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Legislatura 14ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 111 del 31/01/2002


Ricordo che nella seduta antimeridiana ha avuto inizio la discussione generale, che ora riprendiamo.

È iscritto a parlare il senatore Contestabile. Ne ha facoltà.

CONTESTABILE (FI). Signor Presidente, annuncio - anche se con notevole anticipo - che i senatori Rizzi, Jannuzzi e il sottoscritto, in dissenso dal Gruppo di appartenenza, essendo contrari al rientro dei Savoia e dei loro eredi in Italia, non parteciperanno alla votazione sui disegni di legge in esame e si allontaneranno dall’Aula.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Magnalbò. Ne ha facoltà.

MAGNALBO' (AN). Signor Presidente, signor Sottosegretario, colleghi senatori, i provvedimenti in esame riguardano persone appartenenti ad una famiglia che ha sempre preso parte alle vicende politiche della storia italiana ed anzi rappresenta un pezzo importante della sua storia.

Non farò un lungo excursus, però voglio ricordare alcune date e alcuni termini. Già nell’anno 1000, Umberto I Biancamano controllava i passi del Moncenisio e del San Bernardo, che erano punti chiave per l’accesso dalla Savoia in Italia. Questa sua posizione già rendeva importante quella famiglia e la collegava alle Case regnanti dei vari territori.

La vicenda di Casa Savoia si interseca anche con la storia della Chiesa, dato che Amedeo VIII, duca di Savoia e principe di Piemonte (1416-1424), fu antipapa come Felice V (1440-1449). Quindi, questa famiglia, facendo parte della storia d’Italia, si inserì anche nella storia della Chiesa, che forse è la più importante di questo Paese.

Nel 1713 ebbero il Regno di Sicilia, che scambiarono con il Regno di Sardegna nel 1720. Carlo Alberto, nel 1848, fu il primo sovrano europeo - non dobbiamo dimenticarlo! - che diede le garanzie costituzionali, forti per quel tempo, ai suoi sudditi.

Vittorio Emanuele II, re d’Italia nel 1861, fu il primo re dell’Italia unificata, a cui solamente nel 1866 fu annesso il Veneto e nel 1870 Roma, che poi divenne la capitale del Regno.

Umberto I, il figlio di Vittorio Emanuele II, regnò dal 1878 al 1900 - tutti voi lo ricordate - in un periodo in cui le vicende politiche erano sempre più condizionate dagli uomini di Stato e sempre meno dai re. Quel periodo, segnato da esperienze colonialistiche e da conflitti sociali, si concluse emblematicamente con la morte di Umberto I, vittima di un attentato anarchico a Monza.

Vittorio Emanuele III (1900-1946) fa parte della storia dell'esperimento giolittiano in Italia, del periodo tra le due guerre mondiali e della condiscendenza regia (questa non si può negare) verso il fascismo.

Si arriva, così, al 1922. Il 25 ottobre vi fu la marcia su Roma e il 30 ottobre dello stesso anno Vittorio Emanuele incaricò Mussolini di formare il nuovo Governo.

Leggo un testo tratto da un articolo sull'argomento scritto da uno storico di grande spessore: "Vittorio Emanuele III non credeva nel Parlamento, odiava i socialisti e non sopportava i popolari, disprezzava i fascisti e il loro capo per motivi di casta e di stile, non per amore di democrazia. Ma l'uomo nero gli faceva paura, lo affascinava, ed era una carta da tentare dal momento che prometteva di riportare il paese alla stabilità in tempi di rivoluzioni socialiste e comuniste. La borghesia fu molto soddisfatta".

Passiamo dal 1922 all'8 settembre del 1943 (data dell'armistizio). Il 9 settembre i tedeschi stanno arrivando a Roma dalla Cassia e dall'Aurelia quando Badoglio decide di allontanare da Roma la famiglia reale.

Il 9 settembre 1943 a Crecchio i reali si fermano per proseguire poi verso Brindisi; il 28 aprile 1945 Mussolini viene fucilato; il 9 maggio 1946 Vittorio Emanuele abdica in favore di Umberto; il 2 giugno 1946 si svolge il referendum: 12.717.923 voti contrari e 10.719.284 voti favorevoli. Il 22 dicembre 1947 viene approvata la nuova Costituzione.

Quando nel 1948 Romita lesse i risultati del referendum tra Monarchia e Repubblica e venne fuori il risultato di "dodici milioni a dieci", nessuno si accorse che se una Casa reale se ne andava dall'Italia ve ne era un'altra che rimaneva, ed era quella che, in realtà, avrebbe esercitato il potere in Italia e l'avrebbe rappresentata in ogni parte del mondo.

Forse Umberto I Biancamano ebbe due mogli e da queste due mogli sono discese due stirpi analoghe e parallele, entrambe radicate a Torino, entrambe ricche di capitali e condottieri. Fatto sta che il ramo rimasto in Italia dopo il 1948, quello degli Agnelli, molto aristocratico e riservato, ha sempre continuato ad esplicare le proprie funzioni con stabile dimora, oltre che a Torino, a Roma, in un palazzo dinanzi al Colle.

Ciò detto, in linea storico-politica, gli ultimi Savoia si trovano, oggi, di fronte ad una norma transitoria che ne inibisce il rientro in Italia: la XIII disposizione transitoria e finale della nostra Costituzione. Come affermato da illustri costituzionalisti, ritengo che tale norma non sia più in vigore perché ormai priva di ogni contenuto. Lascio, peraltro, al senatore Bucciero la trattazione giuridica della questione.

Comunque, voglio solamente ricordare che nel 1945 è stata approvata la Carta delle Nazioni Unite sui diritti dell'uomo (e questo caso vi è contemplato); nel 1950 la Convezione europea dei diritti dell'uomo, ratificata dall'Italia nel 1955 (e anche in questo caso i Savoia, come tutti gli esseri, possono trovare uno spazio); nel 1998 vi è il Trattato di Schengen, che prevede il libero accesso a tutti i cittadini europei in Italia (solo i Savoia dovrebbero esserne esclusi) e nel 2000 si sono mossi i primi passi per predisporre la nuova Costituzione europea.

Perfino, l’articolo 14 del provvedimento sull’immigrazione allo studio oggi in Commissione ammetterebbe il rientro dei Savoia, perché hanno tutte le caratteristiche per poterlo fare. Sono dei lavoratori che discendono, per padre o per madre, da italiani e risiedono in un Paese straniero, la Svizzera. Credo, comunque, che in questo momento è giusto che il Parlamento compia un atto di giustizia e di civiltà.

Per questo ritengo che Alleanza Nazionale debba dare il suo voto favorevole al provvedimento in esame.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Turroni. Ne ha facoltà.

TURRONI (Verdi-U). Signor Presidente, i luoghi, il loro spirito, le tradizioni, la cultura, le battaglie dei cittadini, quelle da loro condotte per la loro libertà, le pene e le sofferenze che essi hanno patito, i sacrifici della popolazione formano gli uomini e la loro coscienza.

E’ il genius loci, quello che noi architetti chiamiamo lo spirito appunto dei posti, quello che definisce il comune sentire che connota e identifica una comunità. Io, verde e romagnolo, credo di dover rispettare i sentimenti, la cultura e le passioni della gente della mia terra che ha fatto dell’idea repubblicana uno dei fondamenti della propria identità.

Ebbene, nella piazza principale della mia città si erge la statua di Aurelio Saffi, triumviro della Repubblica romana del 1849, in soccorso della quale accorse Garibaldi che, dopo il fallimento di quella esperienza finita nel sangue, cercò riparo proprio in Romagna, cercando di sfuggire alle milizie che lo inseguivano. Apro una parentesi. Prima di essere salvato, trovò rifugio accanto ad un cipresso che si trova in località Dovadola; siamo riusciti a salvare quel cipresso definitivamente, perché la strada che si voleva costruire lo avrebbe abbattuto. Lo si deve al ministro Ronchey.

Ebbene, di quella vicenda resta, fra le tante cose, una triste lapide sulle mura della rocca di Caterina Sforza che ricorda i quattro patrioti che - recita quella lapide -"caddero dopo un triennio di prigionia sotto il piombo delle orde pontificie il 25 giugno 1852".

Lo spirito dei luoghi, la cultura di un popolo si forma su queste vicende; nasce dalle bandiere ancora nere che vedo uscire dal circolo repubblicano "Dario Papa", che si trova di fronte alla mia casa natale; si fonda su sentimenti avvertiti, diffusi su parole d'ordine, magari truci, popolari, che recitano: "Con le budella dell’ultimo prete impiccheremo l’ultimo re". Affermazioni forti, certamente, ma che costarono ai romagnoli emarginazione, vessazioni, lutti, che li trasformarono in combattenti per la libertà e che comportarono per loro deportazioni, caso mai a bonificare paludi e agri, grazie al regime che per vent’anni governò questo Paese.

Ebbene, di questi sentimenti profondi e radicati intendo rappresentare le idee in quest'Aula, perché vi è una ventata revisionista che cerca di cancellare il giudizio che la storia ha dato a pagine dolorose per il nostro Paese e ingloriose per chi le ha provocate. Il tentativo non è neppure nascosto; traspare dalle relazioni che accompagnano talune proposte di legge che i colleghi della destra si sono affrettati a presentare, là dove si dice che occorre il coraggio virile per far rientrare i Savoia, oppure traspare dalle dichiarazioni del collega Magnalbò che in Commissione ha detto che l’approvazione di questa norma è un atto dovuto, in quanto consente l’eliminazione di previsioni ingiustamente discriminatorie che contrastano oggi in modo evidente con lo spirito della Costituzione e i suoi princìpi.

Lo stesso collega Magnalbò ritiene non coerente con l’impianto costituzionale quanto è contenuto nell’articolo 139 della Costituzione stessa, che prevede l’immodificabilità della scelta repubblicana effettuata dal popolo italiano.

Così come non è possibile non fare attenzione a quel che ha rilevato il senatore Pedrizzi, quando ha sostenuto che quel referendum non sarebbe stato ancora sancito da una sentenza della Corte a ciò preposta. Ebbene, noi ci batteremo fino in fondo contro queste proposte, contro queste idee sbagliate, contro questo ritorno al passato!

La Costituzione repubblicana, signor Presidente, esprime un giudizio non reversibile né modificabile sulle gravi responsabilità avute dal re nei confronti delle vicende tristissime e dolorose che colpirono il nostro Paese durante il regime fascista con la promulgazione delle leggi razziali, con la guerra disastrosa, ma soprattutto con la vergognosa fuga dell’8 settembre, lasciando l’esercito senza ordini, alla mercé delle truppe tedesche che in molti casi ne fecero strage, come avvenne ad esempio a Cefalonia, abbandonando proprio quell’esercito dai cui numerosi atti di eroismo, portato anche alle estreme conseguenze, parte il riscatto del nostro Paese, la riconquista della nostra dignità e di quella di tutti i nostri concittadini.

Dobbiamo, credo, tutti ringraziare l’azione del Capo dello Stato, che ha aperto una pagina importante, andando a rendere omaggio proprio a quelle truppe trucidate dai nazisti, spesso con l’aiuto dei fascisti, rendendo omaggio a uomini che, mantenendo la fedeltà alla nostra Patria, combatterono fino in fondo in sua difesa, mentre il re e la sua corte si davano vergognosamente alla fuga e mentre altri, che pure oggi qualcuno ritiene di dover considerare alla pari di chi combatteva per la libertà, si battevano a fianco dei nazisti perché questi ultimi prevalessero.

Già l’amnistia disposta da Togliatti ha risolto le questioni che riguardavano la collocazione delle persone in quel drammatico periodo, ma non possiamo - come si pretende - cambiare né i valori né i giudizi. Abbiamo già ottenuto un risultato importante: la XIII Disposizione transitoria non viene cancellata e quindi non viene cancellato il giudizio che i padri costituenti e la storia insieme hanno dato sui Savoia.

Ora, la modifica costituzionale pretende di farli rientrare: si tratta di una norma che riguarda alcune persone. Ebbene, credo ci dobbiamo chiedere cosa meritino costoro per ottenere tanta attenzione da parte del Parlamento italiano; un Parlamento che viene chiamato all’improvviso a decidere, mentre tante sono le questioni che dovremmo affrontare e discutere prima di una riforma costituzionale che li riguarda. Perché tanta attenzione? Cosa hanno fatto per guadagnarsi queste modifiche costituzionali?

Voglio leggere solo poche righe che riguardano dichiarazioni di queste persone o di loro portavoce. Sono molto recenti, perché risalgono al 16 ottobre scorso. "La Repubblica, dal 1946, è un mostro politico, privo di identità giuridica, in quanto non fu mai proclamata, in preda alle peggiori demagogie, con un Presidente arrivato al potere senza essere eletto dal popolo, senza leggi, senza democrazia, retta da persone impreparate, dedite alla sola "bisboccia" politica". Queste cose le ha dichiarate il segretario particolare del principe (così si definisce) Vittorio Emanuele dalle colonne del periodico "Savoia". E poi, ancora: "Sua maestà, il re Vittorio Emanuele IV" -quando mai c’è stato un re Vittorio Emanuele IV? - "ha ricevuto la di lei lettera del 30 aprile ultimo scorso e mi incarica di ringraziarla per la di lei costante fedeltà verso la reale Casa Savoia… Sua maestà ha molto apprezzato il di lei giuramento."

Ebbene, queste sono le persone che oggi noi pensiamo di far rientrare nel nostro Paese? Con quale dignità possiamo votare in favore di questo perdono e non tener conto di dichiarazioni che riguardano e che offendono il nostro Paese, la dignità delle sue istituzioni, la Repubblica, il Presidente?

E' per questo che abbiamo proposto alcune condizioni, per noi irrinunciabili, per accettare questo ritorno. Guadagnino costoro, con un giuramento di fedeltà alla Costituzione repubblicana, il diritto di appartenere a questa comunità che - appunto - su tale Costituzione fonda le regole della propria convivenza e riconoscano quella Repubblica che hanno costantemente messo in discussione sostenendo brogli o altre fandonie per delegittimare l’esito del referendum che cacciò definitivamente la monarchia dall’Italia.

E se si vuole con un atto di clemenza consentire il ritorno, credo che lo si debba fare come sempre in Italia in occasione di una ricorrenza che sottolinei con il potere della rievocazione il fatto che ciò viene a determinarsi. Per tale motivo abbiamo indicato due date significative: il 9 febbraio 2049, vale a dire il duecentesimo anniversario della Repubblica romana, oppure, se si ritiene che quella data sia troppo lontana, il 1° gennaio 2048, il centesimo anniversario della Costituzione repubblicana.

Analogamente chiediamo anche, qualora dovesse verificarsi ciò che la suddetta malaugurata norma prevede, che a ritornare siano semplici membri della famiglia Savoia, dal momento che la Casa è ormai estinta con la morte del "Re di maggio".

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Consolo. Ne ha facoltà.

CONSOLO (AN). Signor Presidente, onorevoli colleghi senatori, prendo la parola con orgoglio - particolarmente ora, dopo l’intervento del senatore Turroni - per lasciare attraverso il mio intervento una traccia agli atti del Senato su questo delicato argomento. Nel disegno di legge costituzionale al nostro esame, sull’integrazione e parziale abrogazione della XIII Disposizione transitoria e finale della Costituzione, non a caso vi è anche la mia firma. Si tratta di una disposizione oggi antistorica, antidemocratica e antigiuridica.

Il livore, signor Presidente, onorevoli colleghi, che ho percepito in qualche intervento che mi ha preceduto, ha suscitato in me una notevole sorpresa. Come si può, infatti, oggi, dopo oltre cinquant’anni, discutere ancora dell’opportunità di consentire o no il permanere di tale norma? Inoltre, taluni emendamenti presentati sono chiara espressione di poca serietà - mi auguro! - con cui alcuni colleghi hanno affrontato il problema. Si considerino gli emendamenti 1.1 e 1.2 con i quali si proporrebbe di tenere in vita fino al 2048 ovvero al 2049 l’efficacia di tale disposizione. Capisco che gli stessi presentatori degli emendamenti li hanno illustrati richiamandone il contenuto con un sorriso, ma c’è poco da sorridere.

I Greci erano soliti dire "panta rei", vale a dire tutto scorre, ma per questi colleghi il tempo sembra non trascorrere mai. Non sono sufficienti gli oltre cinquant’anni trascorsi dalla nascita della Costituzione repubblicana per porre fine a tale oggi ingiusta disposizione? E poi c’è l’emendamento 1.8 che vorrebbe imporre ai Savoia un giuridicamente improponibile giuramento di fedeltà, non richiesto ad alcuno dei cittadini italiani. Per non parlare poi dell’emendamento aggiuntivo 1.0.1, che addirittura vorrebbe modificare la XIV disposizione transitoria togliendo il predicato "di" che precede il cognome dei Savoia che tale è, oltre ad essere parte della nostra storia, che piaccia o meno, che possa essere condivisa o meno. Vorrei ricordare che una parte di quella storia è stata con rigore criticata anche dal partito al quale mi onoro di appartenere.

Colleghi dell’opposizione, per fortuna nostra e vostra - non mi rivolgo a tutti - in Europa accade anche che Simeone di Bulgaria - ripeto "di Bulgaria" con il predicato - torni trionfante in patria, che la Federazione russa (ad alcuni di voi forse assai cara quando si chiamava Unione Sovietica), seriamente e consapevolmente attraverso il suo presidente Boris Eltsin il 17 luglio 1998, settant’anni dopo la strage di Ekaterinburg, chiede scusa alla famiglia imperiale russa e al suo capo, principe Nicola Romanov, tornato per l’occasione nella sua patria nella quale, come gli eredi di Savoia, non aveva mai posto piede.

Di fronte a tali episodi, come si può ragionevolmente, coscienziosamente, essere contrari alla storia? Ma cosa importa di quello che fanno la Bulgaria, la Russia, la Grecia, a chi è e vuole rimanere attore di una oggi improponibile nemesi storica?

Perché le colpe dei nonni, dei bisnonni, degli antenati dei Savoia dovrebbero continuare oggi, nel 2002, a ricadere su chi non ha mai posto il piede nella nostra patria?

Sotto il profilo giuridico, poi, il permanere di tale norma contrasterebbe palesemente - e bene lo ha evidenziato il relatore, senatore Pastore - con numerosi articoli della Costituzione: l'articolo 2, che garantisce i diritti inviolabili dell'uomo; l'articolo 3, che sancisce il principio di uguaglianza; l'articolo 16, che attribuisce il diritto di soggiornare e circolare nel territorio nazionale; l'articolo 17, che riconosce il diritto di riunione; l'articolo 18, che garantisce il diritto di associazione; l'articolo 21, che tutela il diritto di manifestazione del pensiero; l'articolo 42, che tutela il diritto di proprietà; l'articolo 48, che disciplina l'elettorato attivo, e l'articolo 51, relativo all'elettorato passivo. Sono tutte norme oggi confliggenti con la nostra Carta costituzionale.

Ma non è solo con la nostra Carta costituzionale che il perdurare di tale disposizione confliggerebbe. Che dire, infatti, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, secondo cui nessuno può essere espulso mediante provvedimento individuale o collettivo dal territorio dello Stato di cui è cittadino, così come nessuno può essere privato del diritto di entrare nel territorio dello Stato di cui è cittadino? Per non parlare poi della previsione di cui al Trattato di Schengen, trattato al quale, colleghi contrari all'abrogazione di questa disposizione, l'Italia non a caso ha aderito.

Ritengo, in conclusione, di aver chiarito ogni dubbio. Cerchiamo di essere liberi e democratici con i fatti, onorevoli colleghi, non con le parole; cancelliamo quindi questa norma assolutamente anacronistica dalla nostra Carta fondamentale. Vi ringrazio. (Applausi dai Gruppi AN, FI e CCD-CDU:BF).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bucciero. Ne ha facoltà.

*BUCCIERO (AN). Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, giungiamo oggi a deliberare sull'abrogazione di parte della XIII Disposizione finale transitoria della Costituzione con inimmaginabile ritardo. Non desidero fare la conta di quanti questo ritardo considerano intollerabile da quasi sessant'anni, né enumerare coloro che danno al ritardo minore consistenza.

È questo un esercizio contabile inutile e dannoso, non ispirato certamente alla volontà di pacificare gli animi a sei decenni dalla fine della guerra. Certo è che, per ragioni più anagrafiche che storiche o di diritto, la maggioranza degli italiani non avverte ostacoli di alcuna natura al rientro in Italia di due cittadini italiani e dei loro discendenti; gli italiani, resi ormai consapevoli dell'ampio spettro coperto dalla nozione dei diritti e delle libertà fondamentali dell'uomo, auspicano piuttosto questa riforma costituzionale al fine di respingere, come ipocrite, le posizioni di chi riesce a commuoversi per le violazioni di tali diritti in capo a chiunque, financo i terroristi, ma si rinzela con odiosa acidità e velenosi rancori quando si tratta di far ricadere sui figli, nipoti, pronipoti, per millenni, le eventuali colpe dei padri.

Coloro che, nascendo, si sono intrufolati abusivamente nella culla del diritto, coloro cioè che - senza perifrasi - non si considerano e non sono discendenti di chi, in più di duemila anni, ha fatto dell'Italia la madre del diritto, costoro non possono, non riescono ad avvertire il senso di disagio, di indignazione, di amarezza di incredulo stupore, di vergogna che alberga nella maggioranza degli italiani di fronte a tanti ipocriti artifizi, a tanti alibi tortuosi per ostacolare la soluzione di un problema così limpido e chiaro.

Sgombriamo la discussione da ogni equivoco: qui non si tratta di fare speciali favori a qualcuno, né ai discendenti maschi dei Savoia, né ai loro simpatizzanti, né ai monarchici italiani. Né al contrario si devono favorire, respingendo la proposta di legge, gli estremi aneliti degli ultimi repubblicani, più cronici che storici; né si deve simpatizzare per coloro che dall'abrogazione della XIII Disposizione temono conseguire il crollo dei miti su cui molti, da troppi decenni, hanno campato parassitariamente. Né, infine, negando il voto favorevole, si deve favorire quel senatore o quella senatrice che, sempre urlando, cambia idea e dottrina a seconda di come si sposta nell'emiciclo, da destra a sinistra, per vicende partitiche molto personali.

Noi, invece, approvando questo disegno di legge, faremo un favore a noi stessi, agli italiani che rappresentiamo, alla loro e alla nostra dignità di italiani, per togliere loro, con l'abrogazione della XIII Disposizione, l'imbarazzo e la vergogna di doversi confrontare con i loro concittadini europei che da tempo - da secoli alcuni e da decenni altri - hanno superato questioni dinastiche, affidandole serenamente agli storici e così recuperando il senso pieno del diritto e della giustizia.

Nella relazione del senatore Pastore troverete tutti gli spunti per una serena valutazione. Di questi spunti ne condivido in particolare uno, che ha ispirato il disegno di legge di cui sono primo firmatario e mi consente di soffermarmi su un aspetto della questione non sufficientemente soppesato.

Mi riferisco alla contraddizione, peraltro fra le tante, tra una dottrina e una giurisprudenza unanimi nel trovare l'origine della norma nella contingenza storica, vale a dire nei timori di un revanscismo monarchico che avrebbe potuto portare a sommovimenti politici (il che tradotto in termini essenziali vuole significare, a mio avviso, la mascheratura di gravi imbarazzi per le contorsioni elettorali e giudiziarie sul referendum) e la palese, evidente, lampante considerazione che, a quasi sessant'anni da quei momenti storici, nulla è più rimasto di quei timori, se non quello di una storiografia che, quand'anche mutasse indirizzo, nulla potrebbe influire sulla situazione politica attuale.

Ho sentito, peraltro, interventi ispirati all’odio e contestualmente alla nostalgia del "bel tempo che fu"; non si possono tollerare né l’uno, né l’altro sentimento. Ve lo dice uno che è nato nel 1938, l’anno del consenso al regime fascista, esteso alla maggioranza dei comunisti di allora. Uno che nel ’53 si iscrisse al Movimento sociale italiano perché era il partito che, difendendo l’italianità di Trieste, tentava di preservare gli ultimi residui di dignità per un’Italia ferita più dalle divisioni interne che dalla sconfitta.

Ve lo dice uno che a quel partito ha sentito addebitare la nostalgia, ad esempio per Mussolini, e che quindi avrebbe dovuto avere qualche risentimento per il Re, che fascista non era. Pur tuttavia, chi vi parla è stato il primo in questa legislatura ad affrettarsi a richiudere una ferita inferta alla giustizia sostanziale e ai princìpi del diritto. Nella passata legislatura chi vi parla è stato colui che ha presentato il disegno di legge che consentiva ad Emanuele Filiberto il transito in Italia - dico solo il transito - per consentirgli di partecipare, da cattolico, ai riti del Giubileo, riconoscendogli quel diritto che a tutti i musulmani, a qualsiasi Stato appartengano, viene concesso per il viaggio alla Mecca.

Ve lo dice uno, quindi, che vi ha dimostrato di non vivere di nostalgie e che pertanto, a buon diritto, può rinfacciare ai pochi non favorevoli a questa riforma di rimanere disperatamente "aggrappati" alla nostalgia. E’ questo un sentimento che potrebbe anche essere comprensibile ma mai giustificato, se non mascherasse un più volgare calcolo elettorale basato sulla necessità di continuare ad alimentare gli odi, in specie quelli di classe, le invidie e tutte le altre bassezze umane, per continuare a prosperare sulla parassitaria rendita del primo dopoguerra e delle sue fomentate divisioni tra gli italiani. Poiché quest’Assemblea, questo Senato - del quale tra l’altro e finalmente qualcuno ha recentemente scritto le nobili tradizioni e le sue vicende durante e dopo il Fascismo - poiché questo Senato - dicevo - rappresenta gli italiani, non escludo che possa ospitare nella sua Aula chi ancora vuole testimoniare i risentimenti di quanti, tra i più anziani, hanno vissuto quei tempi. Ma forse qui dentro, ma non lo spero, alberga anche il sentimento dell’odio, in coloro che per esistere hanno necessità di odiare.

Noi invece ci affidiamo serenamente a chi sente di dover rappresentare le nuove generazioni, e a coloro che non sanno odiare perché consapevoli del danno che la fabbrica dell’odio istituzionale e costituzionale ha arrecato all’Italia in questi ultimi cinquant’anni. (Applausi dai Gruppi AN, FI, CCD-CDU:BF. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Forlani. Ne ha facoltà.

FORLANI (CCD-CDU:BF). Signor Presidente, in merito a questi disegni di legge costituzionali, tra i quali ve ne è uno, il n. 431, d’iniziativa dei senatori del Gruppo di cui faccio parte, a firma dei colleghi Eufemi, D’Onofrio e altri, vorrei sottolineare come da sempre io abbia provato un forte disagio e una forte ripugnanza verso la permanenza in vigore di una norma così assurda come la XIII Disposizione transitoria della Costituzione.

Ogni volta che ci soffermiamo su questa permanenza veniamo ricondotti molto indietro nel tempo, ad epoche, a culture ed a concezioni dello Stato molto lontane. Ricordo il periodo del Medioevo, dei piccoli Stati e dei comuni italiani, quando Dante veniva condannato all’esilio da Firenze insieme ai figli; così come i Medici insieme ai loro discendenti. Sono epoche e concezioni molto lontane e molto diverse.

Tutto questo poi si innesta in una Costituzione come la nostra, quella repubblicana del ’48, che per tanti aspetti è all’avanguardia sotto il profilo della tutela e del riconoscimento delle libertà fondamentali e dei diritti umani. Pensiamo ad alcune norme giustamente richiamate dalla relazione ai disegni di legge.

L'articolo 2, che garantisce i diritti inviolabili dell'uomo; l'articolo 3, che sancisce il diritto di uguaglianza; l'articolo 16, che attribuisce il diritto di soggiornare e circolare nel territorio nazionale; l'articolo 48, che disciplina l'elettorato attivo; l'articolo 42, che tutela il diritto di proprietà a proposito degli aspetti anche patrimoniali della Disposizione transitoria; l'articolo 51 sull'elettorato passivo.

Ebbene, c'è, e forse c'era già nel momento in cui fu adottato il testo costituzionale, una stridente contraddizione tra questa disposizione e il più ampio contesto di principi sui quali è fondata la nostra Costituzione: uno stridente contrasto, una clamorosa contraddizione.

È chiaro che per quel che riguarda la concezione, l'ideazione di questa disposizione dobbiamo tornare al contesto storico di allora, del 1946, molto lontano e molto diverso. Io non voglio scendere nel merito storiografico delle vicende di Casa Savoia e della monarchia, anche se ho sentito che i colleghi dell'opposizione, i colleghi che dissentono da questa istanza di revisione della norma in questione, hanno ampiamente richiamato la storia italiana, la storia della monarchia, gli errori dei vari regnanti, le responsabilità. Ma credo che sia fuori luogo in questo momento una discussione, sia pure suggestiva, su queste materie, che ci porterebbe lontano.

Io credo che alla monarchia, credo che a Casa Savoia possano essere addebitate diverse responsabilità, penso in particolare alla pagina più vergognosa, il ventennio fascista, che è stata, ancor più dell'entrata in guerra, quella delle leggi razziali; penso alla lunga tolleranza nei confronti della dittatura, dello stravolgimento dello Statuto albertino in senso autoritario. Come peraltro ci sono, secondo me, anche delle pagine positive nella lunga storia del regno di Vittorio Emanuele III.

Ho sempre avuto notevoli perplessità rispetto all'accusa relativa alla pretesa ignominiosa fuga da Roma, dopo l'annuncio dell'armistizio. Ritengo che fosse difficile in quel momento per chi rappresentava lo Stato in quella fase così tortuosa, una scelta diversa, che avrebbe comportato un pericoloso vuoto di potere e avrebbe precluso alcune svolte importanti che furono compiute nei mesi successivi.

Capisco che nel momento in cui è stata proclamata la Repubblica ed è iniziato il processo di collaborazione per la nuova Costituzione nell'Assemblea Costituente ci fossero delle preoccupazioni in ordine ad una eventuale permanenza del Re e della sua famiglia nel territorio italiano. C'era l'esigenza di consolidare la giovane democrazia repubblicana, di garantire stabilità, distensione; c'erano i dubbi sull'esito del referendum avanzati da alcuni monarchici; c'era stato l'atteggiamento del Re di perplessità e di iniziale resistenza, sia pure soltanto verbale, soltanto di atteggiamento, rispetto alla presa d'atto dei risultati elettorali.

Dato che io credo che i comportamenti storici si giudichino dagli atti concreti e non dalle intenzioni, dai commenti o dalle perplessità, devo dare atto, studiando la storia, la figura di Umberto di Savoia, che egli poi immediatamente lasciò il Paese per evitare che si scatenassero tensioni: evitare - come si disse allora - il bagno di sangue. Al di là delle riserve che possono essere espresse e che sono umanamente comprensibili, c'era di fatto una presa d'atto e un rispetto del risultato elettorale con quella partenza dall'Italia. E posso capire che in quel momento ci fossero delle preoccupazioni rispetto ad una sua permanenza.

Erano momenti molto difficili e drammatici. Credo, però, che già dieci anni dopo il contenuto di questa disposizione poteva apparire anacronistico ed era ormai fuori luogo e superato dai fatti e dal consolidamento registrato delle istituzioni repubblicane.

La vigenza della norma in questione diventa oggi addirittura grottesca. Peraltro, in essa si rileva quella parte assurda che si riferisce ai discendenti maschi e, poiché non prevede un limite di tempo, si estende anche a quei soggetti che nasceranno tra cinquanta, cento o mille anni, quindi a soggetti che, in sostanza, non avranno nulla da rivendicare, da ricordare e nulla da sapere in merito a vicende che non hanno vissuto di persona. Quindi, si urta palesemente con qualsiasi principio elementare di tutela dei diritti della persona.

Deceduti gli ex sovrani e le loro consorti, è una norma che oggi investe privati cittadini che non hanno nulla più da rivendicare. Si tratta di una norma grottesca, come grotteschi mi appaiono gli emendamenti che sono stati al riguardo presentati, con i quali si arriva quasi a livelli di goliardia universitaria.

Dall’esperienza maturata in questi mesi rilevo che, come parlamentari, possiamo fare tutte le proposte che vogliamo, le quali sono immediatamente recepite; siamo, quindi, immuni da qualunque censura per quanto riguarda la nostra capacità di iniziativa normativa. Tuttavia, mi meraviglio quando leggo che i commi primo e secondo della XIII Disposizione transitoria cessano di avere efficacia a decorrere dal 9 febbraio 2049 o dal 1° gennaio 2048, e che ai membri e discendenti di Casa Savoia è richiesto di prestare giuramento di fedeltà alla Repubblica ai fini del rientro, mentre ciò non è richiesto ai cittadini comuni, soprattutto in questo momento nel quale si dibatte molto anche sul diritto di libero ingresso nel nostro Paese.

Mi desta meraviglia addirittura l’emendamento che prevede che Casa Savoia sia soppressa e che i discendenti debbano assumere il cognome Savoia senza predicato, emendamento che è stato presentato dai senatori Turroni e Boco, che ho imparato a stimare e a rispettare nel corso dei nostri dibattiti sia in Aula che in Commissione, al di là delle idee e delle posizioni diverse, per la serietà, la precisione e la competenza che caratterizzano la loro partecipazione ai lavori parlamentari. Mi sorprende che siano proprio questi senatori a presentare proposte di tal tipo, che appaiono veramente goliardiche e risibili.

Invito a considerare anche il comportamento che è stato seguito in altri Paesi, addirittura in quelli nei quali la rimozione della monarchia è stata ancora più traumatica, più dolorosa e a volte più violenta rispetto a quanto avvenuto nel nostro Paese. Mi riferisco ai Paesi dell’Est europeo, a quei Paesi che per mezzo secolo sono stati soggetti alle dittature comuniste ed oggi, tornati ad un regime democratico, consentono tranquillamente ai loro ex sovrani viventi di soggiornare nel territorio nazionale. Tra questi sovrani ricordo l’ultimo Zar della Bulgaria, Simeone II, che oggi è Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica democratica di Bulgaria. Altri discendenti di regnanti sono stati parlamentari, mentre altri ancora possono liberamente ritornare nei territori.

Non riusciamo, pertanto, a comprendere come da noi sia ancora possibile la vigenza della norma in questione. Potrebbe trattarsi di un fatto di mera pigrizia legislativa, o potrebbe essere una condizione dovuta alla sussistenza di problemi molto più gravi. In questo caso arriverei anche a capire che il Parlamento non sia intenzionato ad affrontare un lungo processo di revisione costituzionale per una questione che, in fondo, riguarda solo due persone e potrebbe non rivestire una grande importanza rispetto ad altri problemi.

Ci rendiamo invece conto che, nel momento in cui poniamo questo problema, emergono ancora delle resistenze del tutto anacronistiche, immotivate e del tutto incomprensibili se pensiamo che, a fronte di tali resistenze, non ci sono reali responsabilità personali, individuali da parte dei soggetti che tuttora sono colpiti dalla disposizione.

E' per questo, per quello che mi riguarda e per quello che riguarda il mio Gruppo (cioè il Gruppo Cristiano-Democratico), che noi sosterremo le proposte unificate nel testo della Commissione cercando di adoperarci affinché questa norma, anacronistica, assurda e contraddittoria rispetto ai nostri princìpi costituzionali, venga al più presto rimossa. (Applausi dai Gruppi CCD-CDU:BF e AN).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pedrini. Ne ha facoltà.

PEDRINI (Mar-DL-U). Signor Presidente, onorevoli senatori, ho voluto aggiungere agli altri, nella qualità di primo firmatario, un disegno di legge costituzionale per l'abrogazione dei primi due commi della XIII Disposizione transitoria della Costituzione repubblicana, con l'intento preciso di contribuire ad evitare che questo tema venga affrontato sotto il profilo del revisionismo storico, ponendolo, piuttosto, come è opportuno, sotto l'esclusivo profilo dei diritti umani.

La caduta del divieto ai signori Savoia di risiedere liberamente in Italia si deve - a nostro avviso - porre esclusivamente nell'ottica del rispetto dei diritti della persona umana, costitutivo di un sistema democratico.

Sono state le democrazie a promuovere e sottoscrivere le solenni dichiarazioni dei diritti umani.

Le democrazie, quindi, ne devono rispettare il dettato.

E non è dubbio che il divieto a dei cittadini italiani, quali i signori Savoia sono, di circolare e risiedere liberamente anche nel loro Paese di origine violi apertamente i diritti umani. Tanto più che la Repubblica italiana, con il Trattato di Schengen, è impegnata a garantire la libera circolazione di tutti i cittadini europei nei Paesi dell'Unione.

E' paradossale che i signori Savoia possano liberamente circolare e risiedere in un qualsivoglia Paese dell'Unione europea, tranne che in Italia. La Costituzione della Repubblica italiana è uno dei documenti più alti ispirati alla democrazia.

Non è, dunque, un caso che i Padri costituenti, nella loro saggezza, stabilirono la transitorietà della norma che ha, finora, proibito ai signori Savoia di venire in Italia.

Oggi, esistono le condizioni per abrogare una norma concepita come transeunte, come provvisoria, ed è giusto abrogarla.

I signori Savoia hanno il diritto di risiedere, se lo ritengono, in Italia nel rispetto da parte dello Stato democratico di tutti i loro diritti di cittadinanza, ma anche nel rispetto da parte loro di tutti i doveri dei cittadini.

E' più che opportuno non frapporre ulteriori ostacoli all'esercizio di questo diritto dei signori Savoia. Quello che, invece, non è opportuno e, francamente inaccettabile, è che tale abrogazione dia la stura ad approssimativi processi di revisionismo storico.

Il Parlamento non è un consesso di storici. Il Parlamento è la sede in cui si adottano le norme che le decisioni politiche suggeriscono.

La storia la scrivono, e la riscrivono se lo credono, gli storici con gli esclusivi strumenti della ricerca scientifica.

Oggi è equo adottare in Parlamento la decisione, politica, di abrogare la XIII norma transitoria della Costituzione repubblicana.

Se l'opportuna, equa decisione di consentire ai signori Savoia di risiedere nuovamente, se lo vorranno, nel territorio della Repubblica italiana, non può e non deve essere utilizzata per impropri dibattiti storici, sui meriti o sui demeriti dell'ex casa regnante, meno che mai questa decisione - lo ripeto: equa ed opportuna sotto il profilo dei diritti umani - potrà essere utilizzata per avviare un dibattito sull'articolo 139 della Costituzione repubblicana.

L'articolo 139 della Costituzione repubblicana, che vieta la revisione costituzionale della forma repubblicana dello Stato, non fa parte delle norme transitorie.

Il 139 è l'articolo conclusivo della Costituzione e del suo ultimo Titolo, il VI, significativamente titolato "Garanzie Costituzionali". Lo dico anche a nome del Gruppo di cui faccio parte, a scanso di equivoci.

Se i signori Savoia tornassero in Italia per alimentare seppure improbabili revanscismi, tradirebbero lo spirito con il quale il Parlamento sta adottando l'abrogazione del divieto al loro ingresso nel territorio della Repubblica italiana.

Dico il Parlamento perché finora mi pare che non ci sia stato alcuno, in sede politica, che abbia posto la questione del rientro dei signori Savoia sotto un profilo presuntivamente legittimista o che, peggio ancora, si sia dichiarato disponibile a discutere di querelle patrimoniali tra i signori Savoia e la Repubblica italiana.

Ma c’è qualche segnale che si intende approfittare di un atto che la Repubblica non può non considerare come dovuto, proprio per rispetto dei suoi principi costitutivi che ne fanno la forma reggimento più alta e libera dei popoli.

Non ci sono piaciuti - e lo diciamo apertamente e francamente - il tono e le argomentazioni, riportate dai giornali, con i quali il signor Vittorio Emanuele Savoia si è rivolto al legittimo Governo repubblicano per rivendicare i suoi diritti.

Non potevano piacerci, se persino un uomo prudente, riservato e garbato come il sottosegretario Gianni Letta ha ritenuto di dover mettere, pubblicamente, i puntini sulle "i". Il dottor Letta, nella risposta al signor Savoia, pubblicata sui giornali, ha usato la diplomazia che gli è congeniale. Ma, forse, avrebbe dovuto evitare, come rappresentante del Governo repubblicano, di rivolgersi al signor Savoia appellandolo come principe, titolo che nella Repubblica non spetta ad alcuno.

La Repubblica, con l’abrogazione della XIII Disposizione transitoria della sua Costituzione, non sta riparando alcun torto nei confronti dell’ex casa regnante.

Nel Gruppo della Margherita confluiscono diverse tendenze ideali, accomunate tutte, tra l’altro, dal discendere da quelle che vollero fortemente la Repubblica negli anni duri del dopoguerra.

Io appartengo, per la mia storia personale, al filone ideale del cattolicesimo democratico. Altri si riconoscono nella liberaldemocrazia, che è stata rappresenta nel nostro Paese in modo compiuto dal Partito d’azione, nonostante la sua breve storia. Cattolici democratici e liberaldemocratici furono tra i fondatori della Repubblica italiana.

Certo, nel 1945 Alcide De Gasperi fu saggio e realista nell’evitare, come riuscì a fare, di coinvolgere il rinato partito dei cattolici democratici nell’aspra contesa istituzionale.

La stessa preminente responsabilità democristiana nel Governo lo richiedeva, in un Paese materialmente distrutto, moralmente lacerato, percorso da tentazioni rivoluzionarie. Ma il nucleo forte del movimento politico dei cattolici stava con la Repubblica e diede un apporto fondamentale alla redazione della Carta costituzionale repubblicana.

Ricorderò soltanto tre nomi; i nomi di tre personalità di primissimo piano del movimento politico dei cattolici italiani, che si sono sedute in quest’Aula a diverso titolo: il senatore a vita Luigi Sturzo, il senatore a vita ex presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, il senatore Mario Scelba. Uno solo di essi, Gronchi, può essere iscritto d’ufficio alla tendenza della sinistra cristiana, come, con facile schematismo, si usa fare. Gli altri due vengono catalogati come moderati. Anzi, don Sturzo da qualche tempo è stato scelto - non so quanto a proposito - come ispiratore primo del ritorno al moderatismo e Scelba è stato a lungo la bestia nera della sinistra italiana.

Tutti e tre erano fermamente, indefettibilmente, repubblicani e non soltanto per le ragioni contingenti delle responsabilità politiche dell’ex monarchia italiana nei confronti della Chiesa in occasione dell’unificazione nazionale e nei confronti del popolo italiano per le compromissioni con il fascismo.

Il movimento sociale e politico dei cattolici - in Francia dapprima e poi in tutta Europa e anche in Italia - nacque e si affermò per spezzare quell’alleanza tra trono ed altare che aveva caratterizzato quello che gli storici chiamano l’ancien régime.

Si trattava di far aderire le masse cattoliche - contadini, operai, artigiani, impiegati, piccoli imprenditori - ai princìpi della liberaldemocrazia, staccandole dalle "forme di una concezione pura clericale" per inserirle, nella vita di ciascun Paese, come "rappresentanti di una tendenza popolare nazionale", come disse don Sturzo in un discorso del 1905 rimasto famoso.

Una tendenza naturaliter repubblicana, tant’è che in Francia il partito dei cattolici democratici, finchè ha avuto vita autonoma, si è sempre chiamato repubblicano e popolare.

L’obiettivo più alto che il movimento politico dei cattolici si è dato in tutta Europa è stato l’unificazione politica del continente, un traguardo ora vicino, al cui raggiungimento hanno fortemente contribuito anche le culture politiche liberal-democratiche e socialiste democratiche.

Nell’Europa che stiamo costruendo non c’è spazio per anacronistici revanscismi. La nostra adesione ai disegni di legge unificati è dunque chiara nelle motivazioni e nello spirito con i quali oggi, la assicuriamo.

Del resto, già nella scorsa legislatura, il Governo di centro-sinistra aveva presentato un disegno di legge analogo a quelli sui quali ci pronunceremo che, approvato in prima lettura, non concluse l’iter previsto per le revisioni costituzionali.

Siamo pienamente d’accordo nel riconoscere i diritti di cittadinanza ai signori Savoia. Saremo inflessibili nel non consentire al revisionismo storico, sotto qualsivoglia forma. (Applausi dal Gruppo Mar-DL-U e del senatore Brutti Massimo. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Brutti Massimo. Ne ha facoltà.

*BRUTTI Massimo (DS-U). È questa una singolare discussione, signor Presidente, poiché in essa le valutazioni giuridiche e politiche che devono essere formulate su una proposta di riforma della Costituzione vanno al di là dell’orizzonte della politica attuale, incontrano la memoria e la storiografia, i suoi indirizzi, le sue acquisizioni.

Non potrebbe essere altrimenti, poiché è in discussione oggi qui una norma che è strettamente connessa con la fondazione della Repubblica. Del resto, la memoria conta molto nella politica: è elemento di identità, dà forza alla nostra azione quotidiana, ci fornisce un linguaggio e dunque per questo una discussione sul provvedimento in esame non può non fare i conti con l’uso pubblico della storia, con i punti di riferimento fondamentali a partire dai quali noi giudichiamo gli avvenimenti che ci sono stati prima di noi.

La dinastia dei Savoia ha regnato in Italia dopo la formazione dello Stato unitario per circa 85 anni, quasi un secolo, e due re della famiglia Savoia furono fra gli attori fondamentali del Risorgimento. Lo furono con posizioni spesso fermamente contrastate dalle componenti democratiche del costituzionalismo e del mazzinianesimo, ma furono attori fondamentali di quei moti e di quella rivoluzione.

Carlo Alberto per primo, che fu denominato (voi lo ricorderete) "italo Amleto": questa denominazione nasceva certo dalle incertezze politiche di Carlo Alberto, ma anche da comportamenti e scelte che erano il segno, l’espressione di un rapporto complesso, eppure vivo, che si venne determinando a metà dell’Ottocento fra la dinastia dei Savoia e il movimento liberale. Erano i patrioti, protagonisti di un movimento di élite, ma pronto a combattere per l’unità della Patria, che scrivevano clandestinamente, come voi ricorderete, sfuggendo al controllo della polizia austriaca, "viva Verdi" per indicare lo slogan "viva Vittorio Emanuele re d’Italia".

Ebbene, alle radici e a fondamento della XIII tra le disposizioni transitorie e finali della Costituzione repubblicana vi è una ferita profonda che ha lacerato la storia nazionale. Quella disposizione esprime una condanna storica nei confronti della famiglia dei Savoia, che pure era così legata alla storia dello Stato unitario, e contiene un impegno per il futuro. Quella condanna storica e quell’impegno sono strettamente legati ai princìpi fondamentali della Costituzione repubblicana e alla sua instaurazione.

Innanzi agli occhi dei costituenti e a fondamento del loro giudizio vi erano allora certamente l’intero passato di questa dinastia, il legame con il Risorgimento, che furono considerati e debbono essere considerati, ma anche e soprattutto le gravissime responsabilità dei suoi ultimi rappresentanti. Quelle gravissime responsabilità erano vicine nel tempo e producevano dolore e rabbia in molti di quei costituenti.

Vi era stata dapprima la colpevole tolleranza manifestata verso un movimento eversivo, quale fu alle origini il fascismo, e poi la legittimazione della violenza nel 1922. Di fatto i princìpi dello Statuto furono svuotati, resi inefficaci e vani. Il re Vittorio Emanuele III accettò le leggi che vietavano la costituzione dei partiti, accettò che venisse soppressa la libertà di stampa, che venisse limitata e costretta la libertà di manifestazione del pensiero. Eppure era lo stesso re, come mi sembra sia stato ricordato anche oggi, che aveva incoraggiato un’esperienza avanzata nell’ambito dello Stato liberale quale quella dei Governi di Giovanni Giolitti.

Nessun ascolto prestò Vittorio Emanuele III alle voci provenienti dal campo liberale e antifascista che lo invitavano nel 1924-1925, un biennio drammatico nella storia del Paese, ad intervenire con un’iniziativa istituzionale volta a restaurare la legalità. Allora il grido di dolore, per usare un’espressione già utilizzata dal suo avo, di chi aveva a cuore la libertà non venne ascoltato dal Quirinale. Poi nel 1938 vi fu la vergogna delle leggi razziali. Nell’estate del 1943, e dopo l’8 settembre, infine, l’autorità legittima si dissolse ed anche in questo vi fu una responsabilità pesante della famiglia reale.

Chi ha letto uno scritto di un grande giurista conservatore, Salvatore Satta, intitolato "De Profundis", ricorderà che è stato proprio questo giurista conservatore a proporre per primo l’espressione, che poi di recente ha avuto fortuna nella ricerca storiografica, "morte della Patria". In realtà Salvatore Satta, che io ho conosciuto, quando parla di morte della Patria, per la sua sensibilità e cultura, vuole indicare un fatto che era per lui intollerabile, vale a dire la crisi e il vuoto dell’autorità, un’autorità che si dissolve. Per Salvatore Satta era quella la morte della Patria.

E chi fu responsabile della dissoluzione dell’autorità? Perché tanti giovani e tanti ufficiali e soldati rimasero soli e dovettero fare ciascuno i conti con la propria coscienza, scegliendo da una parte o dall’altra, ma nel vuoto? Era giusta la rabbia di quei giovani.

Questa mattina ho riletto una pagina di un giovane comandante partigiano del Friuli-Venezia Giulia, Ferdinando Mautino, le cui parole avrebbero potuto essere state scritte o pronunziate da giovani di diverso impegno che sceglievano in quel momento così tragico la via del combattimento per ritrovare una salvezza, una coerenza. Quanti di loro si guardavano dentro la coscienza e, non sapendo cos’altro scegliere, ricordavano di aver fatto un giuramento al re e di doversi mantenere fedeli ad esso. Nel frattempo, il re dov’era?

E Mautino scrive: "Alle classi dirigenti, ai marescialli, alle maestà: non era capitata un'anima capace di imporsi la fedeltà ad uno qualsiasi dei numerosi sacri princìpi in nome dei quali a milioni di italiani era stato imposto il dovere di rinunciare a tutti i propri affetti, alla costruzione del proprio avvenire e alla vita".

Onorevoli colleghi, responsabilità come queste, abbandonare gli uomini che sono al tuo comando, che sono soggetti al tuo potere e lo rispettano, a se stessi, alla loro solitudine, alla loro coscienza, senza un orientamento, senza un ordine, senza un aiuto, è una cosa che si paga, è una responsabilità che dura nel tempo.

I soldati, gli ufficiali, i cittadini, furono abbandonati; Roma rimase in balìa dei tedeschi, la difesa della Capitale fu affidata a Calvi Di Bergolo, anch'egli lasciato solo. Ecco perché molti italiani maturarono allora la convinzione che vi fossero stati gravissimi errori e terribili responsabilità del re.

E non possiamo dire, come pure ho sentito oggi, che la XIII disposizione transitoria e finale è un arbitrio, che è in contrasto con la Costituzione: no. Essa nasce da questa storia, essa nasce da questo giudizio storico ed etico formulato dall'Assemblea costituente. Il fatto che non vi fosse da parte della famiglia reale nel suo complesso la capacità di compiere una svolta, di comprendere il dolore e la rabbia di un Paese mortificato, di costruire un nuovo patto con gli italiani, fu evidente in quei due anni terribili (tra il 1943 e il 1945) e dopo.

Non bastò la partecipazione leale in prima linea dei partigiani di convinzione monarchica alla resistenza contro il nazismo, né bastarono gli sforzi sapienti di un grande mediatore, come fu il senatore Benedetto Croce, che fino all'ultimo tentò di convincere Vittorio Emanuele III a cedere il posto - a cederlo in tempo - e tentò di orientare la Casa reale ed il Luogotenente verso una politica di maggiore apertura. Il destino dei Savoia rimase come marchiato a fuoco dagli errori tragici e dalle responsabilità incancellabili di Vittorio Emanuele III e la stessa questione istituzionale rimase per qualche tempo aperta, anche dopo il referendum, ancora fonte di contrasti, anche se fu progressivamente riassorbita dalla dialettica democratica del sistema politico italiano.

Del resto, noi abbiamo avuto una peculiarità - una delle tante peculiarità italiane - e cioè che nell'Assemblea costituente erano presenti rappresentanti del popolo, eletti per scrivere la Costituzione che erano di orientamento monarchico e che come tali si erano presentati al voto.

Un'altra peculiarità italiana è che ancora per molti anni, accanto all'esistenza di un partito monarchico, poi confluito nel partito che rappresentava la destra italiana, abbiamo avuto un partito repubblicano vitale, vivo ancora più a lungo, che soprattutto nella leadership di Ugo La Malfa ha trovato una fonte di elaborazione politica e si è posto come contrappeso laico alle tendenze presenti nel più grande partito italiano, che era espressione del movimento cattolico; come contrappeso laico e ad un tempo come elemento di raccordo tra le grandi forze popolari del nostro Paese.

Quindi, la differenziazione intorno alla questione istituzionale, la divergenza politica, è durata ancora a lungo e ne abbiamo visti i segni nel sistema politico italiano. La tensione successiva al referendum nei primi giorni di giugno del 1946, la contestazione del risultato del voto da parte monarchica, che fu fronteggiata con fermezza dal presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, i disordini che vi furono a Napoli (vi furono dei morti) accentuarono la rottura tra la famiglia Savoia e le istituzioni e la ferita rimase aperta.

Mai vi fu successivamente un riconoscimento inequivoco da parte della famiglia Savoia della legittimità formale del voto del 2 giugno; mi sembra anzi che una delle relazioni che accompagnano i disegni di legge di riforma costituzionale in discussione richiami ancora quella polemica, come osservava questa mattina il collega Del Pennino.

La XIII Disposizione è una disposizione finale, come correttamente è stata definita dal Consiglio di Stato il 1° marzo 2001; ha portata precettiva; è in rapporto di evidente complementarità con la norma irrevocabilmente sancita dall'articolo 139 della Costituzione, che recita: "La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale". La XIII delle disposizioni transitorie e finali ha quindi un rilevante significato nel sistema della Costituzione e ha l'origine storica e ideale che ho indicato poc'anzi.

Certamente, la Repubblica oggi, nel 2002, è forte; la sua coesione è cresciuta in anni difficili. La Repubblica non ha nulla da temere oggi, se si toglie efficacia a quella disposizione e se i Savoia ritornano in Italia, ma si tratta di un avvenimento rilevante.

Se si vuole compiere questa scelta, si deve sapere che essa ha, nella nostra vicenda costituzionale, un rilievo storico. Se si vuole compiere questa scelta, occorre contemporaneamente che il primato della Repubblica, le ragioni della sua fondazione, i valori che furono alla base di quella disposizione finale siano oggi solennemente riaffermati.

Noi rispettiamo - vorrei che questo punto fosse chiaro - i sentimenti di affetto e di devozione dei componenti di questa famiglia verso i propri progenitori, anche se sono grandi le responsabilità storiche di alcuni di essi, e segnatamente di uno di essi, in un momento che fu di sofferenza e rovina per la Patria. Crediamo tuttavia che un voto concorde debba essere subordinato ad una affermazione di piena ed assoluta lealtà alle istituzioni legittime del nostro Paese, da parte dei componenti della famiglia Savoia che vogliono tornare in Italia.

Vi è ancora tempo prima della conclusione dell'iter del disegno di legge costituzionale; il procedimento parlamentare è lungo, richiedendo una doppia deliberazione conforme da parte delle Camere. Ciò rende possibile questa affermazione di lealtà, che finora non è stata esplicita e compiuta, come deve essere. In tal modo potrà maturare nel Paese un più ampio e concorde orientamento favorevole.

Noi esprimeremo un voto di astensione in questa fase della discussione in Senato, in attesa che vi sia proprio ora, in prossimità della decisione ultima, una esplicita, inequivocabile e ferma dichiarazione di fedeltà alla Repubblica. Tale dichiarazione deve, a nostro avviso, essere pronunciata dal figlio dell'ultimo re d'Italia, che intende tornare nel nostro Paese, cittadino tra gli altri cittadini, assieme all'intera sua famiglia; non interviste, non parole strappate e scarsamente meditate, e taccio delle valutazioni contraddittorie che ho ascoltato in questi ultimi anni da parte del figlio dell'ultimo re d'Italia sulle leggi razziali.

Le contestazioni del risultato elettorale del referendum che vi sono state negli anni, e che non sono mai state definitivamente smentite, rendono ancora più necessaria una dichiarazione pubblica capace di aprire una pagina nuova. Ricordo la previsione dell'articolo 54 della Costituzione: "Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi". Oggetto del dovere di fedeltà sono i princìpi costituzionali che fondano la legittimità dell'ordinamento, mentre altra cosa è l'osservanza della Costituzione e delle leggi, che è infatti comune ai cittadini italiani e ai non cittadini che si trovino sul territorio nazionale. Il dovere di fedeltà alla Repubblica è dovere di fedeltà ai princìpi, al nucleo di valori che si sono formati storicamente e che appartengono alla coscienza dell'Italia contemporanea.

Questa fedeltà non è mai stata affermata dai rappresentanti e dai componenti di tale famiglia; noi chiediamo che vi sia una dichiarazione esplicita e certa in tal senso.

Il dovere di osservanza della Costituzione e delle leggi riguarda, tra gli altri princìpi irrevocabili e fondamentali, anche l’articolo 139 della Costituzione e il dovere di fedeltà è un dovere al quale noi tutti dobbiamo adempiere. A maggior ragione, una famiglia che ha legato il suo nome alla storia d’Italia deve adempiere a questo dovere e deve dichiararlo. Se i componenti di tale famiglia daranno pubblicamente e solennemente prova di senso civico e di fedeltà alla Repubblica, ciò costituirà un elemento di riconciliazione storica, una dimostrazione da parte loro di dignità e anche di solidarietà verso i cittadini italiani che nella loro vita quotidiana, nella condotta privata e pubblica, rispettano la Costituzione e le leggi del nostro Paese. (Applausi dal Gruppo DS-U)

PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale.

Ha facoltà di parlare il relatore.

PASTORE, relatore. Signor Presidente, prima di svolgere una breve replica vorrei chiederle un intervento procedurale, invitandola a concludere i nostri lavori dopo le repliche, rinviando l’esame degli emendamenti al disegno di legge e il voto finale ad altra seduta.

Come detto, la mia sarà una breve replica perché in realtà i temi toccati nel corso della discussione riguardano proprio quegli elementi che non ho inteso considerare nella mia relazione, coinvolgendo ideologie, affetti, sensibilità e valutazioni storiche. Anch’io potrei dire la mia; sono di formazione liberale e cattolica, quindi si può ben ipotizzare quale sia la mia visione della storia d’Italia.

Nella formulazione del testo proposto all’Aula mi sono però fatto carico, insieme alla Commissione, di oggettivizzare un dato, che ho cercato di sottolineare nella relazione: non si vuole fare un processo o una verifica storica ma semplicemente dare atto e consegnare alla storia che verrà una riconquistata dignità e cittadinanza italiana a soggetti che personalmente e direttamente non sono responsabili dei fatti avvenuti cinquant’anni fa.

Credo che questo costituisca innanzitutto, e su questo invito i colleghi perplessi ad una riflessione approfondita, un riconoscimento del valore delle istituzioni repubblicane. Il chiedere, anche se non nel testo della norma costituzionale, una formula di giuramento da parte di cittadini italiani esiliati all’estero significa quasi certificare la debolezza del sistema repubblicano. Io sono invece sicuro della forza della Repubblica; sono sicuro della saldezza delle sue istituzioni e del fatto che tutti noi, che crediamo nella Costituzione repubblicana, non abbiamo bisogno di ostracismi per salvaguardare la Repubblica italiana.

Questo è il primo fondamento della scelta compiuta dalla Commissione; invito i colleghi a meditare su tale aspetto. (Applausi dai Gruppi FI, CCD-CDU:BF, AN e del senatore Brignone).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.

VENTUCCI, sottosegretario di Stato per i rapporti con il Parlamento. Signor Presidente, il Governo nel condividere quanto affermato dal relatore ribadisce che non ha inteso assumere una propria iniziativa legislativa in merito, ma ha sostenuto la proposta parlamentare che andava maturando in Commissione affari costituzionali, riassunta nell’articolo unico del presente disegno di legge costituzionale.

Il testo approvato in Commissione non tende ad espungere l'articolato che nel 1947 è stato immaginato di breve durata, ma si aggiunge alla XIII Disposizione transitoria ed esaurisce i suoi effetti (del primo e secondo comma), come peraltro richiestoci dalle norme del Trattato di Maastricht e del susseguente Trattato di Schengen, come ricordato testé dal senatore Pedrini.

Nella XIII legislatura si è svolto in Parlamento un ampio e appassionato dibattito sulla questione del rientro dei Savoia, soprattutto nell'altro ramo del Parlamento. Si è detto di tutto, ma la stragrande maggioranza degli intervenuti non ha mai messo in discussione i princìpi costituzionali, compreso l'assunto dell'articolo 139; princìpi che nulla possono far sperare anche a quella legittima minoranza che vede nella monarchia un proprio sistema di riferimento istituzionale.

La nostra democrazia, e con essa la fede repubblicana, è ben salda e non ha timore del rientro in Patria degli eredi di una casata che comunque fa parte della storia del nostro Paese. Non sta al Governo, né peraltro potrebbe essere questa l'occasione, formulare una benché minima analisi storica sul comportamento di Casa Savoia nel contesto venutosi a creare dopo il Trattato di Versailles (ma a sentire certe dichiarazioni, fin dall'origine).

Oggi però il Governo, e con esso l'intero Stato italiano, si sente messo sotto accusa da Bruxelles, dove è intentato l'ennesimo procedimento contro il nostro Paese, con la pesante imputazione, questa volta, di disattendere le regole umanitarie che promanano dai sottoscritti Trattati internazionali.

È dunque questo il motivo della richiesta di accelerazione del provvedimento in Aula da parte del Governo, quale segnale volto a dimostrare concretamente alla Corte di giustizia europea che il Parlamento italiano a grandissima maggioranza - mi pare di dover desumere dagli interventi - intende ritenere esauriti gli effetti di una norma che non consente a due cittadini italiani, oggi con passaporto belga, l'ingresso nel proprio Paese. Nel contempo, approvando questa norma, elimineremo dopo l'ergastolo anche la severa pena dell'esilio, una sanzione difficilmente conciliabile con i principi scolpiti nella Costituzione repubblicana.

Il Governo, infine, ringrazia i colleghi che hanno partecipato alla discussione sia in Commissione che in Aula, ribadendo che l'approvazione del disegno di legge costituzionale non rimuove alcuna delle disposizioni transitorie e finali; e ciò consente che la memoria e la continuità storica del Paese non vengano messe in dubbio, a favore di una riflessione pacata e possibilmente serena da parte della storia. (Applausi dai Gruppi FI e CCD-CDU: BF).

PRESIDENTE. A seguito della richiesta del relatore Pastore, credo vi sia un'ampia disponibilità dell'Aula a sospendere a questo punto i nostri lavori.

Rinvio pertanto il seguito della discussione dei disegni di legge costituzionale in titolo ad altra seduta.