà affidata interamente alle mani dell’ONU, deve restare nelle mani del Consiglio di sicurezza dell’ONU, di cui fanno parte, in posizione di grande responsabilità, gli Stati Uniti d’America. (Applausi dai Gruppi DS-U, Verdi-U e Mar-DL-U).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pianetta. Ne ha facoltà.

PIANETTA (FI). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, lei ha fornito oggi al Senato un’ampia e dettagliata illustrazione dell’attività e delle posizioni del Governo italiano in merito alla preoccupante situazione irachena nel contesto internazionale.

Condividiamo quel che lei ha detto con convincimento, per la chiarezza, la coerenza e la fermezza, perché è una responsabile posizione che lavora per la pace. Il suo intervento di stamane, onorevole Presidente del Consiglio, continua la costante e puntuale presenza del Governo in Parlamento in ordine alla situazione internazionale, a testimonianza di un attivo impegno del Governo sulla scena internazionale, svolto con grande senso di responsabilità. Impegno e responsabilità che implicano una gestione politicamente complessa, ma che può contribuire meglio, rispetto ad altre posizioni di altri attori internazionali, al conseguimento di condizioni di pace e di sviluppo tra i popoli.

La recente posizione condivisa dell'Unione europea è frutto anche del contributo e dell'impegno dinamico e attivo dell'Italia, impegno basato su comportamenti e posizioni coerenti, e costruito con molta determinazione. Non è condivisibile la tesi secondo la quale l'Italia non ha chiarito la propria posizione o ha posizioni ambigue. È una tesi ingenerosa, non fondata sui fatti.

Il Governo, e in particolare il Presidente del Consiglio, ha indicato i più importanti punti di riferimento della grave crisi irachena entro i quali avrebbe collocato la propria posizione. Il primo era, e continua ad essere, il comportamento dell'Iraq in rapporto agli obblighi posti dalle risoluzioni delle Nazioni Unite sul disarmo delle armi di distruzione di massa e, in particolare, dalla risoluzione 1441.

Altro punto di riferimento è stato quello della collegialità delle decisioni da adottare, con speciale riguardo all'opzione della forza qualora si fosse rivelata inefficace la via politica e diplomatica. Di qui la centralità e la credibilità - e sottolineo la credibilità - delle Nazioni Unite. Di qui la ricerca e lo svolgimento di un'azione fortemente attiva ed il coinvolgimento delle istituzioni internazionali ed europee attorno agli Stati Uniti d'America, con spirito d'amicizia e secondo vincoli condivisi di una forte strategia di alleanze.

Il presidente Berlusconi è stato tra i primi ad assicurare solidarietà ed appoggio al rigore e alla determinazione degli Stati Uniti d'America nel porre fine alle violazioni delle risoluzioni delle Nazioni Unite da parte del regime iracheno, il che non deve sorprendere alcuno, dati i vincoli di alleanza e di amicizia che legano i due Paesi e i due Governi.

Da sempre il Governo ha indicato l'inopportunità di un'azione unilaterale, mostrando contrarietà verso di essa. Sappiamo certamente valutare le conseguenze che l'eventuale azione militare avrebbe nella regione ed oltre: di qui il convinto sostegno fornito dal Governo alle Nazioni Unite.

E tuttavia non concordiamo con chi vede il dispiegamento militare americano nella regione quale elemento di contraddizione, quale indice, cioè, della volontà dell'Amministrazione USA di sottrarsi a consultazioni ed intese con gli alleati.

Ricordiamoci dell'adagio proverbiale dell'antica Roma: se si vuole veramente la pace, occorre dare credibilità alla minaccia dell'uso militare per prevenire la guerra senza mortificare la dignità e l'autorevolezza delle Nazioni Unite. Di qui la condivisione delle recenti autorizzazioni del Governo per lo svolgimento di attività tecniche nell'attuale situazione.

Sono pressioni mirate al disarmo iracheno e alla pace, volute da tutti noi, da tutti gli uomini di buona volontà. L'obiettivo è quello di arrivare ad una soluzione pacifica. L'uso della forza dev'essere considerata solo un'ultima risorsa; quindi la guerra è evitabile. La soluzione pacifica è però nelle mani dell'Iraq: l'Iraq deve collaborare, rispettare e adempiere alle risoluzioni dell'ONU.

Mi permetta, signor Presidente del Consiglio, di concludere pensando anche al popolo iracheno, un popolo di uomini, di donne, di giovani, di bambini che soggiace ad una dittatura oppressiva che lo priva delle libertà fondamentali. Violazione dei diritti umani, esecuzioni sommarie e arbitrarie, torture, stupri, sparizioni di persone, deportazioni: sono questioni che attengono al popolo iracheno, ma devono anche coinvolgere la comunità internazionale. Non possiamo essere disattenti, vogliamo lavorare - e il Governo italiano lo sta dimostrando - per la pace e lo sviluppo di tutti. (Applausi dai Gruppi FI, LP, UDC, AN e dal senatore Carrara).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Andreotti. Ne ha facoltà.

ANDREOTTI (Aut). Signor Presidente, interverrò direttamente in sede di dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Martone. Ne ha facoltà.

MARTONE (Verdi-U). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, signor Ministro, per l'ennesima volta, come in altre occasioni nelle quali il Governo è venuto a riferire sulle sue iniziative di politica estera, abbiamo un gran daffare per cercare di far emergere, al di sotto dell'usuale cortina fumogena di buone intenzioni e dichiarazioni di principio, spesso svolte ad arte a uso e consumo della stampa e della pubblica opinione, quali siano in effetti gli elementi concreti del vostro agire. E quali siano i princìpi portanti della politica estera del nostro Paese.

Il dibattito che stiamo svolgendo sulla crisi irachena non può prescindere da alcuni elementi secondo noi cruciali. II primo è l'insorgere, ormai chiaro ed evidente, di un nuovo forte soggetto che irrompe con forza nello scenario politico che ha dominato finora questa crisi dagli esiti tuttora incerti. Quella che molti giornali, come il "New York Times", hanno definito la seconda superpotenza, quel soggetto collettivo di 110 e passa milioni di persone che, in uno slancio senza precedenti, nella storia, ha conquistato le piazze e le strade di mezzo mondo per ribadire un no secco e senza distinguo alla guerra.

Un no che porta con sé la preoccupazione per quello che questa guerra può significare in termini di azzeramento della legalità internazionale e delle istituzioni della governance globale e per gli effetti nefasti di un'operazione militare ispirata ai più gretti princìpi di una politica di potenza che tutti speravamo ormai relegata nei libri di storia.

Questo soggetto collettivo ha dimostrato nella sua eterogeneità culturale e politica, una grande maturità, lasciandosi dietro posizioni di superficiale antiamericanismo e delineando un percorso di pace e prevenzione non violenta dei conflitti.

Questo soggetto collettivo ci pone dinanzi a numerose sfide ed evidenzia numerose contraddizioni che caratterizzano oggi il dibattito politico istituzionale e anche le forme tradizionali di rappresentanza politica.

Quei tre milioni - ma il numero poco conta in questo caso - che hanno inghiottito pacificamente le strade di Roma ci chiedono un atto di coerenza, di ricreare un canale di comunicazione a doppia via tra la politica rappresentativa e il loro agire quotidiano, le loro aspettative, esigenze e proposte.

Una sfida non di poco conto, che lei, signor Presidente del Consiglio, e buona parte della maggioranza avete archiviato con disinvoltura e con un senso latente di fastidio, con frasi di circostanza come quelle che lei ha pronunciato oggi in questa sede. Un fastidio che non ci è nuovo e che sembra mettere in luce la scarsa solidità delle strategie di comunicazione e persuasione cui spesso e volentieri vi ispirate, confondendo i cittadini, gli elettori e le loro aspirazioni con un pubblico o una audience che non ha diritto di parola e che dovrebbe recepire passivamente le vostre ricette per la felicità e il benessere.

Si badi bene: le nostre scelte, oggi, e le nostre convinzioni su questa guerra alle porte non sono fondate sul recepimento acritico delle istanze della piazza (non faremmo giustizia alle legittime aspettative dei cittadini e delle cittadine che ci chiedono oggi responsabilità e coerenza), ma sono ispirate dallo stimolo e dalle proposte dei movimenti, nel loro contenuto, e rispondono a una logica di nuova rappresentanza politica alla quale questi, oggi, si ispirano e ci chiamano.

A maggior ragione, di fronte a una situazione in continua evoluzione e che oggi come non mai ci fa sperare nella possibilità sempre più evidente di poter evitare la tragedia. Forse troppo ci siamo abituati ad accettare il concetto di ineluttabilità della guerra, come fosse l'opzione di riferimento, l'asse attorno al quale sviluppare la nostra azione. Oggi - da oggi - invitiamo voi a cambiare prospettiva, e a partire dal presupposto che, piuttosto che la guerra, la pace è imprescindibile e ineluttabile!

Dopo le informative di Hans Blix e di El Baradei che hanno fatto chiarezza tra le mille insinuazioni e i mille tentativi di trovare quella pistola fumante che avrebbe giustificato un attacco immediato da parte degli USA, dopo la prova evidente dell'inattendibilità delle prove addotte circa l'esistenza di armi di distruzione di massa e l'episodio certo non edificante del plagio compiuto da Tony Blair con il suo rapporto sui diritti umani in Iraq, ci sembra che le ragioni - fin dall'inizio per noi inconsistenti - di un conflitto armato contro quel Paese stiano sfumando definitivamente.

Questi giorni, però, hanno visto anche alcune gravi fibrillazioni in quelle istituzioni internazionali che, nel bene o nel male, costituiscono l'architettura di riferimento per la politica estera del nostro Paese: le Nazioni Unite, l'Unione europea, la NATO.

Oggi lei, signor Presidente del Consiglio, ci viene a raccontare del ruolo chiave dell'Italia nel mediare tra le varie posizioni, nel facilitare una posizione europea che potesse evitare la scomparsa dell'Unione come soggetto politico globale. Ce lo viene a dire oggi, ma mi lasci dire che finora non ce ne siamo veramente accorti. Nelle passate occasioni di dibattito parlamentare non abbiamo mai avuto occasione di percepire dalle vostre parole una strategia chiara e consistente di fronte a questa grave impasse. Né ci avete fornito elementi per poter ipotizzare un nostro sostegno ad una iniziativa di pace e di diplomazia da voi svolta.

Due sono le cose: o i vostri guru della comunicazione stavolta non sapevano che pesci pigliare, vista la contraddittorietà delle posizioni da lei espresse di volta in volta a seconda della bisogna (dalla solida alleanza con gli USA in tutto e per tutto alle professioni di europeismo puntualmente disattese con la firma della lettera degli otto e che ora si cerca di recuperare con il compromesso raggiunto in sede europea), oppure ritenete, come spesso fate, poco opportuno coinvolgere attivamente il Parlamento, considerandolo piuttosto un segmento della vostra audience, oppure avete dovuto decidere una linea politica all'ultimo minuto, compressi tra i sondaggi di opinione che stavolta vi davano in netta discesa, le esortazioni del presidente Ciampi e le invocazioni del Papa.

Certo, in tutti i casi - sia quello dell'incoerenza, sia quello della percezione singolare del ruolo del Parlamento - non possono mancare il nostro disappunto e la nostra netta espressione di insoddisfazione.

La questione oggi però non riguarda solo la forma, ma anche la sostanza della vostra azione. Partiamo dal compromesso europeo, che molti media hanno percepito come un disperato tentativo di salvaguardare la compattezza dell'Unione, messa a dura prova da scelte come la vostra, che non fanno giustizia della vocazione che i Paesi fondatori dell'Unione vorrebbero ad essa imprimere.

Un accordo che non possiamo ignorare, del quale prendiamo atto e che in certo qual modo riapre le strade ad una soluzione negoziale allo stato attuale dei fatti. Un compromesso che, però, sembra affidare ad altre istanze le decisioni finali. Come se l'Unione ammettesse la sua debole potenzialità come soggetto politico e cercasse di salvare almeno l'apparenza, lasciando poi ai singoli Stati membri, in quanto membri anche di altri organismi quali la NATO o il Consiglio di sicurezza, il compito di sopravvivere alle proprie contraddizioni.

Resta importante, tuttavia, il riferimento alla necessità di dare tempo agli ispettori per svolgere il loro compito; un elemento, quello della scadenza temporale, che lo stesso Kofi Annan ha voluto mettere una volta per tutte in chiaro di fronte a varie interpretazioni di comodo che vorrebbero dare alla risoluzione 1441 un carattere ultimativo. È il caso di ribadirlo anche oggi: quella risoluzione non contiene né termini temporali, né il ricorso automatico alla forza in caso di violazione della stessa.

La ricerca di un compromesso sulla carta, però, ha lasciato molti punti in sospeso; come sempre, il linguaggio volutamente ambiguo dei documenti di compromesso dà occasione per differenti interpretazioni, e queste non sono mancate soprattutto sul tema dell'uso della forza e sulla sua possibile caratteristica di extrema ratio. Insomma, il documento europeo è un piccolo capolavoro di diplomazia che però non ci porta né un passo avanti, né un passo indietro. Un capolavoro di diplomazia e nulla più, che nasconde dietro le parole l'evidenza, ma rinvia a data da destinarsi la soluzione vera del problema.

Restano molti interrogativi sulla vostra linea politica, cui non avete ancora fornito una risposta convincente. Il primo: a fronte di un vostro europeismo che non esiteremmo a dire di facciata, quale sarà posizione dell'Italia nel caso in cui le minacce di sanzioni da parte dell'Amministrazione Bush contro la Germania venissero a concretarsi? Da che parte vi schiererete? Dalla parte di uno Stato membro dell'Unione o degli Stati Uniti?

II secondo: il documento comune dell'Unione se da una parte congela le divergenze tra i Paesi membri, dall'altra è sottoposto a scadenza di fronte ad una nuova iniziativa diplomatica da parte degli Stati Uniti, come quella che si sta prefigurando con la presentazione della bozza di risoluzione sull'uso della forza al Consiglio di sicurezza. In questo caso, l'Italia da che parte si schiererà? Abbiamo bisogno di una scelta politica chiara, che non può essere inventata giorno per giorno; voi dovete comunicarcela oggi, in occasione di questo dibattito.

II terzo: un ruolo di mediazione dell'Italia non può non fondarsi sulla coerenza delle sue azioni e sull'equidistanza tra le parti in conflitto. Anche questo pezzo manca. Anzi, le ragioni della sua mancanza ci preoccupano sempre più. Dapprima la concessione delle basi e dei diritti di sorvolo da parte del ministro Martino (che oggi in un'intervista su "Libero" riafferma la sua rinnovata professione di fede nella politica dell'Amministrazione Bush), poi la notifica della richiesta di utilizzo delle infrastrutture di trasporto lasciano prefigurare una netta scelta di campo, un sostegno più o meno indiretto alle strategie militari americane. E non veniteci a dire che questo serve da deterrente e da strumento di persuasione verso Saddam.

Prima di concludere, vorrei fare un’ulteriore osservazione sull’articolo 11 della Costituzione. Bene hanno fatto - e dovremmo ringraziarli tutti per le loro parole e la loro determinazione - Pietro Ingrao e il presidente Scalfaro a ricordare la centralità di questa norma; una centralità che vorreste aggirare con le parole, come avete fatto nel caso della guerra in Afghanistan, riferendovi ad un non meglio definito concetto di guerra guerreggiata piuttosto che di guerra dichiarata. Quell’articolo 11, nella sua chiarezza e inappellabilità, è il nostro punto di riferimento, perché, al di là delle cortine fumogene, dei discorsi e dei dibattiti parlamentari, restiamo uomini e donne fieri di ispirarci alle più forti tradizioni ideali di pace, disarmo, non violenza e giustizia sociale e, per alcuni di noi, come il sottoscritto, di profondo antimilitarismo. (Applausi dai Gruppi Verdi-U, Mar-DL-U e del senatore Peterlini).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Falomi. Ne ha facoltà.

FALOMI (DS-U). Signor Presidente, colleghi, di fronte a noi una domanda: è possibile ottenere dall’Iraq il pieno rispetto della risoluzione 1441 senza scatenare una guerra preventiva, che solo eufemisticamente può essere definita "uso della forza"? Noi rispondiamo che non solo è possibile, ma che è necessario.

La guerra non è l’ultima delle soluzioni; la guerra è la peggiore delle soluzioni. La guerra uccide soprattutto la popolazione civile: uomini, donne e bambini che non hanno alcuna colpa. Certo, anche le armi di distruzione di massa uccidono e vanno messe al bando, non solo in Iraq ma in tutto il mondo.

E’ singolare però, signor Presidente, che siano proprio gli Stati Uniti, con il loro veto all’introduzione di un regime di ispezioni, a bloccare il varo del protocollo aggiuntivo della Convenzione per la messa al bando delle armi chimiche e biologiche.

Ci troviamo forse di fronte al pericolo imminente, immediato ed incombente di un’aggressione irachena che faccia prevedere l’uso di armi di distruzione di massa? Nessuno lo ha sostenuto. Si sostiene, invece, che il semplice possesso di armi di distruzione di massa da parte dell’Iraq costituisce una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale e che questo legittima un attacco preventivo all’Iraq.

Ma gli iracheni non sono, o non sarebbero, i soli a possedere armi di distruzione di massa e la loro non è la sola dittatura che dispone di queste micidiali armi. Perché nei confronti della Corea del Nord, che rivendica apertamente la ripresa dei propri programmi nucleari, non si invoca l’uso della forza ma si opta invece per la via diplomatica?

Nella storia dell’ONU c’è un solo precedente di presa di posizione di fronte ad un attacco preventivo: quello del 1981, quando Israele attaccò preventivamente e distrusse un impianto nucleare iracheno; l’ONU condannò, perché in contrasto con la Carta delle Nazioni Unite, quell’attacco e gli USA appoggiarono quel voto di condanna.

La risoluzione 1441 mette a disposizione della comunità internazionale tutti gli strumenti per verificare l’esistenza di armi di distruzione di massa e per procedere alla loro eliminazione pacificamente. Gli ispettori dell’ONU hanno infatti il potere - in base a quella risoluzione - di rimuovere, distruggere o rendere innocue a loro discrezione armi di distruzione di massa ed hanno il diritto di sequestrare e chiudere qualunque impianto o attrezzatura per la loro produzione.

L’ultimo rapporto del presidente Hans Blix e del direttore generale dell'AIEA El Baradei ha messo in luce significativi progressi nel campo delle armi chimiche, biologiche, balistiche e nucleari rispetto a quelli attesi e auspicati dal loro primo rapporto. In particolare, l’Iraq ha approvato una legge che proibisce tutte le attività legate a programmi di armi di distruzione di massa; ha accettato il sorvolo del suo territorio da parte di aerei da ricognizione, ha permesso agli scienziati iracheni di essere interrogati senza testimoni dagli ispettori.

Per questo, oggi nessuno può dire che le missioni ONU non abbiano dato frutti o che tutte le possibilità delle risoluzioni ONU in materia di ispezioni siano state esplorate.

La storia delle ispezioni dell’ONU dimostra che in Iraq sono state eliminate più armi di distruzione di massa dal 1991 al 1998, a seguito delle ispezioni, di quante non ne siano state distrutte dalla guerra.

Oggi tutti invocano la centralità dell’ONU. È un fatto importante la sottolineatura che del ruolo dell’ONU fa il Documento dell’Unione europea: un deciso passo avanti rispetto al documento firmato da lei, presidente Berlusconi, assieme ad altri sette Paesi, con il quale, senza il mandato del Parlamento, ha schierato l’Italia a fianco di chi ha minacciato e continua a minacciare la centralità dell’ONU.

Ma non basta solo riaffermare questa centralità. Di fronte a lei, signor Presidente del Consiglio, sta una domanda: se fosse membro del Consiglio di sicurezza dell’ONU, fra l’ipotesi di dare più tempo e risorse agli ispettori per ottenere per via pacifica il disarmo di Saddam e quella di dare il via ad una guerra preventiva dagli esiti imprevedibili, quale sceglierebbe? Nella sua introduzione non ce lo ha detto, speriamo ce lo dica nelle sue conclusioni.

Per parte nostra, la risposta è chiara: bisogna scegliere la via del disarmo pacifico, bisogna dare più tempo e più risorse agli ispettori dell’ONU. (Applausi dai Gruppi DS-U, Mar-DL-U e dei senatori Zancan e Pagliarulo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Sodano Calogero. Ne ha facoltà.

SODANO Calogero (UDC). Signor Presidente, onorevole Presidente del Consiglio, onorevoli colleghi, ho ascoltato il suo intervento, presidente Berlusconi, e mi riconosco pienamente nelle considerazioni da lei svolte.

Esse mi paiono di straordinario equilibrio, tutt’altro che generiche e tali da meritarle - mi auguro - apprezzamento e consenso ben al di là dei tradizionali riferimenti politici di maggioranza. Se a qualcuno nei giorni scorsi, più o meno tendenziosamente, è piaciuto dedicarsi all’inutile gioco di separare, e magari contrapporre, atlantismo ed europeismo, questo qualcuno ha già ricevuto dalle sue parole il definitivo benservito alla propria stupidità.

Sono già intervenuto sulla politica estera del Governo italiano circa due settimane fa, alla presenza del ministro degli affari esteri, onorevole Frattini, sostenendo, allora, con forza che l’Europa non poteva rimanere spaccata ed inerte di fronte alla possibilità di una guerra dichiarata unilateralmente da parte degli Stati Uniti.

Il Documento dei 15 dell’altro ieri, approvato all’unanimità dall’Europa, da una parte rinsalda il rapporto di amicizia con gli Stati Uniti e dall’altra fa ritornare quest’ultima al centro dell’attenzione internazionale; un’Europa che in queste ultime settimane sembrava aver perso quel senso di equilibrio che ha sempre contraddistinto le Nazioni che ne fanno parte, un’Europa che appariva debole, petulante, a volte ipocrita, divisa e soprattutto doppiogiochista. Abbiamo visto la Francia e la Germania in posizioni diversificate rispetto agli altri otto Paesi, però la prima ha inviato la portaerei "Clemenceau" nel Golfo e la seconda i missili Patriot in Israele.

Abbiamo apprezzato come partito, come parlamentari dell’UDC, lo sforzo che lei, signor Presidente del Consiglio, ha fatto e fa per scongiurare la guerra in Medio Oriente.

Abbiamo apprezzato ancor di più l’equilibrio della politica estera in questo momento delicatissimo, non cedendo alle pressioni di chi avrebbe voluto che l’Italia difendesse l’una o l’altra posizione, proprio per l’importanza strategica che il nostro Paese riveste in quella regione del Medio Oriente.

Abbiamo apprezzato i colloqui che lei ha avuto a Mosca con Putin, a Washington con Bush, a Londra con Blair e ancora di più quelli avuti con il leader libico, il colonnello Gheddafi.

Penso sia giusto che il Parlamento assuma con chiarezza (perché oggi abbiamo svolto un dibattito particolarmente sereno), dopo tutto quello che lei ha detto, signor Presidente del Consiglio, una posizione che non faccia perdere credibilità internazionale all’Italia.

È una credibilità conquistata con sacrifico ed intelligenza; una credibilità conquistata anche dai Governi di centro-sinistra: mi riferisco alla nostra partecipazione alla missione nel Kosovo, in occasione della quale l’attuale maggioranza, allora opposizione, non criticò affatto il Governo D’Alema, e, non ultimo, all'invio dei nostri alpini in Afghanistan.

Evitiamo che la nostra posizione sia altalenante, ambigua - o peggio -inaffidabile. Governo e Parlamento si sforzino per evitare il conflitto, ma questo Parlamento e il Paese non possono dividersi tra chi vuole la guerra e chi non la vuole. È solo follia immaginare che qualcuno pensi alla guerra solo per la guerra, con le conseguenze nefaste che essa comporta. Non possiamo dividerci, onorevoli colleghi, in americani e antiamericani.

Il pericolo, come dicevo poco fa, era che l'Europa si autoescludesse dai compiti internazionali ed i singoli governanti fossero tentati di assecondare le correnti demagogiche e populiste antiamericane.

Dopo l’11 settembre, i popoli dell'Europa non hanno avvertito il pericolo del terrorismo in maniera così drammatica come lo hanno avvertito gli americani: ebbene, il terrorismo è un nemico della democrazia costituzionale non meno odioso del totalitarismo.

Noi non possiamo e non dobbiamo dimenticare, cari colleghi, signor Presidente del Consiglio, che l’11 settembre 2001 il corso pacifico delle nostre esistenze è stato sovvertito. È stata dichiarata una guerra non soltanto contro l'America, ma contro tutto il mondo civile, contro la libertà, contro la dignità, contro i diritti fondamentali dell'uomo. È una guerra che coinvolge tutti, che ha avuto ed avrà ripercussioni sulla vita di ognuno. I Paesi ed i singoli soggetti che non lo hanno compreso sono destinati ad un amaro risveglio e a traumi ancora più duri.

Si è discusso molto, in tutti i settori e a tutti i livelli, ed è stato detto quasi tutto. Si sono analizzate persino le cause della barbarie, signor Presidente, come se questa potesse avere cause, motivazioni o giustificazioni se non in se stessa. Si è ipotizzato quale comportamento dovesse allora assumere l'America, come se fosse possibile che alcuno dica ad altro come seppellire i propri figli.

Sabato scorso, signor Presidente, ci sono state manifestazioni il tutto il mondo a sostegno della pace, non importa se a Roma, a Londra, a Madrid o a Città del Capo, con uno, due, tre o quattro milioni di persone a cantare e a danzare: quel che conta è che le piazze si sono riempite e si riempiranno ancora di più. Anche se quei cortei non fermeranno la guerra, rispondono però ad un legittimo anelito che si comprende, proprio perché queste persone vogliono - come la vogliamo noi - la pace.

Ma non possiamo accettare l’antiamericanismo manifestato in quelle piazze, accusando gli USA di portare una guerra solo per interessi economici nel campo petrolifero, dimenticando il milione di iracheni uccisi da Saddam Hussein, dimenticando la ferocia di una dittatura militare che opprime un Paese, tenendolo senza libertà ed alla fame, dimenticando l’11 settembre e il pericolo che il terrorismo rappresenta per l'Occidente.

Non si possono accettare i cartelli che paragonano Bush ad Hitler o Berlusconi a Mussolini, né i "no" alla guerra "senza se" e "senza ma". Ma dove è finita quella sinistra che difendeva la libertà dei popoli? Dove è finita quella sinistra che difendeva il popolo cileno dalla dittatura di Pinochet? Dove è finito il coraggio della sinistra che scendeva in piazza per difendere un qualunque popolo oppresso, affamato, umiliato da un regime sanguinario?

Siamo tutti contro la guerra: è nefasta, porta solo lutti, sia a chi perde, sia a chi vince. Leggevo ieri che in caso di malaugurato conflitto americani ed britannici lascerebbero tra Bassora e Baghdad più di diecimila morti. È questo il prezzo più alto che pagherebbe l’unione tra gli Stati Uniti ed i suoi alleati.

Se l'altro ieri tutti i Paesi europei, al di là dei loro diversi e difficili rapporti, divisi tra egoismi nazionali e rendite di posizioni storiche già superate, hanno espresso concordemente la volontà di mantenere la centralità dell'ONU, è proprio perché il pericolo evocato dagli USA esiste.

Saddam Hussein è interessato a tutto tranne che alla causa del suo popolo e a quella dei Paesi arabi e della religione islamica; ma è fuor di dubbio che tenterà, come già sta facendo, di soffiare sul fuoco di quell'islamismo radicale che è la culla del terrorismo.

È per questo che anche noi, che non vogliamo la guerra e che faremo di tutto per evitarla, troviamo gravissimo che nessuno della sinistra, tranne qualche eccezione, abbia parlato di un popolo oppresso dalla famiglia di Saddam Hussein.

Eppure, penso che la pressione sul Rais di Baghdad, intrecciata con una campagna di iniziative diplomatiche che vedono in prima fila l'Italia, oggi il Vaticano con l'appello forte del Santo Padre e Paesi arabi come l'Egitto, potrebbe sortire l'effetto più desiderato in assoluto: il pieno, definitivo, incondizionato disarmo dell'Iraq senza guerra, senza morti. Ecco perché siamo con l'ONU, ecco perché approviamo incondizionatamente il Documento europeo: perché la partita sulla guerra non è finita e, se anche lo fosse, la pace è talmente importante da meritare tempi supplementari.

Non vogliamo la guerra, ma vogliamo l'Iraq libero e la sconfitta del terrorismo. In questo modo l'Italia deve mostrarsi capace, signor Presidente, di uscire dal proprio egoismo e di partecipare con cuore e senso di responsabilità al governo politico del mondo. (Applausi dai Gruppi UDC, FI e del senatore Salzano).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Toia. Ne ha facoltà.

TOIA (Mar-DL-U). Signor Presidente, colleghi, la crisi irachena mantiene oggi, sia pure all'indomani del Consiglio di sicurezza e del Consiglio europeo tutta la sua drammaticità e i rischi di esiti gravissimi, sia per il popolo iracheno che per la stabilità del mondo. Tutto il nostro impegno, dunque, è teso a lavorare perché si consegua l'obiettivo prefissato, il disarmo di Saddam, scongiurando in ogni modo e con la più totale convinzione la via della guerra.

Non abbiamo riserve ad esprimere il giudizio più duro su Saddam. Non a noi tocca cancellare i vecchi errori di sostegno o di protezione di questo dittatore a fini di presenza in quello scacchiere del mondo così ricco di risorse: semmai altri Paesi, altri Governi hanno peccati di origine da scontare.

Non abbiamo reticenza a dire che la presenza di armi di distruzione di massa in Iraq va verificata e che eventuali arsenali vanno distrutti. Non abbiamo bisogno di ripetere ad ogni piè sospinto ciò che da tempo denunciamo: i massacri, l'oppressione di un popolo in quel Paese.

Sappiamo, tuttavia, che quel popolo paga già in prima persona le sanzioni della comunità internazionale, attraverso un embargo duro, lungo, che proprio le giovani generazioni stanno soffrendo, con l'effetto, peraltro, di rinserrare ancor più il Paese sotto il giogo del dittatore.

Per fronteggiare il pericolo che oggi la comunità internazionale si trova dinanzi c'è bisogno di grande coesione e fermezza. E' necessario che sulla risoluzione dell'ONU ci sia non la divisione - chi vuol mostrare i muscoli da subito, chi prepara la guerra per mettere davanti ai fatti compiuti e chi no - ma la convinzione di tutto l'Occidente sulla validità della strada imboccata, le ispezioni, e sulla necessità dell'indispensabile cooperazione che Saddam deve incondizionatamente dare.

Così non è stato, signor Presidente, da parte di tutti. Mi dica allora: chi ha indebolito la strada delle ispezioni? Chi vi ha creduto fin dall'inizio e chi, invece, ogni giorno le ha ridicolizzate, vanificate, ne ha denunciato al mondo intero l'inanità, la debolezza e l'inefficacia? Chi ne ha preconizzato da subito il fallimento, aspettandolo forse e magari truccando un po' le carte e i documenti?

È per questo che suonano poco convincenti - per essere generosa - e di circostanza, le tardive posizioni come la sua, signor Presidente, e quella di altri esponenti che si annoverano tra i falchi, che solo ora credono alle ispezioni, solo ora parlano di pace e di prolungamento delle ispezioni stesse.

E ancora: chi ha indebolito l'ONU e la sua autorevolezza? Credo che lo abbia fatto chi l'ha definita un gigante paralizzato, magari dopo aver contribuito alla sua paralisi. Lo ha fatto chi l'ha presentata come inefficiente, come un inutile salotto di parole che se non obbedisce al potente, non serve.

Dobbiamo invece ripartire da lì, dall'ONU, e dalla sua risoluzione che indica di perseguire il disarmo attraverso strade e strumenti alternativi all'uso militare, che possono essere utilizzati e che sono - eccome - efficaci.

Signor Presidente - anche se non mi ascolta non importa - perché fra le molte cifre che cita, fra i molti richiami a tutti i pericoli delle armi, non sottolineare e non valorizzare, invece, ciò che ha ribadito anche Kofi Annan, cioè che le ispezioni tanto svilite dai falchi hanno, al momento, distrutto più armi della guerra del 1991?

E allora, se ciò che vogliamo tutti è il disarmo, perché non continuare? Noi siamo contro la guerra e contro il terrorismo e sappiamo benissimo che la guerra non serve a combattere il terrorismo. Noi miriamo alla pace e, insieme, al disarmo di Saddam Hussein. Tutto ciò è possibile: è ancora nelle mani dell'ONU, degli USA, dell'Europa, del Consiglio di sicurezza, nonché nelle mani di Saddam Hussein, il quale deve sentire l'irrevocabilità della nostra determinazione.

La scelta della pace è prima di tutto un valore morale, e la politica estera non può non reggersi su basi etiche, su una cifra morale, altrimenti diventa una giungla, dove il Paese più forte, di volta in volta, si arroga il diritto di farsi giustizia da sé. La scelta della pace è anche una scelta politica, di chiarezza del diritto internazionale.

È una scelta realistica, rispondente alla convinzione profonda che, in questa fase della storia, per non imbarbarirci, per non entrare in un tunnel di guerra continua, in una specie di dannato effetto domino, occorra risolvere le tensioni e le crisi internazionali preservando la pace. Se c'è un focolaio fonte di molte tensioni, quello è il Medio Oriente; rispetto a questo focolaio, quante inadempienze della comunità internazionale, quante inadempienze di questa amministrazione USA! Noi sappiamo che questo fuoco non si spegne accendendone uno più ampio.

La scelta dell'uso della forza, così rassegnata in molte dichiarazioni, così irresponsabilmente leggera, sconfesserebbe per noi cinquant'anni di politica europea di convivenza pacifica. Dobbiamo difendere e sostenere l'ONU, renderla centrale nelle relazioni internazionali, non come appendice di qualcuno, subalterno consesso del più forte, bensì come autorevole organismo.

Dobbiamo perseguire questo obiettivo con i fatti, non con le parole; e allora mi chiedo quale fine abbia fatto la proposta di riforma del Consiglio di sicurezza che l'Italia aveva portato avanti per un Consiglio di sicurezza più democratico, con una composizione più larga degli Stati membri che possono alternarsi, che consenta a tutti i Paesi, anche i più piccoli e i più poveri, di entrare nella stanza dei bottoni. Così si restituisce autorevolezza all'ONU e alle sue decisioni.

Ci riconosciamo nel documento del Consiglio europeo: l'unità dell'Europa e la centralità dell'ONU sono i pilastri - come hanno detto i miei colleghi in questo e in altri dibattiti - della politica estera italiana. Proprio perché crediamo a questi pilastri affermiamo che la risoluzione del Consiglio europeo è importante.

È importante l'affermazione prioritaria che le ispezioni devono continuare, che la comunità internazionale ha il dovere di andare avanti fino in fondo per questa strada, senza scadenze incomprensibili, - la pace non si fa con il cronometro alla mano - senza impazienze ingiustificate, senza manifestare irritazioni e contrarietà ogni volta che si apre uno spiraglio nella cooperazione irachena, pure difficile da conquistare. Gli spiragli, anziché essere allargati come l'apertura di un varco, sono vissuti con fastidio, con contrarietà, rivelando quali sono le scelte, già fatte, di molti.

Credo allora che per queste convinzioni, per questa bussola, non per partigianeria, non per amore di un atteggiamento secondo cui l'opposizione deve sempre dire no al Governo, bensì per una oggettiva valutazione dell'operato del Governo medesimo, non possiamo non criticare alcune posizioni.

Signor Presidente del Consiglio, è sconcertante la sua affermazione fatta durante il viaggio in America: l'Italia sarà schierata a fianco degli USA. Signor Presidente, quella sì, ci è parsa un'affermazione "senza se e senza ma". Anche questa mattina lei ha affermato che insegneremo agli USA che non si può rincorrere l'isolamento, ma che comunque non li lasceremo soli.

Allora, ci aspettiamo una parola chiara che condanni la teoria e la pratica della guerra preventiva, punta di lancia di un unilateralismo di cui non possiamo non vedere le conseguenze destabilizzanti nel mondo. Non possiamo non criticare il comportamento ambiguo del suo Governo in Europa. Di fronte alle divisioni europee, anziché ricucire, lei ha ulteriormente diviso oggettivamente con la firma del documento degli otto.

Anche ora di fronte alla ricomposta unità europea, di fronte a un difficile compromesso, non l'abbiamo vista al centro delle divergenze con l'intento di ricucire. L'abbiamo vista invece portatore di una delle due posizioni estreme delle parti in contesa, in contrasto con la tradizionale politica estera, non già quella del centro-sinistra, bensì quella storica dell'Italia per cui l'Europa è sempre stata un valore prima che un interesse da negoziare e da scambiare.

C'è di più, signor Presidente, c'è davvero l'affermarsi di un nuovo soggetto sulla scena internazionale; ne avevamo già avuto sentore nella campagna antimine e in altri appuntamenti.

È un movimento di popolo che diventa soggetto e che ha capito che la pace è troppo importante per lasciarla solo agli addetti ai lavori. È una realtà fatta di una moltitudine diversa; non è solo il popolo di Cofferati o di Gino Strada, come qualcuno vorrebbe far credere: è fatto di giovani, di appartenenti all'area del volontariato, di componenti cattoliche, di professionisti, di gente del ceto medio.

È un mondo che si è materializzato, che ha assunto il volto dei nostri amici, dei nostri familiari, dei nostri vicini di casa. Sono i milioni di persone in piazza, il milione che ha seguìto la rete televisiva "La 7" che ha mandato in onda una bella diretta, signor Presidente. Sono quelli che hanno cercato, comprato e appeso le bandiere. È sbagliato trattarli con sufficienza, è sbagliato attribuire loro una responsabilità che non possono avere fino in fondo: "gridano la pace e non la fanno".

È un popolo che chiede, che indica una strada precisa, inequivocabile, e che chiede a noi, alla politica di prendere in mano e di lavorare in questa direzione, quella della pace. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U, DS-U, Misto-SDI, Verdi-U e dei senatori Peterlini e Filippelli. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Tofani. Ne ha facoltà.

TOFANI (AN). Signor Presidente, molto impegno vi è stato anche in quest’Aula per dibattere i problemi di politica internazionale e più segnatamente la questione irachena. Mi sembra comunque, in questa fase particolarmente delicata e in un certo senso conclusiva verso la quale il dibattito si sta orientando, che si debba sottolineare un aspetto: il centro-sinistra parla con insistenza di via pacifica del disarmo di Saddam. Qui bisogna chiarirci, altrimenti si ingenera un equivoco, dove rimangono argomentazioni lontane dalla realtà.

Intanto, via pacifica del disarmo significa comunque che Saddam, l’Iraq, deve essere disarmato; cioè, che era armato. Conveniamo tutti, credo, su questo dato, non avendo ascoltato argomenti diversi in riferimento a questo tema. È auspicabile tutto ciò. Non solo è auspicabile, ma sono dodici anni che l’ONU sta sollecitando e accelerando con numerosissime risoluzioni il disarmo dell’Iraq.

E allora, si cerca di concentrare l’attenzione sull’attività degli ispettori dell’ONU. Cosa dovrebbero fare gli ispettori dell’ONU? Addirittura, la collega che mi ha preceduto ha lanciato quasi uno slogan: la pace non si fa con il cronometro in mano! Non mi sembra che dodici anni significhino avere il cronometro in mano, come non mi sembra che gli ispettori dell’ONU, se non avranno la collaborazione chiara e la disponibilità da parte del Governo iracheno, difficilmente potranno ricevere la conferma delle armi che pur aveva in dotazione l’Iraq e individuare esattamente i siti dove esse si trovano, dove è allocato ciò che dovrà essere distrutto.

Di fronte a questo quadro, bisogna stabilire cosa fare. Mi sembra ingeneroso sostenere la tesi per cui il Governo italiano, il Presidente del Consiglio, la nostra diplomazia non abbiano posto in essere tutte le iniziative tese a tenere coesa l’Europa. Sì, dico "tenere coesa l’Europa": perché lo strappo all’Europa non è stato fatto dal documento degli otto, ma c’è stato un distinguo da parte di Francia e Germania, tanto da determinare in modo particolare il nostro Governo ad attivarsi per ricostruire quella sintesi che si è raggiunta domenica notte a livello europeo.

Debbo anche riconoscere il profilo alto che ha mantenuto il Governo italiano, quando interloquendo con Germania e Francia ha cercato di evitare uno dei temi centrali che hanno prodotto i distinguo di quelle due nazioni: è difficile immaginare che siano soltanto ragioni di carattere umanitario e pacifista, attesi gli interessi economici che hanno in riferimento all’Iraq la Francia, quale prima nazione in termini di rapporti commerciali (a prescindere dall’embargo), e la stessa Germania, per le armi - viste e documentate - che negli anni passati sono state vendute all’Iraq. Dobbiamo essere chiari, allora, perché gli italiani ci ascoltano; i giovani, in particolare ci ascoltano.

Noi siamo per la pace, siamo tutti per la pace! Io non credo vi sia un italiano, giovane o anziano, o un parlamentare che possa ipotizzare un percorso diverso. Non siamo per l'ipocrisia, non siamo per l'utopia, perché se l'utopia aiuta a ragionare, non aiuta a risolvere i problemi.

Ed allora, il comportamento del Governo italiano, la ripresa dell'unità di intenti da parte dell'Europa per noi è motivo d'orgoglio, anche perché probabilmente, signor Presidente del Consiglio, domenica sera si sono create le basi di una nuova Europa, un'Europa più attiva e dinamica, un'Europa che sicuramente dovrà meglio definire il proprio ruolo in termini non solo di una ideale unità e del percorso di costruzione della Costituzione europea (voglio ringraziare il presidente Fini che rappresenta il Governo italiano in quella realtà), ma soprattutto un'Europa che rappresenti l'alleato, ma anche l'interlocutore degli Stati Uniti d'America, un'Europa che ormai si avvia ad allargare le proprie dimensioni con 25 nazioni, e ad essere attrazione non solo del vecchio continente, ma anche di altre parti del mondo, un'Europa che dovrà garantire la pace, insieme con gli Stati Uniti, sotto l'egida delle Nazioni Unite.

Mai nessuno ha detto né ho mai sentito il Presidente del Consiglio dare l'indicazione di voler operare al di là e a prescindere dal percorso delle Nazioni Unite. Si è cercato solamente di strumentalizzare; questo va detto in modo chiaro. I cortei per la pace indubbiamente hanno preso anche i nostri cuori e siamo convinti tutti di essere idealmente nei cortei per la pace.

Non siamo però nei cortei per la pace quando questa nobile parola, "pace", che deve ispirare l'equilibrio e la solidarietà tra i popoli, viene utilizzata per motivi interni, di lotta interna, sia pure di lotta politica, magari come collante per rimettere insieme un centro-sinistra ormai in situazione di grande difficoltà al proprio interno. E allora non siamo in quei cortei, ma nei cortei per la pace; non siamo nei cortei che utilizzano ogni argomento per cercare di creare problemi al Governo che, legittimamente eletto dagli elettori italiani, sta governando la Nazione.

Concludo con un'ultima riflessione. Credo che il messaggio del Presidente della Repubblica al presidente del Consiglio Berlusconi - sicuramente è un caso - il giorno stesso delle grandi manifestazioni di pace, di solidarietà, di condivisione della linea del Governo rappresenti la certezza che dobbiamo continuare sulla strada della pace senza ipocrisia. (Applausi dai Gruppi AN, FI, UDC e LP. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Forcieri. Ne ha facoltà.

FORCIERI (DS-U). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, onorevoli colleghi, credo che a nessuno di noi sfuggano la delicatezza e l'importanza del momento in cui si svolge questo nostro dibattito. La crisi irachena, infatti, ci ha condotti sull'orlo di una situazione di potenziale crisi mondiale: ha messo in discussione il legame transatlantico e la tradizionale solidarietà tra americani ed europei, fondata sulla condivisione dei valori comuni; ha posto a serio rischio la tenuta dello stesso vincolo europeo, con i Paesi europei in una prima fase spaccati in due per effetto di quello che io considero un falso problema, e cioè affannarsi a dimostrarsi - piuttosto che esserlo - veri amici degli USA.

Il mondo occidentale, così frammentato e diviso sul da farsi, sta rischiando di fare il più grande regalo possibile al terrorismo, in particolare al terrorismo internazionale, e cioè ampliare a dismisura ed oltre ogni ragionevolezza gli effetti degli attentati dell'11 settembre 2001.

Bisogna ammettere infatti che, dopo quei tragici momenti e dopo che si è creata una vasta e solidale coalizione internazionale contro il terrorismo, contro la proliferazione delle armi di distruzione di massa, si è purtroppo assistito ad un'accelerazione della spinta unilateralista dell'Amministrazione Bush, una spinta assai pericolosa che persino alcune componenti della stessa amministrazione non condividono.

Nella lotta al terrorismo internazionale, gli Stati Uniti hanno mano a mano disperso gran parte del grande patrimonio di solidarietà e di coesione che erano riusciti a costruire dopo gli attentati dell'11 settembre. Hanno definito le loro priorità di intervento in modo molto spesso arbitrario e sicuramente unilaterale: ad esempio (io credo che questo sia uno dei più grandi errori), allentando incomprensibilmente la tensione sulla questione israelo-palestinese, che sappiamo bene essere la vera bomba su cui è innescato il terrorismo internazionale da cui questo trae alimento; ad esempio, concentrando gli sforzi sull'Iraq, programmando, almeno in una prima fase, un'azione militare indipendentemente dalle decisioni della coalizione e delle organizzazioni internazionali. Dobbiamo ricordare che le truppe nel Golfo sono arrivate prima della decisione di investire della questione le Nazioni Unite.

Oggi la situazione è migliorata e credo sia migliorata anche perché questa spinta unilaterale non è riuscita a sfondare e perché, anche negli stessi Stati Uniti, hanno prevalso quelle posizioni che invitavano al rispetto della legittimità internazionale, del Consiglio delle Nazioni Unite; e lo stesso segretario di Stato Powell, con un tentativo che magari può essere giudicato anche maldestro, quello delle prove, ha però riconosciuto con quel suo atto la legittimità e la sovranità del Consiglio stesso.

La situazione è anche migliorata (ne prendo atto volentieri e concordo con le affermazioni in questo senso fatte dal Presidente del Consiglio), perché si sono ricucite e si stanno ricucendo le divergenze all'interno della NATO e anche quelle all'interno dei Paesi dell'Unione europea. La dichiarazione adottata dal Consiglio europeo straordinario due giorni fa è un documento estremamente positivo ed equilibrato, potremmo dire un vero e proprio capolavoro di persuasione e di mediazione dell'eccellente lavoro svolto in queste settimane con capacità e spessore politico dalla Presidenza greca di turno.

A questo miglioramento dei rapporti in seno all'Unione europea, spiace dirlo, non ci sembra abbia contribuito in modo rilevante e tanto meno sufficiente il nostro Governo, la cui azione ha oscillato tra l'ostentata solidarietà americana, la necessità di far proseliti e, poi, anche il tentativo di rimettersi in collegamento con l'opinione pubblica interna, che gli ha fatto capire di sentirsi più rappresentata dalle posizioni del blocco franco-tedesco che da quelle del Governo italiano.

Procedo velocemente, tagliando parti del discorso, perché vedo che lampeggia la luce del microfono. Io credo che dobbiamo considerare positiva la svolta, la correzione di rotta che il Presidente del Consiglio ha impresso questa mattina alla nostra azione politica. Non sappiamo se questa è una svolta consolidata, sincera, decisa, perché ci sono anche, nell'intervento del Presidente del Consiglio, alcuni passaggi, come quello secondo cui l'Italia non lascerà soli gli Stati Uniti nella lotta contro chi possiede armi di distruzione di massa, che rischiano di vanificare in fondo le belle parole sull'Europa, sul ruolo delle Nazioni Unite pronunciate in precedenza.

Signor Presidente del Consiglio, qual è il suo vero obiettivo? Lavorare per la costruzione dell'Europa, per il rafforzamento dell'ONU o essere sempre d'accordo con gli Stati Uniti, anche a rischio di delegittimare le Nazioni Unite e indebolire l'Europa? È questa ambiguità, signor Presidente del Consiglio, che non ci consente di accogliere il suo invito ad un'azione bipartisan.

Le condizioni per una politica di questo tipo non ci sono ancora, e non per responsabilità dell'opposizione. Troppo debole ed altalenante è l'azione a sostegno della pace e debole e contraddittorio finora il nostro ruolo in Europa. Quello di oggi è un primo passo, signor Presidente del Consiglio, non solo verso le forze politiche di opposizione, ma anche verso il suo popolo, che non è un popolo di buontemponi in buona fede e a rischio di strumentalizzazioni, ma un popolo di fedeli interpreti di un bisogno di pace, stabilità, sicurezza e giustizia, che un eventuale guerra in Iraq non solo non potrà garantire, ma che rischia di mettere seriamente in discussione.

Se mi consente, signor Presidente, allegherò al Resoconto le parti dell'intervento che ho saltato. (Applausi dai Gruppi DS-U, Mar-DL-U e dei senatori Del Turco e Zancan).

PRESIDENTE. Naturalmente, senatore Forcieri, potrà far allegare al Resoconto il resto del suo intervento.

È iscritto a parlare il senatore Contestabile. Ne ha facoltà.

CONTESTABILE (FI). Signor Presidente del Senato, signor Presidente del Consiglio, cari colleghi, il nostro dibattito sta per concludersi ed è buona norma riassumere le posizioni della maggioranza, che diventeranno le posizioni del Senato della Repubblica.

Il Governo ha lavorato per la pace ed io credo che questo non possa essere revocato in dubbio da alcuno. Nella risoluzione conclusiva presentata dalle opposizioni si fa un riferimento positivo alla deliberazione del 17 febbraio ultimo scorso del Consiglio europeo. Ebbene, a quella deliberazione ha contribuito in maniera direi determinante il Governo della Repubblica italiana.

Quella risoluzione prudente, quella risoluzione di pace, non esclude però come ultima ratio l'uso della forza. Non vedo come si possano conciliare le posizioni ultrapacifiste espresse da una parte dell'opposizione con l'apprezzamento della delibera del Consiglio europeo, frutto in buona parte dell'attività del Governo della Repubblica italiana.

D'altra parte, quale posizione alternativa avrebbe potuto assumere il nostro Governo? Forse quella della Francia, della Germania, del Belgio? Si tratta di Paesi che negli ultimi giorni hanno compiuto una virata di 180 gradi, avvicinandosi moltissimo alle posizioni sostenute dalla Repubblica italiana, dal Regno Unito e dal Regno di Spagna. Sono posizioni, quelle della Francia, della Germania e del Belgio, in via di frettoloso abbandono, perciò posizioni perdenti. Questi grandi Paesi non hanno fatto una gran bella figura sulla scena della storia negli ultimi giorni.

Credo che bene abbia fatto il Governo della Repubblica italiana ad assumere fin dal primo momento una posizione diversa. L'unità dell'Europa non si sta facendo sulle posizioni della Francia, della Germania e del Belgio, ma si sta facendo sulle posizioni dell'Italia, della Gran Bretagna e della Spagna. È un dato di fatto che credo non possa essere revocato in dubbio.

La solidarietà con gli Stati Uniti d'America nasce dalla riconoscenza, dal ricordo, dalla memoria. Su alcuni giornali americani negli ultimi giorni sono state pubblicate delle foto terribili, foto di grandi cimiteri militari americani in terra di Francia (dopo lo sbarco di Dunkerque e quello presso Saint Tropez). Si tratta di foto terribili e noi speriamo - anzi, siamo sicuri - che su quei giornali non compariranno le foto dei cimiteri di guerra degli americani in Italia, perché diverso è stato l'atteggiamento della Repubblica italiana.

La riconoscenza per quanto hanno fatto gli Stati Uniti d'America, che ci hanno liberati dal fascismo e dal nazismo, il ricordo dei tanti giovani americani morti in Italia - ad Anzio, a Montecassino e in altre zone - per difendere e recuperare a noi la nostra libertà sono riconoscenza e ricordo che diventano memoria collettiva di un Paese, il nostro, amico degli Stati Uniti d'America.

Ricordo il libro di un grande scrittore cattolico, George Bernanos: "Grandi cimiteri sotto la luna". Ho visto da bambino, essendo nato in quella zona, proprio sotto la luna, il grande cimitero americano di Montecassino. Credo che quel ricordo mi accompagnerà per tutta la vita; penso che esso appartenga alla memoria collettiva.

La nostra libertà è stata recuperata prevalentemente grazie agli Stati Uniti d’America. Alle manifestazioni degli ultimi giorni - per carità, rispettabilissime - non è stata estranea una vena di antiamericanismo, che purtroppo ogni tanto serpeggia nel nostro Paese.

Vorrei ricordare cosa ha scritto Ralph Dahrendorf, uomo rispettato da voi e da noi, a proposito dell’antiamericanismo rinato in questi giorni: "Alimentare, sia pure non intenzionalmente, la costruzione europea con sentimenti antiamericani sarebbe intellettualmente disonesto, moralmente sospetto e politicamente pericoloso per tutti gli europei amanti della libertà".

Non dubitiamo che voi amiate la libertà; vi assicuriamo che anche noi la amiamo. Credo perciò che debba tenersi lontana dal nostro Paese ogni vena di antiamericanismo, che sarebbe vena di irriconoscenza.

Il Governo della Repubblica italiana ha assunto una posizione prudente e consapevole della riconoscenza e degli interessi reali del nostro Paese; prudente perché non è mai stato su posizioni guerrafondaie, tutt’altro. La pace è sempre stata l’obiettivo del nostro Governo; il ricorso alla forza è sempre stata l’ultima ratio. Capisco alcune differenziazioni che appartengono ad altre culture, peraltro rispettabilissime; capisco meno, ad esempio, la differenziazione degli amici della Margherita.

Vorrei perciò invitare, in questo momento severo e delicato, tutti gli italiani a stringersi intorno al Governo legittimo della Repubblica, per sostenerlo nella sua azione, che è prevalentemente un’azione di pace. (Applausi dai Gruppi FI, AN, UDC, LP e del senatore Carrara. Congratulazioni).

PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione.

Come è stato anticipato, poiché vi sarà ora la ripresa televisiva diretta, per dare modo alla RAI di collegarsi con l’Aula del Senato è necessaria una breve sospensione per motivi tecnici.

La seduta riprenderà con la replica del Presidente del Consiglio e, successivamente, con le dichiarazioni di voto sulle proposte di risoluzione e sulle mozioni presentate.

Sospendo pertanto la seduta.

(La seduta, sospesa alle ore 12,22, è ripresa alle ore 12,29).

Riprendiamo i nostri lavori.

Alla replica del Presidente del Consiglio dei ministri, faranno seguito le dichiarazioni di voto dei Presidenti dei Gruppi parlamentari e, infine, la votazione delle proposte di risoluzione e delle mozioni presentate.

Ha facoltà di parlare il Presidente del Consiglio dei ministri.

BERLUSCONI, presidente del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, ringrazio oltre a lei tutti i senatori che sono voluti intervenire, sia della maggioranza che dell’opposizione.

Ho ascoltato con attenzione e con assoluto interesse tutte le argomentazioni emerse da questa discussione; garantisco che ne terrò conto e che rifletterò sulle ragioni che giustificano le differenti posizioni su questa difficile e grave crisi.

Rispondendo alle obiezioni sollevate da qualche rappresentante dell’opposizione, devo affermare con forza che la linea del Governo non è mai cambiata: è restata e resta sempre coerente, saldamente ancorata all’appartenenza all’Unione europea, al legame euroatlantico, al riconoscimento dell’ONU e del Consiglio di sicurezza come sede primaria per la ricerca di una soluzione pacifica di questa crisi.

Questa linea, grazie anche al convinto e - per così dire - robusto contributo da noi dato ai lavori del Consiglio europeo, ha trovato conferma nelle conclusioni adottate lunedì scorso a Bruxelles: quindi, ai princìpi e alle conclusioni europee il Governo ispirerà la sua azione.

Durante il mio intervento ho affermato che gli Stati Uniti non resteranno soli. Voglio ripetere, per sciogliere i dubbi che qualche esponente dell’opposizione ha sollevato, che "gli Stati Uniti non resteranno soli nell’impresa di impedire la proliferazione delle armi di distruzione di massa nelle mani di chi" - ripeto letteralmente l’intervento che ho pronunciato - "non solo ha violato la legalità internazionale, ma ha usato quelle armi anche contro il suo stesso popolo".

Come ho già affermato nelle mie comunicazioni, è per questo fine che il Governo ha autorizzato (come tutti gli ultimi Governi, anche della sinistra, avevano fatto in analoghe situazioni di crisi internazionale) misure indispensabili ad assicurare, dal punto di vista logistico, la possibilità di una pressione militare sull’Iraq. Pressione che, come tutti sapete, è stata non soltanto richiamata in modo esplicito nelle conclusioni del Consiglio europeo, ma che anche il Segretario generale dell’ONU ha indicato come "uno strumento di deterrenza necessario" (sono le sue parole) per indurre il dittatore iracheno a far ciò che invano l’ONU gli ha chiesto per dodici anni e che per dodici anni il dittatore iracheno non ha fatto.

Sottolineo, ancora una volta, che il documento di Bruxelles rappresenta un successo per l’Europa, ma è anche motivo di soddisfazione per noi, per il nostro Paese, perché vi abbiamo attivamente contribuito. Voglio ricordare che anche con gli amici di Francia e Germania (con i due Governi) io stesso ed anche il ministro degli affari esteri Frattini abbiamo avuto ripetuti contatti ed incontri nei giorni passati e credo che in questo modo l’Italia abbia contribuito a convincere quei due grandi Paesi della necessità di convergere su posizioni unitarie.

Vorrei infatti sottolineare, ancora una volta, che l’unità della comunità internazionale e la coesione europea costituiscono il più efficace e forte messaggio a Saddam Hussein, con il quale si riafferma che l’unica scelta che ormai gli resta da fare (come gli è stato detto nelle conclusioni del documento europeo) è il disarmo immediato, totale e senza condizioni.

Ringrazio tutti i senatori per i loro interventi e confermo che ci atterremo a quanto il Parlamento della Repubblica indicherà con il voto a cui vi apprestate e a cui si appresterà oggi pomeriggio la Camera dei deputati. (Applausi dai Gruppi FI, UDC, AN e LP e dei senatori Carrara, D’Ambrosio e del Pennino).

PRESIDENTE. Ringrazio il presidente del Consiglio, onorevole Berlusconi.

Passiamo alla votazione.

*DEL PENNINO (Misto-PRI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DEL PENNINO (Misto-PRI). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, i Repubblicani voteranno a favore della proposta di risoluzione della maggioranza e contro i documenti presentati dall'opposizione, ribadendo il loro pieno sostegno alla linea seguita dal Governo nella difficile crisi irachena.

Una linea su cui avremmo auspicato si verificasse una convergenza anche dei settori più responsabili dell'opposizione, come vi aveva suggerito "Il Riformista" di avant'ieri.

Rispetto alla linea del Governo consideriamo francamente ingenerose e ingiustificate alcune delle critiche mosse dalla sinistra. Si poteva, forse, da taluno dubitare nelle scorse settimane sull'opportunità della cosiddetta dichiarazione degli otto, anche se essa era successiva alle autonome iniziative franco-tedesche che per prime avevano rotto la collegialità europea.

Ma dopo il documento sottoscritto lunedì da tutti i Governi dell'Unione, documento apprezzabile non solo per il ritrovato equilibrio e per il riconoscimento del ruolo dell'ONU, ma anche per aver riaperto il dialogo con il partner di oltre atlantico, diventa inevitabile domandarsi (lo dico al senatore Morando che sul documento degli otto si è intrattenuto nel suo intervento) se sarebbe stato possibile giungere a questo risultato se non ci fosse stato il contrappeso rappresentato dalla presa di posizione degli otto rispetto all'iniziativa franco-tedesca.

Poiché il tempo mi obbliga ad andare per flash, vorrei porre un altro interrogativo a quei colleghi della sinistra che non intendono cedere a suggestioni massimaliste. Davvero credete che slogan come "no alla guerra senza se e senza ma" servano alla pace? O non vi sembra che una linea destinata a ridurre la forza di pressione e di deterrenza nei confronti dell'Iraq, come quella che vuole escludere sempre e comunque l'uso della forza non finisca, al di là delle reali intenzioni, con l'indurre Saddam a sottrarsi a ulteriori controlli e alla collaborazione con gli ispettori dell'ONU e quindi avvicini e non allontani la guerra?

Un'ultima considerazione, signor Presidente, non moralistica ma squisitamente politica. La processione cui abbiamo assistito nei giorni scorsi per incontrare Tareq Aziz (e il giudizio coinvolge oltre all'opposizione anche alcuni esponenti della maggioranza), mi è apparsa invero indecorosa.

Che il Papa nella sua visione ecumenica ricevesse l'inviato di Saddam è più che comprensibile. Che Tareq Aziz, una volta presente in Italia, fosse ricevuto dal nostro Ministro degli esteri è altrettanto logico. Ma che si aprisse la rincorsa fra chi non aveva titolo né religioso né diplomatico per incontrare un personaggio che incarna un regime di sterminio e di oppressione è qualcosa che i Repubblicani non possono non censurare. (Applausi dai Gruppi FI, UDC e LP).

OCCHETTO (Misto-LGU). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

OCCHETTO (Misto-LGU). Signor Presidente, nel dichiarare il mio voto favorevole su entrambe le proposte di risoluzione dell'opposizione, come faranno altri senatori, sento il dovere morale di dire che la legittima interpretazione del metodo previsto dalla Carta dell'ONU è stata capovolta.

Secondo la Carta, di fronte ad un rischio palese per la pace prima si riunisce il Consiglio di sicurezza, che decide metodi e strumenti di intervento e poi delega ad uno o più Paesi il compito di operare per conto delle Nazioni Unite.

Per l'Iraq è avvenuto esattamente il contrario: una grande potenza ha deciso la guerra, ha formato la sua coalizione di volenterosi (cui il Governo italiano ha già aderito dando perfino il supporto logistico), ha già mandato le sue truppe sul campo e ora sta lavorando per avere la copertura dell'ONU.

Questo capovolgimento del metodo previsto è un grave vulnus che mi fa dire che a questo punto la credibilità dell'ONU è affidata solo alla capacità di dire no, di resistere ad una proposta irricevibile, dal momento che, oltretutto, è possibile distruggere in altro modo le armi che si possono trovare in Iraq. Tutti sanno che quelle armi, peraltro regalate a suo tempo dall'Occidente, nulla hanno a che vedere con il pericolo hitleriano e lei, onorevole Berlusconi, sbaglia quando dice che nulla è stato fatto: già molte armi sono state distrutte, come in nessun altro paese.

Un conto è la funzione della diplomazia, e il documento europeo costituisce un significativo passo avanti; altro è rispondere a quella che il "New York Times" ha chiamato la nuova grande potenza scesa in campo in questi giorni, cioè l'opinione pubblica mondiale, che non è fatta da un insieme di slogan da elogiare e poi non rispettare.

La volontà di pace di milioni di uomini ci dice, onorevole Presidente del Consiglio, che non basta affermare che faremo ciò che decide l'ONU, ma che dobbiamo dire quello che secondo noi l'ONU deve decidere. L'ONU non è un'entità astratta, siamo tutti noi. Per questo dico anche che non è sufficiente dire no alla guerra, ma insieme agli amici americani dovremmo studiare un piano alternativo per disarmare Saddam Hussein. Esprimo perciò, senza vergognarmene, un voto contro la guerra, senza se e senza ma. (Applausi dai Gruppi DS-U, Misto-RC, Misto-Com, Misto-SDI, Mar-DL-U e Verdi-U).

DE PAOLI (Misto-LAL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà per un minuto.

DE PAOLI (Misto-LAL). Signor Presidente del Consiglio, il suo intervento, con la riconferma che il nostro Paese permetterà l'uso dello spazio aereo e delle basi militari in una eventuale guerra all'Iraq, dimostra inequivocabilmente che l'Italia è uno Stato a sovranità limitata. Questa posizione è quanto di più anticostituzionale possa esistere: vìola espressamente l'articolo 11 della nostra Costituzione e violenta la volontà di pace e di indipendenza proprie della stragrande maggioranza del popolo italiano. Di fatto, l'Italia si troverà in guerra, senza dichiararla, contro uno Stato, l'Iraq, che a più riprese ha espresso la propria amicizia al nostro Paese.

Signor Presidente, ognuno sceglie i propri alleati: voi avete scelto i guerrafondai del Governo americano; noi saremo invece dalla parte dei cittadini americani che sapranno contrastare questa follia omicida. Sosteniamo il popolo pacifista americano. Difendiamo in ogni modo il diritto del popolo iracheno di vivere e prosperare in pace. (Applausi dai Gruppi DS-U, Verdi-U e Misto-Com e del senatore Peterlini. Congratulazioni).

MARINO (Misto-Com). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà per due minuti.

MARINO (Misto-Com). Signor Presidente, i Comunisti Italiani voteranno contro la proposta di risoluzione della maggioranza e a favore di quella di cui è primo firmatario il collega Malabarba perché, a nostro avviso, occorre dire un "no" chiaro e netto ad una guerra che non farà altro che complicare i problemi, a partire da quello palestinese; una guerra che non farà altro che alimentare il terrorismo internazionale e destabilizzerà tutta quell'area geografica.

È una guerra neocoloniale per il dominio sul petrolio e per rovesciare un regime non gradito agli Stati Uniti d'America; un regime dispotico, ma che comunque non costituisce alcuna minaccia imminente, come hanno confermato gli ispettori dell'ONU. Lo stesso Blix ha detto chiaramente che non vi sono prove né di coinvolgimento dell'Iraq nel terrorismo, né di arsenali di armi batteriologiche e chimiche. È una guerra neocoloniale che non ha alcuna giustificazione giuridica e morale; una guerra che va contrastata con la massima determinazione, senza se e senza ma.

L'Italia, in ogni caso, non deve essere coinvolta in alcun modo nel conflitto. A nostro avviso, sono stati invece compiuti atti gravissimi, come la concessione del nostro spazio aereo e l'uso delle basi e delle infrastrutture, che comporta inevitabilmente un coinvolgimento di fatto del nostro Paese in preparativi e preliminari di guerra.

È una guerra che urta contro la portata dell'articolo 11 della nostra Costituzione, contraria alla stessa Carta dell'ONU. Nel rispetto dei princìpi della nostra Costituzione, vanno revocate le autorizzazioni all'uso di basi e infrastrutture e dello spazio aereo e va ricercata ogni soluzione pacifica. Occorre intraprendere tutti gli sforzi diplomatici per dire "no" in maniera incondizionata e definitiva a una guerra neocoloniale, che è contro la legalità internazionale e contro l'umanità; una guerra cui bisogna opporsi senza se e senza ma. (Applausi dai Gruppi Misto-Com, Misto-RC, Verdi-U e DS-U).

MALABARBA (Misto-RC). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MALABARBA (Misto-RC). Ci vuole coraggio, signor Berlusconi, a citare l’articolo 11 della Costituzione, a parlare il linguaggio della pace per sostenere la guerra. Ci vuole coraggio anche da parte di quei settori dell’Ulivo che pensano di far coincidere la lotta per la pace con la risoluzione dell’Unione europea, che prevede comunque l’uso della forza militare contro l’Iraq, esclusa invece dalla Carta fondativa delle Nazioni Unite e dalla nostra Costituzione.

Non c’è più tempo per ambiguità e ipocrisie. C’è un movimento di massa mondiale maturo, anche negli Stati Uniti, che propone un’alternativa alla guerra, ci sono i sindacati che stanno decidendo lo sciopero europeo contro la guerra: è la radicalità la scelta maggioritaria che ha trovato spazio nel cuore della gente, e questa è anche la speranza di rinnovamento di una politica oggi sorda e cieca. Votate con la testa e con il cuore per l’utopia più realista che c’è: quella che dice no alla guerra insensata, alla guerra inutile contro il terrorismo, alla guerra del dominio imperiale.

Come senatori di Rifondazione Comunista, voteremo contro la proposta di risoluzione di appoggio al Governo che vuole l’entrata in guerra dell’Italia con o senza l’ONU. Non voteremo la proposta di risoluzione dell’Ulivo, che, appoggiando l’Unione europea, non esclude la guerra. Appoggeremo invece la mozione del senatore Cossiga, che vincola l’autorizzazione dell’uso delle basi al voto del Parlamento e quindi chiede il ritiro delle concessioni già date dal ministro Martino. Invitiamo al voto per la proposta di risoluzione di Rifondazione Comunista tutti coloro che hanno aderito alle manifestazioni del 15 febbraio e preannunciamo la richiesta di voto elettronico.

Oggi siamo ad un passaggio decisivo: ognuno, anche individualmente, deve prendersi le proprie responsabilità. Di fronte a noi c’è un futuro di speranza o il rischio di cadere in una spirale di barbarie. Fermiamoci un istante prima del baratro. (Applausi dal Gruppo Misto-RC).

D'AMBROSIO (Misto-Ind-CdL). Il signor Berlusconi è il Presidente del Consiglio, votato dal popolo. Abbia rispetto della democrazia! (Repliche del senatore Malabarba).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Fabris. Ne ha facoltà.

FABRIS (Misto-Udeur-PE). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, colleghi, pur in una situazione ancora drammatica, che non esclude in modo definitivo il ricorso a quella guerra preventiva che tutti noi vorremmo evitare, dopo settimane di incertezza alla ricerca della vanagloria attesa da professioni di filoamericanismo d’accatto, se così posso definirlo, finalmente oggi possiamo discutere una posizione del Governo italiano condivisibile.

Per colpa delle vostre incertezze, signor Primo Ministro, l’Italia è apparsa nelle ultime settimane interessata, quasi ne avessimo bisogno, a cercare la medaglia al valore della fedeltà americana, più che a definire una posizione politica unitaria dell’Europa, posizione veramente sentita oggi dal popolo italiano.

Mentre il mondo tremava di fronte ai rischi di una guerra con l’Iraq, con conseguenze devastanti per quanto riguarda i rischi di una nuova stagione del terrorismo internazionale, mentre l’Italia, come mai in passato, si ritrovava unita contro ogni tipo di guerra, specialmente quella preventiva, il nostro Governo ha minato l’unità europea, firmando un documento con Paesi arrivati ben dopo di noi in Europa: un documento che ha rischiato di annullare decenni di sforzi comuni fra i Paesi d’Europa per definire una politica estera comune.

Lunedì, a Bruxelles, il miracolo. La posizione di tre Paesi europei è diventata quella di tutti; non il contrario, come tenta di far credere lei, signor Primo Ministro. È l’Italia che si è adeguata alle ragioni dell’Europa. Lei, signor Primo Ministro, oggi può dire: "Viva l’Europa!", "Noi siamo in linea", ma questa non era la vostra posizione quando è iniziata la riunione a Bruxelles lunedì scorso. Sarà servita la grande giornata di manifestazioni per la pace in Italia e nel mondo, che parte di voi ha cercato di sminuire e sbeffeggiare con la complicità della TV pubblica, che rimane un servizio pubblico pagato da tutti. E noi non faremo come voi avete fatto in passato, dicendo ai cittadini italiani di non pagare il canone!

Sarà che l'Europa vi ha messi davanti alle vostre responsabilità, dopo che vi eravate messi su posizioni di isolamento rispetto alla posizione della maggioranza dei cittadini italiani. Sarà che gli ispettori dell'ONU hanno dimostrato che si rischia di scatenare una guerra apocalittica, con conseguenze inimmaginabili per la pace nei prossimi anni, senza prove certe di violazioni da parte irachena delle risoluzioni dell'ONU. Sia come sia, l'importante è il risultato finale. Senza limiti temporali, come chiede Annan, gli ispettori devono compiere il proprio lavoro di verifica su eventuali violazioni irachene dei dispositivi approvati in sede ONU.

L'Unione europea e l'ONU sembra diventino di nuovo, dunque, il riferimento per la posizione del nostro Paese. Ciò rientra nelle posizioni che noi abbiamo sempre sostenuto, votando perché il nostro Paese rispettasse gli impegni assunti nell'ambito dell'alleanza a cui partecipiamo, in sintonia con l'Unione europea ma fermi anche nel dire ai nostri alleati quando sbagliano.

Non serve, signor Primo ministro, ripetere oggi ogni volta: noi non lasceremo mai soli gli americani. Bisogna avere l'autorevolezza e la forza per dire loro quando sbagliano, e si ha più forza e più autorevolezza quando tutto questo lo si fa assieme ai partner dell'Europa. A meno che, come io temo, anche dopo aver letto la proposta di risoluzione della maggioranza, lei in realtà non sia alla ricerca di una sorta di carta bianca per poter fare, indipendentemente dalla UE, ciò che riterrà più opportuno in futuro, accanto, appunto, agli alleati americani.

Noi comprendiamo quanto più sensibili e provati, peraltro, siano i cittadini americani dal terrorismo internazionale dopo la barbarie scatenata contro di loro con l'attentato dell'11 settembre 2001. Ma non possiamo accettare che a barbarie si aggiunga barbarie, ad odio l'odio, che alle violazioni di ogni diritto si reagisca con un'autonoma iniziativa di guerra preventiva, ben oltre una decisione che ancora l'ONU non ha espresso in materia.

Noi invitiamo il Governo a tenere ferma, anzi, signor Primo Ministro, ci consenta, ad approvare la posizione definita lunedì, senza se e senza ma, per rafforzare l'attività degli ispettori dell'ONU, per rendere piena ed efficace l'unità della politica estera europea, rendendo pienamente responsabile l'ONU stessa della risoluzione della crisi irachena.

Come il Santo Padre - al quale, come cittadino e politico, va il mio grazie - ci continua ad esortare e ricordare, la guerra non è ineluttabile. Su questo tema il Governo ha rischiato l'isolamento rispetto al Paese, e questo sarebbe il meno; soprattutto, ha rischiato l'isolamento rispetto a quell'idea di Europa sulla quale affondano da sempre le nostre radici culturali e politiche. Ora l'Europa ci ha aiutato ad uscire da quell'isolamento e il Capo dello Stato vi ha invitato ad adeguarvi. Cerchiamo di avvicinare con la piena adesione al documento dell'Unione europea il Parlamento italiano al popolo italiano.

Per questa ragione i senatori dell'Udeur voteranno a favore della proposta di risoluzione che ho presentato insieme al senatore Angius ed altri, in cui si dimostra che questa opposizione sa essere forza responsabile candidata al Governo del Paese.

Avremmo voluto votare a favore anche della proposta di risoluzione della maggioranza, ma, per come è stata presentata, la nostra convinzione è che il Presidente del Consiglio sia alla ricerca, appunto, di una sorta di carta bianca dal Parlamento piuttosto che di un'ampia convergenza su una posizione condivisa, che è quella espressa dal Consiglio europeo. Per questo non parteciperemo al voto sulle altre due proposte di risoluzione presentate, se così, ovviamente, faranno tutti i colleghi dell'opposizione. (Applausi dal Gruppo Misto-Udeur-PE e dei senatori Carella e Piatti).

*DEL TURCO (Misto-SDI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DEL TURCO (Misto-SDI). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, molti colleghi della maggioranza, e anche qualche collega dell'opposizione le hanno dato atto del carattere aperto del suo discorso oggi qui al Senato. Io penso si sia trattato di un discorso rivolto a noi parlamentari, alla maggioranza e all'opposizione, ma anche di un discorso attento a ciò che è avvenuto nel nostro Paese e nel mondo. Si può non partecipare ad una manifestazione, signor Presidente, la si può vivere anche come una manifestazione ostile, ma tutto deve fare un uomo di Governo tranne non ascoltare ciò che quella manifestazione propone.

Non mi lamento, come hanno fatto molti colleghi, del fatto che lei abbia voluto mettere tutte le storie di questa drammatica vicenda sotto un unico filo grigio. La posizione del Governo è andata avanti a zig-zag; non lo dico in senso polemico, perché in tutte le grandi vicende della politica estera, come in tutte le grandi vicende della politica, procedere a zig-zag non è una vergogna. Un grande rivoluzionario del secolo scorso, Mao Tse Tung, sosteneva che procedere a zig zag voleva dire anche conquistare prospettive luminose per il suo Paese.

Dunque, il fatto che lei, signor Presidente del Consiglio, abbia oggi fatto un discorso che noi consideriamo su una linea di grande discontinuità rispetto ad alcune scelte o alcune dichiarazioni del Governo del recente periodo, noi lo riteniamo positivo: siamo qui per annotare i passi avanti della politica estera del Governo.

Infatti, in tema di politica estera del Governo, signor Presidente del Consiglio, noi socialisti da sempre pensiamo che ricercare un ampio consenso in Parlamento sia un modo per parlare un linguaggio che il Paese è in grado di ascoltare ed apprezzare, anche quando sente opinioni politiche molto diverse; è anche un modo per consolidare l'immagine internazionale del nostro Paese (ce n'è bisogno, e lei sa quanto ce n'è bisogno, nei rapporti internazionali) e, soprattutto, è un modo per legittimare l'aspirazione di un'opposizione a governare il Paese.

Le grandi democrazie si regolano così. Nessuno di noi ha dimenticato che la signora Thatcher dichiarò una guerra all'Argentina per riprendersi il controllo delle isole Falkland e tutti sanno quale fosse l'opinione dei laburisti su quell'avventura militare: nessuno può però annotare una spaccatura nel popolo o nel Parlamento britannico per quella vicenda. Nemmeno in America, di fronte alla più incredibile delle iniziative militari di Reagan, cioè l'invasione di Grenada (operazione più da operetta che da grande politica estera), il Partito democratico volle approfittare dell'occasione per distinguersi, per spaccare il Paese. Le democrazie occidentali - l'America, la Gran Bretagna, gli altri grandi Paesi occidentali - cercano in politica estera un filo di raccordo, perché questo rende meno traumatico il passaggio da un Governo all'altro.

Signor Presidente del Consiglio, lei ha fatto bene a ricordare a Bush la differenza che passa tra il clima di isolamento dell'America in questo periodo e la grande unità del mondo con l'America nei giorni che seguirono l'11 settembre 2001. Qualche mese fa è venuto al Senato, a Palazzo Giustiniani, invitato dal Presidente del Senato, Henry Kissinger. Io non ho dimenticato quel discorso e lamento il fatto che in quell'occasione non ci fossero rappresentanti del Governo o ce ne fossero pochi; forse da quel discorso un rappresentante del Governo avrebbe potuto trarre anche qualche spunto di riflessione. Le riassumo quel discorso perché lei non c'era, onorevole Berlusconi, per ragioni ovvie.

Kissinger diceva che si affaccia sulla politica americana una tendenza che egli non condivide - lo ha detto a chiare lettere - e che mette in crisi la cultura atlantica tradizionale. Pensi, signor Presidente del Consiglio, che in quella circostanza Kissinger disse di essere un emigrato tedesco e di aver legato a quella politica non solo la sua scelta politica e culturale, ma persino la sua vita, trasferendosi dalla Germania negli Stati Uniti. Disse: vi avverto, il vento sta cambiando negli Stati Uniti, state attenti; un po' dipende da noi impedire che questa nuova linea travolga la tradizionale politica americana atlantica e un po' dipende anche da voi, dai Governi europei.

Lo voglio dire non solo a lei, signor Presidente del Consiglio, ma anche ai miei colleghi dell'opposizione; lo dico ad Achille Occhetto, al senatore Malabarba, ai colleghi di Rifondazione Comunista: pensate come si cambia con il tempo. Un tempo voi, colleghi dell'opposizione, avreste fatto carte false per mettere in crisi l'Alleanza atlantica; oggi sapete che crisi dell'atlantismo vuol dire unilateralismo. Un tempo voi avreste fatto feste popolari se fosse sparita la NATO; se però oggi sparisse la NATO, non ci sarebbe altra alternativa se non le coalizioni a geometria variabile, in cui di volta in volta cambiano i Paesi, ma che hanno al centro sempre una sola, grande potenza.

Pensate: c'è qualcuno di noi che ritiene persino che l'ONU sia uno strumento al servizio degli Stati Uniti, non c'è niente di più sciocco e di più falso di questo e questo rischia di metterci in crisi anche di fronte agli sviluppi che possono assumere le questioni in sede ONU, di mettere in crisi anche questa coalizione, e non solo voi, per le decisioni che dovete prendere, signor Presidente del Consiglio.

Penso che Kissinger avesse ragione. Per questo sottolineo il valore del suo discorso di questa mattina, onorevole Berlusconi, con riferimento al documento del Consiglio europeo del 17 febbraio.

Se seguite il filo del ragionamento contenuto in quel documento, l'Europa può riprendere una grande iniziativa politica, che ha al centro il problema di disarmare Saddam. Quest'ultimo non è un problema degli Stati Uniti d'America, ma è un problema nostro; è innanzitutto un problema dell'Europa e farlo vivere così al nostro Paese vuol dire anche dare un'intonazione giusta al tema delle marce per la pace.

Signor Presidente del Consiglio, se faremo questo saremo nelle condizioni di dare un grande contributo. L'Italia può avere una grande politica estera ed il Governo può trovare nel Parlamento il necessario consenso, se riusciremo a sconfiggere l'unilateralismo, a sconfiggere l'idea che mettendo in crisi la NATO, l'Europa, l'ONU, il Patto Atlantico e quant'altro seguirà un'avvenire luminoso. Invece no, non è così, signor Presidente del Consiglio.

Ringrazio il Presidente del Senato per la pazienza con cui ha seguito il mio ragionamento, che mi avvio a concludere (sono talmente abituato a tempi ristretti che dieci minuti mi appaiono troppo lunghi per un intervento). Mi spiace che non si possa concludere questo dibattito con un voto che sottolinei una convergenza tra maggioranza ed opposizione.

Non posso dare lezioni a nessuno, non sono un grande maestro di cose parlamentari, ma se la maggioranza avesse scritto in modo diverso il testo della propria proposta di risoluzione, isolando la questione dell'Europa come questione, questa sì fondamentale, ma pur sempre come parte di un ragionamento (in cui doveva difendere necessariamente l'azione del Governo, e quale maggioranza non lo deve fare?), si sarebbe potuta determinare una convergenza. Ma che ci sia nel voto (e non ci sarà, perché, per come avete formulato il nostro documento, ognuno voterà il proprio), o nei discorsi che facciamo, è comunque un messaggio importante che mandiamo al Paese. Se si seguirà una linea decisa in Europa, troverete un Parlamento meno diviso, meno ostile, meno astioso nei propri comportamenti.

Voterò soltanto il documento che ho sottoscritto, cioè quello dell'Ulivo, perché non vi siano dubbi sul carattere della nostra lotta. Vedete, ciascuno di noi avrebbe scritto un documento diverso da quello che voterà; ci conosciamo abbastanza per sapere che maggioranza e opposizione avrebbero trovato il modo di spaccare il capello in quattro. Ma i partiti servono a questo, a mettere insieme persone con opinioni anche diverse. Le coalizioni servono a questo, a cercare mediazioni complesse tra forze che hanno storie diverse.

So che quella che ho firmato è una proposta di risoluzione che ci fa rientrare in un coro in cui non siamo stati in questi giorni, ma tale è il contributo che diamo affinché l'Ulivo possa mandare un messaggio di pace vera al Paese. Per questo motivo non voterò gli altri documenti che pure vengono da questa parte del Parlamento: sarebbe un'inutile confusione e non darebbe conto di un grande fatto politico che può oggi intervenire. (Applausi dai Gruppi DS-U e Mar-DL-U e del senatore Guzzanti).

ANDREOTTI (Aut). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ANDREOTTI (Aut). Signor Presidente, onorevole Presidente del Consiglio, colleghi, credo che il fatto che la ripresa della discussione sulla politica estera avvenga con qualche giorno di intervallo dal suo inizio ci consenta, per ciò che nel frattempo è accaduto, di poterci esprimere con maggiore serenità.

Ciò che stava accadendo è che prima ancora di vedere la conclusione, in sede ONU o altrimenti, della crisi irachena si ottenesse il risultato nefasto di mettere in crisi l'Unione europea e la stessa Alleanza Atlantica.

Oggi questo è recuperato ed il tono che lei, Presidente, ha usato è anche utile, a mio parere, per controbilanciare quel nervosismo che, alla sera, cade ormai da mesi in tutte le famiglie italiane per una guerra ritenuta inevitabile, con scadenze a volte legate a qualche settimana, altre volte a fattori stagionali. Tutto ciò rischia veramente di avvelenare l'opinione pubblica, ma rischia anche di creare una certa reazione.

Credo sia difficile interpretare la manifestazione di sabato scorso dandole un'etichetta quasi ripetitiva di altre manifestazioni del genere. A cominciare da Roma, una città che conosco, molta gente ha partecipato a quella manifestazione quasi per un senso di liberazione da un incubo, per l'auspicio che qualcosa cambi in questa situazione di tensione. Guai se unificassimo questo in una lotta che è lotta quotidiana, che a mio avviso non poteva non comportare un sistema che piace a molti: il sistema bifronte del maggioritario (non voglio proseguire su questo aspetto, perché dovrei andare molto oltre).

Ritengo che il punto di partenza sia questo. Non possiamo ignorare che l’11 settembre 2001 abbia rappresentato una svolta enorme, alla quale gli Stati Uniti hanno reagito in modo molto più responsabile di quanto poteva temersi potesse accadere. Il Presidente degli Stati Uniti, con alcune dichiarazioni che fece subito, evitando di cadere nel manicheismo tra Islam e non Islam, affermò che Bin Laden era un traditore della propria fede, dando così, a mio parere, un indirizzo ad una propaganda che altrimenti rischiava di tornare, forse, alle forme peggiori del maccartismo, dell’odio o dell’ostilità nei confronti degli immigrati. Questo non può non essere tenuto in considerazione.

Vorrei ora rapidamente soffermarmi su tre punti.

In primo luogo, già in occasione della missione in Kosovo, in dissenso con l'allora ministro della difesa Mattarella, mi permisi di dire di fare attenzione a citare il Trattato della NATO. Infatti, il Trattato dell’Alleanza Atlantica è estremamente preciso e, come tutti i trattati internazionali, non a caso è ratificato dal Parlamento. Noi allora, per un certo senso di opportunità e pressappochismo, utilizzando anche la possibilità di far convergere l’opposizione con il Governo, passammo sopra a questo aspetto; però, signor Presidente del Consiglio, va approfondito. In Commissione affari esteri sostenemmo la necessità di un approfondimento e prevedemmo perciò una serie di audizioni; quella legislatura si è chiusa e le audizioni continuano nell'attuale.

Non dobbiamo mantenere un equivoco. Infatti, con la riunione di Washington che si fece poco tempo dopo, si creò la cosiddetta nuova strategia dell’Alleanza: un fatto tecnico, perché fu nuova strategia quando si passò dalla risposta totale alla risposta flessibile; ancora di più si è fatto recentemente a Praga, dove si è creata la "nuova Alleanza", con l’espressa previsione della possibilità di attuare operazioni anche fuori dell’area di competenza.

Tutto questo - non lo escludo né lo ammetto - non può avvenire attraverso dei tecnici o delle riunioni: occorre fissare degli obblighi nei Parlamenti. Non ho dubbi che l’11 settembre fosse un caso previsto dal trattato dell’Alleanza, perché era un attacco. E’ vero che nel 1949 nessuno pensava ad un attacco di quel tipo, ma era comunque un attacco ad uno dei Paesi membri. Quindi, la solidarietà dell’Alleanza era un fatto dovuto; non si doveva e non si deve discutere.

Oggi siamo dinanzi al seguente problema: si è recuperato un fronte europeo e dobbiamo assolutamente mantenerlo; sarebbe assurdo che, mentre si sta discutendo sulla Convenzione, sulla Carta dell’Europa, poi, di fatto, ci si presentasse, proprio in un caso essenziale di politica comune, con fronti separati. E' un equivoco di cui nessuno credo capirebbe assolutamente la consistenza.

Passo al secondo punto: dobbiamo evitare che si continui a fare il censimento di chi è con gli americani e di chi è contro gli americani. E’ un fenomeno anche culturale e diffuso - pensiamo al recente libro di Revel sull’antiamericanismo - che conosciamo. Noi abbiamo una tradizione: quella di aver cercato, portando con ciò anche ad un lungo periodo di incomprensione, l’adesione di un numero sempre maggiore di italiani all’Alleanza Atlantica, ad una posizione di chiarezza proprio in merito ai problemi dei rapporti con gli americani.

Ci volle meno tempo con i socialisti, un po’ di più con i comunisti (fino al 1987), ma questa era la linea su cui si è costruito. Le altre argomentazioni sono indubbiamente importanti, come quella sull’apporto che gli americani hanno dato nella prima e nella seconda guerra mondiale.

Mi sia consentito un inciso. Il collega Contestabile ha ricordato Montecassino. Bene, quel febbraio di sessant’anni fa, dinanzi allo stupore della distruzione di Montecassino, ricordo che coloro che erano in collegamento con le forze alleate - e che allora vivevano in clandestinità in Vaticano, perché c’era la guerra - dissero: daremo immediatamente le prove che c’erano grosse attrezzature dei tedeschi. Si stanno ancora aspettando quelle prove, perché la notizia non era vera: avevano ricevuto una falsa informazione. Qualche volta, quindi, le controprove sono necessarie.

Per quanto riguarda Saddam Hussein, credo di essere l’unico ad averlo conosciuto di persona. Sono stato suo ospite per due giorni nel 1978, quando dovevamo convincere, a gruppi, i Paesi arabi a smetterla con il fronte del rifiuto che avevano creato dinanzi all’accordo concluso dall’Egitto con Israele. In quell’occasione ho potuto conoscere, per quanto è possibile, il personaggio. Non passerei volentieri le mie vacanze con lui, né sono convinto che il suo fondamentalismo sia accettabile, però non è l’unico peccatore in un mondo di figlie di Maria. Quindi, pur con tutte le precauzioni necessarie, ci deve essere una coerenza.

Parliamo oggi della Corea: andiamo a guardare le carte. Chi ha aiutato la Corea del Nord quando certamente era nell’albo dei cattivi? Chi l’ha aiutata ad avviare le strutture per la centrale nucleare? Non siamo certo stati noi. Lo devo rammentare perché in Parlamento dobbiamo ricordare (oggi, fortunatamente, è uno di quei giorni in cui si fa un po’ di politica qui dentro) che non si possono distinguere le amicizie e le inimicizie secondo le comodità del momento.

Né si può considerare un disturbatore chi, come il Papa, per il proprio magistero parla ad alta voce e senza transigenze di pace. C’è stata una dichiarazione bestiale - mi sia consentito il termine - del Consigliere americano per la sicurezza nazionale, che ha detto che il Vaticano si comporta come al solito: fa come ha fatto con Hitler. Questo è veramente non giusto. Certo, per carità, una persona può avere anche un momento di disattenzione, di cattivo umore. Non posso però non ricordare che quando il Papa era in visita a Cuba e ancora non aveva finito il suo discorso, nel quale auspicava che si allentassero le tensioni tra Stati Uniti e Cuba, il Portavoce della Casa Bianca, (mentre, ripeto, era ancora in onda la trasmissione del discorso del Papa) disse: ma perché si ingerisce? Questo deve deciderlo il Congresso americano.

Poi le cose cambiano. C'è stata la guerra in Afghanistan (è l’ultimo punto che tocco), che certamente ha avuto una conseguenza positiva: la fine del regime dei talibani (anche se il dopoguerra sarà lunghissimo, perché si tratta di un Paese che la pace non l’ha mai conosciuta).

C’è un aspetto su cui richiamo l’attenzione del Presidente del Consiglio: le documentazioni ufficiali dell’ONU attestano che rispetto a quello che, sia pure in parte, era avvenuto sotto i talibani, cioè lo smantellamento delle colture di oppio, si è tornati indietro, riproponendole e commerciando. (Applausi dai Gruppi Aut, Mar-DL-U e Verdi-U). Allora, nella lotta al terrorismo, il narcotraffico lo consideriamo qualcosa di determinante o, se fatto da persone che in quel momento non ci danno fastidio, lo dobbiamo considerare invece valido?

Molto altro potrebbe dirsi, ma mi avvio a terminare il mio intervento con un auspicio. La proposta di risoluzione della maggioranza è accettabile, nel senso che corrisponde, fra l’altro, all’impostazione che il Presidente del Consiglio ha dato. Ci vorrebbe però un'aggiunta finale, che potrebbe essere tratta dall’ultimo capoverso del dispositivo della proposta di risoluzione che ha come primo firmatario il senatore Angius, che recita: "impegna, infine, il Governo a non assumere in ogni caso alcuna determinazione circa gli sviluppi futuri della crisi irachena senza la preventiva autorizzazione del Parlamento".

C’è una vecchia tradizione italiana (anche di quell’Italia per altri aspetti meravigliosa, l’Italia precedente il fascismo): quella di non dare al Parlamento in questo campo la sua funzione. La prima guerra mondiale fu scatenata contro l’opposizione della Camera dei deputati, dove vi era una maggioranza secondo cui bisognava invece cercare altrove (nel Patto di Londra o altrimenti) la soluzione dei nostri problemi di confine. Il fatto che ci siano dei precedenti non la autorizzi, signor Presidente, a ripetere il fatto di non tenere in considerazione il Parlamento. (Applausi dai Gruppi DS-U, Mar-DL-U, Verdi-U, Misto-Udeur-PE, Misto-SDI, UDC e FI e del senatore Brignone).

BOCO (Verdi-U). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BOCO (Verdi-U). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, colleghi, il quadro della crisi internazionale che oggi abbiamo davanti ci dipinge una situazione con molti problemi, con forti pressioni che si avvertono nei Parlamenti nazionali e nelle sedi politiche internazionali. Ma esiste anche un’altra condizione, oggi, che è rappresentata dalla speranza. Sì, colleghi, la speranza di evitare un conflitto dai dubbi presupposti, dall’incerto svolgimento e dalle infinite conseguenze negative.

La natura dei problemi che ci troviamo ad affrontare ci impone una seria riflessione sul ruolo stesso degli organismi sovranazionali, in particolare di fronte a crisi come quella irachena. Il pieno rispetto delle decisioni dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (e in particolare delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza) è alla base dell’accettazione di quel principio democratico che ha dato vita alla stessa ONU. Il rapporto dei rappresentanti e degli ispettori operanti in Iraq ci dice che il regime di Baghdad ora sta collaborando e sta fornendo quelle informazioni che le stesse risoluzioni chiedevano.

Naturalmente, affermare che la situazione è risolta sarebbe ipocrita. Allo stesso modo, dipingere il regime iracheno solo come vittima è lontano dal nostro senso di realtà e comprensione dei fenomeni internazionali. Ma ci domandiamo per quale motivo non si voglia chiedere il tempo necessario e concederlo agli stessi ispettori, accanendosi verso una soluzione armata della crisi, proprio quando è più vicina una sua soluzione senza l’uso della forza, costringendo ad un disarmo pacifico il dittatore iracheno.

Questo è il dubbio che ci ha accompagnati e che ci accompagna nel giudizio negativo sull’operato del suo Governo, signor Presidente, che pur annunciando grandi sforzi per una soluzione pacifica di fatto appoggia incondizionatamente l’Amministrazione statunitense e gli altri Governi che fremono per dar fuoco alle polveri.

Oggi vogliamo ribadire l'assoluta contrarietà di noi Verdi allo strumento della forza, della guerra come soluzione dei conflitti. Non siamo, colleghi, di fronte a forme di ingerenza umanitaria; l'attuale crisi irachena impone alla Comunità internazionale attenzione e una forte azione diplomatica in grado di ripristinare condizioni di democraticità e rispetto delle convenzioni internazionali in tema di armi di distruzione di massa, ma si è ben lontani dal poter imporre un intervento armato in una regione altamente pericolosa ed in continuo sommovimento.

In questo senso appare incredibile la concessione degli spazi aerei per il sorvolo, l'uso delle basi italiane e l'autorizzazione all'utilizzo di infrastrutture italiane alle truppe statunitensi. Tanto per cominciare, il nostro Paese non è in guerra e spero non sia mai questa la condizione in cui ci troveremo, mentre si fa di tutto per disegnare una situazione di imminente attacco.

Onorevole Presidente del Consiglio, le nostre dure critiche a tutte quelle autorizzazioni sono incentrate proprio su questo punto. Come si può concedere autorizzazioni che prefigurano un vero e proprio conflitto quando il Parlamento non si è espresso, né è stato informato in modo adeguato? Al di là degli accordi NATO - lo ricordava il presidente Andreotti - il Parlamento non ha contezza di accordi internazionali post 11 settembre citati dal ministro Martino che autorizzino il Governo a deliberare in tal senso. Anche perché si sta parlando esplicitamente di un attacco armato e la concessione di tali autorizzazioni cos’è se non l'annuncio di un'entrata in guerra? E l'articolo 11 della Costituzione, signor Presidente del Consiglio, che lei ha citato, che fine ha fatto?

Queste sono le nostre obiezioni. Mi permetto di affermare che si tratta di obiezioni costituzionali, ma anche di forma e di rispetto per il Parlamento. Il ministro Martino e il Governo nella sua collegialità avrebbero dovuto investire il Parlamento prima che tali autorizzazioni fossero concesse e questa è un'opinione condivisa da molti settori del Paese, non dalla sola opposizione.

Qui si innesca una ulteriore nostra contrarietà sull'operato del suo Governo, più attento a soddisfare i voleri dell'Amministrazione Bush che a consultare gli organi costituzionali su importanti questioni di rilevanza nazionale che toccano la natura stessa dei rapporti tra organi dello Stato e cittadini.

Ci spiace che lei in questo frangente non si sia fatto influenzare dai suoi amati sondaggi, che vedono la stragrande maggioranza dei nostri cittadini contrari, convintamente, ad una guerra in Iraq.

La marcia della pace di sabato ne è stata una dimostrazione. I milioni di persone scese in piazza a Roma - e i più di 110 milioni in tutto il mondo - dimostrano quanto i Governi nazionali che appoggiano o sono disponibili a questo conflitto siano distanti dai loro cittadini. Ascoltate la maggioranza degli italiani che è contraria alla guerra. Rispettate la loro volontà dichiarandovi subito contrari all'intervento armato in Iraq.

Quello che più ci ha stupiti nell'azione politica e diplomatica del Governo è l'atteggiamento assunto nei confronti dell'Unione europea. Mentre la maggioranza dei Governi cercava di evitare il conflitto, il nostro Paese ha scelto - scelleratamente, aggiungo - di schierarsi a favore del possibile conflitto senza nemmeno ricercare nell'unitarietà della posizione europea un possibile stimolo alla soluzione della crisi.

Ci chiediamo per quale motivo il Governo italiano non sia stato in grado di elaborare un progetto di alternativa alla guerra, una proposta in grado di influenzare anche il nostro partner statunitense. L'azione diplomatica messa in campo dal Presidente del Consiglio si è limitata, a nostro avviso, al contenimento di decisioni già prese, dove il nostro Paese non ha giocato né un ruolo attivo né tanto meno ha tentato di interpretare un sentimento comune europeo.

Ci spiace che la nostra tradizionale capacità di mediazione politica e diplomatica, riconosciuta in particolare dai Paesi del Medio Oriente, sia stata così cancellata da questo immobilismo mostrato fino ad oggi, signor Presidente.

Non solo: ad aggravare questa tesi c'è il giudizio fin troppo tiepido che avete dato del piano franco-tedesco, che seppure era da rafforzare nei dettagli, avrebbe potuto diventare la proposta dell'Europa intera, capace di fornire prospettive in un quadro di stabilità e rispetto delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza.

Diversi esponenti del suo Governo (e lei stesso, che si è fatto promotore dell'appello degli otto), hanno più volte ribadito che sono state Francia e Germania a tracciare un solco di divisione in seno all'Europa, schierandosi contro l'intervento. Ci chiediamo come sia possibile soltanto pensare tali assurdità. L'altro ieri il Consiglio europeo è riuscito a comporre un documento che, se per certi versi non soddisfa i Verdi, indica quanto meno una strada, chiaramente diversa da quella percorsa da lei e dal suo Governo nelle settimane precedenti.

In questi ultimi giorni, che noi speriamo siano utili a scongiurare una guerra, il Parlamento italiano deve essere capace di mantenere due punti fermi, sui quali speriamo possa esservi convergenza da parte di tutti i Gruppi parlamentari: esprimere un "no" deciso a questa guerra e appoggiare gli sforzi diplomatici per il disarmo pacifico - solo pacifico - del regime iracheno, prospettando tutte quelle strade diplomatiche per la soluzione del conflitto che hanno già evitato in passato guerre disastrose.

Signori del Governo e della maggioranza, voi dipingete spesso la nostra contrarietà alla guerra come derivante da un pacifismo integralista. Vorremmo ricordarvi che tale questione sta abbracciando tutti i cittadini del nostro Paese e i tanti giovani di tutto il mondo che, democraticamente, si sentono critici verso questa classe dirigente e verso questo modello.

Vorrei ricordare che le parole di critica verso la guerra e verso il nostro modello le pronuncia con forza, da anni, il Pontefice. Signor Presidente, vorrei ricordarle con quanta forza la Chiesa cattolica spende la propria voce, tuonando e affermando che il nostro è un sistema da criticare e che la guerra non è la soluzione. Collego questo alla grande distanza che sento con le vostre certezze, con il vostro portare questi valori, a volte gonfi di retorica, solo per screditare il lavoro corretto che le opposizioni stanno facendo.

Ancora oggi noi Verdi auspichiamo che tutte le opposizioni arrivino alla fine ad un'unica posizione chiara e netta contro la guerra. Vorrei che in questo Paese, in cui la gente comincia davvero a sentire questo sentimento di pace, si pronunci la parola giustizia; non giustizia infinita o libertà duratura, ma giustizia per tutti, fratellanza, equità. Questi sono i parametri sui quali costruiremo la soluzione per il nostro pianeta; la soluzione dopo le Twin Towers, dopo un disastro che può portare ad una deflagrazione definitiva. La parola "guerra" non porta in sé la soluzione, non porta in sé questa possibilità.

Dobbiamo saper operare e saper rispondere alle grandi ingiustizie di questo pianeta. Ecco come si bonificano i giacimenti dell'odio, signor Presidente del Consiglio: partendo dalla critica verso noi stessi, sapendo che il modello quantitativo di chi pensa che si corre e non si può che correre sempre avanti, guardando al proprio successo, è un modello che non prende in considerazione i tre quarti dell'umanità.

Avverto cecità nelle sue parole, le parole che ha sempre espresso; sento la mia alterità rispetto a lei e alle sue parole. Ho bisogno di criticare me stesso nella consapevolezza che esistono miliardi di persone fuori del diritto, con cui dobbiamo discutere e con cui possiamo discutere, signor Presidente, solo se partiamo dal presupposto che non esiste superiorità dell'uno né dell'altro modello, che il nostro modello non è superiore al loro. Questo passaggio teorico non può mai essere messo in discussione. Il nostro modello deve saper mettere in discussione ciò che abbiamo fatto, migliorare se stesso e portare gli altri ad un livello di vita dignitoso.

Signor Presidente, esistono oggi miliardi di ingiustizie e milioni di morti, ormai entrati nelle nostre case. Noi Verdi vogliamo una giustizia vera, vogliamo giustizia per quei ragazzi del Sud del mondo che ne hanno bisogno. Dobbiamo saper rispondere alle parole dell'odio con parole che non sono di guerra, parole che vorrei sentir pronunciare - e sto ancora aspettando di sentirle - da questo Governo e da questa maggioranza.

Concludendo, signor Presidente del Senato, oggi siamo ad esprimere finalmente il nostro voto. Un voto contrario, per noi Verdi, alla proposta di risoluzione della maggioranza. Un voto contrario per quello che il nostro Governo ha fatto in questi mesi. L'unica cosa che ammettiamo, bipartisan (sì bipartisan!), è la pace e la contrarietà a questa guerra.

Abbiamo sottoscritto una risoluzione comune con gli altri Gruppi dell'Ulivo (pur con le nostre certezze, che sono, colleghi, senza se e senza ma), perché riteniamo oggi un valore la coesione del fronte del no a questa guerra, perché milioni di italiani hanno il diritto di vederci uniti sui valori della pace. E troviamo su questi stessi valori altre proposte di risoluzione. Anche quella di Rifondazione Comunista ci trova vicini, e la voteremo. La voteremo convintamente perché lavoriamo affinché tutte le opposizioni sappiano dire con coraggio al Paese: no a questa guerra, né oggi né domani; senza un solo dubbio, ma purtroppo, colleghi della maggioranza e del Governo, senza di voi. (Applausi dai Gruppi Verdi-U, Mar-DL-U, Misto-Com e DS-U. Congratulazioni).

CONTESTABILE (FI). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CONTESTABILE (FI). Signor Presidente, accogliendo l'autorevole suggerimento del senatore Andreotti, la maggioranza aggiunge, alla fine della propria proposta di risoluzione, la frase: "impegna, infine, il Governo a non assumere in ogni caso alcuna determinazione circa gli sviluppi futuri della crisi irachena senza la preventiva autorizzazione del Parlamento". (Applausi dai Gruppi FI, UDC, AN e LP).

PROVERA (LP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PROVERA (LP). Signor Presidente, il documento approvato dal Consiglio europeo, al quale l'Italia ha contribuito, lascia spazio a motivi di conforto e a qualche speranza. Al di là delle singole enunciazioni, esso rappresenta, nel suo insieme, un primo passo concreto verso una nuova coesione politica europea. Esso dimostra una ritrovata unità nell'affrontare una questione di vitale importanza come la crisi irachena. (Brusìo in Aula). Signor Presidente, le chiederei di far fare un po' di silenzio.

PRESIDENTE. Il collega Provera ha ragione; invito tutti i senatori a fare un po' più di silenzio.

PROVERA (LP). Se tutto questo è frutto di un momentaneo compromesso - speriamo di no - verrà verificato tra alcuni giorni su una eventuale seconda risoluzione delle Nazioni Unite.

Quel che è certo, è che viene ricomposta, almeno in parte, l'immagine di un'Europa totalmente lacerata ed impropriamente divisa in due campi avversi, a favore o contro gli Stati Uniti d'America. Ho detto "impropriamente" perché la vera questione è sempre stata un'altra, ossia se Saddam Hussein possiede armi di distruzione di massa oppure no, ed eventualmente disarmarlo.

Sappiamo per certo alcune cose: che l'Iraq possiede missili con gittata superiore del 30 per cento a quella consentita e si oppone alla loro distruzione; che non vuole dar conto di 70 tonnellate di antrace, che peraltro ammette di aver prodotto; che si è opposto in vari modi alle ispezioni dell'ONU, e questo non è l'atteggiamento di chi non ha nulla da nascondere.

Alla radice di questa crisi vi è quindi la responsabilità di un dittatore sicuramente sanguinario, e le divisioni occidentali nascono soltanto dalle differenti valutazioni… (Brusìo in Aula).

PRESIDENTE. Colleghi, alla mia sinistra c'è un capannello, che immagino sia a fin di bene, però crea molto brusìo. Se voi foste così cortesi da essere più silenziosi, potremmo ascoltare le parole del collega Provera.

PROVERA (LP). Quindi, le divisioni occidentali nascono soltanto dalle differenti valutazioni su come neutralizzare Saddam.

L'atteggiamento americano è frutto di un nuovo concetto strategico di difesa avanzata, oltre che della tutela di compositi ed importanti interessi nazionali, economici e geopolitici.

L'11 settembre 2001 ha cambiato la vita di tutti noi e soprattutto ha disintegrato l'orgogliosa certezza americana della propria inviolabilità. Con le Torri è crollato un mondo e la reazione è stata la filosofia della guerra preventiva e l'ossessione di garantire la propria sicurezza.

L'Europa non ha capito l'11 settembre e ha chiuso gli occhi, politicamente parlando, di fronte alla nuova strategia politico-militare americana, che sembrava potesse esaurirsi con l'intervento in Afghanistan. Eppure, Bush è stato chiaro quando ha detto: la sfida del terrorismo è globale e globale e lunga sarà la guerra per sconfiggerlo. Su questa nuova dottrina occorrerà fare una nuova, approfondita riflessione politica e pronunciarsi in maniera definitiva.

La spaccatura alla quale ha posto in parte rimedio il Consiglio europeo è stata provocata dall'iniziativa di Francia e Germania, che hanno proposto un piano - povero, peraltro, di contenuti - senza informare preventivamente alcun partner, violando l'etichetta politica comunitaria ed indebolendo oggettivamente la capacità contrattuale del vecchio continente.

È probabile che Francia e Germania volessero assumere in questo modo la leadership dell'Unione e ricreare quel direttorio continentale che per noi è inaccettabile. La loro accusa di dividere l'Europa, rivolta contro i Paesi firmatari del documento degli otto (peraltro comparso solo successivamente), è un tentativo (debole) di coprire un errore (grave). Errore peraltro ripetuto con diabolica perseveranza… (Richiami del Presidente).

PRESIDENTE. Senatore Passigli, le posso chiedere per la seconda volta (vedo che non mi ascolta) di sciogliere quel capannello? Senatrice Toia e senatore Passigli, per cortesia, c'è un limite!

Prego, senatore Provera.

PROVERA (LP). Parlavo di errore, peraltro ripetuto con diabolica perseveranza in ambito NATO, quando la Turchia ha chiesto di attivare le procedure di consultazione (previste dall'articolo 4) non per ottenere, ma per pianificare la propria eventuale difesa. In questa occasione, al duopolio franco-tedesco si è aggiunto il Belgio (ansioso di fare brutte figure), ma il loro veto è stato superato nel Comitato di pianificazione della difesa, dal quale è esclusa la Francia. Berlino e Bruxelles si sono allineate e i ripensamenti sono già evidenti. Schröder, il primo a pentirsi, ha già inviato batterie di missili Patriot in Israele, mentre la portaerei nucleare De Gaulle è stata prudentemente inviata nel Mediterraneo orientale, a riprova che persino la Francia vuol essere pronta a tutto.

Restano comunque tre fatti gravi. Il primo è che l'obbligo di solidarietà atlantica nei confronti della Turchia è stato sostanzialmente disatteso, e questo rappresenta un pericoloso precedente per ogni membro attuale e futuro dell'Alleanza. Da oggi ciascuno può temere di essere abbandonato nel momento del bisogno. Il secondo è l'oggettivo indebolimento della coerenza e della credibilità dell'Alleanza anche verso l'esterno. Il terzo è che il rifiuto di ascoltare la Turchia rafforza oggettivamente l'estremismo islamico in quel Paese, contro un Governo di impronta religiosa ma moderato e che ha dimostrato nei fatti di essere concretamente a fianco dell'Occidente.

In questo panorama grigio, i motivi di speranza vengono, come ho già detto, dal documento del Consiglio europeo e dall'atteggiamento responsabile e consapevole della grande maggioranza delle forze politiche italiane.

Ci rendiamo tutti conto dell'estrema complessità della situazione e degli aspetti politici, economici, etici e sociali ad essa connessi. Siamo tutti consapevoli delle gravissime conseguenze che possono derivare da una scelta sbagliata e soprattutto di quanto sia difficile per chiunque fare la scelta giusta.

Credo che un contributo apprezzabile all'attività dei Governi potrà venire da una più frequente consultazione tra le rappresentanze parlamentari dei vari Paesi, che sono l'espressione più piena delle sensibilità politiche di ogni popolo ed uno strumento forte di comunicazione.

Io non ricordo un solo incontro con parlamentari del Congresso americano in dodici anni di attività politica. La politica è l'unico strumento alternativo alla guerra, è stato detto, ed io condivido tale affermazione. Ma la storia anche recente ci ha insegnato che il patto di Monaco del 1938, che cedette ad Hitler i Sudeti, fu la sconfitta della politica e della ragione e incoraggiò il nazismo a nuove aggressioni.

La sola speranza di indurre Saddam al disarmo o all'esilio sta nella compattezza e nella pressione militare di tutto l'Occidente. L'impero sovietico è crollato per il dispiegamento dei missili Cruise e per il progetto "Guerre stellari", non per le marce pacifiste nelle strade d'Europa. Il pacifismo ad oltranza, che rifiuta la violenza anche in difesa dalla violenza altrui, non solo fa perdere la guerra, ma fa perdere anche la pace e le speranze di pace.

Vorrei però ricordare che c'è una cosa a mio parere ancor più importante della pace ed è la libertà, la libertà nella sicurezza. Per queste ragioni approviamo l'operato del presidente Berlusconi e le sue comunicazioni e dichiariamo il nostro voto favorevole sulla proposta di risoluzione della maggioranza. (Applausi dai Gruppi LP, FI, UDC e AN. Congratulazioni).

D'ONOFRIO (UDC). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

D'ONOFRIO (UDC). Signor Presidente, onorevole Presidente del Consiglio, nei pochi minuti consentiti per questo intervento cercherò di concentrare l'attenzione, se possibile, su tre questioni, premettendo che il Gruppo dei senatori dell'UDC voterà a favore della proposta di risoluzione della maggioranza, a maggior ragione dopo l'integrazione intervenuta su suggerimento del presidente Andreotti.

Il Governo sta cercando di dimostrare - mi rivolgo in particolare ai colleghi dei Gruppi del centro-sinistra - che è possibile la continuità con il principio dei rapporti multilaterali, ma che vi è al tempo stesso la necessità di cambiare le regole dell'ordine internazionale vigente. Quest'ultimo è in mutamento ovunque: nelle Nazioni Unite, nella NATO, nell'Unione europea. Occorre che i colleghi del centro-sinistra si rendano conto che sono in corso di cambiamento tutte e tre queste organizzazioni internazionali.

Le Nazioni Unite nacquero nel 1942, nel contesto della seconda guerra mondiale, e solo gli esiti di quest'ultima consentono ancora a Francia e Inghilterra di sedere nel Consiglio di sicurezza con il relativo potere di veto.

Il Patto Atlantico nacque nel 1949 in funzione antisovietica ed è alla ricerca della nuova missione della NATO; non è più la NATO degli anni '50 o '60.

L'Unione europea vive un passaggio traumatico tra la vecchia Europa a 15 e la nuova Europa a 25 Stati.

Abbiamo una grande difficoltà nel combinare la continuità della politica estera italiana verso l'ONU, verso la NATO, verso l'Europa con la evidente necessità di cambiamento che ciascuna di queste istituzioni sta vivendo.

È questo il senso di una qualche discontinuità o zigzagare della politica del Governo; è il dover contemporaneamente essere protagonisti di continuità e di cambiamento in tutte e tre le istituzioni internazionali.

È questo a nostro giudizio il punto fondamentale. Lo dico perché l'UDC, da quando nel proprio manifesto prese atto che il cambiamento dell'ordine internazionale era una necessità, concorse e concorre a questa alleanza nella convinzione che si può essere conservatori del principio della multilateralità (che della NATO, delle Nazioni Unite e dell'Unione europea è fondamentale), ma anche che vi sono mutamenti istituzionali necessari.

Dico questo perché è evidente che soltanto ragioni di politica interna, tutto sommato in qualche misura modeste e transeunti, possano dare l’impressione che il Governo sia un giorno favorevole e un altro contrario alla pace. Tutte e tre le istituzioni internazionali sono in corso di cambiamento.

In secondo luogo, il Governo, ovviamente, è un Governo di più partiti che in campo internazionale ed europeo fanno parte di diverse organizzazioni internazionali. Desidero ricordare un fatto che sta particolarmente a cuore a noi dell’UDC. Il Partito Popolare Europeo, del quale il Presidente del Consiglio è membro autorevole, non più di due settimane fa, nel suo ufficio politico riunito a Bruxelles, ha affermato di ritenere pericoloso il documento franco-tedesco, perché inidoneo a forzare la mano a Saddam Hussein verso il disarmo, e ha favorito invece i contenuti del cosiddetto documento degli otto, ritenendo che lo stesso esprimesse la linea del Partito Popolare Europeo nel contesto internazionale.

Intendo dire che noi dell’UDC riteniamo che la comune appartenenza al Partito Popolare Europeo in questo momento renda la posizione politica italiana particolarmente forte, non suddita ma alleata degli Stati Uniti, non antieuropea ma favorevole alla nuova Europa a 25 Stati.

Noi non possiamo essere soltanto il partito dell’Europa fino a 15; il Presidente del Consiglio è anche il Presidente del Consiglio di un partito europeo che guarda all’Europa a 25. Occorre che i colleghi del centro-sinistra si chiedano perché quell’allargamento ad Est, così fortemente voluto dall’Unione Europea, è diventato in questo momento l’arma maggiore che gli otto hanno potuto esibire a Bruxelles: perché tutti i paesi ex Sovietici hanno percepito che la libertà dall’Unione Sovietica l’hanno portata soprattutto gli Stati Uniti.

Questo è il senso della libertà che i paesi dell’Est ex sovietici hanno potuto rappresentare e rappresenteranno nella nuova Europa e l’Italia, in questo senso, è soggetto cofondatore della nuova unità dell’Europa a 25; non è soltanto un soggetto coofondatore della vecchia Europa è un soggetto fondatore anche della nuova Europa a 25.

Questa è la ragione per la quale la politica estera italiana, in questo momento, appare particolarmente interessante dal punto di vista generale e ci sembra di capire che talune opposizioni alla politica estera italiana siano dovute soltanto a un tentativo vano di mantenere le cose ferme com’erano e come ovviamente non possono rimanere.

Un’ultima considerazione. E’ ovvio che la questione non è la scelta tra la pace e la guerra. Mi spiace che milioni di italiani e milioni di persone in tutto il mondo abbiano vissuto e vivano un problema traumatico di scelta tra pace e guerra.

E’ chiaro a tutti noi - e ritengo debba esserlo anche ai colleghi del centro-sinistra e a tutti coloro che hanno manifestato sabato scorso a Roma - che la pace è nelle mani di Saddam. Saddam può ottenere la pace nel giro di ventiquattr’ore facendo quello che non ha fatto. Ma di chi sarebbe la responsabilità se si dovesse far ricorso alla forza armata?

E’ un’ipotesi che nel Consiglio europeo è stata affacciata come ultima risorsa, ma che c’è. E’ ovvio che questa è la ragione per la quale il Consiglio europeo non poteva scegliere - e non ha scelto - la linea della pace senza "se" e senza "ma". Ha detto che la pace è un bene supremo, è nelle mani di Saddam poterla rispettare; se però Saddam non ottempera alle risoluzioni essenziali del disarmo si può fare anche ricorso alla forza armata.

Ma vi è un elemento nuovo nel Consiglio europeo che non vorrei fosse sottovalutato dai colleghi del centro-sinistra: si dice per la prima volta in modo chiaro che il dispiegamento militare intorno all’Iraq fa parte della pressione necessaria per ottenere dall’Iraq il rispetto delle risoluzioni internazionali. Intendo dire che non si tratta di quella previa preparazione della guerra che i colleghi del centro-sinistra hanno indicato come motivo per non consentire il transito in Italia a forze armate di altri Paesi; la pressione militare è parte della volontà della comunità internazionale di ottenere il rispetto delle risoluzioni internazionali.

Signor Presidente del Consiglio, per queste ragioni noi voteremo oggi in senso favorevole; sappiamo che si tratta ancora di una votazione interlocutoria, che altre ve ne potranno essere. Ecco perché riteniamo molto opportuno il suggerimento del senatore Andreotti; tutta la maggioranza ha concorso a includere nella propria risoluzione l’impegno alla pace, proprio perché sappiamo che questo impegno non ci divide ma che tempi diversi possono essere davanti a noi e ciò sarà soltanto la conseguenza di una volontà di Saddam Hussein di continuare pervicacemente a violare le risoluzioni delle Nazioni Unite. (Applausi dai Gruppi UDC, AN, FI e LP. Congratulazioni).

*BORDON (Mar-DL-U). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BORDON (Mar-DL-U). Signor Presidente, l'Abbé Pierre chiede ai propri confratelli di lasciare nelle loro comunità almeno una finestra con un vetro rotto perché giungano sempre le voci dal di fuori. Ho l’impressione che persino a palazzo Chigi, così prudentemente restaurato - e non solo dal punto di vista edilizio - dal suo Governo, qualche finestra col vetro rotto questa volta ci sia stata. O forse, signor Presidente del Consiglio, saranno stati i servizi de "La 7" o quello, magari meno completo ma non meno importante, di "Italia 1" a farle giungere, laddove la RAI sembrava persa nella sua solitudine di servizio privato, le voci dei milioni di persone che nel mondo manifestavano per la pace.

Vede, signor Presidente, quando più di 100 milioni di persone manifestano nel mondo per gli stessi valori c’è qualcosa di nuovo e di enorme. Lei sa che qualche editorialista americano ha addirittura parlato di una nuova "superpotenza della pace". Emerge, cioè, l’altra faccia della globalizzazione, oltre a quella fino ad oggi conosciuta dei capitali e del mercato: quella dei valori e delle idee.

Quella di sabato, per di più, è stata una manifestazione di popolo nel senso letterale del termine e io credo, signor Presidente del Consiglio, che lei, nelle sue, se ho ben compreso, frequenti telefonate a Bush dovrebbe anche riuscire a far giungere ai nostri amici americani la novità di tali manifestazioni. In esse, infatti, non c’è, se non in minima misura (e va stroncata anche questa minima misura), la malapianta dell’antiamericanismo.

Le decine di milioni di giovani - sono l’altro elemento di novità - che sono scese in piazza si sono molto spesso formate nei valori e nella cultura proprio della grande madre americana. Proprio per questo è pericolosa ancor di più la mancanza di comunicazione fra l’attuale Governo americano e i valori americani e le nuove generazioni. Tali valori oggi incrociano una preoccupazione e una dimensione della globalizzazione assai nuova.

Qualcosa di questo, come le dicevo, forse è giunto perfino alle sue orecchie, se comprendo i toni mutati, qualche correzione e qualche parziale, ma insufficiente, risposta che ha dato nella sua, mai così parca, replica. Vede, signor Presidente del Consiglio, malgrado questo a me pare che sia il suo discorso che la sua replica non siano assolutamente soddisfacenti, in primo luogo perché mi deve consentire (per usare un verbo a lei molto gradito) che c’è stato un goffo tentativo, assai poco consono a livello istituzionale, di chiamare in causa all’interno di una presa di posizione politica il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, in secondo luogo perché, se dovessi basarmi unicamente sulla sua lettura degli avvenimenti, dovrei dire (per citare le parole di un altro ex Presidente della Repubblica) che il Documento europeo è stato scritto sotto dettatura del nostro Presidente del Consiglio.

Che così non è del tutto evidente. Quel documento è il frutto di un compromesso e di un equilibrio tra due posizioni: quella (sostenuta fondamentalmente dalla Francia, dalla Germania e dal Belgio) contraria alla guerra preventiva e favorevole a lavorare fino all’ultimo minuto per la pace, e l’altra, nella quale lei ha inserito, secondo me in maniera del tutto errata, quale punta avanzata dell’interventismo, il nostro Governo. Se fosse per davvero prevalsa la posizione italiana, a questo punto non ci resterebbe che salutare i nostri fanti e partire per il fronte.

Lei, signor Presidente del Consiglio, ha avuto perfino l’ardire di richiamare l’articolo 11 della Costituzione che, come è noto, è di una chiarezza e di una limpidezza senza pari. Lo cito nuovamente: "L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli". Se ho ben capito, per lei queste parole sono diventate: "L’Italia vuole la guerra come strumento di difesa attiva per la libertà degli altri popoli", stravolgendone il senso, anzi snaturandolo e costruendosi una sorta di sua personale interpretazione. Dopo la dottrina di Bush…(Commenti dal Gruppo FI).

PRESIDENTE. Colleghi, vi prego. Il senatore Bordon ha il diritto di dare le interpretazioni che ritiene opportune.

BORDON (Mar-DL-U). Io sto oggi per citare una nuova dottrina, propria del presidente del Consiglio Berlusconi… (Commenti dal Gruppo FI. Proteste del senatore Novi) …quindi la maggioranza dovrebbe, se non altro, acconsentire a questa mia informazione.

Come dicevo, dopo la dottrina di Bush della guerra preventiva, se ho colto bene, abbiamo adesso quella di Berlusconi della difesa attiva.

Signor Presidente del Consiglio, lei poi è stato assolutamente contraddittorio ed ambiguo quando ha giustamente condannato l’isolamento degli Stati Uniti, ma poi ha aggiunto "non lasceremo soli gli Stati Uniti" e ha cercato una parziale correzione nel corso della sua replica (come ho già detto). Lei sa che vi sono posizioni diverse, anche se vi fosse una seconda risoluzione dell’ONU, ma lei non ha chiarito se in assenza di una seconda risoluzione dell’ONU lei porterebbe comunque il nostro Paese, magari senza un voto del Parlamento, al fianco degli Stati Uniti in una guerra preventiva.

Queste parole nette di chiusura io in quest’Aula non le ho ancora udite. C’è sempre tempo, fino all’ultimo, ma spero proprio che il suo "no" alla guerra preventiva sia un no secco. (Commenti dai Gruppi FI e AN. Richiami del Presidente).

Non si può dare il via libera qui e ora ad attività che prefigurino l’intervento militare, non si può prescindere dalla verifica dei presupposti, non si può dire di lavorare per la pace preparando la guerra.

Signor Presidente del Consiglio, lei in un altro discorso svolto nell’Aula del Senato ha citato il detto latino "si vis pacem, para bellum"; si tratta di una frase che era già messa in discussione più di 2000 anni fa ed oggi andrebbe urgentemente corretta con "se vuoi la pace prepara e lavora per la pace".

Si comprende, signor Presidente del Consiglio, che nell’opinione pubblica americana (il senatore D'Andrea lo ricordava pochi giorni fa in un altro dibattito in quest’Aula) c’è il mito della mission quasi religiosa, tesa ad esportare la democrazia e a rafforzare così la pace.

Certamente l’instaurazione della democrazia aiuta la pace, ma la democrazia non si può imporre con le armi. Alla sua causa è più facile guadagnare nuovi adepti con la persuasione, con l’iniziativa politica (quella che è mancata), con la cooperazione economica e con il paziente negoziato. Sono questi gli ingredienti che noi avremmo voluto avere ben più presenti nell’azione del suo Governo.

Mi avvio a concludere dichiarando che vediamo indebolirsi l’arte della pace e invece progredire l’arte della guerra. Eppure noi sentiamo in coscienza il dovere di fare ancora il possibile, per quanto nelle nostre possibilità. A questo voglio ascrivere l’importante contributo unitario della mozione dell’Ulivo, per fare in modo che si mantenga la pace e soprattutto per costruire un ordine mondiale sempre più funzionale a quell’obiettivo.

Siamo convinti che i rapporti tra le comunità politiche devono essere regolati nella verità, nella giustizia, nella solidarietà operante, nella libertà e che la stessa legge morale che regola i rapporti tra singoli esseri umani debba regolare pure i rapporti tra le rispettive comunità politiche, anche perché (come diceva già qualcuno molto, ma molto tempo fa) "un’autorità fondata sull’ordine morale usata contro l’ordine medesimo nello stesso istante cesserebbe di essere tale". (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U, DS-U e Verdi-U).

NANIA (AN). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

NANIA (AN). Signor Presidente, onorevole Presidente del Consiglio, onorevoli senatori, nonostante le dichiarazioni rese alla stampa subito dopo l’intervento del Presidente del Consiglio e nonostante l’intervento con il quale anche il senatore Morando ha iniziato il suo dire in quest’Aula, parlando di "robusta inversione di rotta" da parte del presidente Berlusconi, posso dire che io nelle sue dichiarazioni non ho visto alcunché di originale.

La sua posizione, la posizione del Governo e della Casa delle libertà, se mi si consente l'ironia, mi sembra nota, un po' noiosa e ripetitiva perché lei da parecchio tempo ha ripetuto in tutte le sedi, nazionali e internazionali, la posizione dell'Italia.

Giova a tale proposito ricordare, per esempio, che nel corso della 57a sessione dell'Assemblea generale dell'ONU, il 13 settembre 2002, lei, signor Presidente del Consiglio, ribadiva che dovevano essere impiegati tutti i mezzi politici e diplomatici possibili per reagire alla minaccia irachena e che in caso di fallimento sarebbe stato necessario agire nel quadro delle Nazioni Unite.

Questa stessa posizione lei confermava il 25 settembre, in Aula, durante un dibattito sulla politica estera e in quell'occasione ribadiva la necessità di rafforzare gli strumenti dell'azione multilaterale.

Con ciò intendo dire che il Governo italiano, ripercorrendo in questo la coerenza della tradizione in materia di politica estera dei precedenti Governi, che nonostante il loro colore politico consideravano comunque la politica estera la politica dell'Italia, ha ribadito in più occasioni che bisogna ricercare l'unità europea ma con accanto gli Stati Uniti alleati, che bisogna ricercare una difesa europea e che al tempo stesso occorre considerare centrale per le decisioni di politica internazionale l'Organizzazione delle Nazioni Unite.

Questa riflessione di premessa mi permette di domandare da subito chi è il soggetto della crisi irachena. A volte sembra, ad ascoltare i nostri interlocutori e - diciamocelo francamente - anche osservando la qualità di tanti interventi televisivi, che il soggetto della crisi non sia l'Iraq: ogni tanto sembra Bush, qualche volta - buon per lei che passerà probabilmente anche da questo punto di vista alla cronaca politica mondiale globalizzata - sembra che il soggetto della crisi almeno in Italia sia Berlusconi, altre volte non si capisce se c'è da una parte un soggetto della crisi e dall'altra dei soggetti che rispondono alla crisi.

Voglio dire con forza, allora, che mi sembra che il soggetto della crisi sia l'Iraq, il quale si è avventurato in questa lunga vicenda già oltre dieci anni or sono e dall'altra parte ritengo ci sia la comunità internazionale con i suoi soggetti, tra i quali mi sembrano significative l'Organizzazione delle Nazioni Unite, la posizione dell'Europa e, ritengo, ancora significativa la posizione della NATO.

In questa situazione, nella realtà odierna, il problema attuale è quello di coniugare la pace non più con l'egemonia russa o americana rispetto alle quali la destra storica andava oltre, ma con la sicurezza, che rappresenta la nuova frontiera di fronte alla quale si devono sperimentare strategie di difesa e di intervento. Vi è, da ultimo, un soggetto che sono gli Stati Uniti d'America ai quali, volenti o nolenti, fino a nuove notizie, è affidato il compito della deterrenza mondiale e questo non perché lo vuole Silvio Berlusconi, non perché lo vuole il Governo di centro-destra, ma perché lo ha ribadito in più occasioni e con forza la Comunità internazionale.

Allora se da una parte c'è il soggetto della crisi Saddam e dall'altra parte ci sono i soggetti della politica internazionale che si pongono oggi il problema della pace nella sicurezza, diventa urgente come non lo era prima dell'11 settembre il disarmo dell'Iraq. Questo è l'obiettivo; per la verità devo dire che non è l'obiettivo del Governo di centro-destra ma anche della risoluzione del Consiglio europeo che recita esattamente: "L'obiettivo dell'Unione nei confronti dell'Iraq rimane" - vuol dire che lo era anche prima - "il pieno ed effettivo disarmo". Dobbiamo raggiungere questo obiettivo; lo debbono raggiungere le organizzazioni internazionali.

Per rendere raggiungibile questo obiettivo c'è un mezzo principale, fondamentale: il mezzo della pace. C'è una chiave che può aprire la porta della pace e la chiave della pace, nonostante ciò che affermano i pacifisti, i quali la declamano ma non la praticano, è nelle mani di Saddam Hussein. Solo Saddam Hussein con la pace può risolvere il problema che abbiamo di fronte, solo Saddam Hussein ha questo privilegio.

Secondo le decisioni dei vari organismi internazionali, l'unico strumento a disposizione è la deterrenza. Che cosa afferma la risoluzione dell'Unione europea? "La guerra non è inevitabile; l'uso della forza dovrebbe essere solo l'ultima risorsa". La risoluzione usa il condizionale e anche Massimo D'Alema ha recepito questo passaggio.

C'è solo un modo per impedire che l'uso della guerra sia l'ultima risorsa ed è che Saddam Hussein collabori, ottemperi alle risoluzioni dell'ONU. Con la pace può rispondere solo Saddam Hussein. La risoluzione europea riconosce l'unità e la fermezza della comunità internazionale, espresse con l'adozione all'unanimità della risoluzione 1441; tale risoluzione fa riferimento - sentite e tremate! - al concentramento delle forze militari.

La risoluzione dell'Europa riconosce cioè che l'invio degli ispettori in Iraq e la possibilità che l'Iraq risolva con la pace questa grave crisi dipendono dal ruolo di deterrenza degli Stati Uniti d'America. È in questo concerto che ci muoviamo; tutti sanno che senza questo ruolo di deterrenza saremmo ancora al 1998, con gli ispettori dell'ONU sloggiati dall'Iraq.

Dobbiamo renderci conto che se non si blocca Saddam Hussein con i se e con i ma, rendendolo responsabile della circostanza che con la sua chiave può aprire la porta della pace come la può chiudere, si renderà un pessimo servizio a tutti noi, al popolo italiano e ai cittadini che vogliono la pace in tutto il mondo.

Abbiamo assistito ad un pacifismo al quale sarebbe bene rispondere come ha risposto una persona insospettabile. Norberto Bobbio ha scritto un volumetto, che consiglio agli amici della sinistra, proprio sulla guerra giusta o ingiusta, e su questo tema, ad esempio, afferma: "Che cosa sarebbe successo, anche di noi, se gli aggrediti avessero fatta propria in anticipo la massima dei pacifisti assoluti che, nei primi anni della guerra fredda, proclamavano "meglio rossi che morti"? avremmo addirittura scritto "meglio nazisti che morti"?".

La politica deve rispettare questo pacifismo, quando si riferisce all'etica dei princìpi, ma deve giustamente valutarlo quando si guarda all'etica dei risultati. Sempre Norberto Bobbio, nostro collega senatore, ha scritto: "Il fatto è che non mi persuade l'impostazione in chiave prevalentemente antiamericana che si è voluta dare a queste manifestazioni. Ho tanta paura che, con le migliori intenzioni, i pacifisti italiani e in genere quelli occidentali finiscano per fare il gioco dell'avversario". Così si incoraggia il dittatore iracheno, il quale, non a caso, ha sottolineato più volte che la guerra dalle nostre parti è molto impopolare.

Saddam Hussein ha ringraziato coloro che hanno manifestato in particolare nelle città di Londra, Madrid e Roma. Alla luce di tutto ciò, che cosa fa la sinistra? Plaudo al richiamo del senatore Andreotti, il quale ci propone di raccogliere l'invito finale al Governo contenuto nella mozione di cui è firmatario il senatore Angius, ma il centro-sinistra dimentica che se in Italia c'è stato un Governo che prima ha praticato la guerra e poi è venuto in Parlamento, è stato il Governo del centro-sinistra in occasione della guerra nel Kosovo. (Applausi dai Gruppi AN, FI e LP).

Quando i nostri aerei già bombardavano il Kosovo, è cominciato il dibattito in Aula, e ciò dimostra che da questo punto di vista nessuno ci può richiamare alla correttezza, alla coerenza e al rispetto dell'opposizione e del Parlamento, che il Governo di centro-destra ha.

Voglio poi dire: finiamola con le battute di comodo alla Rutelli! Un solo linguaggio è quello del Governo di centro-destra, non ce n'è uno arabo e uno inglese. Questo ridurre i problemi della politica internazionale a problemi di condominio non ci piace assolutamente e non credo piaccia a tutti, anche perché la coerenza - e mi avvio a concludere da questo punto di vista - della posizione del Governo è stata registrata, colleghi dell'opposizione, prima di tutto dal Capo dello Stato, il quale, settimane fa, ha testualmente scritto al Presidente del Consiglio: "Apprezzo l'opera compiuta da lei e dal Governo da lei presieduto per mantenere la crisi irachena nel quadro dell'ONU". (Applausi dai Gruppi AN, FI e UDC). Ha parlato di complementarità tra l'integrazione europea e il legame transatlantico incarnato dall'Alleanza Atlantica e ha parlato di coesione europea e di amicizia nel rapporto tra Europa e Stati Uniti.

Ecco perché le dico, presidente Berlusconi: lei non ha detto nulla di nuovo, ha ribadito una posizione coerente, di non violenza, che è cosa diversa dal pacifismo. E qui bisogna dare ragione alle tante battaglie radicali, che portano però il non violento ad aiutare il debole, se aggredito, a portare avanti la giustizia, se è offesa.

Non dobbiamo aver paura di utilizzare la forza se gli arroganti vogliono colpire coloro che portano avanti la libertà e la democrazia, come ultima risorsa, come ultima arma; questo, nelle migliori tradizioni italiane. (Applausi dai Gruppi AN, FI, UDC e dei senatori Vanzo e Carrara. Congratulazioni).

ANGIUS (DS-U). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ANGIUS (DS-U). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, il mondo - il mondo - è contro la guerra e l'Italia - l'Italia - è contro la guerra. E lei, signor Presidente del Consiglio, lo sa: noi siamo contro la guerra.

Si è detto che nel mondo ci sono due superpotenze: gli Stati Uniti d'America e il Movimento per la pace. Noi vorremmo che queste due superpotenze fossero unite. Oggi, purtroppo, non lo sono. Temiamo che un Paese amico come gli Stati Uniti si sia spinto troppo in là, o addirittura abbia già deciso. Ad un Paese amico diciamo che la guerra non è inevitabile, ma diciamo che la guerra è evitabile. Proviamoci.

Ci sono per noi in questi giorni motivi di tristezza e di preoccupazione. Noi sappiamo cosa sono gli Stati Uniti nel mondo, la loro forza, il loro prestigio, il loro ruolo. Sappiamo che cosa hanno fatto per l'Europa e per l'Italia. Conosciamo le minacce, gli attentati, le morti che hanno patito l'11 settembre. Sono un Paese amico e tale resteranno, ma ciò non ci impedisce di esprimere un dissenso chiaro ed onesto verso l'Amministrazione Bush, verso ciò che sta facendo nella crisi irachena.

No, non lo diciamo solo noi: non ci sono prove credibili che inchiodano Saddam alle sue responsabilità; non sono state provate. Lo dice la maggioranza dei Paesi che fanno parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. C'è il sospetto che ci siano: cerchiamole allora. Ma finora non è stato provato nessun collegamento credibile fra Saddam e il terrorismo fondamentalista e nessuna prova certa si ha dell'esistenza di armi di distruzione di massa: sospetti.

Quella irachena è una dittatura spietata. Anche la Corea del Nord, signor Presidente del Consiglio, lo è, e in più minaccia la Corea del Sud e il Giappone, affama il suo popolo, ha l'atomica. È un pericolo, ma non si dice niente. Perché ha l'atomica e dunque è una minaccia o perché non ha il petrolio e dunque non ne vale la pena?

La comunità internazionale, l'ONU, l'Unione europea sono a un passaggio decisivo per il loro futuro. Il mondo tutto è a un passaggio decisivo per il suo futuro. Il ruolo dell'Italia, signor Presidente del Consiglio, a nostro giudizio in questi mesi poteva essere diverso, più forte, più coerente. Noi lo avremmo pensato diverso.

Le do atto, signor Presidente del Consiglio, del tono pacato e misurato delle sue dichiarazioni e della sua replica, ma non ci ha convinto. Noi non condividiamo il suo discorso, signor Presidente del Consiglio, e voteremo contro la risoluzione presentata dalla maggioranza.

Noi come Ulivo abbiamo presentato un documento unitario e io faccio appello a tutti i senatori e le senatrici dell'Ulivo per un voto unitario. Siamo uniti, dico a tutti, come Ulivo, su una posizione forte e autorevole. Abbiamo chiesto noi questo dibattito, abbiamo chiesto noi questo voto: sarebbe grottesco e sbagliato che, per far valere un qualsiasi punto di vista, piccolo, parziale, seppur rispettabile, noi ci dividessimo. L'Italia non ha bisogno di questo, l'Italia ha bisogno di un Ulivo unito.

Noi non condividiamo, dicevo, gli indirizzi e le iniziative del suo Governo, signor Presidente del Consiglio, sulla crisi irachena. Lei ha rivendicato al Governo il risultato positivo e importante, da noi stessi considerato tale, della risoluzione del Consiglio d'Europa sulla crisi irachena. In realtà, signor Presidente del Consiglio, a nostro giudizio quella risoluzione - per noi, ripeto, importante e positiva - il suo Governo l'ha subita, non promossa, ed è stato piuttosto grottesco e maldestro il suo tentativo questa mattina di appropriarsene. (Commenti dai banchi della maggioranza. Richiami del Presidente).

Ci sono state due novità importanti in questi giorni: le manifestazioni di sabato 15 febbraio e quel documento. Quella risoluzione non ci sarebbe stata senza quelle manifestazioni. Per noi, cari colleghi della maggioranza, bisogna agire nell'Europa e con l'Europa, innanzitutto. E bisogna esplicitamente, come Italia, dichiarare che la sede della legalità internazionale è all'ONU e a New York, non a Washington. Per noi, l'Italia dovrebbe parlare così. No, l'Europa non ha parlato, signor Presidente del Consiglio, con una sola voce, purtroppo no, e noi, l'Italia, abbiamo contribuito a che non parlasse con una sola voce.

Il 27 gennaio quindici Ministri degli esteri dell'Unione europea hanno firmato un documento unitario e importante sulla crisi irachena, che rimetteva tutto nella sede delle Nazioni Unite. Unico tra i Paesi fondatori dell'Europa, l'Italia, dopo quarantott'ore, firmava un altro documento che sostanzialmente fiancheggiava e sosteneva le posizioni dell'Amministrazione Bush, completamente diverse da quelle definite dai 15 Ministri dell'Unione europea.

Quattro giorni dopo il Parlamento europeo, a maggioranza di centro-destra, votava una risoluzione nella quale si assumeva la posizione dei 15 Ministri dell'Unione fortemente critica verso gli Stati Uniti d'America, perché chiedeva ad essi di non scegliere unilateralmente l'intervento bellico in Iraq e rimetteva ogni decisione al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Quel testo fu disatteso, al punto che l'iniziativa degli otto, promossa da Blair, da Aznar e dal nostro Presidente del Consiglio qui firmatario, li portava addirittura - e portava evidentemente anche il Governo italiano - a non informare neanche in quella circostanza la Presidenza di turno dell'Unione europea, guidata dal primo ministro Simitis.

Che cosa sono, questi, se non atti di rottura di quella che doveva essere l'unità europea? Cosa vuol dire allora, signor Presidente del Consiglio, proseguire nell'azione svolta? Vuol dire proseguire sulla linea definita l'altro giorno dai Capi di Governo dell’Unione europea o proseguire sulla linea che precedentemente il Governo da lei presieduto aveva seguito e che lo aveva portato a dire, con il ministro Martino, in occasione della visita del ministro della difesa americano, Rumsfeld, a Roma: "Condividiamo tutte le posizioni dell'amministrazione Bush"? Qual è la linea del suo Governo? Come lei e il suo Governo intendete proseguire?

Lei, signor Presidente del Consiglio, non ha neppure chiarito nella sua replica cosa significa quella frase, quel concetto, quel richiamo al quale ha fatto riferimento sia nell'introduzione, sia nella replica: "Gli USA non resteranno soli nell'azione contro chi detiene armi di distruzione di massa".

Cosa vuol dire quella frase? Che l'Italia, il suo Governo, si accinge a sostenere l'azione degli Stati Uniti anche qualora non vi fosse una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'ONU?

Ripropongo questa domanda, che già hanno fatto altri colleghi perché ad essa non è stata data risposta. Noi vorremmo che ciò non significasse un possibile avallo ad un'azione unilaterale.

Signor Presidente del Consiglio, colleghi della maggioranza, immagino che abbiate letto tutti il testo della nostra proposta di risoluzione (quella presentata dall'Ulivo), della quale sono primo firmatario insieme a tutti gli altri colleghi Capigruppo. Noi ci presentiamo in questo modo, come una coalizione, non solo come un Gruppo politico, che guarda molto, per non dire esclusivamente, al ruolo e alla funzione che il nostro Paese può avere oggi nel mondo.

Credete, non è casuale, non è strumentale il richiamo che abbiamo fatto al Capo dello Stato e alle iniziative della Santa Sede. Il mondo vive in un lacerante contrasto di diseguaglianze di giustizia, di povertà abissali e di ricchezze smisurate, di guerre distruttive e di bisogno insopprimibile di pace. È una delle fasi più difficili, forse unica, nella storia dell'umanità.

A noi qui, in Italia, in Europa, nel Mediterraneo, spetta forse una missione speciale verso popoli e Paesi del Medio Oriente, dell'Africa, della stessa Europa, popoli che guardano a noi con ammirazione, fiducia e speranza. Può essere una missione speciale di solidarietà, di giustizia, di pace verso popoli e Paesi diversi dal nostro.

Lo sappiamo, lo riconosco e lo dobbiamo riconoscere: l'aspirazione alla pace non è di una parte politica, non è solo nostra, ma noi insieme vorremmo che non accettassimo l'idea di una guerra inevitabile, di una guerra preventiva.

Signor Presidente del Consiglio, proprio ieri ho trovato una citazione di un grande Presidente americano, Truman, che polemizzava con un suo importante uomo, e amico, militare, Mc Arthur, a proposito - guardate un po'! - della guerra preventiva che Mc Arthur voleva scatenare contro la Cina che aveva invaso la penisola coreana. Nelle sue memorie Truman scriverà così: "Sempre mi sono opposto anche soltanto a pensare a quel tipo di guerra. Non c'è nulla di più assurdo nel credere che la guerra possa essere evitata con una guerra. Con la guerra si evita una sola cosa: la pace".

Vorremmo un impegno più convinto, più deciso, più attivo, signor Presidente; l'Italia può farlo. La guerra, qualunque guerra, è dolore, è distruzione, è morte.

Signor Presidente, onorevoli colleghi, ricordiamo tutti ciò che ha detto un grande giornalista italiano: in Occidente il colore del lutto è il nero, in Oriente il colore del lutto è il bianco, ma tutti piangiamo nella stessa maniera. (Vivi applausi dai Gruppi DS-U, Mar-DL-U, Verdi-U, Misto-Com, Misto-SDI e Misto-Udeur-PE).

SCHIFANI (FI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

SCHIFANI (FI). Signor Presidente, vogliamo la pace, questo Governo vuole la pace e io credo che l'intero Paese voglia la pace. Purtroppo, signor Presidente del Consiglio, c'è una preoccupazione, che ho denunziato giorni fa in occasione di un mio intervento, e che diventa sempre più certezza in queste ore: c'è chi vuol far apparire al mondo intero un'Italia divisa in due, un'Italia nella quale militano forze politiche che non vogliono la pace e altre che invece la sostengono.

Così non è e non sarà mai. Credo sia opportuno in questo mio intervento ricordare a noi stessi e all'intero Parlamento di cosa e di chi stiamo parlando.

Il Presidente del Consiglio, nel suo intervento, che abbiamo apprezzato, ha snocciolato alcuni dati: 6.500 bombe a testata biologica; 100.000 tonnellate di agenti chimici per bombe chimiche; 8.500 litri di antrace. Bene, che fine hanno fatto? Dove sono? Ce lo chiediamo e se lo chiede la comunità internazionale, perché questo materiale è ancora in Iraq.

Ciò è riconosciuto anche in un interessante intervento, svolto il 6 febbraio scorso alla Camera dei deputati, dall’onorevole Bertinotti, il quale ha dichiarato: "Non si sa in quale parte del paese iracheno si trovano queste armi; l’unica cosa che si sa, signor Presidente, è da dove vengono". L’onorevole Bertinotti, pur sollevando una polemica su chi ha fornito queste armi, riconosce che questo arsenale bellico esiste e che non è compito degli ispettori andarlo a trovare e individuare. Il compito degli ispettori è quello di verificare la sua avvenuta distruzione, così come imposto dalle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’ONU, la 685 del 1991, all’indomani della famosa guerra del Golfo, e l’ultima, la 1441, recentemente adottata all’unanimità dal Consiglio di sicurezza.

Ebbene, se vi è un inadempiente è proprio il regime di Saddam Hussein, non sicuramente chi lavora per la pace.

Ma, chi è Saddam Hussein? Saddam Hussein è un uomo che nel 1998 si lascia addirittura andare ad un eccidio dei ribelli curdi. Vorrei citare questo episodio per far comprendere bene come stanno i fatti. Nel marzo del 1998 i ribelli curdi e le guardie della rivoluzione iraniana cacciano da Halabja - ricordatevi, colleghi dell’opposizione, questo nome: Halabja, una cittadina di 80.000 abitanti - l’esercito iracheno… (Brusìo in Aula).

PRESIDENTE. Colleghi, c’è troppo brusìo, per cortesia.

SCHIFANI (FI). Signor Presidente, capisco che probabilmente a volte alcune considerazioni possono non essere gradite, però questa è la storia e credo che sia dovere del Parlamento parlare anche della verità e dei fatti, al di là delle posizioni strumentali o meno. (Applausi dai Gruppi UDC, FI, AN e LP).

Dicevo, signor Presidente, che questa cittadina, poche ore dopo, è stata bombardata dall’aviazione irachena con un miscela terribile di gas tossici; è stato il più grave atto di guerra chimica contro civili. In un’ora sono morte almeno 5.000 persone, delle quali più di mille erano bambini; altre 4.000 sono morte mentre fuggivano verso il confine; sono inoltre aumentate vertiginosamente le malformazioni e le nascite di bambini morti. Halabja è stata definita una bomba genetica ad orologeria, perché gli effetti dell’attacco chimico si manifesteranno in pieno soltanto nelle generazioni future.

Ci troviamo dinanzi ad un uomo che fa queste cose. Ma ci troviamo dinanzi anche ad un uomo il quale nel 1997, come si è appreso, è riuscito addirittura a trucidare 800 detenuti, in quanto "remavano" contro il proprio regime; li ha fatti fucilare o addirittura li ha fatti uccidere la sedia elettrica.

Quando allora si sostiene che non vi sono prove certe in ordine alla copertura da parte del regime di Saddam Hussein della cellula terroristica di Al Qaeda e di Bin Laden non so fino a che punto si dica il vero, colleghi dell’opposizione; nessuno di noi le ha, è vero, però credo che compito della politica e delle istituzioni sia anche quello di avviarsi verso un’analisi delle situazioni storiche che si evolvono.

Vi sono certezze, colleghi dell’opposizione, in ordine all’esistenza di campi di addestramento dei terroristi di Al Qaeda in Iraq; vi sono delle foto, vi sono certezze assolute.

Vi è un’altra certezza, anche questa inequivocabile: l’escalation degli attentati terroristici di Al Qaeda prima e dopo il 1991, attraverso l’utilizzazione di basi di copertura in Iraq. Vi sono recenti messaggi del famoso terrorista Bin Laden, trasmessi dall’emittente Al Jazeera, riconosciuta come fonte autorevole ed attendibile dell’originalità dei messaggi di questo terrorista, nei quali egli minaccia il mondo intero e chiama a raccolta l’integralismo musulmano contro l’Occidente, nel caso in cui dovesse essere attaccato l’Iraq. Inoltre, guarda caso, Saddam è l’unico leader arabo, che, all’indomani del vile attentato contro le Torri gemelle dell’11 settembre 2001, non ha assunto una posizione di condanna nei confronti di quell’atto.

Se queste non sono prove, come le definiamo? Vogliamo coniare assieme un’espressione per capire effettivamente da che parte sta Saddam Hussein? Questa è un’analisi storica, signor Presidente, che è giusto fare in questa sede.

Nei confronti di questo soggetto la politica del nostro Governo è stata chiarissima e credo che il documento di due giorni or sono sia la tangibile dimostrazione degli sforzi compiuti dal nostro Governo per fare in modo che tutta l’Europa fosse unita nell’azione di deterrenza e di dissuasione, anche attraverso l’opzione pseudomilitare, non militare e bellica, nei confronti di questa potenza. Infatti, soltanto una forte azione di unità internazionale nello scacchiere mondiale, soltanto un’Europa unita e un’ONU compatta nei confronti di Saddam Hussein possono effettivamente indurre quest’ultimo al disarmo che si rifiuta di attuare.

Lungi da me l’idea di entrare in polemica con posizioni assunte da altri Paesi; però, a chi sostiene, da parte dell’opposizione, che il nostro Governo si è dovuto adeguare alla posizione europea vorrei ricordare come autorevoli esponenti dell’opposizione giorni or sono erano pronti a votare una mozione inesistente franco-belga che è stata bocciata dallo stesso Ministro iracheno all’indomani della sua prospettazione. (Applausi dai Gruppi FI e UDC).

Dov’è quella mozione, colleghi dell’opposizione, che eravate pronti a votare e che oggi non esiste più? Oggi esiste la linea politica del nostro Governo sull’unità del consesso europeo sull’opzione militare soltanto come extrema ratio e attraverso la dissuasione. La dissuasione anche con l’opzione militare può essere vincente nei confronti della politica di Saddam Hussein.

Questa dissuasione, signor Presidente del Consiglio (vorrei ricordarlo a tutti noi), fa parte del documento firmato dai Capi di Stato europei, i quali, all’unanimità, hanno contraddetto, colleghi dell’opposizione, la vostra odierna posizione. Voi siete "contro la guerra senza se e senza ma", dimenticando altre espressioni che tra poco leggerò. Ebbene, questa opzione, questa unanimità di idee così si esprime: "Si riconosce che l’unità e la fermezza della comunità internazionale, espresse con l’adozione all’unanimità della risoluzione 1441, e il concentramento delle forze militari sono state fondamentali per ottenere il ritorno degli ispettori. Questi fattori resteranno essenziali se vogliamo ottenere la piena cooperazione che cerchiamo". Lo dice l’Europa, colleghi dell’opposizione. (Commenti dal Gruppo DS-U).

PRESIDENTE. Colleghi, vi prego di fare un po’ di silenzio.

SCHIFANI (FI). Non votando la nostra proposta di risoluzione, che fa proprio questo documento conclusivo, rischiate di metterci contro l’Europa. Fatevi un esame di coscienza sulla vostra posizione odierna.

La posizione di Saddam Hussein emerge anche da un’interessantissima intervista - che probabilmente pochi hanno letto - rilasciata il 2 gennaio 2003 alla famosa emittente "Al Jazeera", conosciutissima, purtroppo, e nota in tutto il mondo. All’intervistatore che gli chiede: "Crede che il tempo giochi a suo favore o contro di lei?", il signor Saddam Hussein risponde testualmente: "Il tempo gioca certamente a nostro favore; dobbiamo prendere altro tempo perché così potrebbe sfaldarsi l’alleanza anglo-americana, per motivi interni o sotto la pressione della loro opinione pubblica". Ecco la posizione di Saddam Hussein, colleghi del Parlamento: una posizione dilatoria, che fa il paio con l’atteggiamento assunto nei confronti degli ispettori dell’ONU da parte dello stesso Governo di Saddam Hussein. È inutile nascondere queste realtà.

E allora, colleghi, noi abbiamo fatto proprio il documento firmato dai Capi di Stato europei e lo abbiamo tradotto nella nostra proposta di risoluzione, alla quale abbiamo aggiunto opportunamente un punto che abbiamo sempre sostenuto, come maggioranza e come Governo: qualunque eventuale impegno, diretto o indiretto, del nostro Paese in opzioni belliche, che non vogliamo e ci auguriamo siano scongiurate, passerebbe dal Parlamento.

Mi vengono in mente, signor Presidente, alcune espressioni che ritengo doveroso leggere in questa occasione: "La nostra scelta, quindi, è stata presa non senza un senso di profonda angoscia, ma era una scelta inevitabile e coerente con i princìpi in cui crediamo. Dopo mesi di intensi, quanto inutili sforzi diplomatici, eravamo giunti al bivio: assistere e tacere, oppure agire per bloccare una violenza indiscriminata e odiosa.

Voglio ancora ripetere che l’operazione militare in atto non è una guerra contro la Serbia o contro un popolo che sentiamo amico, che anzi troppo a lungo è rimasto isolato dall’Europa". Queste sono le espressioni di un signore che si chiama Massimo D’Alema ed era Presidente del Consiglio del nostro Paese. (Applausi dai Gruppi FI e UDC. Proteste dal Gruppo DS-U).

PRESIDENTE. Colleghi, fate terminare il senatore Schifani! (Commenti del senatore Ayala).

SCHIFANI (FI). Signor Presidente, la pace non è un bene stabile: è un bene che bisogna difendere… (Commenti del senatore Ayala).

PRESIDENTE. Senatore Ayala, la richiamo all’ordine per la prima volta. (Il senatore Ayala abbandona l’Aula).

SCHIFANI (FI). La pace è un bene che bisogna difendere! (Applausi dal Gruppo FI).

Certo, mi rendo conto che alcuni ricordi possano fare del male, ma in certi momenti delicati è bene farli presente.

Come dicevo, la pace non è un bene stabile… (Commenti dal Gruppo DS-U).

PRESIDENTE. Prosegua il suo intervento, senatore Schifani.

SCHIFANI (FI). …non esistono diritti di esclusiva di questa parola. La pace è di tutti, non esiste un brevetto sulla pace. È un valore nel quale si riconoscono tanti cittadini che non sono scesi in piazza in questi giorni. La pace è un bene da perseguire sempre, come sta facendo questo Governo, con tutti gli strumenti: la politica, la diplomazia, gli organismi internazionali, gli interventi economici e, soltanto come ultima ratio, la forza, così come dice l’Europa e afferma il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nella risoluzione 1441.

Vorrei ricordare pure qual è l’icona diffusa di Saddam Hussein, signori colleghi. Lo ricordate, Saddam Hussein? Quando immaginate quest’uomo, cosa vi viene in mente? L’immagine di un uomo con un fucile in mano, un fucile che spara. Un fucile che nelle immagini televisive preoccupa, quasi terrorizza il mondo intero. Queste immagini si commentano da sé. Ecco dove sta la minaccia alla pace, colleghi del Parlamento.

Le diamo atto, signor Presidente del Consiglio, che il suo Governo sta lavorando per la pace, senza ipocrisie, con grande coraggio e senza il conforto, purtroppo, a volte, di una opposizione che dia una mano in una situazione così delicata.

Vada avanti, però: la sua tenacia è la nostra migliore garanzia per la pace. (Applausi dai Gruppi FI, UDC, AN e LP e dei senatori Carrara e Del Pennino).

*PETERLINI (Aut). Domando di parlare per dichiarazione di voto in dissenso dal mio Gruppo.

PRESIDENTE. Ne prendo atto e le do la parola.

PETERLINI (Aut). Signor Presidente, ho difficoltà ad intervenire in dissenso, ma mi vedo costretto a farlo dalla mia coscienza: comunico, inoltre, di farlo anche a nome dei senatori Betta e Michelini, che appartengono al mio stesso Gruppo.

Esprimo apprezzamento per lo sforzo fatto dal presidente Andreotti nella sua dichiarazione di voto, che ha suggerito (e il presidente Contestabile ha poi raccolto) l’invito ad inserire nella proposta di risoluzione della maggioranza la preventiva autorizzazione del Parlamento per poter assumere ulteriori determinazioni.

Si tratta sicuramente di un passo di notevole avanzamento rispetto al testo originale, però la questione di fondo che si determina nel caso di documenti oggetto di compromesso è sempre la stessa: vogliamo appoggiare gli Stati Uniti nella loro azione bellica o siamo contrari a farlo? Mentre è stato inserito questo passo, rimane però invariata la prima parte della proposta di risoluzione della maggioranza che approva le comunicazioni del Presidente del Consiglio e "impegna il Governo a proseguire nell’attività sin qui svolta".

Proprio questa attività sin qui svolta, signor Presidente, dal Governo, dal presidente Berlusconi, dal ministro degli affari esteri Frattini e dal ministro della difesa Martino in cosa consiste? Si è dichiarato di mettere a disposizione le basi italiane e lo spazio aereo per le necessarie operazioni americane. Si è firmato un atto con altri otto Stati, senza alcuna interlocuzione del Parlamento e infine si è incoraggiato Bush, avallando la sua politica, senza autorizzazione di intervento da parte delle Nazioni Unite, indebolendo (almeno fino a quando si è ritrovata una posizione comune europea) la NATO e anche l’Unione europea stessa.

Ho già avuto occasione di dirlo in quest’Aula, perciò non ripeto quanto avevo detto sulla pericolosità di questo conflitto che rischia di trascinare l’Europa, l’America e l’Occidente intero in un conflitto tra le culture, perché negli animi della gente islamica (non tanto nei Governi, che magari adesso sono su una diversa posizione) questa guerra viene interpretata come un attacco alla propria comunità e alla propria cultura.

La popolazione in Europa e anche in Italia è di parere diverso da quello espresso in quest'Aula dalla maggioranza. Vorrei a tale proposito ammonire i senatori della maggioranza stessa: chi ha ascoltato con orecchio attento - e sottolineo quanto ha detto il presidente Andreotti - le piazze, ha compreso che non si trattava delle dichiarazioni dei soliti pacifisti o di qualche girotondino. C'era la gente comune, con i bambini, con le carrozzine. Anche a Merano vi è stata una manifestazione pacifica per chiedere il nostro intervento. Siamo molto preoccupati.

Vorrei anche esprimere una preoccupazione a livello internazionale, nei confronti dell'America, che era stata molto abile dopo l'attacco alle Torri gemelle nel raccogliere una grande solidarietà in tutto il mondo: anche Paesi che erano avversari si erano trovati sullo stesso fronte. Con il comportamento recente, tuttavia, si è giocata questa grande solidarietà.

I fronti sono ampi, adesso stiamo parlando di Saddam Hussein, che al momento non mi sembra neanche pericoloso: l'Iraq è un Paese povero, ridotto all'osso, sappiamo tutti che ci sono addirittura mitra arrugginiti, ci sarà qualche altra riserva di armi che gli ispettori possono trovare per disarmarlo. (Commenti dai banchi della maggioranza).

C'è tuttavia la questione israeliana-palestinese aperta, sulla quale stiamo chiudendo gli occhi e la Corea del Nord, che sta aspettando il momento dell'attacco all'Iraq per aprire un fronte molto più pericoloso.

Vorrei precisare che, nonostante l'apprezzamento dello sforzo compiuto dal presidente Andreotti per integrare la risoluzione della maggioranza e apprezzando anche lo sforzo del presidente Contestabile, a nome mio e dei colleghi Michelini e Betta dichiaro di non essere soddisfatto dal documento di maggioranza.

Vorremmo che il presidente Berlusconi, come ha già fatto in quest'ultima fase si muovesse ulteriormente verso l'Europa, rivolgesse un ammonimento agli Stati Uniti d'America. Il presidente Berlusconi è un uomo intelligente e abbastanza attento da sapere che l'Italia e il popolo italiano non starà con lui se egli appoggerà troppo Bush in questa guerra. (Applausi dai Gruppi DS-U, Mar-DL-U, Verdi-U, Misto-Udeur-PE, Misto-Com, Misto-SDI e Misto-RC e dei senatori Betta e Michelini).

PRESIDENTE. Colleghi, dobbiamo ora porre in votazione gli atti di indirizzo presentati. L'esito della votazione di uno di essi non impedisce la votazione dei successivi, salvo per le parti che si ritengono precluse o assorbite.

Prima di chiedere al Governo di pronunziarsi sulle proposte presentate, comunico che la mozione n. 116 è stata ritirata.

Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.

GIOVANARDI, ministro per i rapporti con il Parlamento. Signor Presidente, per quanto riguarda la proposta di risoluzione n. 1 (testo 2), a firma Malabarba e altri senatori, il parere del Governo è negativo.

Per quanto riguarda la proposta di risoluzione n. 2 (testo 2), a firma Schifani ed altri senatori, il parere del Governo è favorevole, con l'integrazione suggerita dal senatore Andreotti.

Per quanto concerne la proposta di risoluzione n. 3, a firma Angius ed altri senatori, il parere del Governo è negativo.

Per quanto concerne la mozione 1-00120, se fosse presente il senatore Cossiga lo inviterei al ritiro; non essendo presente, il Governo esprime un parere negativo per i suoi contenuti.

CAMBURSANO (Mar-DL-U). È presente il secondo firmatario, il senatore Bassanini.

GIOVANARDI, ministro per i rapporti con il Parlamento. Invito allora il senatore Bassanini a ritirare la mozione, altrimenti il Governo esprime parere negativo in quanto nel testo della medesima vi sono profili che riguardano direttamente poteri di rilevanza costituzionale che il Governo non ritiene possano essere affrontati attraverso una mozione parlamentare.

PRESIDENTE. Chiedo al senatore Bassanini se accoglie l'invito a ritirare la mozione n. 120.

BASSANINI (DS-U). Mantengo la mozione.

GIOVANARDI, ministro per i rapporti con il Parlamento. In questo caso il parere è negativo.

PRESIDENTE. Approfitto della circostanza per inviare un saluto e un augurio al presidente Cossiga, che è ammalato e non ha potuto essere presente alla seduta.

Passiamo alla votazione della proposta di risoluzione n. 1 (testo 2).

Invito il senatore segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, precedentemente avanzata dal senatore Malabarba, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.

(La richiesta risulta appoggiata).

 

Votazione nominale con scrutinio simultaneo

PRESIDENTE. Comunico che da parte del prescritto numero di senatori è stata chiesta la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, della proposta di risoluzione n. 1 (testo 2), presentata dal senatore Malabarba e da altri senatori.

Indìco pertanto la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.

I senatori favorevoli voteranno sì; i senatori contrari voteranno no; i senatori che intendono astenersi si esprimeranno di conseguenza.

Dichiaro aperta la votazione.

(Segue la votazione).

Il Senato non approva. (v. Allegato B).

 

Ripresa del seguito della discussione sulle linee di politica estera

e discussione di mozioni connesse

PRESIDENTE. Metto ai voti la proposta di risoluzione n. 2 (testo 2), presentata dal senatore Schifani e da altri senatori.

È approvata.

SALVI (DS-U). Chiediamo la controprova.

PRESIDENTE. Ordino la chiusura delle porte. Procediamo alla controprova mediante procedimento elettronico.

È approvata. (Applausi dai Gruppi FI, UDC e AN).

Passiamo alla votazione della proposta di risoluzione n. 3.

FORCIERI (DS-U). Chiediamo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.

PRESIDENTE. Invito il senatore segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dal senatore Forcieri, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.

(La richiesta risulta appoggiata).

 

Votazione nominale con scrutinio simultaneo

PRESIDENTE. Comunico che da parte del prescritto numero di senatori è stata chiesta la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, la proposta di risoluzione n. 3, presentata dal senatore Angius e da altri senatori.

Indìco pertanto la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.

I senatori favorevoli voteranno sì; i senatori contrari voteranno no; i senatori che intendono astenersi si esprimeranno di conseguenza.

Dichiaro aperta la votazione.

(Segue la votazione).

Il Senato non approva. (v. Allegato B).

 

Ripresa del seguito della discussione sulle linee di politica estera

e discussione di mozioni connesse

PRESIDENTE. Ricordo che la mozione 1-00116 è stata ritirata.

Passiamo alla votazione della mozione 1-00120.

BASSANINI (DS-U). Chiediamo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.

PRESIDENTE. Invito il senatore segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dal senatore Bassanini, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.

(La richiesta risulta appoggiata).

 

Votazione nominale con scrutinio simultaneo

PRESIDENTE. Comunico che da parte del prescritto numero di senatori è stata chiesta la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, la mozione 1-00120, presentata dal senatore Cossiga e da altri senatori.

Indìco pertanto la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.

I senatori favorevoli voteranno sì; i senatori contrari voteranno no; i senatori che intendono astenersi si esprimeranno di conseguenza.

Dichiaro aperta la votazione.

(Segue la votazione).

Il Senato non approva. (v. Allegato B).

Ringrazio il Presidente del Consiglio, il Governo e tutti i colleghi intervenuti.