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Legislatura 14ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 242 del 25/09/2002


FRAU (Aut). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, il dibattito che stiamo affrontando riguarda non solo il problema della lotta al terrorismo e ai suoi sostenitori; su questo credo vi sia un accordo unanime e comunque largamente maggioritario. Del resto, la nostra stessa presenza militare in Afghanistan è testimone di una precisa volontà politica.

Ciò che ci troviamo a discutere ora è da un lato il tema assai delicato, complesso, eticamente coinvolgente, della così definita difesa preventiva, dall’altro il tema, ove accettato il primo, del giudizio sulle effettive ragioni della stessa, sulla legittimità o meno di iniziative di tipo individuale di uno o pochi Paesi.

È questa una tematica dove non è certo facile giungere a soluzioni certe, a proposte precise; del resto il nostro ruolo è politico, anche se credo che ognuno di noi alla valutazione politica di opportunità o di necessità cerchi di aggiungere la propria di eticità.

Se da un lato, concordo con Bacon che il giusto timore di un pericolo imminente può essere una causa giusta per la guerra, dall’altro, non dimentico le diverse ma drammatiche immagini di Pearl Harbor e delle Torri Gemelle e anche dell’ormai lontano ma non dimenticabile 1938, della fiducia riposta da Francia e Gran Bretagna a Monaco nelle assicurazioni di Hitler. (Brusìo in Aula). Se potessi avere anch’io il privilegio invocato da altri…

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, vi invito ad abbassare il tono della voce.

FRAU (Aut). Da questi comportamenti sono nati e possono ancora nascere grandi pericoli per la pace; una pace peraltro assai discutibile, se solo pensiamo all’attuale stato del mondo.

Ma il presidente Bush ora ci dice di avere le prove dell’imminente pericolosità dell’Iraq di Saddam; e Bush, per dirla con Shakespeare, è un uomo d’onore. Tony Blair conferma queste informazioni davanti al Parlamento inglese; anche Blair è uomo d’onore, e sono entrambi nostri alleati. Ma Schroeder e Chirac dicono che questo attacco preventivo non si deve fare; anche loro sono nostri alleati e uomini d’onore.

Molte cose sono cambiate dai tempi del "Giulio Cesare" shakespeariano: il concetto di legittima difesa si è esteso legittimando azioni preventive assai discutibili: azioni dei servizi segreti, azioni di disturbo, strani attentati ed altro ancora.

La sovranità degli Stati viene ridiscussa e, comunque, ridimensionata nei fatti, se è vero che nel nostro Parlamento abbiamo accettato le guerre umanitarie, ad esempio, nella vicina Iugoslavia ed abbiamo ritenuto che l’intervento atomico su Hiroshima e Nagasaki fosse legittimato per evitare preventivamente - come disse Truman - una ancor più vasta perdita di vite.

Ed ancor più, nei tempi in cui si parla sempre più e non a caso di guerre con testate nucleari o chimiche o batteriologiche, che senso ha la legittima difesa basata su atti concreti e conchiusi e quindi posti in atto dopo eventi ormai irreparabili?

Non restano, signor Presidente, che un atto di fiducia nei governanti, che hanno più conoscenza sui fatti e sui pericoli, e per i Parlamenti anche la convinzione che l’opinione concorde di più Paesi sia comunque meglio dell’iniziativa di uno o di pochi, come ha osservato poc’anzi il Presidente del Consiglio.

Ecco perché le diversità di opinione in Europa sono preoccupanti. Come dovrebbe muoversi la NATO, in questo contesto? Come affrontare disuniti una vicenda che può estendersi in un conflitto più vasto e senza limiti nell’uso dei mezzi di offesa?

L’ONU dovrà autorizzare l’intervento, ma diciamoci anche che un po’ tutti ormai sappiamo che tale copertura va a rappresentare quasi un alibi, perché purtroppo l’Organizzazione delle nazioni unite non è in grado di garantire l’ordine internazionale e le stesse esigenze di base per il rispetto del medesimo diritto internazionale.

Dice Kofi Annan: "Un intervento militare è legittimo solo in caso di autodifesa o di attacco; ma quando sono in gioco questioni più generali di pace e sicurezza è necessario che si pronunci il Consiglio di sicurezza"; così si capisce sempre meno quale sia la legittimità internazionale e quale il ruolo del Consiglio di sicurezza.

Di una cosa siamo però assolutamente certi: della pericolosità politica di Saddam e del suo regime. Ci continuiamo a chiedere perché l’armata del generale Schwarzkopf si sia fermata ben prima di Baghdad. La risposta degli strateghi è che il sistema internazionale non era ancora rassicurante, che non bisognava alterare troppo gli equilibri anche con l'Iran, che il Kuwait era comunque salvo. Ma allora Saddam era una preda più facile e gli Stati Uniti, consentitemi la definizione, avevano "la licenza di caccia". Ora è tutto più difficile.

Forse è opportuna una pur tardiva fermezza, ma quanti errori sono stati fatti. Ed ora non dimentichiamolo, l’area è molto più "infetta", il mondo arabo molto più irritato e anche messo in imbarazzo dagli atteggiamenti del Governo israeliano e dalla situazione ormai giunta a limiti estremi.

Sembra che il risultato dell’embargo in Iraq non sia stato particolarmente efficace e si è rivelato un ulteriore peso per il popolo iracheno. Ma anche il programma Oil for food non sembra stato particolarmente efficace. Resta il fatto che Saddam dispone di mezzi notevolissimi, che le "opere del regime" sono costosissime, che quindi si è nella condizione di poter anche produrre armi sofisticate e forse di tipo batteriologico o atomico.

Resta anche il timore che egli può rappresentare la nuova base - come prima l’Afghanistan - per l’aiuto al terrorismo di Al Qaeda o similare. Anche su questo tema, però, bisogna avere il coraggio di analisi approfondite e complete, rispondendo alla domanda, per esempio, di quali siano anche gli altri Paesi che - con più abilità - stanno facendo la stessa politica. Come sono finite le accuse degli Stati Uniti all’Arabia Saudita e ad altri Paesi arabi? Saddam, quindi, dopo i talebani, come secondo intervento dopo le dichiarazioni di Bush sulla lotta al terrorismo.

In questa materia è difficile, signor Presidente, una difesa preventiva contro l’errore, anche di valutazione. Ma un errore fatto insieme a tutti gli alleati è meno grave, fatto con la copertura della più importante istituzione internazionale ci toglie problemi di coscienza e di decisione. Cerchiamo di seguire questa strada, anche per evitare che quelle strategie della difesa preventiva vengano applicate ovunque, dalla Cecenia alla Cina, dai più forti sui più deboli, indipendentemente da ragioni di giustizia e di pace.

E allora, se è vero che ci troviamo di fronte, come ci ha ricordato il Presidente Berlusconi, all’esigenza di un sì o di un no, di una presa di posizione non farisea e non legata a posizioni preconcette, è altrettanto vero che la prudenza dell’uomo di Stato e del Governo devono indurre il nostro Paese ad una ricerca di unità europea, prima di tutto, e ad un consenso (se così posso dire), in realtà ad una valutazione che il Consiglio di Sicurezza può fare, autorizzando questa missione.

Non che questo rappresenti molto di più, ma rappresenta quel tanto che basta per dare legittimità internazionale, anche psicologica, ad un'azione così grave. (Applausi dal Gruppo Aut e del senatore Cambursano).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Boco. Ne ha facoltà.