BERLUSCONI, presidente del Consiglio dei ministri e ministro degli affari esteri ad interim. Signor Presidente, chiedo scusa per il ritardo forzato dovuto ad un impegno istituzionale con il presidente della Repubblica austriaca Thomas Klestil, il quale mi ha intrattenuto su tutti i problemi che in questo momento giacciono sul tavolo dell'Unione europea.
È un momento delicato, l'Unione europea si sta dando nuove istituzioni, sta delineando, attraverso il lavoro della Convenzione, le competenze di ciascuna istituzione; esistono contrasti trasversali non soltanto fra centro-destra e centro-sinistra, ma anche all'interno delle stesse grandi famiglie politiche europee.
Credo sia importante per tutti partecipare a questo dibattito, chiarire le varie posizioni per arrivare, possibilmente durante il periodo della nostra Presidenza di turno dell'Unione europea, ad essere in grado di stipulare un nuovo Trattato che dia vita ad una nuova Europa soggetto politico. Io penso davvero che dovrà essere importante se vorrà confrontarsi nello spirito di leale amicizia con gli Stati Uniti d'America ed essere, insieme agli Stati Uniti, soggetto e fattore di sicurezza nel mondo.
Signor Presidente, onorevoli senatori, la crisi internazionale seguita alla tragedia dell'11 settembre è - come tutti vediamo - entrata in una fase delicatissima. L'opinione pubblica è comprensibilmente allarmata, gli italiani guardano a questo dibattito dei loro rappresentanti con legittima inquietudine; vogliono sapere dalla classe dirigente che hanno eletto come stanno veramente le cose, vogliono sapere quali risultati abbiamo ottenuto fin qui, quali sono le prospettive immediate e le linee di azione necessarie per garantire il massimo grado possibile di sicurezza globale in un quadro di stabilità e di pace.
Siamo dunque tenuti a discutere con pacatezza, ragionando di quanto sta avvenendo in uno spirito di responsabilità e di verità, cercando di non inasprire le divisioni nell'analisi dei fatti e, se possibile, di comporle, con uno sforzo di convergenza nazionale intorno agli interessi e ai valori propri del nostro Paese nel quadro della solidarietà europea e dell'alleanza strategica con l'America, offesa e ferita da una feroce offensiva terroristica.
Con un libero voto del nostro Parlamento, un anno fa, l'Italia entrò nella grande coalizione contro il terrorismo costruita intorno agli Stati Uniti d'America, insieme con i partner dell'Unione europea e d'intesa con la Federazione russa, con la Cina e con gli Stati arabi moderati. Il voto di Camera e Senato fu molto ampio e l'opposizione parlamentare contribuì a rendere chiara ed autorevole la posizione del nostro Paese con il suo impegno favorevole all'intervento in Afghanistan.
Questa politica ha conseguito risultati importanti: lo smantellamento del regime politico talebano, che proteggeva le basi territoriali della rete terroristica di Osama bin Laden, e lo sradicamento di quelle basi; la costruzione di una catena di intelligence integrata, che ha portato in tutto il mondo a migliaia di arresti e all'accumulo di dati decisivi per impedire la proliferazione delle cellule armate e la messa in atto, la realizzazione di nuovi attentati.
In Afghanistan, un Paese che resta ad altissima instabilità politica e militare per evidenti ragioni storiche, è in corso un difficile tentativo di stabilizzazione democratica fondato sulla liberazione di quel Paese dalla barbarie di un regime che schiavizzava le donne e subordinava a presunti valori di un fanatismo ideologico fondamentalista tutte le libertà umane e ogni effettivo esercizio dei diritti civili.
L'Italia ha fatto, e sta facendo, la sua parte nelle operazioni di mantenimento della pace, anche in quelle più ardue e complesse. Il nostro impegno ci colloca al terzo posto per il numero di soldati impegnati nelle varie operazioni di peace enforcing e peace keeping sotto la regia e con l’autorizzazione dalle Nazioni Unite. È imminente la partenza di un contingente di nostri alpini per l'Afghanistan.
E abbiamo ottenuto risultati importanti e internazionalmente riconosciuti nella battaglia per neutralizzare i centri logistici e di reclutamento del terrorismo. Risultati particolarmente rilevanti li abbiamo realizzati nel blocco e nel congelamento di ingenti risorse destinate al finanziamento dell'eversione internazionale.
Sono convinto che i cittadini possono essere orgogliosi di un Governo e di una classe dirigente che hanno saputo muoversi con saggezza e prudenza, ma non sono rimasti inerti davanti agli eventi, che hanno fatto fronte all'emergenza senza fanatismo, combinando sforzi e successi diplomatici sulla scena mondiale con una seria azione di repressione e dissuasione del terrorismo internazionale; ed è decisivo che gli eletti del popolo non si siano perduti, fin qui, in divisioni faziose, contrarie all'interesse nazionale e allo spirito delle alleanze, da noi liberamente scelte e confermate in oltre mezzo secolo di storia repubblicana.
Nessuno, dunque, è autorizzato a giocare con le ansie collettive alla caccia di vantaggi di parte. La posta in palio è immensa: è la nostra sicurezza e, insieme, la nostra libertà. In partite come questa è severamente vietato barare.
Il problema che è posto oggi davanti alla comunità internazionale è chiaramente definito. Si tratta di disarmare un regime politico dittatoriale, quello dell'Iraq, che ha, sin qui, bellicosamente oltraggiato le decisioni delle Nazioni Unite sul controllo dei propri sistemi d’armamento, compresi quelli, ormai prossimi, idonei alla costruzione di un ordigno nucleare. Un regime che ha giocato al gatto con il topo nel corso delle ispezioni internazionali, che sono terminate, già nel 1998, con il ritiro degli ispettori; un regime che minaccia di usare, o di passare ad altri perché li usino, formidabili strumenti di sterminio chimici e batteriologici. Si tratta di fronteggiare un regime il cui capo, nella lettera scritta la settimana scorsa al Segretario generale delle Nazione Unite, ha affermato che gli Stati Uniti fanno da battistrada - cito - "a una congiura che vuole imporre il dominio sionista sul mondo, un dominio non solo militare ma anche economico e politico".
Chi ha vissuto direttamente il dramma della seconda guerra mondiale e chi assume, responsabilmente, su di sé il peso della memoria e della storia, riconosce in queste parole l'eco dei vaneggiamenti che portarono, negli anni '40, alla catastrofe mondiale. Certi paragoni con Adolf Hitler si attagliano alle dittature e ai fuorilegge internazionali, non certo alla grande democrazia americana e al suo Presidente. (Applausi dai Gruppi FI, AN, UDC:CCD-CDU-DE e LP).
L'obiettivo del disarmo iracheno è stato affidato, per oltre dieci anni, alla strategia del containment, alle sanzioni commerciali e ad un regime di ispezioni delle Nazioni Unite che, come ho appena ricordato, è entrato in crisi fin dal 1998.
Questa strategia è sostanzialmente fallita, come dimostrano gli elementi di prova sul riarmo di Saddam Hussein, di cui i Governi e le intelligence dell'Alleanza occidentale sono a conoscenza (una parte di questi, tra l'altro, è stata resa nota ieri dal primo ministro inglese Tony Blair nel suo intervento alla Camera dei Comuni).
D'altra parte, sul fatto che il regime politico iracheno costituisca un pericolo regionale e globale concordano tutti, quale che sia l'opinione sulle vie da intraprendere per rimuovere questo pericolo. Si tratta, dunque, di decidere che cosa si debba fare sulla base di un giudizio informato e condiviso (per parte nostra), con una chiara assunzione di responsabilità da parte delle classi dirigenti europee. Se si esclude l'inazione, il cui costo storico potrebbe essere incalcolabile, non vi è altra possibilità che questa: la costruzione, su basi multilaterali, di una coalizione capace di imporre il rispetto scrupoloso di una nuova, forte, chiara e pressante risoluzione delle Nazioni Unite, che tagli corto con tutte le tattiche di elusione, di rinvio e di inganno nelle quali il regime iracheno ha mostrato, fino ad ora, un'abilità fuori dal comune.
Come abbiamo ribadito nel recente incontro di Copenaghen, quando non vi è tempo da perdere nella difesa di un bene collettivo, bisogna liberarsi di ogni ambiguità e di ogni egoismo.
L'Italia, sia come Stato sovrano sia come partner dell'Unione europea, è impegnata ad ottenere che le Nazioni Unite indichino al Governo iracheno, nel massimo dettaglio e con la massima chiarezza, gli atti da compiere per garantire la comunità internazionale ed i tempi entro cui questi atti devono essere compiuti.
È evidente che l'autorevolezza e la credibilità dell'ONU saranno direttamente proporzionali al grado di unità e di determinazione nelle scelte da fare che mostreranno le maggiori democrazie occidentali, prima di tutti quegli Stati Uniti d'America che sono stati colpiti al cuore dal terrorismo internazionale e che da molti decenni portano la maggiore responsabilità - per la loro proiezione militare e politica nel mondo - della stabilità e dell'equilibrio nei rapporti tra gli Stati.
Il Consiglio di Sicurezza, come sappiamo, è al lavoro da dieci giorni per trovare una soluzione accettabile in questa direzione, che non incontri veti o distinguo troppo marcati. Il nostro auspicio, che è anche la linea direttiva sulla quale si muove la nostra diplomazia, è che si arrivi presto ad una risoluzione unica e chiara, che non si presti ad equivoci e che definisca le condizioni per l'uso misurato della forza di fronte ad un'eventuale, nuova ed aperta sfida alla comunità internazionale.
Signor Presidente, onorevoli senatori, l'Italia ripudia la guerra quale strumento di offesa: questo principio è scritto a chiare lettere nella nostra Costituzione e corrisponde oggi al sentimento profondo della maggioranza assoluta degli italiani. A questo sacro principio il Governo intende ispirarsi agendo con senso di responsabilità ed operando in ogni modo possibile al fine di scongiurare un conflitto.
Nel mondo contemporaneo, tuttavia, la guerra ha mutato in parte la sua natura ed esiste ormai chiaramente il problema, analizzato da Governi, da intelligence di tutto il mondo e dai maggiori centri di studi internazionali, della cosiddetta "guerra asimmetrica".
La deterrenza tradizionale, cioè la minaccia di una rappresaglia capace di congelare ogni velleità aggressiva, ha dato frutti importanti e ha prodotto risultati incontrovertibili nel vecchio mondo della guerra fredda, quando il confronto riguardava Stati o sistemi di alleanza militare e politica riconoscibili in un territorio, in un regime politico, in un esercito regolare.
Le cose sono oggi in parte cambiate e la vera, tragica novità degli attentati dell'11 settembre sta proprio nella dimostrazione che una rete terroristica alimentata da complicità statuali può colpire al cuore, entro i suoi confini, un Paese e insieme un sistema di vita e di libertà che è quello che ci accomuna, come europei ed italiani, al destino degli Stati Uniti d'America.
Se a questo quadro si aggiungono le armi letali e tecnologicamente sofisticate di distruzione e di sterminio di massa che possono essere usate direttamente o smerciate sul mercato internazionale del terrore, bisogna riconoscere che alle nuove preoccupazioni strategiche dell'amministrazione americana non si può rispondere semplicemente con un'alzata di spalle, qualunque cosa se ne pensi nel merito.
Se gli Stati Uniti mettono oggi l'accento sulla possibilità di agire da soli o nell'ambito di alleanze costruite su misura per missioni politico-militari diverse, questo vuol dire che il sistema di decisione multilaterale, non è stato in grado di intervenire là dove necessario, mostrando crepe insopportabili per un Paese che porta la maggiore responsabilità della sicurezza nel mondo. Ma, proprio per restituire all’ONU il ruolo primario che gli compete, ed evitare che gli Stati Uniti possano essere tentati ad intraprendere azioni unilaterali, l’Italia - voglio ribadirlo ancora una volta - si adopererà affinché il Consiglio di sicurezza prenda una decisione ferma ed inequivocabile, che metta una volta per tutte il regime iracheno di fronte alle sue precise responsabilità.
Se emerge, tuttavia, la questione della prevenzione politico-militare, questo vuol dire che c'è un legame tra la crescita del terrorismo e il pericolo costituito da Stati il cui solo scopo è l'espansionismo regionale o la destabilizzazione globale, mediante l'uso o la minaccia di nuovi armamenti di sterminio.
La domanda che ci poniamo è: quali saranno le altre possibili conseguenze di una guerra? E quelle che vengono sono risposte che ci fanno essere ancor più prudenti e ancor più operativi, al fine di evitare una qualsiasi guerra.
La democrazia non è soltanto un valore per noi sacro; è anche il quadro entro il quale la pace può e deve costruire le sue fondamenta più solide. Nel mondo moderno l'espansione della democrazia, quella che chiamiamo la globalizzazione della democrazia, non si realizza con le armi, se non in condizioni eccezionali, e per il resto procede da una complessa azione di stimolo alla crescita e allo sviluppo per una complessa azione di lotta alla povertà.
Ma l'obiettivo di estendere le istituzioni libere per popoli liberi dall'oppressione non deve essere visto come un progetto neocoloniale. Il compito di alleati leali e indipendenti dell'America, quali noi siamo e resteremo, è dunque quello di rafforzare gli strumenti di azione multilaterale, di costruire una comune ed efficace linea di azione europea e discutere, caso per caso, i pericoli e le soluzioni, senza opporre il muro di gomma dell'inazione o della diserzione dalla solidarietà al controverso ma comprensibile nuovo orientamento strategico degli Stati Uniti.
L'Italia ha un preciso interesse nazionale nel seguire in questa nuova crisi linee di intervento responsabili e indipendenti, ma realmente collocate nel quadro della nostra storica alleanza con gli Stati Uniti. È questo, a nostro giudizio, anche il vero interesse sovranazionale dell'Unione europea.
Gli americani, quando hanno dato fondo alle loro risorse materiali ed umane e si sono impegnati per ben due volte, nel secolo scorso, in un'azione di liberazione del nostro continente da una minaccia totalitaria, ci hanno insegnato qualcosa che noi europei avevamo dimenticato, nei mesi tragici dell'appeasement, quando a Monaco, con la mediazione italiana, Hitler riuscì ad imporre la legge della forza e del fatto compiuto su democrazie europee intimidite e riluttanti ad agire. Gli americani ci hanno insegnato, con Franklin Delano Roosevelt, che l'unica cosa di cui avere paura è la stessa paura.
Proseguiamo, dunque, con coraggio senza cedere ad uno spirito di divisione e resa che indebolirebbe la nuova funzione ed il nuovo smalto internazionale del nostro Paese; proseguiamo con coraggio in quello sforzo politico, diplomatico e militare che i nudi fatti, guardati senza fanatismo ma, anzi, con freddezza, ci impongono come un dovere, come un dovere nazionale. Vi ringrazio. (Vivi applausi dai Gruppi AN, FI, UDC:CCD-CDU-DE, LP, Aut e dei senatori Carrara, Crinò e Del Pennino).
Signor Presidente, ho colto un suo accenno, nell’introdurmi, all’avvenimento di Pratica di Mare. Se ella ritiene che io debba illustrare, a qualche mese di distanza, le ragioni e, comunque, le conseguenze di quell’avvenimento io sono disponibile.