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Legislatura 14ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 271 del 06/11/2002


Testo integrale dell'intervento del senatore Tessitore nella discussione generale sui disegni di legge nn. 1306 e 1251

Signor Presidente, signora Ministro, la tirannia del tempo non consente di svolgere adeguatamente, come il tema meriterebbe, l'articolata argomentazione delle linee portanti di questo disegno di legge di riforma della scuola italiana. Per questo fin da ora chiedo al Presidente l'autorizzazione a depositare, per gli atti, il testo integrale e pur esso essenziale del mio intervento.

Inizio con osservazioni di carattere generale. La prima è l'apprezzamento per la relazione del senatore Asciutti, che ha tentato di inquadrare il disegno di legge nel lungo, travaglioso e travagliato processo di determinazione strutturale della scuola italiana. I1 suo impegno sistematico si è, però, scontrato con l'altro della relazione di minoranza, che ha visto il disegno di legge in contrasto con quel lungo processo al quale or ora accennavo, che, sia pur faticosamente, era approdato ad alcuni princìpi direttivi, prima di ogni altro quello dell'autonomia, non a caso affievolito, a non voler dir altro, dal disegno di legge governativo.

La seconda osservazione preliminare è l'apprezzamento per la decisione del Governo di chiedere, finalmente in termini espliciti l'abrogazione della legge n. 30 del 2000, e dico questo non perché io sia contrario a questa legge, che, al contrario, avrei voluto vedere applicata, sia pure con le necessarie modificazioni e correzioni, non fosse altro che per evitare alla nostra scuola la condizione di caos in cui vive, tra una legge approvata e non attuata e una legge non approvata e della quale, tuttavia, si tenta surrettiziamente l'attuazione.

Il mio apprezzamento è dovuto al fatto che, con l'abrogazione richiesta, si presenta questo disegno di legge come l'idea che il Governo ha della scuola italiana. E qui, ahimè, cominciano i problemi, i guai, perché un qualsivoglia disegno di riforma della scuola dovrebbe cercare di rispondere alla domanda: qual è la scuola che serve al nostro Paese ? Non mi nascondo che rispondere a questa domanda è difficile, perché significa aver chiarito, in primo luogo a sé, qual è la strutturazione sociale del nostro Paese e non basta dire che essa è diversa da quella del 1923, epoca della riforma Gentile, e da quella del 1962, quando fu avviata la scuola media unica.

Ma c'è dell'altro e di più. Per rispondere a quella domanda bisogna, bisognerebbe aver chiaro qual è la cultura prevalente del Paese su cui la scuola deve intervenire per favorirne l'evoluzione e lo sviluppo progressivo. Ebbene, a mio credere il disegno di legge che abbiamo dinanzi non solo non dà risposte soddisfacenti a questi interrogativi, ma lascia perfino dubitare che essi siano stati effettivamente proposti all'attenzione del riformatore.

Non è questa la sede per andar oltre in questa direzione e mi limito a ripetere che ho consapevolezza di quale sia la difficoltà della risposta alla domanda essenziale sopra formulata, quando la strutturazione sociale del Paese è in fase di accelerata trasformazione e non è possibile identificare una cultura dominante. Su questo punto, però, va detto che questa mancanza non è necessariamente un male, anzi è un bene se significa acquisita consapevolezza della pluralità dei fatti culturali, precisando che non sto parlando della pluralità delle culture, ma dell'intrinseca, essenziale pluralità della cultura come tale. Il che, però, per essere giocato positivamente, dovrebbe essere tenuto presente da un legislatore che voglia essere riformatore della scuola, come purtroppo non emerge dal disegno di legge in discussione. Orbene, riconosciuto tutto ciò, due questioni restano ineludibili per un disegno di legge riformatore degno di questo nome e si tratta di questioni necessariamente percorribili, quali che siano le difficoltà poste.

Le due questioni sono: a) la necessità che la nuova scuola investa sulla professionalità dei docenti ; b) la necessità che la nuova scuola individui un nuovo tipo di studente.

Sono due questioni che possono superare le difficoltà o, addirittura, l'impossibilità di rispondere convenientemente alla domanda fondamentale: quale scuola serve al nostro Paese? Ma, purtroppo, a mio credere, neppure queste questioni il disegno di legge governativo affronta in modo convincente, perché appare arretrato rispetto ad un dato indiscutibile che caratterizza l'attuale momento del nostro vivere e, di conseguenza, della funzione della nostra scuola. Ossia, da un lato, una sempre più accentuata frammentazione e parcellizzazione sociale (basti guardare al mondo del lavoro) e, dall'altra parte una tendenza alla globalizzazione, che rischia di risolvere frammentazione e parcellizzazione nell'anonimato di una mostruosa struttura senza soggetto.

Una scuola nuova non dovrebbe affrontare queste questioni. E se non lo fa, che scuola è? Ebbene, a tutto ciò, sia pure in forme problematiche, un progetto di riforma deve tentare di dare risposte e può farlo affrontando due questioni che ho sopra proposto, perché esse, entrambe, si risolvono nel prendere atto che oggi cultura significa rivendicare la possibilità, meglio il diritto, che tutti e ciascuno affermino completamente le proprie capacità, però, ecco il punto, in forme non agonistiche, ma alteristiche, non commercialmente concorrenziali ma come rivendicazione ed affermazione di uno status di cittadinanza libero, tollerante, rispettoso delle diversità, democratico effettivamente, non formalmente. Ebbene, mi dispiace dirlo ma in proposito il disegno di legge governativo non va in questa direzione.

Non va in questa direzione quando affievolisce il principio dell'obbligo formativo e scolastico in favore di un richiamo alla coppia diritti-doveri, che è cosa diversa e più debole dell'obbligo, il quale significa l'impegno dello Stato a garantire a tutti, dico a tutti le condizioni per l'affermazione delle proprie capacità e finalità.

Non va in questa direzione quando spacca il rapporto tra istruzione e formazione, rischiando di riproporre un antiquato e discriminatore rapporto di subordinazione della formazione professionale alla formazione culturale (anticipando l'età della scelta tra l'uno e l'altro canale della scuola, in forme non superabili con il paravento dell'alternanza scuola-lavoro).

Non va in questa direzione quando affida il tema centrale della formazione degli insegnati ad un criterio pampedagogico, che presume, stupidamente, di distinguere il che cosa si insegni dal come si insegni. E non riesco a capire come l'articolo 5 del disegno di legge che sancisce la laurea specialistica per gli insegnanti, si accordi con l'ordine del giorno della maggioranza che impegna il Governo a non attivare un'apposita laurea specialistica finalizzata all'insegnamento, quando proprio questo dice il ricordato articolo 5. Si tratta di una questione centrale, che ho già cercato di illustrare in Commissione, come rifarò in Aula con la illustrazione di due emendamenti da me solitariamente presentati, anche perché questo punto dimostra come il disegno di legge sia erroneo e arretrato rispetto al livello attuale della ricerca scientifica caratterizzato dall'interazione dei saperi positivi. Il che, se considerato e adeguatamente normato in sede di scuola secondaria, dovrebbe favorire anche il rapporto tra scuola e università, da troppi anni interrotto, o quasi.

Non va in questa direzione per quanto attiene alla questione che ho chiamato del nuovo tipo di studente, perché propone una dimensione non dirò privatistica (che è già un errore) ma aziendalistica e produttivistica, che è precisamente l'opposto di quanto serve alla nostra società e alla nostra scuola, perché qui si tratta di assicurare una scuola pubblica, l'unica in grado di garantire la pluralità dei fatti culturali, anche al fine di superare l'antica querelle tra scuola laica e scuola confessionale, consentendo un armonico convivere di scuole dello Stato e scuole paritarie, come si dice. Su altro piano la libertà degli accessi, che dovrebbe essere garantita a tutti, nella scuola e nell'università, dovrebbe (e non lo fa questo disegno di legge, basti vedere l'articolo 3) trovare corrispondenza in un rigoroso sistema di valutazione in grado di garantire la certificazione del valore della scuola e del merito degli studenti, specie quando si voglia, come surrettiziamente fa anche questo disegno di legge, superare il principio del valore legale del titolo di studio.

Per tutte queste ragioni il mio giudizio non può essere positivo e me ne dispiaccio sinceramente. Non abbiamo di fronte un modello di scuola soltanto alternativo a quello che può essere concepito da un pensiero liberal-democratico (quale è il mio). Abbiamo di fronte un disegno arretrato rispetto alle necessità del nostro Paese. Concludo lamentando, ancora una volta, l'assurdo contingentamento dei tempi in una materia che dovrebbe vedere la discussione articolata e approfondita da parte di tutti e di tutte le parti culturali e politiche. E voglio augurarmi che la scelta indecorosa del contingentamento dei tempi non sia l'indizio di una blindatura del disegno di legge, come è già stato in Commissione. In tal caso il Governo si assume una grande e grave responsabilità non solo rispetto al Parlamento ma al Paese ed io, per quel che posso e può valere il mio dire, lo denuncerò con forza, in tutte le sedi in cui posso trovare ascolto, ad iniziare dall'Aula del Senato della Repubblica. Grazie, signor Presidente.

Sen. Tessitore