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Legislatura 14ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 242 del 25/09/2002


DANIELI Franco (Mar-DL-U). Signor Presidente del Consiglio, vorrei preliminarmente esprimere la mia soddisfazione per la sua presenza in quest'Aula su un dibattito che riguarda un tema così importante, la cui competenza è costituzionalmente rimessa al Parlamento.

Questo oggi è un evento di discontinuità rispetto con una prassi che l'ha portata finora a rinunciare quasi sempre al confronto nelle Commissioni e con il Parlamento. E quando dico questo mi riferisco in particolar modo al Ministro degli affari esteri. Tuttavia, anche in questa occasione, purtroppo, lei viene a riferire alle Camere dopo aver comunicato le sue scelte attraverso i media e aver assunto una posizione politica impegnativa senza alcun mandato parlamentare preventivo. Ma tant'è.

Nel merito, Presidente e colleghi, oggi noi non siamo qui per confrontarci sulla valutazione relativa alla natura del regime iracheno, cioè se Saddam Hussein sia un dittatore pericoloso e sanguinario, giacché su questo punto siamo tutti d'accordo. Anche se non è inutile ricordare che Saddam Hussein pericoloso e sanguinario lo è sempre stato anche nel passato, quando veniva armato e blandito (Applausi dal Gruppo Mar-DL-U) da alcune potenze occidentali, che lo consideravano l’alleato principale per arginare l’Iran khomeinista. Sanguinario lo era anche quando le armi chimiche le utilizzò davvero, nel 1988, contro le popolazioni curde, sterminando 6.000 innocenti nella città di Halabja. E ricordo anche che fummo in pochi al tempo a protestare, mentre i consiglieri militari occidentali presenti in Iraq sapevano, tacevano e non impedivano.

Oggi non discutiamo, quindi, della natura di questo regime, ma su come procedere con l’attività di monitoraggio sull’eventuale esistenza di armi di distruzione di massa, vietate dalle risoluzioni dell’ONU, e sulla loro eliminazione. L’obiettivo del superamento del regime iracheno, come di molti altri regimi - lo ha ricordato - in molte parti del mondo, e l’affermazione di istituzioni democratiche non può essere realizzato attraverso l’intervento militare. È un obiettivo comunque da perseguire, ma con strumenti adeguati e coerenti.

Il confronto oggi è tra chi afferma il ruolo dell’ONU come unico organismo legittimato ad intervenire e chi accetta incondizionatamente la nuova dottrina dell’azione preventiva, assunta dall’Amministrazione Bush. Conosco già le argomentazioni sul punto, avanzate anche da lei, signor Presidente, che giustificano l’intervento unilaterale americano come conseguenza del fallimento delle Nazioni Unite.

Ma su questo tema, come lei ha ricordato, non si può barare; occorre essere estremamente franchi e leali. L’ONU non può essere un menù à la carte, utilizzabile a seconda delle circostanze e degli interessi. Non si possono accettare solo alcuni elementi dell’ordine giuridico internazionale (quelli che convengono) e rifiutarne altri (quelli che non convengono). Deve essere definitivamente superata la pratica del doppio standard, della contestazione selettiva delle violazioni del diritto internazionale.

Se si accetta l’impianto di valori e princìpi comuni come fondamento di un sistema democratico di governo sovranazionale del mondo, allora dobbiamo accettare tutte le decisioni di un organismo che deve fondare la sua legittimità su una imparzialità di azione. In altri termini, non ci possono essere risoluzioni buone da accettare e cattive da respingere.

L’ONU è l’organizzazione internazionale voluta e composta dai Governi e dagli Stati, e non è accettabile che quegli stessi Governi e Stati che impediscono all’ONU di avere finanziamenti, truppe e strumenti adeguati di intervento parlino poi e denuncino la sua inattività. È come sbullonare le rotaie, per poi affermare: oh, il treno è deragliato!

Il problema dei problemi che bisogna affrontare è in definitiva uno: il governo delle dinamiche internazionali, in un mondo globalizzato, all’interno di un quadro di regole certe, accettate e condivise, facente capo ad una autorità regolatoria sovranazionale che, per quanto ci riguarda, è e resta l’ONU, l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Certo, è uno strumento indebolito e anche da riformare, ma non sostituibile dall’azione di una sola potenza dominante. Ciò è l’esatto contrario di qualsiasi visione unipolare e della dottrina della guerra preventiva.

E dobbiamo stare bene attenti a cosa può significare il rovesciamento dell’ordine internazionale, seppure precario, che sino ad ora abbiamo avuto. Il ricorso ad iniziative unilaterali rischia di delegittimare definitivamente strategie e sedi multilaterali.

Non solo: questo giustificherebbe analoghe iniziative unilaterali che potrebbero essere realizzate da altre potenze mondiali o regionali, con la motivazione della minaccia dei loro interessi. Quello che oggi vale per gli Stati Uniti, domani costituirebbe un precedente pericolosissimo e una legittimazione per chiunque altro. Perché non dovrebbe valere, per esempio, per la Russia, o per la Cina, o per altri Paesi ancora?

La pericolosità di questa nuova dottrina adottata da Bush, che sostituisce quella della dissuasione, è bene evidente anche per molti americani, ed è quella che fa dire ad Al Gore - cito testualmente -: "La dottrina dell’attacco preventivo costituisce un potenziale elemento di sovversione dell’ordine internazionale, rendendo il mondo un posto ancora più pericoloso".

Presidente, onorevoli colleghi, in questo contesto non sfugge che la decisione unilaterale dell’Amministrazione Bush di un attacco militare contro l’Iraq, scollegato da qualsiasi contesto e legittimità internazionale, produrrebbe una destabilizzazione profonda ad ogni livello ed effetti assolutamente imprevedibili.

Dopo l’11 settembre 2001 abbiamo dato vita ad una larga coalizione internazionale, consapevoli che la cooperazione è l’unico modo per combattere efficacemente e cercare di sconfiggere il terrorismo, una battaglia che è riuscita sì a raggiungere qualche risultato, ma che è ancora lontana dall’essere vinta.

Il primo effetto di un attacco unilaterale al di fuori di qualsiasi mandato ONU sarebbe un colpo, probabilmente mortale, proprio a questa coalizione; si indebolirebbe la solidarietà internazionale e la battaglia contro il terrorismo, si accentuerebbe l’isolazionismo degli Stati Uniti e rischierebbe di allargarsi il solco delle incomprensioni e delle divergenze tra Europa e Stati Uniti, divergenze che si sono già espresse con punti di vista diversi su questioni importanti come la difesa dell’ambiente, la Corte penale internazionale, la costruzione dello scudo stellare, il regime di controllo delle armi batteriologiche, il trattato ABM.

Troverebbero rinnovato protagonismo e adesioni i gruppi terroristici, si rafforzerebbero le componenti radicali ed estremiste presenti in tutti i campi. Si aggraverebbero le crisi regionali, alcune delle quali, peraltro, già completamente sfuggite al controllo internazionale, come quella tra israeliani e palestinesi, delegittimando le componenti favorevoli al dialogo e rafforzando quelle più pericolose e oltranziste: la destra politico-religiosa in Israele, Hamas, e la Jihad tra i palestinesi.

A tal proposito, signor Presidente, mi piacerebbe prossimamente averla anche in Commissione esteri, perché dopo la sua proposta di un piano Marshall per la Palestina, poi accantonata, ci troviamo di fronte ad una situazione drammatica e credo sia necessario riflettere insieme per cercare di trovare una soluzione ad una crisi devastante e pericolosissima.

È evidente che la mancanza di alternative e di contrappesi alla impostazione non accettabile ma, comunque, chiara dell’Amministrazione Bush rischia di produrre solo velleitarismo. Il contrappeso necessario per un giusto equilibrio è, da una parte, come ho detto, un ruolo forte dell’ONU, la sola istanza ad avere autorità in questi casi e, dall’altra, un’Europa che sappia finalmente essere all’altezza delle responsabilità che le competono agendo unitariamente e parlando con un’unica voce.

Non c’è Europa se non ci sarà l’unità dell’Europa, e non c’è nessun possibile ruolo dell’Italia al di fuori della comune appartenenza europea.

Lei, signor Presidente del Consiglio, in diverse occasioni, al di là delle formali dichiarazioni, ha dimostrato nei fatti una posizione euroscettica, affermando distinzioni invece che ricercare l’unità, dalla rimozione del ministro Ruggiero, ai tentennamenti sul Protocollo di Kyoto e sul tribunale penale internazionale, oppure il recente fraintendimento con il presidente francese Chirac, con il quale ella ha poi detto di essere totalmente d’accordo.

Vorrei semplicemente informarla che il presidente Chirac ha affermato - cito testualmente -: "La guerra preventiva è una filosofia a cui la Francia è totalmente opposta perché non può che condurre ai peggiori eccessi" dichiarandosi nettamente contrario ad una nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza che contenga un esplicito riferimento ad un intervento militare. Mi è oscuro comprendere quali siano i suoi punti di convergenza con il Presidente francese.

Né la show diplomacy, né rapporti amicali o pseudoamicali possono essere posti alla base della politica estera di un grande Paese europeo. Non è con l’acritica adesione a qualsiasi iniziativa dell’amministrazione Bush che si aiutano l’America e gli americani; è una posizione unitaria e forte dell’Europa che aiuta gli Stati Uniti. Lavori questa volta non per dividere ma per raggiungere una comune posizione europea.

Si recupera e si rafforza il rapporto con gli Stati Uniti rovesciando l’assunto di Rumsfeld quando dice che è l’obiettivo che crea l’alleanza. Per noi è l’alleanza che individua l’obiettivo, gli strumenti e le modalità dell’intervento, i rischi e le finalità. Questa è la responsabilità di Stati democratici che hanno un comune sistema di valori e accettano regole e luoghi di governo internazionale.

A noi è ben chiaro il rapporto inscindibile e storicamente consolidato con gli Stati Uniti e non confondiamo questo con il giudizio sull’Amministrazione Bush.

Signor Presidente, onorevoli colleghi, credo che nessuno di noi debba assuefarsi alla guerra, alla sua ineluttabilità. La maggioranza dei Governi europei, la maggioranza dei Paesi del mondo hanno assunto un'iniziativa forte nei confronti degli Stati Uniti affinché non promuovano un’azione militare senza base legale e motivazione politica condivisa, che avrebbe conseguenze inimmaginabili sul piano delle relazioni e della sicurezza internazionale.

Lavoriamo quindi affinché il concerto delle Nazioni Unite e degli alleati, la tenace ricerca di coesione europea e internazionale possano determinare ciò che tutti auspichiamo: l’accettazione di tutte le risoluzioni ONU da parte del regime iracheno, il rapido ritorno degli ispettori, la loro libertà di azione, contestualmente al rilancio dell’iniziativa diplomatica internazionale capace di far emergere, come tutti avevamo sperato con la fine della guerra fredda, le radici di un mondo più pacifico, più giusto, più sicuro. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U, DS-U, Aut, Verdi-U e Misto-Com. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Nania. Ne ha facoltà.