BRUTTI Massimo (DS-U). Signor Presidente, noi avvertiamo in questo momento il rischio serio per la comunità internazionale, per l'Europa e per il nostro Paese che si consideri scontato l'uso della forza nella controversia con l'Iraq, che si apra una spirale di incertezze e di lacerazioni nella coalizione antiterrorismo, insomma che si giunga alla guerra, e quello che vengano disattesi o violati i princìpi della Carta delle Nazioni Unite con un attacco unilaterale preventivo che è al di fuori e in contrasto con essi.
I giudizi contenuti nell'intervento introduttivo del Presidente del Consiglio rivelano, a nostro parere, un'analisi della situazione insufficiente e superficiale. Vorrei chiedere che cosa si aspetta l'Italia dall'Organizzazione delle Nazioni Unite in questo momento.
Il Presidente del Consiglio ha formulato una proposta; il Governo italiano, afferma l'onorevole Berlusconi, ritiene che sia necessaria una risoluzione unica, chiara, che fissi condizioni per l'uso misurato della forza di fronte ad un'eventuale nuova sfida da parte dell'Iraq. Quindi, la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dovrebbe ora riguardare l'uso della forza, ma ciò è illogico dal momento che Saddam Hussein ha accettato le ispezioni; le ha accettate senza condizioni e ancora ieri, dopo il discorso di Blair, l'orientamento espresso dal Governo iracheno era nettamente in questo senso.
Allora, il nostro obiettivo prioritario ed essenziale deve essere un altro, non quello indicato in questa sede dal Presidente del Consiglio. Occorre definire puntualmente le condizioni, le modalità, i tempi del controllo ispettivo e mi sembra che questo sia anche il senso, almeno di una parte, dell'intervento del collega Nania. Vorrei dunque conoscere l'orientamento della maggioranza su questo punto, che non è ideologico, non è retorico, ma è un punto essenziale dell'iniziativa di politica internazionale nell'attuale fase.
Cosa vogliamo noi? Una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che punti al controllo ispettivo oppure una risoluzione che definisca le modalità dell'uso della forza? Sono due cose diverse.
Noi vogliamo una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che punti sui controlli ispettivi. Chiedo al Presidente del Consiglio cosa vuole fare il Governo italiano in questo momento per la sicurezza nell'area del Golfo e in quella mediorientale, in una regione che per mille motivi è vicina all'Italia e ai suoi interessi nazionali.
In questo momento non c'è da parte sua, signor Presidente del Consiglio, alcuna risposta se non un richiamo retorico all'amicizia con gli Stati Uniti. Ma l'amicizia con gli Stati Uniti va dimostrata attraverso l'impegno a definire, assieme agli altri Paesi che sono uniti nel legame euroatlantico, una politica di pace e di salvaguardia della sicurezza. E questo significa, signor Presidente del Consiglio, avere il coraggio intellettuale e politico di porre in discussione, nelle sedi internazionali, la dottrina strategica della guerra preventiva, che è stata enunciata in questo momento da fonti varie dell'Amministrazione americana, ma che può ancora essere messa in discussione.
La dottrina strategica della guerra preventiva non rafforza naturalmente l'iniziativa e la sovranità dell'ONU, è pericolosa per la pace nel mondo ed è pericolosa e sbagliata - dico io, da amico degli Stati Uniti - per gli interessi nazionali di questo Paese, che non sarebbero avvantaggiati bensì danneggiati, come sostengono oggi molte voci anche all'interno dell'establishment americano, dal prevalere di questa dottrina unilateralista.
Lei, signor Presidente del Consiglio, al margine degli incontri avuti a Camp David ha detto che bisogna attendersi un attacco per il mese di gennaio o di febbraio. Noi le chiediamo di essere più attento alle dichiarazioni che si rilasciano alla stampa. Lei ha dichiarato di ritenere che Saddam sia pragmatico e accetti una linea di trattativa e che, se così non fosse, l'attacco si dovrà svolgere prevedibilmente per gennaio o febbraio. Questa frase pronunciata dal Presidente del Consiglio di un grande Paese è inopportuna, me lo consenta!
Nel suo discorso, signor Presidente del Consiglio, è mancato qualsiasi riferimento al ruolo attivo che può essere svolto dall'Europa. L'Unione europea è assente nel suo discorso introduttivo, e io ho sentito oggi, durante l'intervento alla Camera di uno dei suoi supporter, una critica aspra, un sospetto nei confronti di una parte delle classi dirigenti europee.
Queste posizioni, questa ricerca della rottura e dello scontro con gli altri grandi Paesi europei che come noi ricercano le vie della pace costituiscono un errore, un atteggiamento mentale sbagliato. Si guardi, signor Presidente, dallo zelo dei neofiti. L’onorevole Adornato ha fatto un discorso alla Camera pieno di umori antieuropei: antifrancesi, antitedeschi. Ma dove andiamo senza ricercare puntualmente e con impegno un’unità e una convergenza con questi grandi Paesi europei, in un momento difficile e rischioso per la pace nel mondo?
Le risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’ONU fissano un obiettivo, prevedono un sistema dei controlli. E’ necessario, noi diciamo, un accertamento rigoroso della situazione di fatto per quanto riguarda gli armamenti in possesso del regime iracheno.
In questa materia non mancano, collega Nania, dubbi seri; è per questo che noi sosteniamo la necessità che si vada fino in fondo nel controllo e nelle ispezioni. A parte i dubbi sullo sviluppo delle armi di distruzione di massa in Iraq, che provengono anzitutto da fonti americane, nulla è stato finora dimostrato, anzi esistono prove in senso opposto, a proposito del collegamento, pur sospettato, tra il regime iracheno e la rete terroristica di Al Qaeda.
E allora dovremmo guardarci dall’avvalorare analisi e proposte che puntano a motivare la strategia della guerra preventiva. La strategia della guerra preventiva può determinare una crisi assai più vasta di quella che in questo momento è in atto nel teatro mediorientale.
Come hanno rilevato osservatori certo non sospettabili di antiamericanismo, come Brezinski, come Albright e per qualche aspetto lo stesso Kissinger: una scelta unilaterale di questo genere in questo momento incendia il Medioriente, aliena amicizie ed alleanze possibili per gli Stati Uniti e rende più difficile l’azione dei Paesi occidentali, volta a garantire pace e sicurezza nell’area del Golfo e in quella mediorientale.
Riteniamo, signor Presidente, che da questo dibattito, per la sua stessa natura, non debba uscire, come non esce, alcun mandato al Governo italiano. Desideriamo conoscere meglio, e ci sarà occasione e modo per discuterne in Parlamento, che cosa significa che mille alpini dovranno andare in Afghanistan. Lo apprendiamo oggi dalle sue parole e vorremmo conoscere di quale decisione si tratta, dove è stata presa, qual è la sua portata e quali i suoi confini.
Sulla questione irachena e sulle scelte che dovranno essere compiute bisogna tornare a discutere qui, in Parlamento. Qui si prendono le decisioni. Qui si impegna il paese. Qui ciascuno di noi deve assumere la propria responsabilità, nel momento in cui c’è un rischio di guerra nei confronti dei cittadini italiani e delle generazioni future. (Applausi dei Gruppi DS-U, Misto-Com, Mar-DL-U e Verdi-U. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Contestabile. Ne ha facoltà.