CONTESTABILE (FI). Signor Presidente del Senato, signor Presidente del Consiglio, signori membri del Governo, care colleghe e cari colleghi, credo che nessuno di noi possa ragionevolmente dubitare del fatto che negli ultimi tredici anni Saddam Hussein stia armando il suo paese con una velocità incredibile. Basta leggere quello che è stato pubblicato nei rapporti delle varie ispezioni compiute dagli ispettori ONU per constatare i trucchi, gli inganni e i sotterfugi cui ha fatto ricorso il dittatore iracheno nel tentativo di nascondere questo riarmo, al quale ha proceduto a velocità strepitosa.
E’ stato riconosciuto da parte dell’opposizione in quest’Aula che Saddam Hussein è un dittatore pericoloso e sanguinario. Ebbene, quando un dittatore pericoloso e sanguinario si arma credo non lo faccia certo a scopi difensivi ma a scopi sicuramente offensivi. Allora, si pone per il mondo civile, per il mondo libero il problema di disarmare il dittatore sanguinario.
Certo, un grande teorico dell'arte della guerra, Von Clausewitz, ha detto che la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi. Non c'è dubbio che preferiamo la politica alla guerra, però crediamo anche che quando è necessario disarmare un dittatore sanguinario forse la politica può non più bastare.
La scelta del Governo italiano è chiara e lineare: si attende una decisione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Questa decisione, che auspichiamo e per la quale lavoriamo, dev'essere presa in tempi brevi, dev'essere chiara e decisa, precisa e dettagliata. Sarebbe opportuno - ripeto - che questa decisione avvenisse in tempi brevi perché la situazione in quell'area geopolitica sta precipitando.
Se il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non riuscisse a decidere in tempi brevi, il Governo italiano di concerto con gli altri alleati del mondo occidentale studierà le soluzioni alternative, non dimenticando il debito di riconoscenza che il popolo italiano ha nei confronti degli Stati Uniti d'America.
Voglio ricordare all'opposizione di sinistra che senza l'intervento degli Stati Uniti d'America per l'Europa si agiterebbero ancora i fantasmi del nazismo e del fascismo e che agli Stati Uniti dobbiamo la liberazione da queste due nefaste presenze nel passato europeo.
Dev'essere chiaro che quella del mondo occidentale non è una guerra dichiarata all'Islam, che è di per sé una religione assai tollerante, anche perché il mondo occidentale già una volta ha dichiarato guerra all'Islam e l'ha persa clamorosamente, quando il 20 settembre 1291 le ultime armate crociate abbandonarono la Cattedrale di San Giovanni d'Acri dove si erano rinchiuse per una disperata resistenza finale. Il mondo occidentale già una volta ha perso la guerra nei confronti dell'Islam e spero, anzi sono sicuro che non si ritenterà un'avventura di questo tipo.
Noi siamo debitori nei confronti dell'Islam di una serie di conquiste della nostra cultura e civiltà che non possiamo dimenticare. Tanto per fare qualche esempio, la letteratura italiana non avrebbe la Divina Commedia se un arabo non avesse scritto, cento anni prima di Dante, un libro intitolato "Il libro della scala"; la filosofia italiana non avrebbe Tommaso D'Aquino se non ci fosse stato quello che gli arabi chiamano Ibn Rushd e che noi chiamiamo Averroé; non ci sarebbe stata medicina occidentale senza quello che gli arabi chiamano Ibn Sina e che noi chiamiamo Avicenna; io non porterei gli occhiali se un arabo, Alhazan, nel 1050 a Cordoba non avesse inventato gli occhiali. Potrei continuare per ore: voglio dire che il mondo occidentale è debitore all'Islam di una serie di conquiste della propria cultura e della propria civiltà. Nel mondo arabo c'è da qualche mese una grossa novità: cominciano a muoversi le masse.
Un grande arabista ha detto che il problema del mondo arabo è il rifiuto della modernità e io sono d’accordo; ma negli ultimi anni si cominciano a muovere le masse, nel mondo arabo, per una concezione della vita politica più impregnata di democrazia e di modernità, dacché noi siamo sicuri che democrazia e modernità coincidono.
Io spero, noi speriamo che in Iraq si muovano finalmente le masse per associarsi alle azioni che l’Occidente riterrà di dover svolgere nel tentativo di disarcionare un dittatore che, in quanto a sanguinarietà, credo che non sia secondo a nessuno. Basterà ricordare quello che è successo dieci anni fa: sono scappati all’estero due figlie e i loro mariti, il capo degli armamenti, al-Majid; sono tornati improvvisamente, dopo aver collaborato con i servizi di informazione degli Stati Uniti d’America. La vicenda è finita in un bagno di sangue: sono stati ammazzati da emissari di Saddam in maniera cupa i mariti delle due figlie, è stato ammazzato il capo degli armamenti, al-Majid, una delle due figlie ha tentato più volte il suicidio; una tragedia familiare che ci dice quanto cupa sia la situazione in Iraq.
Io spero nelle masse arabe, che negli ultimi mesi hanno finalmente dimostrato di cominciare ad avere una coscienza politica moderna e democratica. Purtroppo la parola "Islam", tradotta in italiano, significa abbandono, rassegnazione; io spero che le masse islamiche siano meno abbandoniche e meno rassegnate e che cominci, anche per l’Islam, il mondo moderno.
Certo, noi non ci nascondiamo che un’azione di tipo militare asimmetrica in qualche maniera possa costituire un rischio politico; non è un caso se Saddam Hussein si agita in un’area geopolitica che è in crisi dal 1948, quella mediorientale. Non ci nascondiamo che un’azione militare possa provocare una situazione di destabilizzazione ancora più forte in quell’area di crisi. Non ci nascondiamo il pericolo che un’azione militare possa in qualche maniera fomentare un rafforzamento dell’integralismo.
L’integralismo è un fatto nuovo nella cultura islamica; l’Islam è stata la cultura religiosa più tollerante: quando altre religioni mandavano i propri oppositori al rogo, l’Islam si limitava a far pagare ai non credenti la cosiddetta gidda, ossia una tassa. (Richiami del Presidente).
Allora, io credo che queste possibilità, questi pericoli debbano essere superati con un atteggiamento verso l’Islam e verso il mondo arabo di maggiore comprensione, di maggiore apertura da parte dell’Occidente. Il nostro Paese farà il suo dovere. Noi siamo chiamati a fare il nostro dovere in un momento di grande tensione, di grande crisi nel mondo occidentale. Faremo, come sempre ha fatto il nostro Paese, il nostro dovere. Il Paese capirà. Noi siamo completamente allineati con la posizione espressa dal Governo di questo Paese. (Applausi dai Gruppi FI, AN, UDC:CCD-CDU-DE e LP. Congratulazioni).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il signor Presidente del Consiglio per aggiungere alcune considerazioni al suo intervento. Ne ha facoltà.