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Legislatura 14ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 297 del 10/12/2002




RESOCONTO STENOGRAFICO

Presidenza del presidente PERA

PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 15,36).

Si dia lettura del processo verbale.

MUZIO, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta pomeridiana del 5 dicembre.

PRESIDENTE. Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato.

Congedi e missioni

PRESIDENTE. Sono in congedo i senatori: Agnelli, Amato, Antonione, Archiutti, Baldini, Bobbio Norberto, Bongiorno, Bosi, Camber, Compagna, Cursi, Cutrufo, D'Alì, De Corato, Degennaro, Dell'Utri, Ferrara, Grillo, Guzzanti, Ioannucci, Magnalbò, Mantica, Manunza, Saporito, Sestini, Siliquini, Trematerra, Vegas e Ventucci.

Sono assenti per incarico avuto dal Senato i senatori: Basile, per partecipare alla riunione della Convenzione sul futuro dell'Unione europea; Budin e Danieli Franco, per attività dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa; Brignone, Dini e Forcieri, per l'attività dell'Assemblea parlamentare della NATO; Borea, Carella, Cozzolino, Demasi, Fasolino, Liguori, Longhi, Salzano e Sanzarello, per attività della Commissione parlamentare d'inchiesta sulle cause dell'incendio sviluppatosi nel Comune di San Gregorio Magno; De Zulueta, per coordinare gli osservatori dell'Unione europea in occasione delle elezioni in Madagascar; Pedrizzi, per partecipare ad un convegno organizzato del Ministero delle pari opportunità; Baio Dossi, per partecipare al convegno nazionale sulla tutela del diritto alla salute negli ordinamenti federali.

 

Comunicazioni della Presidenza

PRESIDENTE. Le comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico

PRESIDENTE. Avverto che nel corso della seduta odierna potranno essere effettuate votazioni qualificate mediante il procedimento elettronico.

Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall'articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 15,40).

Seguito della discussione sulle comunicazioni del Governo sui più recenti sviluppi della vicenda FIAT

Reiezione della proposta di risoluzione n. 4. Ritiro delle proposte di risoluzione nn. 1, 2, 3 e 5

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione sulle comunicazioni del Governo sui più recenti sviluppi della vicenda FIAT.

Ricordo che nella seduta del 6 dicembre scorso ha avuto luogo la discussione sulle comunicazioni del ministro Marzano.

Comunico all'Assemblea che sono state presentate le proposte di risoluzione nn. 1,2,3 e 4, già stampate e distribuite; pochi minuti fa, è stata presentata la proposta di risoluzione n. 5, il cui testo sarà distribuito.

Ha facoltà di intervenire in replica il ministro Marzano, che invito altresì ad esprimere il parere del Governo sulle proposte di risoluzione presentate. Seguiranno, come di consueto, le dichiarazioni di voto di dieci minuti per ciascun Gruppo, venti minuti per il Gruppo Misto; infine, avranno luogo le votazioni.

Ha pertanto facoltà di parlare l'onorevole Ministro.

MARZANO, ministro delle attività produttive. Signor Presidente, onorevoli senatori, ho ascoltato con grande interesse gli interventi che si sono svolti in quest'Aula nella seduta di venerdì scorso in merito alla vicenda FIAT; interventi tutti responsabilmente partecipi della situazione critica nella quale versa l’industria nazionale dell’auto e delle rilevanti difficoltà delle famiglie degli impiegati e degli operai che di questa situazione sono vittime.

Non credo necessario dovermi soffermare nuovamente sui risultati raggiunti dal Governo negli incontri con l’azienda e con i sindacati, risultati che ho illustrato nella seduta dedicata alle comunicazioni dell’Esecutivo. Faccio a queste rinvio, salvo ricordare e ribadire che, a parere del Governo, si sono ottenuti - rispetto al piano presentato originariamente dalla FIAT - vantaggi per i lavoratori di tutti gli stabilimenti toccati dalla crisi; non solo quindi quelli di Termini Imerese, dove lo stabilimento che doveva essere chiuso riaprirà, ma anche quelli di Mirafiori, Cassino e Arese.

Certo, la gravità della crisi è tale da rendere difficile per le parti individuare punti di convergenza. Il Governo ha dovuto quindi cercare e trovare una soluzione. Si ritiene comunque che le porte del dialogo siano aperte e che possa riprendere quanto prima un confronto sereno e costruttivo tra le parti.

Oggi è agli occhi di tutti che quello della FIAT è un problema di natura industriale, ed io credo che con il piano industriale presentato si sia finalmente di fronte ad un'inversione di rotta. Il nuovo piano va attuato ed accelerato; non è pensabile che l'azienda produca auto per il piazzale e non per il mercato, né servono - io credo - assistenzialismi mascherati. Occorre invece la collaborazione di tutti: azienda, sindacati, Governo. La partita è troppo grande per essere giocata facendo prevalere interessi di parte.

Confermo che il dottor Umberto Agnelli, con il quale avevo già avuto un'importante conversazione telefonica, ha desiderato incontrare il Presidente del Consiglio per comunicargli che dopodomani si terrà un consiglio di amministrazione della FIAT, in occasione del quale ci si propone di realizzare un ricambio al vertice dell'azienda. Questa intenzione segna un nuovo impegno dell'azionista di riferimento nel rilancio del settore auto. I sindacati, che avevano espresso dubbi e perplessità circa questo impegno, penso dovrebbero considerare tale prospettiva in senso favorevole.

Il Governo auspica che il dialogo con i sindacati possa riprendere su basi oggi più significative e che il piano industriale e l'accordo di programma possano trovare attuazione con la collaborazione di tutti, nell'interesse del Paese e dei lavoratori.

Il Presidente mi ha chiesto di esprimere un parere sulle proposte di risoluzione presentate. La proposta di risoluzione n. 1 muove da considerazioni solo in parte condivisibili e chiede al Governo di impegnarsi nella gestione della vicenda FIAT in maniera diversa da quanto il Governo ritiene debba essere fatto per la soluzione di questa grave crisi. Il Governo, quindi, esprime parere non favorevole sulla proposta di risoluzione in oggetto.

Le medesime considerazioni valgono per la proposta di risoluzione n. 2. Anche su questa, per le stesse ragioni, il Governo esprime parere non favorevole.

La proposta di risoluzione n. 3 dà atto al Governo di essersi occupato della questione con concretezza e ricorda che i principali obiettivi cui mirare sono quelli della salvaguardia sia dell'industria nazionale dell'auto che dei livelli occupazionali. L'impegno richiesto al Governo è, naturalmente, condivisibile. Il Governo esprime, pertanto, parere favorevole su tale proposta di risoluzione.

Non mi sembra possibile un accoglimento della proposta di risoluzione n. 4, dato che gli ammortizzatori sono correlati alle fasi di attuazione del piano, di riorganizzazione e ammodernamento delle linee produttive, per il rilancio e la competitività dei nuovi modelli. Pertanto, il parere del Governo è non favorevole.

Infine, il Governo esprime un parere non favorevole sulla proposta di risoluzione n. 5.

ANGIUS (DS-U). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ANGIUS (DS-U). Signor Presidente, noi rinunciamo a intervenire in questa discussione per esprimere qualsiasi opinione perché consideriamo del tutto inadeguate le comunicazioni rese poc'anzi dal ministro Marzano.

Non è pensabile che il ministro Marzano relazioni come se niente fosse accaduto rispetto alla crisi della FIAT, dopo le dimissioni di fatto, già esecutive, dell'attuale management; dopo le affermazioni di autorevoli esponenti dell'Esecutivo e dopo numerosi incontri avuti dal Governo con il management dell'azienda e con il dottor Umberto Agnelli; in presenza di una vera e propria svolta che investe non soltanto il gruppo FIAT, ma una parte importante del capitalismo italiano; in presenza di incontri riservati tra il Governo e i più importanti esponenti del mondo finanziario e bancario del Paese; in presenza insomma di una vera e propria svolta negli assetti dell'economia e del capitalismo italiano.

Pregherei il Governo di ritirarsi in buon ordine per approfondire le questioni e di tornare in questo ramo del Parlamento quando avrà argomenti seri da esporre dinanzi a questo ramo del Parlamento. Ci rifiutiamo di intervenire perché consideriamo la discussione in corso un'autentica presa in giro nei confronti del Senato. (Applausi dai Gruppi DS-U, Mar-DL-U, Verdi-U e del senatore Crema).

E' ora di finirla, signor Presidente; non può essere accettato in alcun modo che, di fronte ad una crisi di cui parlano i più importanti quotidiani europei, il Governo venga a prendere in giro il Senato della Repubblica. Quando il Governo interviene in questa sede deve comunicare informazioni, deve esprimere una posizione, deve dire la verità al Paese.

Questo andazzo è impensabile e noi non parteciperemo ad una discussione che consideriamo inutile e offensiva. Per l'ennesima volta abbiamo chiesto al Governo di riferire a quest'Assemblea in modo rispettoso delle funzioni e delle prerogative del Parlamento, ma questa richiesta viene regolarmente disattesa. E' ora di finirla, signor Presidente.

Invito il Ministro a venire in Senato parlando un linguaggio di serietà e di verità. Noi rappresentiamo l'Italia; non si sta prendendo in giro soltanto il Parlamento, si sta prendendo in giro l'Italia intera e ciò non è accettabile quando decine di migliaia di persone patiscono una situazione di incertezza per il proprio futuro e per il futuro dei propri figli.

Non è in discussione soltanto una nostra prerogativa - voi non ve ne rendete conto - ma è in discussione, signori del Governo, il rapporto tra le istituzioni e il Paese. È ora di dire basta; non parteciperemo più a quella che è diventata una vera e propria sceneggiata. (Applausi dai Gruppi DS-U, Mar-DL-U, Verdi-U, Misto-Com e del senatore Crema).

LAURIA (Mar-DL-U). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LAURIA (Mar-DL-U). Signor Presidente, rinuncio anch'io all'intervento a fronte di questa presenza deludente del Governo. (Commenti del senatore D'Onofrio).

PAGANO (DS-U). D'Onofrio stai zitto, ormai la poltrona di Ministro te la sei giocata!

D'ONOFRIO (UDC:CCD-CDU-DE). Io parlo rimanendo qui, anziché annunciando che non parlerò. (Applausi dal Gruppo FI).

PRESIDENTE. Senatore D'Onofrio, per cortesia, le darò la parola appena il senatore Lauria avrà terminato il suo intervento.

LAURIA (Mar-DL-U). Signor Presidente, voglio denunciare con forza che, mentre sono in corso tentativi di accordo sottobanco alle spalle del Parlamento e del Paese sulla maggiore industria italiana, mentre la finanza internazionale ci osserva e, a seconda dei nostri comportamenti, giudicherà il sistema Paese, si tenta di mettere fuori gioco il Parlamento, dopo aver estromesso i sindacati in occasione dell'accordo siglato a Palazzo Chigi.

È un gioco scorretto tenere il Parlamento all’oscuro di quanto sta accadendo, dei movimenti in atto tra i poteri forti, che vogliono ridisegnare spazi e confini d'influenza nuovi nell’ambito dell’economia del nostro Paese. Non sfugge che sono in gioco anche i maggiori giornali nazionali, quelli più importanti; c’è il legittimo sospetto - questa volta sì - che il premier voglia ridisegnare il proprio spazio di potere, accrescendo così il proprio conflitto di interessi. E intanto i lavoratori vedono effettuare sulla loro pelle questi giochi rischiosi per il Paese.

A fronte di questa situazione, noi protestiamo e chiediamo che il Governo venga in quest’Aula rispettoso del Parlamento e del Paese e riferisca non aria fritta, cioè quello che è scritto sulle agenzie di stampa, ma l’effettivo stato delle cose. Non possiamo essere ridotti a meri passacarte, che traggono maggiori informazioni dalle agenzie di stampa piuttosto che dalla voce del Ministro competente! La partita che si gioca in questo momento nello scenario nazionale ed internazionale è troppo grande. Il Governo, una volta tanto, dimostri senso di responsabilità e tuteli l’interesse pubblico. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U, DS-U e Verdi-U e del senatore Crema).

D'ONOFRIO (UDC:CCD-CDU-DE). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

D'ONOFRIO (UDC:CCD-CDU-DE). Signor Presidente, esprimo la mia sorpresa per il fatto che illustri colleghi annunciano di non parlare parlando. Siccome la novità… (Proteste dai Gruppi DS-U e Mar-DL-U).

PAGANO (DS-U). Basta!

PRESIDENTE. Colleghi, lasciate proseguire il senatore D’Onofrio.

D'ONOFRIO (UDC:CCD-CDU-DE). Lascio che gli ululati di parte dell’opposizione coprano il fatto che rimangono in Aula parti significative del centro-sinistra. Le loro spaccature sono evidenti. Rimangono in quest’Aula a dimostrare che questo è il problema. (Applausi dai Gruppi UDC:CCD-CDU-DE, FI e AN).

PAGANO (DS-U). Prendi esempio dall’onorevole Follini! (Vivaci commenti del senatore Garraffa).

PRESIDENTE. Senatrice Pagano, bentornata in Aula. Senatore Garraffa, per favore. (Il senatore Passigli chiede di intervenire).

E’ già intervenuto il suo Capogruppo, senatore Passigli.

PASSIGLI (DS-U). Intendo intervengo in dissenso, anche perché le argomentazioni che riguardano l’ordine dei lavori sono varie.

PRESIDENTE. Senatore Passigli, mi lasci dire qualcosa, così possiamo - in qualche modo - dare inizio a questo dibattito.

Colleghi, mi sono impegnato più volte per garantire lo svolgimento di un dibattito sulla vicenda FIAT, perché, al pari di tutti voi, l’ho considerata e la considero tuttora molto importante e grave per il Paese. C’è infatti un aspetto sociale, occupazionale, ma c’è anche un aspetto che riguarda il futuro della nostra industria automobilistica.

È stato svolto, una prima volta, un question time con il Ministro delle attività produttive. Credevo che, nel secondo intervento in Aula del Ministro, con le comunicazioni rese venerdì ed il completamento del dibattito di oggi, si potesse svolgere una discussione più ampia.

Ho ascoltato, con molto dispiacere, le parole del senatore Angius, il quale ha dichiarato che non parteciperà al dibattito, perché credo che sia necessaria invece una discussione ampia ed articolata. Avrei auspicato - lo dico con franchezza - un dibattito analitico, così come mi sarei augurato un’esposizione un po’ più articolata da parte del Ministro interessato. Non sta a me giudicare né questo né quell’intervento, posso solo dire quello che avrei auspicato e quello che ho comunque richiesto al Governo, così come ora lo chiedo a voi.

Mi auguro quindi che il dibattito ci sia, che nessuno rinunci ad intervenire e che si espongano le ragioni degli uni e degli altri, poiché esse riguardano un caso molto grave ed angosciante per la nostra vita produttiva e sociale.

TOFANI (AN). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ancora sull'ordine dei lavori dopo la mia replica? Ne ha facoltà.

TOFANI (AN). Voglia scusarmi, signor Presidente, il mio intervento non deve essere assolutamente sentito in termini di scortesia nei suoi confronti, ma credo che probabilmente si è creato un equivoco, nel senso che, facendo riferimento agli interventi che i vari senatori hanno svolto nella scorsa settimana alla presenza del ministro Marzano, non si sono di fatto illustrate le risoluzioni che sono state presentate.

Credo quindi che vi sia stato un fraintendimento; forse allora sarebbe opportuno che almeno un rappresentante per Gruppo, il presentatore o comunque uno dei firmatari, fornisse dei contenuti più specifici ai singoli documenti che i vari Gruppi hanno presentato e sui quali, tra l'altro, dovremo votare. Anche da questo approfondimento potrebbero venire quelle risposte che si auspicano più definite, più dettagliate, e pertanto potrebbe essere superato in questa maniera un incidente di percorso che io ritengo essere dovuto solo ad un fatto formale e non sostanziale.

Concludo ringraziando il ministro Marzano, che credo sia la quarta volta che viene in Senato a riferire quanto è a sua conoscenza. Bisogna poi capire le aspettative di ognuno di noi; alla fine dobbiamo pur chiederci e dire espressamente cosa vogliamo che ci dicano il Ministro e il Governo oppure se quello che dice il Ministro in nome e per conto del Governo è quello che noi vogliamo ascoltare.

Ritengo che questo percorso potrebbe risolvere il problema, signor Presidente.

PASSIGLI (DS-U). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PASSIGLI (DS-U). Signor Presidente, vorrei chiederle di intervenire presso il Governo per sollecitare una risposta più ampia, come già diceva il senatore Angius, perché gli avvenimenti di queste ultime ore hanno spostato i confini della vicenda, che è di grandissima importanza per la FIAT auto, per tutto l'indotto, per il nostro sistema industriale. Infatti, le ultimissime vicende e le stesse cose di cui il ministro Marzano parlava, cioè di accordi intercorsi o in corso di perfezionamento, di intese tra il Governo e gli azionisti di riferimento della FIAT, allargano il campo all'intera serie delle partecipazioni.

Non possiamo nasconderci quanto l'intera stampa e lo stesso direttore del "Corriere della sera", in un suo grido di dolore, in un suo editoriale oggi afferma, e cioè che sono in gioco anche gli assetti di HDP - ossia la controllante del "Corriere della Sera" - e quindi del "Corriere" stesso. Pertanto, vi è una grande questione che, al di là di quella industriale pur rilevantissima, tocca l'aspetto altrettanto rilevante della libertà di informazione, del pluralismo dell'informazione, del conflitto di interessi.

Credo che lei debba invitare il Presidente del Consiglio a venirci a dire qual è la natura degli accordi intercorsi tra il Governo e gli azionisti di riferimento circa il management FIAT, ma anche se vi sono accordi che implicano modifiche nella composizione dell'azionariato HDP o del patto di sindacato HDP e del management HDP, perché la questione è su tutte le agenzie, su tutti i giornali, è intimamente connessa alla questione FIAT ed è estremamente rilevante per la natura degli interessi del Presidente del Consiglio.

PAGLIARULO (Misto-Com). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PAGLIARULO (Misto-Com). Signor Presidente, nonostante l'intervento del senatore D'Onofrio, mi associo, a nome dei Comunisti Italiani, alla dichiarazione del senatore Angius. Non è possibile alcun dibattito sul nulla.

In ogni caso, tutto quello che sta avvenendo, che è avvenuto, che prevedibilmente avverrà, tutto ciò che conta è stato deciso, a quanto pare, dietro le quinte di un gioco di potere che ha volutamente tagliato fuori da qualsiasi possibilità di incidere sugli sviluppi della situazione due protagonisti della vicenda: il movimento sindacale e il Parlamento della Repubblica italiana; il primo espulso da qualsiasi trattativa, il secondo ridotto, fino ad ora, ad un luogo in cui il ministro Marzano è venuto ad ascoltare gli umori e le opinioni dei rappresentanti del popolo senza mai minimamente accennare ad alcunché su questa materia, a cominciare dall'esternazione di sette giorni fa del Presidente del Consiglio, per finire al nulla delle comunicazioni di oggi.

L’accordo separato fra FIAT e Governo è oggi ancora meno credibile, perché salterebbero le due più autorevoli figure del gruppo; questo trasforma clamorosamente in carta straccia gli impegni assunti dalla FIAT e dal Governo.

Il senatore Tofani ha detto che il ministro Marzano viene a riferire ciò che egli sa; se egli non sa, non vedo che senso abbia il dibattito. Chiediamo al Governo - e chiudo - di rispettare il confronto con il Parlamento, con i sindacati, con i lavoratori, cosa che non ha fatto nelle scorse settimane e tanto meno pochi minuti fa.

Signor Ministro, con il rispetto a lei dovuto, la sua comunicazione non è letteralmente esistita. Chiediamo con urgenza un dibattito vero su tutto quello che sta succedendo. (Applausi dal Gruppo Misto-Com).

MORO (LP). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MORO (LP). Signor Presidente, ritengo condivisibile l’atteggiamento assunto dal senatore Tofani. Direi di passare immediatamente al dibattito in quest’Aula, dove i rappresentanti del popolo devono illustrare le loro posizioni al Governo, poiché il Governo non deve soltanto riferire, ma deve anche ascoltare.

Io credo che dal dibattito il Governo possa trarre degli spunti utili per il prosieguo di una trattativa che è in corso. Il Governo probabilmente è venuto a dirci quello che in questo momento sa, ma la situazione si sta evolvendo, ed è quindi giusto che l’Aula si esprima. Ogni parte politica ha presentato le proprie risoluzioni, su questo io credo ci sia terreno di confronto e alla fine verranno fornite tutte le indicazioni utili al Governo affinché le trattative in corso tengano conto anche della voce del Parlamento. (Applausi dal Gruppo LP e del senatore Malan).

DEL TURCO (Misto-SDI). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DEL TURCO (Misto-SDI). Signor Presidente, io penso che sarebbe sbagliato se una vicenda, nata sulla base di un piano industriale della FIAT che ha prodotto lutti e rovine nel Paese, si trasformasse in un piccolo conflitto parlamentare tra noi e il ministro Marzano.

Ciò non è giusto nei confronti degli operai della FIAT in cassa integrazione, non è giusto nei confronti del Paese e forse non è giusto nemmeno nei confronti di quel bon ton parlamentare che ha portato il ministro Marzano per tre volte in quest’Aula a discutere con noi.

Qual è il problema? Vorrei che il Ministro avesse la pazienza di ascoltare e se il senatore Passigli…

PRESIDENTE. Pregherei il senatore Passigli di non disturbare il Ministro, perché, signor Ministro, desidererei che lei ascoltasse con attenzione.

DEL TURCO (Misto-SDI). Approfitto della circostanza per chiedere una piccola riforma del Senato: un recinto per impedire che i Ministri e i Presidenti del Consiglio vengano continuamente assaliti da parlamentari, della maggioranza e dell’opposizione. (Cenni di assenso del presidente Pera). La proposta è accolta: la ringrazio, signor Presidente. Allora, vorrei far osservare al ministro Marzano…

PRESIDENTE. La questione non riguarda le dimensioni del recinto, ma la forza d’urto, perché mi pare che da destra e da sinistra per i Ministri sia difficile resistere.

DEL TURCO (Misto-SDI). La questione che pongo al ministro Marzano è la seguente. Abbiamo notizia, signor Ministro, di un incontro tra il Presidente del Consiglio e Agnelli (parlo dell’ex senatore, non del nostro attuale collega).

MARZANO, ministro delle attività produttive. Ne ho dato notizia io.

DEL TURCO (Misto-SDI). In secondo luogo, corre voce (e non è infondata, è verosimile) che sia in corso una sorta di vertice tra alcune banche, quelle che hanno un’esposizione molto grande con la FIAT, e la Banca d’Italia. È stata annunciata una decisione, per esempio, riguardante il Gruppo finanziario tessile, che produce a Torino un’altra ferita importante nella storia industriale di quella città. Comunica un’agenzia in questo momento (ringrazio il senatore Angius per avermela segnalata) che le banche dissentono sul cambio del vertice, poiché sostengono che questa notizia, che il Ministro conferma così autorevolmente, vìola intese che immagino siano intercorse tra le banche, la FIAT e il Governo come mediatore.

Allora, persino le nostre risoluzioni, signor Presidente, sono diventate vecchie, perché noi ci riferiamo a un piano industriale che palesemente è già altra cosa rispetto al maremoto che sta per scoppiare nel sistema industriale italiano e nel sistema creditizio.

Voi ritenete che la questione si possa chiudere con una discussione parlamentare tra noi e il ministro Marzano? La mia opinione è no. La mia opinione è che occorre riconvocare il Parlamento quando il ministro Marzano o il presidente del Consiglio Berlusconi saranno in grado di venire al Senato a dire che cosa è successo veramente nella storia industriale e finanziaria del nostro Paese. (Applausi dai Gruppi DS-U, Mar-DL-U, Misto-Udeu-PE e del senatore Pagliarulo).

BORDON (Mar-DL-U). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BORDON (Mar-DL-U). Signor Presidente, a differenza di quanto il Ministro in questa sua non comunicazione ci aveva detto, giunge notizia, ormai siamo costretti a ricorrere alle agenzie, che l'amministratore delegato della FIAT avrebbe lasciato il suo incarico. Quindi, anche la piccolissima non notizia che il Ministro ci aveva dato, viene smentita in questo momento dalle agenzie.

Per quel minimo di decenza che noi tutti dobbiamo avere, credo sarebbe il caso, lo dico proprio abbassando i toni, di chiedere una pausa di riflessione e di aggiornarci su quello che sta avvenendo alla FIAT e a Palazzo Chigi, prima di tornare qui e di riaprire la discussione. Infatti, se non disponiamo, caro collega Tofani, neanche degli elementi minimi per poterla affrontare, mi sembra complicato potervisi addentrare.

Pochi minuti fa il Ministro ci aveva detto di aver ricevuto comunicazione telefonica da parte del dottor Agnelli, con la quale si avvertiva che il ricambio al vertice sarebbe avvenuto con una convocazione del consiglio di amministrazione tra 48 ore. Invece, apprendiamo che c'è una sostanziale novità, ossia che Galateri si è dimesso. A questo punto, come lei può capire, signor Presidente, ciò rende davvero surreale un'eventuale discussione che proseguisse su queste basi. (Applausi dal Gruppo Mar-DL-U, dei senatori Del Turco, Pagano e Zancan).

CANTONI (FI). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CANTONI (FI). Signor Presidente, intervengo perché mi sembra che questa discussione sia davvero surreale. Noi dimentichiamo un aspetto fondamentale, ossia che la FIAT è un'azienda quotata in borsa...

DEL TURCO (Misto-SDI). E allora?

CANTONI (FI). Per coloro che hanno un minimo di conoscenza giuridica, non c'è bisogno di aggiungere altro. (Applausi dai Gruppi FI, AN e UDC:CCD-CDU-DE).

Quando eravate al Governo, scrissi in un articolo che a Palazzo Chigi c'era una merchant bank, per tutte le privatizzazioni che avete favorito. Avete preso accordi diretti con i soliti noti, avete preso accordi con la FIAT. La FIAT è sempre stata un vostro preciso punto di riferimento perché controlla i giornali.

ANGIUS (DS-U). Ma non essere ridicolo!

CANTONI (FI). Oggi vi trovate in una situazione di grande imbarazzo, perché, per la prima volta, siete spiazzati, perché la crisi della FIAT investe i poteri forti dei quali voi siete sempre stati soci. (Applausi dai Gruppi FI, LP, UDC:CCD-CDU-DE e AN. Congratulazioni).

PAGANO (DS-U). Sempre meglio che dei venditori di tappeti.

MARZANO, ministro delle attività produttive. Domando di parlare.

PRESIDENTE. Senatrice Pagano, la prego, ha chiesto di parlare il ministro Marzano. Ne ha facoltà.

PASSIGLI (DS-U). Ricordatevi che fine fece il "Corriere" di Albertini.

NOVI (FI). Noi ci ricordiamo il "Corriere" di Tobagi e che fine fece quest'ultimo.

PAGANO (DS-U). Senatore Novi, stai zitto.

PRESIDENTE. Senatore Novi, la prego, lasci intervenire il Ministro.

MARZANO, ministro delle attività produttive. Signor Presidente, volevo ricordare che questa è la terza o quarta volta che io vengo in quest'Aula, adempiendo semplicemente ad un mio dovere istituzionale.

Nel corso delle varie sedute cui ho partecipato, ho avuto modo di informare i colleghi senatori di ciò che stava avvenendo nello svolgimento dei tavoli con le parti sociali, di come, da parte del Governo, si fosse raggiunto un accordo di programma e quale ne fosse il contenuto; di ascoltare gli interventi di venerdì scorso; di prendere atto delle proposte di risoluzione; di esprimere il parere sulle stesse e di riferire all'Aula gli ultimissimi avvenimenti.

Dirmi che il Governo non ha tenuto informato il Senato su questa vicenda mi pare paradossale, veramente paradossale.

PASSIGLI (DS-U). Sono più informate le agenzie di stampa!

MARZANO, ministro delle attività produttive. In secondo luogo, mi pare che alcuni colleghi dell’opposizione partano dal presupposto che il Governo stipuli accordi, stia addirittura nelle menti dei manager che hanno intenzione di dimettersi, che, quindi, il Governo abbia un contatto e una penetrazione…

ANGIUS (DS-U). Non l’ha detto Berlusconi?

MARZANO, ministro delle attività produttive. Niente di tutto ciò. (Commenti del senatore Lauria).

PRESIDENTE. Senatore Lauria, la prego di moderare i toni.

Poco fa ha chiesto al ministro Marzano di essere più articolato; ora, egli lo sarà secondo quanto da lei richiesto.

MARZANO, ministro delle attività produttive. Qui non ci sono accordi. La FIAT è un’impresa privata quotata in borsa. Il Governo non interferisce con le decisioni della FIAT.

VOCI DAI BANCHI DELL’OPPOSIZIONE. No?!

MARZANO, ministro delle attività produttive. Tanto meno interferisce sui cambi dei vertici. Vi pare possibile che il Governo tratti con un’azienda privata su chi debba domani condurrla? Questo è assurdo. Vi pare possibile pensare che il Governo sia informato di eventuali dimissioni (lo apprendo in questo momento)?

Il Governo non è l’ANSA, non è un luogo in cui si ricevono, di volta in volta, le notizie che le parti che hanno titolo per darle divulgano. Il Governo riferisce qui ciò che viene a sapere ufficialmente e di questo ho riferito: di un colloquio che si è svolto questa mattina, nel corso del quale non si sono né raggiunti né proposti impossibili accordi con un’azienda privata quotata in Borsa.

PAGANO (DS-U). Non lo dire Marzano…

MARZANO, ministro delle attività produttive. Voi, colleghi, permettetemi di dirlo, avete un’impostazione di politica economica che contempla addirittura una sorta di Ministero delle partecipazioni statali anche quando le partecipazioni statali non esistono più. (Applausi dai Gruppi FI, AN, UDC:CCD-CDU-DE e LP).

Non è così che il Governo si comporta.

PASSIGLI (DS-U). Peggio!

MARZANO, ministro delle attività produttive. Voi pensate che dovrebbe farlo? Non è la nostra concezione della politica liberale di questo Paese. (Applausi dai Gruppi AN, FI, UDC:CCD-CDU-DE e LP).

Di queste notizie interne all’azienda, quindi, non sappiamo, non le abbiamo concordate, non c’entriamo. Vi ho riferito di quello che è accaduto alcune ore fa.

Quindi, signor Presidente, non solo - a mio avviso - sono stato articolato nel corso di questi incontri, ma sono stato anche estremamente puntuale nel riferire i fatti che accadono. Su questo piano il Governo non accetta critiche. (Applausi dai Gruppi AN, FI, UDC:CCD-CDU-DE e LP).

PRESIDENTE. Passiamo ora alla votazione delle proposte di risoluzione.

Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto il senatore Pagliarulo.

PAGLIARULO (Misto-Com). Signor Presidente, rinuncio ad intervenire.

MALABARBA (Misto-RC). (Si leva in piedi indossando la giacca della tuta dell'Alfa Romeo).Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MALABARBA (Misto-RC). Signor Presidente, signor Ministro, io non rinuncio a parlare, anche se condivido molte delle osservazioni che sono state fatte in primo luogo dal senatore Angius. Non rinuncio a parlare perché ritengo che sicuramente avremo bisogno di tornare sulla vicenda della FIAT, esattamente per le ragioni che sono state esposte da più colleghi, in particolare dai colleghi dell’opposizione.

Credo anche, però, che ci sia il dovere da parte del Governo di pronunciarsi rispetto ad alcune risoluzioni le quali intervengono non solamente sull'indirizzo generale, che pure è una questione importante su cui poi parlerò, ma anche sulle questioni che riguardano l’emergenza, che sono quelle che da ieri mattina, appunto, interessano alcune migliaia di lavoratori e le loro famiglie.

Anch’io da ieri mattina mi sento, sono, virtualmente licenziato dall’Alfa Romeo di Arese, perché la produzione in quello stabilimento non è più prevista ed io, finito il mandato parlamentare, come tutti gli altri operai di produzione, perderò definitivamente il lavoro.

Per quei pochi poi che sono alla progettazione il discorso è tutto da vedere; bisognerà verificare infatti se mai la sinergia tra Ferrari e Maserati, nel quadro del polo delle auto sportive di lusso di cui si parla, avrà bisogno della loro progettazione e non di quella della Wolkswagen che sembra entrare in tale progetto. Però, signor Ministro, ci deve risparmiare - come le ho già detto venerdì scorso - di contare quelli che lavorano nel perimetro industriale e che sono allocati lì attraverso il CRAA (il consorzio regionale) e che non sono mai stati dipendenti della FIAT; alcuni di essi - come lei dovrebbe ben sapere - una volta rilevati gli operai dell’Alfa Romeo, sono stati messi subito in cassa integrazione, come ad esempio i dipendenti dell’azienda Rottamfer. Non faccia, come Gogol, il conto delle "anime morte".

Inoltre, mi chiedo quale sia la serietà di un accordo del Governo con un gruppo di cui non è dato sapere se abbia una direzione consolidata o meno e che, dopo pochi giorni, stante una lotta furibonda al suo interno e con gli altri soggetti interessati (General Motors e le banche in primo luogo), prospetta uno scenario a dir poco confuso, ma sicuramente incidente su quello straccio di accordo di programma che ha concordato. Non c’è più niente adesso che possa riferirsi ad un programma con una prospettiva se le alleanze individuate sono cadute per stessa ammissione del Presidente del Consiglio.

"L’americano" Fresco si è impegnato con General Motors per affidargli entro il 2004 le fabbriche ripulite in modo che scatti la rilevazione totale del capitale, come previsto dall’accordo del 2000, mentre altri lavorano per concentrare i marchi sportivi più prestigiosi in un altro progetto estraneo a General Motors. Straordinario: non è l’intervento del capitale pubblico in FIAT a far scappare gli americani - come qualcuno aveva affermato - ma è la dinamica stessa dello scontro interno alla FIAT, e anche dello scontro tra la FIAT e il Governo e con i creditori che porta al disimpegno anche di General Motors.

La dismissione dell’auto addirittura si accelera perché è in corso un processo a cui stiamo assistendo da anni: lo "spezzatino" delle imprese, con il risultato che nel giro di un anno o poco più - se va bene - le poche migliaia di lavoratori FIAT rimasti diventeranno una succursale della succursale General Motors in Europa, cioè dell'Opel.

Come fa, signor Ministro, a dire che il sindacato dovrebbe prendere in considerazione il nuovo contesto perché sarebbe migliore? Come fa a dire questo? Come fa a dire, dopo le solenni dichiarazioni del Presidente del Consiglio, che il Governo non ha fatto nulla per intromettersi rispetto al management FIAT? Ci prende in giro, signor Ministro? Dovrebbe argomentare di più il fatto che lei non vuole mettere il naso dentro la gestione di questo gruppo industriale privato.

E tutto questo se le cose andranno bene, perché se nello scontro di capitali in corso, particolarmente virulento, che ha implicazioni enormi per l’economia del Paese e anche per la politica - basti pensare alla proprietà del "Corriere della Sera" - uscissero notizie più volte circolate circa irregolarità nella gestione di FIAT Auto e di FIAT S.p.A., ci troveremmo di fronte a qualcosa di molto più rilevante, ad una piccola Enron italiana e forse alla bancarotta dell’azienda FIAT.

Ma al di là delle considerazioni di politica generale che ci confermano le ragioni della nostra impostazione, secondo cui l’intervento pubblico prevalente nel capitale FIAT è la sola condizione per mantenere un’industria automobilistica in Italia, inevitabilmente riconvertita in produzione di trasporto individuale e collettivo ecocompatibile, non capisco le conclusioni del Ministro di venerdì scorso quando ha detto che di ciò non si è parlato. Se ne è parlato. Alcuni sono intervenuti, per esempio il sottoscritto e anche un collega del Gruppo dei Verdi. Si parla di una riconversione ecocompatibile perché di essa parlano tutte le aziende automobilistiche del mondo che hanno voluto fare ricerca in relazione al possibile unico mercato che può garantire un futuro anche di mobilità non solamente nel nostro Paese.

Pertanto, credo che, anche al di là della risoluzione n. 5 di appoggio agli obiettivi sindacali che ho sottoscritto con altri colleghi e che condivido, sia opportuno soffermarsi soprattutto su quell’implicazione dell’accordo di programma grazie al quale - come tutti sappiamo - 5.600 lavoratori sono in cassa integrazione (a zero ore e non a rotazione) da ieri mattina.

Mi hanno spinto, signor Ministro… (Brusìo in Aula).

PRESIDENTE. Senatore D’Ambrosio, come ho già fatto con tutti gli altri, la prego di non disturbare il Ministro.

MALABARBA (Misto-RC). Grazie, signor Presidente. Queste condizioni mi hanno spinto da ieri mattina allo sciopero della fame, come gesto simbolico - peraltro essendo qui non posso scioperare in altro modo - che vuole richiamare l’attenzione di tutti voi senatori dell’opposizione e della maggioranza e, soprattutto, sua signor Ministro. In questa quasi vertenza che ho aperto con il Governo, mi preme arrivare ad un punto possibile di incontro almeno su un aspetto (che è poi quello contenuto nella proposta di risoluzione n. 4 che ho presentato), vale a dire l’emergenza della situazione e non tanto le sue prospettive, su cui vi è una nebulosa.

La lettera che ha posto fuori dell’azienda 8.100 lavoratori in cassa integrazione a zero ore non contiene - questo è ciò che conta - alcuna data di rientro, poiché vi è scritto "fino a nuova comunicazione dell’azienda". Questi sono elementi che valgono anche in sede giudiziaria. Non sono previsti rientri: questi 8.100 sono esuberi ed è già sicuro che almeno la metà di essi non rientrerà in azienda, mentre la rotazione, signor Ministro, riguarderà, anche se non nell’immediato, gli stessi esuberi ed alcune produzioni in via di estinzione; ossia, alla fine saranno fuori anche coloro che lavorano su queste produzioni.

Questo è, in sostanza, l’accordo di programma da voi concluso. Il senso della mia breve proposta di risoluzione è la semplice scrittura di quanto previsto dalla legge; non ne abbiamo un’altra, signor Ministro: lei non sta rispondendo su questo aspetto, così come non risponde il ministro Maroni, e continua a non rispondere!

L’articolo 1, commi 2 e 8, della legge n. 223 del 1991 prescrive, signor Ministro, la cassa integrazione a rotazione dove non lo impediscano esigenze tecniche e produttive. Sono disposto a fare una discussione di dieci ore con lei sulle entità produttive coinvolte per vedere se è possibile o no applicare la cassa integrazione a rotazione.

A queste produzioni la cassa integrazione è stata applicata fino a qualche settimana fa; dove sono allora gli impedimenti tecnici e produttivi? Le ricordo che, in assenza di tali impedimenti, la legge prescrive la cassa integrazione a rotazione: non è un optional, non è discrezionale. Se resterà del tempo, vi racconterò anche un episodio che mi ha coinvolto sul piano della vertenza sindacale al riguardo.

La legge prescrive che il Governo, sentito il CIPI, è l’unico abilitato a concedere la cassa integrazione straordinaria; non ci sono altri soggetti deputati a ciò. Ciò deve realizzarsi con un accordo tra le parti sociali; in mancanza del quale, se il Governo non è convinto delle zero ore, la legge prevede che esso imponga all’azienda la rotazione della cassa integrazione. Per il momento, quindi, solo il vostro benestare ha permesso il ricorso alla cassa integrazione a zero ore. Lei, cioè, ha difeso, insieme al collega Maroni, l’attuazione pratica pretesa dalla FIAT.

Vi chiedo pertanto di rimediare e di concedere alla FIAT la cassa integrazione guadagni straordinaria in tutti gli stabilimenti a rotazione settimanale, con la minore sofferenza possibile tra tutti i lavoratori, e comunque senza fermate e sospensioni dal lavoro superiori a trenta giorni consecutivi.

Signor Ministro, non so se lei si intende di automobili: sa quanto ci vuole per aggiornare l’impianto per il restyling della Punto a Termini Imerese? Spari una cifra a caso; scommetto che non sono necessari più di dieci giorni, e non aggiungo altro. Questa è la situazione. Si chiede un blocco di mesi per portare il restyling di un’auto nello stabilimento di Termini Imerese, i cui impianti già prevedono quel tipo di produzione. L’Alfa-Romeo di Arese - tanto per dimostrare quanto sono fungibili gli stabilimenti tra loro - sulle linee della 164, che molti di voi conoscono, ha prodotto la Y10, di provenienza dall’Autobianchi di Desio. Questo, è avvenuto dopo un lavoro durato un mese, visto che si trattava di modelli enormemente diversi tra loro; figurarsi cosa vuol dire adattare una linea per inserire un restyling.

La cassa integrazione a rotazione non si è voluta esattamente nel quadro della riduzione occupazionale alla quale seguirà altra riduzione occupazionale. Questo è il percorso preteso dalla General Motors, oggi dalle banche e da tanti altri. Questo è il quadro.

Allora, mi chiedo se c'è ancora, in quello straccio di accordo di programma, un percorso che preveda il rilancio produttivo. Chiedo non l'annullamento di quell'accordo, che è ormai in vigore, ma l'introduzione di una forma di rotazione che sia seria e legata alla legge attualmente vigente.

Sono state presentate varie proposte di risoluzione e vorrei far presente ai senatori dell'opposizione, come anche a quelli della maggioranza, che io sono perché vengano poste ai voti. Se tuttavia non lo saranno, chiedo che vi sia un voto sulla proposta di risoluzione recante le misure di emergenza, e cioè quella che parla di rotazione della cassa integrazione. Lo chiedo ai colleghi che tanto hanno insistito per difendere in questa o in quella realtà regionale le produzioni del collegio che in qualche modo rappresentano.

E allora, colleghi anche della maggioranza, vi sentite di dire che la cassa integrazione a rotazione non è praticabile, e quindi il Governo ha fatto quello che doveva fare? Oppure di tentare una modifica migliorativa che impegni il Governo a ricercare una soluzione per la cassa integrazione a rotazione per non lasciare fuori nessuno più di un mese a livello continuativo? Vi sembra di chiedere la luna, o esiste la possibilità di arrivare ad un punto di incontro tra posizioni diverse, su cui dovremo discutere, perché il futuro di questa azienda non è solo il futuro dell'automobile - l'hanno già detto gli altri colleghi - ma è il futuro di un pezzo importante dell'economia italiana, con un'incidenza rilevantissima sulla politica?

Non possiamo dimenticare, proprio in questa discussione, il problema che stanno vivendo i lavoratori che sono in sciopero, che stanno facendo i blocchi stradali, che hanno intenzione di occupare la fabbrica - come ad Arese - perché non vi è nessuna alternativa.

Concludo, signor Ministro, ringraziando il Presidente per lo spazio che ha voluto darmi anche oggi. Voglio solo sottolineare che, nel momento in cui si potrà riaprire seriamente una nuova trattativa (cosa che credo tutti quanti auspichiamo una volta che vengano revocate le misure assunte che impediscono evidentemente una trattativa seria, perché non si può lasciare solo al sindacato la gestione delle conseguenze dentro gli stabilimenti di un accordo fatto senza il loro consenso), andrà tenuto presente che ci sono anche altri sindacati che sono stati esclusi dalla trattativa.

Mi riferisco allo SLAI-COBAS e al FLMU-CUB dello stabilimento di Arese, che sono altrettanto rappresentativi e che, insieme alla FIOM e agli altri sindacati, stanno decidendo iniziative di lotta, o al sindacato SinCobas, presente in tutti gli altri stabilimenti. Ebbene, anche questi sono stati eletti nelle RSU e devono sedere insieme agli altri sindacati al tavolo delle trattative. E' un impegno che le chiedo direttamente, perché al riguardo può incidere; anche questo può servire a portare ad un tavolo tutti i soggetti interessati, perché tutti i sindacati devono essere coinvolti se si vuole trovare un punto d'incontro.

Se invece lei riterrà opportuno non accedere a queste richieste e riconfermare che la proposta di risoluzione n. 4 non è accettabile perché prevede la cassa integrazione a rotazione, il licenziamento che ho avuto io lo darò a lei consegnandole una lettera di licenziamento degli operai della FIAT. La prego di considerare licenziato anche il ministro Maroni, perché anche lui ha grandi responsabilità in questo accordo. (Applausi dai Gruppi Misto-RC, Mar-DL-U, DS-U, Verdi-U e Misto-Com. Congratulazioni. Il senatore Malabarba consegna una lettera al Ministro delle attività produttive).

MUZIO (Verdi-U). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MUZIO (Verdi-U). Signor Presidente, credo che bene abbia fatto il senatore Angius a porre il problema al Governo. Non interverrò sulla proposta di risoluzione n. 5, per le stesse ragioni che il senatore Del Turco ha addotto nel suo intervento. Nel merito, non mi sembra che abbiamo ricevuto informazioni adeguate, perché i fatti - come diceva il collega Del Turco - sono superati dalle novità.

Inoltre, le banche stanno cercando di rappresentare i loro interessi, legati al piano finanziario, e non industriale, presentato e concordato fin dal maggio 2001.

Esponenti del mondo bancario stanno incontrando rappresentanti della Banca d'Italia, per discutere di ciò che la Banca d'Italia non ha discusso al momento dell'accordo del maggio scorso: di management e di nuovo assetto industriale.

Signor Ministro, il problema non è incidere su un'azienda privata, quotata in borsa o quant'altro; il problema è capire che cosa pensa il Governo, quale invito rivolge ad una società privata; il problema è porre l'attenzione sulla questione occupazionale e sugli assetti di carattere industriale e proprietario, perché qui si rischia che, con la discussione dell'opzione put nel 2004 o con il suo rinvio al 2006, la FIAT, che tanta parte ha avuto nella storia del Paese, finisca nelle mani della General Motors oppure dell'industria automobilistica tedesca, cioè nella mani di un settore industriale concorrente.

L'interesse di Mediobanca non è il risultato della discussione di proposte di risoluzione; c'è la dichiarazione di un responsabile del Ministero dell'economia che cita l'interesse di Mediobanca rispetto al quadro di riferimento generale.

Signor Ministro, il problema non riguarda le risoluzioni, bensì gli effetti finali: le garanzie per l'occupazione, per i lavoratori della Fiat e delle imprese dell'indotto, ai quali bisogna dare risposte nelle prossime ore con la legge finanziaria al fine di assicurare loro l'uscita dalla cassa integrazione, il pensionamento oppure soluzioni di rilancio produttivo.

Il problema riguarda il fatto che la prospettiva dell'azienda è americana o tedesca. Si deve allora parlare del sommerso, come fa il Presidente del Consiglio, o si deve parlare della solita CGIL perché bisogna spaventare? Qualche giornalista, alcuni giorni fa, notava che il Governo agita sempre uno spauracchio, invoca qualcos'altro per coprire una serie di interessi.

Questa discussione dovrebbe riscontrare la fiducia dei cittadini nell'istituzione parlamentare, la fiducia negli stessi senatori, perché essa attiene alla politica economica del Governo e non ad un semplice rapporto informativo tra l'Esecutivo e il Parlamento. (Applausi dai Gruppi Misto-Com, DS-U e del senatore Sodano Tommaso).

FILIPPELLI (Misto-Udeur-PE). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

FILIPPELLI (Misto-Udeur-PE). Signor Presidente, rinuncio all'intervento perché non abbiamo elementi per una valutazione politica serena e completa. È vero che la FIAT è una società privata, è vero che è una società per azioni quotata in borsa, è vero che la concezione liberale cui dice di ispirarsi questo Governo non consente alcun intervento, ma è sotto gli occhi di tutti - ne parlano tutti gli organi di stampa quotidianamente - che il Governo non soltanto interviene, ma condiziona e decide la permanenza o meno degli attuali dirigenti.

In occasione del primo incontro dedicato alla crisi della FIAT, il 12 novembre scorso, i senatori dell'Udeur avevano dichiarato la propria disponibilità a sostenere l'impegno del Governo, a patto che questo fosse adeguato alla gravità della situazione. Ora siamo al secondo appuntamento in condizioni davvero drammatiche. Da ieri migliaia di operai si trovano nell'umiliante situazione della cassa integrazione a zero ore, con metà stipendio e con la certezza di non rientrare più in fabbrica.

L'azienda manda segnali che testimoniano grandissima confusione progettuale, tecnica e finanziaria. Noi vorremmo capire davvero che cosa sta avvenendo, non riusciamo a comprendere gli interessi forti perché manca un'informativa completa da parte del Governo. Rinunciamo a parlare perché non siamo nelle condizioni di esprimere una valutazione politica serena.

RIPAMONTI (Verdi-U). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

RIPAMONTI (Verdi-U). Signor Presidente, credo che il senatore Angius abbia posto un problema vero, rilevante, che riguarda i rapporti del Governo in particolare con questo ramo del Parlamento, soprattutto con riferimento alla vicenda della FIAT.

Il nostro Gruppo ha deciso di intervenire perché vi sono almeno due questioni rilevanti che non possiamo rinviare ad una prossima discussione. La prima è la seguente.

Siamo di fronte ad un piano industriale presentato da un gruppo dirigente. Nella proposta di risoluzione che abbiamo presentato - colgo l’occasione per annunciare che ritiriamo la proposta di risoluzione n. 2 e che voteremo a favore della proposta di risoluzione n. 5 - chiediamo che quel piano sia bloccato. Oltre alle motivazioni già elencate in quest’Aula nel corso della discussione delle ultime settimane, riteniamo che oggi ci sia un motivo in più per bloccare quel piano, ed è il fatto che esso è stato presentato da un gruppo dirigente oggi messo in discussione e dimissionato.

Com’è possibile, ministro Marzano, dare ancora credibilità a quel piano, quando il gruppo dirigente che lo ha presentato è stato dimissionato? Questo è l’interrogativo a cui bisogna rispondere. Non possiamo giocare e fingere di non vedere i problemi.

E passo ora alla seconda questione. Il Ministro ha affermato che il Governo non ha alcuna intenzione di interferire sulla scelta da parte della FIAT del nuovo gruppo dirigente, perché la FIAT è una società quotata in borsa e il Governo è liberale e liberista, non statalista. Non sono convinto della validità di queste affermazioni e cercherò di dimostrarne il motivo.

La crisi di questo gruppo dirigente si verifica non su prospettive diverse legate al piano industriale o ad un progetto di rilancio del prodotto, ma all’interno di uno scontro di potere nel mondo bancario e finanziario. Si stanno ridisegnando i rapporti di forza nell’economia complessiva del capitalismo italiano.

Forse si spiegano in questo modo (non si tratta di un’illazione, siamo in un’Aula parlamentare e dobbiamo confrontarci sui fatti veri) le dichiarazioni, che a prima vista erano sembrate irresponsabili, del presidente Berlusconi su come risanare l’azienda FIAT. Evidentemente, il primo Ministro del nostro Governo era già a conoscenza di questo piano, oppure forse il Governo vede con maggior gradimento il cambiamento del gruppo dirigente, perché entra nel gruppo un uomo, un dirigente nuovo, un manager gradito al presidente Berlusconi.

Danno fastidio queste affermazioni? Significa essere statalisti dire queste cose in un’Aula parlamentare? Significa essere statalisti chiedervi di confrontarvi su questi problemi?

Cosa cambia rispetto al piano industriale presentato? Non cambia esattamente nulla, perché c'è una continuità; anzi, se c'è una continuità, è in peggio. Infatti, si riduce drasticamente il personale, si svende alla General Motors o a un altro acquirente quello che resta di FIAT Auto, il famoso "spezzatino", così com'è stato spiegato in quest'Aula dal senatore Malabarba; si mantengono i marchi di lusso Ferrari, Maserati e Alfa.

Così si spiega anche perché il piano era generico: un piano che non conteneva prospettive vere di sviluppo, un piano che non poteva essere competitivo. Oggi si spiega, perché la scelta è quella di svendere il settore auto e di mantenere le cosiddette produzioni di eccellenza: ripeto, Ferrari, Maserati e Alfa.

Questo è il piano vero, che significa una riduzione drastica degli occupati ed è per questo motivo che voteremo a favore della proposta di risoluzione n. 5, perché in essa si dice che quel piano deve essere bloccato. (Applausi dai Gruppi Verdi-U e DS-U e del senatore Crema).

PIROVANO (LP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PIROVANO (LP). Signor Presidente, signor Ministro, colleghi, vorrei fosse evidente che la gente, quella stessa gente che ci ha delegato e che ci consente di essere qui a rappresentarla in Senato, non vuole la germanizzazione dell'industria automobilistica italiana. Nel 1986 la Ford avrebbe acquistato la sola Alfa Romeo; oggi c'è il rischio che il gruppo Volkswagen diventi il maggior azionista di Alfa e Ferrari, e già possiede la Lamborghini e la Rolls-Royce. La Ford, acquistata la Jaguar, l'ha rivalutata e oggi la casa inglese è tornata sulle strade con successo.

Mi chiedo - come molti si chiedono - dove sia finita la professionalità italiana che ci ha distinti nel mondo; perché la FIAT, ottenuto con troppa facilità il monopolio dell'auto, abbia disintegrato la propria immagine. Mi chiedo ancora - sempre come molti - se questa volta il Governo penserà alla Nazione, alla sua dignità o penserà ai personaggi dei salotti buoni, a coloro che offrono brioches quando è finito il pane. Dalla concatenazione degli avvenimenti, dall'astio dei sindacati e dell'opposizione, emerge e si consolida l'impegno del Governo, che bene ha condotto la mediazione con la FIAT.

Dichiaro quindi il voto favorevole alla proposta di risoluzione n. 3, il cui primo firmatario è il senatore Schifani, ma raccomando al Governo, signor Ministro, di non interpretarla come una preghierina della sera, ma di attivarla nella sua essenza; raccomando al Governo, signor ministro Marzano… Signor Ministro, la prego.

PRESIDENTE. È la terza volta che si rivolgono a lei, signor Ministro. Non stia a civettare con i colleghi, resista e non si faccia avvicinare.

PIROVANO (LP). Raccomando al Governo di non interpretare la proposta di risoluzione n. 3, sulla quale il Gruppo Lega Nord dichiara il proprio voto favorevole, come una preghierina della sera, ma di attivarla nella sua essenza per garantire il meglio sia per la Nazione che per le maestranze Alfa e FIAT. (Applausi dai Gruppi LP e FI).

D'ONOFRIO (UDC:CCD-CDU-DE). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

D'ONOFRIO (UDC:CCD-CDU-DE). Signor Presidente, abbiamo una opportunità in questo dibattito che riguarda una questione di fondo e abbiamo ovviamente altre ragioni per non essere soddisfatti o informati del tutto. Questo è normale, lo dico anche ai colleghi della maggioranza.

È una vicenda di enorme rilievo in cui, ovviamente, il nostro interlocutore è il Governo, ma occorre che tutti siamo consapevoli che tale vicenda non nasce per responsabilità di quest'ultimo, per cui non vorrei che si trasformasse all’improvviso in una questione della quale il Governo deve rispondere avendola provocata: non l’ha provocata il Governo. Questa è una consapevolezza essenziale per capire di che cosa ci stiamo occupando.

Perché non l’ha provocata il Governo (e questo è un argomento sul quale possiamo avere opinioni anche dissenzienti)? Per quel complicatissimo passaggio da un’economia fortemente statalizzata o parastatalizzata ad una sostanzialmente basata sull’economia privata, che è sancita dal Trattato istitutivo della Comunità europea, ora Unione europea; per il passaggio dalla FIAT italiana, chiusa nelle barriere italiane, alla FIAT che gira nel mondo, con la competizione che il mondo richiede.

L’insufficienza per noi oggi è avere interlocutore il Governo nazionale e non l’inesistente Governo europeo, perché quella è la sede nella quale si può seriamente capire se ci si sta o meno orientando verso un numero molto limitato di produzioni automobilistiche di ambito europeo, rispetto alla grande area statunitense e alla grande area asiatica, in particolare giapponese.

Di questo stiamo parlando: la FIAT è un gigante italiano, nella logica del protezionismo nazionale; è un soggetto importante, ma non un gigante, nel panorama europeo. Il confronto della FIAT con il resto del mondo l’ha esposta e la espone ad una competizione con il prodotto estero (parlo della FIAT Auto) ed ovviamente l’ha esposta e la espone ad un’idea diversa dell’azionista principale che ha la FIAT Auto nella conglomerata.

Noi non possiamo far finta di non capire che esiste una conglomerata di cui la FIAT Auto è parte, ed è ovviamente l’azionista, soprattutto la famiglia Agnelli, molto largamente intesa, che da questo punto di vista ha valutato la situazione in un modo che noi possiamo ritenere non confacente agli interessi nazionali. Il Senato è il luogo nel quale ogni Gruppo politico ha il diritto di dire la sua, ha il diritto di dire all’azionista Agnelli che il modo in cui la FIAT Auto è vista nell’ambito delle iniziative imprenditoriali, industriali o finanziarie del gruppo Agnelli non è coerente con i nostri asseriti interessi nazionali.

Ed è evidente che, per questo tipo di discorso, il rapporto tra il Governo della Repubblica, il Parlamento della Repubblica, in questo caso il Senato, e l’azionista FIAT è un rapporto complicato; non è quello tra chi dà e chi esegue ordini, ragion per cui il Parlamento può dire al Governo che si deve impegnare a fare qualcosa e il Governo è tenuto a farlo: noi possiamo persino dire che il Governo è tenuto a fare qualcosa che il Governo non può fare o che l’azionista non gli consente di fare.

Che cosa dunque possiamo chiedere al Governo, in quanto parlamentari italiani? Prima il collega Angius ha detto che noi siamo l’Italia: per carità, lo siamo tutti, la maggioranza e l’opposizione, non c’è una riserva di italianità di qualcuno e una mancanza di rappresentanza italiana da parte di altri; lo siamo tutti, non nel senso ideologico, ma nel senso politico, in quanto rappresentiamo senza vincolo di mandato gli interessi nazionali.

Orbene: qual è la nostra valutazione dell’interesse nazionale in questo momento? Io ritengo - il Gruppo dell’UDC, all’interno della maggioranza di Governo, ritiene - che l’interesse nazionale sia innanzitutto quello al mantenimento sul territorio nazionale delle attività di ricerca, di innovazione e di intelligenza che conducono alla produzione di automobili capaci di competere nel mondo, non automobili quali che siano.

Noi riteniamo che l’Italia non possa fare a meno, come sistema economico e sociale, di un’adeguata produzione di automobili. Riteniamo che ciò che fa la FIAT lo possa e lo debba continuare a fare la FIAT e per questo impegniamo il gruppo Agnelli ad affermare che la FIAT Auto è parte del progetto industriale; infatti, se il gruppo Agnelli ritenesse che non è parte del loro interesse l’attività di produzione di auto, noi non avremmo interesse ad interloquire con il gruppo Agnelli per quanto riguarda la FIAT.

Questo è il primo punto fondamentale. Mi sembra un interesse comune, affermato da tutte le parti politiche, la salvaguardia di una capacità tecnologica moderna, avanzata, capace di competitività internazionale nella produzione dell’auto. Questo mi sembra il primo interesse nazionale.

Il secondo, che alcuni sentono in un modo, alcuni in un altro, è la salvaguardia dell'attività di lavoro di tutti i dipendenti oggi FIAT, taluni di noi ritenendo che debbano continuare a lavorare per produrre auto (se questo è possibile, ovviamente sono d'accordo), ma tutti ritenendo che non debbano perdere la possibilità di lavoro.

Possiamo impegnare il Governo a garantire che quelli che possono lavorare nel settore auto continuino a farlo e che quelli che non possono più, come è capitato, senza grandi clamori nazionali da parte dell'opposizione quando era maggioranza, quando si è ridotta massicciamente la forza lavoro nel settore dell'auto italiana, facciano altro. La vicenda non scoppia oggi, va avanti da anni. Da questo punto di vista, l'esigenza della competitività internazionale dell'auto ha concorso a far ritenere ridotta la potenzialità di forza lavoro. Questo è il problema politico che abbiamo di fronte.

Vengo ora al terzo punto, nei confronti del quale noi dell'UDC siamo molto sensibili. Sono lieto che la risoluzione della maggioranza contenga questo aspetto di metodo, che per noi è anche politico, ossia che le decisioni che il Governo ha preso non vanno cancellate (perché le riteniamo complessivamente accettabili), ma che esse sono insufficienti, perché l'evolversi della situazione è tale da far ritenere possibile un nuovo piano industriale, quindi, che il Governo possa sollecitare l'azionista privato ad adottare un nuovo piano industriale.

Il cambiamento del vertice dell'azienda può favorire o contrastare questa esigenza. Lo vedremo, se da parte delle nuove responsabilità (se ci saranno) vi sarà la disponibilità a considerare la FIAT Auto strategica nell'interesse nazionale, anche se non lo è all'interno del gruppo.

Il ministro Marzano, quando ha parlato del maggior impegno dell'azionista della FIAT Auto, ci ha comunicato che questo è il mutamento di qualità che sta avvenendo in queste ore. In questo modo, ha significato dirci, io ho capito in questo senso, che l'impegno dell'azionista FIAT Auto, che poteva essere meno decisivo e rilevante ai fini del mantenimento dell'attività autoveicoli in Italia, diventa più consistente all'interno della sua decisione di azionista di occuparsi di questa vicenda.

Siamo sensibili al fatto che il Governo intrattenga, continui ad intrattenere, faccia di tutto per intrattenere, in vista degli obiettivi che la risoluzione indica, che sono di qualità e quantità, il dialogo con tutte le parti sociali. Questo è essenziale. Non vogliamo che il Governo abbia preso atto della conclusione di una vicenda e da quel momento proceda senza la consultazione delle parti sociali.

Abbiamo detto, chiesto e, senza difficoltà, concorso ad ottenere, che nella nostra risoluzione non si metta in discussione ciò che è stato fatto, desideriamo che altro si faccia e si farà con la consultazione delle parti sociali. Questo è problema di metodo del Governo, che è rispettoso dell'autonomia privata ed è consapevole del mutamento che sta avvenendo nel capitalismo italiano. Ovviamente questo mette in gioco anche il rapporto tra gruppo FIAT, banche, Mediobanca e i giornali, ed è un problema molto delicato.

Siamo sensibilmente interessati a conoscere cosa accade da questo punto di vista, ma una cosa deve essere chiara, ci dobbiamo abituare al fatto che gli intrecci del capitalismo italiano possano modificare gli assetti proprietari delle aziende, dei giornali e delle altre attività. Questa è questione di fondo. Se non ci vogliamo abituare, continueremo a protestare e a dire che non vogliamo parlare, cosa che ritengo, da questo punto di vista, mi consentano i colleghi del centro-sinistra, più bambinesca che reale. Parliamo sapendo che questo parlare è un modo, è un metodo, è un processo e mai un punto di arrivo.(Applausi dai Gruppi UDC:CCD-CDU-DE e AN e del senatore Gubetti).

LAURIA (Mar-DL-U). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

LAURIA (Mar-DL-U). Signor Presidente, voglio essere coerente con quanto affermato prima. Non siamo in possesso di elementi sull'evolversi della situazione. Stanno maturando fuori dall'Aula avvenimenti che ancora non riusciamo a decifrare appieno ed il Governo non è venuto a darci alcun elemento sufficiente. Così, la nostra discussione sarebbe surreale.

Proporrei quindi una pausa di riflessione affinché su una questione così importante, strategica, che coinvolge i nuovi assetti del potere economico in Italia, con tutto ciò che ne consegue in termini di ricaduta nel settore della politica, venga posta maggiore attenzione, quell’attenzione che il Governo in queste ore (sbagliando) non sta dimostrando di avere nei confronti del Parlamento e del Paese. (Applausi dal Mar-DL-U).

TOFANI (AN). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

TOFANI (AN). Signor Presidente, vorrei iniziare questo mio intervento leggendo dei passi tratti dal Resoconto della Camera dei deputati, Allegato A, della 230a seduta del 27 novembre 2002.

In questo documento, del quale alla fine citerò la fonte, si legge quanto segue: "…a bloccare l’attuazione del piano presentato dalla FIAT e la chiusura degli stabilimenti; …adoperarsi per evitare la chiusura degli stabilimenti di Arese e di Termini Imerese; …vanno, perciò, escluse ipotesi di acquisizione statale del capitale dell’azienda, focalizzando gli strumenti a disposizione del potere pubblico per misure finanziarie di sostegno volte a fornire alla FIAT le risorse necessarie al suo rilancio; … a mettere in campo interventi di accompagnamento e garanzie che possano andare a sostegno dei piani di ricerca e sviluppo, di interventi territoriali e di ogni altra misura compatibile con le norme comunitarie; ad attivare da subito, in collaborazione con le Regioni ove è maggiore il rischio di processi di ridimensionamento della presenza industriale della FIAT, le procedure negoziali di sostegno finanziario…; a promuovere attività di ricerca, in collaborazione tra pubblico e privato, finalizzate all’utilizzo di nuove tecnologie e delle energie alternative…; a prevedere gli strumenti necessari per il sostegno dell’occupazione anche nell’indotto". Questo è un estratto della mozione 1-00120, il cui primo firmatario è l’onorevole presidente Violante.

Credo che a questi temi posti dal presidente Violante, e da altri numerosissimi parlamentari che hanno sottoscritto quella mozione, sia stata fornita una risposta; il patto di programma dà una risposta. Ovviamente, fornisce una prima risposta, questo credo sia il punto centrale del ragionamento.

Il patto non è l’atto conclusivo ma l’atto necessario, propedeutico a riaprire il confronto con le parti sociali perché nel Patto stesso, come ognuno di voi avrà avuto modo di leggere, in riferimento ad ogni realtà produttiva viene puntualmente richiamata la presenza e l’esigenza di confronto con i sindacati.

Questa fase deve allora essere gestita e ciò deve essere fatto con grande consenso perché noi, come rappresentanti del popolo, come rappresentanti di questo ramo del Parlamento, così come la Camera dei deputati, abbiamo la necessità di arrivare a forme di ampio consenso.

In questa fattispecie, infatti, l’interlocutore non è il Governo ma la FIAT. Noi spesso dimentichiamo, e purtroppo dobbiamo constatare ciò anche in termini di propaganda, che si punta ad attaccare il Governo quando, di fatto, il problema è stato creato da un gruppo privato: la FIAT; problema al quale il Governo, anche in momenti molto duri del confronto, ha cercato di dare contorni tali da contenere l’impatto sociale, da consentire il rilancio di quell’azienda importante e strategica per l’Italia, tanto che i contenuti del patto sicuramente non prescindono dalle larghissime richieste che venivano anche da parte dei sindacati.

Il patto, quindi, non è qualcosa che è venuto fuori a prescindere dagli incontri bilaterali che hanno avuto luogo. Il patto è il prodotto degli incontri bilaterali che il Governo, assumendosi ogni responsabilità, anche al di là delle proprie funzioni, ha posto in essere continuativamente con la FIAT e con le parti sociali. Si era arrivati a un punto di rottura e non vi era altra cosa da fare se non quella di creare un primo momento che permettesse una costruzione successiva.

Ebbene, colleghi della minoranza, vi invitiamo a lavorare insieme per questa costruzione successiva. Il problema determinato dalla FIAT, che coinvolge migliaia di lavoratori che anche oggi stanno protestando in molte piazze d’Italia, e quelle realtà, soprattutto del Centro e del Sud, che si trovano in condizioni già fortemente disagiate, fa sì che costoro reclamino una volontà politica il più possibile coesa da parte del Parlamento al fine di evitare separazioni di carattere ideologico o di schieramento politico.

L’obbligo è quello di stare vicino a questi lavoratori e alle loro famiglie. Se leggiamo le varie proposte di risoluzione, al di là del diverso taglio ideologico, ci accorgiamo che esistono degli elementi in comune. Non a caso, ho voluto ricordare all’inizio del mio intervento proprio i contenuti di una mozione presentata da un Gruppo sicuramente di minoranza.

Ed allora mi chiedo se sia ancora il caso di fare polemiche e di chiedersi perché la FIAT sia arrivata a determinare anche questa ulteriore situazione di grave disagio. Potremmo anche entrare in questa polemica, ma non credo che i lavoratori vogliano questo. I lavoratori chiedono risposte concrete perché non è possibile che si possa immaginare che questo cataclisma sia nato ieri; esso viene da lontano.

Ho avuto già modo di riferire venerdì scorso, durante il mio intervento in quest’Aula, che il gruppo FIAT negli ultimi ventidue anni ha perso quasi 170.000 lavoratori. In altre parole, si è avuto un dimagrimento abnorme che non può essere chiamato in causa oggi solo per un motivo politico, vale a dire per tentare un assalto ulteriore al Governo, come se ci trovassimo di fronte alla prima circostanza in cui la più grande industria italiana procede verso un dimagrimento. Si tratta di un’industria che purtroppo non ha seguito con attenzione i processi legati ad una possibile ristrutturazione e che è stata continuamente sostenuta attraverso interventi meramente contingenti, che non danno risposte per il futuro.

Ed allora dobbiamo lavorare; dobbiamo impegnarci per trovare una soluzione; e se oggi (o già da ieri) abbiamo notizia che i vertici della FIAT stanno cambiando, dobbiamo prendere atto che è vero quanto da noi tutti affermato, cioè che la gestione dei manager della FIAT non era tale da produrre effetti positivi. Di conseguenza, non dobbiamo ascrivere ciò che è avvenuto ad una parte o all’altra. Dobbiamo, con favore, prendere atto che finalmente questa grande azienda comincia ad adottare cambiamenti che incidono su chi deve guidarla e dirigerla.

Né tanto meno ritengo - onorevoli colleghi - che si debba entrare nello scontro di lobby bancarie perché non vorremmo mai che qualcuno venisse condizionato da fenomeni di carattere finanziario o economico, sottomettendo l’elemento più importante costituito dalla politica.

Non voglio essere retorico, ma desidero ribadire il primato della politica e, se qualcuno si dovesse sentire coinvolto nello scontro tra banche, a noi ciò non interessa. Non dobbiamo sostenere la curva nord o la curva sud. Vogliamo sostenere un dato certo: il rilancio della FIAT, con le sue caratteristiche e il suo marchio per arrivare a dare certezze non solo a coloro che oggi soffrono, ancora una volta, a causa di politiche non valide, ma anche all’indotto enorme che è coinvolto dalla crisi e, soprattutto, all’Italia affinché riprenda vigore una delle aziende più importanti del Paese.

Questi sono i nostri sentimenti. Mi auguro che anche la minoranza voglia rivedere le sue posizioni perché questo non deve essere terreno di scontro politico ma momento di congiunzione di sforzi per il lavoro italiano. (Applausi dai Gruppi AN, FI, LP e UDC:CCD-CDU-DE).

SCARABOSIO (FI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

SCARABOSIO (FI). Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, sono molto soddisfatto della notizia di oggi, che il dottor Umberto Agnelli é stato ricevuto dal presidente Berlusconi. Noi parlamentari torinesi sappiamo infatti qual è stata la linea della FIAT degli ultimi anni e chi ha messo il dito nella piaga, chi ha cercato di sviluppare il senso di responsabilità e la critica opportuna. Questo personaggio è proprio il dottor Umberto Agnelli. Durante gli ultimi dieci anni, la FIAT ha fatto delle scelte da grande impresa, da multinazionale qual è, e molte di queste decisioni sono state criticate proprio dal dottor Umberto Agnelli.

Oggi allora dobbiamo pensare che il presidente Berlusconi ha scelto un giusto riferimento, un uomo della famiglia ed un importante azionista che aveva intuito la possibilità di questa crisi. Questa è una scelta giusta, da noi torinesi condivisa in pieno, sicuramente foriera di una precisa linea di diversificazione rispetto al passato.

Guardate, non è facile individuare - non voglio entrare nel modo più assoluto nel merito - gli eventuali elementi negativi che, nel tempo, purtroppo, sono stati tanti. Non voglio ripetermi: nello svilupparsi di tutti questi processi negativi, il dottor Umberto Agnelli ha cercato di porsi come interlocutore naturale nella dialettica familiare senza, purtroppo, essere ascoltato. Oggi, pertanto, mi rallegro profondamente del fatto che il presidente Berlusconi abbia avuto un colloquio con il dottor Umberto Agnelli. Ritengo che questa sia la strada giusta.

Secondo me, la FIAT, con il dottor Umberto Agnelli, potrà riprendere un cammino non intrapreso dalla precedente amministrazione. Già in un primo tempo, il dottor Umberto Agnelli aveva assicurato alla FIAT i suoi migliori manager: tra questi, il dottor Galateri che ha sempre seguito gli interessi dell'IFIL, quindi del dottor Umberto Agnelli.

Sono stati anni utili perché tutte le iniziative seguite dal dottor Galateri, come uomo di Umberto Agnelli, hanno dato esito positivo. A Torino sappiamo quindi che quella era la linea vincente. Oggi bisogna fare un passo indietro e riconoscere che la linea seguita dall’avvocato Agnelli era perdente perché la crisi dell’IFIL viene da lontano e qualcuno, il dottor Umberto Agnelli, l’aveva già prevista. (Commenti dal Gruppo DS-U).

CANTONI (FI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CANTONI (FI). Signor Presidente, onorevoli senatori e senatrici, ho tre osservazioni ed una proposta da sottoporvi. La prima osservazione è che, nel momento in cui il nostro Paese è in un contesto di globalizzazione e la politica si fa diversa, si fa più moderna, tutti i Premier delle nazioni industrializzate seguono il proprio sistema-Paese non entrando nelle angolazioni specifiche, come il Governo Berlusconi non sta facendo, ma preoccupandosi della salvaguardia dei lavoratori, del sistema-Paese e di un'azienda che è un patrimonio del nostro Paese, come la FIAT. La FIAT ha ricevuto 280.000 miliardi di vecchie lire in sovvenzioni, cassa integrazione, stanziamenti a fondo perduto, quindi il Governo, il Senato, i parlamentari hanno il diritto di entrare nello specifico argomento per salvaguardare il sistema-Paese.

La seconda osservazione è che la FIAT è un'azienda quotata in Borsa, è un'azienda che ha un contratto parasociale con una delle più grandi aziende mondiali, la General Motors, quindi noi dobbiamo rispettare innanzitutto le decisioni dei consigli di amministrazione, che in una società libera sono sovrani, e pertanto non possiamo entrare nelle loro specifiche decisioni.

La proposta di risoluzione n. 3 vede favorevoli Forza Italia e l'intera Casa delle libertà, però riteniamo anche che alcune situazioni che si stanno evolvendo con velocità, come del resto sta succedendo nelle moderne economie, rendano necessaria e doverosa una pausa di riflessione. È possibile che in questi giorni si possano verificare alcune situazioni che debbano essere seguite dal Parlamento con la dovuta attenzione, con rispetto e nella massima trasparenza.

Quindi, a nome della Casa delle libertà, della maggioranza di questa Assemblea, la mia proposta è che la pausa di riflessione consenta un'analisi attenta e prudente di tutti gli aspetti che stanno emergendo sulla vicenda. Se siete d'accordo, questa è la proposta della Casa delle libertà. (Applausi dai Gruppi FI, AN, LP e UDC: CCD-CDU-DE e del senatore Carrara).

PRESIDENTE. Senatore Cantoni, vorrei sapere cosa significa tecnicamente la sua proposta.

CANTONI (FI). È una questione sospensiva, signor Presidente. In relazione poi agli effetti delle decisioni che al di fuori di quest'Assemblea avranno a verificarsi, si potrà in un secondo momento, nei tempi concordati, riprendere la discussione e, nel caso, la votazione delle proposte di risoluzione.

PRESIDENTE. Chiedo scusa al senatore Cantoni e magari chiedo anche l'aiuto dei colleghi senatori e dei Capigruppo. La questione che lei ha posto sarebbe una sospensiva ai sensi dell'articolo 93 del nostro Regolamento, che prevede che, esaurita la discussione generale, si proceda ad una sospensione e non si passi alla fase delle votazioni. Mi sorge però qualche dubbio a proposito di una questione sospensiva posta a questo punto della discussione, nell'imminenza del voto.

ANGIUS (DS-U). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ANGIUS (DS-U). Signor Presidente, mi rendo conto che la proposta del senatore Cantoni, che io sostanzialmente condivido, può far sorgere qualche dubbio dal punto di vista dell'ordine dei lavori.

La richiesta che io avanzo, condividendo l'intervento del senatore Cantoni, è molto semplice. Io penso - l'ho motivato, ma l'hanno motivato anche altri colleghi - che noi ci troviamo, signor Presidente, in una situazione veramente imbarazzante ed anche di difficoltà. Siamo infatti chiamati a decidere su una questione così rilevante e così delicata, come è quella della crisi del gruppo FIAT Auto, mentre in questi stessi minuti stanno valutando il da farsi il management della FIAT, i gruppi bancari interessati ed il Governo che sta consultando, ovviamente gli uni e gli altri.

In tal modo, noi rischiamo di procedere a delle votazioni, magari dividendoci, ma impegnando comunque il Senato su qualcosa che poi non servirà a niente.

Al di là di ogni giudizio di merito, questa situazione pone obiettivamente in imbarazzo il Governo, il ministro Marzano, la maggioranza e anche l'opposizione, che vorrebbe disporre di elementi effettivi di confronto con il Governo e con la maggioranza, anziché di valutazioni occasionali. Non vorrei disturbare il ministro Marzano…

PRESIDENTE. Può farlo anche lei, senatore Angius, come lo fanno tutti, nonostante il mio richiamo reiterato e accorato. Ministro Marzano, desidererei che lei possa ascoltare, diversamente non è chiaro che cosa si decide e come si procede.

ANGIUS (DS-U). Prendendo atto delle dichiarazioni del senatore Cantoni, che vanno sostanzialmente incontro, se pure con altri argomenti, alla questione che avevo sollevato all'inizio della seduta, chiederei dunque una sorta di pausa di riflessione prima di procedere al voto.

Propongo che il Governo torni in Senato domani o al più tardi dopodomani per una breve informativa sugli sviluppi della crisi, in modo di consentire a questo ramo del Parlamento di correggere, integrare o riscrivere le proposte di risoluzione e assumere una determinazione precisa. Mi sembra una proposta ragionevole, che coglie tra l'altro lo spirito dell'intervento del collega Tofani.

Chiedo al Governo la disponibilità rispetto ad un supplemento di verifica degli sviluppi della situazione tale da consentire un pronunciamento del Senato su questioni di fatto anziché su questioni presunte.

BORDON (Mar-DL-U). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BORDON (Mar-DL-U). Signor Presidente, sono lieto di constatare che, sia pure in un momento delicato e in una situazione piuttosto concitata, ascoltandoci reciprocamente, giungiamo, seppure per strade diverse, alle medesime conclusioni.

Sono lieto che la proposta che ho avanzato qualche minuto fa di prenderci una pausa di riflessione sia stata adombrata anche dal senatore Cantoni. Alla luce degli elementi nuovi che il Governo auspicabilmente riuscirà ad avere e a riferirci e soprattutto alla luce di una esposizione più dettagliata e articolata che qui non abbiamo avuto, è opportuno che il Governo torni in Senato per esaminare risoluzioni davvero stringenti. Pur nel rispetto del fatto che si tratta di un'azienda privata e quotata in Borsa, questa vicenda coinvolge comunque i destini economici e strategici del Paese. Sono dunque d'accordo con la richiesta del senatore Cantoni.

D'ONOFRIO (UDC:CCD-CDU-DE). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

D'ONOFRIO (UDC:CCD-CDU-DE). Signor Presidente, intervengo su una questione procedurale per evitare equivoci nella decisione da prendere.

Da quanto ho potuto capire, abbiamo respinto l'ipotesi di non discutere le risoluzioni.

Abbiamo discusso sulle proposte di risoluzione e ora decidiamo di non votare. Quindi, il dibattito si è svolto; se è stato completato, bene, altrimenti si concluderà con eventuali altri interventi dei colleghi che devono ancora intervenire.

Possiamo quindi sospendere la votazione sulle proposte di risoluzione, non fino a dopodomani, ma fino a quando il Governo non riterrà di poter fornire elementi nuovi, altrimenti procediamo ora alla votazione.

PRESIDENTE. Colleghi, dal momento che state intervenendo su questioni procedurali, vi pregherei di consultare prima il Regolamento, perché state usando espressioni che non sono da questo previste. "Pausa di riflessione" è una bellissima espressione politica, che però non è contemplata nel Regolamento. Dovete dirmi cosa volete fare; non si può sospendere la discussione per riprenderla chissà quando, se e come. Bisogna verificare se il Regolamento offre o meno questi strumenti.

Non ho ancora compreso, a partire dall’intervento del senatore Cantoni in poi, quale istituto regolamentare si voglia usare, anche perché mi sembra che questo non esista.

TOFANI (AN). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

TOFANI (AN). Signor Presidente, anche durante il mio precedente intervento ho cercato di sottolineare l’esigenza - e mi fa piacere che ci sia una larga condivisione in merito - di trovare un momento di sintesi e di unità, la più ampia possibile, intorno a questo gravissimo problema che ha creato la FIAT.

Siamo d’accordo sulla sospensione: potremmo rinviare la votazione, per dare una veste di carattere regolamentare a questa decisione. Tuttavia, credo debba emergere qual è la volontà politica; penso che la scelta del momento in cui si dovrà completare questa discussione e procedere alla votazione sia legata a fenomeni importanti che continuano a determinarsi, come dimostrano le notizie che si rincorrono.

Allora, mi sembra corretto che questa discussione venga ripresa nel momento in cui il Governo avrà contenuti definiti da riferire, affinché il Parlamento possa prenderne atto con chiarezza e assumere le iniziative opportune. Ricordo tra l’altro che abbiamo a disposizione lo strumento molto importante, e cioè la Conferenza dei Capigruppo, onde evitare che la scelta del termine da rispettare sia soggettiva.

Pertanto, anche noi siamo dell’avviso che sia saggio non spaccare quest’Assemblea di fronte a un tema che ci deve vedere uniti. (Applausi dai Gruppi AN e FI).

MALABARBA (Misto-RC). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MALABARBA (Misto-RC). Signor Presidente, comprendo che sono intervenuti motivi nuovi che dovrebbero convincerci a tornare sull’argomento. Tuttavia, essendo abbastanza aleatorie le proposte di sospensione (in particolare, l’intervento del senatore D’Onofrio ha chiarito che i tempi non sono certi), credo non avrebbe senso rinviare la votazione delle risoluzioni.

In particolare, la proposta di risoluzione n. 4, da me presentata, non ha nulla a che vedere con le questioni di grande importanza che sono sopravvenute e che dovrebbero indurci a riflettere sull’opportunità o meno di aggiornare questa discussione.

Non so se è possibile pensare di votare solo le proposte di risoluzioni che non sono in contrapposizione tra loro, come la n. 4. Dubito che ciò sia possibile, ma se lo fosse si potrebbe intanto intervenire sulle questioni relative all’emergenza, cioè sulla forma di attuazione dei provvedimenti adottati dall'azienda (le cui procedure sono già state attivate ieri), votando la risoluzione relativa alle procedure in corso, e rinviare la discussione sulla strategia e la votazione delle altre risoluzioni (tra l’altro, sono firmatario di alcune di esse). Se questa separazione non è possibile, sono contrario all’idea di una sospensione sine die, poiché di questo si tratterebbe.

Inoltre, non mi garantisce per nulla la Conferenza dei Capigruppo, la quale non ha calendarizzato nei tempi utili la discussione che dovevamo svolgere sulle mozioni. In considerazione di questo, perché mai dovrei fidarmi della Conferenza dei Capigruppo?

MARZANO, ministro delle attività produttive. Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MARZANO, ministro delle attività produttive. Signor Presidente, pur essendo favorevole alla sostanza della proposta, penso di poter dire che se le proposte di risoluzione si ritengono superate dagli eventi che si stanno sviluppando allora bisogna ritirarle e presentarne di nuove. Lasciare, invece, delle proposte di risoluzione - per così dire - appese, quando probabilmente (come si presume, ascoltando gli interventi che sono stati svolti) ci sono eventi che cambiano la situazione, non mi pare francamente un'idea eccellente. Si ritirino le proposte di risoluzione oggi al nostro esame e poi, in base ai fatti che eventualmente accadranno, se sono tali da modificare la situazione, si ripresenteranno.

PRESIDENTE. Colleghi, l'espressione "pausa di riflessione" si è concretizzata invece nell'espressione "sospensione a norma di Regolamento". Ma cosa significa sospensione adesso? Se sospensione significa - ricordo che la discussione si è conclusa - che non si procede al voto e che la Conferenza dei Capigruppo fisserà una nuova data, in quel caso si procederà alla sola fase della votazione. Se invece in quella sede si dovesse riaprire il dibattito, questa non è una sospensione, bensì un altro dibattito o un prolungamento del dibattito, e perciò, ai sensi del nostro Regolamento, non è ammissibile.

Colleghi, comprendo l'importanza della questione - non sto a ripeterlo mille volte - e la gravità della situazione; vedo anche che essa è un work in progress perché ogni giorno cambia qualcosa nella situazione FIAT, nell'azionariato, nel management e così via, però non possiamo ogni volta sospendere i lavori perché vi è un'agenzia che dà alcune notizie e dopo si va avanti uno, due o tre giorni.

A norma di Regolamento tanto varrebbe procedere alla votazione e chiedere alla Conferenza dei Capigruppo di fissare, sulla base di ulteriori novità che già in parte stanno emergendo, un'ulteriore discussione, perché altrimenti lasciamo in sospeso solo il voto e la Conferenza dei Capigruppo dovrà decidere la data del voto, ossia i tre minuti che servono per tale fase.

A norma di Regolamento, forse anche rispetto all'evoluzione della posizione dell'azienda e al dibattito politico (l'ha detto e raccolgo l'invito del senatore Malabarba), sarebbe più corretto votare ora e rinviare alla Conferenza dei Capigruppo la decisione di stabilire la data in cui si possa ritornare sull'intera questione, con nuove comunicazioni del Governo, nuovo dibattito, nuove proposte di risoluzione e così via. In caso contrario, voi capite che gli istituti parlamentari non ci sono e lasciamo appeso soltanto un voto che di per sé non ha alcun significato.

GARRAFFA (DS-U). Decide l'Aula.

PRESIDENTE. Decide l'Aula conformemente al Regolamento, senatore Garraffa, non prescindendo dal Regolamento!

CANTONI (FI). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CANTONI (FI). Signor Presidente, facciamo nostra la sua interpretazione, quindi la Casa delle Libertà segue le sue indicazioni. Noi avevamo posto il problema di un rinvio perché la volatilità delle cose in tale situazione consentiva una maggiore trasparenza nel dibattito nelle prossime settimane, non certamente domani mattina o dopodomani, perché queste crisi si evolvono in una situazione molto lunga nel tempo.

Quando si fanno le lotte di potere, si contano poi alla fine i feriti e i morti che rimangono sul campo. Nel campo specifico del sistema bancario, che si sta lamentando, ciò non crea gravi problemi e non desta un particolare interesse sotto questo profilo. Quindi, accettiamo la sua proposta, signor Presidente, e siamo pronti a votare.

PRESIDENTE. La mia proposta, rispettosa del Regolamento, non intende concludere il dibattito sulla questione FIAT; la Conferenza dei Capigruppo può rimettere in discussione l'intera questione, nei tempi e nei modi che riterrà opportuni, sulla base di ulteriori comunicazioni del Governo, perché personalmente ritengo che il dibattito politico su di essa ancora non si sia esaurito. Dalla discussione odierna dobbiamo però uscire; allora, se questa è la posizione, riassumo le proposte di risoluzione che dobbiamo votare.

La proposta di risoluzione n. 1, presentata dal senatore Salvi e da altri senatori, è ritirata, così come la proposta di risoluzione n. 2, presentata dal senatore Ripamonti ed altri, e i presentatori confluiscono sulla proposta di risoluzione n. 5.

La proposta di risoluzione n. 3, presentata dal senatore Schifani e da altri senatori, non è stata ritirata ed è accolta dal Governo; la proposta di risoluzione n. 4, presentata dal senatore Malabarba, non è accolta dal Governo, nell’attuale formulazione, ma non è stata ritirata. Vi è, infine, la proposta di risoluzione n. 5, presentata dal senatore Angius e da altri senatori, nella quale sono confluite le proposte di risoluzione nn. 1 e 2, così come ho appena ricordato.

ANGIUS (DS-U). Ritiriamo la proposta di risoluzione n. 5, signor Presidente.

PRESIDENTE. Ne prendo atto. Rimangono quindi le proposte di risoluzione nn. 3 e 4.

SALVI (DS-U). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

SALVI (DS-U). Signor Presidente, dichiaro di aggiungere la mia firma alla proposta di risoluzione n. 4 e chiedo a tutti i colleghi, in particolare a quelli della maggioranza, di leggerla con attenzione, perché, come il senatore Malabarba ha detto, in essa non è formulato alcun giudizio critico nei confronti di chicchessia.

Si tratta della richiesta al Governo (infatti non ho inteso una motivazione, peraltro, di parere contrario da parte del Governo) di adottare un meccanismo di ammortizzatore sociale effettivamente diverso da quello previsto nell’intesa con la FIAT, ma che non modifica alcun altro punto dell'accordo, se non quello di provvedere alla cassa integrazione a rotazione, che consente di dare maggiori garanzie, maggiori sicurezze ai lavoratori (nei limiti in cui garanzie possono derivare dalla cassa integrazione), che non ci sia una parte di essi destinata all’esubero, al licenziamento.

Quindi, chiedo un momento di riflessione su questo punto, prima di dare un voto contrario. Mi rivolgo in particolare, ma non solo, com’è evidente, ai parlamentari di tutti i Gruppi, di tutte le forze politiche che hanno sul loro territorio queste fabbriche, dai quali questo tema è estremamente avvertito.

SALERNO (AN). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

SALERNO (AN). Signor Presidente, aggiungo la mia firma alla proposta di risoluzione n. 3, invitando anch’io i colleghi a leggerla molto attentamente.

RIPAMONTI (Verdi-U). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

RIPAMONTI (Verdi-U). Signor Presidente, intervengo per aggiungere la firma dei senatori del Gruppo Verdi-l’Ulivo alla proposta di risoluzione n. 4, perché essa è certamente condivisibile e per richiamare anche la maggioranza a guardare con attenzione a quanto prevede il dispositivo di tale proposta, ossia la concessione della cassa integrazione a rotazione settimanale, misura che va in direzione di quanto previsto dall’accordo FIAT-Governo presentato nei giorni scorsi alle parti sociali.

PAGLIARULO (Misto-Com). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PAGLIARULO (Misto-Com). Signor Presidente, aggiungo anch’io la mia firma alla proposta di risoluzione n. 4, motivandola in base alle ultime parole della stessa, cioè con la proposta di rotazione che garantisca "il rientro certo a tutti i lavoratori".

Poiché ho sentito, da parte di esponenti della maggioranza, che si auspica tale rientro certo, credo che, a maggior ragione, si potrebbe sottoscrivere una proposta di risoluzione che impegni il Governo, attraverso la rotazione settimanale della CIGS, a garantire un rientro certo a tutti i lavoratori del gruppo.

BONAVITA (DS-U). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

BONAVITA (DS-U). Signor Presidente, anch’io vorrei aggiungere la mia firma alla proposta di risoluzione n. 4.

DI SIENA (DS-U). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

DI SIENA (DS-U). Signor Presidente, chiedo anch’io di aggiungere la mia firma alla proposta di risoluzione n. 4.

SCHIFANI (FI). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

SCHIFANI (FI). Signor Presidente, potrei pregarla, data l’eterogeneità di voci dell’Aula, di riepilogare cortesemente la situazione attuale in cui versano le proposte di risoluzione - quelle ritirate e quelle con aggiunta di firme - al fine di una valutazione complessiva dello stato dei nostri lavori?

(E' pervenuta alla Presidenza la seguente richiesta di aggiunta di firme: alla proposta di risoluzione n. 4 dai senatori Battaglia Antonio, Muzio e Sodano Tommaso).

PRESIDENTE. Senatore Schifani, le proposte di risoluzione nn. 1, 2 e 5 sono state ritirate. Sono rimaste invece le proposte di risoluzione nn. 3, a firma Schifani e altri, e 4, a firma Malabarba e altri.

SCHIFANI (FI). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

SCHIFANI (FI). Signor Presidente, ritiriamo la proposta di risoluzione n. 3.

MALABARBA (Misto-RC). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MALABARBA (Misto-RC). Signor Presidente, il sottosegretario Sacconi è entrato in Aula a dibattito iniziato, ma potrebbe essere importante una sua opinione, visto che il ministro Marzano ha argomentato in termini più generici e generali, sulla questione, contenuta nella proposta di risoluzione n. 4, della praticabilità della rotazione della CIGS. Forse il suo parere è conforme a quello del Ministro, ma rimango ancora con un forte dubbio sul fatto che tale tipo di istituto non sia applicabile.

PRESIDENTE. Senatore Malabarba, mi sembra che il sottosegretario Sacconi intenda rimettersi a quello che ha detto il Ministro.

Passiamo alla votazione della proposta di risoluzione n. 4.

MACONI (DS-U). Chiediamo la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.

PRESIDENTE. Invito il senatore segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dal senatore Maconi, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.

(La richiesta risulta appoggiata).

 

Votazione nominale con scrutinio simultaneo

PRESIDENTE. Comunico che da parte del prescritto numero di senatori è stata chiesta la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, della proposta di risoluzione n. 4, presentata dal senatore Malabarba e da altri senatori.

Indìco pertanto la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.

I senatori favorevoli voteranno sì; i senatori contrari voteranno no; i senatori che intendono astenersi si esprimeranno di conseguenza.

Dichiaro aperta la votazione.

(Segue la votazione).

Il Senato non approva. (v. Allegato B).

Ringrazio il Ministro per la sua presenza.

Prima di procedere al successivo e impegnativo punto all'ordine del giorno, ritengo utile sospendere la seduta per alcuni minuti.

(La seduta, sospesa alle ore 17,44, è ripresa alle ore 18,02).

Discussione congiunta dei disegni di legge:

(1826) Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2003) (Approvato dalla Camera dei deputati) (Votazione finale qualificata, ai sensi dell'articolo 120, comma 3, del Regolamento)

(1827) Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2003 e bilancio pluriennale per il triennio 2003-2005 (Approvato dalla Camera dei deputati) (Votazione finale qualificata, ai sensi dell'articolo 120, comma 3, del Regolamento)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione congiunta dei disegni di legge nn. 1826 e 1827, già approvati dalla Camera dei deputati.

Ricordo che, ai sensi dell'articolo 120, comma 3, del Regolamento, le votazioni finali su entrambi i provvedimenti avranno luogo con votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico.

Richiamo al Regolamento

MORANDO (DS-U). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MORANDO (DS-U). Signor Presidente, in forza degli articoli 126, comma 4, e 126-bis del Regolamento del Senato, lei ha fornito all’Assemblea qualche settimana fa un giudizio sulla correttezza formale del prospetto di copertura della legge finanziaria. Noi non abbiamo eccepito, signor Presidente, come lei ricorderà, su quel parere. La forma, infatti, della legge di contabilità era rispettata malgrado l’utilizzo di ben 3,3 miliardi di euro derivanti da miglioramento del risparmio pubblico (che si mantiene negativo in entrambi gli anni di riferimento, cioè nel 2002 e nel 2003).

Come dicevo la forma era rispettata malgrado l'utilizzo di ben 3,3 miliardi di euro, derivanti da miglioramento del risparmio pubblico, per coprire gli oneri recati dalla legge finanziaria costituisse, non sul piano della forma ma in via di fatto, a nostro avviso, una patente violazione dell'articolo 81, quarto comma, della Costituzione.

Successivamente però (precisamente il 29 novembre), signor Presidente - ecco la questione che volevo sottoporle - è intervenuto il decreto del ministro Tremonti attuativo del cosiddetto decreto-legge taglia spese: un decreto ministeriale che riduce gli impegni e le disponibilità di tutti i Ministeri per circa 9 miliardi di euro (faccio una media tra la riduzione in termini di cassa e la riduzione in termini di competenza).

In presenza di tale decreto - questa è la questione che voglio porle ai sensi dell'articolo 126 e 126-bis del Regolamento, signor Presidente - il suo parere sulla correttezza formale della copertura delle legge finanziaria resta valido?

La questione non è, a mio avviso, manifestamente infondata, giacché è ovvio che un simile taglio alla spesa 2002, come quello determinatosi in forza del decreto ministeriale, non potrà che rendere meno negativo il risparmio pubblico 2002 rispetto a quello previsto in sede di assestamento. Le entrate correnti, infatti, restano quelle previste nell'assestamento, mentre le spese correnti si dovrebbero ridurre in maniera assai significativa.

Ma se il risparmio pubblico 2002 è meno negativo, se ne deduce che è meno lontano da quello, migliore, preventivato per il 2003. Quindi, la differenza fra il risparmio pubblico negativo del 2002 e quello negativo del 2003 non ammonterà più a 4,1 miliardi, come recita il prospetto di copertura della legge finanziaria, ma ad una cifra vicina allo zero.

Se è così però, signor Presidente, la legge finanziaria risulterebbe scoperta per almeno 3,3 miliardi di euro: a tanto ammonta, infatti, la quota di miglioramento del risparmio pubblico utilizzata nel prospetto di copertura.

Ne consegue, signor Presidente, che se lei dovesse esprimere oggi il suo parere, non lo darebbe negli stessi termini in cui lo ha dato 15 giorni fa, a mio giudizio. Dovrebbe, infatti, invitare il Governo a ritirare la legge finanziaria, a modificare il prospetto di copertura per renderlo compatibile con la legislazione vigente in questo momento giacché, secondo me, il decreto ministeriale del 29 novembre, entra a far parte di quella che chiamiamo legislazione vigente.

Naturalmente può darsi che io abbia torto e che il decreto taglia spese non influenzi in nulla e per nulla il prospetto di copertura della legge finanziaria. Le chiedo solo, signor Presidente, di non dichiarare manifestamente infondata la questione che ho posto e di chiedere al Ministro di intervenire immediatamente in Aula per rispondere a questo specifico quesito: se esistano cioè riflessi del decreto taglia spese sul prospetto di copertura della legge finanziaria e sugli strumenti legislativi propri della sessione di bilancio in cui siamo impegnati. Quando infatti risultasse, signor Presidente, che il decreto del Ministro dell'economia influenza significativamente il bilancio a legislazione vigente - come io credo - e la legge finanziaria per quello stesso anno, lei dovrebbe, a nostro avviso, prendere atto di questa realtà e modificare il suo parere, ex articoli 126 e 126-bis del Regolamento, con tutte le conseguenze del caso. (Applausi dai Gruppi DS-U e Mar-DL-U).

PRESIDENTE. Senatore Morando, mi lasci rispondere al suo cortese rilievo sulla questione della copertura delle legge finanziaria. Gli articoli del Regolamento cui lei ha fatto riferimento - il 126 ed il 126-bis - si riferiscono, come lei sa, alla fase dell'assegnazione, cioè se al momento dell'assegnazione, in cui il Presidente fa la sua comunicazione all'Assemblea, vi siano o meno gli estremi che lei ha ricordato. E in quella circostanza una risposta ho dato; una risposta formale che lasciava impregiudicato l'aspetto sostanziale, per così dire politico, che riguarda una disputa.

Lei mi ha chiesto se il mio giudizio sarebbe stato immutato, ove fossi stato a conoscenza del risultato di elementi intervenuti successivamente con riferimento all'approvazione del decreto taglia spese. Non posso rispondere su un'eventualità ex post; se quell'eventualità si fosse verificata allora, è probabile che la mia comunicazione all'Assemblea sarebbe stata diversa.

Non è però questa la circostanza; il caso in esame presenta un doppio aspetto formale e sostanziale. Dal punto di vista formale valgono l'assegnazione e le comunicazioni da me rese; dal punto di vista sostanziale interpellerò immediatamente il Presidente della 5a Commissione e il Ministro dell'economia, che ringrazio per aver accolto il nostro invito ad intervenire.

Quanto al rilievo circa la connessione tra il decreto taglia spese e la copertura della finanziaria, il decreto non modifica gli stanziamenti di competenza. I saldi di bilancio non risultano modificati, dal momento che il decreto si limita a restringere l'impegnabilità delle somme stanziate. In secondo luogo, va considerato che il decreto taglia spese concorre, insieme a tutti gli altri fattori in essere, alla determinazione giorno per giorno della gestione di bilancio; non è dato sapere al momento quale sia esattamente il risultato di gestione e conseguentemente non è possibile parametrare in progress il giudizio sulla copertura della finanziaria.

Non è un caso che la prassi costante e mai derogata ha assunto al riguardo il parametro del saldo che risulta dall'assestamento e che rappresenta l'ultimo dato certificato. Ciò vale per l'aspetto formale del rilievo da lei sollevato; rendendomi conto della portata delle sue osservazioni, senatore Morando, chiedo al Presidente della Commissione bilancio, senatore Azzollini, e al Ministro dell'economia, onorevole Tremonti, di fornire un'ulteriore risposta ad integrazione di quanto ho appena detto.

AZZOLLINI (FI). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

AZZOLLINI (FI). Signor Presidente, il senatore Morando ha già proposto in Commissione le osservazioni formulate ora in Assemblea; esse rivestono un'importanza notevole e vanno prese in seria considerazione perché pongono significativamente un problema di copertura dell'intera legge finanziaria.

Le osservazioni da lei fatte poc'anzi, signor Presidente, risolvono una parte significativa dei problemi posti dal senatore Morando, non rendendo necessaria la modifica della comunicazione da lei resa ex articolo 126 del Regolamento.

Va poi tenuto conto del fatto, importante, che in linea generale il giudizio di copertura viene dato ex ante e dunque contiene necessariamente un accentuato elemento previsionale. Tale elemento previsionale è costantemente ancorato alla ragionevolezza di quella previsione, ossia a quanto era ragionevole prevedere al momento della decisione sulla base delle informazioni disponibili.

Il senatore Morando pone anche un problema ulteriore, osservando che dobbiamo tenere conto del fatto che a legislazione vigente è non solo il decreto-legge ma anche il decreto taglia spese. Oltre alla questione relativa al giudizio ex ante devo ricordare che non è possibile, con riguardo alla legge finanziaria, stabilire qual è il momento in cui la previsione deve essere ragionevole e quindi la copertura deve essere modificata. In caso contrario, avremmo un progress, come ha detto prima il Presidente, continuo e sistematico sulla base non solo di leggi e decreti, come quelli di cui abbiamo parlato, ma anche di altre questioni.

Credo quindi che la ragionevolezza della previsione vada ancorata al momento iniziale ed ex ante; il giudizio del Presidente del Senato, ex articolo 126 del Regolamento, viene formulato in quel momento e ad esso rimane ancorato. Diversamente non si avrebbe mai certezza del momento in cui questa previsione dovrebbe essere determinata.

Pertanto, se sul piano sostanziale certamente occorre compiere alcune riflessioni, dal punto di vista formale nel senso più pieno del termine (trattandosi infatti del rilievo sulla copertura della legge finanziaria), credo non sia necessario rivedere il giudizio sulla copertura. (Applausi dai Gruppi FI e AN).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il Ministro dell'economia e delle finanze. Ne ha facoltà.

TREMONTI, ministro dell'economia e delle finanze. Signor Presidente, mi associo alle considerazioni fatte dal relatore. (Commenti dal Gruppo DS-U).

PAGANO (DS-U). Non è il relatore, è il Presidente della 5a Commissione.

TREMONTI, ministro dell'economia e delle finanze. Chiedo scusa all’Aula per questa imprecisione. Comunque, l’imprecisione del riferimento non cancella l’apprezzamento per la precisione delle considerazioni fatte dal senatore Azzollini.

BATTAGLIA Giovanni (DS-U). Se fosse venuto almeno una volta in Commissione, non avrebbe fatto questo errore, ma non è mai venuto!

PRESIDENTE. Colleghi, queste sono le considerazioni che ho chiesto di esprimere al Presidente della 5a Commissione e al ministro Tremonti, per cui ora possiamo riprendere la discussione dei disegni di legge di bilancio e finanziaria.

Ripresa della discussione congiunta dei disegni di legge nn. 1826 e 1827

PRESIDENTE. Comunico che le relazioni sono state già stampate e distribuite.

Ha chiesto di parlare, per integrare la relazione scritta il senatore Grillotti, relatore sul disegno di legge n. 1826. Ne ha facoltà.

GRILLOTTI, relatore sul disegno di legge n. 1826. Signor Presidente, rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi, il disegno di legge finanziaria fa riferimento ad alcuni capisaldi irrinunciabili.

Il primo elemento è la necessità di rispettare il parametro del Patto di stabilità e crescita a livello europeo, un tema nell’ambito del quale l’Italia non può che essere determinata e forte, perché rappresenta il 25 per cento del debito totale europeo e quindi per noi l’obbligo di rispettare il Patto di stabilità e il Trattato di Maastricht deve essere più stringente che per altri Paesi, i quali peraltro hanno maggiori difficoltà a rispettare tali parametri. L’Italia non ha chiesto deroghe, a riprova della ferma volontà di rispettare gli impegni presi.

Altro elemento fondamentale di questa finanziaria è costituito dagli impegni assunti dal Governo in occasione della sottoscrizione da parte delle associazioni e dei sindacati del Patto per l’Italia, all’interno del quale c’erano impegni assolutamente irrinunciabili, che puntualmente sono presenti nel testo in discussione, dimostrando così la volontà di rispettarli.

A tutto ciò si aggiunge un terzo elemento, non certo trascurabile, che tuttavia - non so come mai - da qualche anno totalmente sparito dal dibattito politico di questo Paese. Si tratta dell’importo del debito pubblico, che assorbe sistematicamente oltre 150.000 miliardi di vecchie lire per il solo pagamento degli interessi. Si tratta di un elemento vincolante, che costringe ed obbliga a provvedimenti rigorosi anche e soprattutto in momenti di difficoltà, aggiungendo così problemi a quelli che già abbiamo. Nonostante ciò, da ben sei anni il dibattito sul debito pubblico in questo Paese è sparito come d’incanto. Non se ne è più parlato da tre Governi a questa parte e adesso ovviamente torna alla ribalta come elemento determinante, perché non c’è possibilità di glissare su questo importo.

Presidenza del vice presidente FISICHELLA

(Segue GRILLOTTI, relatore sul disegno di legge n. 1826). La maggioranza aveva questi punti di riferimento dai quali non poteva prescindere, di conseguenza la finanziaria è costruita intorno e partendo da questi problemi di notevole rilevanza.

Siamo in una situazione economica di bassa crescita, di peggioramento del clima di fiducia internazionale, i consumi interni sono deboli, le difficoltà per le esportazioni permangono e non sono risolvibili a breve. Il cambio fisso e l'entrata in Europa erano un vantaggio da conseguire e da inseguire, poiché avrebbero consentito un abbattimento dei tassi di interesse (è importante sapere che un punto di interesse per noi vale 25.000 miliardi di vecchie lire).

L'entrata in Europa e il cambio fisso erano quindi obiettivi da inseguire e perseguire; di contro il cambio fisso ha ridotto notevolmente la nostra capacità competitiva all'interno del mercato europeo e oggi con la mondializzazione rende difficilissima anche all'Europa la competizione eventuale nel mercato mondiale.

Partendo da queste difficoltà, che non sono risolvibili a breve, i momenti di crisi e di sfiducia hanno prevalso su ogni tentativo di iniezione di fiducia fatto da questo Governo di centro-destra a partire dalla finanziaria precedente per giungere a quella attuale. Si tentava e si voleva inserire un momento di fiducia nella nostra comunità perché riprendesse voglia e capacità di investimento e di ripresa, ma poi i fatti dell'11 settembre e non solo quelli, compresi gli scandali finanziari d'alto bordo, hanno prodotto un clima di sfiducia, di cui il Governo di centro-destra non porta alcuna responsabilità, che ha avuto effetti più tosti di quelli prodotti dagli atti destinati a dare fiducia alla nostra comunità.

In questa situazione, nella finanziaria in discussione ci si è orientati a favorire soprattutto i ceti meno abbienti a partire dal mantenimento della prima formulazione dello sconto fiscale alle famiglie più povere, completando e continuando la linea ben precisa di sostegno e di aiuto alle famiglie della finanziaria precedente. Non ci si deve scordare che già allora gli interventi a favore delle famiglie numerose e monoreddito sono stati corposi, con l'eliminazione di 2.200.000 poveri in virtù del passaggio alla pensione minima, anzi più correttamente con la fuoriuscita dal reddito minimo di sopravvivenza di 13 milioni per coloro i quali non hanno redditi alternativi.

Quindi, una volta per tutte, sarebbe da chiarire che il Governo di centro-destra non ha detto che avrebbe dato la pensione di un milione a chiunque avesse la pensione minima: questo non risponde minimamente a verità. L'idea e l'intenzione erano di mantenere e di portare fuori dal livello di povertà di 13 milioni chiunque avesse avuto un reddito, e quindi non una pensione, al di sotto di questo importo. È un chiarimento che mi sembrava doveroso dopo un anno di dibattito forzatamente e volutamente distorto.

Oggi si è fatta un'altra riforma esclusivamente rivolta al basso reddito; si è continuato su questa strada, con la riduzione di due punti percentuali dell'IRPEG, cercando di favorire in qualche modo anche le imprese. Questo è un risultato che si vuole conseguire. Abbiamo detto che per favorire le esportazioni c'è bisogno di ricerca, tecnologia e prodotti nuovi necessari per rendere competitive le imprese in quanto sulla qualità sul versante dei prezzi ciò non sarà possibile per molto tempo.

Quindi, per avere una ripresa occorre in qualche modo incentivare i consumi interni, e ciò può essere effettuato in due modi, uno di centro-destra, che pensa di eliminare le imposte ai ceti meno abbienti, e uno di centro-sinistra, che pensa che se si aumentano gli stipendi si ottiene più capacità di spesa. Noi riteniamo che questa seconda strada renderebbe impossibile qualsiasi miglioramento della capacità competitiva delle nostre aziende.

L'impostazione di questa finanziaria è, per quanto ci riguarda, condivisibile per le scelte di fondo, basate sui pilastri contenuti nella finanziaria precedente e sulla loro continuazione. Si tenta, con determinati provvedimenti, di compiere un passo in avanti sulla strada della buona amministrazione intesa come capacità di spesa, di razionalizzare la spesa per il suo contenimento mirante alla riduzione del debito. Questa è la motivazione che ci porta alla creazione di fondi unici, non per egemonizzare, per comandare o per ripoliticizzare - come ci è stato detto - la scelta negli investimenti.

Noi siamo convinti che l’intervento nelle attività produttive andrebbe fatto con la riduzione corposa della pressione fiscale e la semplificazione in modo che ogni imprenditore sappia sempre cosa ha a disposizione. Ma siamo in un momento in cui, con le difficoltà e i debiti che il nostro Paese registra (non voglio stabilire certo le responsabilità), non è praticabile il tipo di provvedimento che noi avevamo in mente, cioè la riforma fiscale con due aliquote del 23 e 33 per cento, che da sole sarebbero in grado, secondo me, di ridurre almeno del 50 per cento elusione ed erosione, che invece sono state sistematicamente praticate nel nostro Paese e che hanno visto l’apice, con la tanto decantata super-DIT, che consentiva addirittura di non pagare tasse sugli utili purché le azioni avessero perso qualche valore nelle associate o nelle consociate.

La nostra impostazione prevede esattamente il contrario: fare in modo che elusione ed erosione non ci siano perché l’imposizione diventa condivisa da chiunque, quindi tutti pagano e si allarga la base imponibile. Ci sarebbe una copertura da trovare, ma mi sembra un controsenso, perché io sono fermamente convinto che una riduzione di imposta a tassi normali consentirebbe sicuramente un incasso superiore a fine anno in quanto, se tutti pagassero, anche se meno, sicuramente incasseremmo di più.

Dunque, la volontà di andare in questa direzione era limitata dalla mancanza di disponibilità; ci si è andati così solo per una piccola parte, sperando di fare meglio nel futuro e ci si è concentrati sul basso reddito, anche perché una riduzione sensibile delle imposte nelle fasce medie e povere dei contribuenti può favorire la crescita dei consumi interni. Infatti, secondo noi, questa maggiore disponibilità non può che essere destinata a beni di consumo, siano pure generi di largo consumo, riattivando in qualche modo il sistema dallo stop che stiamo registrando.

Quindi, le riduzioni delle imposte sono state operate con i nuovi scaglioni dell’IRPEF ed è stata prevista con deduzioni e detrazioni, la progressività dell’imposta, onde eliminare le sperequazioni più alte.

Si tratta di un metodo che, secondo noi, consente di preservare quel principio e presenta meno difficoltà o, perlomeno, identifica una soglia più stretta dei famosi cosiddetti incapienti, nuova categoria balzata alla cronaca nell’ultimo anno e mezzo. Prima non si era mai sentito parlare di incapienti da parte del Governo di centro-sinistra, eppure ce n’erano sette milioni e mezzo; noi abbiamo portato fuori dalla soglia di povertà solo 2.200.000 di essi e ci è stato detto che ne sono rimasti cinque milioni.

È ammessa quindi una nuova categoria e una nuova espressione è entrata nel dibattito politico. Laddove imposta non c’è, è inutile fare riduzioni. Dunque, nell’ambito delle riduzioni di imposta, è stata operata questa nuova scelta, che tra l’altro corrispondeva a un impegno contenuto nel Patto per l’Italia.

Abbiamo poi fatto un tentativo, anche qui con accuse di lesa maestà, ovviamente, per ridurre l’incidenza dell’IRAP. Abbiamo tentato di incidere sulla riduzione della base imponibile, perché sembrava assolutamente illogico, irrazionale e non normale ad alcuno che mastichi appena di finanza o di fiscalità che si possano pagare le tasse sul costo del lavoro e sul debito conseguito negli investimenti aziendali.

Quindi, se si dice che l’IRAP è una tassa o un’imposta, effettivamente è nella sua composizione la peggiore che noi si abbia mai visto: una tassa che non ha senso, che non ha riferimento alcuno al reddito, se non quello di prendere visione della denuncia dei redditi l’IRPEG, dell’anno precedente e fare un calcolo matematico a tavolino per stabilire quale gettito si sarebbe dovuto avere l’anno successivo; si è inventato il 4,25 o il 5,75 per cento solo per garantire il gettito in funzione delle denunce dei redditi degli anni precedenti. Si è cercato dunque di intervenire riducendo la base dell'imponibile e dando la facoltà di ridurre, almeno in parte, il costo del lavoro dalla base dell'IRAP.

Dal punto di vista delle entrate, nel disegno di legge finanziaria abbiamo cercato di porre l’attenzione sul concordato preventivo e sulla eventuale sanatoria, per la quale abbiamo ricevuto attacchi sufficientemente forti. Ritengo che una sanatoria o una sistemazione delle pendenze fiscali, mai come in questo momento sarebbe necessaria e logica, per il semplice fatto che, cambiando la normativa fiscale, avrebbe una valenza morale.

In questo Paese ho visto applicare molti condoni che lasciavano il regime fiscale inalterato ed erano destinati solo a fare cassa, senza avere alcun fondamento né logica in riforme fiscali mai attuate. Questa sanatoria estesa, partendo dal presupposto che si possa e si debba, nel momento in cui si cambia l'impostazione fiscale, pulire il pregresso per partire col nuovo, sarebbe tutto meno che scandalosa. Lo dico a titolo personale, quindi che nessuno metta in campo problemi morali nei miei confronti se si discute di sanatoria, perché ritengo che essa sia necessaria per chiudere pendenze che durano da anni.

E' inutile mettere in bilancio entrate che ammontano a 2000 miliardi di vecchie lire di multe quando 1500 miliardi riguardano, per cifre pari a 6 o 7 miliardi ciascuno, parrucchieri che non hanno rilasciato la ricevuta fiscale. Se vogliamo prenderci in giro, continuiamo a scrivere che dall'accertamento fiscale ricaveremo una barca di miliardi, ma se vogliamo essere seri, smettiamola di scherzare, prendiamo un'entrata certa, riassestiamo la situazione con il nuovo sistema fiscale e attiviamo tutti i controlli possibili, perché chi evade va colpito.

La tolleranza nei confronti dell'evasione fiscale deve assolutamente finire, però in un Paese in cui le tasse sono troppe e non pagarle diventa legittima difesa, bisogna invertire la tendenza, fare in modo che le tasse siano accessibili a tutti e studiare strumenti di controllo che puniscano chi non si adegua al nuovo sistema fiscale.

Mi fermo qui, perché nel dibattito sugli emendamenti e sugli articoli i colleghi avranno modo di scendere nel particolare meglio di quanto non abbia fatto io, che sono chiamato (sempre che ne sia in grado) a dare alcune risposte.

Voglio ora esaminare il lavoro svolto in sede di 5a Commissione. E' stato fatto quanto possibile, vista la difficile partenza, dovuta al tentativo di ostruzionismo collegato al provvedimento relativo alla devolution e ai circa 7.000 emendamenti che impedivano di fatto di discutere la finanziaria e di apportarvi positive variazioni. Per fortuna, le cose sono andate diversamente e devo riconoscere il buon lavoro svolto dai rappresentanti dell'opposizione, che hanno accettato di confrontarsi su temi e argomenti molto importanti, accedendo ad una bocciatura tecnica per gli emendamenti di minore entità.

Ciò ha consentito di portare a soluzione la questione dello sgravio fiscale del 36 per cento sugli interventi immobiliari effettuati da giugno. Abbiamo anche tentato di estendere il periodo a tutto l'anno e di riportare ai 77 milioni precedenti la cifra relativa agli investimenti. Colgo anzi l'occasione per fare un appello, perché questo è un tentativo che dovrà fare l'Aula: questo intervento è interessante se tutti i pilastri sono al posto giusto e se l'investimento è sufficientemente ampio. In Commissione si è arrivati, con il voto giustamente contrario dell'opposizione, solo a 48 milioni per l'intervento (quindi 95 milioni di intervento massimo ammesso), e a nove mesi invece di dodici.

Attraverso un regolamento si è poi normato il comparto dei videogiochi legalizzando finalmente un settore intorno a cui si suppone ruoti la malavita, anche grazie alla disorganizzazione dei controlli. Credo che nel regolamentare un settore, la norma dovrebbe escludere la possibilità di infiltrazione della delinquenza. Il fenomeno, purtroppo, non è eliminabile.

In Commissione si è detto che intorno ai videogiochi ruota il fenomeno della mafia, che starebbe dietro alle macchine truccate. Io rispondo dicendo che in questo Paese sono state effettuate anche scommesse sul calcio e nel totocalcio in nero ma non mi pare che per evitare il fenomeno si sia sospeso il campionato. E’ necessario regolamentare il settore ed essere sicuri che questo sia controllato.

Nel regolamento che abbiamo messo a punto è previsto il controllo telematico e tutte le possibilità di controllo e di verifica. Se si vuole, quindi, si potrà controllare tutto. Molte altre modifiche sono state accolte in Commissione ma il tempo a disposizione non mi consente di illustrarle tutte.

Con gli emendamenti approvati durante l’esame in Commissione, sono stati aboliti, in riferimento all’articolo 19, i commi 16 e 17 che, a mio parere e a parere di tutta la Commissione opposizione compresa, erano incomprensibili per il loro contenuto e posizionamento.

Siamo quindi riusciti ad eliminare delle storture e a migliorare dei passaggi. Sicuramente l’Aula può e dovrà fare meglio. In quanto relatore, dichiaro sin d’ora la mia disponibilità a confrontarmi sugli emendamenti sicuramente interessanti che per varie ragioni in 5a Commissione non hanno potuto trovare un dibattito serio e sereno perché, come ho già anticipato, i nostri lavori erano partiti con il piede sbagliato anche se siamo arrivati a buoni risultati.

Concludendo, ricordo all’Assemblea del Senato che il provvedimento, che conserva un impianto iniziale di strumento-sostegno dello sviluppo e dell’equità rivolto sicuramente ai ceti meno abbienti, coniuga il rigore di bilancio con la più ampia riduzione della pressione fiscale mai operata dai Governi di questo Paese. Rimando ad ulteriori discussioni nel prosieguo del dibattito. (Applausi dai Gruppi AN, FI, LP e UDC:CCD-CDU-DE).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare, per integrare la relazione scritta il senatore Izzo, relatore sul disegno di legge n. 1827. Ne ha facoltà.

IZZO, relatore sul disegno di legge n. 1827. Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli senatori, onorevoli rappresentanti del Governo, la manovra di finanza pubblica si compone, anche quest’anno, di due strumenti normativi che, nell’ambito degli indirizzi e delle regole delineati dal Documento di programmazione economica e finanziaria (DPEF) e la successiva nota di aggiornamento, assolvono alle specifiche funzioni loro assegnate dalla normativa contabile.

Nel corso della recente discussione congiunta dei disegni di legge di riforma della legge n. 468 del 1978 abbiamo già trattato il tema della riforma degli strumenti contabili e degli effetti della soppressione del collegato di sessione; su queste tematiche occorrerà tornare a discutere e mi auguro che sin dalla prossima finanziaria e legge di bilancio la normativa in vigore possa essere diversa, molto più snella e capace di essere rapida nella necessità di risposte che il Parlamento e i cittadini si aspettano.

Rammento solo che il disegno di legge, atto Senato 1492 del 2002, assegnava alla legge finanziaria un nuovo ruolo, coerente con le riforme recenti dell’ordinamento e con il concorso dei vari livelli di governo al raggiungimento degli obiettivi del patto di stabilità e crescita.

Rammento, altresì, che i nuovi articoli 117 e 119 della Costituzione, e l’autonomia finanziaria delle Regioni e degli enti locali ci imporranno, presto o tardi, di tornare a riflettere sulla coerenza complessiva dell’impianto contabilistico anche al fine di coordinare e uniformare i princìpi cui si ispirano i bilanci dei vari enti pubblici.

La valutazione del bilancio dello Stato a legislazione vigente non può perciò prescindere dalla constatazione della situazione di prolungata difficoltà dell’economia, su scala internazionale, che ha indotto ai rivedere in senso peggiorativo, con la Nota di aggiornamento al DPEF, sia le previsioni di crescita del PIL, sia gli obiettivi di finanza pubblica per l’anno in corso e per il 2003.

Tali previsioni sono state confermate dalla Commissione dell’Unione europea e prospettano uno sviluppo su scala internazionale che ha indotto a rivedere rapidamente la previsione dello sviluppo; sono, inoltre, emerse le reprimende ufficiali a Germania e Francia per i rispettivi, eccessivi disavanzi pubblici.

La crescita europea appare ancora dipendere, all’esterno, da quella americana e all’interno da quella tedesca. Visto che decisamente né l’una né l’altra appaiono particolarmente dinamiche, quella europea tende ad arenarsi.

Il 27 novembre scorso, la Commissione europea ha adottato proposte intese a rafforzare il coordinamento delle politiche di bilancio. Le regole di bilancio fondamentali restano invariate, ma nel contempo è stato rafforzato il concetto di correlazione tra le politiche di bilancio e le riforme strutturali necessarie nell’Unione.

Le politiche di bilancio degli Stati membri dovranno promuovere esplicitamente gli obiettivi della strategia di Lisbona. La comunicazione della Commissione contiene cinque indirizzi chiari per migliorare l’interpretazione del Patto di stabilità e di crescita. Essi si sostanziano nella necessità di tenere debitamente conto della congiuntura economica al momento della definizione degli obiettivi di bilancio a livello dell’Unione europea, nel prevedere disposizioni transitorie e chiare per i Paesi le cui necessità e le cui posizioni di bilancio sottostanti non sono vicine all’equilibrio o in attivo, nella necessità che le politiche di bilancio contribuiscano alla crescita e all’occupazione e nella necessità, infine, di dare maggiore peso al rapporto debito pubblico-PIL nel processo di sorveglianza del bilancio.

Nell’aggiornamento del programma di stabilità, la discesa del debito è sintetizzata in queste cifre: dal 109, 4 per cento del 2002 si passerà al 105 per cento nel 2003 e poi al 100,4 per cento nel 2004, fino a scendere sotto il fatidico tetto del 100 per 100 (per la precisione il 98,4 per cento) nel 2005. La riduzione del debito, pari a 13 punti rispetto al PIL nei prossimi anni verrà raggiunta soprattutto attraverso la riduzione del disavanzo, che si annulla tra il 2005 e il 2006 e per 3,4 punti dalle privatizzazioni.

Con riferimento all’anno in corso, le conseguenze negative sui conti pubblici della situazione economica generale si sono tradotte principalmente in un gettito delle entrate tributarie che si è dimostrato inferiore - purtroppo - non già e non solo alle previsioni, ma anche ai risultati dell’anno precedente.

Sulla base di questi parametri ed elementi, la stima del gettito IRPEF per il 2003 si attesta, in termini di competenza, intorno a 136 miliardi di euro, con un aumento di circa 6,7 miliardi di euro rispetto alla previsione dell’assestamento 2002, mentre la stima relativa all’IRPEG, pari complessivamente a 35,1 miliardi di euro, evidenzia una riduzione rispetto al dato dell’assestamento.

Il disegno di legge di bilancio per il 2003 e la relativa nota di variazioni prevedono, in termini di competenza e al netto delle regolazioni contabili e debitorie, entrate finali per 371,7 miliardi di euro e spese finali per 419,6 miliardi di euro. Di conseguenza il saldo netto da finanziare si colloca a 47,9 miliardi di euro.

Tenuto conto che la stima della spesa per interessi ammonta a circa 78,6 miliardi di euro, il bilancio dello Stato per il 2003 evidenzia un avanzo primario di 30,2 miliardi di euro, circa 6,3 miliardi di euro superiore a quello dell’assestamento 2002.

Il ricorso al mercato, che si determina in base al saldo netto da finanziare e alla spesa per rimborso dei prestiti che sono in scadenza nel 2003, ammonta a 272,4 miliardi di euro, a fronte dei 277 miliardi esposti nel bilancio assestato 2002 definitivamente approvato dalla Camera nella seduta del 27 novembre ultimo scorso.

Le spese correnti, pertanto, al netto degli interessi risultano pari a 287,4 miliardi di euro e registrano, rispetto alle previsioni dell’assestamento, un incremento di 8,9 miliardi.

Nell’ambito della spesa corrente, la spesa per interessi, che nell’assestamento è valutata in 76,5 miliardi di euro, nelle previsioni per il 2003 dovrebbe attestarsi a 78,6 miliardi di euro, con un aumento di 2,1 miliardi di euro, pari al 2,7 per cento.

L’entità della spesa per interessi è stata prevista alla luce, da un lato, dell’ammontare complessivo della struttura del debito dello Stato e, dall’altro, delle stime relative all’evoluzione dei tassi d’interesse, nonché all’andamento del fabbisogno del settore statale e alle relative modalità di copertura.

Passando alle previsioni di cassa per il 2003 il disegno di legge di bilancio reca, al netto di regolazioni debitorie e contabili, previsioni relative agli incassi e ai pagamenti finali pari, rispettivamente, a 384,4 miliardi e a 465,9 miliardi di euro, in base alle quali risulta un saldo netto da finanziare pari a 81,4 miliardi di euro. Il valore del saldo è lievemente più alto rispetto a quello dell’assestamento 2002, che risulta pari a 75,8 miliardi di euro.

Nella predisposizione del disegno di legge di bilancio a legislazione vigente, d’altronde, le previsioni di cassa sono definite sulla base, da un lato, delle rispettive previsioni di competenza, dall’altro dell’entità dei residui. Il volume complessivo dei residui passivi di conto capitale risulta enormemente inferiore a quello evidenziato sia nel bilancio di previsione per il 2002 che nell’assestamento.

Per gli anni successivi al 2003, in corrispondenza con una riduzione dell’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche, che, sulla base degli obiettivi indicati nella nota di aggiornamento al DPEF, dovrebbe assestarsi allo 0,6 per cento del PIL e allo 0,2 per cento nel 2005, il bilancio pluriennale programmatico prevede un percorso di riduzione del saldo netto da finanziare dai 46,5 miliardi del 2004 ai 42 miliardi di euro del 2005, mentre l’avanzo primario passerebbe dai 33,5 miliardi del 2004 ai 40 miliardi del 2005.

Gli effetti finanziari prodotti dal disegno di legge finanziaria per il 2003, approvato con importanti modifiche dalla Camera dei deputati, sono stati introdotti con la nota di variazione nel bilancio di previsione dello Stato per l’anno 2003 e in quello pluriennale 2003-2005, insieme alle contenute variazioni apportate nel corso dell’esame allo stesso progetto di bilancio a legislazione vigente (appena sei emendamenti complessivamente).

Le modifiche apportate dalla Commissione bilancio del Senato, al disegno di legge di bilancio, sono di portata non rilevante ed hanno riguardato il trasferimento di una quota di risorse destinate ai servizi tecnici, nello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze ad altre pertinenti unità previsionali di base dello stesso stato di previsione, nonché di quelli del Ministero delle infrastrutture e trasporti e del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio. Un ulteriore emendamento approvato ha operato la correzione di un errore formale.

In conclusione, non si può fare a meno di rilevare che, di fronte ad una situazione economica generale caratterizzata da una prolungata situazione di criticità, da un lato, non è stato più possibile continuare a beneficiare della sensibile riduzione della spesa per interessi che si è registrata nella seconda metà degli anni novanta; dall'altro il Governo e la maggioranza non hanno inteso ricorrere a quelle modalità di intervento, rappresentate dall'inasprimento della pressione fiscale e dalla drastica riduzione degli stanziamenti in conto capitale, che, insieme alla minore spesa per interessi, hanno permesso di conseguire nel periodo sopra ricordato il miglioramento dei conti pubblici.

Al contrario, il Governo e la maggioranza hanno avviato una riforma generale del sistema tributario, volta a ridurre in modo permanente il carico fiscale che grava sulle famiglie e sulle imprese, e, nonostante le difficoltà di reperire risorse nell'ambito del bilancio dello Stato, hanno definito un programma ampio e ambizioso di potenziamento della dotazione di infrastrutture del Paese, cercando anche di concentrare anche nel Mezzogiorno - mi auguro che in questa direzione il Governo possa muoversi in modo da ritrovare quel riequilibrio indispensabile tra le due parti del Paese al fine di promuovere lo sviluppo complessivo - attraverso una complessiva riforma del quadro normativo e l'elaborazione di modalità di finanziamento alternative.

Occorre obiettivamente riconoscere al Governo il merito di essere riuscito a portare avanti, in condizioni assai difficili, una parte importante delle riforme scritte nel proprio programma, senza tuttavia venire meno agli impegni assunti nell'ambito dell'Unione economica e monetaria e all'obiettivo di completare il risanamento della finanza pubblica. Anche attraverso soluzioni innovative, quali la cessioni degli immobili pubblici attraverso operazioni di cartolarizzazione, la regolarizzazione delle attività detenute all'estero, la creazione della società Infrastrutture S.p.A., è stato possibile non rinunciare ad un programma profondamente riformatore senza mettere a repentaglio la stabilità finanziaria.

È anzi innegabile che dai conti pubblici e dal bilancio dello Stato esposto nel disegno di legge al nostro esame emergono, sia con riferimento alla situazione presente che alle prospettive dei prossimi anni, una tenuta ed una evoluzione migliore rispetto a quelle dei conti dei principali partner europei.

È necessario perseguire il rigore di bilancio, ma non si può frenare lo sviluppo. E allora, l'augurio è che il tasso di sviluppo possa raggiungere sempre dei livelli maggiori, che il differenziale possa acuirsi, e quindi che si possano creare sempre maggiori disponibilità per rilanciare lo sviluppo della nostra Italia.

Concludendo, signor Presidente, sono queste le ragioni che motivano un giudizio ampiamente favorevole sul disegno di legge di bilancio per il 2003. (Applausi dal Gruppo FI)

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare, per integrare la relazione scritta, il senatore Ripamonti, relatore di minoranza sui disegni di legge nn. 1826 e 1827. Ne ha facoltà.

RIPAMONTI, relatore di minoranza sui disegni di legge nn. 1826 e 1827. Signor Presidente, vorrei fare alcune integrazioni alla relazione scritta ed esporre alcuni punti. Mi concederà, Presidente, di ripartire dal problema della copertura della legge finanziaria. Questa copertura si realizza attraverso l'utilizzo di una quota del miglioramento del risparmio pubblico.

Dico subito, signor Presidente, che noi riteniamo questa una decisione grave - lo abbiamo già detto anche in altre sedi - e soprattutto un precedente pericoloso. La Presidenza del Senato secondo il Regolamento ha assunto una decisione autonoma in rapporto alla copertura finanziaria. Noi riteniamo che avrebbe dovuto assumere una decisione più rigorosa e più attenta agli equilibri.

Vengono utilizzati circa 3 miliardi di euro di miglioramento del risparmio pubblico per coprire oneri correnti. Solo che il risparmio pubblico - lo abbiamo già ripetuto in diverse sedi - è quest'anno di segno negativo. Ciò è dovuto al calo impressionante delle entrate assestate; il senatore Morando ci ha appena spiegato questa questione sotto un altro profilo.

Un tale impressionante calo delle entrate fa passare il risparmio pubblico da più 8 miliardi di euro circa a meno 8 miliardi di euro. L'artificio contabile è che si utilizza il risparmio pubblico, sempre negativo del progetto di bilancio per il 2003 (per 3,9 miliardi di euro), che, rispetto ai meno 8,2 miliardi dell'assestamento 2002, rappresenta un "miglioramento": ma si tratta di un miglioramento risultante dalla differenza tra due valori di segno negativo.

Guardate, noi riteniamo che questo sia un dato clamoroso. È la prima volta che succede una cosa di questo tipo e diciamo che forse ci voleva proprio il giocoliere onorevole ministro Tremonti, per attuare una tale misura. La realtà è che si emetteranno titoli di debito per finanziare oneri correnti.

La seconda questione riguarda i conti pubblici. Noi riteniamo che vadano male, in particolare il deficit ed il debito. Vi è stato il dato sul fabbisogno di novembre che, a detta del Governo, è un dato incoraggiante. Siamo di fronte all'anticipo dell'anticipo, cioè l'anticipo delle cartolarizzazioni. (Commenti del ministro Tremonti). Questo è il dato, signor Ministro, se poi lei avrà la bontà di intervenire, potrà spiegarci il suo pensiero.

Aspettiamo comunque con trepidazione il suo intervento, Ministro, perché ci interessa anche sapere se le banche hanno effettuato l'operazione di anticipazione senza interessi.

Nonostante il decreto salva-deficit di questi giorni, non è certo che il rapporto deficit-PIL relativo al 2002 sarà del 2,1 per cento, probabilmente sarà superiore. Signor Presidente, questo Governo e questa maggioranza hanno modificato per decreto la legge di contabilità, noi riteniamo che abbiano espropriato il Parlamento; persino il Consiglio dei Ministri è posto sotto tutela.

È un po’ patetica la dichiarazione odierna della signora ministro Moratti circa il taglio di risorse disposto dal decreto salva-deficit: dov'era la signora ministro Moratti durante tutto questo tempo? Non sapeva che il ministro Tremonti aveva in mente di adottare questa misura?

Non è dato sapere qual è la rilevanza dello scostamento tra previsioni e spese accertate, eppure per decreto il Ministro taglia circa il 15 per cento delle spese non obbligatorie di tutti i Ministeri. Il paradosso è che sono penalizzati i Ministeri più virtuosi, quelli cioè che, avendo programmato meglio la spesa nel corso dell'anno, hanno maggiori residui, oppure i Ministeri caratterizzati da una prevalenza di spesa in conto capitale, come il Ministero delle infrastrutture. Siamo certi che ciò il prossimo anno non accadrà più perché i Ministeri oggi penalizzati, durante i primi mesi dell'anno prossimo, faranno di tutto per utilizzare il massimo delle risorse a disposizione, creando disequilibrio nei conti dello Stato.

Quanto alla questione del debito, è realistico prevedere un peggioramento per questo anno; probabilmente sarà superato il rapporto del 110 per cento rispetto al PIL ed è la prima volta che ciò accade dal 1994.

Si effettuano operazioni contraddittorie, mi riferisco ad esempio alla notizia di questi giorni relativa all'immissione sul mercato dei residui titoli Telecom di proprietà del Ministero del tesoro. È un'operazione contraddittoria sia rispetto a quanto affermato dal Ministero del tesoro sia in relazione al fatto che proprio in questo momento i titoli sono al livello più basso.

È un'ulteriore dimostrazione del fatto che il Ministero sta cercando in tutti i modi di raschiare il fondo del barile per portare a casa un po’ di soldi freschi. L'operazione più allarmante è l'operazione swap: vecchi debiti trentennali con la Banca d'Italia di 42 miliardi circa, ad un tasso di interesse all'1 per cento, sono trasformati in una nuova emissione di poco più di 15 miliardi di euro al tasso del 5,38 per cento: è proprio un capolavoro! In questo modo si riduce l'ammontare del debito per circa 25 miliardi ma si aumenta la spesa per interessi, che passerebbe da 420 milioni a 800 milioni: un vero capolavoro! Si diminuisce il debito ma si aumenta il deficit, siamo all'alchimia finanziaria.

Infine, vorrei fare un accenno alla proposta della Commissione circa le nuove regole per il patto di stabilità. L'onorevole Berlusconi ha detto che l'Italia non avrà problemi a rispettare il nuovo patto, anche se ci vorrà più tempo per raggiungere il pareggio, perché bisogna tener conto giustamente del non favorevole ciclo economico.

Credo che l’onorevole Berlusconi finga di non capire. Innanzitutto, non ci sarà più solo il controllo sul deficit, ma anche quello sul debito; in secondo luogo, i Paesi che hanno un debito superiore al 60 per cento dovranno ridurre il deficit con maggiore intensità e dovranno presentare un piano di riduzione del debito pari ad almeno il 4 per cento annuo; infine, dovranno essere adottate misure strutturali e non una tantum. Questa sembra una regola, un vestito nuovo cucito addosso a noi, fatto apposta per il nostro Paese. Questo succede, a mio avviso, perché abbiamo perso credibilità ed affidabilità a livello internazionale.

Il ministro Tremonti afferma che la Commissione europea può proporre ciò che vuole, ma alla fine quello che conta è la politica. Ebbene, io ritengo che in questo momento noi siamo isolati, perché quelli che dovrebbero essere i nostri alleati - mi riferisco alla Francia e alla Germania - hanno già espresso un orientamento positivo su tale proposta, semplicemente perché hanno un livello del debito che non è come il nostro, ma vicino al 60 per cento e quindi quella regola potrebbe andar bene per loro.

Signor Presidente, avviandomi alla conclusione, vorrei toccare brevemente un tema tornato all’attenzione negli ultimi giorni. Si tratta del dibattito sulla competitività del nostro Paese. Abbiamo un livello di inflazione pari al 2,8 per cento, più alto rispetto alla media dell’Unione europea dello 0,75 per cento. Abbiamo un’inflazione più alta di due punti rispetto alla Germania e di un punto rispetto alla Francia. È evidente che in queste condizioni i nostri prodotti non sono competitivi. Noi siamo nella situazione peggiore, perché rispetto agli altri Paesi abbiamo una crescita inferiore ed un'inflazione più alta.

C’è stata una sottovalutazione da parte del Governo sul cambio lira-euro. Non si sono adottate le misure necessarie di monitoraggio e di controllo, né quelle tese a garantire che ci fossero accordi con le categorie della vendita al dettaglio e non sono stati adottati strumenti di dissuasione. L’unico strumento adottato è il decreto blocca-tariffe, un provvedimento inefficace, controproducente ed incoerente rispetto alle regole di mercato.

Vi sono poi ritardi rispetto ai programmi di liberalizzazione avviati dai Governi dell’Ulivo: mi riferisco al settore del gas e dell’energia e ai progetti di liberalizzazione dei servizi pubblici locali. Vedremo cosa succederà in Aula nei prossimi giorni su tale questione.

Infine, signor Presidente, desidero soffermarmi su un argomento che a noi sta particolarmente a cuore e che riguarda anche la capacità del nostro Paese di essere più competitivo. Mi riferisco alle politiche per la sostenibilità. Non è un’idea romantica di alcuni ambientalisti. La sostenibilità può diventare - e lo sta diventando nei Paesi maturi - un fattore di regolazione dei mercati, di aumento della competitività dei prodotti, di innovazione tecnologica per vivere e lavorare meglio pesando meno sugli equilibri ecologici. Questo Governo e questa maggioranza non capiscono il problema. Voi siete indietro rispetto a questo tema e state portando indietro il nostro Paese rispetto ai processi che avevamo avviato su queste politiche.

Quindi, signor Presidente, noi presenteremo, anche attraverso gli emendamenti, un progetto di politica economica alternativa, ma su questioni fattibili, realizzabili da subito. Noi stiamo tentando con le nostre proposte di prefigurare dall'opposizione una proposta di Governo diversa da quella della maggioranza.

Infine, signor Presidente, circa il nostro comportamento in Aula, noi confermiamo quello che abbiamo tenuto in Commissione, dove abbiamo proposto in modo unilaterale (non perché ci è stato chiesto da altri, l'abbiamo proposto noi) di concentrare la discussione sui temi rilevanti. Questo abbiamo fatto in Commissione e questo faremo anche in Aula.

Ci siamo accorti che la discussione sui temi rilevanti ha evidenziato in alcuni passaggi delle divisioni forti all'interno della maggioranza; l'abbiamo constatato, per esempio, sulla proposta relativa ai servizi pubblici locali. Noi riconfermiamo questo atteggiamento e ribadiamo la nostra opposizione, la più rigorosa e radicale possibile, alla proposta - se ci sarà, come ci sembra stando alla relazione di maggioranza - relativa al condono fiscale tombale. (Applausi dai Gruppi Verdi-U, DS-U, Misto-COM e Mar-DL-U).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare, per integrare la relazione scritta, il senatore Scalera, relatore di minoranza sui disegni di legge nn. 1826 e 1827. Ne ha facoltà.

SCALERA, relatore di minoranza sui disegni di legge nn. 1826 e 1827. Signor Presidente, onorevoli colleghi, credo che l'esame del bilancio di previsione per l'anno finanziario 2003, prima di valutare il grado di attendibilità del quadro macroeconomico e delle previsioni di bilancio presentate dal Governo, debba innanzitutto tener conto dei risultati effettivamente conseguiti da questo Governo dall'inizio della legislatura, come emersi non da una nostra valutazione, ma dall'ultimo rendiconto generale dello Stato e dall'assestamento di bilancio relativi rispettivamente agli anni 2001 e 2002.

La valutazione di questi documenti di bilancio offre a tutti noi un'aritmetica che riteniamo chiara e che riteniamo evidente nei suoi contenuti; un'aritmetica che non lascia spazio - mi consenta il signor Ministro - a quella spirale di dichiarazioni di intenti e di ottimistiche rappresentazioni di scenari futuri cui il Governo e questa maggioranza sembrano ormai averci abituati.

Il quadro complessivo emerso dalla valutazione a posteriori dei risultati gestionali è apparso quindi sostanzialmente allarmante. Tutti i saldi hanno presentato un chiaro ed evidente peggioramento - sia in termini di competenza, sia in termini di cassa - rispetto alle previsioni iniziali contenute nella legge di bilancio 2002.

In particolar modo, tenendo conto delle variazioni proposte con il disegno di legge di assestamento, che si aggiungono all'incidenza negativa delle variazioni apportate con atto amministrativo, il saldo netto da finanziare è aumentato, in termini di competenza, del 10,4 per cento e, in termini di cassa, del 13,4 per cento, in corrispondenza di un peggioramento di 7.389 milioni di euro.

Con il saldo netto da finanziare sono peggiorati anche l'avanzo primario, che si è ridotto del 7,8 per cento e del 26,2 per cento rispettivamente per quanto riguarda la competenza e la cassa, e lo stesso risparmio pubblico in termini di cassa, arrivato a registrare un suo significativo peggioramento fino al 41 per cento.

Un ulteriore elemento sul quale credo sia importante e utile riflettere e meditare è emerso dai documenti di bilancio a consuntivo, ed è la vistosa crescita dei residui, sia attivi, sia passivi. Questi ultimi sono aumentati di circa il 40 per cento, con un incremento concentrato soprattutto sui trasferimenti alle Regioni e in particolare sul Fondo sanitario nazionale e sul Fondo per il federalismo fiscale.

In definitiva, se volessimo tracciare una sintesi di questa nostra valutazione, confrontando i risultati gestionali ormai assestati conseguiti dall’attuale Governo con il bilancio di previsione e, soprattutto, con i contenuti - del tutto privi di impatto strutturale - della manovra di bilancio per il 2003, ricaveremmo sostanzialmente uno scenario incerto e nebuloso per le finanze pubbliche e per le prospettive di crescita del Paese, su cui gravano ancora pesanti, chiare incertezze, accresciute dalle suggestioni "creative" che lei, signor Ministro, ha avuto modo di proporci in questi mesi.

Tra gli interventi di "finanza creativa" destinati ad avere un fortissimo impatto strutturale sul sistema di copertura delle leggi di spesa e, in generale, sull’attuale modello di finanza pubblica, figura il cosiddetto decreto "blocca-spesa", cioè il decreto-legge n. 194 del 2002. Si tratta, in sostanza, di un intervento legislativo tanto più allarmante per il corretto svolgimento della dialettica istituzionale tra il nostro Governo e il Parlamento in quanto, attraverso lo strumento della decretazione di necessità e d’urgenza, alla vigilia della presentazione alle Camere dei disegni di legge finanziaria e di bilancio per il 2003, che già recepiscono nell’articolato le modifiche introdotte dal decreto, senza alcun riguardo per il processo di conversione in legge che era ancora in corso in Parlamento, si configura sostanzialmente una violazione chiara delle disposizioni di cui alla legge di contabilità n. 468 del 1978, che prevede come, durante la sessione di bilancio, non possano essere certamente modificate le norme di legge che regolano la sessione stessa.

Il decreto-legge n. 194 del 2002, conferendo al Ministro dell’economia e delle finanze il potere di disporre, con propri decreti, la limitazione all’assunzione di impegni di spesa o all’emissione di titoli di pagamento a carico del bilancio dello Stato (sia pure con l’esclusione di alcune tipologie di spesa, in presenza di uno scostamento rilevante da non meglio specificati obiettivi generali), presenta chiaramente quello che alcuni colleghi hanno già rilevato come manifesto profilo di illegittimità costituzionale, in quanto vìola la riserva di legge di cui all’articolo 81, primo comma, della Costituzione, pregiudicando sostanzialmente l’equilibrio costituzionalmente garantito tra i poteri del Governo e del Parlamento in materia di politica di bilancio.

Le disposizioni di cui allo stesso decreto-legge, implicando il disconoscimento sostanziale dell’esistenza di posizioni giuridiche a contenuto patrimoniale, intestate a soggetti individuali o a imprese, che possano essere fatte valere come diritti soggettivi, comportano di fatto la retrocessione di tali posizioni giuridiche ad una condizione sostanziale di soggezione permanente ad una clausola sospensiva: se lo stanziamento previsto si rivela infatti insufficiente, l’erogazione delle prestazioni si blocca automaticamente.

Io mi chiedo e le chiedo, signor Ministro, in queste condizioni, quale politica di sviluppo può essere perseguita con successo; manca, in effetti, ogni reale prerequisito di certezza del diritto, indispensabile per la possibilità di alimentare la fiducia degli operatori economici e dei cittadini stessi.

Utilizzando le modalità di cui all’articolo 1, comma 3, del decreto-legge "blocca-spese", il Governo ha effettivamente proceduto - con il decreto del 29 novembre 2002 del Ministro dell’economia e delle finanze - ad una limitazione degli impegni e dell’emissione di titoli di pagamento per le amministrazioni centrali dello Stato, oltre che ad una riduzione delle spese di funzionamento per gli enti ed organismi pubblici non territoriali.

La relazione, nonché lo stesso schema di decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, trasmesso, come sempre, preventivamente al Parlamento e recante l’atto di indirizzo per l’adozione del citato decreto ministeriale, erano risultati privi di qualsiasi elemento informativo sotto il profilo quantitativo; non erano stati indicati, in questo senso, né l’entità dello scostamento previsto per il fabbisogno, né, onorevoli colleghi, alcun elemento utile a valutare il contesto dei fattori che potrebbero determinare tale scostamento.

I chiarimenti forniti in quell’occasione dal Governo quantificavano lo "scostamento rilevante" del fabbisogno relativo ai primi dieci mesi del 2002, rispetto allo stesso periodo del 2001, in circa 11.000 milioni di euro, che al netto degli introiti derivanti da operazioni di cartolarizzazione immobiliare e degli effetti delle operazioni effettuate nell’anno precedente - ma comunque contabilizzate, in base alla decisione Eurostat, nell’anno in corso - ammonta a circa 5.000 milioni di euro.

In realtà, l’entità effettiva dello "scostamento" al momento dell’adozione dell’atto di indirizzo non era quantificata, né quantificabile e lo stesso Parlamento era stato lasciato sostanzialmente all’oscuro, senza alcun reale momento o elemento di tipo conoscitivo. Nei fatti, i contenuti della manovra di bilancio per il 2003 configurano, in effetti, un serio e chiaro peggioramento dell’efficienza della pubblica amministrazione.

Un peggioramento, lo sappiamo tutti, purtroppo tristemente destinato a ripercuotersi pesantemente sui cittadini, soprattutto sui loro servizi, con una netta inversione di tendenza rispetto al processo di razionalizzazione, decentramento e responsabilizzazione dei centri di erogazione dei servizi che i Governi di centro-sinistra avevano cominciato ad attuare attraverso un sensibile, positivo ed utile mutamento nel rapporto dei cittadini con la pubblica amministrazione.

Ad aggravare tale quadro complessivo credo ci sia anche il progressivo spostamento verso la periferia dei costi del supposto rigore finanziario dello Stato, un rigore che di fatto si è tradotto soprattutto in una compressione dell’autonomia finanziaria delle Regioni, ormai pienamente riconosciuta dalla riforma del Titolo V della Costituzione.

In questo senso, mi sembra utile ricordare che, nell’ambito dei trasferimenti alle amministrazioni pubbliche, i minori trasferimenti alle Regioni, a bilancio assestato, ammontano a circa 1.096 milioni di euro. In questo senso, le politiche di questo Governo, che pure è il primo a misurarsi con il nuovo quadro costituzionale, si distinguono chiaramente per un grado di centralismo e di statalismo che per certi versi ci pare estremamente inedito e anche nuovo.

Il profilo della manovra di bilancio per il 2003 - dominato, come detto, da interventi di carattere contingente o microsettoriale - non chiarisce certamente alcuni punti cruciali, alcuni nodi e interrogativi circa l’effettivo indirizzo di finanza pubblica che il Governo intende perseguire. Resta ancora sospesa nella nostra discussione una serie di questioni importanti, per molti versi decisive.

Innanzitutto, il Tesoro si appresta a compiere ulteriori cartolarizzazioni di immobili per oltre 6 miliardi di euro, in aggiunta a quelle effettuate nello scorso anno, per le quali aveva fornito stime di gettito poi rivelatesi puntualmente sbagliate.

In secondo luogo, nessuna garanzia aggiuntiva è stata fornita circa la congruità delle attuali stime del Governo rispetto ai criteri Eurostat. Infine, alcuni emendamenti presentati dalla maggioranza in Commissione bilancio prefigurano operazioni di emissione di bond o cartolarizzazioni da parte di Regioni, enti locali, enti pubblici vari. A queste si aggiungerebbero le operazioni che il Tesoro intenderebbe portare avanti attraverso le neonate società "Infrastrutture Spa" e "Patrimonio Spa". A fronte di tale instabile, confuso e multiforme programma di cartolarizzazioni varie non è fornita alcuna valutazione degli effetti di queste operazioni sul costo del debito, né è reso noto come saranno recepite nell'ambito della contabilità pubblica.

Tra l'altro, la manovra di finanza pubblica relativa al prossimo anno appare in larga misura basata sui cosiddetti concordati per gli anni pregressi e sulla probabile sanatoria delle liti fiscali pendenti.

Al fine della contabilità pubblica, essendo queste entrate relative ad imposte maturate negli anni trascorsi, appare quanto meno dubbio che sia corretto imputare le relative entrare al prossimo anno e non agli anni passati ai quali i concordati stessi fanno riferimento.

Nel presentare la legge finanziaria in Parlamento, il Ministro dell’economia e delle finanze ha dichiarato che la prima tranche di manovra dell’IRPEF in essa contenuta è al momento solo un anticipo rispetto all’intera riforma da completare entro la fine della legislatura. Ma nell’aggiornamento del Patto di stabilita (che giunge fino al 2006) di questa riforma non vi è traccia: il dubbio - che, se ci consente, signor Ministro, non appare nemmeno troppo appassionante - è che il Governo italiano, in materia di finanza pubblica, parli un linguaggio diverso in sede europea, riservando al Parlamento italiano solo vaghe e indeterminate prospettive di riforma.

Una valutazione analitica complessiva della manovra di bilancio presentata al Parlamento evidenzia come non vi sia una reale coerenza fra il percorso di riduzione del debito ipotizzato nel Documento di programmazione economico-finanziaria (DPEF) e nella relativa Nota di aggiornamento e i livelli del fabbisogno, del disavanzo, delle entrate straordinarie da privatizzazioni e cartolarizzazioni, del PIL previsti negli stessi documenti. Lo scostamento raggiunge già nel 2003 alcune decine di miliardi di euro, per allargarsi fino a cifre che definirei certamente iperboliche negli anni a venire.

Il Ministro dell’economia e delle finanze, interrogato nel corso di un’audizione parlamentare, non ha a tutt’oggi fornito su questo tema, voglio sottolinearlo, nessuna risposta ufficiale.

Allora, appare chiaro ed evidente che il bilancio di previsione e la complessiva manovra finanziaria per il 2003 evidenziano la totale assenza di vere politiche di rigore e di sviluppo.

Se i mercati dovessero cominciare a percepire le finanze pubbliche italiane come opache e confuse, reagirebbero alzando il premio per il rischio che essi pretendono per finanziare il nostro debito. Dato il livello enorme di questo debito, un rialzo anche piccolo del tasso d’interesse finirebbe per farci precipitare di nuovo nella spirale interessi-disavanzo corrente-debito-interessi, con effetti chiari per il benessere e, come ha giustamente rilevato il collega Ripamonti, soprattutto per la credibilità che il nostro Paese deve ancora sostenere nei rapporti con la realtà europea.

Quanto al rigore, come si è detto, si sta realizzando nei fatti la definitiva dispersione del risanamento effettuato dal 1996 in poi (il deficit era al 7,2 per cento del PIL nel 1996 ed è arrivato all’uno per cento nel 2000). In più, il livello di percezione del rigore finanziario delle politiche di spesa appare oggi sostanzialmente, gravemente compromesso dalla sistematica approvazione, nel corso di questa legislatura, di leggi prive di copertura finanziaria.

Per via legislativa sono stati inoltre effettuati sconti e si annunciano ulteriori regali agli evasori fiscali, con pregiudizio chiaro rispetto ai livelli di legalità e regolarità faticosamente raggiunti, e si è assicurata protezione ai falsificatori di bilanci, in controtendenza con gli orientamenti legislativi di tutte le democrazie mondiali a capitalismo maturo e, soprattutto, in chiara ed evidente contraddizione con la disciplina comunitaria.

Anche sul fronte dello sviluppo i risultati sono ormai riconoscibili sostanzialmente come risultati disastrosi. La disciplina di emersione della "Tremonti-bis", per esempio (lei, signor Ministro, su questo dovrebbe darci qualche puntuale risposta), si e` dimostrata un clamoroso fallimento. La relazione tecnica del Governo che accompagnava il provvedimento aveva stimato le maggiori entrate derivanti dalle regolarizzazioni per il 2001 in una cifra pari a 3.480 miliardi di vecchie lire (e 261 miliardi di vecchie lire provenienti dai lavoratori), per un numero di lavoratori interessati alla regolarizzazione valutato in 900.000 unità, corrispondenti al 25,7 per cento del totale dei lavoratori irregolari.

I risultati, purtroppo, sono stati assai diversi. Il numero complessivo delle dichiarazioni è risultato di 159, per un numero di lavoratori interessati pari ad appena 430. In corrispondenza, l’imposta sostitutiva dovuta è risultata pari solo a 415.235 euro (appena 800 milioni di vecchie lire), lasciando supporre pesanti correzioni al ribasso anche per il prossimo Rendiconto generale dello Stato, relativo al 2002.

In conclusione, signor Presidente nessuno sviluppo è dunque venuto dall’emersione, come nessuno sviluppo sembra registrarsi dal rientro dei capitali illegalmente detenuti all’estero, pure generosamente incentivato da una tassazione minima, oggettivamente anch’essa umiliante per i contribuenti onesti.

Quanto agli incentivi allo sviluppo, a bloccare i processi virtuosamente innescati nella scorsa legislatura, che hanno dato eccellenti risultati anche in termini occupazionali, ha provveduto la nuova politica dei "tetti di spesa", ormai sistematizzata e generalizzata dal decreto n. 194 del 2002.

Valutati, quindi, i documenti e considerate anche le tendenze in atto, non possiamo che esprimere una valutazione negativa dell’intera manovra di bilancio per il 2003, in quanto essa conferma e addirittura accresce in tutti noi le preoccupazioni per una politica economica che, lungi dal condurre il Paese verso il processo che parte dal declino e si avvia allo sviluppo, lo sta nei fatti avvitando in una fase recessiva, disperdendo quel patrimonio di certezze, di credibilità internazionale e di fiducia verso le istituzioni che si era faticosamente costruito attraverso seri e sofferti sacrifici. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U, DS-U, Verdi-U e del senatore Crema).

MORANDO (DS-U). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MORANDO (DS-U). Signor Presidente, intervengo per avanzare una questione sospensiva. Per dimostrare che il mio non è un intento ostruzionistico, propongo una sospensione che riguardi soltanto la seduta antimeridiana di domani per riprendere nella seduta pomeridiana, dopo una discussione in Commissione, il nostro lavoro sulla manovra di bilancio.

Lo faccio perché mi considero completamente insoddisfatto delle risposte che ho ottenuto sulle questioni relative al prospetto di copertura della legge finanziaria che ho posto all’inizio della trattazione di questo punto all’ordine del giorno. Naturalmente, signor Presidente, non sono in grado di replicare al formidabile silenzio che il ministro Tremonti ha ritenuto di dovere e potere opporre agli argomenti che ho cercato di sviluppare nel mio precedente intervento. Per questo proverò a svolgere qualche considerazione sugli interventi del Presidente del Senato e del Presidente della Commissione bilancio.

Il primo argomento che entrambi questi interventi hanno sviluppato, in sostanza, è il seguente: il giudizio del Presidente del Senato sulla correttezza formale dei mezzi di copertura è ancorato al momento in cui esso viene formulato. Questa è la tesi del presidente Pera. Esso, dunque, non può tenere conto di elementi successivi, perché il dato di riferimento certo è il saldo contenuto nell’assestamento per quanto riguarda la base 2002.

Verissimo, signor Presidente, e giustissimo, ma proprio per questo il comma 11 dell’articolo 126 del Regolamento del Senato vieta - non a caso - che dalla data del deferimento del disegno di legge finanziaria (e quindi del pronunciamento di questo parere del Presidente del Senato) vengano non solo approvati, ma addirittura iscritti all’ordine del giorno delle Commissioni disegni di legge che comportino variazioni di spese o di entrate, né tanto meno disegni di legge - come quello al nostro esame - intesi a modificare la legislazione vigente in materia di contabilità generale dello Stato.

Col decreto taglia-spese ed il decreto ministeriale successivo si è fatta, signor Presidente, l’una e l’altra cosa. Ecco perché l’argomento del presidente Pera e del presidente Azzollini, secondo me, non è ben portato e non vale a rispondere alle mie obiezioni. Secondo argomento: il decreto del 29 novembre del ministro Tremonti si è detto non modifica gli stanziamenti di competenza. Quindi, il bilancio assestato resta quello che è. Non è nel potere del Ministro di modificare l’assestamento né sul versante della competenza né su quello della cassa.

Questo, signor Presidente, secondo me, non è vero, se non in parte. Per dimostrare ciò, farò una semplicissima domanda: se tra qualche giorno, dopo l’approvazione della legge finanziaria anche da parte della Camera dei deputati ma prima del 31 dicembre, il Governo emanasse un decreto che individua le risorse in quei fondi, oggetto del decreto ministeriale teso a ridurre le disponibilità, sia sul versante della competenza che della cassa, la Commissione bilancio della Camera o del Senato, chiamata a formulare un parere sulla copertura di quel decreto, darebbe il nullaosta, presidente Azzollini, o direbbe che è scoperto, in base all’articolo 81 della Costituzione? Direbbe certamente che è scoperto, in base all’articolo 81 della Costituzione e sa perché? L’Assemblea si è rifiutata di accogliere un emendamento, che pure in Commissione avevamo convenuto, per togliere dal decreto taglia spese la formulazione "in attuazione dell’articolo 81 della Costituzione".

Se fosse stato tolto quel riferimento, allora l’argomento del presidente Pera ed il suo varrebbe. Poiché non è stato tolto ed è contenuto nel cosiddetto decreto taglia spese, allora quel decreto riceverebbe il parere contrario della 5a Commissione, in base all’articolo 81. Se è così vuol dire che il taglia spese del ministro Tremonti interviene sulla competenza. Quindi, viola quanto disposto esplicitamente dalla legge di contabilità.

Infine, signor Presidente, propongo questa breve questione sospensiva per una ragione di principio: l’articolo 101 del Trattato di Maastricht vieta esplicitamente che la Banca centrale europea e le banche centrali nazionali accettino istruzioni delle istituzioni e dei Governi nazionali, così come l’articolo 108 vieta esplicitamente che ci sia qualsiasi forma di anticipazione dalla Banca centrale europea o dalla Banca centrale nazionale nei confronti degli Stati membri.

Ebbene, l’articolo 62 della legge finanziaria recita testualmente: "Il 65 per cento dell’importo risultante dalla stima predetta sarà corrisposto dalla Banca d’Italia all’erario". Si tratta patentemente di una anticipazione così come l’emendamento approvato dalla Commissione bilancio ulteriormente dimostra.

Quindi, vi è violazione del Trattato di Maastricht in questa legge. Ma la violazione del Trattato di Maastricht, per giurisprudenza consolidata, signor Presidente, viene considerata in Italia come violazione della legge di contabilità, vocata all’attuazione dell’articolo 81 della Costituzione.

Infine, signor Presidente, il comma 3 dell’articolo 126 del Regolamento del Senato recita testualmente: "…il Presidente del Senato, sentito il parere della 5a Commissione permanente e del Governo, prima dell’assegnazione, accerta se esso rechi disposizioni estranee al suo oggetto come definito dalla legislazione vigente, ovvero volte a modificare norme in vigore in materia di contabilità generale dello Stato. In tal caso il Presidente comunica all’Assemblea lo stralcio delle predette disposizioni".

L’articolo 20 del disegno di legge finanziaria reca norme che esplicitamente modificano la legge n. 468 del 1978, la legge di contabilità dello Stato. Per questa ragione, signor Presidente, propongo una breve sospensiva per fare in modo che, su sollecitazione della Presidenza del Senato, la 5a Commissione permanente proponga soluzioni e interventi sulla legge finanziaria attuale che consentano di renderla conforme al Regolamento del Senato, alle leggi della Repubblica, alla legge di contabilità, all’articolo 81 della Costituzione. La legge finanziaria, infatti, e la legge di bilancio non sono conformi su punti qualificanti esattamente alle norme che ho qui richiamato. (Applausi dai Gruppi DS-U, Mar-DL-U, Verdi-U, Misto-Com e Misto-RC).

Presidenza del vice presidente SALVI

PRESIDENTE. Senatore Morando, per quanto concerne le questioni regolamentari ha già risposto il Presidente del Senato, e pertanto non posso che richiamarmi a quelle considerazioni.

Ora, lei ha avanzato, ai sensi dell'articolo 93 del Regolamento, una questione sospensiva. Al riguardo, a termine di Regolamento, può prendere la parola non più di un rappresentante per Gruppo parlamentare.

Poiché nessuno intende intervenire, chiedo al ministro Tremonti se ha qualcosa da dire rispetto alle questioni che sono state sollevate.

TREMONTI, ministro dell'economia e delle finanze. No, signor Presidente.

PRESIDENTE. Metto ai voti la questione sospensiva, avanzata dal senatore Morando.

Non è approvata.

PAGANO (DS-U). Chiediamo la controprova.

PRESIDENTE. Ordino la chiusura delle porte. Procediamo alla controprova mediante procedimento elettronico.

Non è approvata.

LAURIA (Mar-DL-U). Presidente, il dispositivo di voto non ha funzionato.

PRESIDENTE. Ne prendo atto.

Dichiaro aperta la discussione generale congiunta.

È iscritta a parlare la senatrice De Petris. Ne ha facoltà.

DE PETRIS (Verdi-U). Signor Presidente, chiederei da parte dei colleghi un po' di silenzio nell'abbandonare l'Aula.

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, chi intende allontanarsi lo faccia rapidamente, chi rimane in Aula è pregato di consentire alla senatrice De Petris di svolgere il suo intervento con tranquillità.

DE PETRIS (Verdi-U). Signor Presidente, onorevoli colleghi, il disegno di legge finanziaria per il 2003, come chiaramente già illustrato dai nostri relatori di minoranza, che era stato annunciato come provvedimento di rigore e di sviluppo da parte del Governo, alla fine si è rivelato un provvedimento pasticciato, incoerente, senza un profilo di riconoscibile linea politica, economica e di sviluppo. La manovra è apparsa continuamente ripensata, cambiata numerose volte. (Brusio in Aula).

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, ripeto, chi intende restare in Aula lo faccia in modo di consentire alla senatrice De Petris di parlare tranquillamente ed ai colleghi interessati di ascoltare.

DE PETRIS (Verdi-U). Dopo il silenzio un po’ assordante del ministro Tremonti, i colleghi hanno difficoltà a mantenere attenzione.

La manovra è stata continuamente ripensata, cambiata, tant'è che, anche dopo l'esame in Commissione bilancio, siamo ancora nella fatidica attesa di un ulteriore intervento da parte del Governo attraverso un maxiemendamento. Le misure previste in questa finanziaria non sono a nostro avviso idonee a garantire una crescita della domanda interna sufficiente a raggiungere il tasso di sviluppo previsto per il 2003 (+2,3 per cento), tanto più nel quadro del sistema di finanza pubblica delineato dal decreto-legge n. 194 del 2002, il cosiddetto decreto blocca spese.

Non abbiamo alcun timore ad affermare che il disegno di legge finanziaria è ispirato a criteri centralistici e dirigistici, bloccando la già scarsa autonomia impositiva riconosciuta alle Regioni e agli enti locali. Ciò appare ancor più incongruente dopo che il Governo ha voluto accelerare in modo parossistico l'esame del provvedimento di devolution chiamando questa Assemblea a votarlo prima della finanziaria.

Si carica dunque sulle autonomie territoriali l'onere di assumere decisioni impopolari. La finanziaria è fondata su rinvii e su scommesse, non contiene misure strutturali di contenimento della spesa - e, quando le prevede, taglia le spese sociali - sovrastima i risparmi, ricorre a misure una tantum come i condoni o il blocco delle assunzioni.

Si prevede la creazione di due società, la Patrimonio dello Stato S.p.a. e la Infrastrutture S.p.a., che sono l'unica fonte di denaro fresco insieme ai condoni, alla proroga della sanatoria per i capitali esportati illegalmente all'estero e l'emanazione del decreto blocca spese e del decreto fiscale, che costituiscono il vero nocciolo della manovra per il 2003.

Mancano - a nostro avviso - interventi capaci di favorire lo sviluppo in settori strategici per innescare un processo di crescita; mi riferisco all'innovazione di processo, alla scuola, all'università, alla ricerca, settori fondamentali e primari per il nostro Paese. Un Governo che sosteneva di voler rilanciare gli investimenti ha adottato misure che vanno tutte nel senso opposto. Se il Governo intendeva invertire il ciclo negativo, doveva a nostro avviso spingere l'acceleratore sugli investimenti del Mezzogiorno, favorire la crescita del Sud anche come prospettiva strategica. Nulla di tutto ciò è contenuto nella finanziaria; le misure sulla DIT e il credito d'imposta non vanno nel senso della promozione di investimenti, non danno certezze alle imprese.

Quanto al succo della propaganda di questa finanziaria, la riduzione fiscale relativa all'IRPEF per il 2003, pur intervenendo sui redditi bassi la finanziaria presenta diversi aspetti assai problematici. Viene promessa una riduzione di 200 euro l'anno, ma i tagli alle risorse degli enti locali costringeranno i cittadini a pagare comunque in termini di aumento delle tariffe pubbliche e dei servizi sociali. I cittadini pagheranno una cifra molto più alta che, secondo i nostri calcoli, supererà di gran lunga i 200 euro di riduzione.

Oltretutto il primo modulo della riforma fiscale statale, che avrebbe dovuto essere varata dal famoso collegato fiscale, diventato ormai un miraggio e che esamineremo nel merito semmai arriveremo a discuterlo, favorirà per l'80 per cento il 20 per cento dei contribuenti più ricchi e per il 50 per cento favorirà il 2 per cento di contribuenti più ricchi.

Oltretutto, la copertura di tali misure non avviene con una accelerazione della lotta all’elusione e all’evasione fiscale, ma a spese delle risorse a disposizione delle autonomie locali, dei fondi per la scuola, le università, la sanità e delle misure per lo sviluppo. Questo tipo di riduzione e di intervento sull’IRPEF non diminuirà la povertà, in quanto sono esclusi dai benefici i cosiddetti "incapienti", cioè i milioni di cittadini il cui reddito è talmente basso da non poter usufruire di alcun vantaggio fiscale e per i quali sarebbe assolutamente necessario (speriamo di poterne discutere a lungo) prevedere un bonus in questo senso.

Ma vi sono poi (e su questo mi soffermerò particolarmente) alcuni settori che sono stati a dir poco umiliati in questa finanziaria. Infatti, questa proposta di finanziaria, anche dopo l’esame in Commissione (e parlo, ad esempio, del comparto agricolo), di fatto conferma che questo non viene certamente considerato un settore strategico nelle priorità di questo Governo.

Inoltre, in un contesto particolarmente delicato per le imprese agricole e della pesca, alle prese con l’imminente riforma delle politiche comunitarie, con l’ingresso dei Paesi PECO e con la revisione degli accordi commerciali in sede WTO, il Governo si limita ad una finanziaria di proroghe, a correttivi di misure già in vigore e interventi per fronteggiare alcune emergenze sanitarie, in assenza di qualsiasi misura strutturale per sostenere lo sviluppo delle imprese nella difficile competizione internazionale e rispondere alla domanda di qualità che viene dai consumatori.

Le ripetute dichiarazioni del ministro Alemanno, che annunciavano una finanziaria di svolta per l’agroalimentare e, dopo le delusioni della Camera, una finanziaria di svolta al Senato, si sono tradotte, anche dopo l’esame in Commissione bilancio, in un risultato piuttosto deludente.

Sul fronte fiscale, il Governo in questa proposta si limita a prorogare alcune agevolazioni già in vigore, concernenti in particolare il regime speciale IVA, l’aliquota IRAP, l’accisa zero per il gasolio agricolo e i benefici fiscali per la manutenzione delle aree boschive. Non solo, interviene su questo aspetto, sulla manutenzione delle aree boschive, addirittura ponendo il limite di 100.000 euro per quanto riguarda le spese.

L’accesso al credito d’imposta per le aziende del settore agricolo, nonostante alcuni correttivi, appare ancora fortemente limitato da un plafond di risorse assolutamente insufficiente (l’anno scorso, lo vorrei ricordare, si è esaurito in 16 giorni), su cui insiste peraltro anche l’agroindustria; inoltre, una disposizione introdotta dall’articolo 43, comma 1, lettera f), rischia di renderlo pressoché inapplicabile agli investimenti del settore agricolo.

Per quanto concerne, poi, la programmazione negoziata, la legge finanziaria introduce lo strumento dei contratti di filiera (certamente apprezzabile), ma non affronta il nodo della quantificazione delle risorse riservate al settore e della definizione delle priorità in sede CIPE, che vede costantemente penalizzate le iniziative del comparto agroalimentare.

Completamente assente, infine, dalla finanziaria il settore della pesca, in una situazione particolarmente critica, che necessita invece di urgenti iniziative per favorire l’occupazione e la differenziazione multifunzionale delle imprese, in vista della prevedibile riduzione dello sforzo di pesca derivante dalla proposta della Commissione europea. Mancano, in particolare, risorse adeguate per sostenere il Piano triennale.

Ma problemi di altrettanto rilievo si registrano anche in materia di risorse per la gestione ordinaria. L’inserimento nella finanziaria dello stanziamento necessario a fronteggiare ancora le pendenze con l’Unione europea, per quanto riguarda le quote latte (517 milioni di euro), ha determinato una forte contrazione, pari a 188 milioni di euro rispetto al 2002 (meno 18 per cento), delle risorse spendibili a disposizione del Ministero delle politiche agricole, che non potrà non riflettersi negativamente sul settore.

Grave in questo contesto è la carenza di stanziamenti per l’AGEA (mancano almeno 50 milioni, indispensabili per avviare la regionalizzazione degli organismi pagatori), per il fondo di solidarietà nazionale ("sotto" di 100 milioni, in assenza dei quali appare improponibile l’accesso alle assicurazioni multirischio previste dalla recente riforma), e per l’altra questione molto seria che riguarda il settore bieticolo-saccarifero, comparto di particolare rilievo nell’economia agricola del Meridione e che ha visto inspiegabilmente azzerate le risorse a disposizione e rischia oggi il tracollo.

Per impostare una finanziaria in grado di promuovere lo sviluppo, occorre una progettualità che il Governo non è stato in grado di mettere in campo, in primo luogo, sul terreno della sicurezza alimentare e della promozione della qualità. Ancora oggi infatti discutiamo delle vicende di "mucca pazza"; era stato finalmente annunciato, ad esempio, l'avvio dell'anagrafe bovina, ma ieri è emerso che c'è qualcosa che non funziona nell'anagrafe stessa.

Proprio su questo terreno, cioè sul terreno della sicurezza alimentare e della promozione della qualità, con la previsione di risorse idonee all'istituzione dell'Agenzia nazionale per la sicurezza in attuazione del regolamento CE e di agevolazioni fiscali alle imprese che promuovono le certificazioni della qualità di filiera e la tracciabilità dei prodotti, proprio su questi si poteva intervenire. A partire dal 2005, la tracciabilità diviene infatti obbligatoria, ai sensi del suddetto regolamento europeo, ed è urgente avviare iniziative idonee a predisporre il sistema delle imprese ad un cambiamento strutturale di tale portata, anche sostenendole adeguatamente sul fronte dei costi.

A tale proposito, è opportuno sottolineare che le risorse stanziate dalla finanziaria 2002 per la qualità non sono state impegnate in alcun modo dal Governo e questo pone evidenti interrogativi sulle disponibilità inserite per il 2003.

Occorreva ed occorre (speriamo che in qualche modo si possa ancora modificare in Aula) un impegno straordinario per affrontare la crisi idrica, che ha effetti drammatici sulla produzione agricola in vaste aree del Paese; non si può continuare a fronteggiare solo ed unicamente le emergenze.

In primo luogo, bisogna adeguare le risorse per il piano delle infrastrutture irrigue, ma si deve anche promuovere efficacemente l'impiego delle tecnologie innovative a basso consumo e delle acque reflue depurate in agricoltura. Devono essere rilanciati e finanziati adeguatamente gli strumenti della programmazione negoziata in campo agroalimentare, che possono diventare un asse innovativo di sviluppo territoriale, fondato sulle risorse locali, e devono essere assicurate le disponibilità per l'attuazione delle riforme previste dalla legge di orientamento.

La situazione di difficoltà delle imprese agricole, derivante anche dal ripetersi di situazioni climatiche fortemente avverse, richiede una rimodulazione dello stato dei crediti previdenziali e delle relative procedure di cartolarizzazione, un problema questo fortemente sentito in alcune aree del Meridione. Si erano proposti interventi, ma anche su questo, ad oggi, non vi è stato alcun tipo di disponibilità a ragionare.

Per quanto concerne, infine, il comparto della pesca è necessario sostenere adeguatamente con risorse aggiuntive il piano triennale, orientandolo al sostegno della multifunzionalità, agevolare anche fiscalmente lo sviluppo del pescaturismo, destinare risorse aggiuntive alle attività di tutela delle risorse biologiche del mare, estendere infine a questo settore gli sgravi previdenziali e fiscali previsti dalla legge n. 30 del 1998 e le opportunità offerte dalle nuove norme in materia di programmazione negoziata.

In conclusione, l'agricoltura e la pesca italiane attendono da questa legge finanziaria risposte significative, che purtroppo fino ad oggi non ci sono state; queste possono arrivare solo ed unicamente dall'accoglimento, almeno in parte, di significativi emendamenti presentati e chiesti a gran voce da tutte le organizzazioni del settore.

Speriamo che si finisca con le dichiarazioni altisonanti e che arrivino finalmente fatti concreti; speriamo - appunto - che in quest'Aula si possa tentare di "raddrizzare" una proposta per il settore agricolo, almeno in questo campo, che ci è parsa assolutamente inadeguata ed insufficiente ad affrontare i gravi problemi del settore. (Applausi dai Gruppi Verdi-U, Mar-DL-U e DS-U).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Gubert. Ne ha facoltà.

GUBERT (UDC:CCD-CDU-DE). Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, onorevoli Ministri, signori rappresentanti del Governo, nonostante le enunciazioni di buone intenzioni circa il rispetto della natura della legge finanziaria, ossia di controllo delle leggi di spesa e delle aliquote delle entrate, anche questa volta, come già negli anni precedenti, Governo e Parlamento approfittano della finanziaria per introdurre o modificare normative che, altrimenti, per la via ordinaria, richiederebbero tempi più lunghi. Vedremo se le nuove norme, sulla copertura delle leggi di spesa sapranno modificare la situazione in futuro, come si è augurato il ministro Tremonti.

Del resto, più per il Parlamento che per il Governo, che ne ha di altri, in particolare l'emanazione di decreti delegati, questo modo di procedere è l'unico che dia qualche spazio ai parlamentari. Di certo non è a mio avviso sostenibile, come da qualcuno affermato, che la legge finanziaria diventi inemendabile dal Parlamento, dato che la decisione in materia di bilancio è stata e rimane una delle prerogative fondamentali dei Parlamenti e il Governo è pur sempre titolare del potere esecutivo non di quello legislativo.

Ciò premesso, mi esimo dal dire quanto di positivo la legge in esame contiene: altri lo faranno. Sottolineo solo un aspetto positivo: un alleggerimento della pressione fiscale statale, promessa anche in sede di campagna elettorale. Mi chiedo, però, se i modi attraverso i quali si è conseguito questo obiettivo siano tutti coerenti con altri impegni assunti in campagna elettorale. Mi limito a qualche considerazione.

Se le misure per contenere la spesa statale, risparmiando sui consumi della pubblica amministrazione statale e cercando di limitare l'aumento del numero di dipendenti pubblici statali, si possono dire coerenti, non altrettanto si può dire quando si pongono vincoli, che non siano di equilibrio di bilancio, alle istituzioni dotate di autonomia istituzionale garantita dalla Costituzione. I Governi di centro-sinistra della scorsa legislatura erano stati al riguardo più prudenti.

Poiché una delle clausole del Patto di stabilità riguarda la quota percentuale sul PIL del deficit di bilancio, possono essere opportune o necessarie misure che penalizzino gli enti autonomi (enti locali, Regioni, università) che non rispettano l'equilibrio di bilancio; ma il Governo di centro-destra è andato oltre, vincolando spese ed entrate nonché anche l’articolazione interna di categorie di spese. Il Governo si è mosso in direzione di un più stringente controllo statale sugli enti autonomi, oltre quanto richiesto dal Patto di stabilità. Come può un autonomista esprimere apprezzamento?

Il Governo centrale ha voluto far valere suoi obiettivi, diversi dai vincoli del Patto di stabilità, nonostante l’autonomia di enti locali, Regioni, università. Siamo coerenti con un'impostazione federalista?

Nella scorsa legislatura abbiamo criticato la riforma del Titolo V della Parte II della Costituzione voluta dal centro-sinistra, perché insufficientemente autonomista. Possiamo dire che con questa finanziaria siamo coerenti con quelle critiche? Quale federalismo, quale autonomia in campo fiscale assumiamo a modello per le future riforme? Spero non siano quelli che usiamo in questa legge finanziaria.

Un secondo modo per pervenire al risultato della riduzione dell'imposizione fiscale, a mio avviso incoerente con altri impegni assunti con gli elettori, riguarda il taglio di investimenti in campi che abbiamo giudicato di importanza strategica o per la crescita dell'economia o per la crescita di aspetti socio-culturali della qualità della vita.

Abbiamo detto che serve investire nella formazione superiore e nella ricerca, ma blocchiamo l'innovazione universitaria, bloccando la mobilità del personale, e diminuiamo i fondi già esigui, per l’università e per la ricerca. E la protesta significativa dei rettori di oggi dovrebbe farci riflettere.

Abbiamo detto che serve sostenere la libertà di educazione, ma con il decreto blocca spese abbiamo tolto alle scuole paritarie parte significativa dei fondi loro assegnati e solo in Commissione bilancio al Senato si pensa di restituire qualcosa alle famiglie.

Abbiamo criticato il centro-sinistra perché sosteneva le famiglie con figli solo se avevano bassi redditi e ora possiamo dirci fortunati se sono state mantenute le detrazioni per figli a carico decise lo scorso anno, perché, se avessimo applicato i criteri contenuti nella legge delega, come fatto per altre detrazioni, avremmo peggiorato il difetto che imputavamo al centro-sinistra.

Nonostante che i risparmi ottenuti applicando criteri restrittivi sull'aumento a circa 500 euro delle pensioni minime avessero consentito di estendere l'aumento anche ad altre categorie bisognose, quali gli invalidi civili, non lo abbiamo fatto, anzi vengono fatti valere criteri interpretativi dei requisiti per ottenere il beneficio almeno di anzianità figurativa in caso di invalidità elevata.

Un terzo modo di pervenire al risultato positivo in modo incoerente con le valutazioni a suo tempo da noi espresse su analoghe iniziative assunte dal centro-sinistra è quello di ricorrere ad entrate straordinarie attraverso varie forme di condono. Vi possono essere casi di errori in buona fede, vi possono essere casi di errori da parte della Finanza, ma se ciò serve come buon motivo anche per premiare chi ha scientemente non adempiuto ai suoi doveri tributari, si scoraggiano i contribuenti onesti. O essi sono da scoraggiare?

Quanto morale e a medio termine utile è ragionare solo in termini di maggior facilità di introito fiscale senza considerare gli effetti diseducativi sull'osservanza delle leggi fiscali o altre? E come verrà usata la discrezionalità del concordato fiscale preventivo? Anche questo avvantaggerà coloro che sono già più avvantaggiati?

Non ho il tempo sufficiente per un esame dettagliato della legge, dei suoi aspetti positivi e negativi, volendo anche illustrare in seguito alcuni emendamenti, ma le tre incoerenze menzionate già mi sembrano importanti. Mi chiedo e domando alla maggioranza e al Governo: siamo certi che l'aver ridotto in parte la pressione fiscale statale compensi le incoerenze su altri impegni, pur essi assunti con gli elettori? Non è per caso che ci siamo lasciati guidare da percezioni, non so quanto corrette, degli effetti di tutto ciò sul consenso politico? Può essere un più facile consenso il criterio guida delle politiche? Era il criterio seguito da uomini come Alcide De Gasperi nei quali ci riconosciamo?

Signor Presidente, credo che la coalizione debba ripensare le strategie, debba ricercare maggiore coerenza con gli impegni assunti e con tutte le posizioni assunte quando era all'opposizione e per questo serve più partecipazione, più coinvolgimento dei parlamentari, più dibattito.

E' possibile sperare che per la finanziaria 2004 ciò finalmente avvenga? Per questa finanziaria mi auguro che il relatore e il Governo prendano in considerazione gli emendamenti presentati e che si trovino almeno alcuni elementi positivi, meritevoli di approvazione. (Applausi dal Gruppo UDC:CCD-CDU-DE e dei senatori Peterlini e Giaretta).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bastianoni. Ne ha facoltà.

BASTIANONI (Mar-DL-U). Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, colleghi, la legge finanziaria è di fatto l'emblema della politica economica e la realizzazione annuale dell'azione quinquennale di legislatura di un Governo.

Il progetto del centro-destra era caratterizzato da obiettivi ambiziosi; li ricordiamo: forte riduzione del prelievo fiscale, grandiose opere pubbliche, robusta crescita del reddito, prosecuzione del risanamento della finanza pubblica. L'esame della finanziaria 2003 cade invece in un momento di forte preoccupazione per la situazione economica dell'Italia.

Ci troviamo di fronte ad un vero e proprio fallimento delle ricette predisposte da questo Governo. L'ostinazione con cui il Ministro dell'economia ha nei mesi passati mantenuto una valutazione ottimistica sull'evoluzione del ciclo economico e il realizzarsi invece di una fase particolarmente difficile ha contribuito a creare ulteriori problemi per via delle forti attese alimentate. Il Governo per molto tempo ha nascosto al Parlamento e al Paese i dati relativi alla situazione dei conti pubblici e dell'economia.

Ricordo qui un solo dato, il più significativo. Nel Documento di programmazione economico-finanziaria 2002-2006 il ministro Tremonti annunciava con toni trionfalistici il passaggio dal declino allo sviluppo e prevedeva per il 2002 una crescita del 2,3 per cento tra le perplessità dell’Unione europea, del Fondo monetario internazionale e di vari organismi nazionali e internazionali.

A luglio tale crescita veniva ridimensionata all’1,3 per cento; a fine anno ci si accorge che il prodotto interno lordo, cioè l’insieme dei beni e servizi prodotti dall’azienda Italia, si aggira attorno allo 0,3 per cento. Appare ovvio che tale errata previsione di crescita ha comportato disastrosi effetti sul versante delle entrate fiscali causando un gravoso indebitamento. Altro che buco nei conti pubblici lasciato in eredità dal Governo di centro-sinistra, ministro Tremonti! Come appaiono risibili oggi le giustificazioni del Ministro dell’economia di fronte alla sua pessima gestione della politica economica.

Lo stesso reperimento delle risorse necessarie alla manovra è fortemente caratterizzato da elementi di precarietà e da ingiustizia sociale; basti pensare al concordato fiscale - o condono che dir si voglia - che penalizza, ancora una volta, tutte quelle categorie di contribuenti in regola con il fisco e la riproposizione della sanatoria per il rimpatrio (ancora una volta!) dei capitali illegalmente detenuti all’estero.

Si tratta di misure una tantum che richiederanno negli anni a venire ulteriori interventi per compensare il venir meno di queste entrate temporanee ai fini del riequilibrio dei conti pubblici.

In una situazione delicata e complessa, come quella che stiamo attraversando, era logico aspettarsi una finanziaria rigorosa e al tempo stesso coraggiosa, in grado di incidere sia sugli aspetti congiunturali, sia su quelli strutturali della nostra economia; una finanziaria in grado quindi di rilanciare investimenti e occupazione unitamente ai consumi delle famiglie.

Qui, invece, si propone un complesso di interventi, in gran parte legati a proiezioni di ripresa assolutamente realistiche, che niente di tutto questo potranno realizzare. Non sarà rilanciata, ad esempio, la domanda dei consumi, in quanto le timide riduzioni fiscali per i redditi più bassi saranno azzerate, rese nulle dagli incrementi tariffari e dall’introduzione di servizi a pagamento da parte degli enti locali penalizzati dalla riduzione dei trasferimenti da parte dello Stato.

Occorre, inoltre, ricordare che per giungere a questa riduzione fiscale si è abolito il recupero fiscale dell’inflazione, cioè il cosidetto fiscal drag, per il secondo anno consecutivo e si è eliminata la previsione dell’ultima finanziaria del Governo Amato (abbattimento di mezzo punto dell’aliquota fiscale per i redditi fino ai 50 milioni di vecchie lire). E’ stato quindi colpito il ceto medio. Questo Governo ha colpito il ceto medio, cioè quello che avrebbe potuto dare, in termini di ripresa e di consumi, una risposta positiva.

Non dobbiamo inoltre dimenticare che le famiglie italiane continuano a pagare troppo cara la più odiosa delle "tasse": l’inflazione. L’aumento dell’inflazione colpisce infatti il potere d’acquisto delle retribuzioni e delle pensioni. Il progressivo aumento dell’inflazione testimonia quanto questo fenomeno sia stato, anche questo, fin qui sottovalutato.

Negli ultimi mesi vi è stata una contrazione della spesa, lo segnalano sia i commercianti che le associazioni dei consumatori, sia per quanto riguarda l’acquisto di beni durevoli, sia per quanto riguarda quelli non durevoli. Allora, onorevoli colleghi, non è sufficiente invitare gli italiani a spendere e a non risparmiare, come ha predicato il Presidente del Consiglio nei giorni scorsi, ma nell'avere i soldi per farlo.

L’inflazione registrata a novembre è stata del 2,8 per cento, ma la forbice tra l’inflazione rilevata dall’ISTAT e quella percepita dalle famiglie va aumentando e, a fronte di tutto questo, il Governo si intestardisce nel mantenere all’1,4 per cento l’inflazione programmata in finanziaria per il prossimo anno, che sarà presa a riferimento per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego, dei metalmeccanici, del commercio e, a seguire, degli altri settori, nonché per l’adeguamento delle pensioni.

Questa misura decreterà, di fatto, una diminuzione del potere d’acquisto per le famiglie italiane decretandone quindi un impoverimento in termini reali.

Questa manovra, inoltre, non agisce sullo sviluppo e la crescita dell’economia; con essa non saranno rilanciati gli investimenti delle imprese, in quanto tutti gli incentivi previsti dalle precedenti finanziarie dell’Ulivo, che - è bene ricordarlo - avevano portato per la prima volta il Mezzogiorno a tassi di sviluppo superiori a quelli del Centro-Nord, sono stati con vari provvedimenti (compresa la finanziaria) cancellati o fortemente ridimensionati.

Il sistema degli incentivi agli investimenti e il sostegno all’occupazione, a nostro avviso, andava confermato riservandolo in via prioritaria alle aree economicamente svantaggiate.

Il brusco cambiamento di direzione in corso d’opera adottato dal Governo con provvedimenti che - dicevo - hanno anticipato questa finanziaria hanno creato alle imprese, sia grandi sia piccole, non poche difficoltà legate a maggiori oneri che si vengono a determinare, ma soprattutto all’incertezza che grava sul loro futuro. Infatti, le imprese nel compiere le loro scelte e i loro investimenti devono avere di fronte un quadro di riferimento normativo, fiscale e di politica economica di cui devono conoscere i caratteri di fondo e la linea di direzione. È di questo che si sente la mancanza, e questo Governo non ha ancora elaborato una seria politica industriale per l’Italia.

Basti pensare alla modifica degli incentivi alle imprese, che da contributi a fondo perduto diventano per metà agevolazioni da restituire con interessi in una prospettiva pluriennale. Lo stesso discorso vale per la drastica riduzione dei crediti di imposta per le nuove assunzioni, che avevano ben funzionato e avevano anzi spinto all’insù i livelli dell’occupazione.

Nel contempo, abbiamo chiesto che siano recuperate le agevolazioni per l’avvio di un’attività imprenditoriale nei settori dell’artigianato e del commercio con le agevolazioni previste fino al 2001, l’ultima finanziaria del centro-sinistra e non prorogate dalla successiva, consistenti nello sgravio nella misura del 50 per cento dei contributi previdenziali per il primo triennio di attività. E questa sarebbe una misura formidabile per creare nuova occupazione anche in una situazione di difficoltà economica che vede espellere dalla grande industria numerosi lavoratori, che potrebbero intraprendere anche un’attività di lavoro autonomo.

Ci siamo battuti per la proroga delle agevolazioni per l’edilizia, cioè per il credito d'imposta del 36 per cento e per l’IVA al 10 per cento, che in Commissione bilancio finalmente è stato riconosciuto, ma sarebbe bene che questa misura entrasse a regime visti i vantaggi che porta sia all’Erario, sia alle imprese che hanno quindi maggiore lavoro, sia ai cittadini che intendono rinnovare la propria abitazione. Direi di più, occorrerebbe estendere questa misura anche al sistema casa, vale a dire per l’arredamento interno; questa sì sarebbe una misura formidabile di sostegno ai consumi!

Tenuto poi conto del ruolo fondamentale dell’Artigiancassa (la Cassa per il credito delle imprese artigiane) per la crescita delle imprese e per la creazione di nuovi posti di lavoro stabili e duraturi, abbiamo chiesto di aumentare il flusso di finanziamenti previsti nella finanziaria, che quest’anno sono inferiori di un terzo rispetto allo scorso anno. Nel 2001 un nuovo occupato tramite finanziamenti dell’Artigiancassa è costato mediamente allo Stato 7.500 euro, mentre con la legge n. 488 del 1992 un nuovo posto di lavoro è costato 20.650 euro, vale a dire tre volte tanto.

Sarebbe inoltre necessario attivare misure per sostenere la competitività del Paese attraverso il sostegno della ricerca, della formazione e dell’innovazione, che invece in questa finanziaria sono state fortemente penalizzate. Senza di esse, il Paese rischia di non essere in grado di agganciare la ripresa, quando essa verrà.

Riteniamo altresì che di fronte ai passaggi difficili che il Paese attraversa sia indispensabile il rilancio della concertazione quale strumento più appropriato per governare l’attuale fase economica in un contesto di coesione e di coinvolgimento di tutte le componenti sociali; ma il Governo, anche qui, sembra sordo a questi inviti come la vicenda FIAT - purtroppo - insegna.

C’è da augurarsi che si prenda atto di questa situazione e che quindi vengano introdotte nella discussione che stiamo sviluppando profonde modifiche, ministro Tremonti permettendo.

Perché non prendete esempio dagli Stati Uniti dove Bush ha mandato a casa il Ministro del tesoro, proprio nel Paese in cui si sono verificate le note vicende legate al terrorismo internazionale e non si sono accampate di fronte a disastri economici le scuse ma si è presa una decisione drastica e l’unica percorribile? Poiché abbiamo mandato a casa il Ministro dell’interno e il Ministro degli affari esteri non vedo perché non possa andare a casa questo fallimentare Ministro dell’economia!

Abbiamo presentato diversi emendamenti come Gruppo della Margherita e come Ulivo per cambiare e migliorare il disegno di legge finanziaria sbagliato che non risana e non incentiva i consumi, non rilancia lo sviluppo. Registriamo, purtroppo, che vi state ostinando a mantenere ciò che sapete essere sbagliato.

Ricordiamo che da parte di nessuna organizzazione economica e imprenditoriale sono venuti assensi dalla legge finanziaria proposta dal Governo. Valgono per voi le parole pronunciate da Miguel de Unamuno che, rivolgendosi ad un arrogante generale spagnolo, disse: "Voi vincerete perché avete le ragioni della forza", così come voi avete la maggioranza in Parlamento ma non convincerete perché non avete dalla vostra parte la forza della ragione, come i cittadini italiani stanno cominciando a capire a loro spese. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U e Verdi-U).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Minardo. Ne ha facoltà.

MINARDO (FI). Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, ci apprestiamo a votare la manovra finanziaria per il 2003 e mi auguro che questo dibattito si svolga in un clima di confronto politico civile e democratico che possa fare onore alle istituzioni e al popolo che rappresentiamo. Certo è che questa legge finanziaria rappresenta una innovazione, nella forma e nei contenuti, dopo anni di finanziarie che hanno colpito i cittadini e il nostro Paese, abituato a sentirsi ripetere di partecipare silenziosamente a grandi sacrifici.

L’Italia del presidente Berlusconi è finalmente diventata grande; lo dimostra il fatto che il Governo ha dato vita ad una finanziaria innovativa, senza precedenti, che non mette le mani in tasca agli italiani ma lascia loro più soldi.

Aveva ragione il presidente Berlusconi quando il 30 settembre scorso presentava questa manovra che ha, come obiettivo primario, il mantenimento dei patti siglati con gli italiani e con l’Europa. Questo disegno di legge, infatti, è ispirato a realizzare gli obiettivi del rigore di bilancio e dello sviluppo economico del Paese. La sua entità economica complessiva dovrebbe altresì consentire una significativa riduzione del rapporto indebitamento-PIL.

La manovra si incentra su importanti e significativi interventi di razionalizzazione della spesa pubblica e su misure relative alle entrate che non toccano la spesa sociale e non aumentano le tasse ma che incidono, soprattutto, sul sistema degli sprechi. Ciò è confermato con coerenza sul fronte delle entrate ove questa finanziaria avvia la necessaria riforma fiscale e gli sgravi delle imposte sui redditi delle famiglie.

Nel campo degli incentivi per lo sviluppo del territorio e delle imprese si registrano numerose novità e strategie che incideranno notevolmente a sostegno dello sviluppo economico e imprenditoriale. Basti pensare alla istituzione di alcuni fondi centralizzati per progetti di innovazione delle pubbliche amministrazioni, per le opere pubbliche, per le imprese e per le aree sottoutilizzate, nello specifico intento, comunque, di sottolineare la necessità che il Governo possa rivedere le posizioni rispetto al blocco dei crediti di imposta.

Il sistema produttivo delle zone particolarmente deboli si regge per l’incremento dell’occupazione, della produzione e degli investimenti sulle agevolazioni previste dal credito di imposta. È in questo senso che le aziende del Sud del comparto industria, artigianato e commercio, confidano in un provvedimento di salvaguardia e ripristino delle agevolazioni allo scopo di guardare con fiducia gli investimenti per la maggior parte già effettuati e alle assunzioni.

Nel campo delle politiche agricole si coglie una forte e necessaria crescita degli strumenti a disposizione del settore agricolo ed agroalimentare, anche se alcuni aspetti del finanziamento di spesa appaiono inadeguati rispetto alle reali esigenze del settore; ma sicuramente rappresentano un incremento di oltre il 35 per cento delle risorse previste negli anni precedenti. Ritengo importante lo sforzo con cui si stanno affrontando le problematiche dell'intero comparto, che rappresenta sempre una delle principali risorse dell'economia del nostro Paese.

Gli interventi finanziari che quindi sono previsti per il settore agricolo comprendono sia agevolazioni di carattere fiscale che interventi strutturali, finalizzati alla creazione di un moderno sistema di sviluppo imprenditoriale che sia al passo con i tempi e con le richieste dei mercati internazionali. Sono finiti i tempi in cui la politica agricola veniva relegata in un cantuccio dalle manovre finanziarie. Oggi, pur nelle grandi difficoltà di aver dovuto destinare 517 milioni di euro per far fronte a situazioni debitorie del passato (come, ad esempio, le quote latte), possiamo rilevare con certezza che nel settore agricolo aumentano gli stanziamenti.

Tutto questo, insieme a obiettivi strategici di realizzazioni infrastrutturali e alla realizzazione di un impianto burocratico-amministrativo moderno e funzionale, può mettere gli operatori agricoli nelle condizioni di affermare il valore primario dell'agricoltura nel contesto economico mediterraneo che si riqualifica come fonte di produttività economica e occupazionale.

Un'ultima considerazione voglio dedicare al Sud e alla Sicilia in particolare di cui si è tanto parlato nell'ambito di questa manovra finanziaria e sul quale si sono innescate polemiche a dir poco infondate. A questo proposito, e con l'orgoglio di parlamentare siciliano, posso affermare che per la prima volta dopo 56 anni una legge finanziaria riconosce l'applicazione degli articoli 37 e 38 dello Statuto siciliano relativamente al riconoscimento del gettito d'imposta delle aziende che producono in Sicilia ma che hanno domicilio fiscale altrove.

Questa è una grande conquista per il popolo siciliano e soprattutto il legittimo riconoscimento di una devoluzione che in Sicilia esiste da oltre 50 anni! Il Governo ha ancora una volta, quindi, affermato con la concretezza degli atti che la Sicilia rappresenta la prima e più concreta occasione di crescita economica e sociale del Paese.

Ma è fuori di ogni dubbio che questa finanziaria va migliorata e modificata nei confronti del Paese, del Sud, della Sicilia, perché ci sono altre urgenze ed emergenze che tengono in grande preoccupazione le popolazioni del Sud e le attività produttive, principalmente quelle siciliane. E mi riferisco alla FIAT di Termini Imerese, all'industria elettronica di Catania, alle industrie manifatturiere di Enna, alla IBLA S.p.A. di Ragusa, all'Enichem. Sono tutti comparti di produzione e di occupazione che risentono di una crisi irreversibile e di una forte riduzione dei livelli occupazionali e per i quali non si chiedono aiuti indiscriminati, ma piani di sviluppo e fiscalità di vantaggio.

È necessario altresì risolvere in questa finanziaria l'annoso problema dei tributi sospesi a seguito del terremoto del 1990 che si è verificato nelle province della Sicilia orientale Catania, Siracusa e Ragusa, e riferiti agli anni 1990, 1991 e 1992. Insieme a questo va tenuta in considerazione la tanto auspicata defiscalizzazione delle benzine.

Per non parlare poi dei gravissimi danni provocati dall'emergenza Etna che ha colpito e continua a colpire in primo luogo la provincia di Catania, ma anche tutto il territorio siciliano, tutta la Sicilia sud-orientale, le province di Siracusa e Ragusa, che oggi si trovano isolate per la chiusura dell'unico aeroporto che le collega con il resto del Paese e le cui strutture e ricettive sono giunte al completo collasso.

Faccio appello allora alla sensibilità del Governo, affinché si possano assumere legittimi provvedimenti in favore di questo territorio e delle sue popolazioni, specie quelle colpite da gravi eventi naturali, ma anche in favore di un comparto industriale che ha bisogno di rilancio in termini di produttività e di occupazione.

In conclusione, sono convinto e certo che questa manovra finanziaria merita una grande attenzione per l’importante sforzo compiuto dal Governo e dal presidente del consiglio Berlusconi per non incidere sui bilanci delle famiglie e delle imprese, e sooprattutto perché essa rappresenta un fondamentale presupposto innovativo in materia economica e finanziaria, che darà la possibilità al nostro Paese di guardare con fiducia e a pieno titolo ai partner europei e ai mercati internazionali. (Applausi dal Gruppo FI).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Donati. Ne ha facoltà.

DONATI (Verdi-U). Signor Presidente, signori relatori e signori del Governo, interverrò in particolare sul tema delle opere strategiche e degli investimenti infrastrutturali che in questa finanziaria, ovviamente, non trovano adeguate risposte, in particolare rispetto alle promesse che il Governo Berlusconi ha fatto sia in campagna elettorale che durante tutto questo anno e mezzo di governo, nel corso del quale è stata annunciata l’apertura di cantieri in ogni parte d’Italia, senza però avere a disposizione le risorse per realizzarli effettivamente. C’è, quindi, un fondo per le opere strategiche sostanzialmente identico a quello della legge finanziaria dell’anno scorso.

Non solo. Vengono viceversa aggiunti dei compiti. Voglio ricordarne due, positivi: la metanizzazione del Mezzogiorno e un fondo - peraltro non identificato con precisione negli importi - per l’adeguamento dell’edilizia scolastica, con particolare attenzione alle zone a rischio sismico. Questo per dire che il fondo straordinario per le opere strategiche è diventato il fondo dal quale attingere quando non si sa dove andare a recuperare risorse. Già le risorse erano ampiamente insufficienti, pur nella pro quota annuale, per la quale in questo piano decennale di grandi opere strategiche (dell’ordine di grandezza - ricordo - di 123 miliardi di euro nel decennio) nei tre anni era stato fissato un totale di 6,5 miliardi di euro, che però non aumentano in questa legge finanziaria.

Ciò significa che le semplificazioni, le accelerazioni, le valutazioni di impatto ambientale semplificate o le norme derogatorie, che ad esempio escludono gli enti locali dalle decisioni, non solo sono gravi sul piano delle decisioni e produrranno progetti di pessima qualità, ma si tratta altresì di progetti destinati a non essere realizzati. Si tratta, cioè, di una inutile accelerazione dei progetti cui non corrisponde una adeguata allocazione di risorse per far decollare con logica, con priorità e con senso i cantieri e le opere pubbliche di cui abbiamo maggiormente bisogno.

Questa limitatezza di risorse, aggravata anche dalla crisi economica italiana e internazionale, richiede una selezione delle priorità nella lunga lista delle opere strategiche (voglio ricordare che 250 opere dovevano rappresentare le grandi priorità italiane; si era partiti da una decina: la lista non solo si è allungata, ma si è estesa enormemente, distruggendo il concetto stesso di priorità).

È difficile, in questo contesto finanziario, in questa crisi economica, affermare che il ponte sullo Stretto (in un’area in cui dobbiamo ammodernare la Salerno-Reggio Calabria e raddoppiare la linea tra Palermo e Messina, che è ancora per due terzi a binario unico) rappresenta un’assoluta e strategica priorità, per la quale implementiamo una semplificazione procedurale su un progetto di grandissima delicatezza - come tutti gli studi e le esperienze internazionali dimostrano - che non rappresenta assolutamente l’esistenza di una priorità per la mobilità di quelle aree e nel rapporto tra Nord e Sud del Paese. Per questa ragione, chiediamo di eliminare il Ponte sullo Stretto dalle opere strategiche, perché non è tale; ovviamente la discussione può proseguire nel futuro, ma affermare che oggi esso sia strategico è assolutamente fuori luogo.

Così come riteniamo che insistere per la realizzazione dell’autostrada Livorno-Civitavecchia, quando non si hanno a disposizione le risorse necessarie e non solo c’è una grande discussione sui tipi di tracciato possibili ma non si fanno nemmeno gli investimenti opportuni sulla rete ANAS (ammodernando, ad esempio, l’attuale Aurelia-bis), sia soltanto un modo di prorogare qualsiasi investimento e, alla fine, di non fare assolutamente nulla. Anche qui chiediamo di togliere tale autostrada dalle opere strategiche e destinare invece le poche risorse disponibili prioritariamente all’ammodernamento della rete ANAS.

Questa finanziaria ragionevolmente si preoccupa di dare qualche soluzione. Voglio, però, segnalare alcuni aspetti delicati di queste soluzioni – per così dire – creative ed innovative: non le voglio denigrare, ma voglio entrare nel merito.

Parliamo del FROP (certo, assomiglia molto a flop, ma non voglio insistere), il Fondo rotazione opere pubbliche. Qui si parla di un fondo che la Cassa depositi e prestiti deve costituire per anticipare la realizzazione di opere, una sorta - così ci ha riferito il direttore della Cassa depositi e prestiti in Commissione - di fondo che va dato come anticipazione da recuperare, soprattutto laddove i costi di gestione (quindi, a conto economico, non a costo investimento) non dovessero risultare così come previsto.

Ovviamente, l'idea è interessante perché far decollare un'opera che ha una sua redditività è sicuramente utile. La lite, poi, si sposta su cos'è utile e cos'è prioritario o redditizio, ma voglio segnalare il fatto che in Italia non siamo abituati ad analisi di redditività serie e che le valutazioni, ad esempio, in ordine alla coesione sociale che alcune infrastrutture inducono non risolvono il problema della redditività di determinate infrastrutture. Quindi, in realtà, questo fondo, diversamente da quello che dichiara di voler fare, rischia più che di anticipare di destinare risorse a fondo perduto, che magari in futuro, in caso di gestioni particolarmente positive, verranno recuperate.

Il secondo capitolo riguarda gli investimenti ferroviari. Questa finanziaria taglia le risorse previste dalle finanziarie precedenti per gli investimenti ferroviari e decide, direi anche in modo corretto, al di là delle polemiche sulla questione del patrimonio da attribuire alla Patrimonio dello Stato S.p.a. e alla Infrastrutture S.p.a., che una quota delle risorse che deve essere dedicata agli investimenti ferroviari venga dalla Infrastrutture S.p.a..

Anche qui rischiamo, innanzitutto, di non definire dei limiti. Credo, ad esempio, sia giusto completare e realizzare gli investimenti già in corso, che hanno bisogno di ingenti quantità di risorse. Voglio ricordare che la tratta Roma-Napoli è realizzata per l'80 per cento, la Bologna-Firenze per il 50-60 per cento e la Bologna-Milano per circa il 30 per cento.

Dobbiamo decidere - e la finanziaria non lo fa - che gli investimenti che riusciamo a recuperare anche in questo modo devono andare innanzitutto a completare le opere che sono in corso ed in particolare i nodi ferroviari, urbani e metropolitani. Infatti, è completamente insensato costruire linee che non arrivano in aree in cui ci sono adeguate infrastrutture di distribuzione urbana e metropolitana, a Roma, a Firenze, a Bologna, a Napoli e a Milano, proprio perché esse non daranno quei livelli di redditività che sono attesi.

Voglio ricordare che il testo ribadisce - e ciò è preoccupante, perché andrebbe quantificato un altro modo per posticipare, nel calcolo della contabilità pubblica, il debito pubblico - ammettendo che gli investimenti per l'alta velocità sono pesanti, che nel caso i flussi di cassa non siano sufficienti lo Stato assicura, proprio per non distruggere già dal suo nascere la Infrastrutture S.p.a., che si accollerà una buona parte del debito futuro. È come dire che stiamo investendo con la Infrastrutture S.p.a., ma ci stiamo anche garantendo che tutto quello che non verrà dai flussi di cassa o dalla Infrastrutture S.p.a. sarà direttamente erogato come garanzia dallo Stato.

Si tratta di opere finanziarie che costano mediamente 100 miliardi a chilometro e che, quindi, hanno costi elevati e livelli di redditività con tempi assai lunghi e non semplicissimi da quantificare nel medio periodo, come occorrerebbe fare per infrastrutture con queste caratteristiche.

Pertanto, credo che queste cifre andrebbero quantificate con precisione, perché stiamo rischiando di far decollare opere sbagliate (penso alla Milano-Genova, che dovrebbe comunque essere esclusa dall'uso, ad esempio, del fondo della Infrastrutture S.p.a., perché è un'opera veramente fuori da ogni logica di redditività). Dovremmo quindi concentrarci sulle tratte generalizzate e dovremmo anche identificare i costi del pagamento del debito, in modo che sia chiaro in futuro quanto andremo a pagare complessivamente come Stato per tutte queste operazioni, invece di rinviare semplicemente questi conti al futuro (operazione che peraltro è stata già fatta nei primi anni Novanta, ma che oggi si mostra in tutta la sua drammaticità ogni volta che dobbiamo reperire risorse vere e non solo garanzie o capitale di prestito che vuole comunque essere ovviamente ripagato).

Questa è una grande preoccupazione e mi auguro che la discussione in Aula serva, appunto, anche a chiarire questi aspetti, a meglio definire come destinare e circondare questa innovazione creativa nel campo degli investimenti ferroviari con qualche margine di certezza in più per tutti gli operatori del settore.

Un’altra questione riguarda l’ANAS. Io avevo già osservato che era anomalo, se non si spiega nella logica di un'eliminazione dai conti pubblici, che l'ANAS diventasse una società per azioni e non rimanesse invece un ente economico, com’era in precedenza; infatti, essendo un’azienda che sostanzialmente non ha incassi (perché gli unici incassi li hanno le concessionarie, che sono sostanzialmente già oggi società per azioni private), è chiaro come parlare di caratteristiche manageriali di gestione dei ricavi e delle spese in ANAS S.p.a. sia assolutamente fuori luogo.

Ma ciò che più mi preoccupa è un altro aspetto. Io capisco l’efficienza che deve attraversare sicuramente un’azienda con quelle caratteristiche, però mi preoccupa un aspetto in particolare: il fatto che si consenta (tra l’altro con una strana analogia, che non c’entra nulla, se si va a vedere il caso specifico) la costituzione di un fondo, a valere sul proprio netto patrimoniale, che l'ANAS S.p.a. è autorizzata a formare al fine di esercitare l'attività di manutenzione e provvedere al pagamento della rata di ammortamento dei propri mutui.

Io sono molto preoccupata perché non credo che si possa mettere il patrimonio netto in un fondo insieme ai residui passivi e consumarlo per fare la manutenzione. Credo quindi che dovremmo chiarire (anche in questo caso, mi auguro, dalla discussione d’Aula e dalla riflessione comune) come si alimenta di anno in anno questo fondo, senza svalutare di fatto il patrimonio di ANAS S.p.a. (in altra sede potrei spiegarvi come funzionava il fondo delle Ferrovie dello Stato: si trattava della ipervalutazione degli asset, che veniva messa in un fondo ai fini della ristrutturazione aziendale degli oneri per infrastrutture; quindi un caso completamente diverso: c’era un’autorizzazione perché esisteva un’ipervalutazione riconosciuta).

Inoltre, voglio segnalare il fatto che la rete stradale che abbiamo attribuito alle Regioni, che a loro volta mediamente l'hanno attribuita alle province, quindi ormai divenuta locale, non ha adeguate risorse (mentre parliamo di opere strategiche, di ponte sullo Stretto) per la manutenzione ordinaria e straordinaria.

Già esisteva un deficit enorme; ovviamente i trasferimenti che vengono erogati sono assolutamente insufficienti per mantenere quel livello di sicurezza e di manutenzione che sarebbe indispensabile; e mi pare che da tutte le province, gli enti locali, le Regioni, sia di centro-destra che di centro-sinistra, venga continuamente un grido di allarme per il fatto che non si riesce a mantenere i livelli di efficienza della rete che abbiamo assegnato, attraverso la regionalizzazione, in modo efficiente.

Vorrei concludere dicendo che cosa non c’è (e ce ne dispiace molto, e mi auguro che la discussione sia positiva) in questa legge finanziaria e che ci piacerebbe trovare: gli aiuti al cabotaggio. A fine anno scade l’autorizzazione alla detassazione per gli aiuti al cabotaggio, gli unici aiuti ammessi esplicitamente in sede europea ai fini della concorrenza, per evitare distorsioni anche in sede europea e come aiuto alla mobilità sostenibile.

Voglio ricordare che in questo momento siamo ancora in regime di aiuti all’autotrasporto, quindi non valgono le ragioni squisitamente economiche. Peraltro, noi sosteniamo che si potrebbero, ad esempio, attraverso l’introduzione della carbon tax, reperire quelle risorse, proprio perché anche noi crediamo che i saldi vadano rispettati. Sarebbe un modo per eliminare una serie di sussidi perversi tra diversi tipi di mobilità. È insensato che l’Italia aiuti l’autotrasporto, ostaggio com’è già del trasporto su gomma, e non aiuti invece il trasporto via acqua, in particolare quello via mare.

C’è una discussione aperta, ci auguriamo che nel maxiemendamento vi sia qualche risposta a questa sollecitazione che non viene solo dal mondo ambientale, ma anche, in generale, dal mondo di chi lavora e dalle imprese pubbliche e private in questo settore.

Un’altra preoccupazione: non vi sono risorse per la mobilità urbana, per l’innovazione tecnologica, la sperimentazione all’idrogeno, il parco autobus. Non è soltanto un problema di ammodernamento del trasporto pubblico, ma è anche un modo per dare certezze di politica industriale alle imprese italiane che lavorano in questi settori.

Infine, vi è la questione della legge n. 211 del 1992 per le reti tramviarie metropolitane, che non solo non vede alcun rifinanziamento (e mi rendo perfettamente conto che in tempi difficili non è semplice), ma i cui fondi, voglio ricordarlo, sono in parte messi a rischio dal cosiddetto decreto blocca spese o taglia residui, come dir si voglia. La legge n. 211 ha avuto un lungo iter, è stata semplificata ed è stata decentrata; sulla base di essa le città hanno realizzato numerosi progetti di tranvie e di metropolitane.

Tutte le grandi e medie città italiane rischiano, proprio quando sono in dirittura di arrivo, con le difficoltà che ci sono per la progettazione e per l'appalto (sono previsti determinati tempi, ci sono gare a livello europeo, ci sono ricorsi che vengono vinti, questo è il lento sistema italiano), che a fine anno una quota di queste risorse, come tutti gli operatori delle città, gli assessori ma anche le imprese hanno segnalato, venga rastrellata.

Credo sarebbe opportuno un chiarimento, per evitare accuratamente questo rischio, almeno per quelle infrastrutture che sono già in dirittura di arrivo. Infatti, le nostre città, a partire da Roma, hanno urgente bisogno di ampliare le proprie reti metropolitane e di realizzare le reti tranviarie.

Voglio concludere augurandomi che questa discussione in Aula sia una discussione vera. Ho già specificato che la questione della copertura è un aspetto altrettanto importante rispetto a quello delle spese aggiuntive o delle detassazioni che noi proponiamo. Crediamo, ad esempio, che con un adeguato ripristino della carbon tax si possano coprire tutte le spese positive da noi auspicate. Questo sarebbe anche un modo diretto per scoraggiare alcune modalità di trasporto o di investimento sbagliate e favorire invece comportamenti virtuosi, che devono ovviamente attraversare sia il mondo dell'impresa privata che quello degli enti locali, e, in generale, quello delle amministrazioni dello Stato. (Applausi dai Gruppi Verdi-U, Mar-DL-U e del senatore Betta. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Marino. Ne ha facoltà.

MARINO (Misto-Com). Signor Presidente, poiché i minuti a disposizione del Gruppo dei Comunisti italiani all'interno del Gruppo Misto sono scarsi, le sarei grato di richiamarmi qualora dovessi superare i cinque minuti.

Credo che, almeno nel testo licenziato dalla Commissione bilancio, non venga modificato né il taglio, né la linea complessiva di questa legge finanziaria, che, solo per ragioni di brevità, definisco una finanziaria antindustriale, antisociale e antimeridionale. Anzi, per molti versi questa finanziaria risulta anche peggiorata, se non altro per la presenza di ulteriori regali fatti agli amici, come Bruno Visentini ricordava nei suoi ultimi scritti.

Si è mostrata grande sensibilità per i videogiochi, tanto per fare cassa, in modo che in ogni bar ci sia un "rovina famiglie". Si è detto di no alla tariffa assicurativa unica su tutto il territorio nazionale per gli automobilisti virtuosi (una vera e propria ingiustizia, signor Presidente; anche qui un bel regalo fatto alle assicurazioni). Si sono dati sussidi alle famiglie per l'iscrizione dei figli alla scuola privata; nello stesso tempo si sono tagliati i fondi per la scuola pubblica. Non c'è stato alcun ripensamento sul reddito minimo di inserimento, né su altre norme e disposizioni riguardanti soprattutto il Mezzogiorno, e cioè lo sviluppo economico, civile e sociale del nostro Paese e potrei continuare.

Questa finanziaria dovrebbe poi essere anche giudicata alla luce di tutto il contesto e dei provvedimenti che sono stati presi in questo periodo. Mi riferisco al decreto taglia-spese, al decreto taglia-DIT, alla delega fiscale in itinere (con le due aliquote fiscali assolutamente in contrasto con il principio della progressività e della capacità contributiva stabilito dalla nostra Costituzione repubblicana), alle cartolarizzazioni, alla Patrimonio dello Stato S.p.a. ed alla Infrastrutture S.p.a.. Cioè, per avere un'idea della politica economica complessiva del Governo, fatta soprattutto di tagli e anzitutto di regali agli amici, il giudizio dovrebbe riguardare questa finanziaria e tutti gli altri provvedimenti di contorno.

Vi sono previsioni errate per quanto riguarda la crescita; previsioni irrealistiche per quanto riguarda il tasso programmato di inflazione all'1,4 per cento, rispetto ad un inflazione che viaggia al 2,8 per cento, con l'ovvio problema irrisolto della questione salariale, che dovrebbe almeno vedere un allargamento della domanda interna, assicurando, cosa che non è stata fatta, piena copertura almeno per quanto riguarda il rispetto dei contratti del pubblico impiego; quindi riforma degli ammortizzatori sociali. Niente di tutto questo.

D’altra parte, il relatore Grillotti sembrava rievocare lo slogan "pagare tutti, pagare meno". Chiedo scusa al senatore Grillotti, ma un eminente esponente della maggioranza di Governo, l'onorevole Tabacci, ieri ha detto chiaramente che il semplice concordato previsto in questa finanziaria non basta: altro che pagare tutti, pagare meno, qui si parla di concordati di massa, di concordati preventivi triennali!

L’onorevole Tabacci sostiene una cosa molto semplice, cioè che il semplice concordato contenuto nel testo al nostro esame non può garantire le entrate previste di 8 miliardi di euro. Adesso anche il Governo - cito sempre Tabacci - deve essersi accorto che una cifra del genere può essere ottenuta solo con un condono tombale, il che significa che questo concordato non basta e che questa finanziaria implicitamente è scoperta.

Quel che emerge con tutta evidenza è, ancora una volta, una serie di condoni e di concordati, con danno gravissimo alla credibilità delle nostre istituzioni in violazione, per giunta, dello Statuto del contribuente; soprattutto il concordato triennale è proprio sui generis, mai visto; è la prima volta che appare qualcosa di simile nella storia fiscale italiana, non ha riscontro in nessun altro Paese d’Europa.

Tra l’altro questo concordato triennale concede addirittura al Governo una delega in bianco sottraendo, cioè, al controllo parlamentare la determinazione del prelievo tributario per la quasi totalità dei percettori di redditi d'impresa e professionali. Quindi, si abbandona ogni sforzo verso l’equità fiscale, con buona pace dell’articolo 53 della Costituzione.

Insomma, al condono tombale si arriverà, è inutile nascondersi dietro a un dito, magari utilizzando qualche iniziativa parlamentare. Ho fatto mettere a verbale la dichiarazione del sottosegretario Vegas che l’eventuale condono tombale, cui il Governo dovesse dare un parere favorevole, non dovrà servire a coprire interventi specifici. Vorrò vedere cosa succederà rispetto agli impegni assunti.

Si tratta di una finanziaria antindustriale. Non ci sono finanziamenti per la ricerca, ormai il mondo accademico è dimissionario; non c’è niente a sostegno né dei consumi né della nostra competitività rispetto alla necessità di innovazione. Altro che colbertismo, altro che criticare le passate privatizzazioni per fare cassa! La mia parte politica ha sempre votato contro, perché le privatizzazioni non si possono fare nei settori strategici. Ma in questa finanziaria c’è una norma, precisamente il comma 6 dell’articolo 59, con la quale addirittura… (Il microfono si disattiva automaticamente).

PRESIDENTE. Senatore Marino, le concedo un altro minuto.

MARINO (Misto-Com). ... si cederanno pacchetti azionari al di sotto del prezzo di mercato, tanto per fare cassa.

Si tratta di una finanziaria anche antimeridionale. Attendo ancora la tabella F che riduce i fondi per il Mezzogiorno rispetto agli anni precedenti; c’è un impegno del Governo in tal senso.

Insomma, si abbia il coraggio politico di revocare i regali e i benefici fatti e di ripristinare quei provvedimenti che il centro-sinistra aveva adottato e che avevano fatto sì che il Mezzogiorno crescesse in termini di PIL, di export e di occupazione.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Firrarello. Ne ha facoltà.

FIRRARELLO (FI). Signor Presidente, i prossimi cinque anni saranno fondamentali per il futuro del Mezzogiorno e dell’Italia tutta poiché, se dovessero ripresentarsi le condizioni che, di fatto, hanno estromesso la regione Abruzzo da quelle di cui all’Obiettivo 1), ci si ritroverà nell’impossibilità di procedere ad un ulteriore serio sviluppo infrastrutturale del Meridione, con riflessi anche sull’economia nazionale.

Oggi, non ci si può assolutamente esimere dall’affrontare l’argomento avendone una chiara visione storica, e con degli scenari di riferimento che devono necessariamente, nel medio e lungo termine, guardare a ciò che succederà nell’ambito dei Paesi dell’Unione Europea.

Il 2004 sarà l’anno che segnerà le tappe progressive dell’allargamento dell’Europa verso i Paesi dell’Est. Ma quale sarà l’impatto di questa colossale operazione politica ed economica con la precaria condizione del Mezzogiorno d’Italia? Quali obiettivi produrrà sulla già debole economia del Mezzogiorno? E quale sarà l’effetto sull’occupazione? E come inquadrare l’allargamento ad Est dei Paesi dell’Unione?

Nello stesso tempo il dibattito e soprattutto l’iniziativa devono investire il complesso delle politiche nazionali verso il Mezzogiorno, dato che siamo ad un punto di vero e proprio allarme. Il tasso di crescita del Mezzogiorno resta, a tutt’oggi, assai inferiore al suo livello potenziale. Ecco perché la finanziaria deve tenerne conto, ed in mancanza di altre fonti di finanziamento, diminuirebbe ancora la capacità dello Stato di accrescere la qualità delle infrastrutture del Sud.

La sostanziale incompletezza della matrice interindustriale dell’economia meridionale, con ciò che ne deriva sia in termini di minore capacità di trattenere al proprio interno gli stimoli della domanda, che di debolezza dei legami con altre aree del Paese, è rappresentata chiaramente dalla sostanziale stasi segnata dal processo di convergenza verso una struttura produttiva più evoluta nell’ultimo quarto di secolo.

Nel periodo in cui storicamente più intenso è stato lo sforzo di industrializzazione del Mezzogiorno, dalla prima parte degli anni '60 alla metà degli anni '70 la realtà industriale meridionale aveva fatto segnare apprezzabili progressi, specie per quanto riguarda i legami con l’area maggiormente sviluppata del Paese.

Successivamente, con il progressivo esaurirsi, da un lato, della politica volta ad accrescere la dotazione di capitale all’interno dell’area svantaggiata e, dall’altro, con la crescente integrazione del Nord con le aree extra-nazionali dotate di una matrice industriale simile, e con il fenomeno della "globalizzazione" economica, che il Mezzogiorno ha accresciuto la propria marginalità.

Tutto questo determina, onorevole Ministro dell’economia, un ripensamento della politica per il meridione. Sul piano della politica economica, dunque, continua a porsi, in termini non meno pressanti che per il passato, l’esigenza di un’azione che, favorendo la convenienza a localizzare una nuova capacità produttiva nel Mezzogiorno, sia attraverso il rilancio della competitività anche turistica del territorio meridionale, sia attraverso interventi volti a contenere il costo dei fattori, possa progressivamente contribuire a colmare i "vuoti" della matrice interindustriale tuttora presenti nel Mezzogiorno.

Senza questo ripensamento non esisterà più un sistema Italia in grado di controbattere efficacemente le tentazioni di espansionismo economico, di fatto già in atto, delle meglio attrezzate aziende francesi e tedesche, verso i nuovi mercati dell'Est e della sponda Nord del Mediterraneo, con la conseguenza che le aree meridionali del nostro Paese, già a rischio in conseguenza della libera circolazione di prodotti e di forza lavoro provenienti dai nuovi Paesi, non possano cogliere le opportunità dell'allargamento, producendo di riflesso nuovi fenomeni di inoccupazione e disoccupazione che, dopo aver bruciato ben due generazioni, porranno le basi per la creazione di una nuova e pericolosa polveriera sociale.

Ed in considerazione che già vi è una maggiore integrazione delle due ripartizioni del Nord con le realtà territoriali extranazionali rispetto a quella intercorrente con l'area meridionale del Paese, e per il futuro aumenterà l'integrazione economica del Nord con l'Europa e permarrà strutturalmente debole quella con il Mezzogiorno, dobbiamo oggi usare ogni strumento per assicurare lo stretto legame tra i temi dell'assetto istituzionale dello Stato con le questioni economico-sociali, cercando di prevenire che le zone più ricche del Paese si rinchiudano dietro atteggiamenti difensivi deleteri per la crescita civile del Paese tutto.

Ed allora si deve procedere e velocemente al piano delle grandi opere che attraverso uno studio sui processi d'integrazione internazionale della nostra economia, dovrà trascinare il Sud e l’intero Paese nella spirale virtuosa dello sviluppo. Tra queste opere il ponte sullo Stretto di Messina rimane al primo posto. Ma sì anche ad una filosofia di Governo che aiuta a cogliere il profilo "solidaristico", che ripristinando e ricreando un Fondo di solidarietà nazionale, lo depuri da tutti quei vizi giuridici che ne hanno compromesso l'effettiva attuazione rendendolo di fatto uno strumento la cui storia è segnata da scontri giuridici e politici nella quale la Sicilia è stata più volte protagonista perdente di uno statuto calpestato da tanti Governi.

In campo europeo, poi, pur restando l'assoluta necessità per le Regioni del Sud di spendere i fondi di Agenda 2000, il nostro impegno permane per le aree povere del Paese e si dovrà pur concentrare in sintonia con le autonomie locali, sull'obiettivo di coniugare l'apertura e il sostegno ai nuovi Paesi con un ulteriore sostegno alle Regioni meridionali, per consentire di uscire effettivamente dalla condizione di ritardo di sviluppo, favorendo la conquista di standard effettivi di competitività.

Onorevole Ministro, in questo senso, per la determinazione delle Regioni in ritardo di sviluppo, andrà assolutamente rivisto il parametro del PIL, in quanto il PIL statistico medio relativo della futura Unione sarà assai più basso di quello odierno, e le nostre Regioni supererebbero forse già oggi - o lo faranno presto - quella mitica soglia del 75 per cento del PIL pro-capite dell'Unione, che in un lontano passato venne fissata per il godimento degli aiuti strutturali. Ma nei fatti ed in concreto, la povertà oggettiva delle Regioni del Mezzogiorno italiano - perdurante area debole di un Paese che rimane "dualista" - rischia, per un inaccettabile "gioco" statistico, di diventare "ricchezza relativa", solo perché si modifica in corso d'opera il valore della soglia di riferimento dell'una e dell'altra. Certo, povertà e ricchezza sono anche valori "relativi" - cioè valutabili pure rispetto a quelli degli altri - ma sono anche valori ed importi assoluti cui corrispondono quantità maggiori o minori di beni, di servizi, di utilità e di benessere godibili.

In questo contesto bisognerà aggiungere anche altri parametri come quelli della dotazione infrastrutturale e del tasso di disoccupazione, non respingendo l'idea di una fase di transizione con una uscita graduale dal sostegno comunitario. L’Italia è al primo posto purtroppo nella disoccupazione giovanile, per la maggior parte nel Meridione d’Italia. Ma il nostro impegno non si deve limitare ai soli fondi strutturali, ma si deve interessare più in generale alle politiche di sviluppo dell'Unione, con la necessità di spostare verso Sud l'asse di queste politiche soprattutto in materia di infrastrutture materiali e immateriali.

In questo contesto dobbiamo guardare con grande attenzione alla creazione nel 2010 di una grande area di libero scambio nel bacino del Mediterraneo. L'eventuale abbattimento progressivo delle barriere doganali e tariffarie potrà creare un effetto di richiamo che merita di essere meglio inquadrato e valorizzato nell'ambito del bacino del Mediterraneo.

Lo spazio economico mediterraneo presenta delle evidenti complementarietà

tra le Regioni settentrionali e meridionali della zona, che è importante valorizzare.

Le nostre Regioni a Nord del bacino sono ricche di risorse umane qualificate. Esse sono il fulcro di una rete di comunicazione che lega l'Africa del Nord all'Europa e dispongono di un tessuto industriale e scientifico diffuso ed altamente efficiente rispetto ai Paesi della sponda sud del bacino.

Da parte loro, i Paesi del Sud offrono manodopera a buon mercato, un insieme di imprese con vocazione all'attività di subfornitura e delle zone franche industriali che favoriscono scambi commerciali intensi con l'Europa. Correttamente mobilitata, questa complementarietà può costituire un ulteriore fattore di richiamo per gli investimenti stranieri nell'intero spazio mediterraneo, di cui potrebbero beneficiare sia il nord che il sud del bacino.

Il nostro interesse è che il Mediterraneo decolli economicamente il prima possibile. Ciò favorirebbe lo sviluppo dell'Italia meridionale, che ne è il centro geoeconomico ed il nostro massimo problema nazionale. Ma, se la Germania ha interesse a dirottare tutte le risorse europee verso l'Est allo scopo di finanziare quei Paesi che assorbirà nel proprio mercato interno, ciò favorirà le sue imprese, e l'Italia dovrebbe ottenere almeno un compromesso. E questo, onorevole Ministro, è compito suo, in particolare: evitare la definitiva marginalizzazione del Meridione d'Italia. Metà ad Est che ne ha bisogno e comunque è utile anche a noi, metà al Sud dove ce n'è altrettanto bisogno. Il nostro Governo ha il dovere di tutelarci. Tali risorse, tra l'altro, servirebbero a finanziare la pace nel bacino mediterraneo e la stabilità dei Paesi della costa sud, ovvero la condizione di sviluppo della Regione.

In questo modo il Mezzogiorno potrà divenire una realtà economica e sociale dell'Europa, pienamente funzionale alla scelta dell'Unione di investire risorse nel bacino del Mediterraneo, e con la sincera obiettività di chi non ha trascurato le aree più deboli della propria nazione, per rilanciare solo un lembo della nostra penisola. Onorevole Ministro, in Sicilia c'è una congiuntura esplosiva, costituita dalla FIAT, dall'Etna e dalle minacce di chiusura dell'Enichem. Nemmeno un'economia forte potrebbe resistere ad un attacco così distruttivo.

Nei giorni scorsi ho parlato di progetto Etna: forse è più corretto parlare di progetto Sicilia. Sono certo che il Governo Berlusconi affronterà con adeguata accortezza questi delicati problemi. Mi aspetto una politica economico-finanziaria di grande respiro e proiettata oltre le difficoltà che gli ultimi mesi hanno trasferito all'Europa.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Eufemi. Ne ha facoltà.

EUFEMI (UDC:CCD-CDU-DE). Signor Presidente, signor Ministro dell'economia, onorevole relatore Grillotti, colleghi, ad avviso dell'UDC va giudicata corretta l'interpretazione della proposta del Governo in tema di finanza pubblica per il 2003, il valore complessivo di aggiustamento, i saldi previsti e gli obiettivi differenziali.

Si deve partire dalla consapevolezza della complessità ed estensione della crisi economica internazionale, caratterizzata soprattutto dall'incertezza sulla possibilità di un'inversione di tendenza. Un'interpretazione corretta, sia dal punto di vista politico che da quello prettamente tecnico della manovra finanziaria proposta dall'Esecutivo non può che partire dall'analisi del particolare e difficile e particolare momento storico che l'intera comunità internazionale ha vissuto, e di cui sono ancora vive e pesanti le ripercussioni.

La manovra proposta interpreta la necessità, le incertezze, le esigenze di questo momento, ma al tempo stesso non viene meno agli obiettivi prioritari di sostenere l'economia attraverso la riduzione delle imposte, aumentando il reddito disponibile per i cittadini e prevedendo risorse per gli investimenti.

L'attuale contesto internazionale è fortemente caratterizzato da notevole incertezza. Alla instabilità economica conseguente all'11 settembre si aggiungono le preoccupazioni legate alla vicenda mediorientale, le paure legate a possibili attacchi terroristici, le voci che si susseguono creano paure, comprimono i consumi e contribuiscono a creare delle aspettative meno rosee.

La finanziaria presentata dal Governo è frutto dell'attuale momento politico di crisi che coinvolge l'intera economia internazionale e proprio in virtù di tali considerazioni il Governo ha dovuto rivedere uno scenario congiunturale negativamente mutato. Il superamento del durissimo colpo inferto all'economia mondiale dall'emergenza terrorismo richiede tempi certamente non brevi.

In Europa la domanda interna, sia per consumi sia per investimenti, è sensibilmente diminuita nel corso degli ultimi mesi. L'inflazione, che pure dovrebbe scendere in un contesto caratterizzato da un basso livello della domanda aggregata, non accenna a diminuire. Le pressioni sui prezzi, soprattutto quelli al dettaglio, a causa dell'effetto del change over causano un loro rialzo. In tale contesto, i bilanci pubblici risultano inevitabilmente indeboliti da una crescita meno sostenuta che fa registrare un calo delle entrate tributarie e della spesa corrente che non accennano a diminuire.

In tale contesto la manovra correttiva prevista dall'Esecutivo di 20 miliardi di euro guarda all'obiettivo di diminuire il rapporto fra deficit e PIL passando dal 2,1 per cento del 2002 all'1,5 per cento per il 2003.

La manovra si basa sulla riforma fiscale, con l'introduzione del primo modulo di riforma che determina minori imposte su persone fisiche e imprese per circa 7,5 miliardi di euro - va sottolineata la straordinaria importanza di questa misura - sulla razionalizzazione della spesa delle amministrazioni pubbliche, sul concordato fiscale, sulle cartolarizzazioni e sugli investimenti in opere infrastrutturali, che saranno salvaguardati dalla creazione delle due società per azioni create dal Ministero dell'economia, Patrimonio e Infrastrutture.

La manovra, pertanto, si caratterizza come una finanziaria di protezione sociale, che guarda soprattutto ai ceti meno abbienti e all'utilizzo oculato delle risorse pubbliche, al fine di garantire le condizioni per consentire di avviare la ripresa sin dal prossimo anno. Infatti, si razionalizza la spesa della pubblica amministrazione senza tagliare la spesa per gli investimenti.

All'interno di tale logica di rigore e di sviluppo, la disciplina del patto di stabilità interno costituisce un passaggio obbligato, chiamando anche gli enti decentrati a collaborare sulla strada del contenimento della spesa corrente.

Un punto fondamentale della finanziaria che interessa da vicino la finanza degli enti decentrati è rappresentato dal patto di stabilità interno. Il rispetto del programma di stabilità rappresenta l'impegno che il nostro Paese ha nei confronti dell'Unione europea; di riflesso, il patto di stabilità interno, ai cui vincoli sono sottoposti Regioni ed enti locali, rappresenta l'estrinsecazione, la concretizzazione di tale impegno al fine del raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica previsti a livello europeo.

Tutti vengono chiamati alle proprie responsabilità, nessuno può tirarsi fuori. Il mancato raggiungimento degli obiettivi vieta agli enti locali la possibilità di assumere personale e di ricorrere all'indebitamento per gli investimenti. In questa decisione però vengono purtroppo coinvolti anche enti comunali che hanno un bilancio sano e che svolgono servizi alla persona; invitiamo il relatore a meditare su questo aspetto. Un altro limite imposto alla finanza locale è il blocco della spesa per l'acquisto di beni e servizi; la significativa riduzione in riferimento a questa specifica voce è dovuto al fatto che ad essa è imputabile la quota maggiore dell'incremento della spesa a livello locale.

Per quanto riguarda le disposizioni relative all’articolo 3, esprimo una valutazione complessivamente positiva, ritenendo infatti che l’attuazione del Titolo V della Costituzione abbia in qualche modo la precedenza sul processo di devoluzione che, pur nelle perplessità che abbiamo già manifestato, condivido.

Non vi è dubbio che anche il taglio del 10 per cento sulle dotazioni iniziali possa incidere su alcuni enti locali, ma sono convinto della necessità di operare un riequilibrio della spesa. A tale fine esprimo apprezzamento per la previsione di meccanismi di monitoraggio, che avevamo sollecitato lo scorso anno, in grado di verificare in tempo reale l’andamento della spesa.

Più in generale, sulle tematiche afferenti al federalismo fiscale esprimo la convinzione che occorra evitare la divaricazione tra Governo centrale e gli enti decentrati. Contestualmente alla riduzione dei carichi fiscali per i ceti meno abbienti il Governo si è fatto carico, con un’azione coraggiosa, di sospendere gli aumenti delle addizionali IRPEF. Ciò, diversamente da quanto avvenuto in passato.

La definizione delle liti fiscali pendenti, nonché quelle che potrebbero insorgere in relazione ai decorsi periodi di imposta, nonché agli atti registrati sempre entro la data del 20 settembre 2002 si rende essenziale soprattutto in vista di un totale riassetto del sistema fiscale italiano, che è in avanzato stato di approvazione parlamentare.

È auspicabile che il Governo recepisca le proposte avanzate durante l’iter parlamentare di ampliare quanto più possibile la portata del provvedimento che consenta a tutti i contribuenti di chiudere le proprie posizioni, comprese quelle relative ai tributi locali amministrati dai comuni.

Tra le questioni meritevoli di approfondimento, anche attraverso la proposizione di emendamenti, ricordo la necessità di incrementare le risorse per la ricerca e per l’università, di sostenere le piccole e medie imprese, l’Artigiancassa e il mondo agricolo, che rimane altrimenti marginalizzato.

Sono invece contrario alla previsione di consentire gli accertamenti ICI oltre il termine dei cinque anni. Dobbiamo spingere i comuni all’efficienza e prevedere accertamenti oltre i cinque anni appare francamente eccessivo.

Esprimo apprezzamenti, inoltre, per la estensione a tutto il 2003 delle agevolazioni fiscali, da noi fortemente volute, per le ristrutturazioni edilizie, combinata con "l’allungamento" al 30 settembre per l’IVA ridotta relativa ai settori ad alta intensità di lavoro. Ciò è stato possibile attraverso il recupero di gettito determinato dall’introduzione della regolamentazione più severa delle macchine da intrattenimento.

E ancora, apprezzo l’affermazione del principio della parità scolastica che, seppure attraverso limitate risorse, consolida le prospettive di un autentico pluralismo educativo.

Sono state operate scelte forti in favore delle aree deboli del Paese, venendo incontro alle nostre sollecitazioni, delle politiche familiari con la previsione di agevolazioni per l’acquisto della prima casa da parte delle giovani coppie, ma sottolineo l’opportunità di utilizzare le risorse messe in campo per il progetto di risparmio casa, offrendo una pluralità di opzioni attraverso strumenti collaudati, in grado di affermare la cultura del risparmio.

È indubbio che questa finanziaria sconta i problemi della mancata riforma della contabilità di Stato e della contestuale revisione del procedimento di riforma della sessione di bilancio. È auspicabile che il progetto del presidente Azzollini sia prontamente ripreso, al fine di realizzare una riforma che serva alle mutate esigenze della finanza pubblica dei vincoli europei e soprattutto del Paese.

Apprezziamo lo sforzo che il Governo ha già fatto con l’articolo 18, che rappresenta il risultato - ricordato - di una piena conoscenza dei flussi di finanza pubblica, sia a livello centrale che periferico. Questa azione va accompagnata con la riforma di contabilità, soprattutto in un momento di trasformazione degli assetti istituzionali e nel nuovo rapporto ordinamentale tra Stato ed enti locali territoriali.

L’esame in Commissione bilancio non ha potuto affrontare tutti i problemi sul tappeto. Alcuni nodi politici sono stati rinviati all’Aula. Tra quelli citati per noi diviene irrinunciabile affrontare il problema della ricerca scientifica e dell’università, su cui sappiamo che il Ministro dell’economia non sarà insensibile.

Al riguardo, in questi giorni, si sono levate voci autorevoli, compresa quella del Presidente del Senato: dobbiamo porre attenzione al problema della globalizzazione, che non deve accentuare le disuguaglianze, ma diminuire le tensioni fra gli Stati, fra i popoli, fra le culture; essa deve volgersi a vantaggio di tutti e dunque deve essere governata dall’uomo.

È un errore, oggi, sostenere l'unicità o l'eccezionalità dell'attuale esperienza di globalizzazione. La nostra globalizzazione ha raggiunto solo all'inizio degli anni Novanta i livelli degli anni precedenti la prima guerra mondiale. Il problema di quella "nostra", ma più opportunamente di quella definibile "americana", in quanto centro propulsore sia di tipo finanziario che tecnologico, è evitare gli errori disastrosi di quella precedente.

Oggi viviamo questa terza fase di globalizzazione, ma rischiamo di rimanerne fuori, rischiamo l'esclusione da questo processo, perché ha i caratteri di essere americana e di essere tecnologica e può aprire un solco profondo ed incolmabile per il nostro Paese.

Occorre, allora, destinare maggiori risorse alle attività di ricerca e sviluppo per contribuire alle innnovazioni che svolgono un processo di stimolo, non solo nei processi integrativi, ma anche in quelli produttivi, rappresentando una determinante della crescita del Paese.

Per l'Italia, la capacità innovativa, misurata in termini di brevetti, è rimasta sostanzialmente immutata negli anni Ottanta e, nonostante l'integrazione dei mercati, non si è riusciti a ridurre il differenziale di investimento in tale settore.

È, dunque, necessario mobilitare le risorse nazionali verso le attività di ricerca e di sviluppo e stimolare soprattutto il fattore umano che rischia di non essere più competitivo rispetto a quello registrato negli anni scorsi. Soprattutto è necessario affrontare in termini nuovi, così come abbiamo fatto nella grande riforma fiscale, le questioni inerenti al settore con incentivi di tipo fiscale, come la deducibilità degli utili reinvestiti - appunto - in ricerca e sviluppo, come è stato opportunamente previsto nella delega fiscale.

Ciò consentirebbe alle imprese di autofinanziarsi e imporrebbe scelte responsabili e non miopi di investimento; non costituirebbe alcun onere per il bilancio dello Stato, perché a fronte di una minore entrata si verificherebbe una minore uscita.

Mi avvio, caro Presidente, alla conclusione, svolgendo alcune considerazioni finali. Auspichiamo che nelle modifiche parlamentari trovino maggiore spazio alcuni settori, come le piccole e medie imprese e l'Artigiancassa. Dobbiamo evitare di lasciare in questa finanziaria qualche "buco nero".

Complessivamente, ribadisco le osservazioni positive, non senza sottolineare come l'insieme della manovra si caratterizzi con misure di protezione sociale e di coesione europea. Vanno, quindi, respinte le critiche espresse da più parti sulle misure contenute nel patto di stabilità interno - frutto peraltro di una logica da ascrivere al centro-sinistra - che l'attuale Esecutivo si fa carico di realizzare comunque per tener fede agli impegni europei.

Esprimiamo un giudizio complessivamente positivo sulla manovra di finanza pubblica, che tiene conto delle difficoltà congiunturali interne ed internazionali.

Il nostro auspicio, l'auspicio del Gruppo dell'UDC, è che l'esame nell'Assemblea del Senato possa consentire quei miglioramenti, quelle correzioni indispensabili, a determinare una decisione di bilancio funzionale agli interessi del Paese e su questo esprimeremo un voto favorevole.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Ciccanti. Ne ha facoltà.

CICCANTI (UDC:CCD-CDU-DE). Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, questa finanziaria si inserisce purtroppo in un quadro congiunturale ancora negativo.

Incidono sugli indicatori congiunturali di breve periodo per il nostro Paese la mancata ripresa, ancorché prevista ed attesa, dell'economia americana, il rallentamento dell'economia dei principali Paesi di "eurolandia" e la persistente debolezza delle componenti interne della domanda aggregata.

Dopo i segnali di ripresa intravisti nella prima parte dell’anno, il ciclo economico internazionale ha registrato una decelerazione e gli indicatori congiunturali hanno confermato la debolezza dell’attuale fase di crescita della maggior parte delle regioni del mondo.

Nonostante le politiche di sostegno poste in essere dall’attuale Governo, fin dal suo insediamento, la dinamica della crescita italiana è risultata quasi nulla. Tuttavia, le informazioni congiunturali disponibili consentono di prevedere, in questo secondo semestre, una ripresa che andrà rafforzandosi nel corso del 2003, anche a seguito delle misure previste nel documento di programmazione finanziaria in discussione.

Coerentemente con queste indicazioni, la crescita del PIL nel 2002 è stimata pari allo 0,6 per cento, mentre nel 2003 il tasso di sviluppo dovrebbe raggiungere il 2,3 per cento.

La politica di bilancio presentata dalla legge finanziaria si propone una correzione di natura strutturale volta a rispettare gli obiettivi assunti in sede europea e gli impegni del Patto per l’Italia.

Alla luce dei riflessi sui conti pubblici del nostro Paese determinati dal quadro macroeconomico internazionale, l’indebitamento netto per il 2002 si colloca al 2,1 per cento del PIL, coerente con un indebitamento netto strutturale pari all’1,2 per cento.

La manovra per il 2003 consente di ricondurre il livello dell’indebitamento netto all’1,5 per cento del PIL, coerente con un indebitamento netto corretto per il ciclo allo 0,5 per cento.

Bisogna infatti dare una lettura del quadro dei conti pubblici depurata dall’incidenza degli effetti spuri indotti dal ciclo economico internazionale. È necessario capire quali effetti negativi sono prodotti dalle carenze strutturali dei nostri conti pubblici e quali, invece, sono importati dal quadro internazionale.

Sotto questa luce, pertanto, se possono apparire preoccupanti i dati macroeconomici su cui si dibatte e su cui stampa ed opposizione concentrano le loro critiche alla politica economica e finanziaria di questo Governo, in realtà gli stessi dati, depurati dagli effetti indotti esterni, attestano il positivo processo di risanamento strutturale dei conti pubblici, in coerenza anche con il programma elettorale, col patto politico sottoscritto con gli italiani nel 2001.

Nel 2003 l’economia italiana potrà crescere secondo l’obiettivo del 2,3 per cento del PIL, sostenendo prioritariamente la domanda interna, stante i vincoli del Patto di stabilità europeo, che non ci consentono interventi di politica monetaria, e la drastica caduta degli scambi commerciali, la crescita del prezzo del petrolio oltre ogni previsione e la crisi internazionale che investe l’area dei Paesi arabi del Mediterraneo per il minacciato intervento contro l’Iraq.

La caduta di fiducia dei consumatori, dovuta anche all’instabilità della pace internazionale, ha determinato, da una parte, la contrazione dei consumi, su cui si è innestata la speculazione sui prezzi favorita dall’introduzione dell’euro, dall’altra, la crescita del risparmio, con una sostanziale invarianza dei tassi di interesse che sono decisi dalla Banca centrale europea.

Di fronte a questo quadro, i magazzini delle nostre aziende sono saturi, le scorte inutilizzate, gli investimenti fermi, ragione per cui si è ritenuto di non riproporre la Tremonti-bis.

Oltre a diverse misure previste dalla finanziaria per il rilancio della domanda interna, così come sono state definite con le parti sociali e contenute nel Patto per l’Italia, va sottolineata la politica di alleggerimento della pressione fiscale finalizzata a favorire l’accrescimento del reddito disponibile delle famiglie italiane, soprattutto quelle con reddito medio-basso.

Con la riduzione delle aliquote e degli scaglioni IRPEF attraverso un sistema combinato di deduzioni e detrazioni nella denunzia dei redditi, secondo la simulazione ISTAT per ben 21.300.000 famiglie il reddito disponibile aumenterebbe in media di 161 euro nel 2003.

Le famiglie che beneficerebbero dei provvedimenti simulati sarebbero 14 milioni, con un guadagno medio pari a 300 euro, mentre una riduzione di reddito a legislazione vigente per il 2003 la subirebbero i percettori di reddito compresi tra i 26.000 e i 75.000 euro, con una perdita media pari a 215 euro l'anno. Nel 2003, comunque, per questi ultimi si applica una clausola di salvaguardia per cui i contribuenti possono applicare nella dichiarazione dei redditi il regime legislativo più conveniente - il vecchio o il nuovo - ossia usufruire della norma che produce il minor aggravio di tassazione.

Le attuali detrazioni di imposta vengono progressivamente sostituite con deduzioni dall'imponibile concentrate su redditi medio-bassi, articolate in funzione di specifici criteri.

Sicché, per le spese relative a famiglia, casa, sanità, istruzione, formazione, ricerca, previdenza, assistenza all'infanzia, attività di promozione sociale e valorizzazione etica, no profit e confessioni religiose possono essere previste deduzioni dall'imponibile fiscale, che se da una parte si traducono in una minore entrata per lo Stato, dall'altra esaltano la scelta del contribuente, la libertà del cittadino, che sceglie le sue convenienze, godendo, oltre che della sua libertà di sostenere questa o quella forma di solidarietà, questa o quella scuola pubblica, anche della diminuzione di costi burocratici, di tempo e di danaro, relativi all'intermediazione di sovrastrutture di erogazione di servizi politicamente orientate.

Ogni tipo di spesa potrà essere da oggi in poi soggetto a deduzione, anche il biglietto dell'autobus, se si riterrà di dover privilegiare il mezzo di trasporto pubblico: non oboli al cittadino suddito, ma un passo indietro dello Stato dalle tasche dei cittadini sovrani.

E' un grande passo avanti. L'UDC fa però due rilievi a questa prima fase di riforma fiscale. Il primo è il seguente: l'entità della nuova deduzione è determinata in relazione alla tipologia di reddito e non anche tenendo conto delle condizioni familiari, come previsto nel testo risultante dalle modifiche approvate nel corso dell'esame parlamentare del testo di riforma fiscale.

E', pertanto, questa, un'incoerenza da recuperare in sede di consolidamento della riforma, ritenendo l'UDC di distinguere, con un trattamento di maggior favore nell'ambito dei redditi medio-bassi, le famiglie monoreddito da quelle plurireddito e, nell'ambito delle famiglie monoreddito, quelle con figli a carico da quelle che non ne hanno, distinguendo quelle con figli in età prescolare da quelle con figli in età scolare.

Il secondo rilievo che l'UDC muove è il seguente. Non è risolto il problema dei cosiddetti incapienti. C'è una categoria di contribuenti esentati dal pagamento dell'IRPEF. Per costoro qualunque beneficio fiscale riconosciuto è ininfluente. Non possono conseguire vantaggi sulle imposte coloro che, appunto, sono esonerati dal pagarle, però, i redditi di questi contribuenti, soprattutto di coloro che hanno figli a carico in età scolare o prescolare, sono falcidiati dal livello di inflazione, che ha ripreso a crescere, toccando perfino il 2,8 per cento, nonostante i provvedimenti di contenimento delle tariffe dei servizi pubblici recentemente adottati dal Governo.

Mentre il cosiddetto ceto medio si copre con i benefici fiscali prima ricordati dall’erosione inflattiva, i ceti sociali che si pongono sulla soglia della povertà e che non hanno le tutele sociali previste dalla rete del welfare locale non hanno protezione alcuna. Sappiamo che la rilevanza sociale di questa problematica è ben nota al ministro Tremonti ed è nell’agenda del Governo. L’UDC, però, ne sottolinea l’urgenza e l’importanza, avendo presentato un ordine del giorno sul punto affinché equità e sviluppo possano essere meglio declinate da questa finanziaria.

Recuperare la fiducia delle famiglie e dei consumatori, quindi, ma anche quella delle imprese e degli operatori economici attraverso il taglio dell’aliquota IRPEG di due punti e il contenimento della base imponibile IRAP relativa al costo del lavoro, in attesa di realizzare l’obiettivo programmatico dell’abolizione di questa imposta unica in Europa, secondo le indicazioni date dal DPEF.

Quindi, riduzione della pressione fiscale per liberare risorse nel Paese, alleggerire il sistema, recuperare quella competitività del sistema Paese la cui flessione è opposta con toni polemici dalla minoranza di centro-sinistra senza, peraltro, indicare misure di sistema per recuperare obiettivi di crescita.

In questo ambito di riforma fiscale si è cercato di contrastare anche i comportamenti elusivi ed evasivi con l’intento di perseguire una maggiore equità del sistema e di ripartire in modo più equilibrato la pressione tributaria.

Una certa propaganda si è esibita sostenendo che questo Governo premia i furbi che finora non hanno pagato le tasse a danno dei cittadini e contribuenti onesti che le hanno pagate. La verità è diversa.

Con il concordato, compreso quello preventivo, si cerca di portare alla luce una base imponibile finora occulta, comunque più ampia e sicuramente più ricca di elementi di certezza per i contribuenti, operatori economici.

Il collega Scalera, relatore di minoranza, questa mattina ha rilasciato un’intervista a Radio radicale in cui lamentava come negativa la misura premiale per gli evasori fiscali. Con tale concordato, invece, tornano allo Stato quelli che fino ad oggi ne sono stati fuori, chi è sfuggito anche alla maglia persecutoria del centro-sinistra (e sono tanti) per non essere stato leale con lo Stato; a costoro noi invece presentiamo oggi uno Stato amico, non patrigno, verso il quale chiamiamo gli stessi evasori ed elusori a collaborare e non a combatterlo.

Liberare risorse finanziarie per l’attuazione del programma di riduzione della pressione fiscale serve ad innescare un circolo virtuoso dell'economia, attraverso maggiori consumi, investimenti ed occupazione. Questo meccanismo autopropulsivo che caratterizza l’azione politica del ministro Tremonti è criticato dalla minoranza e anche da alcuni ambienti della maggioranza.

Personalmente, condivido l’azione del ministro Tremonti, perché non è dettata solo da alcune convinzioni ideologiche, ma - penso - da vincoli di natura istituzionale in cui è via via inserito il sistema Italia, vale a dire: la limitazione verso l’alto imposta dall’Unione europea che obbliga il nostro Paese a contenere il debito pubblico, il tasso di inflazione e l’indebitamento netto entro certi parametri concordati con gli altri Paesi dell’area euro e la limitazione dal basso imposta dalla riforma del Titolo V della Costituzione, che ha previsto una corposa devoluzione dei poteri verso le Regioni e il sistema delle autonomie locali che si è aggiunta a quella operata dalla legge Bassanini a Costituzione invariata.

Accanto ai poteri, Regioni, province e comuni hanno ottenuto e intendono ancora ottenere risorse umane strumentali e finanziarie consistenti. Secondo uno studio dell’ISAE, il costo della devoluzione dei poteri a Costituzione invariata, stando alla relazione di cassa della Ragioneria generale dello Stato del 2001, è di circa 92 miliardi di euro, circa 200 mila miliardi delle vecchie lire, e arriverebbe a 152 miliardi di euro implicando anche la devoluzione prevista dal Titolo V.

Di fronte a questo quadro di devoluzione verso l’alto e verso il basso di poteri, di decisioni e di conseguente spesa, è necessario recuperare un quadro di raccordo, di unità economica e non solo giuridica del sistema Paese al fine di mantenere gli impegni internazionali contratti.

In questo quadro e con questa esigenza ci si sta muovendo sia come Governo sia a livello parlamentare - leggasi per esso le Commissioni bilancio di Camera e Senato - per la rivisitazione del sistema di contabilità pubblica generale, per meglio legare il sistema delle autonomie e di altri autonomi centri di spesa affinché concorrano nella definizione di un quadro articolato di saldi di finanza pubblica e anche nella loro realizzazione, declinando insieme i princìpi di sussidiarietà verticale con quello di responsabilità, che dovranno caratterizzare la futura riforma del federalismo fiscale.

È in questo scenario che la finanziaria 2003 prevede aspetti non solo meramente quantitativi, ma anche con significative connotazioni strutturali e con effetti permanenti.

Nel comparto della spesa pubblica per beni e servizi è stato rafforzato il ruolo della CONSIP come centrale di acquisto al fine di produrre effetti sostanziali e progressivi di risparmio, efficienza e trasparenza.

Nel settore del pubblico impiego sono stati previsti modelli di flessibilità per l’accesso alla pubblica amministrazione, in coerenza con il quadro di riforma del mercato del lavoro nel settore privato, ivi compresa la mobilità della dirigenza pubblica all’interno della pubblica amministrazione e tra questa e il settore privato.

Un ulteriore risparmio è stato cercato con la contrazione delle autorizzazioni di competenza dei singoli Ministeri, reso meglio perseguibile dal consolidamento della contabilità economica analitica e l’articolazione per centri di spesa della pubblica amministrazione.

Una certa sinistra liberale e un certo ceto politico cosiddetto turbo-capitalista avrebbe voluto che i 7,5 miliardi destinati al Patto per l’Italia e per le politiche di sviluppo fossero stati assegnati al rilancio del sistema delle imprese per rilanciare lo sviluppo, magari attraverso il mantenimento del credito d’imposta automatico al Sud e forse più esteso geograficamente. Gli stessi che criticano la Tremonti-bis come misura impropria per un ciclo economico basso e perciò destinato ad essere un costo per la finanza pubblica.

Ma se la Tremonti-bis è servita per l’acquisto di BMW e Mercedes, secondo il centro sinistra, che vuole caratterizzare la sua opposizione per riproporre il credito di imposta automatico, a cosa dovrebbe servire, se non per le stesse finalità? Perché la Tremonti-bis agevola i furbi e la Visco-Sud i virtuosi? Qual è la logica di questa verità?

A parte le questioni di carattere contabile, ce n'è una di coerenza ideologica tra le due misure fiscali da spiegare. C’è da spiegare, poi, come si sarebbe dovuta finanziare la Visco-Sud. Per gli esegeti delle politiche del ministro Tremonti, molti dei quali in Confindustria, c’è da ricordare che le risorse si sarebbero dovute trovare tra quelle che finanziano il Patto per l’Italia; ma questo non si dice apertamente a quei 21 milioni di famiglie.

Signor Presidente, signor Ministro, concludo sostenendo che l’UDC condivide questa politica perché è virtuosa nell’interesse del Paese e non nell’interesse di questa o quella categoria sociale, ancorché elettoralmente costituente la base politica di questa maggioranza.

Questa finanziaria - è stato detto con enfasi - ha scontentato tutti, ma proprio per questo è equa, perché molti si aspettavano che fosse una finanziaria al servizio di alcune categorie sociali.

Ma gli stessi che ci accusavano di voler concedere un privilegio a determinate categorie sociali, da ricercare fra i redditi medio-alti e nei ceti abbienti, si sono poi trovati a scoprire che questo Governo di centro-destra ha fatto una politica fiscale per sostenere i ceti più deboli, e di questo siamo orgogliosi e fieri. Insisteremo, quindi, perché questi provvedimenti siano approvati. (Applausi dai Gruppi UDC:CCD-CDU-DE e FI e del senatore Carrara).

PRESIDENTE. Rinvio il seguito della discussione congiunta dei disegni di legge in titolo ad altra seduta.

Interpellanze e interrogazioni, annunzio

PRESIDENTE. Comunico che sono pervenute alla Presidenza interpellanze e interrogazioni, pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Ordine del giorno
per le sedute di mercoledì 11 dicembre 2002

PRESIDENTE. Il Senato tornerà a riunirsi domani, mercoledì 11 dicembre, in due sedute pubbliche, la prima alle ore 9,30 e la seconda alle ore 16,30, con il seguente ordine del giorno:

(vedi ordine del giorno)

La seduta è tolta (ore 21,38).