D'ONOFRIO (UDC:CCD-CDU-DE). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
D'ONOFRIO (UDC:CCD-CDU-DE). Signor Presidente, abbiamo una opportunità in questo dibattito che riguarda una questione di fondo e abbiamo ovviamente altre ragioni per non essere soddisfatti o informati del tutto. Questo è normale, lo dico anche ai colleghi della maggioranza.
È una vicenda di enorme rilievo in cui, ovviamente, il nostro interlocutore è il Governo, ma occorre che tutti siamo consapevoli che tale vicenda non nasce per responsabilità di quest'ultimo, per cui non vorrei che si trasformasse all’improvviso in una questione della quale il Governo deve rispondere avendola provocata: non l’ha provocata il Governo. Questa è una consapevolezza essenziale per capire di che cosa ci stiamo occupando.
Perché non l’ha provocata il Governo (e questo è un argomento sul quale possiamo avere opinioni anche dissenzienti)? Per quel complicatissimo passaggio da un’economia fortemente statalizzata o parastatalizzata ad una sostanzialmente basata sull’economia privata, che è sancita dal Trattato istitutivo della Comunità europea, ora Unione europea; per il passaggio dalla FIAT italiana, chiusa nelle barriere italiane, alla FIAT che gira nel mondo, con la competizione che il mondo richiede.
L’insufficienza per noi oggi è avere interlocutore il Governo nazionale e non l’inesistente Governo europeo, perché quella è la sede nella quale si può seriamente capire se ci si sta o meno orientando verso un numero molto limitato di produzioni automobilistiche di ambito europeo, rispetto alla grande area statunitense e alla grande area asiatica, in particolare giapponese.
Di questo stiamo parlando: la FIAT è un gigante italiano, nella logica del protezionismo nazionale; è un soggetto importante, ma non un gigante, nel panorama europeo. Il confronto della FIAT con il resto del mondo l’ha esposta e la espone ad una competizione con il prodotto estero (parlo della FIAT Auto) ed ovviamente l’ha esposta e la espone ad un’idea diversa dell’azionista principale che ha la FIAT Auto nella conglomerata.
Noi non possiamo far finta di non capire che esiste una conglomerata di cui la FIAT Auto è parte, ed è ovviamente l’azionista, soprattutto la famiglia Agnelli, molto largamente intesa, che da questo punto di vista ha valutato la situazione in un modo che noi possiamo ritenere non confacente agli interessi nazionali. Il Senato è il luogo nel quale ogni Gruppo politico ha il diritto di dire la sua, ha il diritto di dire all’azionista Agnelli che il modo in cui la FIAT Auto è vista nell’ambito delle iniziative imprenditoriali, industriali o finanziarie del gruppo Agnelli non è coerente con i nostri asseriti interessi nazionali.
Ed è evidente che, per questo tipo di discorso, il rapporto tra il Governo della Repubblica, il Parlamento della Repubblica, in questo caso il Senato, e l’azionista FIAT è un rapporto complicato; non è quello tra chi dà e chi esegue ordini, ragion per cui il Parlamento può dire al Governo che si deve impegnare a fare qualcosa e il Governo è tenuto a farlo: noi possiamo persino dire che il Governo è tenuto a fare qualcosa che il Governo non può fare o che l’azionista non gli consente di fare.
Che cosa dunque possiamo chiedere al Governo, in quanto parlamentari italiani? Prima il collega Angius ha detto che noi siamo l’Italia: per carità, lo siamo tutti, la maggioranza e l’opposizione, non c’è una riserva di italianità di qualcuno e una mancanza di rappresentanza italiana da parte di altri; lo siamo tutti, non nel senso ideologico, ma nel senso politico, in quanto rappresentiamo senza vincolo di mandato gli interessi nazionali.
Orbene: qual è la nostra valutazione dell’interesse nazionale in questo momento? Io ritengo - il Gruppo dell’UDC, all’interno della maggioranza di Governo, ritiene - che l’interesse nazionale sia innanzitutto quello al mantenimento sul territorio nazionale delle attività di ricerca, di innovazione e di intelligenza che conducono alla produzione di automobili capaci di competere nel mondo, non automobili quali che siano.
Noi riteniamo che l’Italia non possa fare a meno, come sistema economico e sociale, di un’adeguata produzione di automobili. Riteniamo che ciò che fa la FIAT lo possa e lo debba continuare a fare la FIAT e per questo impegniamo il gruppo Agnelli ad affermare che la FIAT Auto è parte del progetto industriale; infatti, se il gruppo Agnelli ritenesse che non è parte del loro interesse l’attività di produzione di auto, noi non avremmo interesse ad interloquire con il gruppo Agnelli per quanto riguarda la FIAT.
Questo è il primo punto fondamentale. Mi sembra un interesse comune, affermato da tutte le parti politiche, la salvaguardia di una capacità tecnologica moderna, avanzata, capace di competitività internazionale nella produzione dell’auto. Questo mi sembra il primo interesse nazionale.
Il secondo, che alcuni sentono in un modo, alcuni in un altro, è la salvaguardia dell'attività di lavoro di tutti i dipendenti oggi FIAT, taluni di noi ritenendo che debbano continuare a lavorare per produrre auto (se questo è possibile, ovviamente sono d'accordo), ma tutti ritenendo che non debbano perdere la possibilità di lavoro.
Possiamo impegnare il Governo a garantire che quelli che possono lavorare nel settore auto continuino a farlo e che quelli che non possono più, come è capitato, senza grandi clamori nazionali da parte dell'opposizione quando era maggioranza, quando si è ridotta massicciamente la forza lavoro nel settore dell'auto italiana, facciano altro. La vicenda non scoppia oggi, va avanti da anni. Da questo punto di vista, l'esigenza della competitività internazionale dell'auto ha concorso a far ritenere ridotta la potenzialità di forza lavoro. Questo è il problema politico che abbiamo di fronte.
Vengo ora al terzo punto, nei confronti del quale noi dell'UDC siamo molto sensibili. Sono lieto che la risoluzione della maggioranza contenga questo aspetto di metodo, che per noi è anche politico, ossia che le decisioni che il Governo ha preso non vanno cancellate (perché le riteniamo complessivamente accettabili), ma che esse sono insufficienti, perché l'evolversi della situazione è tale da far ritenere possibile un nuovo piano industriale, quindi, che il Governo possa sollecitare l'azionista privato ad adottare un nuovo piano industriale.
Il cambiamento del vertice dell'azienda può favorire o contrastare questa esigenza. Lo vedremo, se da parte delle nuove responsabilità (se ci saranno) vi sarà la disponibilità a considerare la FIAT Auto strategica nell'interesse nazionale, anche se non lo è all'interno del gruppo.
Il ministro Marzano, quando ha parlato del maggior impegno dell'azionista della FIAT Auto, ci ha comunicato che questo è il mutamento di qualità che sta avvenendo in queste ore. In questo modo, ha significato dirci, io ho capito in questo senso, che l'impegno dell'azionista FIAT Auto, che poteva essere meno decisivo e rilevante ai fini del mantenimento dell'attività autoveicoli in Italia, diventa più consistente all'interno della sua decisione di azionista di occuparsi di questa vicenda.
Siamo sensibili al fatto che il Governo intrattenga, continui ad intrattenere, faccia di tutto per intrattenere, in vista degli obiettivi che la risoluzione indica, che sono di qualità e quantità, il dialogo con tutte le parti sociali. Questo è essenziale. Non vogliamo che il Governo abbia preso atto della conclusione di una vicenda e da quel momento proceda senza la consultazione delle parti sociali.
Abbiamo detto, chiesto e, senza difficoltà, concorso ad ottenere, che nella nostra risoluzione non si metta in discussione ciò che è stato fatto, desideriamo che altro si faccia e si farà con la consultazione delle parti sociali. Questo è problema di metodo del Governo, che è rispettoso dell'autonomia privata ed è consapevole del mutamento che sta avvenendo nel capitalismo italiano. Ovviamente questo mette in gioco anche il rapporto tra gruppo FIAT, banche, Mediobanca e i giornali, ed è un problema molto delicato.
Siamo sensibilmente interessati a conoscere cosa accade da questo punto di vista, ma una cosa deve essere chiara, ci dobbiamo abituare al fatto che gli intrecci del capitalismo italiano possano modificare gli assetti proprietari delle aziende, dei giornali e delle altre attività. Questa è questione di fondo. Se non ci vogliamo abituare, continueremo a protestare e a dire che non vogliamo parlare, cosa che ritengo, da questo punto di vista, mi consentano i colleghi del centro-sinistra, più bambinesca che reale. Parliamo sapendo che questo parlare è un modo, è un metodo, è un processo e mai un punto di arrivo.(Applausi dai Gruppi UDC:CCD-CDU-DE e AN e del senatore Gubetti).