TESSITORE (DS-U). Signor Ministro, la tirannia del tempo non consente di svolgere adeguatamente, come il tema meriterebbe, l’articolata argomentazione delle linee portanti di questo disegno di legge e perciò io chiedo sin da ora, se il Presidente lo consente, di depositare agli atti il testo integrale e pur esso essenziale del mio intervento.
Credo che un qualsivoglia disegno di riforma della scuola dovrebbe cercare di rispondere ad una domanda fondamentale: qual è la scuola che serve al nostro Paese? E dovrebbe altresì sforzarsi di aggiungere un altro quesito: qual è - se c’è - una cultura prevalente su cui la scuola deve intervenire per favorirne l’evoluzione e lo sviluppo progressivo?
Sono perfettamente consapevole del fatto che è difficile rispondere a queste domande in un momento di accelerata trasformazione dei processi di strutturazione sociale e quando, probabilmente, bisogna rispondere che non c’è una cultura prevalente.
Considero tuttavia positivo questo dato, se significa acquisizione della consapevolezza della pluralità dei fatti culturali, precisando che non sto parlando di pluralità delle culture, ma della pluralità essenziale e costitutiva della cultura come tale.
Credo, però, che due questioni siano ineludibili per una scuola nuova: la necessità che la nuova scuola investa sulla professionalità dei docenti e la necessità che la nuova scuola individui un nuovo tipo di studente.
Si tratta di domande ineludibili in relazione alla nostra situazione sociale e culturale complessiva, che mi sembra caratterizzata, da un lato, da una sempre più accentuata frammentazione e parcellizzazione sociale e, dall’altro, da una tendenza a una globalizzazione che rischia di risolvere frammentazione e parcellizzazione nell’anonimato di una mostruosa struttura senza soggetto.
Si tratta di domande ineludibili perché alla loro base c’è la definizione di cultura che oggi possiamo fornire, cioè la possibilità da parte di tutti di affermare completamente le proprie capacità e realizzare le proprie finalità.
Ebbene, mi dispiace dirlo (lo affermo sinceramente), non credo che il disegno di legge in esame vada nella direzione giusta. Non va in questa direzione quando affievolisce - come è stato detto da molti colleghi - il principio dell’obbligo formativo e scolastico in favore di un richiamo generico ai diritti e ai doveri, che è altra cosa e che in ogni caso è più debole dell’obbligo, che in primo luogo rappresenta l’impegno per lo Stato di garantire a tutti la possibilità di realizzare pienamente le proprie capacità.
Non va in questa direzione quando spacca il rapporto tra istruzione e formazione, rischiando di riproporre un antiquato rapporto di subordinazione della formazione professionale a quella culturale.
Non va in questa direzione in modo particolare (i colleghi della Commissione lo sanno, perché su questo punto ho molto insistito) per quanto concerne la formazione dei docenti, che qui viene affidata ad una incredibile proposta che sembra fare riferimento ad un panpedagogismo stupidamente convinto che si possa distinguere cosa si insegna dal come si insegna. Non riesco a capire come l’articolo 5 del disegno di legge si collega con l’ordine del giorno presentato dalla maggioranza, ma cercherò di affrontare nuovamente questo punto quando illustrerò gli emendamenti che ho ripresentato.
Non va in questa direzione quando, per ciò che attiene alla figura dello studente, propone un modello che non definirò privatistico (che è già un errore), ma di immediato produttivismo, che è precisamente l’opposto di ciò che serve: a noi serve una scuola pubblica in grado di garantire il rispetto delle diversità e delle pluralità, e di risolvere l’antica querelle tra scuola laica e scuola confessionale a favore di un sistema in cui armonicamente possano convivere scuole di Stato e scuole private. Per queste ragioni, il mio giudizio non può essere positivo.
Concludo il mio intervento lamentando ancora una volta l’assurdo contingentamento dei tempi su un argomento che dovrebbe vedere il dibattito disteso da parte di tutte le componenti politiche e culturali, anche se naturalmente il voto di quest’Aula testimonia come questa mia esigenza sia soltanto un’illusione.
Mi fa piacere che mi stiano ascoltando i giovani presenti in questo momento in tribuna: mi rivolgo in modo particolare a loro. Voglio augurarmi che questa indecorosa scelta del contingentamento dei tempi non sia l’indizio di una blindatura del provvedimento, come è stato in Commissione. Se questo fosse (signora Ministro, consenta che lo dica con pathos), il Governo si assumerebbe una grave responsabilità non solo verso il Parlamento, ma verso il Paese e per quanto mi concerne, per ciò che posso e per ciò che possono valere le mie parole, lo denuncerò con forza, in ogni sede in cui posso trovare ascolto, ad iniziare dall’Aula del Senato della Repubblica. (Applausi dai Gruppi DS-U, Mar-DL-U, Verdi-U e Misto-SDI. Congratulazioni).
PRESIDENTE. Ringrazio il senatore Tessitore. Il suo intervento sarà integralmente pubblicato nel resoconto stenografico con interezza, se lo farà pervenire alla Presidenza.
È iscritto a parlare il senatore Favaro. Ne ha facoltà.