PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione generale.
Ricordo che i tempi a disposizione sono modesti; i Democratici di Sinistra hanno 28 minuti, salvo il tempo già impegnato.
È iscritto a parlare il senatore Gasbarri. Ne ha facoltà.
GASBARRI (DS-U). Signor Presidente, onorevoli colleghi, come Democratici di Sinistra condividiamo la necessità di convertire in legge il decreto-legge n. 122 dello scorso 20 giugno, relativo alle disposizioni concernenti proroghe in materia di sfratti, di edilizia e di espropriazione. La nostra consapevolezza non nasconde alcune perplessità e poggia esclusivamente sui contenuti dell'articolo 1, per evidenti ragioni di carattere sociale. L'articolo 1 riguarda infatti la sospensione delle procedure di sfratto per particolari categorie sociali fino al 30 giugno del prossimo anno.
Signor Presidente, la proroga della sospensione delle procedure esecutive di sfratto fino al 30 giugno riguarda soltanto alcune tipologie particolari di inquilini. Sono interessati coloro che nel nucleo familiare hanno ultrasessantacinquenni o handicappati gravi, coloro che non dispongono di altra abitazione o di redditi sufficienti ad accedere all'affitto di una nuova casa.
Noi crediamo però che la sospensione avrebbe avuto una connotazione di maggiore equità sociale se la casistica degli inquilini interessati avesse fatto riferimento anche al comma 5 dell'articolo 6 della legge n. 431 del 1998, ove si parla, oltre che degli ultrasessantacinquenni e degli handicappati gravi, anche degli iscritti nelle liste di mobilità, di chi percepisce un trattamento di disoccupazione o di integrazione salariale, di chi sia formalmente assegnatario di alloggio di edilizia residenziale pubblica ovvero di ente previdenziale assicurativo, di chi sia prenotatario di alloggio cooperativo in corso di costruzione o acquirente di un alloggio in costruzione, ovvero proprietario di un alloggio per il quale abbia bisogno di rilascio.
Questa, signor Presidente, onorevoli colleghi, è una proroga motivata dalla necessità di rendere più efficace il sostegno alle categorie sociali più disagiate, anche consentendo, con l'aumento del tempo disponibile, il completamento dell'attuazione dei programmi edilizi finanziati dalla legge n. 21 del 2001. Una legge, questa, che affronta i problemi del disagio abitativo e che ha stanziato importanti risorse per l'acquisto e la realizzazione di case destinate all'affitto con i canoni convenzionati, come previsto dalla legge n. 431.
È condivisibile l'opinione secondo cui, di regola, non può che essere il mercato a stabilire il punto d'equilibrio tra la domanda e l'offerta. Purtuttavia, soprattutto nel delicato settore degli affitti - delicato perché presenta rilevanti punti di disagio sociale - l'intervento tempestivo dello Stato è necessario per evitare che il problema della casa diventi una vera e propria bomba sociale.
Quello dello Stato è un intervento che ha visto negli anni scorsi il varo, da parte dei Governi di centro-sinistra, di misure di sostegno all'affitto, all'acquisto e alla ristrutturazione delle abitazioni. In particolare, sugli affitti, con la legge n. 431 del 1998, è stato possibile determinare il superamento della normativa del cosiddetto equo canone, nata per calmierare il mercato della casa, ma diventata poi causa di paralisi e di blocco dello stesso.
Con il superamento dei cosiddetti patti in deroga e con l'individuazione di due tipologie contrattuali tra proprietari e inquilini - quella dei contratti quadriennali stipulati in piena autonomia fra le parti e quella dell'adesione ad un contratto-tipo frutto di una convenzione tra le parti sociali interessate - la legge ha consentito di passare di fatto da un regime vincolistico ad una tendenziale liberalizzazione del canone, permettendo sia ai proprietari sia agli affittuari di vedere riconosciuti i propri diritti.
Nel ridefinire l’intera materia degli affitti, il legislatore con la legge n. 431 del 1998 ha sbloccato il mercato, che da tempo attendeva nuove regole capaci di tutelare l’affittuario e di lasciare al proprietario un orizzonte temporale certo entro il quale riavere l’immobile a disposizione. Una legge che il Parlamento ha varato, riuscendo a creare un equilibrio tra parti sociali contrapposte.
Ora però si tratta di uscire dal regime di proroga - per quanto riguarda gli affitti siamo alla terza proroga - e di cominciare ad applicare concretamente la legge n. 431, superando le contrapposizioni del 1998 e apportando tutte le modifiche che l’esperienza di questi anni ci ha suggerito.
Il Gruppo Democratici di Sinistra-L’Ulivo è favorevole al contenuto dell’articolo 1 del decreto-legge n. 122 del 2002 e tale accordo si motiva con la constatazione che, pur nei limiti che ho appena detto, lo stesso si muove comunque nel solco della consapevolezza della necessità di tenere sotto controllo il problema della casa.
Nello stesso tempo, riteniamo più opportuno, per le considerazioni svolte finora, sottolineare la necessità, a chi parla continuamente di una non meglio precisata riforma della legge n. 431 del 1998, che quando si affronterà tale questione si tengano sempre presenti al centro del discorso il senso di responsabilità e la ricerca dell’equilibrio fra i vari e contrapposti interessi dei soggetti in campo, che hanno portato al varo, appena tre anni fa, di questa attesa riforma del mercato degli affitti.
Gli articoli 2 e 3 di questo decreto-legge prorogano al 1° gennaio 2003 rispettivamente l’entrata in vigore del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di edilizia e del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di espropriazione per pubblica utilità.
Vorrei qui esporre alcune riflessioni, in particolare sull’articolo 2, cioè sulla proroga del termine di entrata in vigore testo unico per l’edilizia varato il 24 maggio 2001 dal Governo Amato.
Il testo unico ha operato una semplificazione della materia edilizio-urbanistica, riordinando la normativa relativa al settore delle costruzioni. Nel testo unico si prevede: la nascita dello sportello unico per l’edilizia; l’eliminazione dell’istituto dell’autorizzazione edilizia, demandando alla DIA (Dichiarazione di inizio attività) quanto finora è stato di competenza dell’autorizzazione edilizia stessa; la trasformazione della concessione edilizia in permesso di costruire.
Questo Governo, con la liberalizzazione delle ristrutturazioni di immobili contenuta nei cosiddetti primi interventi per il rilancio dell’economia ha esteso l’ambito di applicazione della DIA, anticipando alcuni dei contenuti che entreranno in vigore con il nuovo testo unico delle disposizioni in materia di edilizia.
È stata un’operazione che da una parte gli ha permesso di annettersi il merito politico di una semplificazione già operata dal Governo Amato mentre, dall’altra, ha significato la messa in campo di uno stratagemma per avviare una deregulation sulla gestione del territorio che può rappresentare il volano per una nuova stagione dell’abusivismo edilizio. In pratica, si consente di realizzare edilizia solo con il ricorso alla DIA e mettendo, quindi, tutto in mano agli imprenditori e ai professionisti incaricati da questi ultimi.
L’estensione della DIA è stata varata senza aver in alcun modo chiarito e anche semplificato il quadro normativo urbanistico. La maggiore libertà e i tempi più veloci rischiano di aprire la strada ad abusi edilizi nascosti proprio dietro la riduzione dei controlli dovuta al passaggio dal regime di concessione a quello basato sull’uso generalizzato della DIA.
Le disposizioni relative alla liberalizzazione delle ristrutturazioni di immobili sono state presentate, nella relazione al testo di legge portato all’esame del Parlamento, come una parziale anticipazione di quanto già contenuto nel testo unico in materia di edilizia che sarebbe dovuto entrare in vigore il 1° gennaio 2002. Due provvedimenti la cui contemporanea entrata in vigore crea problemi seri per tutti gli enti e i cittadini interessati alla loro applicazione. Sin da subito abbiamo avuto occasione di dire che sarebbe stato opportuno che fosse chiarito il rapporto fra le norme proposte nei primi interventi che avrebbero dovuto rilanciare l’economia e il testo unico. Ciò in quanto, a causa di un’evidente differenza di impostazione, queste disposizioni risultavano e risultano difficilmente integrabili.
Crediamo che nonostante questa proroga, quello che non si è riusciti a fare finora ben difficilmente potrà essere fatto da qui a fine anno. (Applausi dal Gruppo DS-U e del senatore Marino).
Presidenza del vice presidente CALDEROLI
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Malentacchi. Ne ha facoltà.
MALENTACCHI (Misto-RC). Signor Presidente, signori del Governo, colleghi senatori, alcuni tragici episodi avvenuti recentemente sono esemplificativi di quanto il problema abitativo sia ancora oggi acuto in Italia; si tratta di episodi che non appaiono degni di un Paese che si vanta di essere nel novero delle società più ricche e più influenti del mondo.
Mi riferisco all'episodio milanese, conclusosi tragicamente con la morte di un vice questore, alla mancata tragedia all'Eur a Roma e all'episodio napoletano di due anziani (entrambi ultrasettantenni, uno dei quali ammalato del morbo di Alzheimer), nei confronti dei quali è stata attivata da parte del tribunale una procedura di esecuzione di sfratto che desta qualche perplessità e che ha visto uno spiegamento di forze di polizia degno di tutt'altra causa.
Tutto questo fotografa una situazione che, per alcune fasce marginali della popolazione italiana, è e rimane ancora oggi straordinariamente viva ed è caratterizzata da un'acutissima questione sociale. La vicenda degli sfratti resta dunque in Italia un problema ben lungi dall'essere risolto e presenta una connessione strettissima con l'assenza totale di un'autentica politica abitativa, assenza che, per certi limiti, è ascrivibile anche ai Governi precedenti.
Oggi siamo chiamati a discutere e ad esprimere un voto su un provvedimento che interessa, a seconda delle stime, dalle 26.000 alle 60.000 famiglie nei confronti delle quali sono state attivate procedure di sfratto esecutivo. Queste famiglie si trovano in condizioni di assoluto disagio poiché - tutti lo sanno e anche noi dovremmo saperlo - si tratta di nuclei familiari con redditi bassissimi, nei quali sono presenti anziani o portatori di handicap.
Con il disegno di legge n. 1589 in esame non si affronta la questione relativa all'emergenza abitativa nella totalità dei casi delle famiglie sfrattate, ma soltanto le richieste di esecuzione dell'azione di rilascio che investono le famiglie più disagiate. Le famiglie interessate, in assenza di questo decreto-legge, che proroga le azioni di rilascio, avrebbero avuto come unica alternativa il passaggio dalla casa alla strada.
Non a caso, Rifondazione Comunista ha sollevato tale questione per prima, anche in sede parlamentare, unitamente alla necessità di questa proroga. Insieme alle associazioni sindacali, a quelle degli inquilini e all'ANCI abbiamo sostenuto l'assoluta necessità di questa proroga.
La questione degli sfratti rappresenta soltanto la punta di un iceberg. I dati, che credo siano noti a tutti, indicano quanto la questione abitativa rimanga aperta in Italia. Il Governo negli ultimi mesi ha aggravato la situazione, tagliando, a partire dalla sua prima legge finanziaria, di 150 miliardi di vecchie lire il già insufficiente fondo destinato al contributo affitti e ha scippato ai comuni la possibilità di utilizzare gli alloggi sfitti degli enti previdenziali trasferendoli, per la cartolarizzazione, alla società interessata, che dovrà venderli all'asta. In questo contesto, appare particolarmente grave il divieto per i comuni di poter acquistare gli alloggi sfitti degli enti previdenziali pubblici, così come previsto dalla legge n. 410, relativa, appunto, alla cartolarizzazione.
D'altronde, gli indirizzi del Documento di programmazione economico-finanziaria, approvato solo la settimana passata dal Parlamento a maggioranza, ci confermano che la proroga rappresenta davvero il fallimento della politica abitativa del Governo. La prossima legge finanziaria lo rimarcherà, perché non caratterizzata da congrui finanziamenti finalizzati per eliminare l'emergenza abitativa e per far tornare la casa un diritto, in particolare per i lavoratori monoreddito, per i disoccupati, per gli anziani e per le giovani coppie; insomma, far tornare l'intervento pubblico al ruolo istituzionale di sostegno a soggetti deboli e di calmieratore, in senso generale, del mercato, attraverso una consistente offerta di alloggi sociali in locazione.
Signor Presidente, è l’auspicio che noi rivolgiamo al Governo e al dibattito stesso; altrimenti, quello della proroga di anno in anno sarà un rito penoso, che diventerà, a mio giudizio, la radiografia sempre più impietosa di un vuoto, di un’assenza e di un fallimento per voi del Governo e per i settori marginali, ma larghi, della società e, naturalmente, di un fallimento più complessivo, il segno di una sconfitta e di un dramma che chiede ancora oggi politiche concrete, non parole, politiche che non consentano a nessuno di vivere senza tetto o senza legge e che facciano sì che non si possa più parlare, colleghi e colleghe, di un diritto negato alla casa e di mancata politica sociale sulla casa. (Applausi dai Gruppi Misto-RC, Misto-Com e DS-U).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Cavallaro. Ne ha facoltà.
CAVALLARO (Mar-DL-U). Signor Presidente, onorevoli colleghi senatori, qui si potrebbe dire, non celiando, che non vi è un legittimo sospetto bensì una certezza che questo decreto-legge suggella il fallimento, dopo solo un anno di legislatura, della cosiddetta politica della casa del Governo Berlusconi.
Dico questo perché si è approdati a questa rassegnata proroga senza neanche un tentativo di delineare una politica per la casa che, com’è noto, deve operare in due distinte direzioni: quella di non prorogare gli sfratti, e quindi di consentire ai locatori proprietari di rientrare, nelle scadenze legali o in quelle stabilite dai giudici, nella legittima disponibilità dei loro immobili; e quella di agire in maniera distinta nel mercato immobiliare sull’offerta di immobili in locazione a basso costo o a costo sociale che consentano, particolarmente ai soggetti colpiti dagli sfratti ma anche ad altri soggetti (mi riferisco, per esempio, alle giovani coppie), di accedere al cosiddetto mercato della casa.
È noto, fra l’altro, che vi è una naturale propensione del mercato italiano alla proprietà della casa e ormai vi sono percentuali, a quanto si apprende, che oscillano fra il 60 e il 70 per cento di soggetti proprietari della casa ove abitano. Questo significa, da un lato, che vi è una tendenza opportuna che occorrerebbe incoraggiare e favorire e, dall’altro, che si tratta di obiettivi non improbabili, non impossibili, che potrebbero essere utilmente perseguiti attraverso una serie di politiche sociali.
Ovviamente, nessuna di queste politiche - sociali, economiche, fiscali, organizzative, di riordino dell’offerta, di intervento sui mutui o finanziarie - è compresa in questo rassegnato decreto-legge che, come dicevo già commentando la questione pregiudiziale proposta, si limita semplicemente a ritornare (anche in questo caso con un suggello al fallimento anticipato delle politiche governative) al consueto regime di proroga degli sfratti, ormai abbandonato da quattro-cinque anni e reintrodotto soltanto l’anno scorso, quindi ad un regime che era stato, nella fisiologia del Governo di centro-sinistra, sostanzialmente rimosso e abbandonato, anche con un riordino del sistema locativo di carattere generale.
Oltre a questa, vi è una ragione di contrarietà specifica da parte nostra al provvedimento. Anche se ovviamente, in sede di dichiarazione di voto, non potrò che dichiarare che, trattandosi della proroga degli sfratti, comunque l’importanza sociale dell’argomento non potrà consentirci di dare che un voto favorevole, tuttavia occorre rilevare che proposta legislativa è parziale perché, com’è stato ricordato dallo stesso relatore Borea, essa si applica soltanto a circa 26.000 famiglie (così ci è stato detto anche nelle discussioni in Commissione), ma questo non significa che l’intera platea delle famiglie interessate a siffatti provvedimenti, che potrebbero aggirasi intorno alle 75.000, sia ragionevolmente soddisfatta da questo provvedimento.
Si badi che la limitazione che il decreto-legge opera, individuando alcune categorie in sofferenza già previste dalla precedente legislazione, non è particolarmente meritoria in quanto si tratta anche in questo caso di una semplice iterazione, soprattutto si tratta di una serie di categorie quasi estreme (ultrasessantacinquenni, persone in particolare difficoltà), ma non si risolve in alcun modo, in maniera sostanziale, neanche questo problema.
Poiché questo è una sorta di "mini-omnibus", sempre sotto il profilo critico non può che trovarsi assai discutibile la proroga tout court relativa tanto al testo unico in materia di disposizioni edilizie e urbanistiche quanto a quello in materia di espropri. Entrambi i testi unici sono fra l'altro, come è stato già ricordato, il frutto di un'ampia e intensa attività di carattere normativo posta in essere con grande fatica, con grande acribia e con grande efficacia nella precedente legislatura.
Ci troviamo ora invece di fronte, intanto, ad un'evidenza di norme successive che tendono a confondere e modificare l'impalcatura dei testi unici e soprattutto la loro nitidezza, ma anche ad una proroga la cui giustificazione non è molto chiara e che - peggio ancora - è iniziata quasi come sistemica alla fine dell'anno e di lì, in sede di modifica, è già stata apportata un'ulteriore proroga che porterebbe al 30 giugno 2003, cioè sostanzialmente ad un altro anno, l'entrata in vigore, l'efficacia, di questi due fondamentali testi normativi.
Questi non sono interessanti soltanto autoreferenzialmente per il Parlamento, ma anche per tutti quei soggetti (penso agli operatori privati, alle amministrazioni locali, agli enti appaltanti) che hanno bisogno di un sistema a regime di regole, vuoi per il sistema ablatorio, dove tuttora vi è una massa enorme di procedimenti giudiziari che attendono di essere regolati da un sistema normativo chiaro, vuoi per il sistema normativo edilizio e urbanistico. Infatti, le ulteriori norme introdotte recentemente attraverso le cosiddette leggi Lunardi 1 e 2 non hanno fatto altro che aumentare il tasso di confusione e di incertezza negli operatori amministrativi, stabilendo percorsi e sistemi di rilascio o di negazione di autorizzazioni in cui ormai nessuna amministrazione locale riesce a districarsi in maniera logica e coerente.
Quindi, non solo non vi sono le ragioni giuridiche e politico-istituzionali forti per una proroga così lunga, ma anzi vi è la necessità di un forte richiamo del Parlamento al Governo affinché - se necessario - coordini in maniera rapida ed efficace i due testi unici e li porti finalmente in maniera definita all'esame delle Commissioni parlamentari, se necessario, e comunque affinché li licenzi definitivamente nell'ordinamento giuridico.
Aggiungo, infine - poi mi riserverò di intervenire brevemente in sede di illustrazione degli emendamenti - che oltretutto, almeno per quel che riguarda la norma procedimentale, l'emendamento che abbiamo presentato unitamente al senatore Zancan, respinto nelle Commissioni riunite, è assolutamente necessario perché noi tendiamo quanto meno a salvaguardare, nel meccanismo incidentale di accertamento delle ragioni di sussistenza delle cause di sospensione dello sfratto, sia la parte più debole, normalmente il conduttore, sia - perché no! - la parte locatrice la quale, oltre a subire un differimento, non crediamo debba subire anche un danno rappresentato dai costi e dalle spese di un procedimento giudiziario.
Quindi, pur affermando una netta contrarietà di carattere politico e istituzionale a questo disegno di legge, preannuncio fin d'ora che in concreto voteremo a favore soltanto perché i soggetti beneficiari - come è stato ricordato - non meritano certamente l’ulteriore offesa di un'immediata esecuzione degli sfratti che sono in corso e che diverranno eseguibili nel tempo di efficacia del decreto. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U e DS-U).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Turroni. Ne ha facoltà.
TURRONI (Verdi-U). Signor Presidente, il tempo che la maggioranza ci assegna è tiranno, ma è ancor più tiranna la maggioranza che risponde - come ho già detto - ai diktat del padrone di una sua stessa parte. Sono quindi costretto, Presidente, a non soffermarmi su tutti i riferimenti alle norme riguardanti la proroga degli sfratti.
Poiché ho già svolto alcune considerazioni nel corso del mio precedente intervento nel quale ho sollevato la questione pregiudiziale di costituzionalità, ora desidero solo evidenziare - come ho già fatto nelle precedenti occasioni - due questioni.
Per quanto riguarda la prima questione, voglio ricordare le parole che molti settori dell’attuale maggioranza hanno gridato quando il centro-sinistra prorogava gli sfratti, e cioè "esproprio proletario" e simili stupidaggini.
Signor Presidente, in secondo luogo, desidero sottolineare la necessità per il nostro Paese, come avviene in tutti gli altri d’Europa, di cambiare musica in materia di patrimonio edilizio pubblico, il quale deve essere nella disponibilità della pubblica amministrazione per poter soddisfare le esigenze di residenza di tutti quei cittadini più svantaggiati. Abbiamo svenduto questo patrimonio e non ci siamo preoccupati delle categorie più svantaggiate. L’unico obiettivo è stato quello del clientelismo, determinatosi attraverso la concessione a prezzo ridotto delle abitazioni a coloro che le occupavano, irrigidendo in questo modo il mercato degli affitti e soprattutto di quegli affitti destinati ai soggetti più deboli.
Due sono stati gli obiettivi. Del clientelismo ho già parlato, mentre l’altro obiettivo è stato quello di mettere in moto, attraverso le risorse derivanti dalla vendita, le betoniere per costruire ancora ulteriori case nonostante in Italia ci siano 5 milioni e 800.000 case non occupate.
È questo un grande problema di gestione. L’attuale maggioranza non è certo in grado di gestire alcun problema che non sia quello del Presidente del Consiglio e del suo sodale Previti. È un dato di fatto che rileviamo tutti i giorni.
Vorrei perdere un attimo del pochissimo tempo che mi è stato assegnato per riferirmi agli articoli 2 e 3 del provvedimento, laddove si sospendono di fatto due provvedimenti importanti assunti negli ultimi giorni della precedente legislatura. Mi riferisco a quello concernente i provvedimenti abilitativi e le trasformazioni edilizie e a quello in materia di espropri.
Signor Presidente, in realtà, i due articoli in questione cancellano quei provvedimenti. Cancellano il primo perché si vuole che diventi permanente ed effettiva la norma che ha introdotto nel nostro ordinamento l’ineffabile ministro Lunardi, la quale consente di poter demolire e ricostruire qualsiasi edificio anche se di interesse storico-artistico o avente una qualità importante dal punto di vista culturale. Quella norma ne consente l’abbattimento e consente altresì l’intervento al suo interno, senza considerare tutte le questioni riguardanti la tipologia, gli elementi costruttivi e le tecnologie.
È un provvedimento privo di cultura e rozzo; possiamo dire che è l’immagine stessa del Ministro: padrone in casa propria con oltranzismo, arroganza, incompetenza e incultura. D’altronde, cos’è questo provvedimento? Si distrugge ciò che è privato attraverso la dichiarazione di inizio attività del ministro Lunardi, come parallelamente si manomette, si svende e si aliena il patrimonio edilizio, storico e artistico di proprietà pubblica con la Patrimonio S.p.a.. Sono due norme figlie della medesima incultura, della medesima arroganza e incapacità di misurarsi con la storia e l’identità del nostro Paese.
Il secondo punto sul quale vorrei soffermarmi è l’articolo 3. La medesima incultura, arroganza e incapacità di misurarsi con i problemi reali sul tappeto riguarda la questione degli espropri, che vede coinvolta la quasi totalità delle pubbliche amministrazioni, che devono da una parte ottemperare all’esigenza di realizzare opere pubbliche e dall’altra tutelare e osservare i diritti dei cittadini che si vedono privati di una loro proprietà.
Ora, ancora una volta, si interviene sull’argomento relativamente ad una norma che è già stata rinviata più volte, dando la certezza che questo provvedimento non vedrà mai la luce. Quindi, tutte le norme che erano state introdotte per dare certezza alla pubblica amministrazione e, nello stesso tempo, ai cittadini che venivano espropriati e alle imprese che dovevano realizzare le opere scompaiono d’emblée e non si capisce bene per quale motivo. Penso però di avere interpretato qual è la volontà di questo Governo, cioè quella di spazzare via queste norme per tutelare maggiormente gli interessi dei proprietari e delle imprese e per favorire la pubblica amministrazione.
Ebbene, sicuramente l’ultima delle tre questioni non è affrontata, perché tutti quei meccanismi positivi che il testo unico aveva innescato (facendo sì che le pubbliche amministrazioni si consorziassero, creassero uffici appositi e risolvessero tutti i problemi che riguardano l’occupazione d’urgenza e così via) vengono di fatto sospesi e rinviati sine die, anzi vengono definitivamente messi nel cassetto.
La pubblica amministrazione certamente non si gioverà di tutto questo; sicuramente non se ne gioveranno i cittadini, perché l’atteggiamento di questo Governo è monodirezionale, cioè vuole tutelare solamente gli interessi delle imprese e quindi immagino che si andrà comunque in questa direzione in ogni circostanza.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Fassone. Ne ha facoltà.
FASSONE (DS-U). Signor Presidente, questo disegno di legge è apparentemente di poco momento. In fondo, si tratta di tre proroghe e le proroghe sono all’ordine del giorno sempre, quale che sia il Governo. Però, se lo si guarda in controluce, anche un disegno di poco momento si presta ad alcune riflessioni.
Per intanto, una proroga è una confessione di insuccesso. Qui l’insuccesso è patente, non solo sotto il versante già anticipato dal senatore Cavallaro, e cioè del fatto che non è stata neanche messa in movimento una politica per la casa. Comprendo che mi si può obiettare che il problema è vecchio e non si può pretendere da un Governo che è in sella da 14 mesi di aver risolto ciò che per decenni non è stato risolto. È vero, ma quantomeno un indirizzo avrebbe potuto essere dato e, soprattutto, una qualche allocazione di risorse avrebbe potuto essere prevista, anziché destinarle ad obiettivi tutt’altro che commendevoli.
Ma ciò che invece desidero segnalare è l’altra confessione di insuccesso, che è quella anche semplicemente di indole normativa, perché oggi c’è ancora una gran quantità di questioni aperte. E se le Commissioni giustizia, anziché essere impegnate giorno e notte (e dico notte nel senso letterale della parola) per l’elaborazione di testi normativi di assai dubbia bontà e di ancor più dubbia urgenza, si impegnassero su questi temi veramente attesi dai cittadini, forse si renderebbero meno amare queste richieste di proroga.
Se guardiamo in trasparenza, le leggi sulle locazioni, vediamo che la legge n. 392 del 1978 non solo ha rappresentato un’ulteriore forma di decodificazione, cioè di allocazione della normativa al di fuori del codice, rendendo quindi gli articoli 1571 e seguenti del codice civile applicabili solo ad ipotesi residuali, ma ha anche sancito una forte limitazione dell’autonomia privata, introducendo alcuni elementi fissi nel contratto, quali in particolare la durata e il limite massimo del canone, il tutto presidiato da nullità per eventuali patti derogatori.
Ma è accaduto che la pressione dei locatori si è manifestata nel senso di uscire dal contratto di locazione. Poiché quest’ultimo era riservato ad immobili ad uso abitativo e, come tale, soggetto a vincoli, ecco che la pressione si è orientata a costruire contratti atipici nei quali al godimento dell’immobile si affiancasse una certa messe di servizi: la lavanderia, il mobilio ed altre prestazioni di tipo alberghiero che, ove ritenute prevalenti sul godimento dell’immobile, consentissero di uscire dall’alveo tracciato dalla legge n. 392 sull’equo canone. È stata la stagione delle finte foresterie che pullulavano grazie anche all’ingannevole pubblicità di agenzie di mediazione. La pressione ha prodotto quel doppio guasto sgradevolissimo: milioni di alloggi sfitti e il doppio mercato (il sommerso delle foresterie).
La legge n. 359 del 1992 all’articolo 11 ha cercato di porvi rimedio restituendo spazi all’autonomia privata proponendo, cioè, un ritorno al liberismo, non selvaggio come in passato, ma moderato, attraverso una sorta di scambio: canone libero contro stabilità del rapporto, in applicazione cioè del dictum della Corte costituzionale secondo la quale nella risoluzione dei problemi relativi alle locazioni va sempre perseguito un equo contemperamento tra gli interessi del locatore e quelli del conduttore. Si è prodotta però la combinazione del fenomeno sociale e dell’atavico fenomeno del tentativo di eludere le leggi, frequente purtroppo nel nostro popolo.
La flessibilità, la mobilità, lo studio e la formazione hanno reso di frequente utilizzo la locazione transitoria, cioè la situazione nella quale un soggetto dichiara espressamente di aver bisogno del godimento di un immobile per un tempo limitato. Ecco che quindi quello scambio, canone libero contro stabilità del rapporto, non aveva più possibilità di essere invocato e utilizzato perché non vi era un interesse del conduttore alla stabilità; anzi, egli stesso dichiarava di non avere interesse alla stabilità. Conseguentemente, è nato il problema: nelle locazioni transitorie, non essendo possibile lo scambio, l’equo canone non si applica.
Ed allora, il modo per recuperare la libertà di mercato è stato quello di far apparire la locazione come transitoria. Poiché è coessenziale al patto in deroga lo scambio e il conduttore dichiara espressamente di non avere interesse a questa stabilità, i patti in deroga non sono pertanto ammessi; ma l’ulteriore conseguenza sociale è stata il rifiuto di contratti di breve durata e la ghettizzazione degli studenti e dei lavoratori fuori sede.
Tralascio, unicamente perché il tempo è tiranno, altri problemi che ancora restano da risolvere: la controversa ammissibilità dei procedimenti di convalida e di sanatoria della morosità in presenza di un contratto di locazione in forma semplicemente orale; i criteri per determinare il canone nel contratto convertito e, soprattutto, il grande obiettivo di fondo mancato dalla citata legge del 1992 per cui il nesso equo canone - regolarità fiscale avrebbe dovuto fare del conduttore il guardiano del fisco.
Purtroppo la tardiva registrazione del contratto fatta dal locatore sana ex tunc questa irregolarità, per cui il conduttore che ha pagato di più non potrà comunque ripetere quanto indebitamente corrisposto.
La registrazione della controdichiarazione dovrebbe quindi essere dichiarata sanante solo per il futuro, perché allora davvero il locatore starà attento a non pretendere il doppio canone, quello reale e quello formale.
Ecco alcuni dei tanti problemi che si sarebbero dovuti affrontare, a parte quello gigantesco della politica per la casa. Questo dimostra ancora, da qui la riflessione che giustifica il mio intervento, come l'uso distorto e privatistico della funzione legislativa non solo produce frutti avvelenati ma impedisce di produrre quei frutti sani che la comunità ha diritto di attendersi.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Chincarini. Ne ha facoltà.
CHINCARINI (LP). Rinuncio a intervenire, signor Presidente.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Zappacosta. Ne ha facoltà.
ZAPPACOSTA (AN). Signor Presidente, onorevoli senatori, onorevole rappresentante del Governo, il dibattito in corso, seppur confinato in tempi ristretti, meriterebbe un'attenzione diversa, perché riteniamo che i problemi e le questioni sollevate abbiano grande importanza di natura politica. Certo, nessuno può immaginare e ipotizzare che un qualsivoglia Governo sia in grado di risolvere in un anno un problema atavico come quello della casa e degli sfratti.
La conversione in legge di questo decreto noi l'abbiamo già definita un atto dovuto e doveroso; anzi, sottolineiamo che sono state introdotte alcune novità che ben depongono sul percorso che questo Governo vuole intraprendere e ha già intrapreso.
Infatti, con questo decreto, si proroga la sospensione dell'esecutività degli sfratti per finite locazioni al 30 giugno del prossimo anno, cioè per un periodo di dodici mesi rispetto ai consuetudinari sei. Questo perché - è il primo fatto innovativo - il Governo, attraverso lo stanziamento di un miliardo di euro, vuole cercare di reperire circa 30.000 case, affinché si affronti finalmente, strutturalmente e organicamente il problema, che nell'anno in corso ha interessato 26.000 famiglie.
C'è un secondo punto di novità, che, oltre a quello alla casa, concilia un altro diritto, quello all'esercizio della proprietà: la possibilità di ricorrere al giudice competente, il quale deve decidere entro otto giorni sulla sussistenza dei requisiti necessari per addivenire alla proroga.
Per quanto riguarda poi gli articoli 2 e 3 del decreto in esame, vogliamo sottolineare, come già brillantemente evidenziato dall'onorevole Acquarone nel corso della discussione alla Camera - l'VIII Commissione permanente della Camera ha peraltro votato all'unanimità una risoluzione con la quale chiede al Governo di far slittare l'entrata in vigore dei testi unici in materia - come l'introduzione delle modifiche al titolo V della Costituzione abbia creato situazioni di illegittimità costituzionale degli eventuali atti di chi dovesse, fra Stato e Regione, preoccuparsi dei problemi del comparto delle leggi sull'edilizia e degli espropri per pubblica utilità.
Quindi, queste modifiche al Titolo V della Costituzione hanno reso necessario rivedere i testi unici, soprattutto perché i maggiori esperti e gli studiosi di tali materie, e anche la nostra esperienza, ci dicono che nel caso in cui la competenza sia regionale è evidente che lo Stato, e quindi il Governo, possono emanare leggi per fissare i princìpi fondamentali ma non certamente emanare - come nel caso delle normative richiamate, che appunto devono essere riviste in questo periodo di proroga - i regolamenti attuativi.
Crediamo dunque che l'introduzione della proroga recata dall'articolo 2, soprattutto ove si parli della possibilità della dichiarazione di inizio attività, consente una migliore articolazione da parte degli enti locali, i cui uffici devono avere il tempo per coordinare meglio l'intera materia. Per questa ragione crediamo necessario che, anche nel caso degli espropri per pubblica utilità, si dia la possibilità di una rimeditazione di tutta la disciplina del comparto, affinché ne derivi una legge giusta, conforme ai nuovi rapporti fra Stato ed enti locali.
Preannunciamo sin d'ora il voto favorevole di Alleanza Nazionale al disegno di legge. (Applausi dal Gruppo AN).
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale.
Ha facoltà di parlare il relatore, senatore Borea.
BOREA, relatore. Signor Presidente, desidero osservare che i rilievi del senatore Fassone trovano origine in una distrazione; di ciò sono sorpreso perché ho stima del senatore Fassone. Quando il collega afferma che una proroga è un insuccesso, non è possibile dargli ragione soprattutto perché il Governo individua risorse adeguate, stanziando un miliardo di euro, per recuperare 30.000 alloggi da destinare alle famiglie svantaggiate.
Non è possibile parlare di un fallimento in questo momento soprattutto perché la proroga per l'anno in corso si giustifica con la sensibilità mostrata dal Governo alla ricerca di una soluzione per queste famiglie disagiate.
Tutto ciò che attiene alla polemica relativa alla liberalizzazione del mercato degli affitti, alla stabilità del rapporto e all'equazione sottolineata in riferimento alla possibilità di utilizzare locazioni transitorie, resta fuori dal decreto e attiene alla più articolata e complessa materia delle locazioni.
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il relatore, senatore Ponzo.
PONZO, relatore. Signor Presidente, non ho nulla da aggiungere.
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.
SOSPIRI, sottosegretario di Stato per le infrastrutture e i trasporti. Il Governo non ritiene necessario aggiungere considerazioni rispetto a quanto detto chiaramente dal relatore.
PRESIDENTE. Do lettura dei pareri espressi dalla 5a Commissione: "La Commissione programmazione economica, bilancio, esaminato il disegno di legge in titolo, per quanto di propria competenza, esprime parere di nulla osta."
"La Commissione programmazione economica bilancio, esaminati gli emendamenti trasmessi, per quanto di propria competenza, esprime parere di nulla osta".
Passiamo all'esame dell'ordine del giorno G1.
Invito il relatore ed il rappresentante del Governo a pronunziarsi sull'ordine del giorno in esame.
BOREA, relatore. Esprimo parere favorevole sull'ordine del giorno che impegna il Governo ad informare il Parlamento, nelle Commissioni parlamentari competenti, sull'aggiornamento dell'elenco dei Comuni definiti ad alta tensione abitativa, affinché si possano esaminare le situazioni critiche segnalate sul territorio nazionale.
SOSPIRI, sottosegretario di Stato per le infrastrutture e i trasporti. Accolgo l'ordine del giorno.
PRESIDENTE. Essendo stato accolto dal Governo, l'ordine del giorno G1 non sarà posto in votazione.