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Legislatura 14ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 154 del 10/04/2002


MANZIONE - Al Ministro della giustizia - Premesso che:

in data 12 gennaio 2002 la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cosenza metteva in esecuzione un provvedimento di custodia cautelare inframuraria nei confronti dell'On.Ing.Bonaventura Lamacchia, e domiciliare per altri tre coindagati, per presunti comportamenti illeciti relativi alla gestione di due società (la Edicom 97 srl e la Edilrestauri srl), entrambe dichiarate fallite in forza di sentenze del Tribunale di Cosenza rispettivamente del 5 maggio 1999 e del 10 gennaio 2001, e per una accusa (per la verità palesemente infondata) di tentata estorsione collegata alle fatturazioni delle società;

mentre l'ordinanza custodiale veniva prontamente eseguita nei confronti dei tre indagati minori (Marchese, Ferruccio e Spizzirri), peraltro prontamente scarcerati dopo il ricorso al Tribunale del Riesame di Catanzaro, l'On. Lamacchia, già parlamentare nella XIII legislatura, trovandosi all'estero per lavoro, preferiva in un primo tempo sottrarsi al provvedimento di custodia cautelare, salvo poi essere arrestato in data 8 febbraio 2002, quando era rientrato in Italia e si trovava a Roma per consultarsi con il proprio difensore di fiducia, anche per concordare la costituzione spontanea alle forze dell'ordine;

dopo una permanenza di oltre venti giorni presso il Carcere di Roma, il Lamacchia - su sua espressa richiesta - veniva trasferito presso la Casa Circondariale di Cosenza, anche perché - in sede di convalida - chiedeva espressamente al magistrato romano di essere ascoltato dal pubblico ministero e dal giudice per le indagini preliminari di Cosenza, per poter chiarire la sua posizione;

allo stato attuale, però, dopo oltre due mesi di carcerazione preventiva, non solo l'On. Lamacchia non è stato scarcerato, ma non risulta nemmeno essere stato interrogato da quelli che sono i magistrati, inquirenti e giudicanti, che di fatto lo accusano;

se qualcuno, anche non particolarmente esperto tecnicamente, decidesse di leggersi le carte processuali, probabilmente si chiederebbe come sia possibile che la giustizia italiana decida di tenere nelle «patrie galere» un ex parlamentare per una accusa di bancarotta di qualche centinaio di milioni, per società che di fatto possiedono beni e crediti che avrebbero consentito di evitare lo stato di insolvenza; l'occasionale lettore, allo stesso modo, avrebbe modo di verificare l'assoluta infondatezza delle accuse di estorsione, se è vero che i testimoni che accusano il Lamacchia riferiscono agli organi di polizia giudiziaria in più riprese circostanze talmente contrastanti fra loro da risultare per ciò stesso palesemente inattendibili. Ma, purtroppo, i magistrati - specialmente quelli notoriamente non sereni o probabilmente prevenuti - non vedono (o non vogliono vedere) quello che i normali cittadini riescono ad intuire con grande semplicità;

in buona sostanza ci si chiede come mai per fatti così modesti, peraltro riconosciuti espressamente dal Lamacchia nelle spontanee deposizioni rese al PM in data 6 giugno 2001 (quando di fatto riconobbe di essere lui personalmente a movimentare i conti correnti delle due società), la procura e l'ufficio per le indagini preliminari di Cosenza ritengano che un ex parlamentare, quindi una persona direttamente e liberamente eletta dal popolo, debba continuare a rimanere in prigione anche se:

non esiste alcuna esigenza istruttoria ulteriore anche perché le prove cartolari risultano tutte acquisite agli atti;

non esistono indagini specifiche in corso, tant'è che i magistrati procedenti evitano anche di interrogare l'On. Lamacchia, benché richiesti espressamente;

le società del Lamacchia non hanno mai goduto di finanziamenti pubblici;

non esiste più alcun pericolo di reiterazione del reato né di inquinamento delle prove;

a meno che i magistrati di Cosenza non intendano fare scontare al Lamacchia tutta la pena che a loro avviso dovrà essere irrogata (trasformando la custodia cautelare, che è per legge una misura eccezionale, in una espiazione anticipata della pena), non pare sussista più alcun reale pericolo di fuga;

per fatti molto più gravi (truffe miliardarie o tremendi delitti), a volte commessi da persone comunque non autorevoli, la custodia cautelare è durata solo poche settimane;

la risposta all'interrogativo sopra formulato potrebbe essere probabilmente ricercata in parte in un vecchio provvedimento restrittivo della procura di Cosenza, emesso sempre nei confronti dello stesso parlamentare, con il «teorema accusatorio della procura» che prima viene ridimensionato dal Tribunale di Cosenza, e poi viene di fatto sconfessato dalla Corte di Appello di Catanzaro, in parte nell'accanimento del primo GIP (la dott.ssa De Franco) la quale forse non perdonava al Lamacchia di avere, pare, convenuto in Tribunale il cognato (un noto notaio di Cosenza) che aveva proceduto alla stipula di un atto pubblico di compravendita in favore dell'onorevole benché l'immobile fosse gravato da ipoteca, ed in parte nella circostanza (che probabilmente a Cosenza viene considerata una aggravante non codificata) che il Lamacchia, essendo stato parlamentare, «ha diritto» ad un trattamento veramente speciale,

si chiede di conoscere:

se corrispondano al vero le notizie indicate in premessa;

quale sia il diritto penale, processuale e sostanziale, che si applica presso il Tribunale di Cosenza e che costringe in galera un ex parlamentare - peraltro in delicate condizioni di salute - per reati fallimentari che - ove effettivamente accertati - risulteranno molto ridimensionati o estinti e che, comunque, nella loro assoluta modestia resteranno cartolarmente documentati;

quali siano le reali motivazioni che determinano comportamenti così disumani ed aberranti;

per quale motivo il Lamacchia non sia stato sottoposto ad interrogatorio;

quali urgenti eventuali provvedimenti, ispettivi e/o disciplinari, il Ministro Guardasigilli intenda adottare al cospetto di tali pesanti violazioni delle leggi vigenti.

(4-01941)