*BUCCIERO (AN). Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, giungiamo oggi a deliberare sull'abrogazione di parte della XIII Disposizione finale transitoria della Costituzione con inimmaginabile ritardo. Non desidero fare la conta di quanti questo ritardo considerano intollerabile da quasi sessant'anni, né enumerare coloro che danno al ritardo minore consistenza.
È questo un esercizio contabile inutile e dannoso, non ispirato certamente alla volontà di pacificare gli animi a sei decenni dalla fine della guerra. Certo è che, per ragioni più anagrafiche che storiche o di diritto, la maggioranza degli italiani non avverte ostacoli di alcuna natura al rientro in Italia di due cittadini italiani e dei loro discendenti; gli italiani, resi ormai consapevoli dell'ampio spettro coperto dalla nozione dei diritti e delle libertà fondamentali dell'uomo, auspicano piuttosto questa riforma costituzionale al fine di respingere, come ipocrite, le posizioni di chi riesce a commuoversi per le violazioni di tali diritti in capo a chiunque, financo i terroristi, ma si rinzela con odiosa acidità e velenosi rancori quando si tratta di far ricadere sui figli, nipoti, pronipoti, per millenni, le eventuali colpe dei padri.
Coloro che, nascendo, si sono intrufolati abusivamente nella culla del diritto, coloro cioè che - senza perifrasi - non si considerano e non sono discendenti di chi, in più di duemila anni, ha fatto dell'Italia la madre del diritto, costoro non possono, non riescono ad avvertire il senso di disagio, di indignazione, di amarezza di incredulo stupore, di vergogna che alberga nella maggioranza degli italiani di fronte a tanti ipocriti artifizi, a tanti alibi tortuosi per ostacolare la soluzione di un problema così limpido e chiaro.
Sgombriamo la discussione da ogni equivoco: qui non si tratta di fare speciali favori a qualcuno, né ai discendenti maschi dei Savoia, né ai loro simpatizzanti, né ai monarchici italiani. Né al contrario si devono favorire, respingendo la proposta di legge, gli estremi aneliti degli ultimi repubblicani, più cronici che storici; né si deve simpatizzare per coloro che dall'abrogazione della XIII Disposizione temono conseguire il crollo dei miti su cui molti, da troppi decenni, hanno campato parassitariamente. Né, infine, negando il voto favorevole, si deve favorire quel senatore o quella senatrice che, sempre urlando, cambia idea e dottrina a seconda di come si sposta nell'emiciclo, da destra a sinistra, per vicende partitiche molto personali.
Noi, invece, approvando questo disegno di legge, faremo un favore a noi stessi, agli italiani che rappresentiamo, alla loro e alla nostra dignità di italiani, per togliere loro, con l'abrogazione della XIII Disposizione, l'imbarazzo e la vergogna di doversi confrontare con i loro concittadini europei che da tempo - da secoli alcuni e da decenni altri - hanno superato questioni dinastiche, affidandole serenamente agli storici e così recuperando il senso pieno del diritto e della giustizia.
Nella relazione del senatore Pastore troverete tutti gli spunti per una serena valutazione. Di questi spunti ne condivido in particolare uno, che ha ispirato il disegno di legge di cui sono primo firmatario e mi consente di soffermarmi su un aspetto della questione non sufficientemente soppesato.
Mi riferisco alla contraddizione, peraltro fra le tante, tra una dottrina e una giurisprudenza unanimi nel trovare l'origine della norma nella contingenza storica, vale a dire nei timori di un revanscismo monarchico che avrebbe potuto portare a sommovimenti politici (il che tradotto in termini essenziali vuole significare, a mio avviso, la mascheratura di gravi imbarazzi per le contorsioni elettorali e giudiziarie sul referendum) e la palese, evidente, lampante considerazione che, a quasi sessant'anni da quei momenti storici, nulla è più rimasto di quei timori, se non quello di una storiografia che, quand'anche mutasse indirizzo, nulla potrebbe influire sulla situazione politica attuale.
Ho sentito, peraltro, interventi ispirati all’odio e contestualmente alla nostalgia del "bel tempo che fu"; non si possono tollerare né l’uno, né l’altro sentimento. Ve lo dice uno che è nato nel 1938, l’anno del consenso al regime fascista, esteso alla maggioranza dei comunisti di allora. Uno che nel ’53 si iscrisse al Movimento sociale italiano perché era il partito che, difendendo l’italianità di Trieste, tentava di preservare gli ultimi residui di dignità per un’Italia ferita più dalle divisioni interne che dalla sconfitta.
Ve lo dice uno che a quel partito ha sentito addebitare la nostalgia, ad esempio per Mussolini, e che quindi avrebbe dovuto avere qualche risentimento per il Re, che fascista non era. Pur tuttavia, chi vi parla è stato il primo in questa legislatura ad affrettarsi a richiudere una ferita inferta alla giustizia sostanziale e ai princìpi del diritto. Nella passata legislatura chi vi parla è stato colui che ha presentato il disegno di legge che consentiva ad Emanuele Filiberto il transito in Italia - dico solo il transito - per consentirgli di partecipare, da cattolico, ai riti del Giubileo, riconoscendogli quel diritto che a tutti i musulmani, a qualsiasi Stato appartengano, viene concesso per il viaggio alla Mecca.
Ve lo dice uno, quindi, che vi ha dimostrato di non vivere di nostalgie e che pertanto, a buon diritto, può rinfacciare ai pochi non favorevoli a questa riforma di rimanere disperatamente "aggrappati" alla nostalgia. E’ questo un sentimento che potrebbe anche essere comprensibile ma mai giustificato, se non mascherasse un più volgare calcolo elettorale basato sulla necessità di continuare ad alimentare gli odi, in specie quelli di classe, le invidie e tutte le altre bassezze umane, per continuare a prosperare sulla parassitaria rendita del primo dopoguerra e delle sue fomentate divisioni tra gli italiani. Poiché quest’Assemblea, questo Senato - del quale tra l’altro e finalmente qualcuno ha recentemente scritto le nobili tradizioni e le sue vicende durante e dopo il Fascismo - poiché questo Senato - dicevo - rappresenta gli italiani, non escludo che possa ospitare nella sua Aula chi ancora vuole testimoniare i risentimenti di quanti, tra i più anziani, hanno vissuto quei tempi. Ma forse qui dentro, ma non lo spero, alberga anche il sentimento dell’odio, in coloro che per esistere hanno necessità di odiare.
Noi invece ci affidiamo serenamente a chi sente di dover rappresentare le nuove generazioni, e a coloro che non sanno odiare perché consapevoli del danno che la fabbrica dell’odio istituzionale e costituzionale ha arrecato all’Italia in questi ultimi cinquant’anni. (Applausi dai Gruppi AN, FI, CCD-CDU:BF. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Forlani. Ne ha facoltà.