Ricordo che nella seduta antimeridiana sono state svolte le relazioni orali ed ha avuto inizio la discussione generale, che ora riprendiamo.
TOIA (Mar-DL-U). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
TOIA (Mar-DL-U). Signor Presidente, noi ci siamo lasciati, alle ore 13, con questo provvedimento e con la richiesta, da parte dei senatori del mio Gruppo, di poter conoscere più o meno l'orientamento temporale per la presentazione di preannunciati ulteriori emendamenti - non sapevamo bene se del relatore a nome della Commissione o del Governo - e per eventuali subemendamenti.
Vediamo ora che è stato distribuito il fascicolo degli emendamenti n. 2. Ci rendiamo conto che probabilmente la presentazione di quegli emendamenti preannunciati alle ore 16 è stata invece anticipata (voi avete strutture di supporto che noi non abbiamo); pare che siano pervenuti alle 13,30 e che sia stato detto ai Gruppi che c'era tempo fino alle ore 16 per presentare eventuali subemendamenti.
Ora, chiedo a lei, signor Presidente, che è un collega pure presente (non siamo tantissimi, ma ce n'è un certo numero), com'è possibile per noi poveri e diligenti senatori che abbiamo iniziato a lavorare questa mattina alle ore 8,30, che dopo la chiusura della seduta alle ore 13 siamo andati in Commissione (nel mio caso quella per i diritti umani e alle ore 14,30 in un'altra Commissione) e alle ore 16 siamo corsi in Aula per verificare la presentazione di eventuali emendamenti, poter svolgere il nostro lavoro di presentazione di subemendamenti.
Penso che occorra veramente ridiscutere questo nostro modo forsennato di lavorare, per cui le Commissioni si riuniscono all'alba, nell'intervallo del pranzo e alla sera. Chi non lavora nelle Commissioni e in Aula può anche non subirne un danno, ma chi di noi lavora non riesce più a tenere questo ritmo seriamente.
Nella fattispecie, mi trovo ora a seguire questo dibattito con i miei colleghi e a confrontare affannosamente il fascicolo n. 1 con il n. 2, avendo perso la possibilità, (perché ho fatto diligentemente il mio lavoro di membro della Commissione per i diritti umani, della Commissione industria e di senatore che vuole ascoltare il Presidente del Consiglio, nonostante certi atteggiamenti, gesti e parole che lascio a voi commentare) di presentare subemendamenti.
Pongo a lei questo problema perché so che è un senatore diligente, oltre che un vice Presidente. Cosa avrebbe fatto nei miei panni? Noi poveri senatori della Margherita siamo nell'impossibilità di sdoppiarci; voi evidentemente avete imparato anche a sdoppiarvi.
Chiedo adesso quali sono i tempi ai quali dobbiamo attenerci, se i termini di presentazione sono irrimediabilmente superati. E poi che il senatore Boscetto ci dica almeno quali sono gli otto nuovi emendamenti, perché non si debba fare questo defatigante lavoro di confronto e si capisca qual è la parte nuova rispetto al fascicolo precedente.
Però, signor Presidente, oltre a questa cortesia di segnalarci gli otto nuovi emendamenti, chiedo davvero che si riveda questa nostra abitudine per cui il termine per la presentazione di subemendamenti precede sempre quello per la presentazione degli emendamenti; se invece viene fissato successivamente, si danno solo pochi minuti, nel frattempo occupati da altre attività parlamentari.
Voglio compiere fino in fondo il mio dovere di senatore, di membro delle Commissioni e di persona interessata ai diversi temi. Come me molti altri sono nell'impossibilità di farlo.
Purtroppo, lo diceva oggi il presidente Mancino, quando abbiamo esaminato il bilancio del Senato non siamo stati, tutti insieme, così tempestivi da discutere anche delle modalità di funzionamento del Senato, che stanno diventando impraticabili per quei senatori della maggioranza e dell'opposizione che volessero davvero fare il loro dovere.
Mi trovo costretta a farlo spesso superficialmente e non ne sono soddisfatta. Un esempio è certamente questo. Sicuramente avete comunicato i termini di presentazione; tra i quattro superstiti alle ore 13 si era detto che ci sarebbe stata una comunicazione interpersonale, che però non è avvenuta. Almeno, senatore Boscetto, mi faccia la cortesia di dirmi quali sono questi otto emendamenti.(Applausi dal Gruppo Mar-DL-U e del senatore Scalfaro).
PRESIDENTE. Senatrice Toia, mi risulta (dal momento che non presiedevo e quindi ho dovuto raccogliere informazioni al riguardo) che ciascun Gruppo abbia ricevuto la comunicazione verbale degli otto nuovi emendamenti presentati a firma del relatore e che sono state lasciate a disposizione due ore, dalle 14 alle 16, per la presentazione di eventuali subemendamenti da parte dei senatori. (Commenti della senatrice Toia).
Prendo atto di quanto ha testé rilevato, senatrice Toia, però si tratta di una decisione già assunta dal Presidente. (Commenti della senatrice Toia).
Riprendiamo dunque la discussione generale.
È iscritto a parlare il senatore Di Siena. Ne ha facoltà.
DI SIENA (DS-U). Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, devo confessare che anch’io, pur avendo seguito (forse con una diligenza non pari a quella posta in essere dalla senatrice Toia) questo provvedimento, apprendo ora dell’esistenza di questi nuovi otto emendamenti di cui non conosco il merito e che sicuramente renderanno meno pertinente il mio giudizio attorno ai caratteri dello strumento legislativo che stiamo esaminando.
Noi Democratici di Sinistra avevamo considerato un provvedimento per la regolarizzazione di tanti lavoratori extracomunitari una misura giusta ed opportuna. Del resto, l’estrema rapidità con la quale le opposizioni hanno consentito che il decreto-legge fosse esaminato in Commissione e quindi giungesse in Aula, se probabilmente - come la storia di questi otto nuovi emendamenti dimostra - è stata male interpretata dalla maggioranza, comunque testimoniava dell’interesse che noi avevamo e abbiamo acché a tanti lavoratori occupati siano consentite condizioni elementari di civiltà collegate all’ottenimento di un permesso di soggiorno.
Altri, e segnatamente la Lega, nella discussione che ha preceduto il varo del decreto-legge del Governo, la sua elaborazione e poi nel dibattito avvenuto nelle Commissioni riunite lavoro e affari costituzionali hanno tentato in tutti i modi di vanificare ogni ipotesi seria di regolarizzazione. Questa posizione della Lega ha tuttavia segnato il provvedimento. Si può dire, credo senza tema di smentita, che per tale ragione, appunto per il peso di questo intervento, il testo varato dalle Commissioni sia - almeno dal nostro punto di vista - addirittura peggiorato rispetto al testo del decreto-legge presentato dal Governo.
La durata del permesso di soggiorno che deriverebbe da questo provvedimento sarebbe limitata ad un anno solo di fronte ai due anni previsti dalla stessa legge Bossi-Fini; la discrezionalità affidata ai prefetti in materia di revoca del permesso (anche in assenza di sentenze definitive) e la disciplina che si determina attraverso questo decreto-legge del rilevamento delle impronte digitali ai lavoratori extracomunitari che, per come è formulata, risulta particolarmente odiosa oltre che onerosa e probabilmente incerta dal punto di vista della stessa copertura finanziaria, sta a dimostrare come lo spirito prevalso sia quello di rendere del tutto eccezionale, transitorio e precario il rilascio di tali permessi di soggiorno.
Sintomatico è il fatto che il riferimento al contratto di lavoro a tempo indeterminato che, per quanto riguarda i lavoratori italiani, è stato oggetto di un vero e proprio attacco (come dimostra il provvedimento sul mercato del lavoro che l’Assemblea ha approvato questa mattina), diventa la bussola per definire i criteri con cui si dovrebbero regolarizzare questi lavoratori, con l’aggiunta - del tutto arbitraria rispetto alle caratteristiche dei nostri sistemi contrattuali - del riferimento ad un lavoro a termine di un solo anno: tutto ciò chiarisce quanti ostacoli si intenda frapporre a questo stesso processo di regolarizzazione.
E da ultimo quella che a me sembra una vera e propria ciliegia sulla torta: l'integrazione, avvenuta in omaggio alle posizioni e alle richieste della Lega, secondo cui i provvedimenti di revoca delle espulsioni, esaminati discrezionalmente dai prefetti, sarebbero poi conteggiati per ridurre il numero dei flussi ordinari degli ingressi. Al di là della consistenza di questi numeri, ci troviamo di fronte ad una norma la cui ispirazione xenofoba è chiarissima. (Commenti dal Gruppo Lega Padana). Credo che non siano ancora maturi i tempi perché si possa togliere la parola a chi interviene in quest'Aula, anche se qualcuno forse lo desidera.
Dicevo, è una posizione xenofoba che, anche dal punto di vista simbolico e psicologico, è indicativa dello spirito che anima questa iniziativa. Il problema non è quello di normalizzare i flussi migratori; il problema per alcuni non è quello di rispondere alle indubbie esigenze di sicurezza per la generalità dei cittadini che possono essere provocate dal fenomeno della migrazione, ma è quello di intervenire sul numero degli immigrati in un'astratta difesa dell'identità, in qualche caso addirittura etnica, delle comunità locali cui si appartiene.
Noi eravamo inizialmente orientati ad assumere un atteggiamento positivo nei riguardi di un provvedimento di cui riconoscevamo i limiti, ma che ci sembrava potesse affrontare i problemi individuali e collettivi di tante persone che si trovano all'interno del nostro Paese.
Se ci fossimo trovati di fronte alle misure che, nella discussione precedente il varo del decreto, erano state adombrate anche da una parte della maggioranza, avremmo potuto esprimere, attraverso un voto in Assemblea, questo nostro atteggiamento. Siamo invece costretti, per le ragioni che ho ricordato, a dichiararci contrari ad una misura la cui caratteristica fondamentale è quella di aggravare lo spirito e in qualche caso l'applicazione delle norme della legge Bossi-Fini; una legge in relazione alla quale, in questo e nell'altro ramo del Parlamento, abbiamo ampiamente espresso il nostro giudizio negativo e la nostra preoccupazione. (Applausi dai Gruppi DS-U e Misto-RC).
PRESIDENTE. Colleghi, non credo che riusciremo a concludere la discussione generale del provvedimento entro le ore 21; in ogni caso, per la tranquillità dei colleghi che hanno trascorso una lunga giornata in quest'Aula, ritengo opportuno comunicare che, qualora la discussione si concluda prima dell'orario di chiusura della seduta, il passaggio all'esame degli articoli sarà rinviato alla seduta antimeridiana di domani.
È iscritto a parlare il senatore Petrini. Ne ha facoltà.
PETRINI (Mar-DL-U). Signor Presidente, onorevoli colleghi, questa mattina abbiamo iniziato la discussione generale di un provvedimento che ignoravamo e oggi pomeriggio proseguiamo il dibattito su una normativa che almeno il sottoscritto non conosce.
Sono stato informato del fatto che oggi, alle ore 14, il relatore ha presentato otto nuovi emendamenti che incidono sui numerosi punti in sospeso del provvedimento. Avendo partecipato fino alle ore 16 ai lavori della Commissione affari costituzionali, la stessa cui appartiene il relatore Boscetto, su un altro tema - specificamente la legge di applicazione della riforma del Titolo V della Costituzione - e avendo poi partecipato al dibattito sulla situazione internazionale e irachena, non ho potuto avere contezza del contenuto di tali emendamenti.
Per i motivi che ho espresso e a causa degli impegni che ho elencato, non ho potuto presentare subemendamenti, signor Presidente; mi domando quindi per quale motivo ci fosse un termine così stretto per la presentazione dei subemendamenti dal momento che ben si sapeva che questa sera saremmo al massimo arrivati a concludere la discussione generale. Non si capisce questa fretta che regola sempre e comunque i nostri lavori e per la quale, avendone sentore, avevamo fatto appello alla Presidenza - lei, signor Presidente, lo ricorderà - con un intervento mio e della senatrice Toia alle ore 13.
Non parlerò allora dell’articolato della legge, che non conosco, ma ne approfitterò per parlare più in generale del tema che questa legge va ad affrontare, premesso che noi siamo assolutamente favorevoli alla finalità che la legge si propone mentre siamo dubbiosi e, in qualche modo, contrari (esamineremo poi gli emendamenti presentati dal relatore) riguardo il metodo che questa legge delinea per arrivare a quella finalità che rischia di essere incompleta nella sua realizzazione.
Il relatore ricordava oggi come questa legge concluda un iter legislativo che ha avuto il suo inizio con la legge di riforma, cosiddetta Bossi-Fini, della normativa sull’immigrazione e, in effetti, anche la relazione che accompagna il dettato legislativo afferma questo elemento, dal momento che recita: "Il provvedimento reca norme in materia di legalizzazione del lavoro irregolare di lavoratori extracomunitari, completando la linea di intervento già adottata per colf e badanti dall’articolo 33 della legge 30 luglio 2002, n. 189. Le disposizioni hanno carattere di straordinaria necessità ed urgenza in quanto, considerata la necessità di procedere alla legalizzazione del lavoro dei cittadini extracomunitari occupati irregolarmente presso le imprese, allo scopo di permettere l’entrata in vigore delle nuove disposizioni, occorre far coincidere le misure proposte, per evidenti motivi organizzativi e per le aspettative ormai diffuse, con la citata regolarizzazione delle colf e badanti che si applicherà a decorrere dal 10 settembre 2002".
Orbene, sembra che tutto sia abbastanza logico, ma in realtà c’è un elemento fortemente illogico; la straordinaria necessità ed urgenza non derivano da elementi imprevedibili o comunque imprevisti dal Governo, da malesseri sociali che si sono estrinsecati, da emergenze ambientali o da emergenze economiche, no signori. Derivano da un dettato legislativo che è stato esaminato in quest’Aula due mesi or sono, su cui quest’Aula si è confrontata a lungo, per mesi, perché quella di luglio era la terza lettura, la seconda per questa specifica Aula.
È davvero curioso, pertanto, che da questo derivi una necessità ed urgenza al Governo di decretare sull’azione legislativa del Parlamento stesso, il quale non si capisce perché in quella sede non abbia analizzato questa situazione che, peraltro, era stata ampiamente portata all’attenzione della maggioranza dall’opposizione. La quale maggioranza ha, sì, legiferato in ordine alla sanatoria, o regolarizzazione - chiamiamola come vogliamo - delle colf, ma non degli altri lavoratori extracomunitari.
Perché questa inottemperanza cosciente, voluta, che ha generato la necessità e l'urgenza di un altro provvedimento? Per una questione di mera opportunità politica: perché quella era la legge Bossi-Fini, che avrebbe finalmente portato una parola risolutiva nell'annoso e angoscioso problema dell'immigrazione clandestina. E allora non poteva quella legge così enfatica nella sua propaganda essere inquinata con un elemento di contraddizione interno alla maggioranza, quale sicuramente andava a delinearsi e comunque si era già delineato per colf e badanti e quale maggiormente si sarebbe delineato per la regolarizzazione dei lavoratori irregolari.
Ecco perché ci fu quella grave inottemperanza legislativa che oggi ci ha portato ad un decreto-legge che è assolutamente anomalo nella sua genesi. Una divisione interna alla maggioranza che difatti si è ampiamente palesata nel dibattito relativo a questo decreto. Già soltanto il 14 settembre, a Pian del Re, dove ci sono le sorgenti del Po, Bossi affermava: "La mia legge è semplice e dice che se uno è clandestino lo prendi e lo mandi fuori". Poi ci fu un contrordine: i padani seppero che la sanatoria si sarebbe fatta "ma solo per i lavoratori che avevano contratti a tempo indeterminato", così si tuonò da parte del ministro Maroni. Vi fu quindi un altro contrordine e si disse: "soltanto per coloro che non hanno avuto notifiche di espulsione, soltanto per loro". Vi fu un ennesimo contrordine e si stabilì che si sarebbero sanati anche coloro che avevano avuto il foglio di via, però entro un tetto massimo che non avrebbe dovuto superare le 30.000 unità. L'ultimo contrordine portò la Lega ad accettare di rimuovere il tetto massimo e si arrivò ad un compromesso - se è ancora vigente non lo so, lo andrò a leggere - che prevedeva che il numero di regolarizzazioni effettuate per effetto del decreto sarebbe stato sottratto al flusso migratorio previsto per il prossimo anno.
Curiosa questa mediazione: in primo luogo, perché i flussi migratori dovrebbero essere definiti sulla misura del fabbisogno ed è allora ovvio che, se vi è un fabbisogno, nel momento in cui sottraiamo quanto già abbiamo usato in termini di manodopera non andremo ad ottemperare quel fabbisogno; in secondo luogo, essendo un numero del tutto aperto alla previsione, è anche molto facile immaginare che possa essere previsto un flusso eccedente il fabbisogno al fine di poterlo poi decurtare del numero previsto, o per meglio dire del numero chiesto dalla Lega per darle questa soddisfazione.
Signor Presidente, questa è polemica politica. Le confesso che per qualche momento, nel mio infantilismo politico, ho anche gioito di questo imbarazzo interno alla maggioranza: ho pensato che questo avrebbe palesato agli italiani le incoerenze della coalizione di Governo e che di fronte alla palese inaffidabilità di certe affermazioni gli italiani avrebbero tratto delle conseguenze.
Ma mi sbagliavo, signor Presidente, perché in tutta questa polemica, il risultato netto è stato che la Lega per giorni e giorni è stata protagonista del dibattito politico e ben evidenziata nella sua posizione di contrapposizione netta al fenomeno migratorio, all’ingresso degli extracomunitari nel nostro Paese. E ho capito che questa posizione non era affatto lesiva degli interessi politici della Lega; viceversa, questa posizione dava alla Lega una rilevanza politica nel momento in cui rappresentava una cultura non già di problematicità intorno al fenomeno migratorio, ma di totale contrarietà culturale e ideologica all’immigrazione.
Questo ha fatto sì che, mentre noi avevamo sempre creduto che il dibattito dovesse definirsi attorno alla problematicità del fenomeno (da una parte i diritti della persona, dall’altra l’ordine sociale, da una parte le esigenze di forza lavoro e dall’altra la necessità di un’integrazione sociale), questa problematicità ormai era assolutamente superata e il dibattito politico si spostava sul problema ideologico immigrazione sì, immigrazione no.
Questo ben lo rappresentano molte delle dichiarazioni che in questi giorni abbiamo rilevato. Sempre Bossi, dopo aver detto che il clandestino dev’essere mandato fuori, aggiunge: "Abbiamo già fatto una bella mediazione mettendo come condizione il contratto di lavoro per chi entra", come dire che questo è il massimo della concessione che noi possiamo fare, ovvero, possiamo tutt’al più accettare l’ingresso degli immigrati e null’altro.
Ma c’è di peggio. Il sindaco di Treviso, Gentilini, che è diventato un personaggio di rilevanza nazionale, nel palco galleggiante di Venezia afferma: "E sui preti rossi, che legittimano i no global e sostengono gli immigrati, ho scritto al Papa: gli ho chiesto di convertirli… ma alla religione della Lega". E afferma ancora, sempre da Venezia, che chi sostiene l’immigrazione "vuole inquinare la nostra civiltà", com’è appunto il caso dei "preti del diavolo", come li chiama lui, i preti rossi.
E ancora, osserva il quotidiano "L'Osservatore Romano" (mi scusi il bisticcio, signor Presidente) come, sull’immigrazione, il leader della Lega abbia attaccato un principio fondamentale e cita l’affermazione di Bossi che vorrebbe la sinistra colpevole per aver "lanciato l’ideologia egualitaria, così come ha fatto un certo cristianesimo".
L’onorevole Borghezio, europarlamentare della Lega, afferma: "Hanno ragione i gondolieri a buttare nei canali i clandestini: a Venezia ci vorrebbe Gentilini per almeno tre mesi e per fare pulizia". E poi conclude in modo magistrale, affermando: "L’Ulivo ha cessato di imbastardire il nostro sangue, infettandolo con quello degli extracomunitari".
Non mi risulta che queste agenzie stampa abbiano avuto smentita e allora io non posso non denunciarne la gravità e, soprattutto, la gravità degli effetti che hanno sulla nostra convivenza civile, signor Presidente. Infatti, noi siamo ormai di fronte, le ripeto, non ad un problema politico e alla complessa gestione di una altrettanto complessa realtà: siamo di fronte a uno scontro ideologico e non possiamo non affermare che, nella ideologia che si contrappone alla nostra, vi è, non il germe, signor Presidente, ma il frutto del razzismo, che è ormai maturo.
Queste sono affermazioni razziste che tendono a classificare l'immigrato come persona estranea alla nostra civiltà, alla nostra cultura e quindi estranea al godimento di quei diritti civili e umani che alla persona, secondo Costituzione, dovrebbero essere riconosciuti.
Lo dico anche all'attento relatore e ai pochi colleghi che mi ascoltano, lo dico nel chiuso di quest'Aula, al riparo da qualsiasi enfasi mediatica, cosa che non mi disturba perché forse riusciremo anche a ragionare su questi temi oltre che a fare del baccano: badi, signor Presidente, che le conseguenze di questi scontri ideologici non sono limitate al risultato politico, ma inquinano la convivenza civile del nostro Paese.
Non poco tempo fa mi è capitato di sedere a Milano, nella pausa pranzo, in uno di quei bar-tavola calda che esistono nel centro cittadino e che soddisfano alla pausa di colazione di tanti lavoratori. Di fianco a me c'erano cinque persone in giacca e cravatta; erano impiegati, uno veniva chiamato "avvocato". Queste persone discutevano di tali temi e una, quella che teneva banco con il suo oltranzismo, diceva: "Il problema dell'immigrazione è semplicissimo da risolvere: basta che quando una di queste imbarcazioni entra nelle nostre acque territoriali venga affondata. Lo fai una volta, lo fai due volte, lo fai tre volte. Poi chiaramente capiscono che non possono più farlo e non sbarcano più". All'obiezione, peraltro non particolarmente calorosa, di un commensale che diceva: "Ma tu sei un po’ fascista", quella persona rispondeva: "No, io non sono fascista: io sono nazionalsocialista".
Il fatto che certi discorsi si tengano con leggerezza, con superficialità significa che si è abbassata drammaticamente la soglia di censura morale che abbiamo dato e diamo a questo Paese. Di certe cose non si dovrebbe poter discutere perché dovrebbe esserci un filtro etico, morale che impedisca di arrivare a certe affermazioni. Questo filtro non c'è più, e la responsabilità è nostra: è colpa del dibattito assurdo che stiamo facendo attorno a problemi che sono invece reali e che, dal punto di vista dell'ideologia, dovrebbero vederci uniti nella difesa di valori fondamentali.
È un appello quello che io rivolgo alla maggioranza e al Governo: riportiamo il discorso nei suoi limiti naturali. Si tratta di gestire un problema che è di per se stesso incoercibile. Si tratta di gestirlo nel modo migliore, equilibrando le varie esigenze. C'è un problema di sicurezza sociale, c'è un problema di diritti umani, c'è un problema di sviluppo economico, c'è un problema di integrazione sociale: tante facce che chiamano all'appello la nostra responsabilità. Se abbiamo una capacità politica dobbiamo comprenderlo e dobbiamo rigettare con fermezza qualsiasi affermazione ideologica e, ahimè, razzista che questo problema rischia di far nascere. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U, Verdi-U e DS-U. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Battisti. Ne ha facoltà.
BATTISTI (Mar-DL-U). Signor Presidente, ovviamente sono d'accordo e sulla stessa linea delle dichiarazioni fatte dal collega Petrini. Credo che abbiamo il dovere di conservare un minimo di speranza che il disegno di legge in esame tra oggi e domani, presumibilmente, venga modificato almeno in qualche parte, accogliendo alcune delle sollecitazioni che il centro-sinistra ha rivolto contro questo provvedimento. Dico che abbiamo il dovere di sperare perché in realtà credo che questo non avverrà, anche perché ci troviamo di fronte ad un problema.
È ovvio che il provvedimento che stiamo discutendo fa parte di una politica generale, cioè la politica dell’immigrazione, e ha di fronte un problema oggettivo che non esiste, naturalmente, soltanto da noi, un problema reale e concreto. E allora, di fronte ad esso e di fronte alle dichiarazioni - che non ripeterò, anche per pudore - che ha letto prima il collega Petrini, e a tantissime altre che abbiamo ascoltato e che sono elementi ispiratori di una politica dell’immigrazione, io credo che si scontrino inevitabilmente due culture, due visioni del mondo, due modi di affrontare un problema grave che non risolveremo né con questa legge, né con altre che si ispirano agli stessi criteri.
Esiste una rilevante parte del mondo che soffre di fame, di mancanza di lavoro e di democrazia, di condizioni di vita disumane, ed esiste una piccola parte del mondo, quella in cui noi abbiamo la fortuna di vivere, che gode invece di tutt’altro sistema, gode di ricchezza, di benessere e di sistemi democratici. Il solo pensare che con una legge riusciremo ad evitare il fenomeno dell’immigrazione è o stupido o propagandistico: non la fermeremo certo con questo!
È vero, altresì, che non possiamo immaginare di non fare nulla o di non essere attivi nei confronti di questo problema. Probabilmente dobbiamo regolamentare le situazioni, dobbiamo intervenire là dove esse sono più urgenti e più gravi. Ma qui si è fatto altro fino ad oggi. In realtà, abbiamo assistito già in questi mesi ad una gestione della politica dell’immigrazione che si è trasformata in un bollettino di guerra.
Con il passare dei giorni ci stiamo abituando, nell’accendere il televisore per ascoltare il telegiornale della sera, ad apprendere quanti morti ci sono stati a Lampedusa piuttosto che da qualche altra parte, avendo quasi la sensazione che contiamo i morti e le persone che sbarcano più come cose che come esseri in carne ed ossa, che vengono da Paesi dove li insegue la morte e la fame; e vengono accolti a suon di carrette del mare, di drammi che tutti i giorni possiamo constatare.
Assistiamo a proclami, per cui non si sa come le forze dell’ordine, la Marina, o la polizia domani controlleranno le tante situazioni difficili di sbarco in questo Paese. La realtà, invece, è molto diversa. Vi è una politica di continua propaganda, che insiste sulla paura, pur comprensibile, pur legittima, degli italiani, e che dà numeri errati, dati sbagliati per fomentare la paura e giustificare una politica il cui unico vantaggio è quello di trarre un effimero - credo e spero - consenso.
La semplice lettura dei dati del Ministero dell’interno ci indica che i visti d’ingresso nel 2001 sono diminuiti; gli stessi dati dimostrano che gli extracomunitari rappresentano circa il 2,8 per cento della popolazione del nostro Paese, cioè abbiamo uno straniero ogni 38 residenti. Sono dati che stanno a dimostrare in primo luogo che in Italia non c’è nessuna emergenza immigrazione, ed in secondo luogo che gli indicatori che potevano destare maggiore preoccupazione si sono ridotti nel 2001.
Altro elemento pubblicitario è quello che accosta l’extracomunitario alla delinquenza; è un dato che nessuno studioso della materia prende in considerazione. In quanto a percentuali, siamo a livelli da prefisso telefonico; c’è una giustizia che non funziona, questo è il fatto, ma non vi è un dato di emergenza criminalità derivante dall’immigrazione.
Il CNEL ci dice poi che la prevalente quota di presenza irregolare riguarda immigrati entrati nel Paese regolarmente e non da clandestini, che hanno trovato poi una serie di difficoltà a legalizzare la propria posizione. Ecco perché una legge anziché un’altra può incidere nel sistema, ma certamente non quella che è oggi in discussione.
Come pensiamo di regolare questa materia o di renderla governabile se noi, come abbiamo già fatto, riduciamo da dodici a sei mesi la validità del permesso di soggiorno, se aumentiamo da cinque a sei anni il tempo per ottenere la carta di soggiorno, se aggraviamo il problema dei ricongiungimenti familiari e ridiscutiamo il diritto di asilo? Sono elementi normativi che produrranno più immigrazione, che faranno aggravare sempre più questo fenomeno.
E tutto ciò accanto alla più grande sanatoria che sia mai stata fatta in questo Paese. Quello che mi offende, e credo offenda molte persone, è che quando parliamo di questa sanatoria facciamo riferimento alle forze di lavoro come se fossero strumenti che si possono spostare da una parte ad un’altra. Ci dimentichiamo che stiamo parlando di persone, con le loro famiglie, i loro sentimenti e le problematiche che si portano appresso. Ho sentito di proposte di rappresentanti della Lega, che tutt'al più suggerivano di organizzare dei charter per portare i lavoratori extracomunitari nel paese, farli lavorare, e farli ripartire subito dopo, nemmeno fossero bestie da soma.
Credo allora che dobbiamo avere il dovere di sperare che nelle prossime ventiquattro ore la ragionevolezza porti a qualche mutamento di questo provvedimento. Se così non sarà, se il disegno di legge rimarrà quello che è, questa parte politica ritiene che dovrete assumervi interamente la responsabilità di andare verso un nuovo disastro sul piano dell’umanità, dell’efficienza e degli interessi, non solo dei lavoratori che vengono in questo Paese ma anche degli italiani che ci vivono.
Quest'estate sono stato a Lampedusa nei giorni in cui si verificavano i primi sbarchi. Ebbene, in quell'occasione, la vostra capacità di organizzazione ha fatto saltare i nervi a tutti: agli immigrati, che sono stati ospitati in 400-500 in un centro di accoglienza per 76 persone; a chi vive di turismo in quell’isola che ha visto modificata la propria immagine; ai molti turisti che non hanno potuto prendere il loro traghetto, perché con questo veniva fatto altro. Abbiamo speso decine di migliaia di euro; ho presentato un’interrogazione per sapere quanto è stato speso affittando due Hercules C-130. Vi erano condizioni sanitarie che non esistono nemmeno in un canile.
E allora, o questa legge garantirà un minimo di speranza per i nostri valori o la responsabilità di questo disastro ve la prenderete per intero. (Applausi dei Gruppi Mar-DL-U e DS-U).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Ripamonti. Ne ha facoltà.
RIPAMONTI (Verdi-U). Signor Presidente, anche il Gruppo dei Verdi si augura che tramite la discussione che stiamo facendo e le votazioni che svolgeremo sia possibile apportare alcune modifiche migliorative al provvedimento.
La soluzione che la maggioranza ha adottato e che rappresenta la novità derivante dal lavoro di Commissione credo non sia adeguata a risolvere i problemi che abbiamo di fronte: è emersa una soluzione pasticciata, caotica, che aumenta la burocrazia e non risolve i problemi.
Per fare un esempio - ma ve ne sarebbero molti altri - grazie all’emendamento 3.1000, presentato dai relatori, oggi la maggioranza e il Governo hanno scoperto (ma noi l’avevamo già denunciato) che l'articolo 1 del provvedimento è privo di copertura finanziaria. Il Governo, dopo aver emanato da più di quindici giorni questo decreto-legge, si accorge che l’articolo 1 deve essere coperto finanziariamente e così i relatori presentano il suddetto emendamento. La cifra, naturalmente, non è astronomica, ma non è tanto questo il problema, signor Presidente. La relazione tecnica ci indica, appunto, che l’articolo 1 deve essere adeguatamente coperto.
Mi sembra che siano ancora presenti degli strafalcioni, perché nel provvedimento si prevede, ad esempio, di fare una media di tre persone per provincia che dovrebbero fare un lavoro straordinario di 20 ore mensili: mi chiedo come sia possibile stabilire una media di tre persone per provincia. A Milano gli attuali centri di accoglienza che stanno svolgendo un’operazione di consulenza nei confronti degli immigrati ricevono alcune centinaia di domande tutti i giorni. Mi chiedo come sia possibile ritenere che una media di tre unità per provincia sia sufficiente a far fronte alle richieste di cui all’articolo 1.
Ci sarebbero poi altre questioni da definire. In sostanza, signor Presidente, la soluzione adottata è pasticciata e difficile da porre in essere. Ciò è dovuto, intanto, alle rilevanti divisioni interne che si sono palesate in queste settimane nella maggioranza, perché credo che sul tema non vi sia solo una divisione di carattere politico, ma divisioni di natura ideologica, o meglio di collocazione culturale.
Le mediazioni (che naturalmente in politica sono sempre positive: in politica la mediazione è uno degli strumenti che deve essere adottato, soprattutto quando si tratta di governare con maggioranze di coalizione) in questo caso non sono state indirizzate a risolvere i problemi, ma piuttosto a cancellarli. Ne è derivata questa soluzione pasticciata.
Rimangono aperti alcuni problemi rilevantissimi, che non sono stati affrontati nella discussione che si è svolta in queste settimane in Commissione e che si sta tenendo adesso nell’Aula del Senato. Vi sono molti immigrati che denunciano di essere costretti ad anticipare la somma che dovrebbe essere versata dagli imprenditori. Ho presentato al riguardo un'interrogazione e vedremo quando riceverò risposta. Questo, però, è un problema concreto: molti immigrati - ci è stato riferito - denunciano il fatto che gli imprenditori chiedono loro di anticipare la somma che dovrebbe invece essere versata dagli imprenditori medesimi.
Noi non ci occupiamo di queste cose. In Aula e in Commissione, nelle scorse settimane, ci siamo domandati, ad esempio, se la quota dei lavoratori regolarizzati dovesse essere stralciata: non abbiamo affrontato i problemi reali, ma altre questioni.
Vi sono immigrati che sono costretti a firmare lettere di licenziamento in bianco al datore di lavoro e, quando la regolarizzazione sarà effettuata, queste lettere diverranno immediatamente esecutive e gli immigrati torneranno in nero.
In questa settimana sono nate, per l'occasione, ditte fantasma che dovrebbero regolarizzare gli immigrati contro il versamento di adeguate tangenti; a Milano si parla di cifre che vanno da 2.000 a 10.000 euro.
Queste sono solo alcune delle questioni che abbiamo sollevato e che sono rimaste irrisolte. Per esempio, per quanto riguarda l'eventuale regolarizzazione dei periodi pregressi al 10 giugno, la formulazione della norma non è assolutamente chiara.
Circa le spese per l'alloggio il testo è indecifrabile e potrebbe dare adito a situazioni di malcostume. Dobbiamo specificare che quando si parla di spese per l'alloggio deve trattarsi di affitto regolare perché non possiamo pensare, ad esempio, che il datore di lavoro possa detrarre fino a un terzo dello stipendio dovuto al lavoratore essendo magari anche proprietario dell'alloggio che poi viene affittato all'extracomunitario. Al danno si aggiunge la beffa: non solo il datore di lavoro percepisce l'affitto, ma ha anche la possibilità di detrarre un terzo dello stipendio dovuto all'extracomunitario.
Non è risolta la questione dei contratti a termine inferiori all'anno. In tal modo si restringe in maniera evidentissima la platea dei beneficiari lasciando fuori, per esempio, tutti i lavoratori irregolari del settore dell'agricoltura. Non è previsto assolutamente niente per quanto riguarda i cosiddetti immigrati che svolgono un lavoro autonomo. Vi sono, quindi, questioni che credo meritino di essere affrontate o esaminate più approfonditamente.
Dicevo della mediazione che è stata raggiunta tra le forze di maggioranza. La mediazione prevede la regolarizzazione di tutti quelli che hanno un lavoro anche se hanno il solo foglio di via, con alcune eccezioni, come i recidivi rientrati, coloro che si sono sottratti al riaccompagnamento alla frontiera, coloro che sono stati denunciati per reati previsti dagli articoli 180 e 181 del codice di procedura penale o rappresentano un pericolo per l'ordine pubblico.
È evidente che una siffatta griglia di esclusioni limita fortemente la platea dei beneficiari, ma la questione che voglio sollevare, signor Presidente, non è tanto questa. Mi chiedo come si possa pensare ad una norma così macchinosa e poi, per di più, affidare la responsabilità della valutazione di queste procedure ai prefetti. Se non è un aumento vertiginoso delle pratiche amministrative e burocratiche, mi chiedo cosa sia.
In ogni caso, nel merito, la questione è che chi è denunciato non può accedere alla regolarizzazione. Credo che la norma sia incostituzionale perché la nostra Costituzione prevede che, finché non si è condannati in modo definitivo, si è innocenti. Inoltre, come si può pensare di escludere con una terminologia molto generica e - io credo - pericolosa chi rappresenta un pericolo per la società? Cosa vuol dire?
La conclusione di tutto questo ragionamento è che la Lega ha fatto una grande campagna ideologica - è ovvio ed è sotto gli occhi di tutti - ma alla fine, sulla sostanza, ha abbassato le ali. La soluzione che è stata adottata è certamente un passo in avanti rispetto alla prima formulazione, ma a nostro giudizio è inadeguata e inefficace.
Pertanto, signor Presidente, qualora non si riesca a modificare positivamente il provvedimento, preannuncio sin d'ora che, nonostante si tratti di una regolarizzazione auspicata e auspicabile, il voto dei Verdi sarà contrario. Naturalmente siamo contenti che una parte degli irregolari possa iniziare a regolarizzarsi e ciò provocherà benefici anche per le casse dello Stato, ma la soluzione adottata è molto caotica, difficilmente applicabile e, sotto certi aspetti, inefficace.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Vanzo. Ne ha facoltà.
VANZO (LP). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signori rappresentanti del Governo, il 6 settembre scorso il Consiglio dei ministri ha votato un decreto-legge con cui si dispone la legalizzazione del lavoro irregolare di extracomunitari presenti nel nostro Paese, similmente a quanto era stato previsto, per le colf e le cosiddette badanti, all'articolo 33 della legge n. 189 del 30 luglio 2002 (legge Bossi-Fini); impegno che il Governo si era assunto proprio all'atto dell'approvazione definitiva in quest'Aula di quella legge.
È evidente che, se non dovessimo confrontarci con gli effetti disastrosi delle politiche migratorie dei Governi precedenti, se potessimo escludere che accanto al milione e 400.000 extracomunitari regolari presenti in Italia ne potrebbero esistere altrettanti di clandestini, se non fossero soltanto 400.000 gli extracomunitari che in modo regolare si trovano alle dipendenze di datori di lavoro, se non fossero circa 240.000 gli extracomunitari che, iscritti nelle liste di collocamento, non si sa bene cosa facciano e come vivano, la nuova legge sull'immigrazione sarebbe adeguata e sufficiente.
Questo provvedimento, lungi dall'essere ciò che tanta gente avrebbe voluto che fosse, cioè una sanatoria, non fa altro che convogliare nel percorso virtuoso della nuova legge migliaia di persone che altrimenti vivrebbero ai margini della società, sempre che non abbiano commesso reati o infranto le nostre leggi.
Non è nello spirito di questi provvedimenti puntare ad una naturalizzazione o ad un'integrazione di massa nel nostro Paese di gente che viene da ogni parte del mondo; questa è stata la pretesa velleitaria di chi ha gestito nella maniera più meschina, squallida e improvvisata possibile un fenomeno di portata planetaria.
L'attuale Ministro per le riforme, in collaborazione con il Ministro del lavoro, si è più umilmente proposto di affrontare il problema semplicemente dal punto di vista del lavoro, in primo luogo perché tanta di questa gente cerca unicamente un modo per sopravvivere o vivere in condizioni migliori e, da che mondo è mondo, a noi hanno insegnato che questo è possibile, per esempio, lavorando, in secondo luogo perché, se il lavoro e il benessere economico che di solito gli sta attorno esistessero anche nella loro terra d'origine, non rischierebbero la vita per venire qui.
È un buon criterio il lavoro per individuare - in un caos di gente a noi estranea, dai tratti somatici diversi dai nostri tali da impedire di riconoscerli con facilità, che fa sorgere in noi automaticamente, quando incontriamo queste persone, il dubbio che siano quelli che vanno a rubare di notte nelle case, che siano le donne che vanno a prostituirsi per strada, che siano quelli che sfruttano gli esseri umani, che vendono bambini, che ammazzano - per riconoscere un mondo di povera gente, di persone disposte ad allontanarsi dalla loro terra d'origine pur di aiutare la famiglia, di famiglie unite dalle loro tradizioni, usi e religione, che aspirano solamente ad una vita dignitosa.
È da sempre che la Lega Padana condanna con forza la solidarietà ingannevole di chi, sia esso individuo, datore di lavoro o fantomatica organizzazione a scopo umanitario, della confusione e della clandestinità ha approfittato per trarre profitti.
È assurdo, inverosimile ed incredibile che la Lega padana, movimento che si è prefissato l’obiettivo di eliminare lo sfruttamento degli extracomunitari attraverso il lavoro nero, che ha preteso per loro un alloggio decente per vivere, un contratto di lavoro in piena regola con le tutele ad esso connesse, che vuole adoperarsi per ridurre, almeno in parte, quell’oltraggioso fenomeno della prostituzione che siamo costretti a vedere per strada, sotto le nostre case, che ha voluto condanne dure per i commercianti di esseri umani, è inverosimile che questo movimento sia tacciato di razzismo e xenofobia.
Al tempo stesso, respingiamo con sdegno le strumentalizzazioni di certi episodi avvenuti come, per esempio, quello degli extracomunitari che pretendono un’abitazione dagli enti locali: quella è già espressione di una mentalità di persona aggressiva, irriverente, prepotente, che non rispetta e non riconosce la nostra ospitalità e che merita di essere espulsa.
Abbiamo seguito passo dopo passo l’iter dei provvedimenti in materia di immigrazione, abbiamo vigilato sull’andamento dei lavori avendo a cuore che il buonismo gratuito, la demagogia e gli interessi occulti e mascherati di umanità non svuotassero di contenuti e di efficacia provvedimenti volti alla tutela dei diritti umani inviolabili, sia che si parli di marocchini che di italiani, consci del fatto che la situazione generale politica ed economica di questo momento ci impone scelte chiare e massima determinazione ma non ci incoraggia certo ad irrigidirci in posizioni divergenti su tesi che, in linea di principio, condividiamo con gli alleati di maggioranza.
Non sono tanto lontane dal nostro tempo le storie dei moltissimi veneti, piemontesi, lombardi, pugliesi, calabresi e siciliani che sono emigrati verso Paesi lontani e che ci raccontano le mille traversie che hanno affrontato, le quarantene, le verifiche, i controlli e il trattamento particolare a cui venivano sottoposti dalle autorità del Paese ospitante, proprio per il fatto che miravano ad entrare nella vita lavorativa, nella vita sociale, di quel Paese.
Ci risulta incomprensibile ai nostri giorni prendere atto che, a fronte di mille intrecci burocratici che obbligano noi a rendere nota la nostra identità, la nostra situazione patrimoniale, i nostri obblighi verso le istituzioni, ci sia un vuoto normativo nei riguardi degli stranieri tale per cui questi possono vivere nel nostro Paese, trafficare, commerciare, lavorare, possedere case ed auto rimanendo, con troppa facilità, nella clandestinità.
Le statistiche sull’incidenza di reati a carico di extracomunitari che entrano clandestinamente in Italia fanno pensare che l’aver messo a disposizione delle Forze dell’ordine la possibilità di effettuare rilievi dattiloscopici sia il provvedimento minimo ed indispensabile affinché la loro opera di controllo e prevenzione del crimine, di allontanamento di coloro per i quali verrà decretata l’espulsione sia efficace.
Auspichiamo che il presente disegno di legge possa apportare il suo contributo di giustizia sociale senza stravolgere, naturalmente, la programmazione dei flussi migratori che si basa sulle effettive necessità di forza lavoro delle Regioni che hanno la capacità di offrire speranze per una vita dignitosa. (Applausi dai Gruppi LP, FI e AN. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Maffioli. Ne ha facoltà.
MAFFIOLI (UDC:CCD-CDU-DE). Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, onorevoli colleghi, il provvedimento oggi all’esame dell’Aula reca norme in materia di legalizzazione del lavoro irregolare svolto da lavoratori extracomunitari, completando quanto già previsto dall’articolo 33, della legge 30 luglio 2002, n. 189 per le colf e badanti.
Queste norme vanno a soddisfare le aspettative relative alla legalizzazione dei lavoratori extracomunitari occupati irregolarmente presso le imprese. Un provvedimento fortemente auspicato dal Gruppo dell’UDC ed atteso da numerosi imprenditori al fine di regolarizzare persone che svolgono lavori spesso rifiutati dai nostri connazionali.
La concessione di una possibilità di regolarizzazione anche per altri dipendenti extracomunitari, oltre alle citate colf e badanti, era peraltro oggetto di un ordine del giorno presentato in quest’Aula ed accolto dal Governo durante l’esame dell’atto Senato n. 795-B, poi convertito nella citata legge n. 189.
Quindi, il Governo bene ha fatto ad emanare le disposizioni all'esame, comprendendo la necessità e l'urgenza per l'entrata in vigore di norme che sono dai più auspicate. Non è, come qualcuno vuol far credere, frutto di un ripensamento: il ritardo nell'emanazione di questo decreto-legge è frutto anche di un accordo nella maggioranza perché si voleva meglio capire come disciplinare il fenomeno dell'emersione dal lavoro nero degli extracomunitari.
Siamo consapevoli che il provvedimento non risolverà completamente il problema immigrazione, ma sicuramente il fatto di creare le condizioni perché possano essere regolarizzati tutti coloro che svolgono un lavoro e che rispettano i requisiti contenuti nelle norme in approvazione rappresenta un punto di partenza fondamentale per evitare la circolazione di numerosi clandestini nel Paese. Del resto, anche la cronaca di questi giorni, ad esempio nella mia provincia di Varese, ha registrato rapine e furti ed è stato chiarito in maniera inequivocabile che gli autori sono extracomunitari.
Siamo anche consapevoli che queste nuove norme, che vanno ad integrare la citata legge n. 189, possano rappresentare un punto di partenza per sviluppare politiche diverse rispetto al fenomeno dell'immigrazione clandestina, che dovremmo tenere sotto controllo attraverso accordi di collaborazione e cooperazione bilaterale con alcuni Paesi.
Del resto, gli ultimi tragici eventi, con numerosi clandestini annegati, spingono per una veloce approvazione di queste norme. Occorrono chiarezza e regole certe e quando entreranno in vigore queste norme avremo regole certe: chi è in Italia e ha un regolare lavoro può restare, chi non ha un lavoro regolare deve tornare nel proprio Paese, chi vuole venire nel nostro Paese deve prima avere un lavoro e una casa. Queste crediamo siano regole fondamentali per far sì che gli immigrati vivano in condizioni civili, che sia evitato lo sfruttamento e sia impedito ai datori di lavoro di utilizzare manodopera a basso costo.
I lavori in Commissione hanno consentito di apportare miglioramenti che permettono la regolarizzazione anche dei clandestini nei confronti dei quali sia stato emesso un provvedimento di espulsione per motivi diversi dal mancato rinnovo del permesso di soggiorno, con una serie di garanzie che comunque portino al rispetto rigoroso dello spirito della legge n. 189.
L'approvazione del provvedimento diventa necessaria ed urgente per permettere l'entrata in vigore di norme che consentano - come da tutti auspicato - di iniziare un nuovo capitolo per la gestione del fenomeno immigrazione. Come giustamente sottolineava questa mattina il relatore Zanoletti, puntiamo ad una legalità nella solidarietà ed è quanto da noi auspicato come parte politica dell'UDC.
Vorremmo anche sottolineare che la moderazione determinata che ci ha contraddistinto in questo dibattito ha provocato quel sereno confronto nella maggioranza e quel dibattito costruttivo che vanno sicuramente nella direzione della soluzione di un problema grave che ci coinvolge tutti. (Applausi dai Gruppi UDC:CCD-CDU-DE e AN).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Toia. Ne ha facoltà.
TOIA (Mar-DL-U). Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, colleghi, sebbene la tentazione di rinunciare, visto il disinteresse dell'Aula per questo provvedimento sia forte, credo valga la pena e sia comunque doveroso per noi ribadire in questa sede le nostre idee e dire una parola forte contro la politica per l'immigrazione di questo Governo e di questa maggioranza.
Una parola che diciamo non in maniera preconcetta ma convinti, con argomentazioni - come quelle svolte questa sera dai miei colleghi della Margherita e in occasione dell'approvazione della legge n. 189 - che vogliono dire: ripensate complessivamente a come avete posto la questione nel Paese; ripensate complessivamente ai messaggi che sono arrivati all'opinione pubblica; ripensate complessivamente anche alle soluzioni di tipo pratico, concreto, alle vie che sono state poste in essere dalla legislazione che avete attuato e state attuando.
Sono vie contraddittorie, vie inefficaci, messaggi che vanno nel segno di accarezzare, da un lato, le paure, le preoccupazioni, di compiacere tutto questo e nello stesso tempo poi di trovare facili scappatoie che peraltro non hanno neanche il pregio della facile applicazione e della chiarezza, come bene ha detto il collega Ripamonti contestando alcuni punti concreti del decreto-legge in conversione.
Credo sia importante sottolineare che voi, subito dopo il varo di una legge quale la Bossi-Fini, siete dovuti intervenire con un provvedimento fortemente contraddittorio, che è l’esatto opposto non solo del dettato di quella legge, ma dello spirito che l’ha accompagnata, sul quale avete fatto campagna elettorale prima e dopo, ma non avete stabilito un colloquio chiaro con il Paese (lo osservava prima il collega Petrini) come avrebbe richiesto la complessità del problema dell’immigrazione e delle sue cause. Avete fornito invece una rappresentazione semplicistica di questo problema, per riscuotere consensi senza farvi carico delle ragioni, delle motivazioni, del modo in cui la questione dell’immigrazione va affrontata.
Perché è contraddittorio questo provvedimento? Perché siete passati da una specie di demagogia con accenti di razzismo al lassismo. Non ci si dica che usiamo termini troppo forti, altrimenti mi vedo costretta a rileggere parole che sono frutto di prese di posizione di rappresentanti della Lega (rappresentanti che lei, collega senatore Calderoli, ben conosce), secondo le quali noi vogliamo "inquinare la nostra civiltà", noi che crediamo anche all’integrazione; poi ci sono i "preti che si riempiono le tasche approfittando della povertà di questi poveri immigrati", naturalmente "preti rossi", perché sono rossi quelli che la pensano diversamente; addirittura, "preti del diavolo", per i quali qualcuno, non so a che titolo, scomoda anche la voce e la posizione del Papa; poi, il clandestino "lo prendi e lo mandi fuori".
Qualche volta avete usato altre parole che io non voglio richiamare qui perché quest’Aula sta prendendo una china, con gesti, quali quelli oggi del Presidente del Consiglio e parole dette sotto voce, che è veramente non solo di maleducazione ma anche di disagio per tutti noi che crediamo nel rispetto delle istituzioni. Quindi, le parole erano più forti, non erano: "lo prendi e lo mandi fuori", bensì: "li butti fuori a…" e lascio a voi completare la frase.
Allora vedete, di fronte a queste parole, è giusto che noi vi facciamo notare che siete passati, ripeto, da una specie di demagogia, dal razzismo al lassismo, perché, con il provvedimento oggi al nostro esame, dopo la grande demagogia, dopo il "mai più clandestini", "mai più irregolari" (pochissimi anche immigrati regolari, insomma; si poteva dire: "mai più immigrati, tranne quel poco che serve per la nostra economia"), avete ceduto, da un lato, a una specie di lassismo, di risposta - come dire? - prona ad esigenze di tipo produttivistico, economicistico.
Non c’è stato un ragionamento sull’immigrazione come una necessità, da un lato, e una risorsa, dall’altro, come una legge dell’economia, se volete, ma intesa in tutta la sua complessità, come motore di sviluppo economico e umano; c’è stato invece un ragionamento che ha fatto leva, diciamo, sul prendere come una necessità, ripeto, le regole economicistiche e produttivistiche: mancano braccia e allora queste braccia che sono presenti nel nostro Paese, che lavorano e che poi si nascondono quando finiscono di lavorare, perché sono irregolari, facciamole diventare contratti, emersioni, pagamenti, regolarizziamole. Voi chiamate elegantemente "legalizzazione" ciò che è una sanatoria.
Allora, quei manifesti che ho visto in giro a Roma, il giorno dopo l’approvazione della legge Bossi-Fini, che dicevano che avevate mantenuto l’impegno: basta irregolari, basta immigrati, fuori tutti, mi piacerebbe rivederli con scritto sotto: "Ci siamo sbagliati: quando dalle parole passiamo all’onere di governare, ci rendiamo conto che i problemi sono complessi e che richiedono soluzioni ragionevoli, fattibili, realistiche".
Tra il dire e il fare c’è di mezzo il governare e il governare pone dei problemi. Altro è dire, come ha fatto qualche collega della Lega, che ci si trova di fronte ai problemi di prima: prima si è governato, anche con le difficoltà delle scelte, e oggi vi trovate di fronte a questa esigenza e date una risposta impropria e cattiva.
Allora noi avremmo voluto che diceste qui non: "Ci serve questa soluzione opportunistica, facciamo quest’accordo, questa mediazione", ma: "Sì, è vero, quando si governa si deve prendere atto della realtà, dei problemi che ci sono, si deve dare una risposta a chi è qui, a chi lavora e quindi si sanano queste posizioni irregolari". Lo diremo anche nelle piazze, alla gente che incontreremo che, dopo aver detto: "Mai più sanatorie, mai più irregolari, mai più clandestini", state mettendo in regola, state sanando le posizioni anche degli espulsi.
Se nel nostro Paese la stampa fosse più libera, direbbe che la Lega si è piegata ad alcune componenti della maggioranza, ma noi lo capiremmo, diremmo che è una necessità. Invece, si nasconde, a parole, un accordo che ha visto qualcuno vincere e qualcuno perdere, e perdere malamente perché sono inseriti anche gli espulsi, basta che non abbiano commesso gravi crimini. Credo che questo sia il minimo che si possa chiedere.
Possiamo convenire sull'esigenza di salvaguardare chi lavora. A tale riguardo partecipai anche ad un dibattito con il sottosegretario Mantovano in una sede di focolarini fuori Roma. Come lui ricorderà, eravamo in vista di una sanatoria, forse quella del 1998-1999, e venni accusata perché presentavamo quella sanatoria, davamo un cattivo messaggio fuori, premiavamo posizioni irregolari.
Spiegammo che tra il bianco e il nero, cioè tra il clandestino che delinque e chi è in Italia in regola, c'è un'area grigia: quella di chi è irregolare - e dunque per la legge da punire - ma lavora, non delinque, non ha comportamenti delittuosi. Il nostro interesse è far emergere quest'area grigia, farla diventare un'area regolare, bianca, perché chi si trova in quell'area grigia vive male, vive braccato anche se non commette crimini. Questa sorte non gli tocca perché delinque, fa una vita da braccato perché è qui in modo irregolare, però lavora, contribuisce all'economia; tuttavia è più facile preda del mondo criminale organizzato. Pertanto, è nostro interesse, anche sotto il profilo della sicurezza, che emerga, che diventi regolare.
Per queste ragioni di buon senso, di buon governo siamo stati accusati di lassismo, di sanatorie indiscriminate, i soliti cattolici o comunisti - come dipingete voi coloro che appartengono allo schieramento del centro-sinistra - che aprono le braccia a tutti. Vorrei che vi rimangiaste quelle parole.
Voterei a favore di questo decreto-legge con tutte le incertezze che ha, le contraddizioni, gli errori, la mancanza di chiarezza, la possibilità di sfruttamento di colf, badanti e lavoratori dipendenti che dovranno anticipare, come si segnala, di tasca propria i contributi, se qualcuno dicesse: "Abbiamo sbagliato, questi sono i problemi che vanno affrontati e dunque una sanatoria si impone, non solo per le necessità del mercato, per gli imprenditori veneti o laziali o per gli agricoltori lombardi. Una sanatoria si impone perché qui c'è gente che lavora, che ha una vita, che è già inserita ma ha bisogno di trovare la sanzione della propria esistenza nel nostro Paese, della sua regolarità. Si tratta di persone che hanno maturato il diritto ad avere una regolarizzazione". Questo dovreste dire, rimangiandovi le parole che tutti voi, senatore Calderoli, avete detto al vento accusandoci e rappresentandoci falsamente.
Finita la stagione dei proclami, della legge dura perché si doveva rispondere ad un'istanza per la quale si era ottenuto un voto sull'onda della paura, oggi si cambia completamente registro senza spiegazioni, perché non si ha l'onestà morale e politica di dire: "Queste sono le cose vere; lì abbiamo sbagliato, ci rimangiamo quelle parole". Non c'è questa serietà.
C'è stato un gran trafficare di contatti; si è detto che si trattava di una posizione invalicabile, poi è stata valicata, poi si è posto un altro paletto, sempre dicendo all'opinione pubblica: "Mai quelli", perché al popolo sfruttato si deve far credere che c'è comunque un nemico, che c'è comunque un obiettivo. Ma poi si tratta la resa, per quanto riguarda la Lega, alle istanze presenti all'interno della maggioranza e alle pressioni all'esterno.
Vi chiediamo allora serietà, ammissione di un cambiamento radicale di rotta. Auspichiamo che questo cambiamento radicale diventi anche il ripensamento di una politica che vedeva nell'immigrazione il male, la contaminazione del sangue, la causa di tutti i problemi della nostra società. Davvero dopo questo decreto potrebbe esserci l'occasione per un ripensamento, ma anche per l'ammissione delle profonde contraddittorietà e ambiguità che hanno animato la vostra linea su questo tema.
Facciamo seriamente sì che la clandestinità sia sconfitta dalla facilitazione degli arrivi regolari per le quote che riteniamo siano giuste. Anche a tale riguardo la vostra politica premia in qualche modo i furbi o coloro che si arrangiano al di là della legge. L'imprenditore che per i suoi interessi ha fatto ricorso agli irregolari a questo punto vede sanata la sua situazione; il piccolo artigiano che ha aspettato la possibilità di assumere regolarmente coloro che arrivano con i flussi viene un'altra volta punito da una modalità che voi introducete, che appunto premia chi sceglie le vie dell'irregolarità e punisce chi aspetta di agire nella trasparenza e nella regolarità.
Il decreto sui flussi non viene fuori. Infatti, quando tutti coloro che avranno avuto la regolarizzazione, nonostante il provvedimento di espulsione, vedranno sanata la loro posizione sulla base di una delle ultime proposte (se non è stata cambiata nel frattempo mentre noi facevamo altre cose e non potevamo vedere gli emendamenti) si vedrà che costoro sono tanti, e allora molto probabilmente quest’anno il decreto sui flussi non si farà.
Il sottosegretario Mantovano, che conosce bene questi problemi, dovrebbe ammettere che, se c’è questa compressione dell’arrivo dei regolari, è chiaro che la valvola di sfogo diventa poi la necessità di una sanatoria. Ma nel frattempo si aumenta e si facilita l’arrivo degli irregolari.
Quindi, noi abbiamo ragione quando affermiamo che la legge Bossi-Fini dà un bel contributo all’aumento degli irregolari nel nostro Paese, rendendo invece difficile l’arrivo di un’immigrazione regolare, che non debba pagare i pedaggi, non debba sottostare a tutto questo, non debba correre il rischio di morire per arrivare appunto, come diceva il collega Battisti, dai Paesi della fame e della guerra fino a qui.
Sarebbe facile per noi sostenere che quelle battigie vuote che avevate proposto e promesso nel Sud sono diventate battigie macchiate di sangue. Non lo facciamo, attribuendovi una responsabilità. È così: c’è un aumento delle situazioni di tragico arrivo da morti dei clandestini sfruttati, che dovrebbe farvi pensare e dovrebbe farvi ammettere che nel giro di un anno, un anno e mezzo (il tempo in cui è al Governo questa maggioranza), tranne l’ultimo accordo con la Tunisia e forse quello con Malta, non sono stati stipulati accordi di riammissione con i diversi Paesi.
E quando voi, anche qui demagogicamente, affermate di volerli rimandare indietro, non ci spiegate dove intendete mandarli, non essendoci un Paese che riaccolga i clandestini usciti irregolarmente. Si chiama accordo di remissione, si chiama fatica di contatti e di lavoro con questi Paesi; si dovrebbe tentare di aiutare lo sviluppo. Voi vi responsabilizzate sulle partenze, ma non potete ridurre gli stanziamenti per la cooperazione, come fate, facendo pagare ai popoli gli errori dei loro Governi e le complicità dei loro Governi magari con chi organizza il traffico clandestino.
E a proposito di traffico clandestino, poco fa era qui presente il Presidente della Commissione giustizia, che è persona che io stimo sinceramente, che sa bene che non si è trovato il tempo (e lui sta studiando qualche escamotage) per portare in Aula il provvedimento che punisce il traffico degli esseri umani. C’è gente trafficata, cioè che è oggetto di traffico, importata, sfruttata, e noi, anche qui, pronunciamo solo parole.
Lo ha fatto il Governo nella Conferenza dell'OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) a Bruxelles annunciando severità contro i trafficanti, accoglienza per chi arriva, e altri slogan del genere. Nessuna severità, nonostante Berlusconi l’avesse promessa a don Benzi, quando lo ricevette alla presenza di tanta stampa informata. Ma la legge che punisce il traffico di esseri umani, introducendo nel nostro codice questo reato, è ancora ferma in Commissione giustizia.
L’esame in Commissione è concluso da mesi, ma questo Parlamento si è dato altre priorità sulla giustizia, non internazionali, ma interne e ristrette a pochi soggetti. Quindi, anche quella legge ferma potrebbe essere davvero un contributo, perché quegli organizzatori bloccati, quelle reti di traffico che si stanno individuando adesso dalla Tunisia o da altri Paesi, potrebbero davvero trovare un codice che li punisce, una giustizia severa. Invece oggi questo reato non è ancora presente nel nostro codice. E quindi lasceremo agli arzigogoli dei diversi avvocati difensori, piuttosto che alla difficoltà dei magistrati, di poterli punire, e punire severamente.
Anche questo è un punto che manca, come mancano gli accordi di remissione, manca una politica. Basterebbe solo che la maggioranza ed il Governo definissero questo provvedimento una priorità e che il Senato trovi due o tre ore per discuterlo. Ma questo tempo non si trova; al contrario, se fra qualche giorno dovesse arrivare un provvedimento di interesse particolare, sicuramente la maggioranza nella definizione del calendario dei nostri lavori troverà lo spazio per discuterlo.
Dico questo per sensibilizzare qualcuno sul fatto che sarebbe il caso che il traffico di esseri umani trovi una sanzione nel nostro codice e che il Senato la introduca sollecitamente. In fondo, si tratta di dare attuazione a dei trattati internazionali, dato che l’Italia ancora non è in regola né con la Convenzione ONU di Palermo su questo punto né con le altre posizioni comuni a questa povera Europa che, volendo mettere a punto una comune politica migratoria, invita tutti i Paesi a recepire nei propri codici questo reato. Altrimenti le multinazionali del traffico, che sanno bene dove le maglie sono larghe, posizionano le loro realtà nei diversi Paesi e noi non possiamo fare giustizia né in Italia, né a livello internazionale, di queste correnti di traffico che introducono nel nostro Paese persone come se fossero oggetti, oggetti clandestini che pagano prima di arrivare, pagano quando sono qui, perché si indebitano per i prossimi anni e rappresentano una delle nuove forme di schiavitù.
Questo decreto allora non ci piace, perché è pieno di contraddizioni, al di là del fatto che riteniamo sia giusto regolarizzare - lo diciamo perché l’avevamo fatto, assumendoci tutta la vergogna che voi ci avete buttato addosso - chi è qui, chi lavora, chi non delinque e fa una vita grama, non solo perché serve alla nostra economia ma perché questo è un pezzo di quella giustizia internazionale che diventa sempre più un elemento, non solo di solidarietà, ma anche di una visione più serena e sicura dei rapporti tra Paesi sviluppati e non sviluppati. Tutto questo deve diventare una strada che fa cambiare rotta al Governo e alla maggioranza.
Vorrei, e me lo aspetto ancora, signor presidente Calderoli, che la Lega dica di aver sbagliato ad additare questo come un rischio, a dire che la sanatoria era il peggiore dei mali e che la maggioranza di centro-sinistra e il suo Governo aveva fatto passi falsi. Ha fatto i passi giusti, ha posto le condizioni perché, con gli aggiustamenti che voi avete apportato alla cosiddetta legge Turco-Napolitano - che noi certamente non condividiamo - ci fosse uno strumento di governo di questa realtà, anche per riflettere su che cosa significa essere immigrati e cosa vuol dire compiere uno sforzo affinché nelle relazioni tra paesi sviluppati e paesi in condizioni di assoluto disagio si possano instaurare rapporti non di rapina, sfruttamento o subalternità ma di convivenza, tolleranza e solidarietà, se queste parole hanno ancora un senso oggi, nella nostra Italia. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U e DS-U).
PRESIDENTE. Senatrice Toia, quando si rivolge alla Presidenza, vorrei farle presente che, nel mio caso, sono una parte terza e che quindi non ho assolutamente la possibilità di rispondere poiché devo svolgere una funzione completamente super partes.
Quindi, se intende rivolgersi al partito per il quale sono stato eletto, si rivolga pure al suo Capogruppo; credo sia più indicato.
È iscritto a parlare il senatore Magnalbò. Ne ha facoltà.
MAGNALBO' (AN). Signor Presidente, signor Sottosegretario, amici senatori, il provvedimento in esame, come sappiamo, costituisce il completamento della normativa riguardante il fenomeno dell’immigrazione in Italia. Già il 19 febbraio scorso ebbi modo di illustrare in Aula la puntualità, la modernità e l’equilibrio della cosiddetta legge Bossi-Fini, nell’affrontare il tema dell’immigrazione contro una cervellotica politica della sinistra, che, oltretutto, testimonia una grave spaccatura tra la sua classe dirigente e la sua base elettorale, la quale non accetta assolutamente discorsi di questo tipo.
Tale legge è la testimonianza che l’Italia sa accogliere con umanità e dignità gli immigrati, cercando di evitare l’ingresso di chi non ha posto di lavoro ed è inevitabilmente destinato ad entrare nel giro della criminalità o a fare una vita di espedienti sulla strada.
Alleanza Nazionale, fin dal congresso di Verona, ha affrontato il problema dell’immigrazione, connesso a quello della diminuzione demografica, e si è sempre trovata d’accordo nel considerare che molte forze di lavoro possano provenire dal mondo dell’immigrazione.
Alleanza Nazionale sa bene che nel bacino del Mediterraneo esiste un grave squilibrio tra i paesi della sponda nord, a limitatissima crescita demografica (13 milioni di unità entro il 2015) e quelli della sponda sud (170 milioni di unità nello stesso periodo). E’ un problema che naturalmente non può essere risolto solo con provvedimenti di espulsione e di respingimento.
Alleanza Nazionale ha però sempre ribadito che l’ingresso in Italia deve avvenire sotto l’egida di regole ben precise riguardanti l’ordine pubblico, la dignità dei soggetti e la migliore convivenza con la popolazione locale.
Alleanza Nazionale ha poi non solo accolto con favore norme riguardanti l’emersione del lavoro irregolare - vedi l’articolo 33 della legge Bossi-Fini - fondate su criteri di ragionevolezza e di equità, ma ha dato il suo contributo in proposito, sempre avendo presente il rispetto per l’ordine pubblico, la tutela della sicurezza e le dovute garanzie per i cittadini italiani.
Ora il provvedimento in esame, rivolto ai lavoratori d’impresa, completa l’operazione ed è fondato sui medesimi criteri che hanno costituito la base della normativa precedente. Il punto centrale rimane quindi sempre la presenza di un posto di lavoro che garantisca la dignitosa permanenza dell’immigrato e del suo nucleo familiare nel nostro territorio. Tale criterio consente di combattere quella povertà piena di violenza e di dolore che ogni giorno mendica lungo le vie della città e che si fonda anche sullo sfruttamento dei minori.
Mi spiace che sia andata via la senatrice Toia perché, come ebbi modo di dire, è un segnale di estrema debolezza da parte del governo comunale di Roma, per esempio, tollerare il fatto che alcuni individui dormano sui gradini delle chiese del centro, avvolti nei loro cenci, senza che alcuno provveda a sistemarli in qualche centro di accoglienza.
Per questo riteniamo indispensabile che l’ingresso in Italia sia collegato ad un posto di lavoro e che chi viene in casa nostra senza rispettare questa regola, e quindi senza il nostro permesso, possa essere immediatamente riaccompagnato alla frontiera, e che chi commercia in schiavi e prostitute venga punito come si merita. Tali individui, tanto cari alla nomenclatura della sinistra, che in Parlamento conduce grandi battaglie in loro favore, a noi e a tutti gli elettori non fanno alcuna simpatia.
In relazione al provvedimento in esame, quindi, che si inserisce tra la normativa ragionevole in materia, e alla cui stesura ho fattivamente contribuito, il Gruppo di Alleanza Nazionale ritiene di poter esprimere con convinzione il proprio voto favorevole. (Applausi dal Gruppo AN).
PRESIDENTE. Colleghi, residuando due interventi, quelli dei senatori Villone e Pastore, considerata l'ora, rinvio il seguito della discussione dei disegni di legge in titolo ad altra seduta.