Caricamento in corso...
 
 
Versione ePub Versione PDF (379 KB)

Versione HTML base



Legislatura 14ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 271 del 06/11/2002


GUBERT (UDC:CCD-CDU-DE). Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, onorevole Ministro, onorevoli Sottosegretari, una delle scelte giuste operate dal Governo in carica e dalla sua maggioranza è stata la sospensione della riforma dei cicli scolastici voluta dal centro-sinistra nella scorsa legislatura. Lo ha ben motivato ieri il collega Valditara.

A parte l’insostenibile motivazione di quella riforma con il dovere di adeguare il sistema educativo scolastico a quello europeo (non mi consta che vi sia stato o vi sia tale obbligo), il suo aspetto meno condivisibile stava nel non riconoscere come la diversa maturazione delle capacità intellettuali e più complessivamente personali del bambino, del preadolescente o adolescente imponeva la ripresa dei contenuti disciplinari e formativi prima delle scuole superiori, in un ciclo successivo a quello delle elementari, adatto all’infanzia. La scuola secondaria superiore veniva, inoltre, sacrificata con un biennio iniziale la cui utilità formativa era assai difficile da configurare per chi avrebbe poi proseguito gli studi.

Ciò premesso, l’attuale proposta paga alla precedente una semi-concessione circa l’età alla quale si inizia la formazione scolastica e quella alla quale si termina la scuola secondaria superiore. Non si comprendono le ragioni per le quali si preferisca l’omologazione alla parte forse maggiore degli altri Paesi dell’Unione europea anziché l’orgoglio di mantenere una propria identità nazionale basata su una lunga e positiva esperienza.

Come sa chi ha avuto figli che, durante le scuole superiori, hanno trascorso un anno in scuole di Paesi stranieri, non si può dire che la scuola superiore italiana sia inferiore ad altre, anzi, si può dire spesso l’opposto, e con certezza, se il confronto è con la high school statunitense. Non sono trascorsi molti mesi da quando una ricerca ha dimostrato i bassi livelli della scuola superiore tedesca, che pur ambisce ad essere la migliore d’Europa. Allora, perché non dire che in Italia si comincia la scuola elementare a sei anni compiuti (o quasi) e si finisce quella secondaria superiore a diciannove?

I mesi trascorsi alla scuola dell’infanzia per i bambini dai cinque anni e mezzo ai sei sono solo perduti? Che senso ha il compromesso di cominciare facoltativamente a cinque anni e mezzo per poi finire a diciotto anni e qualche mese? Meglio difendere la specificità della propria esperienza.

Vi sono sempre stati genitori ansiosi che vogliono che il loro bambino o la loro bambina siano "bambini prodigio". Devono andare a scuola prima del normale perché sono intelligenti, perché non devono perdere tempo, anni preziosi per la carriera. Il Governo non cede del tutto a queste ansietà, ma dobbiamo dare a questi genitori una mezza possibilità di realizzare le loro ambizioni o non sarebbe meglio lasciare che il bambino compia interamente la sua esperienza infantile prescolare? E i genitori che sceglieranno di non mandare a scuola il figlio o la figlia a cinque anni e mezzo devono rischiare di essere percepiti come se avessero un’opinione poco favorevole delle capacità mentali del loro figlio o della loro figlia?

Una seconda questione che ho inteso sollevare, anche con un emendamento, concerne le finalità dell’educazione nella scuola materna. Mentre giustamente tra le finalità generali dell’intero sistema di istruzione si menziona, accanto ad altre, la formazione spirituale e morale, nella declinazione di tali finalità generali, in riferimento ai diversi cicli, restano più articolate le altre finalità mentre queste - quelle morali e spirituali - scompaiono.

Vi sono interrogativi radicali circa il senso dell’esistenza, l’origine e il destino del mondo, che in senso lato sono denominabili come attinenti alla sensibilità religiosa, ai quali la scuola dell’infanzia non può rispondere con la censura. La coscienza dell’esistenza di azioni buone o cattive, la formazione della sensibilità morale in senso generale, non certo precettistico, devono trovare nell’educazione dei bambini nella scuola dell’infanzia una specifica attenzione.

Più tardi, nelle scuole elementari, medie e superiori, famiglie e studenti possono trovare, attraverso l’insegnamento della religione o di materie sostitutive, occasioni di formazione religiosa e morale, come nell’educazione morale concorrono altri insegnamenti, quale l’educazione civica. Nella scuola dell’infanzia, però, siamo ad un livello diverso; non è utile stabilire cesure tra la sensibilità religiosa e morale vissuta dal bambino in famiglia e l’opera educativa della scuola.

Gli orientamenti pedagogici che, più in dettaglio, dovrebbero specificare attenzione alla sensibilità di tipo religioso potrebbero trovarsi senza base legislativa se tra le finalità della scuola dell’infanzia dovesse essere assente ogni riferimento alla dimensione religiosa, così come analoga considerazione si può fare per la dimensione morale, peraltro richiamata tra le finalità generali dell’intero sistema di istruzione. Il riferimento alla dimensione spirituale non è al riguardo sufficiente, essendo tutta la cultura, tutte le scienze attinenti alla dimensione spirituale.

Altre osservazioni, anch’esse tradotte in emendamenti, sono di portata minore, ma pur sempre - a mio avviso - meritevoli di attenzione.

Sempre con riferimento alla scuola materna o dell’infanzia si parla di "rispetto dell’orientamento educativo dei genitori". Se davvero siamo convinti che la responsabilità primaria dell’educazione è affidata ai genitori e se veramente assumiamo il principio regolativo della sussidiarietà dello Stato rispetto alla società civile, la scuola, ed in modo accentuato nel periodo dell’infanzia, non deve avere finalità sue che sviluppa solo rispettando gli orientamenti dei genitori, ma dovrebbe avere come finalità quella di contribuire al pieno esercizio della responsabilità educativa dei genitori, certo avvalendosi delle capacità professionali degli insegnanti, con il loro coinvolgimento. È qualcosa di più del semplice rispetto.

Un’ultima annotazione concerne le finalità generali del sistema di istruzione e formazione di favorire la coscienza "di appartenenza alla comunità locale, alla comunità nazionale e alla civiltà europea". Mi trovo ad aver studiato, tramite ricerche in Italia e in Europa, da almeno trent’anni, come sociologo, il fenomeno dell’appartenenza socio-territoriale e devo rilevare come la formulazione sia apprezzabile per il richiamo ad una dimensione spesso dimenticata o ridotta, come in passato, alla sola appartenenza nazionale. Si debbono considerare appartenenza locale, nazionale ed europea.

È un passo avanti significativo rispetto a chi ha voluto in passato dare alla scuola il compito di creare "gli italiani" e tiene conto del maggiore equilibrio oggi esistente fra appartenenze. Tuttavia, quanto enunciato soffre di una semplificazione eccessiva e di una carenza.

La semplificazione eccessiva concerne l'aver considerato come appartenenza sub-nazionale solo quella locale. In realtà esiste un'appartenenza non facilmente riconducibile a quella locale, anzi con essa qualche volta in conflitto, ed è l'appartenenza alla comunità regionale, mentre a sua volta quella locale si articola in più livelli. La carenza è aver omesso un'appartenenza sovranazionale di importanza crescente, la comunità globale.

Non ci si può fermare alla formazione all'appartenenza europea; lo esige la comunanza che ogni essere umano sente di avere con ogni altro, a prescindere da ogni altra appartenenza che non sia quella all'umanità. Ho suggerito delle riformulazioni che tengono conto di queste osservazioni e spero che il relatore, il Governo e la maggioranza ne tengano conto. Si teme che menzionare l'educazione ad un'appartenenza globale riduca il peso di altre appartenenze. Spero di no, perché ciascuna ha un suo ruolo distinto, la sua portata specifica. Non si tratta di cedere alla retorica mondialista o del cosmopolitismo a buon mercato, ma di evocare un giusto equilibrio tra le appartenenze sociali, dalla più piccola a quella globale.

Signor Presidente, signora Ministro, onorevoli colleghi, ho premesso che una delle iniziative governative che più ho apprezzato è stata quella sulla scuola, e mi augurerei che altrettanto si faccia per l'università. Tuttavia rivendico al parlamentare, anche di maggioranza, il diritto-dovere di dare il proprio contributo, a partire dalle sue convinzioni e dalle sue esperienze. Mi auguro che le notazioni critiche presentate ed altre minori trovino attenzione, e spero accoglimento, tenendo anche conto che il Governo ha chiesto al Parlamento una delega, e quindi una fiducia rafforzata e penetrante. (Applausi dal Gruppo UDC:CCD-CDU-DE).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Sodano Tommaso. Ne ha facoltà.