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Legislatura 14ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 336 del 19/02/2003


Testo integrale dell'intervento del senatore Forcieri nella discussione sulle linee di politica estera e delle mozioni connesse

Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, onorevoli colleghi, credo che a nessuno di noi sfugga la delicatezza e l'importanza del momento in cui si svolge questo nostro dibattito. La crisi irachena, infatti, ci ha condotto sull'orlo di una situazione di potenziale crisi mondiale: ha messo in discussione il legame transatlantico e la tradizionale solidarietà tra americani ed europei, fondata sulla condivisione dei valori comuni; ha posto a serio rischio la tenuta dello stesso vincolo europeo, con i Paesi europei in una prima fase spaccati in due per effetto di quello che io considero un falso problema, e cioè affannarsi a dimostrarsi, piuttosto che essere, veri amici degli USA.

Il mondo occidentale così frammentato e diviso sul da farsi, sta rischiando di fare il più grande regalo possibile al terrorismo, in particolare al terrorismo internazionale, e cioè ampliare a dismisura ed oltre ogni ragionevolezza gli effetti degli attentati dell'11 settembre 2001.

Bisogna ammettere infatti che, dopo quei tragici momenti e dopo che si è creata una vasta e solidale coalizione internazionale contro il terrorismo, contro la proliferazione delle armi di distruzione di massa, si è purtroppo assistito ad un'accelerazione della spinta unilateralista dell'Amministrazione Bush, una spinta assai pericolosa che persino alcune componenti della stessa amministrazione non condividono.

Nella lotta al terrorismo internazionale, gli Stati Uniti hanno mano a mano disperso una gran parte del grande patrimonio di solidarietà e di coesione che erano riusciti a costruire dopo gli attentati dell'11 settembre. Hanno definito le loro priorità di intervento in modo molto spesso arbitrario e sicuramente unilaterale: ad esempio (io credo che questo sia uno dei più grandi errori), allentando incomprensibilmente la tensione sulla questione israelo-palestinese, che sappiamo bene essere la vera bomba su cui è innescato il terrorismo internazionale da cui questo trae alimento; ad esempio, concentrando gli sforzi sull'Iraq, programmando, almeno in una prima fase, un'azione militare indipendentemente dalle decisioni della coalizione e delle organizzazioni internazionali. Dobbiamo ricordare che le truppe nel Golfo sono arrivate prima della decisione di andare a investire della questione le Nazioni Unite.

Oggi la situazione è migliorata e credo sia migliorata anche perché questa spinta unilaterale non è riuscita a sfondare e perché, anche negli stessi Stati Uniti, hanno prevalso quelle posizioni che invitavano al rispetto della legittimità internazionale, del Consiglio delle Nazioni Unite; e lo stesso segretario di Stato Powell, con un tentativo che magari può essere giudicato anche maldestro, quello delle prove, però ha riconosciuto con quel suo atto la legittimità e la sovranità del Consiglio stesso.

La situazione è anche migliorata (ne prendo atto volentieri e concordo con le affermazioni in questo senso fatte dal Presidente del Consiglio), perché si sono ricucite e si stanno ricucendo le divergenze all'interno della NATO e anche quelle all'interno dei Paesi dell'Unione europea. La dichiarazione adottata dal Consiglio europeo straordinario due giorni fa è un documento estremamente positivo ed equilibrato, potremmo dire un vero e proprio capolavoro di persuasione e di mediazione dell'eccellente lavoro svolto in queste settimane dalla capacità e dallo spessore politico della Presidenza greca di turno.

A questo miglioramento dei rapporti in seno all'Unione europea, spiace dirlo, non ci sembra abbia contribuito in modo rilevante e tanto meno sufficiente il nostro Governo, la cui azione ha oscillato tra l'ostentata solidarietà americana, la necessità di far proseliti e, poi, anche il tentativo di rimettersi in collegamento con l'opinione pubblica interna, che gli ha fatto capire di sentirsi più rappresentata dalle posizioni del blocco franco-tedesco che da quelle del Governo italiano.

Tuttavia c'è da augurarsi che anche grazie agli ultimi eventi, l'adozione unanime del documento europeo possa costituire per il nostro governo l'occasione propizia per quella che saluteremmo come una opportuna correzione di rotta della linea di politica estera del governo. Come dicevo, l'importanza di questo documento è che esso non incarna la posizione iniziale di alcuno dei blocchi che si fronteggiavano prima, ma è piuttosto uno dei primi casi in cui la volontà dei paesi europei si fonde per dar vita ad una nuova voce: quella dell'Europa, che è qualcosa di nuovo e di originale rispetto alle sue componenti.

Attenti a non fare di questo documento un puro e provvisorio compromesso verbale. Dobbiamo invece lavorare affinché esso sia il vero punto di partenza della politica estera europea e di sicurezza comune. Un'Europa forte e coesa è ciò di cui non solo noi europei abbiamo bisogno, ma è qualcosa di cui oggi il mondo avverte la mancanza. L'Europa deve poter giocare un ruolo mondiale, al fianco degli Usa, della Russia, della Cina, per riequilibrare in termini multipolari gli squilibri del dopo guerra fredda, preservare i valori democratici liberali ed occidentali. Tornando dunque alla questione Iraq, la guerra non è inevitabile, qui sta la forza del documento europeo, che punta ad un disarmo effettivo e senza condizioni.

In troppe occasioni si parla di guerra con troppa leggerezza e senza dire o fare capire cosa sia in realtà. La guerra è morte (e si calcola che nel caso dell'Iraq ci saranno 500.000 morti), distruzione, colpisce non i tiranni ma le popolazioni, i civili, i giovani costretti a fare il militare. Nel caso dell'Iraq la guerra colpirebbe un popolo di povera gente, già provata da oltre vent'anni di dittatura sanguinaria, da due guerre devastanti e da oltre dieci armi di miope embargo. Non è questa la strada. Il disarmo di Saddam va perseguito in altro modo. E una grande responsabilità per ottenere questo risultato spetta al nostro Paese ed anche a lei personalmente, signor Presidente.

L'art. 11 della nostra costituzione, che lei ha citato solo parzialmente, non è un semplice rifiuto pregiudiziale della guerra ma richiede un impegno attivo, un'azione costante e determinata per comporre le crisi internazionali senza ricorrere all'uso della forza, che se non si può escludere a priori può essere esercitato solo con la piena legittimazione delle Nazioni Unite.

Solo a loro spetta di definire il compito degli ispettori, la durata della loro ulteriore azione e non solo legittimare ma anche determinare modalità e proporzioni dell'uso estremo della forza. È su questi impegni che attendiamo il Governo alla prova dei fatti, confidando che la correzione di rotta che lei ha impresso sia reale e sincera.

C'è però un passaggio alla fine del suo intervento, signor Presidente, quando lei dice che l'Italia non lascerà gli Usa soli a lottare con chi possiede e usa armi di distruzione di massa, che lascia intravedere una posizione ancora subalterna alle decisioni americane e che rischia di svuotare di contenuto tutte le sue belle parole sul ruolo delle Nazioni Unite e sull'Europa "saldamente unita". Qual è il suo vero obiettivo? Lavorare per la costruzione dell'Europa e il rafforzamento dell'Onu o quello di essere sempre d'accordo con gli Stati Uniti anche a rischio di delegittimare le Nazioni Unite e di indebolire l'Europa? Anche questa sua ambiguità, signor Presidente, non ci consente di accogliere ora il suo invito ad una posizione bipartizan.

Il nostro auspicio è che il Governo, anche sulla spinta delle sollecitazioni del Presidente della Repubblica, apra veramente questi spazi di dialogo e che lo spirito bipartizan possa un giorno essere recuperato e contribuire a rendere più forte e credibile il nostro Paese e l'Europa.

Non rifiutiamo pregiudizialmente l'invito ed una politica bipartizan.

Quando sono in gioco la politica estera e la sicurezza del paese, la costruzione di una linea politica, la più ampia possibile, corrisponde agli interessi generali del paese; più un paese è unito e come tale si presenta sulla scena internazionale, più grandi sono il suo prestigio e la possibilità di vedere difesi i propri interessi.

Ma una politica bipartizan, lo ripeto, non può essere intesa come una semplice ed acritica confluenza dell'opposizione sulle tesi della maggioranza e del Governo, ma come sforzo continuo per costruire un punto di incontro, attraverso un dialogo continuo non solo con la minoranza parlamentare, ma anche (soprattutto in questo caso) con la stragrande maggioranza della opinione pubblica italiana e mondiale.

Le condizioni per una politica di questo tipo non ci sono ancora, e non per responsabilità dell'opposizione. Troppo debole ed altalenante è l'azione a sostegno della pace e debole e contraddittorio finora il nostro ruolo in Europa. Quello di oggi è un primo passo, signor Presidente del Consiglio, non solo verso le forze politiche di opposizione, ma anche verso il suo popolo, che non è un popolo di buontemponi in buona fede e a rischio di strumentalizzazioni, ma un popolo di fedeli interpreti di un bisogno di pace, stabilità, sicurezza e giustizia, che un eventuale guerra in Iraq non solo non potrà garantire, ma che rischia di mettere seriamente in discussione.

Sen. Forcieri