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Legislatura 14ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 242 del 25/09/2002


PETRINI (Mar-DL-U). Signor Presidente, onorevoli colleghi, questa mattina abbiamo iniziato la discussione generale di un provvedimento che ignoravamo e oggi pomeriggio proseguiamo il dibattito su una normativa che almeno il sottoscritto non conosce.

Sono stato informato del fatto che oggi, alle ore 14, il relatore ha presentato otto nuovi emendamenti che incidono sui numerosi punti in sospeso del provvedimento. Avendo partecipato fino alle ore 16 ai lavori della Commissione affari costituzionali, la stessa cui appartiene il relatore Boscetto, su un altro tema - specificamente la legge di applicazione della riforma del Titolo V della Costituzione - e avendo poi partecipato al dibattito sulla situazione internazionale e irachena, non ho potuto avere contezza del contenuto di tali emendamenti.

Per i motivi che ho espresso e a causa degli impegni che ho elencato, non ho potuto presentare subemendamenti, signor Presidente; mi domando quindi per quale motivo ci fosse un termine così stretto per la presentazione dei subemendamenti dal momento che ben si sapeva che questa sera saremmo al massimo arrivati a concludere la discussione generale. Non si capisce questa fretta che regola sempre e comunque i nostri lavori e per la quale, avendone sentore, avevamo fatto appello alla Presidenza - lei, signor Presidente, lo ricorderà - con un intervento mio e della senatrice Toia alle ore 13.

Non parlerò allora dell’articolato della legge, che non conosco, ma ne approfitterò per parlare più in generale del tema che questa legge va ad affrontare, premesso che noi siamo assolutamente favorevoli alla finalità che la legge si propone mentre siamo dubbiosi e, in qualche modo, contrari (esamineremo poi gli emendamenti presentati dal relatore) riguardo il metodo che questa legge delinea per arrivare a quella finalità che rischia di essere incompleta nella sua realizzazione.

Il relatore ricordava oggi come questa legge concluda un iter legislativo che ha avuto il suo inizio con la legge di riforma, cosiddetta Bossi-Fini, della normativa sull’immigrazione e, in effetti, anche la relazione che accompagna il dettato legislativo afferma questo elemento, dal momento che recita: "Il provvedimento reca norme in materia di legalizzazione del lavoro irregolare di lavoratori extracomunitari, completando la linea di intervento già adottata per colf e badanti dall’articolo 33 della legge 30 luglio 2002, n. 189. Le disposizioni hanno carattere di straordinaria necessità ed urgenza in quanto, considerata la necessità di procedere alla legalizzazione del lavoro dei cittadini extracomunitari occupati irregolarmente presso le imprese, allo scopo di permettere l’entrata in vigore delle nuove disposizioni, occorre far coincidere le misure proposte, per evidenti motivi organizzativi e per le aspettative ormai diffuse, con la citata regolarizzazione delle colf e badanti che si applicherà a decorrere dal 10 settembre 2002".

Orbene, sembra che tutto sia abbastanza logico, ma in realtà c’è un elemento fortemente illogico; la straordinaria necessità ed urgenza non derivano da elementi imprevedibili o comunque imprevisti dal Governo, da malesseri sociali che si sono estrinsecati, da emergenze ambientali o da emergenze economiche, no signori. Derivano da un dettato legislativo che è stato esaminato in quest’Aula due mesi or sono, su cui quest’Aula si è confrontata a lungo, per mesi, perché quella di luglio era la terza lettura, la seconda per questa specifica Aula.

È davvero curioso, pertanto, che da questo derivi una necessità ed urgenza al Governo di decretare sull’azione legislativa del Parlamento stesso, il quale non si capisce perché in quella sede non abbia analizzato questa situazione che, peraltro, era stata ampiamente portata all’attenzione della maggioranza dall’opposizione. La quale maggioranza ha, sì, legiferato in ordine alla sanatoria, o regolarizzazione - chiamiamola come vogliamo - delle colf, ma non degli altri lavoratori extracomunitari.

Perché questa inottemperanza cosciente, voluta, che ha generato la necessità e l'urgenza di un altro provvedimento? Per una questione di mera opportunità politica: perché quella era la legge Bossi-Fini, che avrebbe finalmente portato una parola risolutiva nell'annoso e angoscioso problema dell'immigrazione clandestina. E allora non poteva quella legge così enfatica nella sua propaganda essere inquinata con un elemento di contraddizione interno alla maggioranza, quale sicuramente andava a delinearsi e comunque si era già delineato per colf e badanti e quale maggiormente si sarebbe delineato per la regolarizzazione dei lavoratori irregolari.

Ecco perché ci fu quella grave inottemperanza legislativa che oggi ci ha portato ad un decreto-legge che è assolutamente anomalo nella sua genesi. Una divisione interna alla maggioranza che difatti si è ampiamente palesata nel dibattito relativo a questo decreto. Già soltanto il 14 settembre, a Pian del Re, dove ci sono le sorgenti del Po, Bossi affermava: "La mia legge è semplice e dice che se uno è clandestino lo prendi e lo mandi fuori". Poi ci fu un contrordine: i padani seppero che la sanatoria si sarebbe fatta "ma solo per i lavoratori che avevano contratti a tempo indeterminato", così si tuonò da parte del ministro Maroni. Vi fu quindi un altro contrordine e si disse: "soltanto per coloro che non hanno avuto notifiche di espulsione, soltanto per loro". Vi fu un ennesimo contrordine e si stabilì che si sarebbero sanati anche coloro che avevano avuto il foglio di via, però entro un tetto massimo che non avrebbe dovuto superare le 30.000 unità. L'ultimo contrordine portò la Lega ad accettare di rimuovere il tetto massimo e si arrivò ad un compromesso - se è ancora vigente non lo so, lo andrò a leggere - che prevedeva che il numero di regolarizzazioni effettuate per effetto del decreto sarebbe stato sottratto al flusso migratorio previsto per il prossimo anno.

Curiosa questa mediazione: in primo luogo, perché i flussi migratori dovrebbero essere definiti sulla misura del fabbisogno ed è allora ovvio che, se vi è un fabbisogno, nel momento in cui sottraiamo quanto già abbiamo usato in termini di manodopera non andremo ad ottemperare quel fabbisogno; in secondo luogo, essendo un numero del tutto aperto alla previsione, è anche molto facile immaginare che possa essere previsto un flusso eccedente il fabbisogno al fine di poterlo poi decurtare del numero previsto, o per meglio dire del numero chiesto dalla Lega per darle questa soddisfazione.

Signor Presidente, questa è polemica politica. Le confesso che per qualche momento, nel mio infantilismo politico, ho anche gioito di questo imbarazzo interno alla maggioranza: ho pensato che questo avrebbe palesato agli italiani le incoerenze della coalizione di Governo e che di fronte alla palese inaffidabilità di certe affermazioni gli italiani avrebbero tratto delle conseguenze.

Ma mi sbagliavo, signor Presidente, perché in tutta questa polemica, il risultato netto è stato che la Lega per giorni e giorni è stata protagonista del dibattito politico e ben evidenziata nella sua posizione di contrapposizione netta al fenomeno migratorio, all’ingresso degli extracomunitari nel nostro Paese. E ho capito che questa posizione non era affatto lesiva degli interessi politici della Lega; viceversa, questa posizione dava alla Lega una rilevanza politica nel momento in cui rappresentava una cultura non già di problematicità intorno al fenomeno migratorio, ma di totale contrarietà culturale e ideologica all’immigrazione.

Questo ha fatto sì che, mentre noi avevamo sempre creduto che il dibattito dovesse definirsi attorno alla problematicità del fenomeno (da una parte i diritti della persona, dall’altra l’ordine sociale, da una parte le esigenze di forza lavoro e dall’altra la necessità di un’integrazione sociale), questa problematicità ormai era assolutamente superata e il dibattito politico si spostava sul problema ideologico immigrazione sì, immigrazione no.

Questo ben lo rappresentano molte delle dichiarazioni che in questi giorni abbiamo rilevato. Sempre Bossi, dopo aver detto che il clandestino dev’essere mandato fuori, aggiunge: "Abbiamo già fatto una bella mediazione mettendo come condizione il contratto di lavoro per chi entra", come dire che questo è il massimo della concessione che noi possiamo fare, ovvero, possiamo tutt’al più accettare l’ingresso degli immigrati e null’altro.

Ma c’è di peggio. Il sindaco di Treviso, Gentilini, che è diventato un personaggio di rilevanza nazionale, nel palco galleggiante di Venezia afferma: "E sui preti rossi, che legittimano i no global e sostengono gli immigrati, ho scritto al Papa: gli ho chiesto di convertirli… ma alla religione della Lega". E afferma ancora, sempre da Venezia, che chi sostiene l’immigrazione "vuole inquinare la nostra civiltà", com’è appunto il caso dei "preti del diavolo", come li chiama lui, i preti rossi.

E ancora, osserva il quotidiano "L'Osservatore Romano" (mi scusi il bisticcio, signor Presidente) come, sull’immigrazione, il leader della Lega abbia attaccato un principio fondamentale e cita l’affermazione di Bossi che vorrebbe la sinistra colpevole per aver "lanciato l’ideologia egualitaria, così come ha fatto un certo cristianesimo".

L’onorevole Borghezio, europarlamentare della Lega, afferma: "Hanno ragione i gondolieri a buttare nei canali i clandestini: a Venezia ci vorrebbe Gentilini per almeno tre mesi e per fare pulizia". E poi conclude in modo magistrale, affermando: "L’Ulivo ha cessato di imbastardire il nostro sangue, infettandolo con quello degli extracomunitari".

Non mi risulta che queste agenzie stampa abbiano avuto smentita e allora io non posso non denunciarne la gravità e, soprattutto, la gravità degli effetti che hanno sulla nostra convivenza civile, signor Presidente. Infatti, noi siamo ormai di fronte, le ripeto, non ad un problema politico e alla complessa gestione di una altrettanto complessa realtà: siamo di fronte a uno scontro ideologico e non possiamo non affermare che, nella ideologia che si contrappone alla nostra, vi è, non il germe, signor Presidente, ma il frutto del razzismo, che è ormai maturo.

Queste sono affermazioni razziste che tendono a classificare l'immigrato come persona estranea alla nostra civiltà, alla nostra cultura e quindi estranea al godimento di quei diritti civili e umani che alla persona, secondo Costituzione, dovrebbero essere riconosciuti.

Lo dico anche all'attento relatore e ai pochi colleghi che mi ascoltano, lo dico nel chiuso di quest'Aula, al riparo da qualsiasi enfasi mediatica, cosa che non mi disturba perché forse riusciremo anche a ragionare su questi temi oltre che a fare del baccano: badi, signor Presidente, che le conseguenze di questi scontri ideologici non sono limitate al risultato politico, ma inquinano la convivenza civile del nostro Paese.

Non poco tempo fa mi è capitato di sedere a Milano, nella pausa pranzo, in uno di quei bar-tavola calda che esistono nel centro cittadino e che soddisfano alla pausa di colazione di tanti lavoratori. Di fianco a me c'erano cinque persone in giacca e cravatta; erano impiegati, uno veniva chiamato "avvocato". Queste persone discutevano di tali temi e una, quella che teneva banco con il suo oltranzismo, diceva: "Il problema dell'immigrazione è semplicissimo da risolvere: basta che quando una di queste imbarcazioni entra nelle nostre acque territoriali venga affondata. Lo fai una volta, lo fai due volte, lo fai tre volte. Poi chiaramente capiscono che non possono più farlo e non sbarcano più". All'obiezione, peraltro non particolarmente calorosa, di un commensale che diceva: "Ma tu sei un po’ fascista", quella persona rispondeva: "No, io non sono fascista: io sono nazionalsocialista".

Il fatto che certi discorsi si tengano con leggerezza, con superficialità significa che si è abbassata drammaticamente la soglia di censura morale che abbiamo dato e diamo a questo Paese. Di certe cose non si dovrebbe poter discutere perché dovrebbe esserci un filtro etico, morale che impedisca di arrivare a certe affermazioni. Questo filtro non c'è più, e la responsabilità è nostra: è colpa del dibattito assurdo che stiamo facendo attorno a problemi che sono invece reali e che, dal punto di vista dell'ideologia, dovrebbero vederci uniti nella difesa di valori fondamentali.

È un appello quello che io rivolgo alla maggioranza e al Governo: riportiamo il discorso nei suoi limiti naturali. Si tratta di gestire un problema che è di per se stesso incoercibile. Si tratta di gestirlo nel modo migliore, equilibrando le varie esigenze. C'è un problema di sicurezza sociale, c'è un problema di diritti umani, c'è un problema di sviluppo economico, c'è un problema di integrazione sociale: tante facce che chiamano all'appello la nostra responsabilità. Se abbiamo una capacità politica dobbiamo comprenderlo e dobbiamo rigettare con fermezza qualsiasi affermazione ideologica e, ahimè, razzista che questo problema rischia di far nascere. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U, Verdi-U e DS-U. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Battisti. Ne ha facoltà.