Dichiaro aperta la discussione generale congiunta.
È iscritta a parlare la senatrice De Petris. Ne ha facoltà.
DE PETRIS (Verdi-U). Signor Presidente, chiederei da parte dei colleghi un po' di silenzio nell'abbandonare l'Aula.
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, chi intende allontanarsi lo faccia rapidamente, chi rimane in Aula è pregato di consentire alla senatrice De Petris di svolgere il suo intervento con tranquillità.
DE PETRIS (Verdi-U). Signor Presidente, onorevoli colleghi, il disegno di legge finanziaria per il 2003, come chiaramente già illustrato dai nostri relatori di minoranza, che era stato annunciato come provvedimento di rigore e di sviluppo da parte del Governo, alla fine si è rivelato un provvedimento pasticciato, incoerente, senza un profilo di riconoscibile linea politica, economica e di sviluppo. La manovra è apparsa continuamente ripensata, cambiata numerose volte. (Brusio in Aula).
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, ripeto, chi intende restare in Aula lo faccia in modo di consentire alla senatrice De Petris di parlare tranquillamente ed ai colleghi interessati di ascoltare.
DE PETRIS (Verdi-U). Dopo il silenzio un po’ assordante del ministro Tremonti, i colleghi hanno difficoltà a mantenere attenzione.
La manovra è stata continuamente ripensata, cambiata, tant'è che, anche dopo l'esame in Commissione bilancio, siamo ancora nella fatidica attesa di un ulteriore intervento da parte del Governo attraverso un maxiemendamento. Le misure previste in questa finanziaria non sono a nostro avviso idonee a garantire una crescita della domanda interna sufficiente a raggiungere il tasso di sviluppo previsto per il 2003 (+2,3 per cento), tanto più nel quadro del sistema di finanza pubblica delineato dal decreto-legge n. 194 del 2002, il cosiddetto decreto blocca spese.
Non abbiamo alcun timore ad affermare che il disegno di legge finanziaria è ispirato a criteri centralistici e dirigistici, bloccando la già scarsa autonomia impositiva riconosciuta alle Regioni e agli enti locali. Ciò appare ancor più incongruente dopo che il Governo ha voluto accelerare in modo parossistico l'esame del provvedimento di devolution chiamando questa Assemblea a votarlo prima della finanziaria.
Si carica dunque sulle autonomie territoriali l'onere di assumere decisioni impopolari. La finanziaria è fondata su rinvii e su scommesse, non contiene misure strutturali di contenimento della spesa - e, quando le prevede, taglia le spese sociali - sovrastima i risparmi, ricorre a misure una tantum come i condoni o il blocco delle assunzioni.
Si prevede la creazione di due società, la Patrimonio dello Stato S.p.a. e la Infrastrutture S.p.a., che sono l'unica fonte di denaro fresco insieme ai condoni, alla proroga della sanatoria per i capitali esportati illegalmente all'estero e l'emanazione del decreto blocca spese e del decreto fiscale, che costituiscono il vero nocciolo della manovra per il 2003.
Mancano - a nostro avviso - interventi capaci di favorire lo sviluppo in settori strategici per innescare un processo di crescita; mi riferisco all'innovazione di processo, alla scuola, all'università, alla ricerca, settori fondamentali e primari per il nostro Paese. Un Governo che sosteneva di voler rilanciare gli investimenti ha adottato misure che vanno tutte nel senso opposto. Se il Governo intendeva invertire il ciclo negativo, doveva a nostro avviso spingere l'acceleratore sugli investimenti del Mezzogiorno, favorire la crescita del Sud anche come prospettiva strategica. Nulla di tutto ciò è contenuto nella finanziaria; le misure sulla DIT e il credito d'imposta non vanno nel senso della promozione di investimenti, non danno certezze alle imprese.
Quanto al succo della propaganda di questa finanziaria, la riduzione fiscale relativa all'IRPEF per il 2003, pur intervenendo sui redditi bassi la finanziaria presenta diversi aspetti assai problematici. Viene promessa una riduzione di 200 euro l'anno, ma i tagli alle risorse degli enti locali costringeranno i cittadini a pagare comunque in termini di aumento delle tariffe pubbliche e dei servizi sociali. I cittadini pagheranno una cifra molto più alta che, secondo i nostri calcoli, supererà di gran lunga i 200 euro di riduzione.
Oltretutto il primo modulo della riforma fiscale statale, che avrebbe dovuto essere varata dal famoso collegato fiscale, diventato ormai un miraggio e che esamineremo nel merito semmai arriveremo a discuterlo, favorirà per l'80 per cento il 20 per cento dei contribuenti più ricchi e per il 50 per cento favorirà il 2 per cento di contribuenti più ricchi.
Oltretutto, la copertura di tali misure non avviene con una accelerazione della lotta all’elusione e all’evasione fiscale, ma a spese delle risorse a disposizione delle autonomie locali, dei fondi per la scuola, le università, la sanità e delle misure per lo sviluppo. Questo tipo di riduzione e di intervento sull’IRPEF non diminuirà la povertà, in quanto sono esclusi dai benefici i cosiddetti "incapienti", cioè i milioni di cittadini il cui reddito è talmente basso da non poter usufruire di alcun vantaggio fiscale e per i quali sarebbe assolutamente necessario (speriamo di poterne discutere a lungo) prevedere un bonus in questo senso.
Ma vi sono poi (e su questo mi soffermerò particolarmente) alcuni settori che sono stati a dir poco umiliati in questa finanziaria. Infatti, questa proposta di finanziaria, anche dopo l’esame in Commissione (e parlo, ad esempio, del comparto agricolo), di fatto conferma che questo non viene certamente considerato un settore strategico nelle priorità di questo Governo.
Inoltre, in un contesto particolarmente delicato per le imprese agricole e della pesca, alle prese con l’imminente riforma delle politiche comunitarie, con l’ingresso dei Paesi PECO e con la revisione degli accordi commerciali in sede WTO, il Governo si limita ad una finanziaria di proroghe, a correttivi di misure già in vigore e interventi per fronteggiare alcune emergenze sanitarie, in assenza di qualsiasi misura strutturale per sostenere lo sviluppo delle imprese nella difficile competizione internazionale e rispondere alla domanda di qualità che viene dai consumatori.
Le ripetute dichiarazioni del ministro Alemanno, che annunciavano una finanziaria di svolta per l’agroalimentare e, dopo le delusioni della Camera, una finanziaria di svolta al Senato, si sono tradotte, anche dopo l’esame in Commissione bilancio, in un risultato piuttosto deludente.
Sul fronte fiscale, il Governo in questa proposta si limita a prorogare alcune agevolazioni già in vigore, concernenti in particolare il regime speciale IVA, l’aliquota IRAP, l’accisa zero per il gasolio agricolo e i benefici fiscali per la manutenzione delle aree boschive. Non solo, interviene su questo aspetto, sulla manutenzione delle aree boschive, addirittura ponendo il limite di 100.000 euro per quanto riguarda le spese.
L’accesso al credito d’imposta per le aziende del settore agricolo, nonostante alcuni correttivi, appare ancora fortemente limitato da un plafond di risorse assolutamente insufficiente (l’anno scorso, lo vorrei ricordare, si è esaurito in 16 giorni), su cui insiste peraltro anche l’agroindustria; inoltre, una disposizione introdotta dall’articolo 43, comma 1, lettera f), rischia di renderlo pressoché inapplicabile agli investimenti del settore agricolo.
Per quanto concerne, poi, la programmazione negoziata, la legge finanziaria introduce lo strumento dei contratti di filiera (certamente apprezzabile), ma non affronta il nodo della quantificazione delle risorse riservate al settore e della definizione delle priorità in sede CIPE, che vede costantemente penalizzate le iniziative del comparto agroalimentare.
Completamente assente, infine, dalla finanziaria il settore della pesca, in una situazione particolarmente critica, che necessita invece di urgenti iniziative per favorire l’occupazione e la differenziazione multifunzionale delle imprese, in vista della prevedibile riduzione dello sforzo di pesca derivante dalla proposta della Commissione europea. Mancano, in particolare, risorse adeguate per sostenere il Piano triennale.
Ma problemi di altrettanto rilievo si registrano anche in materia di risorse per la gestione ordinaria. L’inserimento nella finanziaria dello stanziamento necessario a fronteggiare ancora le pendenze con l’Unione europea, per quanto riguarda le quote latte (517 milioni di euro), ha determinato una forte contrazione, pari a 188 milioni di euro rispetto al 2002 (meno 18 per cento), delle risorse spendibili a disposizione del Ministero delle politiche agricole, che non potrà non riflettersi negativamente sul settore.
Grave in questo contesto è la carenza di stanziamenti per l’AGEA (mancano almeno 50 milioni, indispensabili per avviare la regionalizzazione degli organismi pagatori), per il fondo di solidarietà nazionale ("sotto" di 100 milioni, in assenza dei quali appare improponibile l’accesso alle assicurazioni multirischio previste dalla recente riforma), e per l’altra questione molto seria che riguarda il settore bieticolo-saccarifero, comparto di particolare rilievo nell’economia agricola del Meridione e che ha visto inspiegabilmente azzerate le risorse a disposizione e rischia oggi il tracollo.
Per impostare una finanziaria in grado di promuovere lo sviluppo, occorre una progettualità che il Governo non è stato in grado di mettere in campo, in primo luogo, sul terreno della sicurezza alimentare e della promozione della qualità. Ancora oggi infatti discutiamo delle vicende di "mucca pazza"; era stato finalmente annunciato, ad esempio, l'avvio dell'anagrafe bovina, ma ieri è emerso che c'è qualcosa che non funziona nell'anagrafe stessa.
Proprio su questo terreno, cioè sul terreno della sicurezza alimentare e della promozione della qualità, con la previsione di risorse idonee all'istituzione dell'Agenzia nazionale per la sicurezza in attuazione del regolamento CE e di agevolazioni fiscali alle imprese che promuovono le certificazioni della qualità di filiera e la tracciabilità dei prodotti, proprio su questi si poteva intervenire. A partire dal 2005, la tracciabilità diviene infatti obbligatoria, ai sensi del suddetto regolamento europeo, ed è urgente avviare iniziative idonee a predisporre il sistema delle imprese ad un cambiamento strutturale di tale portata, anche sostenendole adeguatamente sul fronte dei costi.
A tale proposito, è opportuno sottolineare che le risorse stanziate dalla finanziaria 2002 per la qualità non sono state impegnate in alcun modo dal Governo e questo pone evidenti interrogativi sulle disponibilità inserite per il 2003.
Occorreva ed occorre (speriamo che in qualche modo si possa ancora modificare in Aula) un impegno straordinario per affrontare la crisi idrica, che ha effetti drammatici sulla produzione agricola in vaste aree del Paese; non si può continuare a fronteggiare solo ed unicamente le emergenze.
In primo luogo, bisogna adeguare le risorse per il piano delle infrastrutture irrigue, ma si deve anche promuovere efficacemente l'impiego delle tecnologie innovative a basso consumo e delle acque reflue depurate in agricoltura. Devono essere rilanciati e finanziati adeguatamente gli strumenti della programmazione negoziata in campo agroalimentare, che possono diventare un asse innovativo di sviluppo territoriale, fondato sulle risorse locali, e devono essere assicurate le disponibilità per l'attuazione delle riforme previste dalla legge di orientamento.
La situazione di difficoltà delle imprese agricole, derivante anche dal ripetersi di situazioni climatiche fortemente avverse, richiede una rimodulazione dello stato dei crediti previdenziali e delle relative procedure di cartolarizzazione, un problema questo fortemente sentito in alcune aree del Meridione. Si erano proposti interventi, ma anche su questo, ad oggi, non vi è stato alcun tipo di disponibilità a ragionare.
Per quanto concerne, infine, il comparto della pesca è necessario sostenere adeguatamente con risorse aggiuntive il piano triennale, orientandolo al sostegno della multifunzionalità, agevolare anche fiscalmente lo sviluppo del pescaturismo, destinare risorse aggiuntive alle attività di tutela delle risorse biologiche del mare, estendere infine a questo settore gli sgravi previdenziali e fiscali previsti dalla legge n. 30 del 1998 e le opportunità offerte dalle nuove norme in materia di programmazione negoziata.
In conclusione, l'agricoltura e la pesca italiane attendono da questa legge finanziaria risposte significative, che purtroppo fino ad oggi non ci sono state; queste possono arrivare solo ed unicamente dall'accoglimento, almeno in parte, di significativi emendamenti presentati e chiesti a gran voce da tutte le organizzazioni del settore.
Speriamo che si finisca con le dichiarazioni altisonanti e che arrivino finalmente fatti concreti; speriamo - appunto - che in quest'Aula si possa tentare di "raddrizzare" una proposta per il settore agricolo, almeno in questo campo, che ci è parsa assolutamente inadeguata ed insufficiente ad affrontare i gravi problemi del settore. (Applausi dai Gruppi Verdi-U, Mar-DL-U e DS-U).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Gubert. Ne ha facoltà.
GUBERT (UDC:CCD-CDU-DE). Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, onorevoli Ministri, signori rappresentanti del Governo, nonostante le enunciazioni di buone intenzioni circa il rispetto della natura della legge finanziaria, ossia di controllo delle leggi di spesa e delle aliquote delle entrate, anche questa volta, come già negli anni precedenti, Governo e Parlamento approfittano della finanziaria per introdurre o modificare normative che, altrimenti, per la via ordinaria, richiederebbero tempi più lunghi. Vedremo se le nuove norme, sulla copertura delle leggi di spesa sapranno modificare la situazione in futuro, come si è augurato il ministro Tremonti.
Del resto, più per il Parlamento che per il Governo, che ne ha di altri, in particolare l'emanazione di decreti delegati, questo modo di procedere è l'unico che dia qualche spazio ai parlamentari. Di certo non è a mio avviso sostenibile, come da qualcuno affermato, che la legge finanziaria diventi inemendabile dal Parlamento, dato che la decisione in materia di bilancio è stata e rimane una delle prerogative fondamentali dei Parlamenti e il Governo è pur sempre titolare del potere esecutivo non di quello legislativo.
Ciò premesso, mi esimo dal dire quanto di positivo la legge in esame contiene: altri lo faranno. Sottolineo solo un aspetto positivo: un alleggerimento della pressione fiscale statale, promessa anche in sede di campagna elettorale. Mi chiedo, però, se i modi attraverso i quali si è conseguito questo obiettivo siano tutti coerenti con altri impegni assunti in campagna elettorale. Mi limito a qualche considerazione.
Se le misure per contenere la spesa statale, risparmiando sui consumi della pubblica amministrazione statale e cercando di limitare l'aumento del numero di dipendenti pubblici statali, si possono dire coerenti, non altrettanto si può dire quando si pongono vincoli, che non siano di equilibrio di bilancio, alle istituzioni dotate di autonomia istituzionale garantita dalla Costituzione. I Governi di centro-sinistra della scorsa legislatura erano stati al riguardo più prudenti.
Poiché una delle clausole del Patto di stabilità riguarda la quota percentuale sul PIL del deficit di bilancio, possono essere opportune o necessarie misure che penalizzino gli enti autonomi (enti locali, Regioni, università) che non rispettano l'equilibrio di bilancio; ma il Governo di centro-destra è andato oltre, vincolando spese ed entrate nonché anche l’articolazione interna di categorie di spese. Il Governo si è mosso in direzione di un più stringente controllo statale sugli enti autonomi, oltre quanto richiesto dal Patto di stabilità. Come può un autonomista esprimere apprezzamento?
Il Governo centrale ha voluto far valere suoi obiettivi, diversi dai vincoli del Patto di stabilità, nonostante l’autonomia di enti locali, Regioni, università. Siamo coerenti con un'impostazione federalista?
Nella scorsa legislatura abbiamo criticato la riforma del Titolo V della Parte II della Costituzione voluta dal centro-sinistra, perché insufficientemente autonomista. Possiamo dire che con questa finanziaria siamo coerenti con quelle critiche? Quale federalismo, quale autonomia in campo fiscale assumiamo a modello per le future riforme? Spero non siano quelli che usiamo in questa legge finanziaria.
Un secondo modo per pervenire al risultato della riduzione dell'imposizione fiscale, a mio avviso incoerente con altri impegni assunti con gli elettori, riguarda il taglio di investimenti in campi che abbiamo giudicato di importanza strategica o per la crescita dell'economia o per la crescita di aspetti socio-culturali della qualità della vita.
Abbiamo detto che serve investire nella formazione superiore e nella ricerca, ma blocchiamo l'innovazione universitaria, bloccando la mobilità del personale, e diminuiamo i fondi già esigui, per l’università e per la ricerca. E la protesta significativa dei rettori di oggi dovrebbe farci riflettere.
Abbiamo detto che serve sostenere la libertà di educazione, ma con il decreto blocca spese abbiamo tolto alle scuole paritarie parte significativa dei fondi loro assegnati e solo in Commissione bilancio al Senato si pensa di restituire qualcosa alle famiglie.
Abbiamo criticato il centro-sinistra perché sosteneva le famiglie con figli solo se avevano bassi redditi e ora possiamo dirci fortunati se sono state mantenute le detrazioni per figli a carico decise lo scorso anno, perché, se avessimo applicato i criteri contenuti nella legge delega, come fatto per altre detrazioni, avremmo peggiorato il difetto che imputavamo al centro-sinistra.
Nonostante che i risparmi ottenuti applicando criteri restrittivi sull'aumento a circa 500 euro delle pensioni minime avessero consentito di estendere l'aumento anche ad altre categorie bisognose, quali gli invalidi civili, non lo abbiamo fatto, anzi vengono fatti valere criteri interpretativi dei requisiti per ottenere il beneficio almeno di anzianità figurativa in caso di invalidità elevata.
Un terzo modo di pervenire al risultato positivo in modo incoerente con le valutazioni a suo tempo da noi espresse su analoghe iniziative assunte dal centro-sinistra è quello di ricorrere ad entrate straordinarie attraverso varie forme di condono. Vi possono essere casi di errori in buona fede, vi possono essere casi di errori da parte della Finanza, ma se ciò serve come buon motivo anche per premiare chi ha scientemente non adempiuto ai suoi doveri tributari, si scoraggiano i contribuenti onesti. O essi sono da scoraggiare?
Quanto morale e a medio termine utile è ragionare solo in termini di maggior facilità di introito fiscale senza considerare gli effetti diseducativi sull'osservanza delle leggi fiscali o altre? E come verrà usata la discrezionalità del concordato fiscale preventivo? Anche questo avvantaggerà coloro che sono già più avvantaggiati?
Non ho il tempo sufficiente per un esame dettagliato della legge, dei suoi aspetti positivi e negativi, volendo anche illustrare in seguito alcuni emendamenti, ma le tre incoerenze menzionate già mi sembrano importanti. Mi chiedo e domando alla maggioranza e al Governo: siamo certi che l'aver ridotto in parte la pressione fiscale statale compensi le incoerenze su altri impegni, pur essi assunti con gli elettori? Non è per caso che ci siamo lasciati guidare da percezioni, non so quanto corrette, degli effetti di tutto ciò sul consenso politico? Può essere un più facile consenso il criterio guida delle politiche? Era il criterio seguito da uomini come Alcide De Gasperi nei quali ci riconosciamo?
Signor Presidente, credo che la coalizione debba ripensare le strategie, debba ricercare maggiore coerenza con gli impegni assunti e con tutte le posizioni assunte quando era all'opposizione e per questo serve più partecipazione, più coinvolgimento dei parlamentari, più dibattito.
E' possibile sperare che per la finanziaria 2004 ciò finalmente avvenga? Per questa finanziaria mi auguro che il relatore e il Governo prendano in considerazione gli emendamenti presentati e che si trovino almeno alcuni elementi positivi, meritevoli di approvazione. (Applausi dal Gruppo UDC:CCD-CDU-DE e dei senatori Peterlini e Giaretta).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bastianoni. Ne ha facoltà.
BASTIANONI (Mar-DL-U). Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, colleghi, la legge finanziaria è di fatto l'emblema della politica economica e la realizzazione annuale dell'azione quinquennale di legislatura di un Governo.
Il progetto del centro-destra era caratterizzato da obiettivi ambiziosi; li ricordiamo: forte riduzione del prelievo fiscale, grandiose opere pubbliche, robusta crescita del reddito, prosecuzione del risanamento della finanza pubblica. L'esame della finanziaria 2003 cade invece in un momento di forte preoccupazione per la situazione economica dell'Italia.
Ci troviamo di fronte ad un vero e proprio fallimento delle ricette predisposte da questo Governo. L'ostinazione con cui il Ministro dell'economia ha nei mesi passati mantenuto una valutazione ottimistica sull'evoluzione del ciclo economico e il realizzarsi invece di una fase particolarmente difficile ha contribuito a creare ulteriori problemi per via delle forti attese alimentate. Il Governo per molto tempo ha nascosto al Parlamento e al Paese i dati relativi alla situazione dei conti pubblici e dell'economia.
Ricordo qui un solo dato, il più significativo. Nel Documento di programmazione economico-finanziaria 2002-2006 il ministro Tremonti annunciava con toni trionfalistici il passaggio dal declino allo sviluppo e prevedeva per il 2002 una crescita del 2,3 per cento tra le perplessità dell’Unione europea, del Fondo monetario internazionale e di vari organismi nazionali e internazionali.
A luglio tale crescita veniva ridimensionata all’1,3 per cento; a fine anno ci si accorge che il prodotto interno lordo, cioè l’insieme dei beni e servizi prodotti dall’azienda Italia, si aggira attorno allo 0,3 per cento. Appare ovvio che tale errata previsione di crescita ha comportato disastrosi effetti sul versante delle entrate fiscali causando un gravoso indebitamento. Altro che buco nei conti pubblici lasciato in eredità dal Governo di centro-sinistra, ministro Tremonti! Come appaiono risibili oggi le giustificazioni del Ministro dell’economia di fronte alla sua pessima gestione della politica economica.
Lo stesso reperimento delle risorse necessarie alla manovra è fortemente caratterizzato da elementi di precarietà e da ingiustizia sociale; basti pensare al concordato fiscale - o condono che dir si voglia - che penalizza, ancora una volta, tutte quelle categorie di contribuenti in regola con il fisco e la riproposizione della sanatoria per il rimpatrio (ancora una volta!) dei capitali illegalmente detenuti all’estero.
Si tratta di misure una tantum che richiederanno negli anni a venire ulteriori interventi per compensare il venir meno di queste entrate temporanee ai fini del riequilibrio dei conti pubblici.
In una situazione delicata e complessa, come quella che stiamo attraversando, era logico aspettarsi una finanziaria rigorosa e al tempo stesso coraggiosa, in grado di incidere sia sugli aspetti congiunturali, sia su quelli strutturali della nostra economia; una finanziaria in grado quindi di rilanciare investimenti e occupazione unitamente ai consumi delle famiglie.
Qui, invece, si propone un complesso di interventi, in gran parte legati a proiezioni di ripresa assolutamente realistiche, che niente di tutto questo potranno realizzare. Non sarà rilanciata, ad esempio, la domanda dei consumi, in quanto le timide riduzioni fiscali per i redditi più bassi saranno azzerate, rese nulle dagli incrementi tariffari e dall’introduzione di servizi a pagamento da parte degli enti locali penalizzati dalla riduzione dei trasferimenti da parte dello Stato.
Occorre, inoltre, ricordare che per giungere a questa riduzione fiscale si è abolito il recupero fiscale dell’inflazione, cioè il cosidetto fiscal drag, per il secondo anno consecutivo e si è eliminata la previsione dell’ultima finanziaria del Governo Amato (abbattimento di mezzo punto dell’aliquota fiscale per i redditi fino ai 50 milioni di vecchie lire). E’ stato quindi colpito il ceto medio. Questo Governo ha colpito il ceto medio, cioè quello che avrebbe potuto dare, in termini di ripresa e di consumi, una risposta positiva.
Non dobbiamo inoltre dimenticare che le famiglie italiane continuano a pagare troppo cara la più odiosa delle "tasse": l’inflazione. L’aumento dell’inflazione colpisce infatti il potere d’acquisto delle retribuzioni e delle pensioni. Il progressivo aumento dell’inflazione testimonia quanto questo fenomeno sia stato, anche questo, fin qui sottovalutato.
Negli ultimi mesi vi è stata una contrazione della spesa, lo segnalano sia i commercianti che le associazioni dei consumatori, sia per quanto riguarda l’acquisto di beni durevoli, sia per quanto riguarda quelli non durevoli. Allora, onorevoli colleghi, non è sufficiente invitare gli italiani a spendere e a non risparmiare, come ha predicato il Presidente del Consiglio nei giorni scorsi, ma nell'avere i soldi per farlo.
L’inflazione registrata a novembre è stata del 2,8 per cento, ma la forbice tra l’inflazione rilevata dall’ISTAT e quella percepita dalle famiglie va aumentando e, a fronte di tutto questo, il Governo si intestardisce nel mantenere all’1,4 per cento l’inflazione programmata in finanziaria per il prossimo anno, che sarà presa a riferimento per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego, dei metalmeccanici, del commercio e, a seguire, degli altri settori, nonché per l’adeguamento delle pensioni.
Questa misura decreterà, di fatto, una diminuzione del potere d’acquisto per le famiglie italiane decretandone quindi un impoverimento in termini reali.
Questa manovra, inoltre, non agisce sullo sviluppo e la crescita dell’economia; con essa non saranno rilanciati gli investimenti delle imprese, in quanto tutti gli incentivi previsti dalle precedenti finanziarie dell’Ulivo, che - è bene ricordarlo - avevano portato per la prima volta il Mezzogiorno a tassi di sviluppo superiori a quelli del Centro-Nord, sono stati con vari provvedimenti (compresa la finanziaria) cancellati o fortemente ridimensionati.
Il sistema degli incentivi agli investimenti e il sostegno all’occupazione, a nostro avviso, andava confermato riservandolo in via prioritaria alle aree economicamente svantaggiate.
Il brusco cambiamento di direzione in corso d’opera adottato dal Governo con provvedimenti che - dicevo - hanno anticipato questa finanziaria hanno creato alle imprese, sia grandi sia piccole, non poche difficoltà legate a maggiori oneri che si vengono a determinare, ma soprattutto all’incertezza che grava sul loro futuro. Infatti, le imprese nel compiere le loro scelte e i loro investimenti devono avere di fronte un quadro di riferimento normativo, fiscale e di politica economica di cui devono conoscere i caratteri di fondo e la linea di direzione. È di questo che si sente la mancanza, e questo Governo non ha ancora elaborato una seria politica industriale per l’Italia.
Basti pensare alla modifica degli incentivi alle imprese, che da contributi a fondo perduto diventano per metà agevolazioni da restituire con interessi in una prospettiva pluriennale. Lo stesso discorso vale per la drastica riduzione dei crediti di imposta per le nuove assunzioni, che avevano ben funzionato e avevano anzi spinto all’insù i livelli dell’occupazione.
Nel contempo, abbiamo chiesto che siano recuperate le agevolazioni per l’avvio di un’attività imprenditoriale nei settori dell’artigianato e del commercio con le agevolazioni previste fino al 2001, l’ultima finanziaria del centro-sinistra e non prorogate dalla successiva, consistenti nello sgravio nella misura del 50 per cento dei contributi previdenziali per il primo triennio di attività. E questa sarebbe una misura formidabile per creare nuova occupazione anche in una situazione di difficoltà economica che vede espellere dalla grande industria numerosi lavoratori, che potrebbero intraprendere anche un’attività di lavoro autonomo.
Ci siamo battuti per la proroga delle agevolazioni per l’edilizia, cioè per il credito d'imposta del 36 per cento e per l’IVA al 10 per cento, che in Commissione bilancio finalmente è stato riconosciuto, ma sarebbe bene che questa misura entrasse a regime visti i vantaggi che porta sia all’Erario, sia alle imprese che hanno quindi maggiore lavoro, sia ai cittadini che intendono rinnovare la propria abitazione. Direi di più, occorrerebbe estendere questa misura anche al sistema casa, vale a dire per l’arredamento interno; questa sì sarebbe una misura formidabile di sostegno ai consumi!
Tenuto poi conto del ruolo fondamentale dell’Artigiancassa (la Cassa per il credito delle imprese artigiane) per la crescita delle imprese e per la creazione di nuovi posti di lavoro stabili e duraturi, abbiamo chiesto di aumentare il flusso di finanziamenti previsti nella finanziaria, che quest’anno sono inferiori di un terzo rispetto allo scorso anno. Nel 2001 un nuovo occupato tramite finanziamenti dell’Artigiancassa è costato mediamente allo Stato 7.500 euro, mentre con la legge n. 488 del 1992 un nuovo posto di lavoro è costato 20.650 euro, vale a dire tre volte tanto.
Sarebbe inoltre necessario attivare misure per sostenere la competitività del Paese attraverso il sostegno della ricerca, della formazione e dell’innovazione, che invece in questa finanziaria sono state fortemente penalizzate. Senza di esse, il Paese rischia di non essere in grado di agganciare la ripresa, quando essa verrà.
Riteniamo altresì che di fronte ai passaggi difficili che il Paese attraversa sia indispensabile il rilancio della concertazione quale strumento più appropriato per governare l’attuale fase economica in un contesto di coesione e di coinvolgimento di tutte le componenti sociali; ma il Governo, anche qui, sembra sordo a questi inviti come la vicenda FIAT - purtroppo - insegna.
C’è da augurarsi che si prenda atto di questa situazione e che quindi vengano introdotte nella discussione che stiamo sviluppando profonde modifiche, ministro Tremonti permettendo.
Perché non prendete esempio dagli Stati Uniti dove Bush ha mandato a casa il Ministro del tesoro, proprio nel Paese in cui si sono verificate le note vicende legate al terrorismo internazionale e non si sono accampate di fronte a disastri economici le scuse ma si è presa una decisione drastica e l’unica percorribile? Poiché abbiamo mandato a casa il Ministro dell’interno e il Ministro degli affari esteri non vedo perché non possa andare a casa questo fallimentare Ministro dell’economia!
Abbiamo presentato diversi emendamenti come Gruppo della Margherita e come Ulivo per cambiare e migliorare il disegno di legge finanziaria sbagliato che non risana e non incentiva i consumi, non rilancia lo sviluppo. Registriamo, purtroppo, che vi state ostinando a mantenere ciò che sapete essere sbagliato.
Ricordiamo che da parte di nessuna organizzazione economica e imprenditoriale sono venuti assensi dalla legge finanziaria proposta dal Governo. Valgono per voi le parole pronunciate da Miguel de Unamuno che, rivolgendosi ad un arrogante generale spagnolo, disse: "Voi vincerete perché avete le ragioni della forza", così come voi avete la maggioranza in Parlamento ma non convincerete perché non avete dalla vostra parte la forza della ragione, come i cittadini italiani stanno cominciando a capire a loro spese. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U e Verdi-U).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Minardo. Ne ha facoltà.
MINARDO (FI). Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, ci apprestiamo a votare la manovra finanziaria per il 2003 e mi auguro che questo dibattito si svolga in un clima di confronto politico civile e democratico che possa fare onore alle istituzioni e al popolo che rappresentiamo. Certo è che questa legge finanziaria rappresenta una innovazione, nella forma e nei contenuti, dopo anni di finanziarie che hanno colpito i cittadini e il nostro Paese, abituato a sentirsi ripetere di partecipare silenziosamente a grandi sacrifici.
L’Italia del presidente Berlusconi è finalmente diventata grande; lo dimostra il fatto che il Governo ha dato vita ad una finanziaria innovativa, senza precedenti, che non mette le mani in tasca agli italiani ma lascia loro più soldi.
Aveva ragione il presidente Berlusconi quando il 30 settembre scorso presentava questa manovra che ha, come obiettivo primario, il mantenimento dei patti siglati con gli italiani e con l’Europa. Questo disegno di legge, infatti, è ispirato a realizzare gli obiettivi del rigore di bilancio e dello sviluppo economico del Paese. La sua entità economica complessiva dovrebbe altresì consentire una significativa riduzione del rapporto indebitamento-PIL.
La manovra si incentra su importanti e significativi interventi di razionalizzazione della spesa pubblica e su misure relative alle entrate che non toccano la spesa sociale e non aumentano le tasse ma che incidono, soprattutto, sul sistema degli sprechi. Ciò è confermato con coerenza sul fronte delle entrate ove questa finanziaria avvia la necessaria riforma fiscale e gli sgravi delle imposte sui redditi delle famiglie.
Nel campo degli incentivi per lo sviluppo del territorio e delle imprese si registrano numerose novità e strategie che incideranno notevolmente a sostegno dello sviluppo economico e imprenditoriale. Basti pensare alla istituzione di alcuni fondi centralizzati per progetti di innovazione delle pubbliche amministrazioni, per le opere pubbliche, per le imprese e per le aree sottoutilizzate, nello specifico intento, comunque, di sottolineare la necessità che il Governo possa rivedere le posizioni rispetto al blocco dei crediti di imposta.
Il sistema produttivo delle zone particolarmente deboli si regge per l’incremento dell’occupazione, della produzione e degli investimenti sulle agevolazioni previste dal credito di imposta. È in questo senso che le aziende del Sud del comparto industria, artigianato e commercio, confidano in un provvedimento di salvaguardia e ripristino delle agevolazioni allo scopo di guardare con fiducia gli investimenti per la maggior parte già effettuati e alle assunzioni.
Nel campo delle politiche agricole si coglie una forte e necessaria crescita degli strumenti a disposizione del settore agricolo ed agroalimentare, anche se alcuni aspetti del finanziamento di spesa appaiono inadeguati rispetto alle reali esigenze del settore; ma sicuramente rappresentano un incremento di oltre il 35 per cento delle risorse previste negli anni precedenti. Ritengo importante lo sforzo con cui si stanno affrontando le problematiche dell'intero comparto, che rappresenta sempre una delle principali risorse dell'economia del nostro Paese.
Gli interventi finanziari che quindi sono previsti per il settore agricolo comprendono sia agevolazioni di carattere fiscale che interventi strutturali, finalizzati alla creazione di un moderno sistema di sviluppo imprenditoriale che sia al passo con i tempi e con le richieste dei mercati internazionali. Sono finiti i tempi in cui la politica agricola veniva relegata in un cantuccio dalle manovre finanziarie. Oggi, pur nelle grandi difficoltà di aver dovuto destinare 517 milioni di euro per far fronte a situazioni debitorie del passato (come, ad esempio, le quote latte), possiamo rilevare con certezza che nel settore agricolo aumentano gli stanziamenti.
Tutto questo, insieme a obiettivi strategici di realizzazioni infrastrutturali e alla realizzazione di un impianto burocratico-amministrativo moderno e funzionale, può mettere gli operatori agricoli nelle condizioni di affermare il valore primario dell'agricoltura nel contesto economico mediterraneo che si riqualifica come fonte di produttività economica e occupazionale.
Un'ultima considerazione voglio dedicare al Sud e alla Sicilia in particolare di cui si è tanto parlato nell'ambito di questa manovra finanziaria e sul quale si sono innescate polemiche a dir poco infondate. A questo proposito, e con l'orgoglio di parlamentare siciliano, posso affermare che per la prima volta dopo 56 anni una legge finanziaria riconosce l'applicazione degli articoli 37 e 38 dello Statuto siciliano relativamente al riconoscimento del gettito d'imposta delle aziende che producono in Sicilia ma che hanno domicilio fiscale altrove.
Questa è una grande conquista per il popolo siciliano e soprattutto il legittimo riconoscimento di una devoluzione che in Sicilia esiste da oltre 50 anni! Il Governo ha ancora una volta, quindi, affermato con la concretezza degli atti che la Sicilia rappresenta la prima e più concreta occasione di crescita economica e sociale del Paese.
Ma è fuori di ogni dubbio che questa finanziaria va migliorata e modificata nei confronti del Paese, del Sud, della Sicilia, perché ci sono altre urgenze ed emergenze che tengono in grande preoccupazione le popolazioni del Sud e le attività produttive, principalmente quelle siciliane. E mi riferisco alla FIAT di Termini Imerese, all'industria elettronica di Catania, alle industrie manifatturiere di Enna, alla IBLA S.p.A. di Ragusa, all'Enichem. Sono tutti comparti di produzione e di occupazione che risentono di una crisi irreversibile e di una forte riduzione dei livelli occupazionali e per i quali non si chiedono aiuti indiscriminati, ma piani di sviluppo e fiscalità di vantaggio.
È necessario altresì risolvere in questa finanziaria l'annoso problema dei tributi sospesi a seguito del terremoto del 1990 che si è verificato nelle province della Sicilia orientale Catania, Siracusa e Ragusa, e riferiti agli anni 1990, 1991 e 1992. Insieme a questo va tenuta in considerazione la tanto auspicata defiscalizzazione delle benzine.
Per non parlare poi dei gravissimi danni provocati dall'emergenza Etna che ha colpito e continua a colpire in primo luogo la provincia di Catania, ma anche tutto il territorio siciliano, tutta la Sicilia sud-orientale, le province di Siracusa e Ragusa, che oggi si trovano isolate per la chiusura dell'unico aeroporto che le collega con il resto del Paese e le cui strutture e ricettive sono giunte al completo collasso.
Faccio appello allora alla sensibilità del Governo, affinché si possano assumere legittimi provvedimenti in favore di questo territorio e delle sue popolazioni, specie quelle colpite da gravi eventi naturali, ma anche in favore di un comparto industriale che ha bisogno di rilancio in termini di produttività e di occupazione.
In conclusione, sono convinto e certo che questa manovra finanziaria merita una grande attenzione per l’importante sforzo compiuto dal Governo e dal presidente del consiglio Berlusconi per non incidere sui bilanci delle famiglie e delle imprese, e sooprattutto perché essa rappresenta un fondamentale presupposto innovativo in materia economica e finanziaria, che darà la possibilità al nostro Paese di guardare con fiducia e a pieno titolo ai partner europei e ai mercati internazionali. (Applausi dal Gruppo FI).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Donati. Ne ha facoltà.
DONATI (Verdi-U). Signor Presidente, signori relatori e signori del Governo, interverrò in particolare sul tema delle opere strategiche e degli investimenti infrastrutturali che in questa finanziaria, ovviamente, non trovano adeguate risposte, in particolare rispetto alle promesse che il Governo Berlusconi ha fatto sia in campagna elettorale che durante tutto questo anno e mezzo di governo, nel corso del quale è stata annunciata l’apertura di cantieri in ogni parte d’Italia, senza però avere a disposizione le risorse per realizzarli effettivamente. C’è, quindi, un fondo per le opere strategiche sostanzialmente identico a quello della legge finanziaria dell’anno scorso.
Non solo. Vengono viceversa aggiunti dei compiti. Voglio ricordarne due, positivi: la metanizzazione del Mezzogiorno e un fondo - peraltro non identificato con precisione negli importi - per l’adeguamento dell’edilizia scolastica, con particolare attenzione alle zone a rischio sismico. Questo per dire che il fondo straordinario per le opere strategiche è diventato il fondo dal quale attingere quando non si sa dove andare a recuperare risorse. Già le risorse erano ampiamente insufficienti, pur nella pro quota annuale, per la quale in questo piano decennale di grandi opere strategiche (dell’ordine di grandezza - ricordo - di 123 miliardi di euro nel decennio) nei tre anni era stato fissato un totale di 6,5 miliardi di euro, che però non aumentano in questa legge finanziaria.
Ciò significa che le semplificazioni, le accelerazioni, le valutazioni di impatto ambientale semplificate o le norme derogatorie, che ad esempio escludono gli enti locali dalle decisioni, non solo sono gravi sul piano delle decisioni e produrranno progetti di pessima qualità, ma si tratta altresì di progetti destinati a non essere realizzati. Si tratta, cioè, di una inutile accelerazione dei progetti cui non corrisponde una adeguata allocazione di risorse per far decollare con logica, con priorità e con senso i cantieri e le opere pubbliche di cui abbiamo maggiormente bisogno.
Questa limitatezza di risorse, aggravata anche dalla crisi economica italiana e internazionale, richiede una selezione delle priorità nella lunga lista delle opere strategiche (voglio ricordare che 250 opere dovevano rappresentare le grandi priorità italiane; si era partiti da una decina: la lista non solo si è allungata, ma si è estesa enormemente, distruggendo il concetto stesso di priorità).
È difficile, in questo contesto finanziario, in questa crisi economica, affermare che il ponte sullo Stretto (in un’area in cui dobbiamo ammodernare la Salerno-Reggio Calabria e raddoppiare la linea tra Palermo e Messina, che è ancora per due terzi a binario unico) rappresenta un’assoluta e strategica priorità, per la quale implementiamo una semplificazione procedurale su un progetto di grandissima delicatezza - come tutti gli studi e le esperienze internazionali dimostrano - che non rappresenta assolutamente l’esistenza di una priorità per la mobilità di quelle aree e nel rapporto tra Nord e Sud del Paese. Per questa ragione, chiediamo di eliminare il Ponte sullo Stretto dalle opere strategiche, perché non è tale; ovviamente la discussione può proseguire nel futuro, ma affermare che oggi esso sia strategico è assolutamente fuori luogo.
Così come riteniamo che insistere per la realizzazione dell’autostrada Livorno-Civitavecchia, quando non si hanno a disposizione le risorse necessarie e non solo c’è una grande discussione sui tipi di tracciato possibili ma non si fanno nemmeno gli investimenti opportuni sulla rete ANAS (ammodernando, ad esempio, l’attuale Aurelia-bis), sia soltanto un modo di prorogare qualsiasi investimento e, alla fine, di non fare assolutamente nulla. Anche qui chiediamo di togliere tale autostrada dalle opere strategiche e destinare invece le poche risorse disponibili prioritariamente all’ammodernamento della rete ANAS.
Questa finanziaria ragionevolmente si preoccupa di dare qualche soluzione. Voglio, però, segnalare alcuni aspetti delicati di queste soluzioni – per così dire – creative ed innovative: non le voglio denigrare, ma voglio entrare nel merito.
Parliamo del FROP (certo, assomiglia molto a flop, ma non voglio insistere), il Fondo rotazione opere pubbliche. Qui si parla di un fondo che la Cassa depositi e prestiti deve costituire per anticipare la realizzazione di opere, una sorta - così ci ha riferito il direttore della Cassa depositi e prestiti in Commissione - di fondo che va dato come anticipazione da recuperare, soprattutto laddove i costi di gestione (quindi, a conto economico, non a costo investimento) non dovessero risultare così come previsto.
Ovviamente, l'idea è interessante perché far decollare un'opera che ha una sua redditività è sicuramente utile. La lite, poi, si sposta su cos'è utile e cos'è prioritario o redditizio, ma voglio segnalare il fatto che in Italia non siamo abituati ad analisi di redditività serie e che le valutazioni, ad esempio, in ordine alla coesione sociale che alcune infrastrutture inducono non risolvono il problema della redditività di determinate infrastrutture. Quindi, in realtà, questo fondo, diversamente da quello che dichiara di voler fare, rischia più che di anticipare di destinare risorse a fondo perduto, che magari in futuro, in caso di gestioni particolarmente positive, verranno recuperate.
Il secondo capitolo riguarda gli investimenti ferroviari. Questa finanziaria taglia le risorse previste dalle finanziarie precedenti per gli investimenti ferroviari e decide, direi anche in modo corretto, al di là delle polemiche sulla questione del patrimonio da attribuire alla Patrimonio dello Stato S.p.a. e alla Infrastrutture S.p.a., che una quota delle risorse che deve essere dedicata agli investimenti ferroviari venga dalla Infrastrutture S.p.a..
Anche qui rischiamo, innanzitutto, di non definire dei limiti. Credo, ad esempio, sia giusto completare e realizzare gli investimenti già in corso, che hanno bisogno di ingenti quantità di risorse. Voglio ricordare che la tratta Roma-Napoli è realizzata per l'80 per cento, la Bologna-Firenze per il 50-60 per cento e la Bologna-Milano per circa il 30 per cento.
Dobbiamo decidere - e la finanziaria non lo fa - che gli investimenti che riusciamo a recuperare anche in questo modo devono andare innanzitutto a completare le opere che sono in corso ed in particolare i nodi ferroviari, urbani e metropolitani. Infatti, è completamente insensato costruire linee che non arrivano in aree in cui ci sono adeguate infrastrutture di distribuzione urbana e metropolitana, a Roma, a Firenze, a Bologna, a Napoli e a Milano, proprio perché esse non daranno quei livelli di redditività che sono attesi.
Voglio ricordare che il testo ribadisce - e ciò è preoccupante, perché andrebbe quantificato un altro modo per posticipare, nel calcolo della contabilità pubblica, il debito pubblico - ammettendo che gli investimenti per l'alta velocità sono pesanti, che nel caso i flussi di cassa non siano sufficienti lo Stato assicura, proprio per non distruggere già dal suo nascere la Infrastrutture S.p.a., che si accollerà una buona parte del debito futuro. È come dire che stiamo investendo con la Infrastrutture S.p.a., ma ci stiamo anche garantendo che tutto quello che non verrà dai flussi di cassa o dalla Infrastrutture S.p.a. sarà direttamente erogato come garanzia dallo Stato.
Si tratta di opere finanziarie che costano mediamente 100 miliardi a chilometro e che, quindi, hanno costi elevati e livelli di redditività con tempi assai lunghi e non semplicissimi da quantificare nel medio periodo, come occorrerebbe fare per infrastrutture con queste caratteristiche.
Pertanto, credo che queste cifre andrebbero quantificate con precisione, perché stiamo rischiando di far decollare opere sbagliate (penso alla Milano-Genova, che dovrebbe comunque essere esclusa dall'uso, ad esempio, del fondo della Infrastrutture S.p.a., perché è un'opera veramente fuori da ogni logica di redditività). Dovremmo quindi concentrarci sulle tratte generalizzate e dovremmo anche identificare i costi del pagamento del debito, in modo che sia chiaro in futuro quanto andremo a pagare complessivamente come Stato per tutte queste operazioni, invece di rinviare semplicemente questi conti al futuro (operazione che peraltro è stata già fatta nei primi anni Novanta, ma che oggi si mostra in tutta la sua drammaticità ogni volta che dobbiamo reperire risorse vere e non solo garanzie o capitale di prestito che vuole comunque essere ovviamente ripagato).
Questa è una grande preoccupazione e mi auguro che la discussione in Aula serva, appunto, anche a chiarire questi aspetti, a meglio definire come destinare e circondare questa innovazione creativa nel campo degli investimenti ferroviari con qualche margine di certezza in più per tutti gli operatori del settore.
Un’altra questione riguarda l’ANAS. Io avevo già osservato che era anomalo, se non si spiega nella logica di un'eliminazione dai conti pubblici, che l'ANAS diventasse una società per azioni e non rimanesse invece un ente economico, com’era in precedenza; infatti, essendo un’azienda che sostanzialmente non ha incassi (perché gli unici incassi li hanno le concessionarie, che sono sostanzialmente già oggi società per azioni private), è chiaro come parlare di caratteristiche manageriali di gestione dei ricavi e delle spese in ANAS S.p.a. sia assolutamente fuori luogo.
Ma ciò che più mi preoccupa è un altro aspetto. Io capisco l’efficienza che deve attraversare sicuramente un’azienda con quelle caratteristiche, però mi preoccupa un aspetto in particolare: il fatto che si consenta (tra l’altro con una strana analogia, che non c’entra nulla, se si va a vedere il caso specifico) la costituzione di un fondo, a valere sul proprio netto patrimoniale, che l'ANAS S.p.a. è autorizzata a formare al fine di esercitare l'attività di manutenzione e provvedere al pagamento della rata di ammortamento dei propri mutui.
Io sono molto preoccupata perché non credo che si possa mettere il patrimonio netto in un fondo insieme ai residui passivi e consumarlo per fare la manutenzione. Credo quindi che dovremmo chiarire (anche in questo caso, mi auguro, dalla discussione d’Aula e dalla riflessione comune) come si alimenta di anno in anno questo fondo, senza svalutare di fatto il patrimonio di ANAS S.p.a. (in altra sede potrei spiegarvi come funzionava il fondo delle Ferrovie dello Stato: si trattava della ipervalutazione degli asset, che veniva messa in un fondo ai fini della ristrutturazione aziendale degli oneri per infrastrutture; quindi un caso completamente diverso: c’era un’autorizzazione perché esisteva un’ipervalutazione riconosciuta).
Inoltre, voglio segnalare il fatto che la rete stradale che abbiamo attribuito alle Regioni, che a loro volta mediamente l'hanno attribuita alle province, quindi ormai divenuta locale, non ha adeguate risorse (mentre parliamo di opere strategiche, di ponte sullo Stretto) per la manutenzione ordinaria e straordinaria.
Già esisteva un deficit enorme; ovviamente i trasferimenti che vengono erogati sono assolutamente insufficienti per mantenere quel livello di sicurezza e di manutenzione che sarebbe indispensabile; e mi pare che da tutte le province, gli enti locali, le Regioni, sia di centro-destra che di centro-sinistra, venga continuamente un grido di allarme per il fatto che non si riesce a mantenere i livelli di efficienza della rete che abbiamo assegnato, attraverso la regionalizzazione, in modo efficiente.
Vorrei concludere dicendo che cosa non c’è (e ce ne dispiace molto, e mi auguro che la discussione sia positiva) in questa legge finanziaria e che ci piacerebbe trovare: gli aiuti al cabotaggio. A fine anno scade l’autorizzazione alla detassazione per gli aiuti al cabotaggio, gli unici aiuti ammessi esplicitamente in sede europea ai fini della concorrenza, per evitare distorsioni anche in sede europea e come aiuto alla mobilità sostenibile.
Voglio ricordare che in questo momento siamo ancora in regime di aiuti all’autotrasporto, quindi non valgono le ragioni squisitamente economiche. Peraltro, noi sosteniamo che si potrebbero, ad esempio, attraverso l’introduzione della carbon tax, reperire quelle risorse, proprio perché anche noi crediamo che i saldi vadano rispettati. Sarebbe un modo per eliminare una serie di sussidi perversi tra diversi tipi di mobilità. È insensato che l’Italia aiuti l’autotrasporto, ostaggio com’è già del trasporto su gomma, e non aiuti invece il trasporto via acqua, in particolare quello via mare.
C’è una discussione aperta, ci auguriamo che nel maxiemendamento vi sia qualche risposta a questa sollecitazione che non viene solo dal mondo ambientale, ma anche, in generale, dal mondo di chi lavora e dalle imprese pubbliche e private in questo settore.
Un’altra preoccupazione: non vi sono risorse per la mobilità urbana, per l’innovazione tecnologica, la sperimentazione all’idrogeno, il parco autobus. Non è soltanto un problema di ammodernamento del trasporto pubblico, ma è anche un modo per dare certezze di politica industriale alle imprese italiane che lavorano in questi settori.
Infine, vi è la questione della legge n. 211 del 1992 per le reti tramviarie metropolitane, che non solo non vede alcun rifinanziamento (e mi rendo perfettamente conto che in tempi difficili non è semplice), ma i cui fondi, voglio ricordarlo, sono in parte messi a rischio dal cosiddetto decreto blocca spese o taglia residui, come dir si voglia. La legge n. 211 ha avuto un lungo iter, è stata semplificata ed è stata decentrata; sulla base di essa le città hanno realizzato numerosi progetti di tranvie e di metropolitane.
Tutte le grandi e medie città italiane rischiano, proprio quando sono in dirittura di arrivo, con le difficoltà che ci sono per la progettazione e per l'appalto (sono previsti determinati tempi, ci sono gare a livello europeo, ci sono ricorsi che vengono vinti, questo è il lento sistema italiano), che a fine anno una quota di queste risorse, come tutti gli operatori delle città, gli assessori ma anche le imprese hanno segnalato, venga rastrellata.
Credo sarebbe opportuno un chiarimento, per evitare accuratamente questo rischio, almeno per quelle infrastrutture che sono già in dirittura di arrivo. Infatti, le nostre città, a partire da Roma, hanno urgente bisogno di ampliare le proprie reti metropolitane e di realizzare le reti tranviarie.
Voglio concludere augurandomi che questa discussione in Aula sia una discussione vera. Ho già specificato che la questione della copertura è un aspetto altrettanto importante rispetto a quello delle spese aggiuntive o delle detassazioni che noi proponiamo. Crediamo, ad esempio, che con un adeguato ripristino della carbon tax si possano coprire tutte le spese positive da noi auspicate. Questo sarebbe anche un modo diretto per scoraggiare alcune modalità di trasporto o di investimento sbagliate e favorire invece comportamenti virtuosi, che devono ovviamente attraversare sia il mondo dell'impresa privata che quello degli enti locali, e, in generale, quello delle amministrazioni dello Stato. (Applausi dai Gruppi Verdi-U, Mar-DL-U e del senatore Betta. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Marino. Ne ha facoltà.
MARINO (Misto-Com). Signor Presidente, poiché i minuti a disposizione del Gruppo dei Comunisti italiani all'interno del Gruppo Misto sono scarsi, le sarei grato di richiamarmi qualora dovessi superare i cinque minuti.
Credo che, almeno nel testo licenziato dalla Commissione bilancio, non venga modificato né il taglio, né la linea complessiva di questa legge finanziaria, che, solo per ragioni di brevità, definisco una finanziaria antindustriale, antisociale e antimeridionale. Anzi, per molti versi questa finanziaria risulta anche peggiorata, se non altro per la presenza di ulteriori regali fatti agli amici, come Bruno Visentini ricordava nei suoi ultimi scritti.
Si è mostrata grande sensibilità per i videogiochi, tanto per fare cassa, in modo che in ogni bar ci sia un "rovina famiglie". Si è detto di no alla tariffa assicurativa unica su tutto il territorio nazionale per gli automobilisti virtuosi (una vera e propria ingiustizia, signor Presidente; anche qui un bel regalo fatto alle assicurazioni). Si sono dati sussidi alle famiglie per l'iscrizione dei figli alla scuola privata; nello stesso tempo si sono tagliati i fondi per la scuola pubblica. Non c'è stato alcun ripensamento sul reddito minimo di inserimento, né su altre norme e disposizioni riguardanti soprattutto il Mezzogiorno, e cioè lo sviluppo economico, civile e sociale del nostro Paese e potrei continuare.
Questa finanziaria dovrebbe poi essere anche giudicata alla luce di tutto il contesto e dei provvedimenti che sono stati presi in questo periodo. Mi riferisco al decreto taglia-spese, al decreto taglia-DIT, alla delega fiscale in itinere (con le due aliquote fiscali assolutamente in contrasto con il principio della progressività e della capacità contributiva stabilito dalla nostra Costituzione repubblicana), alle cartolarizzazioni, alla Patrimonio dello Stato S.p.a. ed alla Infrastrutture S.p.a.. Cioè, per avere un'idea della politica economica complessiva del Governo, fatta soprattutto di tagli e anzitutto di regali agli amici, il giudizio dovrebbe riguardare questa finanziaria e tutti gli altri provvedimenti di contorno.
Vi sono previsioni errate per quanto riguarda la crescita; previsioni irrealistiche per quanto riguarda il tasso programmato di inflazione all'1,4 per cento, rispetto ad un inflazione che viaggia al 2,8 per cento, con l'ovvio problema irrisolto della questione salariale, che dovrebbe almeno vedere un allargamento della domanda interna, assicurando, cosa che non è stata fatta, piena copertura almeno per quanto riguarda il rispetto dei contratti del pubblico impiego; quindi riforma degli ammortizzatori sociali. Niente di tutto questo.
D’altra parte, il relatore Grillotti sembrava rievocare lo slogan "pagare tutti, pagare meno". Chiedo scusa al senatore Grillotti, ma un eminente esponente della maggioranza di Governo, l'onorevole Tabacci, ieri ha detto chiaramente che il semplice concordato previsto in questa finanziaria non basta: altro che pagare tutti, pagare meno, qui si parla di concordati di massa, di concordati preventivi triennali!
L’onorevole Tabacci sostiene una cosa molto semplice, cioè che il semplice concordato contenuto nel testo al nostro esame non può garantire le entrate previste di 8 miliardi di euro. Adesso anche il Governo - cito sempre Tabacci - deve essersi accorto che una cifra del genere può essere ottenuta solo con un condono tombale, il che significa che questo concordato non basta e che questa finanziaria implicitamente è scoperta.
Quel che emerge con tutta evidenza è, ancora una volta, una serie di condoni e di concordati, con danno gravissimo alla credibilità delle nostre istituzioni in violazione, per giunta, dello Statuto del contribuente; soprattutto il concordato triennale è proprio sui generis, mai visto; è la prima volta che appare qualcosa di simile nella storia fiscale italiana, non ha riscontro in nessun altro Paese d’Europa.
Tra l’altro questo concordato triennale concede addirittura al Governo una delega in bianco sottraendo, cioè, al controllo parlamentare la determinazione del prelievo tributario per la quasi totalità dei percettori di redditi d'impresa e professionali. Quindi, si abbandona ogni sforzo verso l’equità fiscale, con buona pace dell’articolo 53 della Costituzione.
Insomma, al condono tombale si arriverà, è inutile nascondersi dietro a un dito, magari utilizzando qualche iniziativa parlamentare. Ho fatto mettere a verbale la dichiarazione del sottosegretario Vegas che l’eventuale condono tombale, cui il Governo dovesse dare un parere favorevole, non dovrà servire a coprire interventi specifici. Vorrò vedere cosa succederà rispetto agli impegni assunti.
Si tratta di una finanziaria antindustriale. Non ci sono finanziamenti per la ricerca, ormai il mondo accademico è dimissionario; non c’è niente a sostegno né dei consumi né della nostra competitività rispetto alla necessità di innovazione. Altro che colbertismo, altro che criticare le passate privatizzazioni per fare cassa! La mia parte politica ha sempre votato contro, perché le privatizzazioni non si possono fare nei settori strategici. Ma in questa finanziaria c’è una norma, precisamente il comma 6 dell’articolo 59, con la quale addirittura… (Il microfono si disattiva automaticamente).
PRESIDENTE. Senatore Marino, le concedo un altro minuto.
MARINO (Misto-Com). ... si cederanno pacchetti azionari al di sotto del prezzo di mercato, tanto per fare cassa.
Si tratta di una finanziaria anche antimeridionale. Attendo ancora la tabella F che riduce i fondi per il Mezzogiorno rispetto agli anni precedenti; c’è un impegno del Governo in tal senso.
Insomma, si abbia il coraggio politico di revocare i regali e i benefici fatti e di ripristinare quei provvedimenti che il centro-sinistra aveva adottato e che avevano fatto sì che il Mezzogiorno crescesse in termini di PIL, di export e di occupazione.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Firrarello. Ne ha facoltà.
FIRRARELLO (FI). Signor Presidente, i prossimi cinque anni saranno fondamentali per il futuro del Mezzogiorno e dell’Italia tutta poiché, se dovessero ripresentarsi le condizioni che, di fatto, hanno estromesso la regione Abruzzo da quelle di cui all’Obiettivo 1), ci si ritroverà nell’impossibilità di procedere ad un ulteriore serio sviluppo infrastrutturale del Meridione, con riflessi anche sull’economia nazionale.
Oggi, non ci si può assolutamente esimere dall’affrontare l’argomento avendone una chiara visione storica, e con degli scenari di riferimento che devono necessariamente, nel medio e lungo termine, guardare a ciò che succederà nell’ambito dei Paesi dell’Unione Europea.
Il 2004 sarà l’anno che segnerà le tappe progressive dell’allargamento dell’Europa verso i Paesi dell’Est. Ma quale sarà l’impatto di questa colossale operazione politica ed economica con la precaria condizione del Mezzogiorno d’Italia? Quali obiettivi produrrà sulla già debole economia del Mezzogiorno? E quale sarà l’effetto sull’occupazione? E come inquadrare l’allargamento ad Est dei Paesi dell’Unione?
Nello stesso tempo il dibattito e soprattutto l’iniziativa devono investire il complesso delle politiche nazionali verso il Mezzogiorno, dato che siamo ad un punto di vero e proprio allarme. Il tasso di crescita del Mezzogiorno resta, a tutt’oggi, assai inferiore al suo livello potenziale. Ecco perché la finanziaria deve tenerne conto, ed in mancanza di altre fonti di finanziamento, diminuirebbe ancora la capacità dello Stato di accrescere la qualità delle infrastrutture del Sud.
La sostanziale incompletezza della matrice interindustriale dell’economia meridionale, con ciò che ne deriva sia in termini di minore capacità di trattenere al proprio interno gli stimoli della domanda, che di debolezza dei legami con altre aree del Paese, è rappresentata chiaramente dalla sostanziale stasi segnata dal processo di convergenza verso una struttura produttiva più evoluta nell’ultimo quarto di secolo.
Nel periodo in cui storicamente più intenso è stato lo sforzo di industrializzazione del Mezzogiorno, dalla prima parte degli anni '60 alla metà degli anni '70 la realtà industriale meridionale aveva fatto segnare apprezzabili progressi, specie per quanto riguarda i legami con l’area maggiormente sviluppata del Paese.
Successivamente, con il progressivo esaurirsi, da un lato, della politica volta ad accrescere la dotazione di capitale all’interno dell’area svantaggiata e, dall’altro, con la crescente integrazione del Nord con le aree extra-nazionali dotate di una matrice industriale simile, e con il fenomeno della "globalizzazione" economica, che il Mezzogiorno ha accresciuto la propria marginalità.
Tutto questo determina, onorevole Ministro dell’economia, un ripensamento della politica per il meridione. Sul piano della politica economica, dunque, continua a porsi, in termini non meno pressanti che per il passato, l’esigenza di un’azione che, favorendo la convenienza a localizzare una nuova capacità produttiva nel Mezzogiorno, sia attraverso il rilancio della competitività anche turistica del territorio meridionale, sia attraverso interventi volti a contenere il costo dei fattori, possa progressivamente contribuire a colmare i "vuoti" della matrice interindustriale tuttora presenti nel Mezzogiorno.
Senza questo ripensamento non esisterà più un sistema Italia in grado di controbattere efficacemente le tentazioni di espansionismo economico, di fatto già in atto, delle meglio attrezzate aziende francesi e tedesche, verso i nuovi mercati dell'Est e della sponda Nord del Mediterraneo, con la conseguenza che le aree meridionali del nostro Paese, già a rischio in conseguenza della libera circolazione di prodotti e di forza lavoro provenienti dai nuovi Paesi, non possano cogliere le opportunità dell'allargamento, producendo di riflesso nuovi fenomeni di inoccupazione e disoccupazione che, dopo aver bruciato ben due generazioni, porranno le basi per la creazione di una nuova e pericolosa polveriera sociale.
Ed in considerazione che già vi è una maggiore integrazione delle due ripartizioni del Nord con le realtà territoriali extranazionali rispetto a quella intercorrente con l'area meridionale del Paese, e per il futuro aumenterà l'integrazione economica del Nord con l'Europa e permarrà strutturalmente debole quella con il Mezzogiorno, dobbiamo oggi usare ogni strumento per assicurare lo stretto legame tra i temi dell'assetto istituzionale dello Stato con le questioni economico-sociali, cercando di prevenire che le zone più ricche del Paese si rinchiudano dietro atteggiamenti difensivi deleteri per la crescita civile del Paese tutto.
Ed allora si deve procedere e velocemente al piano delle grandi opere che attraverso uno studio sui processi d'integrazione internazionale della nostra economia, dovrà trascinare il Sud e l’intero Paese nella spirale virtuosa dello sviluppo. Tra queste opere il ponte sullo Stretto di Messina rimane al primo posto. Ma sì anche ad una filosofia di Governo che aiuta a cogliere il profilo "solidaristico", che ripristinando e ricreando un Fondo di solidarietà nazionale, lo depuri da tutti quei vizi giuridici che ne hanno compromesso l'effettiva attuazione rendendolo di fatto uno strumento la cui storia è segnata da scontri giuridici e politici nella quale la Sicilia è stata più volte protagonista perdente di uno statuto calpestato da tanti Governi.
In campo europeo, poi, pur restando l'assoluta necessità per le Regioni del Sud di spendere i fondi di Agenda 2000, il nostro impegno permane per le aree povere del Paese e si dovrà pur concentrare in sintonia con le autonomie locali, sull'obiettivo di coniugare l'apertura e il sostegno ai nuovi Paesi con un ulteriore sostegno alle Regioni meridionali, per consentire di uscire effettivamente dalla condizione di ritardo di sviluppo, favorendo la conquista di standard effettivi di competitività.
Onorevole Ministro, in questo senso, per la determinazione delle Regioni in ritardo di sviluppo, andrà assolutamente rivisto il parametro del PIL, in quanto il PIL statistico medio relativo della futura Unione sarà assai più basso di quello odierno, e le nostre Regioni supererebbero forse già oggi - o lo faranno presto - quella mitica soglia del 75 per cento del PIL pro-capite dell'Unione, che in un lontano passato venne fissata per il godimento degli aiuti strutturali. Ma nei fatti ed in concreto, la povertà oggettiva delle Regioni del Mezzogiorno italiano - perdurante area debole di un Paese che rimane "dualista" - rischia, per un inaccettabile "gioco" statistico, di diventare "ricchezza relativa", solo perché si modifica in corso d'opera il valore della soglia di riferimento dell'una e dell'altra. Certo, povertà e ricchezza sono anche valori "relativi" - cioè valutabili pure rispetto a quelli degli altri - ma sono anche valori ed importi assoluti cui corrispondono quantità maggiori o minori di beni, di servizi, di utilità e di benessere godibili.
In questo contesto bisognerà aggiungere anche altri parametri come quelli della dotazione infrastrutturale e del tasso di disoccupazione, non respingendo l'idea di una fase di transizione con una uscita graduale dal sostegno comunitario. L’Italia è al primo posto purtroppo nella disoccupazione giovanile, per la maggior parte nel Meridione d’Italia. Ma il nostro impegno non si deve limitare ai soli fondi strutturali, ma si deve interessare più in generale alle politiche di sviluppo dell'Unione, con la necessità di spostare verso Sud l'asse di queste politiche soprattutto in materia di infrastrutture materiali e immateriali.
In questo contesto dobbiamo guardare con grande attenzione alla creazione nel 2010 di una grande area di libero scambio nel bacino del Mediterraneo. L'eventuale abbattimento progressivo delle barriere doganali e tariffarie potrà creare un effetto di richiamo che merita di essere meglio inquadrato e valorizzato nell'ambito del bacino del Mediterraneo.
Lo spazio economico mediterraneo presenta delle evidenti complementarietà
tra le Regioni settentrionali e meridionali della zona, che è importante valorizzare.
Le nostre Regioni a Nord del bacino sono ricche di risorse umane qualificate. Esse sono il fulcro di una rete di comunicazione che lega l'Africa del Nord all'Europa e dispongono di un tessuto industriale e scientifico diffuso ed altamente efficiente rispetto ai Paesi della sponda sud del bacino.
Da parte loro, i Paesi del Sud offrono manodopera a buon mercato, un insieme di imprese con vocazione all'attività di subfornitura e delle zone franche industriali che favoriscono scambi commerciali intensi con l'Europa. Correttamente mobilitata, questa complementarietà può costituire un ulteriore fattore di richiamo per gli investimenti stranieri nell'intero spazio mediterraneo, di cui potrebbero beneficiare sia il nord che il sud del bacino.
Il nostro interesse è che il Mediterraneo decolli economicamente il prima possibile. Ciò favorirebbe lo sviluppo dell'Italia meridionale, che ne è il centro geoeconomico ed il nostro massimo problema nazionale. Ma, se la Germania ha interesse a dirottare tutte le risorse europee verso l'Est allo scopo di finanziare quei Paesi che assorbirà nel proprio mercato interno, ciò favorirà le sue imprese, e l'Italia dovrebbe ottenere almeno un compromesso. E questo, onorevole Ministro, è compito suo, in particolare: evitare la definitiva marginalizzazione del Meridione d'Italia. Metà ad Est che ne ha bisogno e comunque è utile anche a noi, metà al Sud dove ce n'è altrettanto bisogno. Il nostro Governo ha il dovere di tutelarci. Tali risorse, tra l'altro, servirebbero a finanziare la pace nel bacino mediterraneo e la stabilità dei Paesi della costa sud, ovvero la condizione di sviluppo della Regione.
In questo modo il Mezzogiorno potrà divenire una realtà economica e sociale dell'Europa, pienamente funzionale alla scelta dell'Unione di investire risorse nel bacino del Mediterraneo, e con la sincera obiettività di chi non ha trascurato le aree più deboli della propria nazione, per rilanciare solo un lembo della nostra penisola. Onorevole Ministro, in Sicilia c'è una congiuntura esplosiva, costituita dalla FIAT, dall'Etna e dalle minacce di chiusura dell'Enichem. Nemmeno un'economia forte potrebbe resistere ad un attacco così distruttivo.
Nei giorni scorsi ho parlato di progetto Etna: forse è più corretto parlare di progetto Sicilia. Sono certo che il Governo Berlusconi affronterà con adeguata accortezza questi delicati problemi. Mi aspetto una politica economico-finanziaria di grande respiro e proiettata oltre le difficoltà che gli ultimi mesi hanno trasferito all'Europa.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Eufemi. Ne ha facoltà.
EUFEMI (UDC:CCD-CDU-DE). Signor Presidente, signor Ministro dell'economia, onorevole relatore Grillotti, colleghi, ad avviso dell'UDC va giudicata corretta l'interpretazione della proposta del Governo in tema di finanza pubblica per il 2003, il valore complessivo di aggiustamento, i saldi previsti e gli obiettivi differenziali.
Si deve partire dalla consapevolezza della complessità ed estensione della crisi economica internazionale, caratterizzata soprattutto dall'incertezza sulla possibilità di un'inversione di tendenza. Un'interpretazione corretta, sia dal punto di vista politico che da quello prettamente tecnico della manovra finanziaria proposta dall'Esecutivo non può che partire dall'analisi del particolare e difficile e particolare momento storico che l'intera comunità internazionale ha vissuto, e di cui sono ancora vive e pesanti le ripercussioni.
La manovra proposta interpreta la necessità, le incertezze, le esigenze di questo momento, ma al tempo stesso non viene meno agli obiettivi prioritari di sostenere l'economia attraverso la riduzione delle imposte, aumentando il reddito disponibile per i cittadini e prevedendo risorse per gli investimenti.
L'attuale contesto internazionale è fortemente caratterizzato da notevole incertezza. Alla instabilità economica conseguente all'11 settembre si aggiungono le preoccupazioni legate alla vicenda mediorientale, le paure legate a possibili attacchi terroristici, le voci che si susseguono creano paure, comprimono i consumi e contribuiscono a creare delle aspettative meno rosee.
La finanziaria presentata dal Governo è frutto dell'attuale momento politico di crisi che coinvolge l'intera economia internazionale e proprio in virtù di tali considerazioni il Governo ha dovuto rivedere uno scenario congiunturale negativamente mutato. Il superamento del durissimo colpo inferto all'economia mondiale dall'emergenza terrorismo richiede tempi certamente non brevi.
In Europa la domanda interna, sia per consumi sia per investimenti, è sensibilmente diminuita nel corso degli ultimi mesi. L'inflazione, che pure dovrebbe scendere in un contesto caratterizzato da un basso livello della domanda aggregata, non accenna a diminuire. Le pressioni sui prezzi, soprattutto quelli al dettaglio, a causa dell'effetto del change over causano un loro rialzo. In tale contesto, i bilanci pubblici risultano inevitabilmente indeboliti da una crescita meno sostenuta che fa registrare un calo delle entrate tributarie e della spesa corrente che non accennano a diminuire.
In tale contesto la manovra correttiva prevista dall'Esecutivo di 20 miliardi di euro guarda all'obiettivo di diminuire il rapporto fra deficit e PIL passando dal 2,1 per cento del 2002 all'1,5 per cento per il 2003.
La manovra si basa sulla riforma fiscale, con l'introduzione del primo modulo di riforma che determina minori imposte su persone fisiche e imprese per circa 7,5 miliardi di euro - va sottolineata la straordinaria importanza di questa misura - sulla razionalizzazione della spesa delle amministrazioni pubbliche, sul concordato fiscale, sulle cartolarizzazioni e sugli investimenti in opere infrastrutturali, che saranno salvaguardati dalla creazione delle due società per azioni create dal Ministero dell'economia, Patrimonio e Infrastrutture.
La manovra, pertanto, si caratterizza come una finanziaria di protezione sociale, che guarda soprattutto ai ceti meno abbienti e all'utilizzo oculato delle risorse pubbliche, al fine di garantire le condizioni per consentire di avviare la ripresa sin dal prossimo anno. Infatti, si razionalizza la spesa della pubblica amministrazione senza tagliare la spesa per gli investimenti.
All'interno di tale logica di rigore e di sviluppo, la disciplina del patto di stabilità interno costituisce un passaggio obbligato, chiamando anche gli enti decentrati a collaborare sulla strada del contenimento della spesa corrente.
Un punto fondamentale della finanziaria che interessa da vicino la finanza degli enti decentrati è rappresentato dal patto di stabilità interno. Il rispetto del programma di stabilità rappresenta l'impegno che il nostro Paese ha nei confronti dell'Unione europea; di riflesso, il patto di stabilità interno, ai cui vincoli sono sottoposti Regioni ed enti locali, rappresenta l'estrinsecazione, la concretizzazione di tale impegno al fine del raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica previsti a livello europeo.
Tutti vengono chiamati alle proprie responsabilità, nessuno può tirarsi fuori. Il mancato raggiungimento degli obiettivi vieta agli enti locali la possibilità di assumere personale e di ricorrere all'indebitamento per gli investimenti. In questa decisione però vengono purtroppo coinvolti anche enti comunali che hanno un bilancio sano e che svolgono servizi alla persona; invitiamo il relatore a meditare su questo aspetto. Un altro limite imposto alla finanza locale è il blocco della spesa per l'acquisto di beni e servizi; la significativa riduzione in riferimento a questa specifica voce è dovuto al fatto che ad essa è imputabile la quota maggiore dell'incremento della spesa a livello locale.
Per quanto riguarda le disposizioni relative all’articolo 3, esprimo una valutazione complessivamente positiva, ritenendo infatti che l’attuazione del Titolo V della Costituzione abbia in qualche modo la precedenza sul processo di devoluzione che, pur nelle perplessità che abbiamo già manifestato, condivido.
Non vi è dubbio che anche il taglio del 10 per cento sulle dotazioni iniziali possa incidere su alcuni enti locali, ma sono convinto della necessità di operare un riequilibrio della spesa. A tale fine esprimo apprezzamento per la previsione di meccanismi di monitoraggio, che avevamo sollecitato lo scorso anno, in grado di verificare in tempo reale l’andamento della spesa.
Più in generale, sulle tematiche afferenti al federalismo fiscale esprimo la convinzione che occorra evitare la divaricazione tra Governo centrale e gli enti decentrati. Contestualmente alla riduzione dei carichi fiscali per i ceti meno abbienti il Governo si è fatto carico, con un’azione coraggiosa, di sospendere gli aumenti delle addizionali IRPEF. Ciò, diversamente da quanto avvenuto in passato.
La definizione delle liti fiscali pendenti, nonché quelle che potrebbero insorgere in relazione ai decorsi periodi di imposta, nonché agli atti registrati sempre entro la data del 20 settembre 2002 si rende essenziale soprattutto in vista di un totale riassetto del sistema fiscale italiano, che è in avanzato stato di approvazione parlamentare.
È auspicabile che il Governo recepisca le proposte avanzate durante l’iter parlamentare di ampliare quanto più possibile la portata del provvedimento che consenta a tutti i contribuenti di chiudere le proprie posizioni, comprese quelle relative ai tributi locali amministrati dai comuni.
Tra le questioni meritevoli di approfondimento, anche attraverso la proposizione di emendamenti, ricordo la necessità di incrementare le risorse per la ricerca e per l’università, di sostenere le piccole e medie imprese, l’Artigiancassa e il mondo agricolo, che rimane altrimenti marginalizzato.
Sono invece contrario alla previsione di consentire gli accertamenti ICI oltre il termine dei cinque anni. Dobbiamo spingere i comuni all’efficienza e prevedere accertamenti oltre i cinque anni appare francamente eccessivo.
Esprimo apprezzamenti, inoltre, per la estensione a tutto il 2003 delle agevolazioni fiscali, da noi fortemente volute, per le ristrutturazioni edilizie, combinata con "l’allungamento" al 30 settembre per l’IVA ridotta relativa ai settori ad alta intensità di lavoro. Ciò è stato possibile attraverso il recupero di gettito determinato dall’introduzione della regolamentazione più severa delle macchine da intrattenimento.
E ancora, apprezzo l’affermazione del principio della parità scolastica che, seppure attraverso limitate risorse, consolida le prospettive di un autentico pluralismo educativo.
Sono state operate scelte forti in favore delle aree deboli del Paese, venendo incontro alle nostre sollecitazioni, delle politiche familiari con la previsione di agevolazioni per l’acquisto della prima casa da parte delle giovani coppie, ma sottolineo l’opportunità di utilizzare le risorse messe in campo per il progetto di risparmio casa, offrendo una pluralità di opzioni attraverso strumenti collaudati, in grado di affermare la cultura del risparmio.
È indubbio che questa finanziaria sconta i problemi della mancata riforma della contabilità di Stato e della contestuale revisione del procedimento di riforma della sessione di bilancio. È auspicabile che il progetto del presidente Azzollini sia prontamente ripreso, al fine di realizzare una riforma che serva alle mutate esigenze della finanza pubblica dei vincoli europei e soprattutto del Paese.
Apprezziamo lo sforzo che il Governo ha già fatto con l’articolo 18, che rappresenta il risultato - ricordato - di una piena conoscenza dei flussi di finanza pubblica, sia a livello centrale che periferico. Questa azione va accompagnata con la riforma di contabilità, soprattutto in un momento di trasformazione degli assetti istituzionali e nel nuovo rapporto ordinamentale tra Stato ed enti locali territoriali.
L’esame in Commissione bilancio non ha potuto affrontare tutti i problemi sul tappeto. Alcuni nodi politici sono stati rinviati all’Aula. Tra quelli citati per noi diviene irrinunciabile affrontare il problema della ricerca scientifica e dell’università, su cui sappiamo che il Ministro dell’economia non sarà insensibile.
Al riguardo, in questi giorni, si sono levate voci autorevoli, compresa quella del Presidente del Senato: dobbiamo porre attenzione al problema della globalizzazione, che non deve accentuare le disuguaglianze, ma diminuire le tensioni fra gli Stati, fra i popoli, fra le culture; essa deve volgersi a vantaggio di tutti e dunque deve essere governata dall’uomo.
È un errore, oggi, sostenere l'unicità o l'eccezionalità dell'attuale esperienza di globalizzazione. La nostra globalizzazione ha raggiunto solo all'inizio degli anni Novanta i livelli degli anni precedenti la prima guerra mondiale. Il problema di quella "nostra", ma più opportunamente di quella definibile "americana", in quanto centro propulsore sia di tipo finanziario che tecnologico, è evitare gli errori disastrosi di quella precedente.
Oggi viviamo questa terza fase di globalizzazione, ma rischiamo di rimanerne fuori, rischiamo l'esclusione da questo processo, perché ha i caratteri di essere americana e di essere tecnologica e può aprire un solco profondo ed incolmabile per il nostro Paese.
Occorre, allora, destinare maggiori risorse alle attività di ricerca e sviluppo per contribuire alle innnovazioni che svolgono un processo di stimolo, non solo nei processi integrativi, ma anche in quelli produttivi, rappresentando una determinante della crescita del Paese.
Per l'Italia, la capacità innovativa, misurata in termini di brevetti, è rimasta sostanzialmente immutata negli anni Ottanta e, nonostante l'integrazione dei mercati, non si è riusciti a ridurre il differenziale di investimento in tale settore.
È, dunque, necessario mobilitare le risorse nazionali verso le attività di ricerca e di sviluppo e stimolare soprattutto il fattore umano che rischia di non essere più competitivo rispetto a quello registrato negli anni scorsi. Soprattutto è necessario affrontare in termini nuovi, così come abbiamo fatto nella grande riforma fiscale, le questioni inerenti al settore con incentivi di tipo fiscale, come la deducibilità degli utili reinvestiti - appunto - in ricerca e sviluppo, come è stato opportunamente previsto nella delega fiscale.
Ciò consentirebbe alle imprese di autofinanziarsi e imporrebbe scelte responsabili e non miopi di investimento; non costituirebbe alcun onere per il bilancio dello Stato, perché a fronte di una minore entrata si verificherebbe una minore uscita.
Mi avvio, caro Presidente, alla conclusione, svolgendo alcune considerazioni finali. Auspichiamo che nelle modifiche parlamentari trovino maggiore spazio alcuni settori, come le piccole e medie imprese e l'Artigiancassa. Dobbiamo evitare di lasciare in questa finanziaria qualche "buco nero".
Complessivamente, ribadisco le osservazioni positive, non senza sottolineare come l'insieme della manovra si caratterizzi con misure di protezione sociale e di coesione europea. Vanno, quindi, respinte le critiche espresse da più parti sulle misure contenute nel patto di stabilità interno - frutto peraltro di una logica da ascrivere al centro-sinistra - che l'attuale Esecutivo si fa carico di realizzare comunque per tener fede agli impegni europei.
Esprimiamo un giudizio complessivamente positivo sulla manovra di finanza pubblica, che tiene conto delle difficoltà congiunturali interne ed internazionali.
Il nostro auspicio, l'auspicio del Gruppo dell'UDC, è che l'esame nell'Assemblea del Senato possa consentire quei miglioramenti, quelle correzioni indispensabili, a determinare una decisione di bilancio funzionale agli interessi del Paese e su questo esprimeremo un voto favorevole.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Ciccanti. Ne ha facoltà.
CICCANTI (UDC:CCD-CDU-DE). Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, questa finanziaria si inserisce purtroppo in un quadro congiunturale ancora negativo.
Incidono sugli indicatori congiunturali di breve periodo per il nostro Paese la mancata ripresa, ancorché prevista ed attesa, dell'economia americana, il rallentamento dell'economia dei principali Paesi di "eurolandia" e la persistente debolezza delle componenti interne della domanda aggregata.
Dopo i segnali di ripresa intravisti nella prima parte dell’anno, il ciclo economico internazionale ha registrato una decelerazione e gli indicatori congiunturali hanno confermato la debolezza dell’attuale fase di crescita della maggior parte delle regioni del mondo.
Nonostante le politiche di sostegno poste in essere dall’attuale Governo, fin dal suo insediamento, la dinamica della crescita italiana è risultata quasi nulla. Tuttavia, le informazioni congiunturali disponibili consentono di prevedere, in questo secondo semestre, una ripresa che andrà rafforzandosi nel corso del 2003, anche a seguito delle misure previste nel documento di programmazione finanziaria in discussione.
Coerentemente con queste indicazioni, la crescita del PIL nel 2002 è stimata pari allo 0,6 per cento, mentre nel 2003 il tasso di sviluppo dovrebbe raggiungere il 2,3 per cento.
La politica di bilancio presentata dalla legge finanziaria si propone una correzione di natura strutturale volta a rispettare gli obiettivi assunti in sede europea e gli impegni del Patto per l’Italia.
Alla luce dei riflessi sui conti pubblici del nostro Paese determinati dal quadro macroeconomico internazionale, l’indebitamento netto per il 2002 si colloca al 2,1 per cento del PIL, coerente con un indebitamento netto strutturale pari all’1,2 per cento.
La manovra per il 2003 consente di ricondurre il livello dell’indebitamento netto all’1,5 per cento del PIL, coerente con un indebitamento netto corretto per il ciclo allo 0,5 per cento.
Bisogna infatti dare una lettura del quadro dei conti pubblici depurata dall’incidenza degli effetti spuri indotti dal ciclo economico internazionale. È necessario capire quali effetti negativi sono prodotti dalle carenze strutturali dei nostri conti pubblici e quali, invece, sono importati dal quadro internazionale.
Sotto questa luce, pertanto, se possono apparire preoccupanti i dati macroeconomici su cui si dibatte e su cui stampa ed opposizione concentrano le loro critiche alla politica economica e finanziaria di questo Governo, in realtà gli stessi dati, depurati dagli effetti indotti esterni, attestano il positivo processo di risanamento strutturale dei conti pubblici, in coerenza anche con il programma elettorale, col patto politico sottoscritto con gli italiani nel 2001.
Nel 2003 l’economia italiana potrà crescere secondo l’obiettivo del 2,3 per cento del PIL, sostenendo prioritariamente la domanda interna, stante i vincoli del Patto di stabilità europeo, che non ci consentono interventi di politica monetaria, e la drastica caduta degli scambi commerciali, la crescita del prezzo del petrolio oltre ogni previsione e la crisi internazionale che investe l’area dei Paesi arabi del Mediterraneo per il minacciato intervento contro l’Iraq.
La caduta di fiducia dei consumatori, dovuta anche all’instabilità della pace internazionale, ha determinato, da una parte, la contrazione dei consumi, su cui si è innestata la speculazione sui prezzi favorita dall’introduzione dell’euro, dall’altra, la crescita del risparmio, con una sostanziale invarianza dei tassi di interesse che sono decisi dalla Banca centrale europea.
Di fronte a questo quadro, i magazzini delle nostre aziende sono saturi, le scorte inutilizzate, gli investimenti fermi, ragione per cui si è ritenuto di non riproporre la Tremonti-bis.
Oltre a diverse misure previste dalla finanziaria per il rilancio della domanda interna, così come sono state definite con le parti sociali e contenute nel Patto per l’Italia, va sottolineata la politica di alleggerimento della pressione fiscale finalizzata a favorire l’accrescimento del reddito disponibile delle famiglie italiane, soprattutto quelle con reddito medio-basso.
Con la riduzione delle aliquote e degli scaglioni IRPEF attraverso un sistema combinato di deduzioni e detrazioni nella denunzia dei redditi, secondo la simulazione ISTAT per ben 21.300.000 famiglie il reddito disponibile aumenterebbe in media di 161 euro nel 2003.
Le famiglie che beneficerebbero dei provvedimenti simulati sarebbero 14 milioni, con un guadagno medio pari a 300 euro, mentre una riduzione di reddito a legislazione vigente per il 2003 la subirebbero i percettori di reddito compresi tra i 26.000 e i 75.000 euro, con una perdita media pari a 215 euro l'anno. Nel 2003, comunque, per questi ultimi si applica una clausola di salvaguardia per cui i contribuenti possono applicare nella dichiarazione dei redditi il regime legislativo più conveniente - il vecchio o il nuovo - ossia usufruire della norma che produce il minor aggravio di tassazione.
Le attuali detrazioni di imposta vengono progressivamente sostituite con deduzioni dall'imponibile concentrate su redditi medio-bassi, articolate in funzione di specifici criteri.
Sicché, per le spese relative a famiglia, casa, sanità, istruzione, formazione, ricerca, previdenza, assistenza all'infanzia, attività di promozione sociale e valorizzazione etica, no profit e confessioni religiose possono essere previste deduzioni dall'imponibile fiscale, che se da una parte si traducono in una minore entrata per lo Stato, dall'altra esaltano la scelta del contribuente, la libertà del cittadino, che sceglie le sue convenienze, godendo, oltre che della sua libertà di sostenere questa o quella forma di solidarietà, questa o quella scuola pubblica, anche della diminuzione di costi burocratici, di tempo e di danaro, relativi all'intermediazione di sovrastrutture di erogazione di servizi politicamente orientate.
Ogni tipo di spesa potrà essere da oggi in poi soggetto a deduzione, anche il biglietto dell'autobus, se si riterrà di dover privilegiare il mezzo di trasporto pubblico: non oboli al cittadino suddito, ma un passo indietro dello Stato dalle tasche dei cittadini sovrani.
E' un grande passo avanti. L'UDC fa però due rilievi a questa prima fase di riforma fiscale. Il primo è il seguente: l'entità della nuova deduzione è determinata in relazione alla tipologia di reddito e non anche tenendo conto delle condizioni familiari, come previsto nel testo risultante dalle modifiche approvate nel corso dell'esame parlamentare del testo di riforma fiscale.
E', pertanto, questa, un'incoerenza da recuperare in sede di consolidamento della riforma, ritenendo l'UDC di distinguere, con un trattamento di maggior favore nell'ambito dei redditi medio-bassi, le famiglie monoreddito da quelle plurireddito e, nell'ambito delle famiglie monoreddito, quelle con figli a carico da quelle che non ne hanno, distinguendo quelle con figli in età prescolare da quelle con figli in età scolare.
Il secondo rilievo che l'UDC muove è il seguente. Non è risolto il problema dei cosiddetti incapienti. C'è una categoria di contribuenti esentati dal pagamento dell'IRPEF. Per costoro qualunque beneficio fiscale riconosciuto è ininfluente. Non possono conseguire vantaggi sulle imposte coloro che, appunto, sono esonerati dal pagarle, però, i redditi di questi contribuenti, soprattutto di coloro che hanno figli a carico in età scolare o prescolare, sono falcidiati dal livello di inflazione, che ha ripreso a crescere, toccando perfino il 2,8 per cento, nonostante i provvedimenti di contenimento delle tariffe dei servizi pubblici recentemente adottati dal Governo.
Mentre il cosiddetto ceto medio si copre con i benefici fiscali prima ricordati dall’erosione inflattiva, i ceti sociali che si pongono sulla soglia della povertà e che non hanno le tutele sociali previste dalla rete del welfare locale non hanno protezione alcuna. Sappiamo che la rilevanza sociale di questa problematica è ben nota al ministro Tremonti ed è nell’agenda del Governo. L’UDC, però, ne sottolinea l’urgenza e l’importanza, avendo presentato un ordine del giorno sul punto affinché equità e sviluppo possano essere meglio declinate da questa finanziaria.
Recuperare la fiducia delle famiglie e dei consumatori, quindi, ma anche quella delle imprese e degli operatori economici attraverso il taglio dell’aliquota IRPEG di due punti e il contenimento della base imponibile IRAP relativa al costo del lavoro, in attesa di realizzare l’obiettivo programmatico dell’abolizione di questa imposta unica in Europa, secondo le indicazioni date dal DPEF.
Quindi, riduzione della pressione fiscale per liberare risorse nel Paese, alleggerire il sistema, recuperare quella competitività del sistema Paese la cui flessione è opposta con toni polemici dalla minoranza di centro-sinistra senza, peraltro, indicare misure di sistema per recuperare obiettivi di crescita.
In questo ambito di riforma fiscale si è cercato di contrastare anche i comportamenti elusivi ed evasivi con l’intento di perseguire una maggiore equità del sistema e di ripartire in modo più equilibrato la pressione tributaria.
Una certa propaganda si è esibita sostenendo che questo Governo premia i furbi che finora non hanno pagato le tasse a danno dei cittadini e contribuenti onesti che le hanno pagate. La verità è diversa.
Con il concordato, compreso quello preventivo, si cerca di portare alla luce una base imponibile finora occulta, comunque più ampia e sicuramente più ricca di elementi di certezza per i contribuenti, operatori economici.
Il collega Scalera, relatore di minoranza, questa mattina ha rilasciato un’intervista a Radio radicale in cui lamentava come negativa la misura premiale per gli evasori fiscali. Con tale concordato, invece, tornano allo Stato quelli che fino ad oggi ne sono stati fuori, chi è sfuggito anche alla maglia persecutoria del centro-sinistra (e sono tanti) per non essere stato leale con lo Stato; a costoro noi invece presentiamo oggi uno Stato amico, non patrigno, verso il quale chiamiamo gli stessi evasori ed elusori a collaborare e non a combatterlo.
Liberare risorse finanziarie per l’attuazione del programma di riduzione della pressione fiscale serve ad innescare un circolo virtuoso dell'economia, attraverso maggiori consumi, investimenti ed occupazione. Questo meccanismo autopropulsivo che caratterizza l’azione politica del ministro Tremonti è criticato dalla minoranza e anche da alcuni ambienti della maggioranza.
Personalmente, condivido l’azione del ministro Tremonti, perché non è dettata solo da alcune convinzioni ideologiche, ma - penso - da vincoli di natura istituzionale in cui è via via inserito il sistema Italia, vale a dire: la limitazione verso l’alto imposta dall’Unione europea che obbliga il nostro Paese a contenere il debito pubblico, il tasso di inflazione e l’indebitamento netto entro certi parametri concordati con gli altri Paesi dell’area euro e la limitazione dal basso imposta dalla riforma del Titolo V della Costituzione, che ha previsto una corposa devoluzione dei poteri verso le Regioni e il sistema delle autonomie locali che si è aggiunta a quella operata dalla legge Bassanini a Costituzione invariata.
Accanto ai poteri, Regioni, province e comuni hanno ottenuto e intendono ancora ottenere risorse umane strumentali e finanziarie consistenti. Secondo uno studio dell’ISAE, il costo della devoluzione dei poteri a Costituzione invariata, stando alla relazione di cassa della Ragioneria generale dello Stato del 2001, è di circa 92 miliardi di euro, circa 200 mila miliardi delle vecchie lire, e arriverebbe a 152 miliardi di euro implicando anche la devoluzione prevista dal Titolo V.
Di fronte a questo quadro di devoluzione verso l’alto e verso il basso di poteri, di decisioni e di conseguente spesa, è necessario recuperare un quadro di raccordo, di unità economica e non solo giuridica del sistema Paese al fine di mantenere gli impegni internazionali contratti.
In questo quadro e con questa esigenza ci si sta muovendo sia come Governo sia a livello parlamentare - leggasi per esso le Commissioni bilancio di Camera e Senato - per la rivisitazione del sistema di contabilità pubblica generale, per meglio legare il sistema delle autonomie e di altri autonomi centri di spesa affinché concorrano nella definizione di un quadro articolato di saldi di finanza pubblica e anche nella loro realizzazione, declinando insieme i princìpi di sussidiarietà verticale con quello di responsabilità, che dovranno caratterizzare la futura riforma del federalismo fiscale.
È in questo scenario che la finanziaria 2003 prevede aspetti non solo meramente quantitativi, ma anche con significative connotazioni strutturali e con effetti permanenti.
Nel comparto della spesa pubblica per beni e servizi è stato rafforzato il ruolo della CONSIP come centrale di acquisto al fine di produrre effetti sostanziali e progressivi di risparmio, efficienza e trasparenza.
Nel settore del pubblico impiego sono stati previsti modelli di flessibilità per l’accesso alla pubblica amministrazione, in coerenza con il quadro di riforma del mercato del lavoro nel settore privato, ivi compresa la mobilità della dirigenza pubblica all’interno della pubblica amministrazione e tra questa e il settore privato.
Un ulteriore risparmio è stato cercato con la contrazione delle autorizzazioni di competenza dei singoli Ministeri, reso meglio perseguibile dal consolidamento della contabilità economica analitica e l’articolazione per centri di spesa della pubblica amministrazione.
Una certa sinistra liberale e un certo ceto politico cosiddetto turbo-capitalista avrebbe voluto che i 7,5 miliardi destinati al Patto per l’Italia e per le politiche di sviluppo fossero stati assegnati al rilancio del sistema delle imprese per rilanciare lo sviluppo, magari attraverso il mantenimento del credito d’imposta automatico al Sud e forse più esteso geograficamente. Gli stessi che criticano la Tremonti-bis come misura impropria per un ciclo economico basso e perciò destinato ad essere un costo per la finanza pubblica.
Ma se la Tremonti-bis è servita per l’acquisto di BMW e Mercedes, secondo il centro sinistra, che vuole caratterizzare la sua opposizione per riproporre il credito di imposta automatico, a cosa dovrebbe servire, se non per le stesse finalità? Perché la Tremonti-bis agevola i furbi e la Visco-Sud i virtuosi? Qual è la logica di questa verità?
A parte le questioni di carattere contabile, ce n'è una di coerenza ideologica tra le due misure fiscali da spiegare. C’è da spiegare, poi, come si sarebbe dovuta finanziare la Visco-Sud. Per gli esegeti delle politiche del ministro Tremonti, molti dei quali in Confindustria, c’è da ricordare che le risorse si sarebbero dovute trovare tra quelle che finanziano il Patto per l’Italia; ma questo non si dice apertamente a quei 21 milioni di famiglie.
Signor Presidente, signor Ministro, concludo sostenendo che l’UDC condivide questa politica perché è virtuosa nell’interesse del Paese e non nell’interesse di questa o quella categoria sociale, ancorché elettoralmente costituente la base politica di questa maggioranza.
Questa finanziaria - è stato detto con enfasi - ha scontentato tutti, ma proprio per questo è equa, perché molti si aspettavano che fosse una finanziaria al servizio di alcune categorie sociali.
Ma gli stessi che ci accusavano di voler concedere un privilegio a determinate categorie sociali, da ricercare fra i redditi medio-alti e nei ceti abbienti, si sono poi trovati a scoprire che questo Governo di centro-destra ha fatto una politica fiscale per sostenere i ceti più deboli, e di questo siamo orgogliosi e fieri. Insisteremo, quindi, perché questi provvedimenti siano approvati. (Applausi dai Gruppi UDC:CCD-CDU-DE e FI e del senatore Carrara).
PRESIDENTE. Rinvio il seguito della discussione congiunta dei disegni di legge in titolo ad altra seduta.