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Legislatura 14ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 113 del 05/02/2002


BRUTTI Massimo (DS-U). Domando di parlare per dichiarazione di voto.

 

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

 

BRUTTI Massimo (DS-U). Signor Presidente, vorrei provare a spiegare il senso della discussione che stiamo svolgendo ai tanti giovani che sono nati nei decenni successivi alla fondazione della Repubblica.

Chi scrisse la Costituzione repubblicana fissò un principio. Nell'ultimo articolo è scritto: "La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale." La Repubblica e la Costituzione vanno insieme, sono la stessa cosa.

Contemporaneamente i costituenti aggiunsero una disposizione che in quel momento era storicamente legata al principio costituzionale della inderogabilità della forma repubblicana. Quella disposizione conteneva il divieto di ingresso e di soggiorno agli ex re, alle loro consorti e ai discendenti maschi e stabiliva che essi erano privati del diritto di elettorato attivo e passivo.

Perché questa disposizione? I costituenti avevano davanti agli occhi ancora brucianti le gravissime responsabilità della Casa Reale dei Savoia, e in particolare di Vittorio Emanuele III, nelle tragiche vicende che hanno diviso e insanguinato l'Italia nel XX secolo.

Abbiamo più volte ripercorso, nell'ambito di questa discussione, quelle vicende: la legittimazione della violenza eversiva del fascismo; nel 1924 uno dei capi dell'opposizione, il socialista Giacomo Matteotti, fu rapito e ucciso. Di fronte alle voci dell'antifascismo liberale, che chiedevano al re di intervenire per restaurare la legalità, vi fu il silenzio, il rifiuto da parte di Vittorio Emanuele III.

Ed ancora: nel 1938 la promulgazione delle leggi razziali, che egli accettò mentre ormai lo Statuto era stato del tutto svuotato di significato e di effettività. Le leggi razziali furono una macchia indelebile: introducevano discriminazioni nelle professioni, nel lavoro, nella scuola, nell'università e non furono imposte da un esercito invasore, bensì dettate dal fascismo e accettate dal re.

E poi ancora. L'8 settembre, i militari soli, gli italiani abbandonati da quel monarca guardavano nella propria coscienza e cercavano, ciascuno per proprio conto, ciascuno da solo, quale fosse la via da seguire, la scelta da compiere.

Ebbene, le responsabilità di Vittorio Emanuele III e della famiglia Savoia sono incancellabili e non bastò, nel biennio 1943-1945, l'impegno in prima linea dei partigiani di convinzione monarchica, nella resistenza contro il nazismo, a cancellare quelle responsabilità che erano ancora vive nella coscienza dei costituenti.

C'è una pagina nel diario di Benedetto Croce, intellettuale conservatore, del 3 ottobre 1943 che vorrei ricordare, perché all'epoca si domandava a proposito di Vittorio Emanuele III: «Perché mai questo sventurato non ha almeno abdicato, cedendo la corona al figlio non così direttamente responsabile e gravemente compromesso come lui?».

Ebbene, signor Presidente, sono passati cinquantasei anni dal momento in cui quella disposizione è stata inserita nella Costituzione repubblicana. Oggi la Repubblica non ha nulla da temere se i componenti della famiglia Savoia rientrano nel nostro Paese: essi sono discendenti di coloro che furono responsabili di quelle gravi e terribili scelte.

Noi siamo contro tutte quelle interpretazioni superficiali e fuorvianti della storia italiana che vanno sotto il nome di revisionismo. La storia non si riscrive improvvisando verità legate alle contingenze politiche. Del resto, signor Presidente, cari colleghi, la ragione di fondo per la quale siamo contro ogni forma di revisionismo storico è che il revisionismo stesso rimette in discussione i fondamenti dello Stato unitario.

Siamo contro chi vuol negare o capovolgere la storia delle responsabilità delle classi dirigenti che ci hanno portato alla guerra, alla sconfitta, alla rovina della patria. Siamo contro il revisionismo più superficiale, fino adesso - per fortuna - meno nocivo, di chi nega l'unità dello Stato, di chi inventa entità territoriali inesistenti come la Padania (Applausi dal Gruppo DS-U e Mar-DL-U), di chi vuole dividere l'Italia mentre la Costituzione repubblicana la unisce! Noi respingiamo in radice tutte le forme di revisionismo, se per revisionismo si intendono queste interpretazioni superficiali, fuorvianti e inaccettabili della nostra storia.

Ebbene, c'è bisogno di un consenso ampio per giungere all'approvazione di questa legge costituzionale che toglie efficacia alla disposizione transitoria di cui stiamo discutendo: quella che nega il diritto di ingresso ai Savoia in Italia. Noi abbiamo sostenuto, proprio per favorire il realizzarsi di un consenso ampio, che fosse necessaria ora un'esplicita, inequivocabile e ferma dichiarazione di fedeltà alla Repubblica da parte dei componenti della famiglia Savoia; una dichiarazione, un'affermazione di lealtà che venisse direttamente dal figlio di colui che fu l'ultimo re d'Italia, da queste persone che vogliono tornare nel nostro Paese, cittadini tra gli altri cittadini. In mancanza di questa dichiarazione di fedeltà, che non c'era mai stata inequivocabile e ferma in questi anni, noi non potevamo essere favorevoli.

Ma la dichiarazione della quale avevamo parlato, questa sobria, asciutta dichiarazione di fedeltà è venuta tempestivamente da parte dei componenti della famiglia Savoia e sarebbe difficile negare che tale dichiarazione, tre giorni dopo la discussione generale che si era svolta in quest'Aula, sia un fatto politico significativo: un'affermazione leale, che rappresenta la risposta al discorso leale che noi avevamo svolto in questa sede. Come ha scritto Alessandro Galante Garrone, "In questa dichiarazione vi è un'asciutta formula che garantisce il riconoscimento del nostro ordinamento e non lascia adito a fraintendimenti".

Noi, sulla base di questa dichiarazione di fedeltà, che è venuta nei giorni scorsi dalla famiglia Savoia, manteniamo fede a quel che abbiamo detto in quest'Aula: noi manteniamo fede alla parola data. Auspichiamo che vi sia una coerenza, una correttezza di parole e di comportamenti da parte della famiglia Savoia, e che questa dichiarazione inequivocabile sia ferma e definitiva.

Per questo ci accingiamo a votare a favore della proposta di legge costituzionale che toglie efficacia a quelle disposizioni. Noi introduciamo una norma che toglie efficacia al divieto sancito dalla XIII disposizione transitoria e finale.

Qualcuno mi ha domandato in questi giorni, dopo la dichiarazione di Vittorio Emanuele, dopo il dibattito, dopo alcuni interventi da parte di esponenti della maggioranza che ci criticavano, "chi vince in tutta questa vicenda?", perché la politica è fatta anche di conflitto e c'è sempre chi vince e chi perde. E' la Costituzione repubblicana che vince. (Applausi dal Gruppo DS-U). Vince la Costituzione repubblicana, poiché questa dichiarazione di fedeltà significa accettazione da parte della famiglia Savoia del principio fissato nell'articolo 139 della Costituzione: la Repubblica c'è, resterà, è tutt'uno con la Costituzione e "la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale".

Vince così la scelta del popolo italiano nel referendum del 1946. Vincono i princìpi della Costituzione, che sono parte della nostra vita, che guidano l'azione politica della sinistra e noi siamo contenti di poter scrivere questa pagina, che è di riaffermazione del primato della Costituzione repubblicana, con tutti i suoi princìpi che riguardano la libertà di manifestazione del pensiero, i diritti delle minoranze, la solidarietà verso le persone più deboli e anche la separazione dei poteri.

Noi difenderemo tali princìpi: siamo qui per questo; noi lavoreremo per riaffermare, come stiamo facendo in questi giorni, il primato della Costituzione democratica della Repubblica. (Applausi dai Gruppi DS-U e Mar-DL-U. Congratulazioni).