CONSOLO (AN). Signor Presidente, onorevoli colleghi senatori, prendo la parola con orgoglio - particolarmente ora, dopo l’intervento del senatore Turroni - per lasciare attraverso il mio intervento una traccia agli atti del Senato su questo delicato argomento. Nel disegno di legge costituzionale al nostro esame, sull’integrazione e parziale abrogazione della XIII Disposizione transitoria e finale della Costituzione, non a caso vi è anche la mia firma. Si tratta di una disposizione oggi antistorica, antidemocratica e antigiuridica.
Il livore, signor Presidente, onorevoli colleghi, che ho percepito in qualche intervento che mi ha preceduto, ha suscitato in me una notevole sorpresa. Come si può, infatti, oggi, dopo oltre cinquant’anni, discutere ancora dell’opportunità di consentire o no il permanere di tale norma? Inoltre, taluni emendamenti presentati sono chiara espressione di poca serietà - mi auguro! - con cui alcuni colleghi hanno affrontato il problema. Si considerino gli emendamenti 1.1 e 1.2 con i quali si proporrebbe di tenere in vita fino al 2048 ovvero al 2049 l’efficacia di tale disposizione. Capisco che gli stessi presentatori degli emendamenti li hanno illustrati richiamandone il contenuto con un sorriso, ma c’è poco da sorridere.
I Greci erano soliti dire "panta rei", vale a dire tutto scorre, ma per questi colleghi il tempo sembra non trascorrere mai. Non sono sufficienti gli oltre cinquant’anni trascorsi dalla nascita della Costituzione repubblicana per porre fine a tale oggi ingiusta disposizione? E poi c’è l’emendamento 1.8 che vorrebbe imporre ai Savoia un giuridicamente improponibile giuramento di fedeltà, non richiesto ad alcuno dei cittadini italiani. Per non parlare poi dell’emendamento aggiuntivo 1.0.1, che addirittura vorrebbe modificare la XIV disposizione transitoria togliendo il predicato "di" che precede il cognome dei Savoia che tale è, oltre ad essere parte della nostra storia, che piaccia o meno, che possa essere condivisa o meno. Vorrei ricordare che una parte di quella storia è stata con rigore criticata anche dal partito al quale mi onoro di appartenere.
Colleghi dell’opposizione, per fortuna nostra e vostra - non mi rivolgo a tutti - in Europa accade anche che Simeone di Bulgaria - ripeto "di Bulgaria" con il predicato - torni trionfante in patria, che la Federazione russa (ad alcuni di voi forse assai cara quando si chiamava Unione Sovietica), seriamente e consapevolmente attraverso il suo presidente Boris Eltsin il 17 luglio 1998, settant’anni dopo la strage di Ekaterinburg, chiede scusa alla famiglia imperiale russa e al suo capo, principe Nicola Romanov, tornato per l’occasione nella sua patria nella quale, come gli eredi di Savoia, non aveva mai posto piede.
Di fronte a tali episodi, come si può ragionevolmente, coscienziosamente, essere contrari alla storia? Ma cosa importa di quello che fanno la Bulgaria, la Russia, la Grecia, a chi è e vuole rimanere attore di una oggi improponibile nemesi storica?
Perché le colpe dei nonni, dei bisnonni, degli antenati dei Savoia dovrebbero continuare oggi, nel 2002, a ricadere su chi non ha mai posto il piede nella nostra patria?
Sotto il profilo giuridico, poi, il permanere di tale norma contrasterebbe palesemente - e bene lo ha evidenziato il relatore, senatore Pastore - con numerosi articoli della Costituzione: l'articolo 2, che garantisce i diritti inviolabili dell'uomo; l'articolo 3, che sancisce il principio di uguaglianza; l'articolo 16, che attribuisce il diritto di soggiornare e circolare nel territorio nazionale; l'articolo 17, che riconosce il diritto di riunione; l'articolo 18, che garantisce il diritto di associazione; l'articolo 21, che tutela il diritto di manifestazione del pensiero; l'articolo 42, che tutela il diritto di proprietà; l'articolo 48, che disciplina l'elettorato attivo, e l'articolo 51, relativo all'elettorato passivo. Sono tutte norme oggi confliggenti con la nostra Carta costituzionale.
Ma non è solo con la nostra Carta costituzionale che il perdurare di tale disposizione confliggerebbe. Che dire, infatti, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, secondo cui nessuno può essere espulso mediante provvedimento individuale o collettivo dal territorio dello Stato di cui è cittadino, così come nessuno può essere privato del diritto di entrare nel territorio dello Stato di cui è cittadino? Per non parlare poi della previsione di cui al Trattato di Schengen, trattato al quale, colleghi contrari all'abrogazione di questa disposizione, l'Italia non a caso ha aderito.
Ritengo, in conclusione, di aver chiarito ogni dubbio. Cerchiamo di essere liberi e democratici con i fatti, onorevoli colleghi, non con le parole; cancelliamo quindi questa norma assolutamente anacronistica dalla nostra Carta fondamentale. Vi ringrazio. (Applausi dai Gruppi AN, FI e CCD-CDU:BF).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bucciero. Ne ha facoltà.