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Legislatura 14ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 242 del 25/09/2002


Comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri sulla questione irachena e sul Vertice di Pratica di Mare e conseguente discussione

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca: "Comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri sulla questione irachena e sul Vertice di Pratica di Mare".

Ho appena ricevuto una comunicazione dal Presidente del Consiglio il quale, a causa del protrarsi dell'incontro di Stato con il presidente austriaco Klestil e le rispettive delegazioni del Consiglio dei ministri, chiede a noi un rinvio di trenta minuti.

Pertanto, sospendo la seduta in attesa che giunga il Presidente del Consiglio.

(La seduta, sospesa alle ore 16,06, è ripresa alle ore 16,43).

Riprendiamo i nostri lavori.

Ringrazio il Presidente del Consiglio, i Ministri e i Sottosegretari presenti.

Ricordo, come ho già detto all'inizio della seduta, che l'ordine del giorno reca comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri sulla questione irachena e sul Vertice di Pratica di Mare.

Ricordo altresì che dopo le dichiarazioni del Presidente del Consiglio dei ministri potrà prendere la parola un rappresentante per ciascun Gruppo per non più di dieci minuti, mentre al Gruppo Misto sono riservati venti minuti complessivi.

Do ora la parola al Presidente del Consiglio dei ministri e Ministro degli affari esteri ad interim.

BERLUSCONI, presidente del Consiglio dei ministri e ministro degli affari esteri ad interim. Signor Presidente, chiedo scusa per il ritardo forzato dovuto ad un impegno istituzionale con il presidente della Repubblica austriaca Thomas Klestil, il quale mi ha intrattenuto su tutti i problemi che in questo momento giacciono sul tavolo dell'Unione europea.

È un momento delicato, l'Unione europea si sta dando nuove istituzioni, sta delineando, attraverso il lavoro della Convenzione, le competenze di ciascuna istituzione; esistono contrasti trasversali non soltanto fra centro-destra e centro-sinistra, ma anche all'interno delle stesse grandi famiglie politiche europee.

Credo sia importante per tutti partecipare a questo dibattito, chiarire le varie posizioni per arrivare, possibilmente durante il periodo della nostra Presidenza di turno dell'Unione europea, ad essere in grado di stipulare un nuovo Trattato che dia vita ad una nuova Europa soggetto politico. Io penso davvero che dovrà essere importante se vorrà confrontarsi nello spirito di leale amicizia con gli Stati Uniti d'America ed essere, insieme agli Stati Uniti, soggetto e fattore di sicurezza nel mondo.

Signor Presidente, onorevoli senatori, la crisi internazionale seguita alla tragedia dell'11 settembre è - come tutti vediamo - entrata in una fase delicatissima. L'opinione pubblica è comprensibilmente allarmata, gli italiani guardano a questo dibattito dei loro rappresentanti con legittima inquietudine; vogliono sapere dalla classe dirigente che hanno eletto come stanno veramente le cose, vogliono sapere quali risultati abbiamo ottenuto fin qui, quali sono le prospettive immediate e le linee di azione necessarie per garantire il massimo grado possibile di sicurezza globale in un quadro di stabilità e di pace.

Siamo dunque tenuti a discutere con pacatezza, ragionando di quanto sta avvenendo in uno spirito di responsabilità e di verità, cercando di non inasprire le divisioni nell'analisi dei fatti e, se possibile, di comporle, con uno sforzo di convergenza nazionale intorno agli interessi e ai valori propri del nostro Paese nel quadro della solidarietà europea e dell'alleanza strategica con l'America, offesa e ferita da una feroce offensiva terroristica.

Con un libero voto del nostro Parlamento, un anno fa, l'Italia entrò nella grande coalizione contro il terrorismo costruita intorno agli Stati Uniti d'America, insieme con i partner dell'Unione europea e d'intesa con la Federazione russa, con la Cina e con gli Stati arabi moderati. Il voto di Camera e Senato fu molto ampio e l'opposizione parlamentare contribuì a rendere chiara ed autorevole la posizione del nostro Paese con il suo impegno favorevole all'intervento in Afghanistan.

Questa politica ha conseguito risultati importanti: lo smantellamento del regime politico talebano, che proteggeva le basi territoriali della rete terroristica di Osama bin Laden, e lo sradicamento di quelle basi; la costruzione di una catena di intelligence integrata, che ha portato in tutto il mondo a migliaia di arresti e all'accumulo di dati decisivi per impedire la proliferazione delle cellule armate e la messa in atto, la realizzazione di nuovi attentati.

In Afghanistan, un Paese che resta ad altissima instabilità politica e militare per evidenti ragioni storiche, è in corso un difficile tentativo di stabilizzazione democratica fondato sulla liberazione di quel Paese dalla barbarie di un regime che schiavizzava le donne e subordinava a presunti valori di un fanatismo ideologico fondamentalista tutte le libertà umane e ogni effettivo esercizio dei diritti civili.

L'Italia ha fatto, e sta facendo, la sua parte nelle operazioni di mantenimento della pace, anche in quelle più ardue e complesse. Il nostro impegno ci colloca al terzo posto per il numero di soldati impegnati nelle varie operazioni di peace enforcing e peace keeping sotto la regia e con l’autorizzazione dalle Nazioni Unite. È imminente la partenza di un contingente di nostri alpini per l'Afghanistan.

E abbiamo ottenuto risultati importanti e internazionalmente riconosciuti nella battaglia per neutralizzare i centri logistici e di reclutamento del terrorismo. Risultati particolarmente rilevanti li abbiamo realizzati nel blocco e nel congelamento di ingenti risorse destinate al finanziamento dell'eversione internazionale.

Sono convinto che i cittadini possono essere orgogliosi di un Governo e di una classe dirigente che hanno saputo muoversi con saggezza e prudenza, ma non sono rimasti inerti davanti agli eventi, che hanno fatto fronte all'emergenza senza fanatismo, combinando sforzi e successi diplomatici sulla scena mondiale con una seria azione di repressione e dissuasione del terrorismo internazionale; ed è decisivo che gli eletti del popolo non si siano perduti, fin qui, in divisioni faziose, contrarie all'interesse nazionale e allo spirito delle alleanze, da noi liberamente scelte e confermate in oltre mezzo secolo di storia repubblicana.

Nessuno, dunque, è autorizzato a giocare con le ansie collettive alla caccia di vantaggi di parte. La posta in palio è immensa: è la nostra sicurezza e, insieme, la nostra libertà. In partite come questa è severamente vietato barare.

Il problema che è posto oggi davanti alla comunità internazionale è chiaramente definito. Si tratta di disarmare un regime politico dittatoriale, quello dell'Iraq, che ha, sin qui, bellicosamente oltraggiato le decisioni delle Nazioni Unite sul controllo dei propri sistemi d’armamento, compresi quelli, ormai prossimi, idonei alla costruzione di un ordigno nucleare. Un regime che ha giocato al gatto con il topo nel corso delle ispezioni internazionali, che sono terminate, già nel 1998, con il ritiro degli ispettori; un regime che minaccia di usare, o di passare ad altri perché li usino, formidabili strumenti di sterminio chimici e batteriologici. Si tratta di fronteggiare un regime il cui capo, nella lettera scritta la settimana scorsa al Segretario generale delle Nazione Unite, ha affermato che gli Stati Uniti fanno da battistrada - cito - "a una congiura che vuole imporre il dominio sionista sul mondo, un dominio non solo militare ma anche economico e politico".

Chi ha vissuto direttamente il dramma della seconda guerra mondiale e chi assume, responsabilmente, su di sé il peso della memoria e della storia, riconosce in queste parole l'eco dei vaneggiamenti che portarono, negli anni '40, alla catastrofe mondiale. Certi paragoni con Adolf Hitler si attagliano alle dittature e ai fuorilegge internazionali, non certo alla grande democrazia americana e al suo Presidente. (Applausi dai Gruppi FI, AN, UDC:CCD-CDU-DE e LP).

L'obiettivo del disarmo iracheno è stato affidato, per oltre dieci anni, alla strategia del containment, alle sanzioni commerciali e ad un regime di ispezioni delle Nazioni Unite che, come ho appena ricordato, è entrato in crisi fin dal 1998.

Questa strategia è sostanzialmente fallita, come dimostrano gli elementi di prova sul riarmo di Saddam Hussein, di cui i Governi e le intelligence dell'Alleanza occidentale sono a conoscenza (una parte di questi, tra l'altro, è stata resa nota ieri dal primo ministro inglese Tony Blair nel suo intervento alla Camera dei Comuni).

D'altra parte, sul fatto che il regime politico iracheno costituisca un pericolo regionale e globale concordano tutti, quale che sia l'opinione sulle vie da intraprendere per rimuovere questo pericolo. Si tratta, dunque, di decidere che cosa si debba fare sulla base di un giudizio informato e condiviso (per parte nostra), con una chiara assunzione di responsabilità da parte delle classi dirigenti europee. Se si esclude l'inazione, il cui costo storico potrebbe essere incalcolabile, non vi è altra possibilità che questa: la costruzione, su basi multilaterali, di una coalizione capace di imporre il rispetto scrupoloso di una nuova, forte, chiara e pressante risoluzione delle Nazioni Unite, che tagli corto con tutte le tattiche di elusione, di rinvio e di inganno nelle quali il regime iracheno ha mostrato, fino ad ora, un'abilità fuori dal comune.

Come abbiamo ribadito nel recente incontro di Copenaghen, quando non vi è tempo da perdere nella difesa di un bene collettivo, bisogna liberarsi di ogni ambiguità e di ogni egoismo.

L'Italia, sia come Stato sovrano sia come partner dell'Unione europea, è impegnata ad ottenere che le Nazioni Unite indichino al Governo iracheno, nel massimo dettaglio e con la massima chiarezza, gli atti da compiere per garantire la comunità internazionale ed i tempi entro cui questi atti devono essere compiuti.

È evidente che l'autorevolezza e la credibilità dell'ONU saranno direttamente proporzionali al grado di unità e di determinazione nelle scelte da fare che mostreranno le maggiori democrazie occidentali, prima di tutti quegli Stati Uniti d'America che sono stati colpiti al cuore dal terrorismo internazionale e che da molti decenni portano la maggiore responsabilità - per la loro proiezione militare e politica nel mondo - della stabilità e dell'equilibrio nei rapporti tra gli Stati.

Il Consiglio di Sicurezza, come sappiamo, è al lavoro da dieci giorni per trovare una soluzione accettabile in questa direzione, che non incontri veti o distinguo troppo marcati. Il nostro auspicio, che è anche la linea direttiva sulla quale si muove la nostra diplomazia, è che si arrivi presto ad una risoluzione unica e chiara, che non si presti ad equivoci e che definisca le condizioni per l'uso misurato della forza di fronte ad un'eventuale, nuova ed aperta sfida alla comunità internazionale.

Signor Presidente, onorevoli senatori, l'Italia ripudia la guerra quale strumento di offesa: questo principio è scritto a chiare lettere nella nostra Costituzione e corrisponde oggi al sentimento profondo della maggioranza assoluta degli italiani. A questo sacro principio il Governo intende ispirarsi agendo con senso di responsabilità ed operando in ogni modo possibile al fine di scongiurare un conflitto.

Nel mondo contemporaneo, tuttavia, la guerra ha mutato in parte la sua natura ed esiste ormai chiaramente il problema, analizzato da Governi, da intelligence di tutto il mondo e dai maggiori centri di studi internazionali, della cosiddetta "guerra asimmetrica".

La deterrenza tradizionale, cioè la minaccia di una rappresaglia capace di congelare ogni velleità aggressiva, ha dato frutti importanti e ha prodotto risultati incontrovertibili nel vecchio mondo della guerra fredda, quando il confronto riguardava Stati o sistemi di alleanza militare e politica riconoscibili in un territorio, in un regime politico, in un esercito regolare.

Le cose sono oggi in parte cambiate e la vera, tragica novità degli attentati dell'11 settembre sta proprio nella dimostrazione che una rete terroristica alimentata da complicità statuali può colpire al cuore, entro i suoi confini, un Paese e insieme un sistema di vita e di libertà che è quello che ci accomuna, come europei ed italiani, al destino degli Stati Uniti d'America.

Se a questo quadro si aggiungono le armi letali e tecnologicamente sofisticate di distruzione e di sterminio di massa che possono essere usate direttamente o smerciate sul mercato internazionale del terrore, bisogna riconoscere che alle nuove preoccupazioni strategiche dell'amministrazione americana non si può rispondere semplicemente con un'alzata di spalle, qualunque cosa se ne pensi nel merito.

Se gli Stati Uniti mettono oggi l'accento sulla possibilità di agire da soli o nell'ambito di alleanze costruite su misura per missioni politico-militari diverse, questo vuol dire che il sistema di decisione multilaterale, non è stato in grado di intervenire là dove necessario, mostrando crepe insopportabili per un Paese che porta la maggiore responsabilità della sicurezza nel mondo. Ma, proprio per restituire all’ONU il ruolo primario che gli compete, ed evitare che gli Stati Uniti possano essere tentati ad intraprendere azioni unilaterali, l’Italia - voglio ribadirlo ancora una volta - si adopererà affinché il Consiglio di sicurezza prenda una decisione ferma ed inequivocabile, che metta una volta per tutte il regime iracheno di fronte alle sue precise responsabilità.

Se emerge, tuttavia, la questione della prevenzione politico-militare, questo vuol dire che c'è un legame tra la crescita del terrorismo e il pericolo costituito da Stati il cui solo scopo è l'espansionismo regionale o la destabilizzazione globale, mediante l'uso o la minaccia di nuovi armamenti di sterminio.

La domanda che ci poniamo è: quali saranno le altre possibili conseguenze di una guerra? E quelle che vengono sono risposte che ci fanno essere ancor più prudenti e ancor più operativi, al fine di evitare una qualsiasi guerra.

La democrazia non è soltanto un valore per noi sacro; è anche il quadro entro il quale la pace può e deve costruire le sue fondamenta più solide. Nel mondo moderno l'espansione della democrazia, quella che chiamiamo la globalizzazione della democrazia, non si realizza con le armi, se non in condizioni eccezionali, e per il resto procede da una complessa azione di stimolo alla crescita e allo sviluppo per una complessa azione di lotta alla povertà.

Ma l'obiettivo di estendere le istituzioni libere per popoli liberi dall'oppressione non deve essere visto come un progetto neocoloniale. Il compito di alleati leali e indipendenti dell'America, quali noi siamo e resteremo, è dunque quello di rafforzare gli strumenti di azione multilaterale, di costruire una comune ed efficace linea di azione europea e discutere, caso per caso, i pericoli e le soluzioni, senza opporre il muro di gomma dell'inazione o della diserzione dalla solidarietà al controverso ma comprensibile nuovo orientamento strategico degli Stati Uniti.

L'Italia ha un preciso interesse nazionale nel seguire in questa nuova crisi linee di intervento responsabili e indipendenti, ma realmente collocate nel quadro della nostra storica alleanza con gli Stati Uniti. È questo, a nostro giudizio, anche il vero interesse sovranazionale dell'Unione europea.

Gli americani, quando hanno dato fondo alle loro risorse materiali ed umane e si sono impegnati per ben due volte, nel secolo scorso, in un'azione di liberazione del nostro continente da una minaccia totalitaria, ci hanno insegnato qualcosa che noi europei avevamo dimenticato, nei mesi tragici dell'appeasement, quando a Monaco, con la mediazione italiana, Hitler riuscì ad imporre la legge della forza e del fatto compiuto su democrazie europee intimidite e riluttanti ad agire. Gli americani ci hanno insegnato, con Franklin Delano Roosevelt, che l'unica cosa di cui avere paura è la stessa paura.

Proseguiamo, dunque, con coraggio senza cedere ad uno spirito di divisione e resa che indebolirebbe la nuova funzione ed il nuovo smalto internazionale del nostro Paese; proseguiamo con coraggio in quello sforzo politico, diplomatico e militare che i nudi fatti, guardati senza fanatismo ma, anzi, con freddezza, ci impongono come un dovere, come un dovere nazionale. Vi ringrazio. (Vivi applausi dai Gruppi AN, FI, UDC:CCD-CDU-DE, LP, Aut e dei senatori Carrara, Crinò e Del Pennino).

Signor Presidente, ho colto un suo accenno, nell’introdurmi, all’avvenimento di Pratica di Mare. Se ella ritiene che io debba illustrare, a qualche mese di distanza, le ragioni e, comunque, le conseguenze di quell’avvenimento io sono disponibile.

PRESIDENTE. Signor Presidente del Consiglio, se lei ritiene di poter integrare, come d’altro canto previsto nell’ordine del giorno della seduta odierna, nei limiti ragionevoli del tempo che ci siamo assegnati, il suo intervento dedicato in particolare all’Iraq con la questione relativa al vertice di Pratica di Mare, peraltro già sollevata più volte in quest’Aula in particolare dal senatore Andreotti, che purtroppo oggi non è presente perché in missione, noi le saremmo grati.

BERLUSCONI, presidente del Consiglio dei ministri e ministro degli affari esteri ad interim. Signor Presidente, onorevoli senatori, credo che il vertice tenutosi a Pratica di Mare sia stato importante sul piano internazionale ma che altrettanto importante sia stato per il ruolo che ha avuto il nostro Paese sulla scena internazionale.

Sul piano internazionale abbiamo unito il destino della Federazione russa a quello dell’Occidente; credo che questo sia un fatto assolutamente rilevante. Abbiamo colto, durante la Presidenza del G8, i timori del presidente della Federazione russa che vedeva emergere con forza all’interno del suo Parlamento la posizione di chi intendeva considerare il futuro della Federazione russa come legato non tanto all’Europa e all’Occidente, quanto invece all’Asia e alla potenze asiatiche. Abbiamo colto in quel momento che vi era grande preoccupazione anche per altri fatti: la decisione unilaterale degli Stati Uniti di denunciare il Trattato sui missili (ABM), cosa che poi gli Stati Uniti fecero, e l’espansione della NATO ai Paesi del Mar Baltico.

In questo modo si veniva a costituire quasi una catena intorno al territorio della Federazione russa e questo era sentito come un fatto molto negativo all’interno della Federazione stessa. Nacque così l’idea di chiamare la Federazione russa a partecipare alle decisioni dell’Alleanza atlantica; esisteva già un Consiglio a 19 che decideva e poi riferiva alla Federazione russa, ove quest’ultima avesse voluto unirsi all’azione già decisa dal Consiglio dell’Alleanza atlantica. Vedemmo la possibilità di una nuova istituzione che cancellasse e mettesse da parte il Consiglio a 19 per un nuovo Consiglio a 20 a cui partecipasse a pieno titolo la Federazione russa che poteva, quindi, decidere essa stessa insieme agli altri 19 Paesi sulle azioni da intraprendere.

Presentammo questa nostra "invenzione" al presidente americano Bush e agli altri premier dei Paesi dell’Alleanza. Ottenemmo risposte critiche (il presidente Bush era di avviso contrario); insistemmo e, con un lungo lavoro diplomatico e politico, alla fine riuscimmo - e questo è un bel ricordo per il sottoscritto - nel corso di una telefonata fatta al presidente Bush dalla Russia a convincerlo a dar vita al nuovo Consiglio a 20. Egli ci dette poi atto di questo cambiamento che avevamo indotto con la nostra pressione. (Applausi dai Gruppi AN, FI, UDC:CCD-CDU-DE e LP).

L’avvenimento si è tenuto nella sede di Roma che abbiamo offerto e ha fatto salire molti gradini nella scala della considerazione internazionale del nostro Paese che oggi, credo di poter affermare senza timore di essere smentito, occupa il ruolo che gli è dovuto: siamo, infatti, la quinta economia del mondo, alla pari con l’Inghilterra; come ho ricordato poc’anzi nel mio discorso, siamo il terzo Paese come impegno di truppe nel mantenimento della pace del mondo; siamo i terzi contributori dell’Unione europea; i sesti contributori dell’Organizzazione delle Nazioni Unite; siamo soci fondatori dell’Unione europea e abbiamo radici profonde nella storia e nella cultura.

Credo che l’azione diplomatica che il nostro Governo ha intrapreso in questi mesi abbia dato e potrà dare, soprattutto in futuro, frutti rilevanti; frutti rilevanti anche per sostenere l’economia del nostro Paese e in questo senso abbiamo avviato un cambiamento della nostra diplomazia, aggiungendo alle altre missioni (che sono quelle di diffondere la cultura italiana e di difendere gli interessi degli italiani nel mondo) quella di sostenere il made in Italy nel mondo. (Applausi dai Gruppi FI, UDC:CCD-CDU-DE, AN e LP).

Questa riforma, che non può trovare nelle finanze dello Stato in questi momenti difficili risorse adeguate, è già però diventata un cambiamento di filosofia cui si attengono i nostri ambasciatori e i nostri consoli. Credo che porterà sicuramente dei frutti, perché già dall’anno prossimo l'operato degli ambasciatori e dei consoli sarà valutato anche sulla base dell’incremento delle nostre esportazioni concernenti i Paesi dove essi svolgono la loro funzione e del numero di imprese che colà metteranno sede (perché ormai si riconosce la necessità di superare il puro scambio commerciale e di essere presenti nei vari mercati con sedi e magari centri produttivi che possano produrre un decimo, un ventesimo dei prodotti che in quel Paese le nostre aziende esportano); gli ambasciatori ed i consoli saranno giudicati sulla base (per i Paesi ricchi) dei capitali provenienti da quei Paesi investiti in Italia e degli aumenti dei flussi turistici in Italia originati dai Paesi medesimi. Credo che questo sia importante.

Una seconda questione importante consiste nel fatto che l’Italia sta svolgendo, e può svolgere per il futuro, un ruolo di guida per quanto riguarda i Paesi del Centro Europa. Abbiamo avuto l’occasione fortunata della Presidenza della Iniziativa Centro Europea e l’abbiamo utilizzata. Oggi siamo gli "avvocati difensori" di questi Paesi, per il loro ingresso nell’organizzazione militare della NATO e nell’Unione Europea; ma soprattutto siamo il loro modello, perché la nostra economia delle piccole e piccolissime imprese è l’unico modello a cui possono ispirarsi, in mancanza di capitali, per far crescere il loro benessere. (Applausi dai Gruppi FI, UDC:CCD-CDU-DE, AN e LP).

Analogo ruolo l’Italia conta di svolgere nell’area mediterranea, anche qui per una serie di motivazioni che hanno radici anche nella storia abbiamo la possibilità di essere Paese di riferimento. Per questo abbiamo indirizzato tutti gli sforzi all’accensione di rapporti interpersonali con i protagonisti dei vari Paesi e crediamo che anche questo sia un cambio di filosofia per quanto riguarda la nostra diplomazia: il rapporto interpersonale facilita la soluzione dei problemi e credo possa essere un incentivo forte ad aumentare l’interscambio italiano con i vari Paesi.

Credo che dall’operazione di Pratica di Mare sia derivata una considerazione nuova per il nostro Paese da parte degli Stati Uniti, dei Paesi che compongono la NATO e della Federazione russa. Credo che oggi l’Italia sia in grado davvero di sostenere la propria economia in tutti questi mercati, in quelli che sono già oggi mercati ricchi o che lo sono potenzialmente per il futuro.

Grazie, signor Presidente e signori senatori, per la vostra attenzione. (Vivi, reiterati applausi dai Gruppi FI, UDC:CCD-CDU-DE, AN, LP e Aut, e dei senatori Carrara, Del Pennino e Crinò. Congratulazioni).

PRESIDENTE. La ringrazio, signor Presidente del Consiglio.

ANGIUS (DS-U). Domando di parlare.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ANGIUS (DS-U). Signor Presidente, con il rispetto dovuto per l'Assemblea, il Governo, il Presidente del Consiglio, voglio dire brevemente che noi avevamo salutato con favore il fatto che il Presidente del Consiglio venisse anche al Senato, dopo essere intervenuto alla Camera, per riferire le opinioni del Governo maturate recentemente negli incontri con il Presidente degli Stati Uniti d'America e poi nei successivi contatti che il Presidente del Consiglio, nella sua veste di Ministro degli affari esteri ad interim, ha avuto con i leader degli altri Paesi europei, da ultimo nel Vertice di Copenaghen.

Solo in un secondo momento ci è giunta telefonicamente - la cosa non era stata definita nella Conferenza dei Capigruppo - la notizia che si sarebbe aggiunto un secondo punto all'ordine del giorno, cioè la valutazione del Governo sul Vertice di Pratica di Mare.

Noi pensiamo che, data anche la diversità di materia e per consentire la discussione piena sulla questione irachena, sia utile che il Senato discuta approfonditamente della questione irachena, lasciando magari ad altra occasione la possibilità di intervenire e di pronunciarci anche se un poco impropriamente sul secondo punto posto all'ordine del giorno e in forme inusuali.

Siccome la questione irachena è altamente impegnativa per il Governo, come naturalmente per tutti noi, nell'intervento che faremo ci atterremo soltanto ed esclusivamente a questa vicenda che così tanto ci turba e rispetto alla quale ciascuno è chiamato ad assumere le decisioni importanti che ritiene di dover assumere.

PRESIDENTE. Collega Angius, naturalmente non è impossibile che anche in altra occasione si possa svolgere un dibattito dedicato soltanto o prevalentemente al Vertice di Pratica di Mare.

Quanto all'ordine del giorno riguardante le comunicazioni e l'informativa urgente del Presidente del Consiglio dei ministri, questo è stato letto ieri in Aula e di ciò sono stati informati singolarmente tutti i Gruppi. L'ordine del giorno reca così correttamente.

Immagino che il dibattito si concentrerà prevalentemente sulla questione irachena ma - ripeto - niente impedisce che in altre circostanze e con modalità da decidere nella Conferenza dei Capigruppo si possa ritornare sulla questione del Vertice di Pratica di Mare, più volte qui sollecitata e sollevata.

Dichiaro pertanto aperta la discussione sulle comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri.

È stata formulata una richiesta da parte del senatore Cossiga il quale, ancorché non iscritto a parlare, mi ha chiesto di intervenire per cinque minuti e per primo, dovendosi poi assentare per ragioni sue personali. Non ho difficoltà a comprendere la richiesta del senatore Cossiga e anche a soddisfarla. Devo però avvertire che sono naturalmente costretto a rimodulare tutti i tempi di intervento assegnati al Gruppo Misto. (Commenti dai Gruppi Misto-Com, Misto-RC e Misto-Udeur-PE).

Al Gruppo Misto era stato assegnato il doppio del tempo. L'intervento del senatore Cossiga proporzionalmente ridurrà gli interventi degli altri oratori del Gruppo stesso. C'è ovviamente la possibilità che qualcuno degli altri oratori non del Gruppo Misto rinunci a cinque minuti del proprio tempo e lo assegni al senatore Cossiga.

Ha facoltà di parlare il senatore Cossiga.

COSSIGA (Misto). Signor Presidente del Senato, onorevole Presidente del Consiglio dei ministri, credo che tutti dobbiamo essere grati all'onorevole Berlusconi per la sensibilità che ha avuto in un momento così delicato, anche per le decisioni che il suo Governo andrà a prendere, e di essere voluto intervenire di fronte alle Camere molto prima di quando le decisioni - penso - dovranno essere prese in relazione al problema dell'Iraq.

Notoriamente io sono un amerikano con la kappa - anche con le svastiche, ma questo non c'entra - e notoriamente mi sono trovato, da Presidente del Consiglio dei ministri e da Presidente della Repubblica, a dover gestire nell'ambito delle mie responsabilità - grandi come Presidente del Consiglio dei ministri, quasi irrilevanti, essendo il nostro un regime parlamentare, come Presidente della Repubblica - situazioni gravi, quale quella del riarmo nucleare, d'accordo con il cancelliere Schmidt, nei confronti dell'Unione Sovietica, lo spiegamento dei missili Cruise e Pershing in risposta alla sfida di Breznev, che schierò, mal interpretando il primo accordo di denuclearizzazione degli Stati Uniti d'America, i famosi SS-20 e Blackfire.

Altre situazioni ho dovuto gestire poi, da Presidente della Repubblica, in conformità con gli studi della commissione Paladin, promossi dai presidenti del Consiglio dei ministri Goria e De Mita, i quali chiarirono che la frase secondo cui il Capo dello Stato ha il comando delle Forze armate deve essere intesa nel senso che il Capo dello Stato nulla ha da fare con le Forze armate. Ciò è stato accettato da tutti i costituzionalisti.

Non si può dire quindi che io non sia un filoamericano. Direi però che nelle sue parole ho colto, ed è conforme al suo carattere, un grande ottimismo che, essendo lei Presidente del Consiglio dei ministri e non solo un'amabile persona, non vorrei sconfinasse nel semplicismo.

Il problema dell'Iraq non è il problema del terrorismo, perché l'Iraq è uno dei Paesi più laici del mondo islamico. Certo, può avere ospitato terroristi ed io penso che l'abbia fatto. Io credo che, quando il suo disegno strategico di egemonia nel mondo mediorientale lo ha portato ad una guerra che ha avuto sette milioni di vittime con l'Iran, possa aver usato anche il terrorismo. Ma il problema del terrorismo islamico è un problema di civiltà, un grosso problema che deve impegnare, prima degli uomini politici, gli uomini di cultura. Uno è il problema del terrorismo, altro è il problema dell'Iraq.

Che l'Amministrazione del presidente Bush, per trascinare coloro che erano nella coalizione antiterrorista, voglia dire che i due problemi sono collegati fra di loro, fa parte di una strategia a mio avviso neanche molto intelligente; che gli Stati Uniti siano preoccupati della fame di egemonia di un sanguinario dittatore qual è Saddam Hussein, che vuole impadronirsi della primazia del Medioriente, questo è un altro problema.

Signor Presidente, mi auguro che il Governo italiano sia realista al momento opportuno. Io come cittadino del mondo libero, come cittadino privato, sono accanto agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna e lo sarei anche nel caso di un intervento militare angloamericano di difesa preventiva perché lo ritengo legittimo moralmente nella dissoluzione dell'ordinamento giuridico che abbiamo creduto di costituire con l'ONU. Laddove dominano piccoli dittatori, ladri e assassini delle tribù loro contrarie, non c'è da fare molto.

Questa è la posizione che avrei come Francesco Cossiga, amerikano con la kappa; altra è la posizione che debbo assumere e assumerò, se necessario, che potrà forse mettermi in contraddizione di fronte a voi e anzitutto di fronte alla mia coscienza. Infatti, da cittadino del mondo libero io credo che un attacco di difesa preventiva sia legittimo moralmente e lecito da un punto di vista del diritto internazionale.

Se dopo Monaco, invece di farsi ingannare da Hitler e da Mussolini, gli anglo-americani avessero invaso la Germania con un attacco di difesa preventiva, non avremmo avuto quello che abbiamo avuto e soprattutto non avremmo avuto la Shoah, una delle più grandi vergogne della storia dell’umanità dopo la crocifissione di nostro Signore Gesù Cristo. E se ancor prima, al primo tentativo di riarmo della Germania, gli anglo-americani fossero intervenuti, la pace sarebbe stata salvata.

Però io sono un senatore della Repubblica italiana e sono tenuto all’osservanza della Costituzione, anche se non condivido il pacifismo oltranzista della Costituzione medesima, e mi duole doverla correggere (ma, sa, abbiamo professioni diverse): non è che nella Costituzione l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa, ma come strumento di risoluzione delle controversie internazionali. Io sono convinto che l’Italia ….. (Il microfono si disattiva automaticamente. Proteste dai Gruppi DS-U, Mar-DL-U, Verdi-U e Aut).

MANIERI (Misto-SDI). Presidente, lo lasci finire.

PRESIDENTE. Senatore Cossiga, purtroppo il tempo a sua disposizione è scaduto. (Applausi all’indirizzo del senatore Cossiga).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Carrara. Ne ha facoltà.

CARRARA (Misto-MTL). Signor Presidente, il Parlamento italiano è chiamato di nuovo a confrontarsi sull’opportunità che le nostre Forze armate vengano impiegate in azioni di contrasto del terrorismo internazionale. Riteniamo che ogni energia debba essere profusa affinché si adotti nell’ambito della Nazioni Unite una risoluta azione diplomatica che dissuada il Governo iracheno dal perseverare in un atteggiamento di minaccia costante nei confronti degli altri Paesi.

L’Italia anche in questa occasione sta operando sulla scena internazionale con rinnovato prestigio e grande autorevolezza. Questo ci conforta perché in caso di fallimento delle Nazioni Unite confidiamo che il ricorso alla forza verrà intrapreso con il solo obiettivo di combattere una feroce tirannia e, in questo caso specifico, chi vuole usare armi di distruzione di massa.

Per tale motivo non abbiamo ragione di dubitare, onorevole Presidente, che anche in questo caso l’azione del suo Governo sarà indirizzata alla difesa della pace e dalla promozione della libertà e della democrazia. (Applausi dai Gruppi FI e LP).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Del Pennino. Ne ha facoltà.

DEL PENNINO (Misto-PRI). Onorevole Presidente del Consiglio, i Repubblicani hanno apprezzato le sue dichiarazioni sulla questione irachena e concordano con lei sulla necessità di giungere rapidamente a una nuova risoluzione dell’ONU che non si presti ad equivoci e definisca le condizioni per l’uso misurato della forza di fronte ad un’eventuale ulteriore sfida da parte dell’Iraq alla comunità internazionale.

Ci riconosciamo anche in un’altra sua affermazione: quella in cui ha sottolineato come, di fronte alla sfida terroristica e alle complicità che questa incontra in alcuni Stati, il nostro destino di europei e di italiani sia legato a quello degli Stati Uniti.

Nel momento in cui sembrano delinearsi all’interno della politica europea due differenti linee (una di distinguo nei confronti degli Stati Uniti, che trova il suo nucleo portante nell’asse franco-tedesco, esaltato dal Presidente della Commissione europea, e che pare diventare il collante della sinistra italiana; l’altra favorevole ad uno stretto rapporto con gli Stati Uniti e a una concezione "atlantica" dell’Europa e della politica estera dell’Unione, che trova il suo riferimento nella Gran Bretagna di Tony Blair), i Repubblicani non possono non condividere la scelta, che emerge chiaramente dalle sue dichiarazioni, di collocare il nostro Paese su questo secondo versante.

E ciò affermiamo non tanto perché questa è stata la logica che ha presieduto alle nostre alleanze in mezzo secolo di storia repubblicana, ma soprattutto per una riflessione squisitamente politica, relativa proprio alla questione irachena.

Solo su questa linea il nostro Paese può esercitare un ruolo per contribuire a riavvicinare le posizioni dell’Unione europea a quelle degli Stati Uniti, (riavvicinamento di cui gli stessi tedeschi all’indomani delle elezioni sentono la necessità, come dimostra la visita di Schroeder a Tony Blair) e solo una posizione dell’Europa priva di sbavature e di tentennamenti nel rapporto con gli Stati Uniti può indurre l’amministrazione americana a mantenere le sue azioni nel quadro delle Nazioni Unite. (Applausi dal Gruppo FI).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Marino. Ne ha facoltà.

MARINO (Misto-Com). Signor Presidente, noi Comunisti Italiani diciamo un no fermo ad ogni ipotesi di guerra preventiva contro l'Iraq, no ad ogni decisione unilaterale USA o di qualcun altro che comunque possa coinvolgere il nostro Paese in una folle guerra; in ogni caso dovrà essere il Parlamento con un voto a decidere la posizione dell'Italia.

L'obiettivo USA è chiaro: non è certamente il rispetto delle risoluzioni ONU relative agli ispettori, dal momento che l'Iraq ha accettato senza condizioni ispezioni a tutto campo, ma il rovesciamento del regime di Saddam Hussein. Come non pensare al petrolio nel momento in cui gli USA consumano un quarto della produzione mondiale e l'Iraq è al secondo posto nel mondo per le riserve petrolifere?

Anche se decisa dall'ONU, questa guerra preventiva accrescerà il terrorismo in quell'area, romperà l'unità ampia realizzatasi dopo l'11 settembre contro il terrorismo, finirà per costituire una polveriera per tutto il Medio Oriente con conseguente frustrazione dei popoli arabi. Non c'è uno straccio di prova del coinvolgimento dell'Iraq nel terrorismo o per quanto riguarda l'uso di armi di distruzione di massa.

Noi non siamo certamente dalla parte della politica irachena, dalla parte di quel regime, ma pensiamo che un sì a questa guerra preventiva non faccia gli interessi né del nostro Paese, né dell'Europa, che ben altri rapporti di mutuo interesse deve costruire con il mondo arabo. Se per rovesciare un regime occorre una guerra preventiva si farà scempio del diritto internazionale e il mondo sarà ingovernabile.

Quindi, più che una supina accondiscendenza e gratuite attestazioni di fedeltà, negli interessi del Paese e dell'Europa… (Il microfono si disattiva automaticamente). (Applausi dai Gruppi Misto-Com, DS-U, Verdi-U e Misto-RC ).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Malabarba. Ne ha facoltà.

MALABARBA (Misto-RC). Signor Presidente, chiedo di allegare la parte dell'intervento che non dovessi riuscire a pronunciare dato che non ho la condizione regale del senatore Cossiga.

Signor Berlusconi, come in tutte le recenti dichiarazioni lei manifesta anche in questa occasione il più piatto dei servilismi nei confronti degli Stati Uniti, con i reiterati richiami al loro salvifico ruolo mondiale. Le suggerirei di coniare per gli italiani qualcosa di simile a quanto affermato da un autorevole esponente della dirigenza americana: che gli Stati Uniti hanno il dovere di combattere chi mette in discussione la "benedizione di prosperità" scesa sul popolo americano.

Quando non ci sono apparentemente elementi razionali spendibili nei confronti dell'opinione pubblica per giustificare l'ennesimo tassello di questa guerra infinita e indefinita, si approda alla "guerra di civiltà" in difesa del modello unico di civilizzazione, quello nordamericano.

In questi dieci anni di criminale embargo e di bombardamenti anglo-americani contro l'Iraq, l'obiettivo era chiaro come ora: il controllo delle risorse energetiche. Dopo la decisione irachena di ammettere gli ispettori ONU senza condizioni è semplicemente inammissibile pensare di costringere il Consiglio di sicurezza ad avallare una nuova guerra, e per di più preventiva, del petrolio, così come lei ha sollecitato oggi con la richiesta di una nuova risoluzione e come peraltro vuole il padrone dei padroni, Bush.

Se qualcosa va fatto nei confronti dell'ONU da parte dell'Italia è mettere a disposizione il personale qualificato per le ispezioni e dichiarare l'indisponibilità italiana a partecipare a qualsiasi guerra contro l'Iraq, anche se gli Stati Uniti dovessero mai strappare all'ONU una risoluzione di avallo della guerra, così come deciso dalla Germania.

Lei ha anche annunciato l'invio di 1.000 alpini italiani in Afghanistan: confermiamo non solo la nostra opposizione a quella guerra e a questo nuovo invio di truppe, ma anche la necessità di richiamare tutti i nostri militari impiegati nell'area asiatica e nel Golfo Persico.

Al Parlamento viene oggi sottratta la possibilità di votare sull'orientamento dell'Italia in questa guerra, mentre il premier già avalla i propositi guerrafondai di Bush. Per Rifondazione Comunista è una grave violazione della democrazia. Abbiamo predisposto una risoluzione che chiediamo di sottoporre alla discussione dell'Aula nel giro di breve tempo e daremo il massimo impegno con la manifestazione di sabato e i successivi appuntamenti unitari del movimento pacifista per bloccare quest'ennesima avventura e dire ancora una volta no alla guerra, senza "se" e senza "ma", e sì invece ad un sostegno immediato alla Palestina di Arafat, aggredita da Israele fuori e contro i richiami dell'ONU, del Pontefice e di tutta la comunità internazionale.

Perché, Presidente, non propone il disarmo anche di Israele, che vìola sistematicamente tutte le risoluzioni dell'ONU da cinquant'anni a questa parte? (Applausi dai Gruppi Misto-RC, Misto-Com, DS-U e Verdi-U).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Fabris. Ne ha facoltà.

FABRIS (Misto-Udeur-PE). Signor Presidente, il tempo concessomi è di due minuti e mezzo. Non sono d’accordo, perché avevamo concordato altri tempi nel Gruppo Misto. Lei, nella sua discrezionalità, poteva benissimo concedere la parola al presidente Cossiga, però doveva tener conto anche del ritardo che il Senato ha dovuto registrare per gli impegni importanti del Presidente del Consiglio; deve valutare tutto ciò quando tiene questa gestione, mi consenta, un po’ inutilmente ragionieristica dell’Aula.

Siamo, credo, tutti eletti del popolo e abbiamo il diritto, almeno nei tempi concordati per i singoli Gruppi, di poter intervenire. Quindi, se lei mi concede il tempo che avevamo concordato nel Gruppo, bene, altrimenti consegno il testo del mio intervento, invitandola però a portare nelle sedi opportune questo tipo di problema. (Applausi dei senatori Cambursano, Pagliarulo e Zancan).

PRESIDENTE. Senatore Fabris, il tempo a lei assegnato era di tre minuti. Le ho comunicato che aveva a disposizione due minuti e trenta secondi ma, come lei ha già potuto osservare in altri casi, avrebbe potuto utilizzare comunque il suo tempo esattamente così come le era stato assegnato, perciò la pregherei di svolgere ugualmente il suo intervento nei tempi convenuti.

FABRIS (Misto-Udeur-PE). A me interessava molto, signor Presidente del Consiglio, colleghi, intervenire in questo dibattito perché il discorso che abbiamo ascoltato oggi dal Presidente del Consiglio non ci ha niente affatto tranquillizzati rispetto alle inquietudini e ai nuovi venti di guerra che aleggiano per il mondo.

Noi, come senatori dell’Udeur, come parte della classe politica di questo Paese, da moderati e da credenti, riteniamo che la cultura del dialogo debba sempre avere il sopravvento su ogni altra ragione, e ancor più in questo particolare momento. Il valore e il ruolo della politica possono e debbono consentire però il miglior uso della ragionevolezza ed il principio del dialogo deve tornare ad essere preponderante nelle nostre scelte. Occorre dunque lavorare sulla convergenza delle opinioni reciproche per arrivare ad un intento comune.

Nell’attuale situazione dobbiamo certo essere molto attenti a non aumentare le distanze che oggi esistono tra l’Europa e gli Stati Uniti d’America, anche se tra amici veri ci possono essere dei dissensi, se questi sono motivati e sentiti. Ecco perché il percorso che ci aspetta è molto stretto ed irto di difficoltà.

Occorre quindi valutare attentamente i futuri passaggi, tentando, quanto più possibile, di mantenerci in sintonia con gli altri Paesi europei su una posizione comune che auspichiamo pienamente condivisa e che preveda una soluzione multilaterale utile a determinare la cooperazione piena dell’Iraq con l’ONU, senza restrizioni e condizione alcuna per il lavoro degli ispettori.

Sappiamo che il nostro Paese sarà chiamato ad assumere delle decisioni in merito a tutto questo e sappiamo bene che tali responsabilità spettano appunto al Parlamento.

Alcuni orientamenti che oggi emergono nell’Amministrazione americana sul piano della politica internazionale e della sicurezza potrebbero portare conseguenze la cui entità, anche sui nuovi assetti del mondo, oggi non riusciamo a calcolare.

In questo panorama, dobbiamo valutare bene i passaggi che la nostra diplomazia dovrà compiere rispetto alla situazione di crisi internazionale che ci è davanti. Per tale motivo oggi chiediamo a lei, signor Presidente del Consiglio, e al suo Governo di prendere ogni decisione nell’ambito delle risoluzioni che saranno approvate dall’ONU.

Le chiediamo con forza di moltiplicare gli sforzi per rendere possibile una posizione comune dell’Unione europea, sovrapponendola ad ogni altro rapporto bilaterale. Le chiediamo di fare ogni sforzo possibile per impedire qualsiasi azione militare preventiva o a largo raggio.

PRESIDENTE. Concluda, senatore Fabris.

FABRIS (Misto-Udeur-PE). Le chiediamo di trovare, con gli strumenti della politica, gli spazi per evitare la guerra.

Le chiediamo, infine, signor Presidente del Consiglio, di non impegnare il nostro Paese a concorrere in un conflitto che può essere evitato, rendendo più pregnante un insieme di elementi fatto di scelte politiche, di pressioni, di dure sanzioni, di ispezioni vere che servano a modificare le strategie del regime iracheno in ordine ai controlli e a un disarmo oggi ancor più necessario e che dobbiamo far imporre a Saddam Hussein.

Ecco perché, mentre chiediamo al Governo di proseguire l’impegno di polizia militare, di intelligence, per debellare anche in Italia le organizzazioni terroristiche (Richiami del Presidente), gli chiediamo altresì (ho finito, signor Presidente, e la ringrazio) di impegnarsi con maggiore slancio affinché, nelle sedi più opportune, venga decisa ed attuata nei confronti dei Paesi meno sviluppati economicamente una politica di sostegno, piuttosto che ricorrere alla scorciatoia di azioni come quella prospettata per l’Iraq.

Solo se ci comporteremo così, infatti, riusciremo a sconfiggere il terrorismo e le dittature, che trovano terreno fertile… (Il microfono si disattiva automaticamente).

PRESIDENTE. Grazie, senatore Fabris. Naturalmente, se il testo del suo intervento è più lungo di quello che lei ha letto, può consegnarlo alla Presidenza.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Marini per due minuti e trenta secondi. Ne ha facoltà.

*MARINI (Misto-SDI). No, signor Presidente.

PRESIDENTE. Senatore Marini, perché non inizia il suo intervento?

MARINI (Misto-SDI). Io rinuncio a parlare e le dico anche il motivo.

PRESIDENTE. Non c'è ragione.

MARINI (Misto-SDI). Rinuncio a parlare per protesta, perché vi sono prerogative dei Gruppi che lei, nella sua altissima funzione, che io ho sempre rispettato, non può modificare. In questa maniera viene meno anche la ragion d'essere dei Gruppi. La prego, Presidente, al di là di quelle che possono essere le mie manchevolezze, lei deve essere custode delle prerogative dei Gruppi e quindi del funzionamento regolamentare dei nostri lavori.

La ringrazio, ma per protesta rinuncio a parlare. (Applausi dai Gruppi Misto-SDI, DS-U, Mar-DL-U, Verdi-U, Misto-Com e Misto-RC).

PRESIDENTE. Senatore Marini, la pregherei con insistenza di svolgere il suo intervento.

Proprio lei ieri - ma era già stato da me anticipato - ha richiesto che venisse raddoppiato del tempo concesso del Gruppo Misto, a cui sono stati attribuiti venti minuti. Lei non sapeva che all'interno del Gruppo Misto oggi si sarebbe inserito qualcun altro.

Ho misurato il tempo fino ad ora ex abundantia cordis, come lei avrà notato. Pertanto, la pregherei di svolgere nei tempi da lei stesso accettati e convenuti il suo intervento. Non c'è nessuna ragione di protestare. Lei aveva concordato il tempo: quel tempo ha. Fino ad ora ha visto che tutti hanno praticamente esaurito il loro intervento.

MARINI (Misto-SDI). Presidente, la ringrazio per i cinque minuti che ha concesso al senatore Cossiga, ma se il senatore Cossiga puntualmente salta il Gruppo per rivolgersi a lei, non ho capito come possiamo mantenere ferme le sue indicazioni.

PRESIDENTE. Io però non posso entrare in una simile polemica.

MARINI (Misto-SDI). Non è una polemica, per carità. Lei dica al senatore Cossiga di rivolgersi al Gruppo: lo avrei fatto parlare come ho fatto con tutti gli altri colleghi, ci mancherebbe!

PRESIDENTE. Senatore Marini, la prego.

MARINI (Misto-SDI). In questi giorni di estrema preoccupazione per le sorti della guerra a me pare che stia emergendo di nuovo un vecchio dilemma: se le guerre siano giuste oppure se tutte le guerre siano ingiuste.

Il nostro Parlamento ha risolto tale dilemma allorquando ha votato a larghissima maggioranza la partecipazione alle azioni militari nel Kosovo e in Afghanistan. Tuttavia mi pare che anche allora fossero discusse le condizioni che giustificavano la partecipazione dell'Italia e fu deciso che occorressero forti motivazioni, l'esistenza cioè di un pericolo grave e immediato che turba l'equilibrio internazionale o l'equilibrio di un'area del globo oppure la risposta, come è avvenuto per l'Afghanistan, ad un attacco subìto da un Paese alleato quando questo attacco è accompagnato anche da un pericolo per l'intera umanità, come è per il terrorismo.

Quindi, l'esistenza di due condizioni precise o dell'una o dell'altra e, in ogni caso, una decisione che non può essere presa da un singolo Stato o da più Stati, ma deve essere presa da un organismo internazionale, come è avvenuto nelle due occasioni precedenti attraverso la decisione dell'ONU.

Ecco perché noi siamo contrari ad una partecipazione unilaterale alla guerra contro l'Iraq, perché creerebbe seri problemi nei rapporti con il mondo islamico. Sappiamo quali sono i pericoli che oggi una rottura dell'equilibrio fra mondo occidentale e mondo islamico può comportare per la pace futura. Inoltre si determinerebbe un problema di armonia dei rapporti all'interno dell'Unione europea perché gli Stati membri di quest'ultima nella stragrande maggioranza sono contrari all'intervento unilaterale. Lo stesso atteggiamento del premier Blair riflette una posizione storica della Gran Bretagna, che ha sempre accettato la guida degli Stati Uniti in politica estera.

Ripeto, sono questi i motivi per cui riteniamo di non dover aderire all'iniziativa militare statunitense che, presa unilateralmente, non dà alcuna garanzia. Diverso sarebbe il discorso - e noi siamo pronti a discuterne - qualora vi fosse una risoluzione precisa dell'ONU al riguardo, che porrebbe le questioni in diversa alternativa. (Applausi dai Gruppi Misto-SDI, Mar-DL-U, Verdi-U e DS-U).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Scalfaro. Ne ha facoltà.

*SCALFARO (Misto). Onorevole Presidente, colleghi senatori, devo dire una parola di gratitudine innanzitutto al mio presidente di Gruppo, senatore Marini, e comprendo la sua amarezza in questa seduta.

Non siamo chiamati a decidere, oggi almeno, ma ad esprimere la nostra volontà politica. Ecco, di fronte all’ipotesi di un intervento armato nei confronti dell’Iraq, allo stato dei fatti, la mia risposta è no! Devo essere chiaro, è no. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U, DS-U, Verdi-U, Misto-Com, Misto-RC, Misto-SDI e Misto-Udeur-PE). È un no senza incertezze, è un no senza subordinate.

Sono parlamentare dall’Assemblea costituente, giugno 1946. Si stava allora elaborando il piano di grande alleanza difensiva che si concretò, nel 1948, nel Patto atlantico per la pace. Attraverso i decenni, questa scelta è diventata scelta politica comune.

Ho sempre ritenuto - sempre - punto essenziale della nostra politica estera l’alleanza con gli Stati Uniti, e il legame limpido e forte nell’Europa. Rimango fermo in questa convinzione e in questa determinazione.

Proprio su questa base, da Ministro dell’interno ho lottato contro il terrorismo con una serie di intese internazionali, che ebbero grande efficacia e che partivano da un fondamentale accordo con gli Stati Uniti. Dunque, alleanza libera, alleanza fedelissima, alleanza a pari dignità!

I parlamentari che impediscono al Presidente del Consiglio di ascoltare un dialogo non svolgono un compito né educato, né intelligente... (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U e DS-U).

PRESIDENTE. Senatore Lauro, la prego di non disturbare il Presidente del Consiglio.

SCALFARO (Misto). ...ma capita perché qui siamo eletti a suffragio universale, e qualcuno pare più di suffragio che di universale! (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U e DS-U).

PRESIDENTE. Senatore Lauro, la prego.

GIARETTA (Mar-DL-U) (Rivolto al presidente del Consiglio) Presidente, impari l’educazione!

PRESIDENTE. Signor Presidente del Consiglio, la prego; prego anche lei. (Proteste dai Gruppi Mar-DL-U, DS-U, Verdi-U e Misto Com).

GRECO (FI). Provoca meno e consuma il tempo in modo migliore!

MANIERI (Misto-SDI). Ma come si permette!

SCALFARO (Misto). Non vorrei che in questo modo si consumassero i tempi…

PRESIDENTE. Senatore Scalfaro, la prego di continuare. (Brusìo in Aula).

SCALFARO (Misto). Io vorrei parlare, Presidente …

PRESIDENTE. Colleghi, fate parlare il senatore Scalfaro; non lo interrompete.

SCALFARO (Misto). Ho detto alleanza libera, alleanza fedelissima, alleanza con pari dignità. Perciò è indispensabile che siamo molto attivi nel prospettare e nel difendere le tesi della pace, le tesi del dialogo, le tesi della difesa della persona.

La guerra è il no, il no più atroce alla persona umana.

A lei, signor Presidente del Consiglio, a lei spetta in particolare questo compito, indubbiamente molto difficile, che è il compito di difendere insieme l’alleanza e la pace; è importante: insieme, alleanza e pace; per impedire che il no alla guerra sia ritenuto, o proclamato da servi sciocchi, un no all’alleanza.

Tutto ciò è possibile purché ne siamo fortemente convinti e non riserviamo, non portiamo nella mente e nell’animo deprecabili alternative.

Il dovere di essere a favore della pace - lei lo ha citato - è richiesto anche dall’articolo 11 della Costituzione: "L’Italia ripudia la guerra". Leggendolo, è chiaro, lo diceva poco fa il senatore Cossiga, che rimane aperta solo la via della legittima difesa.

La legittima difesa per essere tale deve rispettare condizioni ben note che non cito per non consumare tempo. Il diritto, peraltro, è la prima forza, la prima garanzia non solo per i singoli ma per i popoli.

Non vedo facilmente come l’ipotesi di una guerra per legittima difesa preventiva riesca ad entrare, a trovare spazio, in questo "ripudia" dell’articolo 11. Né possiamo costringere la Costituzione, sulla quale tutti noi abbiamo giurato, ad interpretazioni forzate che sono contro ciò che la Costituzione ha espresso ed esprime, che sono contro ciò che la Costituzione ha voluto e vuole.

In questo senso a lei, signor Presidente del Consiglio, auguri di buon lavoro. (Vivi, prolungati applausi dai Gruppi Mar-DL-U, DS-U, Verdi-U, Aut, Misto-SDI, Misto-Udeur- PE, Misto-RC e Misto-Com. Molte congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Frau. Ne ha facoltà.

FRAU (Aut). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, il dibattito che stiamo affrontando riguarda non solo il problema della lotta al terrorismo e ai suoi sostenitori; su questo credo vi sia un accordo unanime e comunque largamente maggioritario. Del resto, la nostra stessa presenza militare in Afghanistan è testimone di una precisa volontà politica.

Ciò che ci troviamo a discutere ora è da un lato il tema assai delicato, complesso, eticamente coinvolgente, della così definita difesa preventiva, dall’altro il tema, ove accettato il primo, del giudizio sulle effettive ragioni della stessa, sulla legittimità o meno di iniziative di tipo individuale di uno o pochi Paesi.

È questa una tematica dove non è certo facile giungere a soluzioni certe, a proposte precise; del resto il nostro ruolo è politico, anche se credo che ognuno di noi alla valutazione politica di opportunità o di necessità cerchi di aggiungere la propria di eticità.

Se da un lato, concordo con Bacon che il giusto timore di un pericolo imminente può essere una causa giusta per la guerra, dall’altro, non dimentico le diverse ma drammatiche immagini di Pearl Harbor e delle Torri Gemelle e anche dell’ormai lontano ma non dimenticabile 1938, della fiducia riposta da Francia e Gran Bretagna a Monaco nelle assicurazioni di Hitler. (Brusìo in Aula). Se potessi avere anch’io il privilegio invocato da altri…

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, vi invito ad abbassare il tono della voce.

FRAU (Aut). Da questi comportamenti sono nati e possono ancora nascere grandi pericoli per la pace; una pace peraltro assai discutibile, se solo pensiamo all’attuale stato del mondo.

Ma il presidente Bush ora ci dice di avere le prove dell’imminente pericolosità dell’Iraq di Saddam; e Bush, per dirla con Shakespeare, è un uomo d’onore. Tony Blair conferma queste informazioni davanti al Parlamento inglese; anche Blair è uomo d’onore, e sono entrambi nostri alleati. Ma Schroeder e Chirac dicono che questo attacco preventivo non si deve fare; anche loro sono nostri alleati e uomini d’onore.

Molte cose sono cambiate dai tempi del "Giulio Cesare" shakespeariano: il concetto di legittima difesa si è esteso legittimando azioni preventive assai discutibili: azioni dei servizi segreti, azioni di disturbo, strani attentati ed altro ancora.

La sovranità degli Stati viene ridiscussa e, comunque, ridimensionata nei fatti, se è vero che nel nostro Parlamento abbiamo accettato le guerre umanitarie, ad esempio, nella vicina Iugoslavia ed abbiamo ritenuto che l’intervento atomico su Hiroshima e Nagasaki fosse legittimato per evitare preventivamente - come disse Truman - una ancor più vasta perdita di vite.

Ed ancor più, nei tempi in cui si parla sempre più e non a caso di guerre con testate nucleari o chimiche o batteriologiche, che senso ha la legittima difesa basata su atti concreti e conchiusi e quindi posti in atto dopo eventi ormai irreparabili?

Non restano, signor Presidente, che un atto di fiducia nei governanti, che hanno più conoscenza sui fatti e sui pericoli, e per i Parlamenti anche la convinzione che l’opinione concorde di più Paesi sia comunque meglio dell’iniziativa di uno o di pochi, come ha osservato poc’anzi il Presidente del Consiglio.

Ecco perché le diversità di opinione in Europa sono preoccupanti. Come dovrebbe muoversi la NATO, in questo contesto? Come affrontare disuniti una vicenda che può estendersi in un conflitto più vasto e senza limiti nell’uso dei mezzi di offesa?

L’ONU dovrà autorizzare l’intervento, ma diciamoci anche che un po’ tutti ormai sappiamo che tale copertura va a rappresentare quasi un alibi, perché purtroppo l’Organizzazione delle nazioni unite non è in grado di garantire l’ordine internazionale e le stesse esigenze di base per il rispetto del medesimo diritto internazionale.

Dice Kofi Annan: "Un intervento militare è legittimo solo in caso di autodifesa o di attacco; ma quando sono in gioco questioni più generali di pace e sicurezza è necessario che si pronunci il Consiglio di sicurezza"; così si capisce sempre meno quale sia la legittimità internazionale e quale il ruolo del Consiglio di sicurezza.

Di una cosa siamo però assolutamente certi: della pericolosità politica di Saddam e del suo regime. Ci continuiamo a chiedere perché l’armata del generale Schwarzkopf si sia fermata ben prima di Baghdad. La risposta degli strateghi è che il sistema internazionale non era ancora rassicurante, che non bisognava alterare troppo gli equilibri anche con l'Iran, che il Kuwait era comunque salvo. Ma allora Saddam era una preda più facile e gli Stati Uniti, consentitemi la definizione, avevano "la licenza di caccia". Ora è tutto più difficile.

Forse è opportuna una pur tardiva fermezza, ma quanti errori sono stati fatti. Ed ora non dimentichiamolo, l’area è molto più "infetta", il mondo arabo molto più irritato e anche messo in imbarazzo dagli atteggiamenti del Governo israeliano e dalla situazione ormai giunta a limiti estremi.

Sembra che il risultato dell’embargo in Iraq non sia stato particolarmente efficace e si è rivelato un ulteriore peso per il popolo iracheno. Ma anche il programma Oil for food non sembra stato particolarmente efficace. Resta il fatto che Saddam dispone di mezzi notevolissimi, che le "opere del regime" sono costosissime, che quindi si è nella condizione di poter anche produrre armi sofisticate e forse di tipo batteriologico o atomico.

Resta anche il timore che egli può rappresentare la nuova base - come prima l’Afghanistan - per l’aiuto al terrorismo di Al Qaeda o similare. Anche su questo tema, però, bisogna avere il coraggio di analisi approfondite e complete, rispondendo alla domanda, per esempio, di quali siano anche gli altri Paesi che - con più abilità - stanno facendo la stessa politica. Come sono finite le accuse degli Stati Uniti all’Arabia Saudita e ad altri Paesi arabi? Saddam, quindi, dopo i talebani, come secondo intervento dopo le dichiarazioni di Bush sulla lotta al terrorismo.

In questa materia è difficile, signor Presidente, una difesa preventiva contro l’errore, anche di valutazione. Ma un errore fatto insieme a tutti gli alleati è meno grave, fatto con la copertura della più importante istituzione internazionale ci toglie problemi di coscienza e di decisione. Cerchiamo di seguire questa strada, anche per evitare che quelle strategie della difesa preventiva vengano applicate ovunque, dalla Cecenia alla Cina, dai più forti sui più deboli, indipendentemente da ragioni di giustizia e di pace.

E allora, se è vero che ci troviamo di fronte, come ci ha ricordato il Presidente Berlusconi, all’esigenza di un sì o di un no, di una presa di posizione non farisea e non legata a posizioni preconcette, è altrettanto vero che la prudenza dell’uomo di Stato e del Governo devono indurre il nostro Paese ad una ricerca di unità europea, prima di tutto, e ad un consenso (se così posso dire), in realtà ad una valutazione che il Consiglio di Sicurezza può fare, autorizzando questa missione.

Non che questo rappresenti molto di più, ma rappresenta quel tanto che basta per dare legittimità internazionale, anche psicologica, ad un'azione così grave. (Applausi dal Gruppo Aut e del senatore Cambursano).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Boco. Ne ha facoltà.

BOCO (Verdi-U). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, oggi lei ha affermato che sulla questione irachena gli italiani debbono sapere come stanno realmente le cose, che nessuno può giocare con l'ansia del Paese, che nessuno può barare.

Siamo convinti anche noi che i cittadini devono sapere, che in situazioni così delicate e complesse barare sia da irresponsabili. E noi Verdi siamo altrettanto convinti che lei stia barando.

Vi sono una serie di questioni, nelle sue comunicazioni, che non sono state toccate. Ha il suo Governo disegnato lo scenario che seguirebbe ad un intervento armato in Iraq? Vi siete posti il problema delle conseguenze che esso avrebbe in termini di destabilizzazione dell'area, sui rapporti con il mondo arabo, sul conflitto israelo-palestinese, anche a tutta la parte che riguarda il mondo arabo moderato?

Avete valutato le conseguenze sulla lotta al terrorismo internazionale nel nome della quale si vorrebbe attaccare militarmente? Avete pensato alle migliaia di potenziali kamikaze che creeremmo con un attacco?

Noi Verdi invece qualche risposta agli italiani vogliamo provare a darla, perché - come lei afferma - essi devono essere informati.

Le conseguenze sarebbero devastanti, molto più devastanti e pericolose della minaccia imminente che l'amministrazione Bush, senza prove certe, dice di voler neutralizzare. Gli italiani devono saperlo e su questo, come lei afferma, non si può davvero barare. È su ciò, signor Presidente, che nel mondo si sono registrate le perplessità più autorevoli (il Governo tedesco, il presidente Chirac, Al Gore, i dubbi della Russia, della Cina, dell'ex ministro degli esteri britannico Robin Cook, di tutti i paesi arabi moderati), comprovando così l'ampia e diffusissima contrarietà ad un intervento militare preventivo.

Ancora, avete valutato gli altissimi costi umani che un intervento armato può sicuramente provocare? Noi crediamo invece fermamente che si possano sempre fermare le guerre e questo può avvenire solo con l'autorevolezza politica.

Si devono calcolare certo e soprattutto i costi economici e politici che una guerra ineluttabilmente comporta e che sono, in questo caso e valutato il rilievo strategico e di risorse energetiche di quella regione, assolutamente insostenibili per tutta la comunità internazionale.

Questo gli italiani devono sapere. Così come devono sapere che il rapporto Blair, che avrebbe dovuto giustificare l'attacco, è stato giudicato assolutamente non convincente, per niente nuovo ed assolutamente insufficiente dagli esperti di mezzo mondo, signor Presidente, tra cui quelli della rivista specializzata "Jane's World Armies" che mi pare siano tutto meno che aderenti a qualche circolo pacifista.

Dove sono le prove schiaccianti di cui si è parlato per mesi? Non sembra invece, dallo stesso rapporto, che le reali capacità irachene, dopo i colpi subiti nel 1991, siano state riorganizzate sia in termini di produzione di armi chimiche e batteriologiche sia in termini di produzione di armamento nucleare.

E’ bene chiarirlo: Saddam Hussein è uno dei dittatori più sanguinari e pericolosi che la storia recente abbia conosciuto, ma la necessità di contrastarlo giustifica l'aberrante teorizzazione dell'intervento preventivo? Noi diciamo di no.

Cosa fare allora, colleghi, con Lukashenko, con Mugabe e con tanti altri dittatori del mondo contemporaneo? Ci si mette a bombardarli tutti o si scelgono strade politiche? È qui che leggo l'ipocrisia, colleghi, il voler barare: cosa ha fatto la comunità internazionale mentre il Pakistan continuava ad accrescere il proprio armamento nucleare? Ha forse scatenato un attacco preventivo? No; al contrario, il Pakistan dittatoriale e tirannico è divenuto il baluardo dell'operazione "Enduring Freedom".

E poi ancora, signor Presidente, in caso di attacco militare che fine farebbe la tanto osannata coalizione internazionale antiterrorismo, su cui si è costruita nell'ultimo anno tutta la teorizzazione sui nuovi conflitti, sulla guerra asimmetrica, sulla necessità di un nuovo ordine mondiale?

Noi vi avevamo avvertiti, in occasione del nostro voto convintamente contrario, in quest'Aula, l'anno scorso, ed erano queste le perplessità che ci orientavano, non certo ciò di cui ci accusavate, di essere antiamericani, un sentimento che è estraneo a noi Verdi e alla nostra cultura.

Siamo tutti preoccupati dal fatto che Saddam possa possedere armi di distruzione di massa, ma quello che passa in secondo piano, in queste settimane, è che l'Iraq possiede le seconde riserve mondiali di petrolio dopo l'Arabia Saudita, e se gli USA riuscissero a liberare queste risorse si troverebbero in una posizione strategica chiave e di potere straordinario in Medio Oriente nei prossimi anni, visto che la produzione di greggio, fuori dal Medio Oriente, è destinata ad esaurirsi rapidamente. Vi chiediamo: chi è su questo tavolo a barare? Noi o chi da diversi mesi teorizza attacchi militari a tutto spiano per "liberare il mondo dalle canaglie", tenendo invece ben presenti le proprie necessità strategiche in termini di approvvigionamento energetico e di controllo delle risorse?

Sono queste le ansie e le paure che devono essere esorcizzate, e noi affermiamo che il suo Governo non lo sta facendo, allineandosi in modo del tutto acritico e scioccamente servile alle decisioni di una parte dell'amministrazione Bush, ed uscendo di fatto con ciò dall'Europa.

È in corso nel nostro continente un processo storico grandioso di unificazione e di integrazione; tanti muovono passi svelti, dopo l'unione monetaria, verso l'unità politica, verso una politica estera comune e di difesa comune. Voi teorizzate l'esistenza di assi contrapposti dentro l'Unione; questa mattina un esponente della sua maggioranza, del suo Partito, nel dibattito alla Camera ha attaccato il presidente Prodi e ha vergognosamente definito il rafforzamento delle relazioni franco-tedesche quale pericolo per la libertà. Mi viene spontaneo domandare se queste affermazioni siano condivise dal suo partito e dal suo Governo.

E poi ancora, signor Presidente del Consiglio e Ministro degli esteri ad interim, quale è stata la politica estera dell'Italia in questi mesi? Dove sono gli aiuti allo sviluppo e la sbandierata riforma della cooperazione, quali capisaldi di una politica di pace? Dov'è l'iniziativa di "dare vita ad una lunga ma sicura azione di risanamento delle condizioni di vita in Cisgiordania e in tutti i territori palestinesi", da lei assicurata mesi fa, quando venne in quest'Aula a chiedere l'appoggio del Parlamento all'operazione "Enduring Freedom"? Dov'è il piano Marshall per la Palestina? Noi crediamo che non si possa continuare a barare, ma lei continua a farlo.

Crediamo invece che la via maestra per risolvere la crisi irachena sia quella già tracciata dall'ONU. Saddam ha accettato gli ispettori sulla base delle risoluzioni esistenti; le ispezioni dovranno essere rigorose e puntuali e bisognerà attenderne l'esito prima di chiedere, come lei ha fatto anche oggi, altre risoluzioni. Se le ispezioni dimostreranno la ripresa della produzione di armi di sterminio, allora la comunità internazionale dovrà rimodulare l'intero impianto sanzionatorio, renderlo efficace e credibile; dovrà lavorare per aiutare a costruire una vera opposizione al regime di Baghdad, e non lavorare per distruggerla definitivamente in conseguenza di un attacco militare.

Inoltre, non barare significa lavorare per una riforma efficace delle istituzioni internazionali, perché le decisioni dell'ONU siano tempestive, efficaci e in grado di operare sempre, e non soltanto quando qualche sceriffo del mondo lo decide.

Concludendo, noi Verdi le affidiamo il seguente quesito. Un Paese in momenti così delicati si dovrebbe unire, maggioranza ed opposizione riflettere insieme sul bene dei propri cittadini e di quelli del mondo intero. Lei oggi aveva questa occasione presentandosi alle Camere: dimostrare che le preoccupazioni e i dubbi dei tanti democratici europei, americani ed arabi erano anche quelle del nostro Paese. Non lo ha fatto, anzi, ha racchiuso la sua posizione nell’angusto spazio non degli amici dell’America ma dei sottomessi.

Il nostro Paese, presidente Berlusconi, è un’altra cosa e si meritava ben altro. Noi Verdi, per le ragioni che le ho esposto, diciamo quello che avrebbe dovuto dire il presidente del Consiglio italiano. Un no convinto a questa guerra. (Applausi dai Gruppi Verdi-U, DS-U, Mar-DL-U e Misto-RC. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Moro. Ne ha facoltà.

MORO (LP). Signor Presidente, onorevoli colleghi, gli sviluppi della situazione internazionale sui quali il Governo ha appena riferito impongono a tutte le forze politiche una riflessione. Sono infatti in gioco valori e interessi fondamentali di fronte ai quali non è possibile rimanere inerti; si tratta della nostra sicurezza e del nostro diritto a vivere tranquilli, nel rispetto della nostra identità e della libertà di esprimere la nostra cultura.

Ancora una volta spirano venti di guerra e la regione interessata è di vitale importanza per l’Europa, provenendo dal Golfo Persico la gran parte delle risorse energetiche di cui abbiamo bisogno per sostenere le nostre economie e il nostro modo di vita.

Occorre intendersi, non è l’Occidente a volere un confronto; è vero invece il contrario: è in atto una sfida che l’Occidente non può non raccogliere. Gli attacchi dell’11 settembre 2001 hanno infatti dimostrato che esistono uomini, organizzazioni e Stati che desiderano colpire in profondità ciò che noi siamo.

Abbiamo dichiarato e dimostrato, in quei giorni, solidarietà all’America anche se, inizialmente, c’è stato qualche malinteso. Non si trattava e non si tratta semplicemente di attestare la nostra simpatia umana per le vittime. Stringendoci intorno agli Stati Uniti ed accettando di partecipare con gli americani alla grande campagna contro il terrorismo internazionale che ci ha portati in Afghanistan, noi non abbiamo fatto una scelta di campo funzionale ai nostri interessi.

Vogliamo vivere sicuri, non prevaricare. Vogliamo che venga riconosciuto il nostro diritto alla prosperità conquistata con il lavoro, non derubare. Vogliamo che a tutti sia consentito di preservare la propria libertà e la propria indennità, non imporre un pensiero e una civiltà unica.

La nostra Costituzione ci ricorda che l’Italia ripudia la guerra quale strumento per la risoluzione di controversie internazionali. La Lega Nord ha esattamente la stessa posizione. E’ quindi giusto che il nostro Paese sostenga ogni ragionevole sforzo che possa essere fatto nella direzione della composizione diplomatica della crisi in atto, che oppone gli Stati Uniti e parte della comunità internazionale al sanguinario regime di Saddam Hussein.

Tuttavia, nessuna norma dell’ordinamento italiano preclude al nostro Paese la possibilità di difendersi in presenza di una minaccia. Ciò che dobbiamo valutare, anche alla luce di quanto ci ha appena detto il Presidente del Consiglio, è la sussistenza e la gravità della minaccia che l’Iraq rappresenta.

Quello che accade in Iraq in realtà non è noto, abbiamo però il ragionevole sospetto che il regime di Saddam intenda dotarsi di armi di distruzione di massa. Si parla di armi chimiche e batteriologiche, persino di armi nucleari. Vogliamo vedere e sapere. Si esiga quindi il ritorno degli ispettori dell’ONU in Iraq e si assicuri loro la massima libertà di azione, sia nei tempi che nei modi di procedere alle verifiche.

L’Italia proprio in questi giorni sta discutendo un disegno di legge che renderà penalmente perseguibile chiunque ostacoli le ispezioni decise da team internazionali incaricati di verificare il rispetto degli obblighi assunti. Sto parlando della ratifica del Trattato per la messa al bando delle armi chimiche e del Trattato per la messa al bando di tutti gli esperimenti nucleari.

Per noi è stato ed è semplice. La stessa cosa la pretendiamo dall’Iraq, tanto più che il comportamento internazionale del regime di Saddam è tutt’altro che rassicurante. Saddam, lo ricordiamo oggi a chi lo avesse dimenticato, ha aggredito senza giustificazione alcuna ben tre Stati sovrani negli ultimi 22 anni: l’Iran (provocando un conflitto costato la vita a centinaia di migliaia di persone), il Kuwait e Israele. Ed ora ha fatto ricorso ad armi chimiche, sia contro gli iraniani che contro i separatisti curdi residenti sul proprio territorio. Va quindi disarmato prima che sia troppo tardi. L’uomo non è affidabile.

L’acquisizione di armi di distruzione di massa, inoltre, è - a nostro avviso - una forma di terrorismo, posto che mira a intimidire altri Paesi. E noi desideriamo che sul nostro futuro non pesino minacce ed intimidazioni.

Se l’Iraq non accetterà le ispezioni o le eluderà, dovremo a nostro avviso essere pronti a trarne le conseguenze, schierandoci con l’Occidente contro chi l’Occidente vuole attaccare o intimidire. Lo abbiamo fatto dopo l’11 settembre. Riteniamo di dover confermare questo orientamento. La lotta contro chi promuove o fa del terrore non può aver tregua, in Afghanistan come altrove.

Siamo certi che il Governo, che la Lega sostiene, osserverà in questo caso le procedure costituzionalmente previste, come è già accaduto per tutti gli impegni militari assunti dall’Italia dopo il maggio 2001, cosa che non posso dire per quelli che li hanno preceduti. Il Parlamento dovrà essere ascoltato, anche per dar maggior forza alle decisioni che il Governo ritenesse di dover assumere.

Mi avvio alle conclusioni. Il mondo nel quale viviamo non è ancora il luogo sicuro che vorremmo, anche se cambiamenti spettacolari e insperati stanno avendo luogo. La Russia è diventato un partner per la sicurezza dell’Occidente e l’Europa Centro-Orientale sta per essere integrata nell’Unione europea e nella NATO. In parte, questi sviluppi riflettono nuove necessità e in particolare il bisogno di spostare in avanti la linea di difesa della nostra civiltà e della nostra cultura basata sulla libertà.

Un’ultima considerazione (e mi rivolgo, in questo caso, al Ministro degli esteri). Questi mesi di intensissima attività come Ministro degli esteri le avranno sicuramente fatto capire quale sia il ruolo che il nostro Paese è chiamato a svolgere e quali debbano essere le caratteristiche della nuova diplomazia. Sicuramente in questo periodo avrà avuto modo di conoscere anche taluni limiti non più tollerabili in un contesto che impone confronti, preparazione e determinazione. La politica estera rappresenta ormai elemento determinante per gli interessi nazionali, non solo come promozione dell’immagine ma anche quale tutela di specificità.

Ci attendiamo continuità su questa linea, così come sul versante del rinnovamento degli uomini chiamati a rappresentare e promuovere all’estero gli interessi del nostro Paese. Anche a me è capitato purtroppo di ascoltare, in Europa e nel resto del mondo, da parte di taluni diplomatici, critiche o anche atteggiamenti di supponenza rispetto alle novità introdotte da questo Governo sul nuovo modo di intendere la rappresentanza italiana all’estero e il nuovo ruolo che ad essa viene attribuito. Ciò deve finire e il nuovo corso voluto da questo Governo deve quantomeno fare chiarezza sulle nuove funzioni affidate alla diplomazia.

I tempi difficili che attraversiamo esigono l’impiego delle migliori risorse a nostra disposizione. Lei, onorevole Berlusconi, lo ha capito e, quando deciderà il suo successore alla Farnesina, lasci pure consegne rigide perché così impone il nuovo corso della politica estera del nostro Paese. (Applausi dai Gruppi LP e FI e del senatore Grillotti. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore D’Onofrio. Ne ha facoltà.

*D'ONOFRIO (UDC:CCD-CDU-DE). Signor Presidente del Senato, signor Presidente del Consiglio, il 2 febbraio scorso il Partito della UDC, in corso di formazione, diede vita ad un "Manifesto" di contenuti politico-ideali, tra i quali assumeva particolare rilievo una questione di politica internazionale che il dibattito al Senato in questo momento ha posto in particolare evidenza.

Dicevamo noi allora (parlo appunto dell’inizio di febbraio): "Si è aperta una stagione anche radicalmente nuova della organizzazione istituzionale del mondo. Le istituzioni esistenti dalle Nazioni Unite agli organismi internazionali specializzati, sono stati il prodotto della iniziativa culturale e politica e degli esisti della seconda guerra mondiale e dei successivi processi di decolonizzazione". Dicevamo allora: "Occorre ora elaborare un Nuovo Ordine Istituzionale mondiale nel quale siano visibilmente combinati i principi di identità dei popoli, dei continenti, degli Stati. In questo contesto dovrà produrre tutti i suoi possibili effetti una cultura della globalizzazione combinata con la solidarietà mondiale. Ed è in questo orizzonte culturale e politico nuovo" - concludevamo questa parte del nostro "Manifesto" - "che si deve trovare una equilibrata soluzione del rapporto fra il desiderio di pace e la decisione di interventi armati legittimati dalla comunità internazionale".

Perché queste parole apparentemente banali erano e sono importanti? Siamo grati che oggi ella, dopo aver informato la Camera ha informato il Senato degli orientamenti del Governo italiano sulla complicatissima vicenda della questione irachena. La novità consiste nel fatto che l'ordinamento giuridico, le istituzioni e gli organismi internazionali vigenti sono quelli nati nel contesto della seconda guerra mondiale, che è alle nostre spalle e che da questo punto di vista è terminata come guerra non come azione di pace. Lo dico ai colleghi che astrattamente oppongono la pace alla guerra: la fine della seconda guerra mondiale rappresentò la sconfitta - che riteniamo opportuna - di fascismo e nazismo, non fu un'occasione nella quale la guerra operò in un contesto di opposizione alla pace.

Siamo lieti per il fatto che allora qualcuno decise che l'azione di guerra potesse produrre risultati complessivamente positivi e il contesto italiano di oggi è parte dei contesti che ritengono che quelle decisioni di guerra - ripeto - fossero utili. Ma anche dopo la seconda guerra mondiale il nostro contesto internazionale è stato caratterizzato dalla Guerra fredda, che ha permeato di sé tutti gli organismi internazionali: le Nazioni Unite, gli organismi settoriali, il contesto europeo.

Desidero dire al presidente Scalfaro che, in quanto cattolici, noi allora constatavamo che era molto semplice essere con gli Stati Uniti, perché la Chiesa cattolica denunciava la Chiesa del silenzio dei Paesi comunisti; era facile poter promuovere l'Unione europea in solidarietà con gli Stati Uniti perché l'Unione europea sentiva il "calore" della difesa atomica statunitense contro l'Unione Sovietica.

Intendo dire che per quarantacinque anni vi è stata una convergenza naturale degli orientamenti dell'Unione europea, della Santa Madre Chiesa e degli Stati Uniti in quanto l'alternativa dell'impero sovietico finiva col mettere tutti dalla stessa parte. Oggi non è più così e il Governo italiano ha questo elemento di difficoltà da affrontare; in questo contesto di difficoltà cerca la convergenza tra gli orientamenti di fondo degli Stati Uniti - non vi è quindi sudditanza agli Stati Uniti, vi è una sintonia profonda di cultura e di civiltà - e cerca disperatamente di far emergere nel contesto degli Stati che hanno dato vita all'Unione europea una posizione comune che non c'è.

È troppo facile dire che vogliamo una posizione europea, è un desiderio che sappiamo destinato ragionevolmente all'impossibilità immediata, perché non riesco ad immaginare una posizione identica della Germania di Schroeder e dell'Inghilterra di Blair, non possiamo operare con un desiderio di cose che non si realizzano. Possiamo cercare il massimo consenso possibile tra i Paesi europei in coesione e in convergenza con la posizione statunitense, condizionando la posizione statunitense alla luce degli orientamenti europei, ma si tratta di un condizionamento, se questi orientamenti sono coerenti con l'obiettivo di fondo, che non è mai stato in Europa e neanche nella Germania di Schroeder - tranne alcuni accenti di periodo elettorale che non sono certo propri della Germania di Schroeder - di un'alternativa radicale alla guerra in via di principio.

Si sta discutendo non del "se" della guerra ma del "quando" e del "come", dell'eventualità che si possa essere indotti ad un'azione militare per il fatto che essa risulti la sola risposta possibile per salvaguardare la pace. Questa è la questione nuova rispetto al periodo lungo che va dal 1948 al 1992.

È una problematica nuova che anche all'interno della Chiesa cattolica pone la questione della guerra giusta. Anche nelle posizioni del ministro degli esteri del Vaticano Tauran non si dice che non vi è mai la possibilità di ricorso alla guerra, ma che non ve ne sono le condizioni oggi. Quindi, questo Governo deve operare affinché il nostro contributo politico sia nel senso di prendere atto della radicale necessità di nuovi ordinamenti internazionali, di un nuovo diritto internazionale del ricorso alla guerra, di questo si tratta.

La questione della guerra preventiva, la questione della guerra asimmetrica è un mutamento radicale rispetto al contesto nel quale l'azione di guerra era legata ad uno Stato ancorato su un territorio.

Se la questione del terrorismo cessa di essere una questione territorialmente identificabile e la guerra a questo tipo di attacco è una posizione accettabile in via di principio, dobbiamo stabilire se vi sono o no le condizioni. Di questo ci ha parlato il Presidente del Consiglio, del riferimento specifico alla questione aperta oggi, non del generico desiderio della pace al quale siamo tutti quanti devoti, non della volontà di guerra che nessuno di noi coltiva dal punto di vista del principio. (Applausi dai Gruppi UDC:CCD-CDU-DE, FI e AN).

Stiamo dicendo che oggi la questione è aperta davanti al contesto internazionale e stiamo verificando se occorre o no un nuovo deliberato dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, se questo deliberato è possibile ottenerlo o no, se in sostituzione si debba pronunciare il Consiglio di Sicurezza, se occorre stabilire una pluralità di decisioni di quest'ultimo o un solo orientamento che contenga anche la possibilità del ricorso alla forza armata qualora l'Iraq non fosse consenziente con le espressioni dell'ONU.

Di questo si tratta oggi: non del "se" della guerra, ma del verificarsi dell'esistenza delle condizioni minime perché il ricorso alla forza armata possa essere considerato legittimo nel nuovo ordine istituzionale mondiale. Di questo stiamo discutendo: del nuovo ordine istituzionale mondiale.

È la ragione per la quale il Gruppo dei senatori dell'UDC concorre allo sforzo che il Governo sta compiendo in questo senso. Ritiene vi sia coerenza di fondo tra la questione dell'Iraq e il Vertice di Pratica di Mare, perché quello è anche il modo con cui si affronta il tema del dopo guerra fredda in un contesto nuovo. Noi non possiamo essere indifferenti a come la Federazione russa guarda alla globalizzazione, se guarda ad essa in modo diverso dai Paesi europei, da questo o da quel Paese europeo, se in modo diverso dagli Stati Uniti e anche dalla Chiesa cattolica.

Quest'ultima, ovviamente, è e rimane per i credenti un'autorità religiosa e, come autorità religiosa, può avere l'obiettivo di non scontrarsi con altre autorità religiose, in particolare islamiche, perché oggi in termini di proselitismo mondiale affida al cattolicesimo una missione: quella della ricerca del confronto e del dialogo, non dello strumento di guerra.

È una posizione di tipo religioso alla quale noi vogliamo guardare con attenzione. Sbagliano i colleghi che vedono nella posizione della Santa Sede un motivo per mettere in difficoltà il Governo, per far ritenere che il Governo è filoamericano e quindi antieuropeo o contro la Santa Madre Chiesa. Così non è, così non è stato fino ad ora e, potete star tranquilli, colleghi del centro-sinistra, così non sarà.

Noi vogliamo che, nel maggiore interesse dell'Italia, si trovi la più larga convergenza su questo aspetto nuovo della politica estera, cercando una volta tanto di mettere da parte le ragioni delle rivalità sul governo del Paese che anche negli ultimi tempi hanno rappresentato motivo di divisione molto acuta tra di noi. Questa unità è necessaria per l'azione del Governo.

Noi lavoriamo perché si raggiunga, purché sia chiaro che deve essere un'unità nella chiarezza e purché sia chiaro che l'obiettivo strategico indicato dal presidente Berlusconi all'inizio del suo discorso è quello al quale noi rimaniamo legati: l'Europa con gli Stati Uniti per la sicurezza del mondo. Questo è l'obiettivo di strategia e noi lo condividiamo. (Applausi dai Gruppi UDC:CCD-CDU-DE, FI, LP, AN e del senatore Carrara. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Danieli Franco. Ne ha facoltà.

DANIELI Franco (Mar-DL-U). Signor Presidente del Consiglio, vorrei preliminarmente esprimere la mia soddisfazione per la sua presenza in quest'Aula su un dibattito che riguarda un tema così importante, la cui competenza è costituzionalmente rimessa al Parlamento.

Questo oggi è un evento di discontinuità rispetto con una prassi che l'ha portata finora a rinunciare quasi sempre al confronto nelle Commissioni e con il Parlamento. E quando dico questo mi riferisco in particolar modo al Ministro degli affari esteri. Tuttavia, anche in questa occasione, purtroppo, lei viene a riferire alle Camere dopo aver comunicato le sue scelte attraverso i media e aver assunto una posizione politica impegnativa senza alcun mandato parlamentare preventivo. Ma tant'è.

Nel merito, Presidente e colleghi, oggi noi non siamo qui per confrontarci sulla valutazione relativa alla natura del regime iracheno, cioè se Saddam Hussein sia un dittatore pericoloso e sanguinario, giacché su questo punto siamo tutti d'accordo. Anche se non è inutile ricordare che Saddam Hussein pericoloso e sanguinario lo è sempre stato anche nel passato, quando veniva armato e blandito (Applausi dal Gruppo Mar-DL-U) da alcune potenze occidentali, che lo consideravano l’alleato principale per arginare l’Iran khomeinista. Sanguinario lo era anche quando le armi chimiche le utilizzò davvero, nel 1988, contro le popolazioni curde, sterminando 6.000 innocenti nella città di Halabja. E ricordo anche che fummo in pochi al tempo a protestare, mentre i consiglieri militari occidentali presenti in Iraq sapevano, tacevano e non impedivano.

Oggi non discutiamo, quindi, della natura di questo regime, ma su come procedere con l’attività di monitoraggio sull’eventuale esistenza di armi di distruzione di massa, vietate dalle risoluzioni dell’ONU, e sulla loro eliminazione. L’obiettivo del superamento del regime iracheno, come di molti altri regimi - lo ha ricordato - in molte parti del mondo, e l’affermazione di istituzioni democratiche non può essere realizzato attraverso l’intervento militare. È un obiettivo comunque da perseguire, ma con strumenti adeguati e coerenti.

Il confronto oggi è tra chi afferma il ruolo dell’ONU come unico organismo legittimato ad intervenire e chi accetta incondizionatamente la nuova dottrina dell’azione preventiva, assunta dall’Amministrazione Bush. Conosco già le argomentazioni sul punto, avanzate anche da lei, signor Presidente, che giustificano l’intervento unilaterale americano come conseguenza del fallimento delle Nazioni Unite.

Ma su questo tema, come lei ha ricordato, non si può barare; occorre essere estremamente franchi e leali. L’ONU non può essere un menù à la carte, utilizzabile a seconda delle circostanze e degli interessi. Non si possono accettare solo alcuni elementi dell’ordine giuridico internazionale (quelli che convengono) e rifiutarne altri (quelli che non convengono). Deve essere definitivamente superata la pratica del doppio standard, della contestazione selettiva delle violazioni del diritto internazionale.

Se si accetta l’impianto di valori e princìpi comuni come fondamento di un sistema democratico di governo sovranazionale del mondo, allora dobbiamo accettare tutte le decisioni di un organismo che deve fondare la sua legittimità su una imparzialità di azione. In altri termini, non ci possono essere risoluzioni buone da accettare e cattive da respingere.

L’ONU è l’organizzazione internazionale voluta e composta dai Governi e dagli Stati, e non è accettabile che quegli stessi Governi e Stati che impediscono all’ONU di avere finanziamenti, truppe e strumenti adeguati di intervento parlino poi e denuncino la sua inattività. È come sbullonare le rotaie, per poi affermare: oh, il treno è deragliato!

Il problema dei problemi che bisogna affrontare è in definitiva uno: il governo delle dinamiche internazionali, in un mondo globalizzato, all’interno di un quadro di regole certe, accettate e condivise, facente capo ad una autorità regolatoria sovranazionale che, per quanto ci riguarda, è e resta l’ONU, l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Certo, è uno strumento indebolito e anche da riformare, ma non sostituibile dall’azione di una sola potenza dominante. Ciò è l’esatto contrario di qualsiasi visione unipolare e della dottrina della guerra preventiva.

E dobbiamo stare bene attenti a cosa può significare il rovesciamento dell’ordine internazionale, seppure precario, che sino ad ora abbiamo avuto. Il ricorso ad iniziative unilaterali rischia di delegittimare definitivamente strategie e sedi multilaterali.

Non solo: questo giustificherebbe analoghe iniziative unilaterali che potrebbero essere realizzate da altre potenze mondiali o regionali, con la motivazione della minaccia dei loro interessi. Quello che oggi vale per gli Stati Uniti, domani costituirebbe un precedente pericolosissimo e una legittimazione per chiunque altro. Perché non dovrebbe valere, per esempio, per la Russia, o per la Cina, o per altri Paesi ancora?

La pericolosità di questa nuova dottrina adottata da Bush, che sostituisce quella della dissuasione, è bene evidente anche per molti americani, ed è quella che fa dire ad Al Gore - cito testualmente -: "La dottrina dell’attacco preventivo costituisce un potenziale elemento di sovversione dell’ordine internazionale, rendendo il mondo un posto ancora più pericoloso".

Presidente, onorevoli colleghi, in questo contesto non sfugge che la decisione unilaterale dell’Amministrazione Bush di un attacco militare contro l’Iraq, scollegato da qualsiasi contesto e legittimità internazionale, produrrebbe una destabilizzazione profonda ad ogni livello ed effetti assolutamente imprevedibili.

Dopo l’11 settembre 2001 abbiamo dato vita ad una larga coalizione internazionale, consapevoli che la cooperazione è l’unico modo per combattere efficacemente e cercare di sconfiggere il terrorismo, una battaglia che è riuscita sì a raggiungere qualche risultato, ma che è ancora lontana dall’essere vinta.

Il primo effetto di un attacco unilaterale al di fuori di qualsiasi mandato ONU sarebbe un colpo, probabilmente mortale, proprio a questa coalizione; si indebolirebbe la solidarietà internazionale e la battaglia contro il terrorismo, si accentuerebbe l’isolazionismo degli Stati Uniti e rischierebbe di allargarsi il solco delle incomprensioni e delle divergenze tra Europa e Stati Uniti, divergenze che si sono già espresse con punti di vista diversi su questioni importanti come la difesa dell’ambiente, la Corte penale internazionale, la costruzione dello scudo stellare, il regime di controllo delle armi batteriologiche, il trattato ABM.

Troverebbero rinnovato protagonismo e adesioni i gruppi terroristici, si rafforzerebbero le componenti radicali ed estremiste presenti in tutti i campi. Si aggraverebbero le crisi regionali, alcune delle quali, peraltro, già completamente sfuggite al controllo internazionale, come quella tra israeliani e palestinesi, delegittimando le componenti favorevoli al dialogo e rafforzando quelle più pericolose e oltranziste: la destra politico-religiosa in Israele, Hamas, e la Jihad tra i palestinesi.

A tal proposito, signor Presidente, mi piacerebbe prossimamente averla anche in Commissione esteri, perché dopo la sua proposta di un piano Marshall per la Palestina, poi accantonata, ci troviamo di fronte ad una situazione drammatica e credo sia necessario riflettere insieme per cercare di trovare una soluzione ad una crisi devastante e pericolosissima.

È evidente che la mancanza di alternative e di contrappesi alla impostazione non accettabile ma, comunque, chiara dell’Amministrazione Bush rischia di produrre solo velleitarismo. Il contrappeso necessario per un giusto equilibrio è, da una parte, come ho detto, un ruolo forte dell’ONU, la sola istanza ad avere autorità in questi casi e, dall’altra, un’Europa che sappia finalmente essere all’altezza delle responsabilità che le competono agendo unitariamente e parlando con un’unica voce.

Non c’è Europa se non ci sarà l’unità dell’Europa, e non c’è nessun possibile ruolo dell’Italia al di fuori della comune appartenenza europea.

Lei, signor Presidente del Consiglio, in diverse occasioni, al di là delle formali dichiarazioni, ha dimostrato nei fatti una posizione euroscettica, affermando distinzioni invece che ricercare l’unità, dalla rimozione del ministro Ruggiero, ai tentennamenti sul Protocollo di Kyoto e sul tribunale penale internazionale, oppure il recente fraintendimento con il presidente francese Chirac, con il quale ella ha poi detto di essere totalmente d’accordo.

Vorrei semplicemente informarla che il presidente Chirac ha affermato - cito testualmente -: "La guerra preventiva è una filosofia a cui la Francia è totalmente opposta perché non può che condurre ai peggiori eccessi" dichiarandosi nettamente contrario ad una nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza che contenga un esplicito riferimento ad un intervento militare. Mi è oscuro comprendere quali siano i suoi punti di convergenza con il Presidente francese.

Né la show diplomacy, né rapporti amicali o pseudoamicali possono essere posti alla base della politica estera di un grande Paese europeo. Non è con l’acritica adesione a qualsiasi iniziativa dell’amministrazione Bush che si aiutano l’America e gli americani; è una posizione unitaria e forte dell’Europa che aiuta gli Stati Uniti. Lavori questa volta non per dividere ma per raggiungere una comune posizione europea.

Si recupera e si rafforza il rapporto con gli Stati Uniti rovesciando l’assunto di Rumsfeld quando dice che è l’obiettivo che crea l’alleanza. Per noi è l’alleanza che individua l’obiettivo, gli strumenti e le modalità dell’intervento, i rischi e le finalità. Questa è la responsabilità di Stati democratici che hanno un comune sistema di valori e accettano regole e luoghi di governo internazionale.

A noi è ben chiaro il rapporto inscindibile e storicamente consolidato con gli Stati Uniti e non confondiamo questo con il giudizio sull’Amministrazione Bush.

Signor Presidente, onorevoli colleghi, credo che nessuno di noi debba assuefarsi alla guerra, alla sua ineluttabilità. La maggioranza dei Governi europei, la maggioranza dei Paesi del mondo hanno assunto un'iniziativa forte nei confronti degli Stati Uniti affinché non promuovano un’azione militare senza base legale e motivazione politica condivisa, che avrebbe conseguenze inimmaginabili sul piano delle relazioni e della sicurezza internazionale.

Lavoriamo quindi affinché il concerto delle Nazioni Unite e degli alleati, la tenace ricerca di coesione europea e internazionale possano determinare ciò che tutti auspichiamo: l’accettazione di tutte le risoluzioni ONU da parte del regime iracheno, il rapido ritorno degli ispettori, la loro libertà di azione, contestualmente al rilancio dell’iniziativa diplomatica internazionale capace di far emergere, come tutti avevamo sperato con la fine della guerra fredda, le radici di un mondo più pacifico, più giusto, più sicuro. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U, DS-U, Aut, Verdi-U e Misto-Com. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Nania. Ne ha facoltà.

NANIA (AN). Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, onorevoli colleghi, noi non siamo chiamati a decidere e ad esprimere la nostra volontà politica - come pure è stato detto dall’ex presidente della Repubblica, senatore Scalfaro - sull’intervento armato. Sono rimasto veramente colpito dalla circostanza che un ex Presidente della Repubblica, un ex Ministro dell’interno, abbia potuto nel suo intervento di fronte al Paese, dire che in questo momento siamo chiamati ad esprimerci sull’opportunità o meno di un intervento armato.

Capisco che un errore del genere lo possa commettere il leader di un partito politico, ma non c’è dubbio che colui il quale ha esercitato un incarico di così alto profilo istituzionale debba per lo meno, dal nostro punto di vista, avere l’accortezza di comprendere che in questo momento siamo qui per discutere se è giusto o meno (come ha osservato poc’anzi il senatore D’Onofrio) disarmare una nazione, un Governo, l’Iraq, che rappresenta un elemento di pericolosità (questo sì!) per la pace, la sicurezza, la vita dei nostri figli.

Ecco, il problema è questo e di ciò dobbiamo discutere. Noi questo chiediamo alla sinistra; questo chiedo esplicitamente al senatore Massimo Brutti che interverrà dopo di me. Siete d’accordo sulla necessità, sull’indispensabile necessità di disarmare il Governo iracheno? Siete d’accordo o no? E se siete d’accordo, come ritenete che debba essere disarmato?

Il Parlamento discuterà dopo, nel caso in cui si dovesse prendere atto che il Governo iracheno non ha provveduto all’eventuale disarmo, se è il caso o meno di utilizzare l’intervento della forza. Questo significa che l’eventuale uso della forza è un posterius, non l’argomento principale. Questo problema si porrà soltanto quando si verificherà se Saddam Hussein accetterà gli ispettori dell’ONU e, nel caso in cui li accetti e si "scopra" un disarmo, se quest'ultimo sarà posto in atto o no. Mi pare che questo è il tema di cui stiamo parlando. Eppure, come dicevo, l’ex Presidente della Repubblica ha pronunciato il suo "no" forte alla guerra, come se ci fosse un italiano, un europeo, un cittadino del mondo che interviene e dice il suo "sì" alla guerra! (Applausi dai Gruppi AN e FI).

La maggioranza del popolo italiano è contro la guerra, ha dichiarato l’onorevole D’Alema: noi possiamo dire che è contro il terrorismo, che è contro la droga. Potremmo dire che se la maggioranza, onorevole Presidente del Consiglio, è contro la guerra, la minoranza sulla base di questo teorema vetero-comunista e molto colorato di ideologie sorpassate saremmo noi; e poi sulla droga o sul terrorismo la maggioranza saremmo noi e la minoranza sarebbero loro. La verità è che tutto il popolo italiano è contro la guerra! (Applausi dai Gruppi AN e FI). La guerra è un problema di costi che inerisce alla democrazia e che appartiene a tutti noi: è la cultura, è la storia della civiltà occidentale, di questa parte della civiltà, che è per la democrazia e contro la guerra.

Ma qui il problema non è di scegliere la guerra, perché mi è sembrato di capire che non siamo di fronte alla scelta della guerra, semmai di fronte alla necessità dell’intervento armato. Se non facciamo noi, che apparteniamo alla cultura della democrazia, una prima - per così dire - scelta di fondo tra la guerra come scelta e la guerra come necessità, praticamente non potremmo più, neppure noi, da destra, neppure noi che proveniamo da una parte politica, mettere in discussione i riferimenti che per tanti anni hanno animato, quando ghettizzati, il nostro impegno in politica. Infatti, quasi quasi la sinistra qui ci dice che aveva ragione quel tizio quando diceva che questa era la guerra dei popoli poveri e numerosi di braccia, contro i detentori di tutte le ricchezze e di tutto l’oro della terra.

Mi pare che riecheggi, nell’intervento del senatore Boco o di qualche altro senatore, un qualche accenno di questo tipo. Quindi Bush, il petrolio e non gli Stati Uniti d’America, non solidarietà agli Stati Uniti d’America, non difesa degli Stati Uniti d’America, ma di Bush. Perché lui, Bush, è una cosa e gli Stati Uniti d’America sono un’altra cosa!

Il tornare su questi argomenti fa veramente male, soprattutto se si considera che questa sinistra ha dimenticato la posizione di Tony Blair. (Commenti del senatore Angius). Ma scusate, Tony Blair è un "appiattito"? Guida la sinistra europea? La Gran Bretagna fa parte dell’Europa? Oppure, se la Gran Bretagna si differenzia dalla Francia, fa i suoi interessi, è comunque socialista Blair o no? Questo è il dato su cui dobbiamo e intendiamo dire una parola chiara.

Allora, come disarmare l'Iraq? Rendendoci conto che la nostra posizione deve essere chiara, da concordare con l'Europa - ci mancherebbe, un'unica voce tra noi e l'Europa - e noi lavoriamo in questa direzione. Certamente, vorremmo ogni tanto sentire un po’ più di Italia in Europa e il discorso di Pratica di Mare a questo è servito: a sentire un po’ più di Italia. So che questo può dispiacere a qualcuno, ma è stato bello per tutti noi, come italiani, vedere che il Governo di questo Paese si è dato da fare per recuperare la posizione della Federazione Russa nel quadro delle alleanze occidentali. (Applausi dai Gruppi AN, FI e UDC:CCD-CDU-DE).

Bisogna rendersi conto che il soggetto in questione non sono gli Stati Uniti d'America. Voglio rileggere con attenzione quanto ha detto il Presidente del Consiglio su questo aspetto. Perché nominate continuamente gli Stati Uniti d'America?

Berlusconi ha affermato che il Consiglio di Sicurezza dell'ONU - quindi il soggetto è questo - è al lavoro per trovare una soluzione accettabile, che non determini veti o distinguo troppo marcati per le democrazie del mondo. Quindi, si lavora, nell'ambito del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, per una posizione comune, ma soprattutto - come ha affermato - unica, chiara, che non si presti ad equivoci, attraverso una risoluzione dell'ONU, definendo - appunto - se e come fare eventualmente ricorso all'uso della forza. Il Consiglio di Sicurezza dell'ONU deve stabilire questo.

Detto ciò, mi avvio alla conclusione affermando con forza che noi dobbiamo sentire il dovere di lavorare tutti quanti non soltanto per il disarmo dell'Iraq, ma anche per consentire l'apertura di questo come di altri Paesi alla democrazia. Si tratta di un passaggio fondamentale che non deve sfuggire, perché già con la sola realizzazione di un sistema democratico in un Paese si lavora per allontanare il pericolo del terrorismo.

In questo senso, il rientro a pieno titolo della Federazione russa tra i Paesi dell'Occidente e, giorno dopo giorno, tra quelle democrazie che funzionano rappresenta la migliore garanzia, nella consapevolezza che tutti dobbiamo procedere verso un governo globale che porti sicurezza per tutti i cittadini.

Concludo dicendo che sappiamo benissimo che la democrazia ha un costo. Sicuramente noi siamo con l'Europa, con la libertà, con gli Stati Uniti d'America, con la democrazia. È stato ribadito con forza che il Governo italiano è con l'Europa, opera per la libertà, per lo Stato di diritto, per la democrazia, per la sicurezza dei cittadini.

Tutto questo ha un costo. Noi dobbiamo tutti insieme essere pronti a sopportare, da questo punto di vista, anche i costi di una democrazia che si difende, non che attacca, che lotta giorno dopo giorno per garantire la pace, la sicurezza, la libertà, costi quel che costi, perché sa che il benessere passa attraverso la democrazia. (Applausi dai Gruppi AN, FI, UDC:CCD-CDU-DE e LP. Congratulazioni)

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Brutti Massimo. Ne ha facoltà.

BRUTTI Massimo (DS-U). Signor Presidente, noi avvertiamo in questo momento il rischio serio per la comunità internazionale, per l'Europa e per il nostro Paese che si consideri scontato l'uso della forza nella controversia con l'Iraq, che si apra una spirale di incertezze e di lacerazioni nella coalizione antiterrorismo, insomma che si giunga alla guerra, e quello che vengano disattesi o violati i princìpi della Carta delle Nazioni Unite con un attacco unilaterale preventivo che è al di fuori e in contrasto con essi.

I giudizi contenuti nell'intervento introduttivo del Presidente del Consiglio rivelano, a nostro parere, un'analisi della situazione insufficiente e superficiale. Vorrei chiedere che cosa si aspetta l'Italia dall'Organizzazione delle Nazioni Unite in questo momento.

Il Presidente del Consiglio ha formulato una proposta; il Governo italiano, afferma l'onorevole Berlusconi, ritiene che sia necessaria una risoluzione unica, chiara, che fissi condizioni per l'uso misurato della forza di fronte ad un'eventuale nuova sfida da parte dell'Iraq. Quindi, la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dovrebbe ora riguardare l'uso della forza, ma ciò è illogico dal momento che Saddam Hussein ha accettato le ispezioni; le ha accettate senza condizioni e ancora ieri, dopo il discorso di Blair, l'orientamento espresso dal Governo iracheno era nettamente in questo senso.

Allora, il nostro obiettivo prioritario ed essenziale deve essere un altro, non quello indicato in questa sede dal Presidente del Consiglio. Occorre definire puntualmente le condizioni, le modalità, i tempi del controllo ispettivo e mi sembra che questo sia anche il senso, almeno di una parte, dell'intervento del collega Nania. Vorrei dunque conoscere l'orientamento della maggioranza su questo punto, che non è ideologico, non è retorico, ma è un punto essenziale dell'iniziativa di politica internazionale nell'attuale fase.

Cosa vogliamo noi? Una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che punti al controllo ispettivo oppure una risoluzione che definisca le modalità dell'uso della forza? Sono due cose diverse.

Noi vogliamo una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che punti sui controlli ispettivi. Chiedo al Presidente del Consiglio cosa vuole fare il Governo italiano in questo momento per la sicurezza nell'area del Golfo e in quella mediorientale, in una regione che per mille motivi è vicina all'Italia e ai suoi interessi nazionali.

In questo momento non c'è da parte sua, signor Presidente del Consiglio, alcuna risposta se non un richiamo retorico all'amicizia con gli Stati Uniti. Ma l'amicizia con gli Stati Uniti va dimostrata attraverso l'impegno a definire, assieme agli altri Paesi che sono uniti nel legame euroatlantico, una politica di pace e di salvaguardia della sicurezza. E questo significa, signor Presidente del Consiglio, avere il coraggio intellettuale e politico di porre in discussione, nelle sedi internazionali, la dottrina strategica della guerra preventiva, che è stata enunciata in questo momento da fonti varie dell'Amministrazione americana, ma che può ancora essere messa in discussione.

La dottrina strategica della guerra preventiva non rafforza naturalmente l'iniziativa e la sovranità dell'ONU, è pericolosa per la pace nel mondo ed è pericolosa e sbagliata - dico io, da amico degli Stati Uniti - per gli interessi nazionali di questo Paese, che non sarebbero avvantaggiati bensì danneggiati, come sostengono oggi molte voci anche all'interno dell'establishment americano, dal prevalere di questa dottrina unilateralista.

Lei, signor Presidente del Consiglio, al margine degli incontri avuti a Camp David ha detto che bisogna attendersi un attacco per il mese di gennaio o di febbraio. Noi le chiediamo di essere più attento alle dichiarazioni che si rilasciano alla stampa. Lei ha dichiarato di ritenere che Saddam sia pragmatico e accetti una linea di trattativa e che, se così non fosse, l'attacco si dovrà svolgere prevedibilmente per gennaio o febbraio. Questa frase pronunciata dal Presidente del Consiglio di un grande Paese è inopportuna, me lo consenta!

Nel suo discorso, signor Presidente del Consiglio, è mancato qualsiasi riferimento al ruolo attivo che può essere svolto dall'Europa. L'Unione europea è assente nel suo discorso introduttivo, e io ho sentito oggi, durante l'intervento alla Camera di uno dei suoi supporter, una critica aspra, un sospetto nei confronti di una parte delle classi dirigenti europee.

Queste posizioni, questa ricerca della rottura e dello scontro con gli altri grandi Paesi europei che come noi ricercano le vie della pace costituiscono un errore, un atteggiamento mentale sbagliato. Si guardi, signor Presidente, dallo zelo dei neofiti. L’onorevole Adornato ha fatto un discorso alla Camera pieno di umori antieuropei: antifrancesi, antitedeschi. Ma dove andiamo senza ricercare puntualmente e con impegno un’unità e una convergenza con questi grandi Paesi europei, in un momento difficile e rischioso per la pace nel mondo?

Le risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’ONU fissano un obiettivo, prevedono un sistema dei controlli. E’ necessario, noi diciamo, un accertamento rigoroso della situazione di fatto per quanto riguarda gli armamenti in possesso del regime iracheno.

In questa materia non mancano, collega Nania, dubbi seri; è per questo che noi sosteniamo la necessità che si vada fino in fondo nel controllo e nelle ispezioni. A parte i dubbi sullo sviluppo delle armi di distruzione di massa in Iraq, che provengono anzitutto da fonti americane, nulla è stato finora dimostrato, anzi esistono prove in senso opposto, a proposito del collegamento, pur sospettato, tra il regime iracheno e la rete terroristica di Al Qaeda.

E allora dovremmo guardarci dall’avvalorare analisi e proposte che puntano a motivare la strategia della guerra preventiva. La strategia della guerra preventiva può determinare una crisi assai più vasta di quella che in questo momento è in atto nel teatro mediorientale.

Come hanno rilevato osservatori certo non sospettabili di antiamericanismo, come Brezinski, come Albright e per qualche aspetto lo stesso Kissinger: una scelta unilaterale di questo genere in questo momento incendia il Medioriente, aliena amicizie ed alleanze possibili per gli Stati Uniti e rende più difficile l’azione dei Paesi occidentali, volta a garantire pace e sicurezza nell’area del Golfo e in quella mediorientale.

Riteniamo, signor Presidente, che da questo dibattito, per la sua stessa natura, non debba uscire, come non esce, alcun mandato al Governo italiano. Desideriamo conoscere meglio, e ci sarà occasione e modo per discuterne in Parlamento, che cosa significa che mille alpini dovranno andare in Afghanistan. Lo apprendiamo oggi dalle sue parole e vorremmo conoscere di quale decisione si tratta, dove è stata presa, qual è la sua portata e quali i suoi confini.

Sulla questione irachena e sulle scelte che dovranno essere compiute bisogna tornare a discutere qui, in Parlamento. Qui si prendono le decisioni. Qui si impegna il paese. Qui ciascuno di noi deve assumere la propria responsabilità, nel momento in cui c’è un rischio di guerra nei confronti dei cittadini italiani e delle generazioni future. (Applausi dei Gruppi DS-U, Misto-Com, Mar-DL-U e Verdi-U. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Contestabile. Ne ha facoltà.

CONTESTABILE (FI). Signor Presidente del Senato, signor Presidente del Consiglio, signori membri del Governo, care colleghe e cari colleghi, credo che nessuno di noi possa ragionevolmente dubitare del fatto che negli ultimi tredici anni Saddam Hussein stia armando il suo paese con una velocità incredibile. Basta leggere quello che è stato pubblicato nei rapporti delle varie ispezioni compiute dagli ispettori ONU per constatare i trucchi, gli inganni e i sotterfugi cui ha fatto ricorso il dittatore iracheno nel tentativo di nascondere questo riarmo, al quale ha proceduto a velocità strepitosa.

E’ stato riconosciuto da parte dell’opposizione in quest’Aula che Saddam Hussein è un dittatore pericoloso e sanguinario. Ebbene, quando un dittatore pericoloso e sanguinario si arma credo non lo faccia certo a scopi difensivi ma a scopi sicuramente offensivi. Allora, si pone per il mondo civile, per il mondo libero il problema di disarmare il dittatore sanguinario.

Certo, un grande teorico dell'arte della guerra, Von Clausewitz, ha detto che la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi. Non c'è dubbio che preferiamo la politica alla guerra, però crediamo anche che quando è necessario disarmare un dittatore sanguinario forse la politica può non più bastare.

La scelta del Governo italiano è chiara e lineare: si attende una decisione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Questa decisione, che auspichiamo e per la quale lavoriamo, dev'essere presa in tempi brevi, dev'essere chiara e decisa, precisa e dettagliata. Sarebbe opportuno - ripeto - che questa decisione avvenisse in tempi brevi perché la situazione in quell'area geopolitica sta precipitando.

Se il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non riuscisse a decidere in tempi brevi, il Governo italiano di concerto con gli altri alleati del mondo occidentale studierà le soluzioni alternative, non dimenticando il debito di riconoscenza che il popolo italiano ha nei confronti degli Stati Uniti d'America.

Voglio ricordare all'opposizione di sinistra che senza l'intervento degli Stati Uniti d'America per l'Europa si agiterebbero ancora i fantasmi del nazismo e del fascismo e che agli Stati Uniti dobbiamo la liberazione da queste due nefaste presenze nel passato europeo.

Dev'essere chiaro che quella del mondo occidentale non è una guerra dichiarata all'Islam, che è di per sé una religione assai tollerante, anche perché il mondo occidentale già una volta ha dichiarato guerra all'Islam e l'ha persa clamorosamente, quando il 20 settembre 1291 le ultime armate crociate abbandonarono la Cattedrale di San Giovanni d'Acri dove si erano rinchiuse per una disperata resistenza finale. Il mondo occidentale già una volta ha perso la guerra nei confronti dell'Islam e spero, anzi sono sicuro che non si ritenterà un'avventura di questo tipo.

Noi siamo debitori nei confronti dell'Islam di una serie di conquiste della nostra cultura e civiltà che non possiamo dimenticare. Tanto per fare qualche esempio, la letteratura italiana non avrebbe la Divina Commedia se un arabo non avesse scritto, cento anni prima di Dante, un libro intitolato "Il libro della scala"; la filosofia italiana non avrebbe Tommaso D'Aquino se non ci fosse stato quello che gli arabi chiamano Ibn Rushd e che noi chiamiamo Averroé; non ci sarebbe stata medicina occidentale senza quello che gli arabi chiamano Ibn Sina e che noi chiamiamo Avicenna; io non porterei gli occhiali se un arabo, Alhazan, nel 1050 a Cordoba non avesse inventato gli occhiali. Potrei continuare per ore: voglio dire che il mondo occidentale è debitore all'Islam di una serie di conquiste della propria cultura e della propria civiltà. Nel mondo arabo c'è da qualche mese una grossa novità: cominciano a muoversi le masse.

Un grande arabista ha detto che il problema del mondo arabo è il rifiuto della modernità e io sono d’accordo; ma negli ultimi anni si cominciano a muovere le masse, nel mondo arabo, per una concezione della vita politica più impregnata di democrazia e di modernità, dacché noi siamo sicuri che democrazia e modernità coincidono.

Io spero, noi speriamo che in Iraq si muovano finalmente le masse per associarsi alle azioni che l’Occidente riterrà di dover svolgere nel tentativo di disarcionare un dittatore che, in quanto a sanguinarietà, credo che non sia secondo a nessuno. Basterà ricordare quello che è successo dieci anni fa: sono scappati all’estero due figlie e i loro mariti, il capo degli armamenti, al-Majid; sono tornati improvvisamente, dopo aver collaborato con i servizi di informazione degli Stati Uniti d’America. La vicenda è finita in un bagno di sangue: sono stati ammazzati da emissari di Saddam in maniera cupa i mariti delle due figlie, è stato ammazzato il capo degli armamenti, al-Majid, una delle due figlie ha tentato più volte il suicidio; una tragedia familiare che ci dice quanto cupa sia la situazione in Iraq.

Io spero nelle masse arabe, che negli ultimi mesi hanno finalmente dimostrato di cominciare ad avere una coscienza politica moderna e democratica. Purtroppo la parola "Islam", tradotta in italiano, significa abbandono, rassegnazione; io spero che le masse islamiche siano meno abbandoniche e meno rassegnate e che cominci, anche per l’Islam, il mondo moderno.

Certo, noi non ci nascondiamo che un’azione di tipo militare asimmetrica in qualche maniera possa costituire un rischio politico; non è un caso se Saddam Hussein si agita in un’area geopolitica che è in crisi dal 1948, quella mediorientale. Non ci nascondiamo che un’azione militare possa provocare una situazione di destabilizzazione ancora più forte in quell’area di crisi. Non ci nascondiamo il pericolo che un’azione militare possa in qualche maniera fomentare un rafforzamento dell’integralismo.

L’integralismo è un fatto nuovo nella cultura islamica; l’Islam è stata la cultura religiosa più tollerante: quando altre religioni mandavano i propri oppositori al rogo, l’Islam si limitava a far pagare ai non credenti la cosiddetta gidda, ossia una tassa. (Richiami del Presidente).

Allora, io credo che queste possibilità, questi pericoli debbano essere superati con un atteggiamento verso l’Islam e verso il mondo arabo di maggiore comprensione, di maggiore apertura da parte dell’Occidente. Il nostro Paese farà il suo dovere. Noi siamo chiamati a fare il nostro dovere in un momento di grande tensione, di grande crisi nel mondo occidentale. Faremo, come sempre ha fatto il nostro Paese, il nostro dovere. Il Paese capirà. Noi siamo completamente allineati con la posizione espressa dal Governo di questo Paese. (Applausi dai Gruppi FI, AN, UDC:CCD-CDU-DE e LP. Congratulazioni).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il signor Presidente del Consiglio per aggiungere alcune considerazioni al suo intervento. Ne ha facoltà.

BERLUSCONI, presidente del Consiglio dei ministri e ministro degli affari esteri ad interim . Signor Presidente, solo poche puntualizzazioni fattuali, visto che alcuni interventi dell’opposizione hanno ribaltato le mie dichiarazioni e le posizioni del Governo.

Vorrei insistere: noi opereremo per trovare una posizione comune dei nostri alleati europei all’interno dell’Unione europea. Noi opereremo per evitare una divaricazione tra Unione europea e Stati Uniti d’America, che consideriamo molto negativa. Noi opereremo per far sì che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite produca una risoluzione chiara e forte, che consenta l’invio di ispettori delle Nazioni Unite senza condizioni, che dia termini precisi all’Iraq, che stabilisca le condizioni per un eventuale intervento militare, ove l’Iraq non ottemperi a queste indicazioni delle Nazioni Unite. Noi opereremo con tutte le nostre forze, usando ogni possibile mezzo, per evitare comunque un conflitto. Credo di essere stato chiaro.

Infine, una precisazione sugli interventi di due oratori. Il Piano Marshall per la Palestina è stato da noi presentato al Consiglio europeo di Barcellona e a quello di Siviglia ed è presso il Consiglio europeo. È stato altresì presentato al G8 di Kananaskis ed è presso il G8 di Kananaskis. La Farnesina sta lavorando per un aggiornamento della situazione economica, visto che gli ultimi avvenimenti hanno provocato ulteriori danni materiali alla Palestina. Occorre quindi aumentare lo stanziamento economico e considerare di nuovo gli interventi più urgenti per garantire una pronta ripresa dell'economia palestinese, che oggi semplicemente non esiste.

Circa la notizia che un contingente di alpini partirà per l'Afghanistan a seguito di una precisa richiesta a noi pervenuta, il voto ampio del Senato e della Camera su "Enduring freedom", l'operazione per una pace duratura, dà al Governo il potere di …

SALVI (DS-U). No!

PILONI (DS-U). No!

BERLUSCONI Silvio, presidente del Consiglio dei ministri e ministro degli affari esteri ad interim. Ma il Governo si è già impegnato con esplicita dichiarazione, ove questo ci fosse confermato, a tornare in Parlamento. Il Ministro della difesa illustrerà la situazione e chiederemo il voto del Parlamento. (Applausi dai Gruppi FI, LP, UDC:CCD-CDU-DE e AN e del senatore Carrara. Molte congratulazioni).

PRESIDENTE. Ringrazio il Presidente del Consiglio e tutti gli intervenuti.

Dichiaro chiusa la discussione sulle comunicazioni del Presidente del Consiglio dei ministri.

Anche per cambiare la scena dei nostri lavori, ritengo opportuno sospendere brevemente la seduta, consentendo così al Presidente del Consiglio di uscire dall'Aula.

Sospendo pertanto la seduta.

(La seduta, sospesa alle 19,10, è ripresa alle ore 19,18).

Presidenza del vice presidente CALDEROLI