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Legislatura 14ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 111 del 31/01/2002


SENATO DELLA REPUBBLICA
—————— XIV LEGISLATURA ——————

111a SEDUTA PUBBLICA

RESOCONTO SOMMARIO E STENOGRAFICO

GIOVEDÌ 31 GENNAIO 2002

(Pomeridiana)

_________________

Presidenza del vice presidente CALDEROLI



RESOCONTO SOMMARIO

Presidenza del vice presidente CALDEROLI

La seduta inizia alle ore 16,30.

Il Senato approva il processo verbale della seduta pomeridiana di ieri.

Comunicazioni all'Assemblea

PRESIDENTE. Dà comunicazione dei senatori che risultano in congedo o assenti per incarico avuto dal Senato. (v. Resoconto stenografico).

Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico

PRESIDENTE. Avverte che dalle ore 16,35 decorre il termine regolamentare di preavviso per eventuali votazioni mediante procedimento elettronico.

Seguito della discussione dei disegni di legge costituzionale:

(77) BUCCIERO ed altri. – Integrazione della XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione

(277) PEDRIZZI ed altri. – Abrogazione dei commi primo e secondo della XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione

(401) SCHIFANI e PASTORE. – Abrogazione dei commi primo e secondo della XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione

(417) GRECO. – Abrogazione dei commi primo e secondo della XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione

(431) EUFEMI ed altri. – Abrogazione del primo e secondo comma della XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione

(507) ROLLANDIN ed altri. – Abrogazione dei commi primo e secondo della XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione

(674) PEDRINI ed altri. – Abrogazione dei commi primo e secondo della XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione

(715) COSTA. – Abrogazione del secondo comma della XIII disposizione transitoria della Costituzione

(Votazione finale qualificata ai sensi dell'articolo 120, comma 3, del Regolamento)

PRESIDENTE. Prosegue la discussione generale iniziata nella seduta antimeridiana.

CONTESTABILE (FI). Anche a nome dei senatori Rizzi e Jannuzzi, essendo contrario al rientro dei Savoia in Italia, preannuncia che si allontanerà dall’Aula al momento della votazione.

MAGNALBO' (AN). Ripercorre la storia di Casa Savoia, che si intreccia strettamente con gli accadimenti storico-politici della penisola nel corso di molti secoli, sottolineando che la XIII disposizione finale e transitoria della Costituzione ha perduto la sua ragion d’essere e disattende peraltro i numerosi atti comunitari a difesa dei diritti dell’uomo e concernenti la libera circolazione dei cittadini. La cessazione degli effetti di quella disposizione è dunque un atto dovuto che risponde a motivi di civiltà e pertanto preannuncia il voto favorevole di Alleanza Nazionale sul disegno di legge costituzionale.

TURRONI (Verdi-U). Il disegno di legge costituzionale è il segnale del tentativo di revisionismo storico che la destra sta ponendo in atto, di fronte al quale occorre vigilare per non abbandonare quella forte identità repubblicana di stampo democratico che ha contraddistinto le popolazioni di molte zone del territorio italiano. La Costituzione peraltro esprime un giudizio irreversibile sulla monarchia, né si può dimenticare il comportamento dei Savoia nel corso dell’ultima guerra mondiale. Nell’esprimere dunque un giudizio fortemente negativo sul disegno di legge, i Verdi hanno presentato alcune modifiche volte a porre almeno alcuni ostacoli al rientro in Italia dei membri di Casa Savoia, quanto meno pretendendo da parte loro un’attestazione di fedeltà a quella Repubblica che mai hanno inteso riconoscere.

CONSOLO (AN). La XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione è antistorica, antidemocratica ed antigiuridica e pertanto desta notevole sorpresa il livore con cui alcuni senatori hanno espresso la loro opposizione al disegno di legge in discussione. Evidentemente essi non si rendono conto di quanti anni sono passati dalla fine della guerra e del fatto che i Savoia fanno parte della storia italiana, intendono prendere esempio dalle esperienze della Bulgaria e della Russia, che hanno consentito il ritorno delle rispettive famiglie reali nei Paesi di origine. Opporsi al provvedimento significa essere contro la storia ma anche contro il diritto, in quanto è inammissibile che le colpe dei padri ricadano sui figli. E' inoltre necessario abrogare una norma che, oltre a violare numerosi articoli della Costituzione, è anche in contrasto con la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo. (Applausi dai Gruppi AN, FI e CCD-CDU:BF).

BUCCIERO (AN). L'abrogazione della XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione viene all'esame delle Aule parlamentari con enorme ritardo, nonostante il favore dei cittadini, anche a causa dell'ipocrisia di chi è pronto a difendere i diritti dei terroristi, ma consente che le colpe dei padri ricadano sui figli. Il provvedimento in esame consente di recuperare il senso pieno del diritto e della giustizia, sopprimendo una norma che rappresenta una vergogna nazionale e la cui genesi risale a timori connessi ad una determinata contingenza storica della quale non rimane nulla. Alcuni degli interventi contrari al provvedimento sono ispirati all'odio e nascondono un calcolo elettorale. I sostenitori del provvedimento confidano invece nelle nuove generazioni e in tutti cittadini consapevoli dei lutti che l'odio ha causato al Paese. (Applausi dai Gruppi AN, FI e CCD-CDU:BF. Congratulazioni).

FORLANI (CCD-CDU:BF). E' grottesca la perpetuazione di una norma che ci riporta ad una concezione dello Stato molto lontana ed in stridente contrasto con l'impianto garantista e liberale della Costituzione. Non è questa la sede per una valutazione storica dell'operato di Casa Savoia; tuttavia, se la XIII disposizione era in qualche modo giustificata dal contesto storico e dalla preoccupazione per la sopravvivenza della giovane Repubblica, Umberto di Savoia, nonostante le perplessità espresse sul referendum, lasciando il Paese accettò implicitamente di riconoscere la nuova forma di Stato. A quasi 60 anni dalla fine della guerra e anche alla luce delle esperienze di Paesi dell'Est europeo, che hanno consentito agli ex sovrani di soggiornare nel loro Paese e di partecipare alla vita politica, tale norma non ha più motivo di essere ed è restata finora in vigore non soltanto per una sorta di pigrizia legislativa, ma anche per effettive resistenze testimoniate da alcuni interventi in discussione nonché da emendamenti sorprendenti e di portata quasi goliardica. Il Gruppo che rappresenta si impegnerà invece per una sollecita approvazione del testo in esame. (Applausi dai Gruppi CCD-CDU:BF e AN).

PEDRINI (Mar-DL-U). Come primo firmatario di uno dei disegni di legge costituzionale per la cessazione degli effetti della XIII disposizione transitoria e finale, ritiene che lo spirito che ha informato il provvedimento attenga al rispetto dei diritti umani e delle disposizioni dell’Accordo di Schengen, e non piuttosto al frutto di un inaccettabile processo di revisione storica, al risultato di un dibattito sui meriti storici della Casa regnante. D'altra parte, tale norma non mette in discussione il principio contenuto nell'articolo 139 della Costituzione, può riaprire una querelle patrimoniale rispetto allo Stato italiano, nonostante talune rivendicazioni dei discendenti dei Savoia cui, sia pure con la consueta diplomazia, persino il sottosegretario Gianni Letta ha inteso replicare. Il Gruppo della Margherita aderisce al disegno di legge costituzionale, nel nome dei sentimenti fortemente repubblicani del movimento cattolico italiano cui si è ispirata l'azione politica dei suoi principali esponenti, come don Sturzo, Gronchi e Scelba. (Applausi dal Gruppo Mar-DL-U e del senatore Massimo Brutti. Congratulazioni).

BRUTTI Massimo (DS-U). Al di là dei meriti della dinastia Savoia in ordine al processo di unità d'Italia o delle responsabilità negli ultimi anni di regno relative all'accettazione delle limitazioni delle libertà democratiche e delle leggi razziali e, dopo l'8 settembre, all'abbandono e al dissolvimento dell'autorità, Casa Savoia si è storicamente mostrata incapace di costruire un nuovo patto con gli italiani, malgrado lo sforzo di mediazione di personalità come Benedetto Croce. Pertanto, nonostante l’indubbia saldezza della forma repubblicana a distanza di un cinquantennio, ma proprio in considerazione della portata storica dell'avvenimento, occorrerebbe che il figlio dell'ultimo re, a nome della famiglia Savoia, dichiarasse la propria fedeltà in modo inequivocabile e fermo alla Repubblica, assoggettandosi al pari di qualsiasi altro cittadino italiano all'articolo 54 della Carta fondamentale, e riconoscesse la legittimità delle istituzioni, come elemento di pacificazione e come espressione di dignità e di solidarietà verso gli italiani. (Applausi dal Gruppo DS-U).

PRESIDENTE. Dichiara chiusa la discussione generale.

PASTORE, relatore. Invita quanti richiedono ai discendenti di Casa Savoia un atto formale per il riconoscimento della Repubblica a meditare sulla debolezza di tale certificazione e a considerare la possibilità di un rientro in Italia di coloro che non sono personalmente responsabili degli atti compiuti dai loro avi secondo oggettività e non secondo ideologia o valutazione storica. Propone inoltre che, dopo lo svolgimento della replica del rappresentante del Governo, sia rinviato il seguito dell'esame alla prossima settimana. (Applausi dai Gruppi FI, CCD-CDU:BF e AN e del senatore Brignone).

VENTUCCI, sottosegretario di Stato per i rapporti con il Parlamento. Il Governo non ha inteso presentare una propria iniziativa legislativa per l'abrogazione di una norma per sua natura transitoria, pur ritenendo che si tratti di un atto opportuno per applicare anche al caso di specie i principi del Trattato di Maastricht e dell'Accordo di Schengen, senza riaprire un dibattito sulla forma repubblicana di cui l'articolo 139 della Carta fondamentale sancisce la immodificabilità. Peraltro, in tal modo si evita che prosegua l’iniziativa avviata dai Savoia a Bruxelles presso la Corte europea di giustizia e pertanto chiede di accelerare l'iter del disegno di legge costituzionale. (Applausi dai Gruppi FI e CCD-CDU:BF).

PRESIDENTE. Rinvia il seguito della discussione ad altra seduta. Dà quindi annunzio della mozione, della interpellanza e delle interrogazioni pervenute alla Presidenza (v. Allegato B) e comunica l’ordine del giorno della seduta del 1° febbraio.

La seduta termina alle ore 18,02.

 



RESOCONTO STENOGRAFICO

Presidenza del vice presidente CALDEROLI

PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 16,30).

Si dia lettura del processo verbale.

TIRELLI, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta pomeridiana del giorno precedente.

PRESIDENTE. Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato.

Congedi e missioni

PRESIDENTE. Sono in congedo i senatori: Agnelli, Antonione, Baldini, Bobbio Norberto, Bosi, Cursi, D'Alì, Danieli Paolo, Degennaro, Dell'Utri, De Martino, Frau, Grillo, Guzzanti, Lauro, Mantica, Saporito, Sestini, Siliquini, Vegas e Ventucci.

Sono assenti per incarico avuto dal Senato i Senatori: Forcieri, Palombo, per attività dell'Assemblea parlamentare della NATO; Compagna, per attività dell'Assemblea parlamentare dell'OSCE; Bevilacqua, Borea, Cavallaro, Federici, Gubetti, Zancan, per sopralluogo in Calabria, Abruzzo e Molise per il controllo del funzionamento del sistema carcerario; Bedin, Bettamio e Maffioli, per attività del Comitato parlamentare di controllo sull'attuazione ed il funzionamento della Convenzione di applicazione dell'accordo di Schengen; Bergamo, Dettori, Marano, Montino, Moro, Novi, Salzano, Turroni, Zappacosta, per indagine conoscitiva sulle cause del dissesto idrogeologico nel capoluogo campano.

 

Comunicazioni della Presidenza

PRESIDENTE. Le comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico

PRESIDENTE. Avverto che nel corso della seduta odierna potranno essere effettuate votazioni qualificate mediante il procedimento elettronico.

Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall'articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 16,35).

Seguito della discussione dei disegni di legge costituzionale:

(77) BUCCIERO ed altri. – Integrazione della XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione

(277) PEDRIZZI ed altri. – Abrogazione dei commi primo e secondo della XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione

(401) SCHIFANI e PASTORE. – Abrogazione dei commi primo e secondo della XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione

(417) GRECO. – Abrogazione dei commi primo e secondo della XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione

(431) EUFEMI ed altri. – Abrogazione del primo e secondo comma della XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione

(507) ROLLANDIN ed altri. – Abrogazione dei commi primo e secondo della XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione

(674) PEDRINI ed altri. – Abrogazione dei commi primo e secondo della XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione

(715) COSTA. – Abrogazione del secondo comma della XIII disposizione transitoria della Costituzione

(Votazione finale qualificata ai sensi dell'articolo 120, comma 3, del Regolamento)

PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca il seguito della discussione dei disegni di legge costituzionale nn. 77, 277, 401, 417, 431, 507, 674 e 715.

Ricordo che nella seduta antimeridiana ha avuto inizio la discussione generale, che ora riprendiamo.

È iscritto a parlare il senatore Contestabile. Ne ha facoltà.

CONTESTABILE (FI). Signor Presidente, annuncio - anche se con notevole anticipo - che i senatori Rizzi, Jannuzzi e il sottoscritto, in dissenso dal Gruppo di appartenenza, essendo contrari al rientro dei Savoia e dei loro eredi in Italia, non parteciperanno alla votazione sui disegni di legge in esame e si allontaneranno dall’Aula.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Magnalbò. Ne ha facoltà.

MAGNALBO' (AN). Signor Presidente, signor Sottosegretario, colleghi senatori, i provvedimenti in esame riguardano persone appartenenti ad una famiglia che ha sempre preso parte alle vicende politiche della storia italiana ed anzi rappresenta un pezzo importante della sua storia.

Non farò un lungo excursus, però voglio ricordare alcune date e alcuni termini. Già nell’anno 1000, Umberto I Biancamano controllava i passi del Moncenisio e del San Bernardo, che erano punti chiave per l’accesso dalla Savoia in Italia. Questa sua posizione già rendeva importante quella famiglia e la collegava alle Case regnanti dei vari territori.

La vicenda di Casa Savoia si interseca anche con la storia della Chiesa, dato che Amedeo VIII, duca di Savoia e principe di Piemonte (1416-1424), fu antipapa come Felice V (1440-1449). Quindi, questa famiglia, facendo parte della storia d’Italia, si inserì anche nella storia della Chiesa, che forse è la più importante di questo Paese.

Nel 1713 ebbero il Regno di Sicilia, che scambiarono con il Regno di Sardegna nel 1720. Carlo Alberto, nel 1848, fu il primo sovrano europeo - non dobbiamo dimenticarlo! - che diede le garanzie costituzionali, forti per quel tempo, ai suoi sudditi.

Vittorio Emanuele II, re d’Italia nel 1861, fu il primo re dell’Italia unificata, a cui solamente nel 1866 fu annesso il Veneto e nel 1870 Roma, che poi divenne la capitale del Regno.

Umberto I, il figlio di Vittorio Emanuele II, regnò dal 1878 al 1900 - tutti voi lo ricordate - in un periodo in cui le vicende politiche erano sempre più condizionate dagli uomini di Stato e sempre meno dai re. Quel periodo, segnato da esperienze colonialistiche e da conflitti sociali, si concluse emblematicamente con la morte di Umberto I, vittima di un attentato anarchico a Monza.

Vittorio Emanuele III (1900-1946) fa parte della storia dell'esperimento giolittiano in Italia, del periodo tra le due guerre mondiali e della condiscendenza regia (questa non si può negare) verso il fascismo.

Si arriva, così, al 1922. Il 25 ottobre vi fu la marcia su Roma e il 30 ottobre dello stesso anno Vittorio Emanuele incaricò Mussolini di formare il nuovo Governo.

Leggo un testo tratto da un articolo sull'argomento scritto da uno storico di grande spessore: "Vittorio Emanuele III non credeva nel Parlamento, odiava i socialisti e non sopportava i popolari, disprezzava i fascisti e il loro capo per motivi di casta e di stile, non per amore di democrazia. Ma l'uomo nero gli faceva paura, lo affascinava, ed era una carta da tentare dal momento che prometteva di riportare il paese alla stabilità in tempi di rivoluzioni socialiste e comuniste. La borghesia fu molto soddisfatta".

Passiamo dal 1922 all'8 settembre del 1943 (data dell'armistizio). Il 9 settembre i tedeschi stanno arrivando a Roma dalla Cassia e dall'Aurelia quando Badoglio decide di allontanare da Roma la famiglia reale.

Il 9 settembre 1943 a Crecchio i reali si fermano per proseguire poi verso Brindisi; il 28 aprile 1945 Mussolini viene fucilato; il 9 maggio 1946 Vittorio Emanuele abdica in favore di Umberto; il 2 giugno 1946 si svolge il referendum: 12.717.923 voti contrari e 10.719.284 voti favorevoli. Il 22 dicembre 1947 viene approvata la nuova Costituzione.

Quando nel 1948 Romita lesse i risultati del referendum tra Monarchia e Repubblica e venne fuori il risultato di "dodici milioni a dieci", nessuno si accorse che se una Casa reale se ne andava dall'Italia ve ne era un'altra che rimaneva, ed era quella che, in realtà, avrebbe esercitato il potere in Italia e l'avrebbe rappresentata in ogni parte del mondo.

Forse Umberto I Biancamano ebbe due mogli e da queste due mogli sono discese due stirpi analoghe e parallele, entrambe radicate a Torino, entrambe ricche di capitali e condottieri. Fatto sta che il ramo rimasto in Italia dopo il 1948, quello degli Agnelli, molto aristocratico e riservato, ha sempre continuato ad esplicare le proprie funzioni con stabile dimora, oltre che a Torino, a Roma, in un palazzo dinanzi al Colle.

Ciò detto, in linea storico-politica, gli ultimi Savoia si trovano, oggi, di fronte ad una norma transitoria che ne inibisce il rientro in Italia: la XIII disposizione transitoria e finale della nostra Costituzione. Come affermato da illustri costituzionalisti, ritengo che tale norma non sia più in vigore perché ormai priva di ogni contenuto. Lascio, peraltro, al senatore Bucciero la trattazione giuridica della questione.

Comunque, voglio solamente ricordare che nel 1945 è stata approvata la Carta delle Nazioni Unite sui diritti dell'uomo (e questo caso vi è contemplato); nel 1950 la Convezione europea dei diritti dell'uomo, ratificata dall'Italia nel 1955 (e anche in questo caso i Savoia, come tutti gli esseri, possono trovare uno spazio); nel 1998 vi è il Trattato di Schengen, che prevede il libero accesso a tutti i cittadini europei in Italia (solo i Savoia dovrebbero esserne esclusi) e nel 2000 si sono mossi i primi passi per predisporre la nuova Costituzione europea.

Perfino, l’articolo 14 del provvedimento sull’immigrazione allo studio oggi in Commissione ammetterebbe il rientro dei Savoia, perché hanno tutte le caratteristiche per poterlo fare. Sono dei lavoratori che discendono, per padre o per madre, da italiani e risiedono in un Paese straniero, la Svizzera. Credo, comunque, che in questo momento è giusto che il Parlamento compia un atto di giustizia e di civiltà.

Per questo ritengo che Alleanza Nazionale debba dare il suo voto favorevole al provvedimento in esame.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Turroni. Ne ha facoltà.

TURRONI (Verdi-U). Signor Presidente, i luoghi, il loro spirito, le tradizioni, la cultura, le battaglie dei cittadini, quelle da loro condotte per la loro libertà, le pene e le sofferenze che essi hanno patito, i sacrifici della popolazione formano gli uomini e la loro coscienza.

E’ il genius loci, quello che noi architetti chiamiamo lo spirito appunto dei posti, quello che definisce il comune sentire che connota e identifica una comunità. Io, verde e romagnolo, credo di dover rispettare i sentimenti, la cultura e le passioni della gente della mia terra che ha fatto dell’idea repubblicana uno dei fondamenti della propria identità.

Ebbene, nella piazza principale della mia città si erge la statua di Aurelio Saffi, triumviro della Repubblica romana del 1849, in soccorso della quale accorse Garibaldi che, dopo il fallimento di quella esperienza finita nel sangue, cercò riparo proprio in Romagna, cercando di sfuggire alle milizie che lo inseguivano. Apro una parentesi. Prima di essere salvato, trovò rifugio accanto ad un cipresso che si trova in località Dovadola; siamo riusciti a salvare quel cipresso definitivamente, perché la strada che si voleva costruire lo avrebbe abbattuto. Lo si deve al ministro Ronchey.

Ebbene, di quella vicenda resta, fra le tante cose, una triste lapide sulle mura della rocca di Caterina Sforza che ricorda i quattro patrioti che - recita quella lapide -"caddero dopo un triennio di prigionia sotto il piombo delle orde pontificie il 25 giugno 1852".

Lo spirito dei luoghi, la cultura di un popolo si forma su queste vicende; nasce dalle bandiere ancora nere che vedo uscire dal circolo repubblicano "Dario Papa", che si trova di fronte alla mia casa natale; si fonda su sentimenti avvertiti, diffusi su parole d'ordine, magari truci, popolari, che recitano: "Con le budella dell’ultimo prete impiccheremo l’ultimo re". Affermazioni forti, certamente, ma che costarono ai romagnoli emarginazione, vessazioni, lutti, che li trasformarono in combattenti per la libertà e che comportarono per loro deportazioni, caso mai a bonificare paludi e agri, grazie al regime che per vent’anni governò questo Paese.

Ebbene, di questi sentimenti profondi e radicati intendo rappresentare le idee in quest'Aula, perché vi è una ventata revisionista che cerca di cancellare il giudizio che la storia ha dato a pagine dolorose per il nostro Paese e ingloriose per chi le ha provocate. Il tentativo non è neppure nascosto; traspare dalle relazioni che accompagnano talune proposte di legge che i colleghi della destra si sono affrettati a presentare, là dove si dice che occorre il coraggio virile per far rientrare i Savoia, oppure traspare dalle dichiarazioni del collega Magnalbò che in Commissione ha detto che l’approvazione di questa norma è un atto dovuto, in quanto consente l’eliminazione di previsioni ingiustamente discriminatorie che contrastano oggi in modo evidente con lo spirito della Costituzione e i suoi princìpi.

Lo stesso collega Magnalbò ritiene non coerente con l’impianto costituzionale quanto è contenuto nell’articolo 139 della Costituzione stessa, che prevede l’immodificabilità della scelta repubblicana effettuata dal popolo italiano.

Così come non è possibile non fare attenzione a quel che ha rilevato il senatore Pedrizzi, quando ha sostenuto che quel referendum non sarebbe stato ancora sancito da una sentenza della Corte a ciò preposta. Ebbene, noi ci batteremo fino in fondo contro queste proposte, contro queste idee sbagliate, contro questo ritorno al passato!

La Costituzione repubblicana, signor Presidente, esprime un giudizio non reversibile né modificabile sulle gravi responsabilità avute dal re nei confronti delle vicende tristissime e dolorose che colpirono il nostro Paese durante il regime fascista con la promulgazione delle leggi razziali, con la guerra disastrosa, ma soprattutto con la vergognosa fuga dell’8 settembre, lasciando l’esercito senza ordini, alla mercé delle truppe tedesche che in molti casi ne fecero strage, come avvenne ad esempio a Cefalonia, abbandonando proprio quell’esercito dai cui numerosi atti di eroismo, portato anche alle estreme conseguenze, parte il riscatto del nostro Paese, la riconquista della nostra dignità e di quella di tutti i nostri concittadini.

Dobbiamo, credo, tutti ringraziare l’azione del Capo dello Stato, che ha aperto una pagina importante, andando a rendere omaggio proprio a quelle truppe trucidate dai nazisti, spesso con l’aiuto dei fascisti, rendendo omaggio a uomini che, mantenendo la fedeltà alla nostra Patria, combatterono fino in fondo in sua difesa, mentre il re e la sua corte si davano vergognosamente alla fuga e mentre altri, che pure oggi qualcuno ritiene di dover considerare alla pari di chi combatteva per la libertà, si battevano a fianco dei nazisti perché questi ultimi prevalessero.

Già l’amnistia disposta da Togliatti ha risolto le questioni che riguardavano la collocazione delle persone in quel drammatico periodo, ma non possiamo - come si pretende - cambiare né i valori né i giudizi. Abbiamo già ottenuto un risultato importante: la XIII Disposizione transitoria non viene cancellata e quindi non viene cancellato il giudizio che i padri costituenti e la storia insieme hanno dato sui Savoia.

Ora, la modifica costituzionale pretende di farli rientrare: si tratta di una norma che riguarda alcune persone. Ebbene, credo ci dobbiamo chiedere cosa meritino costoro per ottenere tanta attenzione da parte del Parlamento italiano; un Parlamento che viene chiamato all’improvviso a decidere, mentre tante sono le questioni che dovremmo affrontare e discutere prima di una riforma costituzionale che li riguarda. Perché tanta attenzione? Cosa hanno fatto per guadagnarsi queste modifiche costituzionali?

Voglio leggere solo poche righe che riguardano dichiarazioni di queste persone o di loro portavoce. Sono molto recenti, perché risalgono al 16 ottobre scorso. "La Repubblica, dal 1946, è un mostro politico, privo di identità giuridica, in quanto non fu mai proclamata, in preda alle peggiori demagogie, con un Presidente arrivato al potere senza essere eletto dal popolo, senza leggi, senza democrazia, retta da persone impreparate, dedite alla sola "bisboccia" politica". Queste cose le ha dichiarate il segretario particolare del principe (così si definisce) Vittorio Emanuele dalle colonne del periodico "Savoia". E poi, ancora: "Sua maestà, il re Vittorio Emanuele IV" -quando mai c’è stato un re Vittorio Emanuele IV? - "ha ricevuto la di lei lettera del 30 aprile ultimo scorso e mi incarica di ringraziarla per la di lei costante fedeltà verso la reale Casa Savoia… Sua maestà ha molto apprezzato il di lei giuramento."

Ebbene, queste sono le persone che oggi noi pensiamo di far rientrare nel nostro Paese? Con quale dignità possiamo votare in favore di questo perdono e non tener conto di dichiarazioni che riguardano e che offendono il nostro Paese, la dignità delle sue istituzioni, la Repubblica, il Presidente?

E' per questo che abbiamo proposto alcune condizioni, per noi irrinunciabili, per accettare questo ritorno. Guadagnino costoro, con un giuramento di fedeltà alla Costituzione repubblicana, il diritto di appartenere a questa comunità che - appunto - su tale Costituzione fonda le regole della propria convivenza e riconoscano quella Repubblica che hanno costantemente messo in discussione sostenendo brogli o altre fandonie per delegittimare l’esito del referendum che cacciò definitivamente la monarchia dall’Italia.

E se si vuole con un atto di clemenza consentire il ritorno, credo che lo si debba fare come sempre in Italia in occasione di una ricorrenza che sottolinei con il potere della rievocazione il fatto che ciò viene a determinarsi. Per tale motivo abbiamo indicato due date significative: il 9 febbraio 2049, vale a dire il duecentesimo anniversario della Repubblica romana, oppure, se si ritiene che quella data sia troppo lontana, il 1° gennaio 2048, il centesimo anniversario della Costituzione repubblicana.

Analogamente chiediamo anche, qualora dovesse verificarsi ciò che la suddetta malaugurata norma prevede, che a ritornare siano semplici membri della famiglia Savoia, dal momento che la Casa è ormai estinta con la morte del "Re di maggio".

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Consolo. Ne ha facoltà.

CONSOLO (AN). Signor Presidente, onorevoli colleghi senatori, prendo la parola con orgoglio - particolarmente ora, dopo l’intervento del senatore Turroni - per lasciare attraverso il mio intervento una traccia agli atti del Senato su questo delicato argomento. Nel disegno di legge costituzionale al nostro esame, sull’integrazione e parziale abrogazione della XIII Disposizione transitoria e finale della Costituzione, non a caso vi è anche la mia firma. Si tratta di una disposizione oggi antistorica, antidemocratica e antigiuridica.

Il livore, signor Presidente, onorevoli colleghi, che ho percepito in qualche intervento che mi ha preceduto, ha suscitato in me una notevole sorpresa. Come si può, infatti, oggi, dopo oltre cinquant’anni, discutere ancora dell’opportunità di consentire o no il permanere di tale norma? Inoltre, taluni emendamenti presentati sono chiara espressione di poca serietà - mi auguro! - con cui alcuni colleghi hanno affrontato il problema. Si considerino gli emendamenti 1.1 e 1.2 con i quali si proporrebbe di tenere in vita fino al 2048 ovvero al 2049 l’efficacia di tale disposizione. Capisco che gli stessi presentatori degli emendamenti li hanno illustrati richiamandone il contenuto con un sorriso, ma c’è poco da sorridere.

I Greci erano soliti dire "panta rei", vale a dire tutto scorre, ma per questi colleghi il tempo sembra non trascorrere mai. Non sono sufficienti gli oltre cinquant’anni trascorsi dalla nascita della Costituzione repubblicana per porre fine a tale oggi ingiusta disposizione? E poi c’è l’emendamento 1.8 che vorrebbe imporre ai Savoia un giuridicamente improponibile giuramento di fedeltà, non richiesto ad alcuno dei cittadini italiani. Per non parlare poi dell’emendamento aggiuntivo 1.0.1, che addirittura vorrebbe modificare la XIV disposizione transitoria togliendo il predicato "di" che precede il cognome dei Savoia che tale è, oltre ad essere parte della nostra storia, che piaccia o meno, che possa essere condivisa o meno. Vorrei ricordare che una parte di quella storia è stata con rigore criticata anche dal partito al quale mi onoro di appartenere.

Colleghi dell’opposizione, per fortuna nostra e vostra - non mi rivolgo a tutti - in Europa accade anche che Simeone di Bulgaria - ripeto "di Bulgaria" con il predicato - torni trionfante in patria, che la Federazione russa (ad alcuni di voi forse assai cara quando si chiamava Unione Sovietica), seriamente e consapevolmente attraverso il suo presidente Boris Eltsin il 17 luglio 1998, settant’anni dopo la strage di Ekaterinburg, chiede scusa alla famiglia imperiale russa e al suo capo, principe Nicola Romanov, tornato per l’occasione nella sua patria nella quale, come gli eredi di Savoia, non aveva mai posto piede.

Di fronte a tali episodi, come si può ragionevolmente, coscienziosamente, essere contrari alla storia? Ma cosa importa di quello che fanno la Bulgaria, la Russia, la Grecia, a chi è e vuole rimanere attore di una oggi improponibile nemesi storica?

Perché le colpe dei nonni, dei bisnonni, degli antenati dei Savoia dovrebbero continuare oggi, nel 2002, a ricadere su chi non ha mai posto il piede nella nostra patria?

Sotto il profilo giuridico, poi, il permanere di tale norma contrasterebbe palesemente - e bene lo ha evidenziato il relatore, senatore Pastore - con numerosi articoli della Costituzione: l'articolo 2, che garantisce i diritti inviolabili dell'uomo; l'articolo 3, che sancisce il principio di uguaglianza; l'articolo 16, che attribuisce il diritto di soggiornare e circolare nel territorio nazionale; l'articolo 17, che riconosce il diritto di riunione; l'articolo 18, che garantisce il diritto di associazione; l'articolo 21, che tutela il diritto di manifestazione del pensiero; l'articolo 42, che tutela il diritto di proprietà; l'articolo 48, che disciplina l'elettorato attivo, e l'articolo 51, relativo all'elettorato passivo. Sono tutte norme oggi confliggenti con la nostra Carta costituzionale.

Ma non è solo con la nostra Carta costituzionale che il perdurare di tale disposizione confliggerebbe. Che dire, infatti, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, secondo cui nessuno può essere espulso mediante provvedimento individuale o collettivo dal territorio dello Stato di cui è cittadino, così come nessuno può essere privato del diritto di entrare nel territorio dello Stato di cui è cittadino? Per non parlare poi della previsione di cui al Trattato di Schengen, trattato al quale, colleghi contrari all'abrogazione di questa disposizione, l'Italia non a caso ha aderito.

Ritengo, in conclusione, di aver chiarito ogni dubbio. Cerchiamo di essere liberi e democratici con i fatti, onorevoli colleghi, non con le parole; cancelliamo quindi questa norma assolutamente anacronistica dalla nostra Carta fondamentale. Vi ringrazio. (Applausi dai Gruppi AN, FI e CCD-CDU:BF).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bucciero. Ne ha facoltà.

*BUCCIERO (AN). Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, giungiamo oggi a deliberare sull'abrogazione di parte della XIII Disposizione finale transitoria della Costituzione con inimmaginabile ritardo. Non desidero fare la conta di quanti questo ritardo considerano intollerabile da quasi sessant'anni, né enumerare coloro che danno al ritardo minore consistenza.

È questo un esercizio contabile inutile e dannoso, non ispirato certamente alla volontà di pacificare gli animi a sei decenni dalla fine della guerra. Certo è che, per ragioni più anagrafiche che storiche o di diritto, la maggioranza degli italiani non avverte ostacoli di alcuna natura al rientro in Italia di due cittadini italiani e dei loro discendenti; gli italiani, resi ormai consapevoli dell'ampio spettro coperto dalla nozione dei diritti e delle libertà fondamentali dell'uomo, auspicano piuttosto questa riforma costituzionale al fine di respingere, come ipocrite, le posizioni di chi riesce a commuoversi per le violazioni di tali diritti in capo a chiunque, financo i terroristi, ma si rinzela con odiosa acidità e velenosi rancori quando si tratta di far ricadere sui figli, nipoti, pronipoti, per millenni, le eventuali colpe dei padri.

Coloro che, nascendo, si sono intrufolati abusivamente nella culla del diritto, coloro cioè che - senza perifrasi - non si considerano e non sono discendenti di chi, in più di duemila anni, ha fatto dell'Italia la madre del diritto, costoro non possono, non riescono ad avvertire il senso di disagio, di indignazione, di amarezza di incredulo stupore, di vergogna che alberga nella maggioranza degli italiani di fronte a tanti ipocriti artifizi, a tanti alibi tortuosi per ostacolare la soluzione di un problema così limpido e chiaro.

Sgombriamo la discussione da ogni equivoco: qui non si tratta di fare speciali favori a qualcuno, né ai discendenti maschi dei Savoia, né ai loro simpatizzanti, né ai monarchici italiani. Né al contrario si devono favorire, respingendo la proposta di legge, gli estremi aneliti degli ultimi repubblicani, più cronici che storici; né si deve simpatizzare per coloro che dall'abrogazione della XIII Disposizione temono conseguire il crollo dei miti su cui molti, da troppi decenni, hanno campato parassitariamente. Né, infine, negando il voto favorevole, si deve favorire quel senatore o quella senatrice che, sempre urlando, cambia idea e dottrina a seconda di come si sposta nell'emiciclo, da destra a sinistra, per vicende partitiche molto personali.

Noi, invece, approvando questo disegno di legge, faremo un favore a noi stessi, agli italiani che rappresentiamo, alla loro e alla nostra dignità di italiani, per togliere loro, con l'abrogazione della XIII Disposizione, l'imbarazzo e la vergogna di doversi confrontare con i loro concittadini europei che da tempo - da secoli alcuni e da decenni altri - hanno superato questioni dinastiche, affidandole serenamente agli storici e così recuperando il senso pieno del diritto e della giustizia.

Nella relazione del senatore Pastore troverete tutti gli spunti per una serena valutazione. Di questi spunti ne condivido in particolare uno, che ha ispirato il disegno di legge di cui sono primo firmatario e mi consente di soffermarmi su un aspetto della questione non sufficientemente soppesato.

Mi riferisco alla contraddizione, peraltro fra le tante, tra una dottrina e una giurisprudenza unanimi nel trovare l'origine della norma nella contingenza storica, vale a dire nei timori di un revanscismo monarchico che avrebbe potuto portare a sommovimenti politici (il che tradotto in termini essenziali vuole significare, a mio avviso, la mascheratura di gravi imbarazzi per le contorsioni elettorali e giudiziarie sul referendum) e la palese, evidente, lampante considerazione che, a quasi sessant'anni da quei momenti storici, nulla è più rimasto di quei timori, se non quello di una storiografia che, quand'anche mutasse indirizzo, nulla potrebbe influire sulla situazione politica attuale.

Ho sentito, peraltro, interventi ispirati all’odio e contestualmente alla nostalgia del "bel tempo che fu"; non si possono tollerare né l’uno, né l’altro sentimento. Ve lo dice uno che è nato nel 1938, l’anno del consenso al regime fascista, esteso alla maggioranza dei comunisti di allora. Uno che nel ’53 si iscrisse al Movimento sociale italiano perché era il partito che, difendendo l’italianità di Trieste, tentava di preservare gli ultimi residui di dignità per un’Italia ferita più dalle divisioni interne che dalla sconfitta.

Ve lo dice uno che a quel partito ha sentito addebitare la nostalgia, ad esempio per Mussolini, e che quindi avrebbe dovuto avere qualche risentimento per il Re, che fascista non era. Pur tuttavia, chi vi parla è stato il primo in questa legislatura ad affrettarsi a richiudere una ferita inferta alla giustizia sostanziale e ai princìpi del diritto. Nella passata legislatura chi vi parla è stato colui che ha presentato il disegno di legge che consentiva ad Emanuele Filiberto il transito in Italia - dico solo il transito - per consentirgli di partecipare, da cattolico, ai riti del Giubileo, riconoscendogli quel diritto che a tutti i musulmani, a qualsiasi Stato appartengano, viene concesso per il viaggio alla Mecca.

Ve lo dice uno, quindi, che vi ha dimostrato di non vivere di nostalgie e che pertanto, a buon diritto, può rinfacciare ai pochi non favorevoli a questa riforma di rimanere disperatamente "aggrappati" alla nostalgia. E’ questo un sentimento che potrebbe anche essere comprensibile ma mai giustificato, se non mascherasse un più volgare calcolo elettorale basato sulla necessità di continuare ad alimentare gli odi, in specie quelli di classe, le invidie e tutte le altre bassezze umane, per continuare a prosperare sulla parassitaria rendita del primo dopoguerra e delle sue fomentate divisioni tra gli italiani. Poiché quest’Assemblea, questo Senato - del quale tra l’altro e finalmente qualcuno ha recentemente scritto le nobili tradizioni e le sue vicende durante e dopo il Fascismo - poiché questo Senato - dicevo - rappresenta gli italiani, non escludo che possa ospitare nella sua Aula chi ancora vuole testimoniare i risentimenti di quanti, tra i più anziani, hanno vissuto quei tempi. Ma forse qui dentro, ma non lo spero, alberga anche il sentimento dell’odio, in coloro che per esistere hanno necessità di odiare.

Noi invece ci affidiamo serenamente a chi sente di dover rappresentare le nuove generazioni, e a coloro che non sanno odiare perché consapevoli del danno che la fabbrica dell’odio istituzionale e costituzionale ha arrecato all’Italia in questi ultimi cinquant’anni. (Applausi dai Gruppi AN, FI, CCD-CDU:BF. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Forlani. Ne ha facoltà.

FORLANI (CCD-CDU:BF). Signor Presidente, in merito a questi disegni di legge costituzionali, tra i quali ve ne è uno, il n. 431, d’iniziativa dei senatori del Gruppo di cui faccio parte, a firma dei colleghi Eufemi, D’Onofrio e altri, vorrei sottolineare come da sempre io abbia provato un forte disagio e una forte ripugnanza verso la permanenza in vigore di una norma così assurda come la XIII Disposizione transitoria della Costituzione.

Ogni volta che ci soffermiamo su questa permanenza veniamo ricondotti molto indietro nel tempo, ad epoche, a culture ed a concezioni dello Stato molto lontane. Ricordo il periodo del Medioevo, dei piccoli Stati e dei comuni italiani, quando Dante veniva condannato all’esilio da Firenze insieme ai figli; così come i Medici insieme ai loro discendenti. Sono epoche e concezioni molto lontane e molto diverse.

Tutto questo poi si innesta in una Costituzione come la nostra, quella repubblicana del ’48, che per tanti aspetti è all’avanguardia sotto il profilo della tutela e del riconoscimento delle libertà fondamentali e dei diritti umani. Pensiamo ad alcune norme giustamente richiamate dalla relazione ai disegni di legge.

L'articolo 2, che garantisce i diritti inviolabili dell'uomo; l'articolo 3, che sancisce il diritto di uguaglianza; l'articolo 16, che attribuisce il diritto di soggiornare e circolare nel territorio nazionale; l'articolo 48, che disciplina l'elettorato attivo; l'articolo 42, che tutela il diritto di proprietà a proposito degli aspetti anche patrimoniali della Disposizione transitoria; l'articolo 51 sull'elettorato passivo.

Ebbene, c'è, e forse c'era già nel momento in cui fu adottato il testo costituzionale, una stridente contraddizione tra questa disposizione e il più ampio contesto di principi sui quali è fondata la nostra Costituzione: uno stridente contrasto, una clamorosa contraddizione.

È chiaro che per quel che riguarda la concezione, l'ideazione di questa disposizione dobbiamo tornare al contesto storico di allora, del 1946, molto lontano e molto diverso. Io non voglio scendere nel merito storiografico delle vicende di Casa Savoia e della monarchia, anche se ho sentito che i colleghi dell'opposizione, i colleghi che dissentono da questa istanza di revisione della norma in questione, hanno ampiamente richiamato la storia italiana, la storia della monarchia, gli errori dei vari regnanti, le responsabilità. Ma credo che sia fuori luogo in questo momento una discussione, sia pure suggestiva, su queste materie, che ci porterebbe lontano.

Io credo che alla monarchia, credo che a Casa Savoia possano essere addebitate diverse responsabilità, penso in particolare alla pagina più vergognosa, il ventennio fascista, che è stata, ancor più dell'entrata in guerra, quella delle leggi razziali; penso alla lunga tolleranza nei confronti della dittatura, dello stravolgimento dello Statuto albertino in senso autoritario. Come peraltro ci sono, secondo me, anche delle pagine positive nella lunga storia del regno di Vittorio Emanuele III.

Ho sempre avuto notevoli perplessità rispetto all'accusa relativa alla pretesa ignominiosa fuga da Roma, dopo l'annuncio dell'armistizio. Ritengo che fosse difficile in quel momento per chi rappresentava lo Stato in quella fase così tortuosa, una scelta diversa, che avrebbe comportato un pericoloso vuoto di potere e avrebbe precluso alcune svolte importanti che furono compiute nei mesi successivi.

Capisco che nel momento in cui è stata proclamata la Repubblica ed è iniziato il processo di collaborazione per la nuova Costituzione nell'Assemblea Costituente ci fossero delle preoccupazioni in ordine ad una eventuale permanenza del Re e della sua famiglia nel territorio italiano. C'era l'esigenza di consolidare la giovane democrazia repubblicana, di garantire stabilità, distensione; c'erano i dubbi sull'esito del referendum avanzati da alcuni monarchici; c'era stato l'atteggiamento del Re di perplessità e di iniziale resistenza, sia pure soltanto verbale, soltanto di atteggiamento, rispetto alla presa d'atto dei risultati elettorali.

Dato che io credo che i comportamenti storici si giudichino dagli atti concreti e non dalle intenzioni, dai commenti o dalle perplessità, devo dare atto, studiando la storia, la figura di Umberto di Savoia, che egli poi immediatamente lasciò il Paese per evitare che si scatenassero tensioni: evitare - come si disse allora - il bagno di sangue. Al di là delle riserve che possono essere espresse e che sono umanamente comprensibili, c'era di fatto una presa d'atto e un rispetto del risultato elettorale con quella partenza dall'Italia. E posso capire che in quel momento ci fossero delle preoccupazioni rispetto ad una sua permanenza.

Erano momenti molto difficili e drammatici. Credo, però, che già dieci anni dopo il contenuto di questa disposizione poteva apparire anacronistico ed era ormai fuori luogo e superato dai fatti e dal consolidamento registrato delle istituzioni repubblicane.

La vigenza della norma in questione diventa oggi addirittura grottesca. Peraltro, in essa si rileva quella parte assurda che si riferisce ai discendenti maschi e, poiché non prevede un limite di tempo, si estende anche a quei soggetti che nasceranno tra cinquanta, cento o mille anni, quindi a soggetti che, in sostanza, non avranno nulla da rivendicare, da ricordare e nulla da sapere in merito a vicende che non hanno vissuto di persona. Quindi, si urta palesemente con qualsiasi principio elementare di tutela dei diritti della persona.

Deceduti gli ex sovrani e le loro consorti, è una norma che oggi investe privati cittadini che non hanno nulla più da rivendicare. Si tratta di una norma grottesca, come grotteschi mi appaiono gli emendamenti che sono stati al riguardo presentati, con i quali si arriva quasi a livelli di goliardia universitaria.

Dall’esperienza maturata in questi mesi rilevo che, come parlamentari, possiamo fare tutte le proposte che vogliamo, le quali sono immediatamente recepite; siamo, quindi, immuni da qualunque censura per quanto riguarda la nostra capacità di iniziativa normativa. Tuttavia, mi meraviglio quando leggo che i commi primo e secondo della XIII Disposizione transitoria cessano di avere efficacia a decorrere dal 9 febbraio 2049 o dal 1° gennaio 2048, e che ai membri e discendenti di Casa Savoia è richiesto di prestare giuramento di fedeltà alla Repubblica ai fini del rientro, mentre ciò non è richiesto ai cittadini comuni, soprattutto in questo momento nel quale si dibatte molto anche sul diritto di libero ingresso nel nostro Paese.

Mi desta meraviglia addirittura l’emendamento che prevede che Casa Savoia sia soppressa e che i discendenti debbano assumere il cognome Savoia senza predicato, emendamento che è stato presentato dai senatori Turroni e Boco, che ho imparato a stimare e a rispettare nel corso dei nostri dibattiti sia in Aula che in Commissione, al di là delle idee e delle posizioni diverse, per la serietà, la precisione e la competenza che caratterizzano la loro partecipazione ai lavori parlamentari. Mi sorprende che siano proprio questi senatori a presentare proposte di tal tipo, che appaiono veramente goliardiche e risibili.

Invito a considerare anche il comportamento che è stato seguito in altri Paesi, addirittura in quelli nei quali la rimozione della monarchia è stata ancora più traumatica, più dolorosa e a volte più violenta rispetto a quanto avvenuto nel nostro Paese. Mi riferisco ai Paesi dell’Est europeo, a quei Paesi che per mezzo secolo sono stati soggetti alle dittature comuniste ed oggi, tornati ad un regime democratico, consentono tranquillamente ai loro ex sovrani viventi di soggiornare nel territorio nazionale. Tra questi sovrani ricordo l’ultimo Zar della Bulgaria, Simeone II, che oggi è Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica democratica di Bulgaria. Altri discendenti di regnanti sono stati parlamentari, mentre altri ancora possono liberamente ritornare nei territori.

Non riusciamo, pertanto, a comprendere come da noi sia ancora possibile la vigenza della norma in questione. Potrebbe trattarsi di un fatto di mera pigrizia legislativa, o potrebbe essere una condizione dovuta alla sussistenza di problemi molto più gravi. In questo caso arriverei anche a capire che il Parlamento non sia intenzionato ad affrontare un lungo processo di revisione costituzionale per una questione che, in fondo, riguarda solo due persone e potrebbe non rivestire una grande importanza rispetto ad altri problemi.

Ci rendiamo invece conto che, nel momento in cui poniamo questo problema, emergono ancora delle resistenze del tutto anacronistiche, immotivate e del tutto incomprensibili se pensiamo che, a fronte di tali resistenze, non ci sono reali responsabilità personali, individuali da parte dei soggetti che tuttora sono colpiti dalla disposizione.

E' per questo, per quello che mi riguarda e per quello che riguarda il mio Gruppo (cioè il Gruppo Cristiano-Democratico), che noi sosterremo le proposte unificate nel testo della Commissione cercando di adoperarci affinché questa norma, anacronistica, assurda e contraddittoria rispetto ai nostri princìpi costituzionali, venga al più presto rimossa. (Applausi dai Gruppi CCD-CDU:BF e AN).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pedrini. Ne ha facoltà.

PEDRINI (Mar-DL-U). Signor Presidente, onorevoli senatori, ho voluto aggiungere agli altri, nella qualità di primo firmatario, un disegno di legge costituzionale per l'abrogazione dei primi due commi della XIII Disposizione transitoria della Costituzione repubblicana, con l'intento preciso di contribuire ad evitare che questo tema venga affrontato sotto il profilo del revisionismo storico, ponendolo, piuttosto, come è opportuno, sotto l'esclusivo profilo dei diritti umani.

La caduta del divieto ai signori Savoia di risiedere liberamente in Italia si deve - a nostro avviso - porre esclusivamente nell'ottica del rispetto dei diritti della persona umana, costitutivo di un sistema democratico.

Sono state le democrazie a promuovere e sottoscrivere le solenni dichiarazioni dei diritti umani.

Le democrazie, quindi, ne devono rispettare il dettato.

E non è dubbio che il divieto a dei cittadini italiani, quali i signori Savoia sono, di circolare e risiedere liberamente anche nel loro Paese di origine violi apertamente i diritti umani. Tanto più che la Repubblica italiana, con il Trattato di Schengen, è impegnata a garantire la libera circolazione di tutti i cittadini europei nei Paesi dell'Unione.

E' paradossale che i signori Savoia possano liberamente circolare e risiedere in un qualsivoglia Paese dell'Unione europea, tranne che in Italia. La Costituzione della Repubblica italiana è uno dei documenti più alti ispirati alla democrazia.

Non è, dunque, un caso che i Padri costituenti, nella loro saggezza, stabilirono la transitorietà della norma che ha, finora, proibito ai signori Savoia di venire in Italia.

Oggi, esistono le condizioni per abrogare una norma concepita come transeunte, come provvisoria, ed è giusto abrogarla.

I signori Savoia hanno il diritto di risiedere, se lo ritengono, in Italia nel rispetto da parte dello Stato democratico di tutti i loro diritti di cittadinanza, ma anche nel rispetto da parte loro di tutti i doveri dei cittadini.

E' più che opportuno non frapporre ulteriori ostacoli all'esercizio di questo diritto dei signori Savoia. Quello che, invece, non è opportuno e, francamente inaccettabile, è che tale abrogazione dia la stura ad approssimativi processi di revisionismo storico.

Il Parlamento non è un consesso di storici. Il Parlamento è la sede in cui si adottano le norme che le decisioni politiche suggeriscono.

La storia la scrivono, e la riscrivono se lo credono, gli storici con gli esclusivi strumenti della ricerca scientifica.

Oggi è equo adottare in Parlamento la decisione, politica, di abrogare la XIII norma transitoria della Costituzione repubblicana.

Se l'opportuna, equa decisione di consentire ai signori Savoia di risiedere nuovamente, se lo vorranno, nel territorio della Repubblica italiana, non può e non deve essere utilizzata per impropri dibattiti storici, sui meriti o sui demeriti dell'ex casa regnante, meno che mai questa decisione - lo ripeto: equa ed opportuna sotto il profilo dei diritti umani - potrà essere utilizzata per avviare un dibattito sull'articolo 139 della Costituzione repubblicana.

L'articolo 139 della Costituzione repubblicana, che vieta la revisione costituzionale della forma repubblicana dello Stato, non fa parte delle norme transitorie.

Il 139 è l'articolo conclusivo della Costituzione e del suo ultimo Titolo, il VI, significativamente titolato "Garanzie Costituzionali". Lo dico anche a nome del Gruppo di cui faccio parte, a scanso di equivoci.

Se i signori Savoia tornassero in Italia per alimentare seppure improbabili revanscismi, tradirebbero lo spirito con il quale il Parlamento sta adottando l'abrogazione del divieto al loro ingresso nel territorio della Repubblica italiana.

Dico il Parlamento perché finora mi pare che non ci sia stato alcuno, in sede politica, che abbia posto la questione del rientro dei signori Savoia sotto un profilo presuntivamente legittimista o che, peggio ancora, si sia dichiarato disponibile a discutere di querelle patrimoniali tra i signori Savoia e la Repubblica italiana.

Ma c’è qualche segnale che si intende approfittare di un atto che la Repubblica non può non considerare come dovuto, proprio per rispetto dei suoi principi costitutivi che ne fanno la forma reggimento più alta e libera dei popoli.

Non ci sono piaciuti - e lo diciamo apertamente e francamente - il tono e le argomentazioni, riportate dai giornali, con i quali il signor Vittorio Emanuele Savoia si è rivolto al legittimo Governo repubblicano per rivendicare i suoi diritti.

Non potevano piacerci, se persino un uomo prudente, riservato e garbato come il sottosegretario Gianni Letta ha ritenuto di dover mettere, pubblicamente, i puntini sulle "i". Il dottor Letta, nella risposta al signor Savoia, pubblicata sui giornali, ha usato la diplomazia che gli è congeniale. Ma, forse, avrebbe dovuto evitare, come rappresentante del Governo repubblicano, di rivolgersi al signor Savoia appellandolo come principe, titolo che nella Repubblica non spetta ad alcuno.

La Repubblica, con l’abrogazione della XIII Disposizione transitoria della sua Costituzione, non sta riparando alcun torto nei confronti dell’ex casa regnante.

Nel Gruppo della Margherita confluiscono diverse tendenze ideali, accomunate tutte, tra l’altro, dal discendere da quelle che vollero fortemente la Repubblica negli anni duri del dopoguerra.

Io appartengo, per la mia storia personale, al filone ideale del cattolicesimo democratico. Altri si riconoscono nella liberaldemocrazia, che è stata rappresenta nel nostro Paese in modo compiuto dal Partito d’azione, nonostante la sua breve storia. Cattolici democratici e liberaldemocratici furono tra i fondatori della Repubblica italiana.

Certo, nel 1945 Alcide De Gasperi fu saggio e realista nell’evitare, come riuscì a fare, di coinvolgere il rinato partito dei cattolici democratici nell’aspra contesa istituzionale.

La stessa preminente responsabilità democristiana nel Governo lo richiedeva, in un Paese materialmente distrutto, moralmente lacerato, percorso da tentazioni rivoluzionarie. Ma il nucleo forte del movimento politico dei cattolici stava con la Repubblica e diede un apporto fondamentale alla redazione della Carta costituzionale repubblicana.

Ricorderò soltanto tre nomi; i nomi di tre personalità di primissimo piano del movimento politico dei cattolici italiani, che si sono sedute in quest’Aula a diverso titolo: il senatore a vita Luigi Sturzo, il senatore a vita ex presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, il senatore Mario Scelba. Uno solo di essi, Gronchi, può essere iscritto d’ufficio alla tendenza della sinistra cristiana, come, con facile schematismo, si usa fare. Gli altri due vengono catalogati come moderati. Anzi, don Sturzo da qualche tempo è stato scelto - non so quanto a proposito - come ispiratore primo del ritorno al moderatismo e Scelba è stato a lungo la bestia nera della sinistra italiana.

Tutti e tre erano fermamente, indefettibilmente, repubblicani e non soltanto per le ragioni contingenti delle responsabilità politiche dell’ex monarchia italiana nei confronti della Chiesa in occasione dell’unificazione nazionale e nei confronti del popolo italiano per le compromissioni con il fascismo.

Il movimento sociale e politico dei cattolici - in Francia dapprima e poi in tutta Europa e anche in Italia - nacque e si affermò per spezzare quell’alleanza tra trono ed altare che aveva caratterizzato quello che gli storici chiamano l’ancien régime.

Si trattava di far aderire le masse cattoliche - contadini, operai, artigiani, impiegati, piccoli imprenditori - ai princìpi della liberaldemocrazia, staccandole dalle "forme di una concezione pura clericale" per inserirle, nella vita di ciascun Paese, come "rappresentanti di una tendenza popolare nazionale", come disse don Sturzo in un discorso del 1905 rimasto famoso.

Una tendenza naturaliter repubblicana, tant’è che in Francia il partito dei cattolici democratici, finchè ha avuto vita autonoma, si è sempre chiamato repubblicano e popolare.

L’obiettivo più alto che il movimento politico dei cattolici si è dato in tutta Europa è stato l’unificazione politica del continente, un traguardo ora vicino, al cui raggiungimento hanno fortemente contribuito anche le culture politiche liberal-democratiche e socialiste democratiche.

Nell’Europa che stiamo costruendo non c’è spazio per anacronistici revanscismi. La nostra adesione ai disegni di legge unificati è dunque chiara nelle motivazioni e nello spirito con i quali oggi, la assicuriamo.

Del resto, già nella scorsa legislatura, il Governo di centro-sinistra aveva presentato un disegno di legge analogo a quelli sui quali ci pronunceremo che, approvato in prima lettura, non concluse l’iter previsto per le revisioni costituzionali.

Siamo pienamente d’accordo nel riconoscere i diritti di cittadinanza ai signori Savoia. Saremo inflessibili nel non consentire al revisionismo storico, sotto qualsivoglia forma. (Applausi dal Gruppo Mar-DL-U e del senatore Brutti Massimo. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Brutti Massimo. Ne ha facoltà.

*BRUTTI Massimo (DS-U). È questa una singolare discussione, signor Presidente, poiché in essa le valutazioni giuridiche e politiche che devono essere formulate su una proposta di riforma della Costituzione vanno al di là dell’orizzonte della politica attuale, incontrano la memoria e la storiografia, i suoi indirizzi, le sue acquisizioni.

Non potrebbe essere altrimenti, poiché è in discussione oggi qui una norma che è strettamente connessa con la fondazione della Repubblica. Del resto, la memoria conta molto nella politica: è elemento di identità, dà forza alla nostra azione quotidiana, ci fornisce un linguaggio e dunque per questo una discussione sul provvedimento in esame non può non fare i conti con l’uso pubblico della storia, con i punti di riferimento fondamentali a partire dai quali noi giudichiamo gli avvenimenti che ci sono stati prima di noi.

La dinastia dei Savoia ha regnato in Italia dopo la formazione dello Stato unitario per circa 85 anni, quasi un secolo, e due re della famiglia Savoia furono fra gli attori fondamentali del Risorgimento. Lo furono con posizioni spesso fermamente contrastate dalle componenti democratiche del costituzionalismo e del mazzinianesimo, ma furono attori fondamentali di quei moti e di quella rivoluzione.

Carlo Alberto per primo, che fu denominato (voi lo ricorderete) "italo Amleto": questa denominazione nasceva certo dalle incertezze politiche di Carlo Alberto, ma anche da comportamenti e scelte che erano il segno, l’espressione di un rapporto complesso, eppure vivo, che si venne determinando a metà dell’Ottocento fra la dinastia dei Savoia e il movimento liberale. Erano i patrioti, protagonisti di un movimento di élite, ma pronto a combattere per l’unità della Patria, che scrivevano clandestinamente, come voi ricorderete, sfuggendo al controllo della polizia austriaca, "viva Verdi" per indicare lo slogan "viva Vittorio Emanuele re d’Italia".

Ebbene, alle radici e a fondamento della XIII tra le disposizioni transitorie e finali della Costituzione repubblicana vi è una ferita profonda che ha lacerato la storia nazionale. Quella disposizione esprime una condanna storica nei confronti della famiglia dei Savoia, che pure era così legata alla storia dello Stato unitario, e contiene un impegno per il futuro. Quella condanna storica e quell’impegno sono strettamente legati ai princìpi fondamentali della Costituzione repubblicana e alla sua instaurazione.

Innanzi agli occhi dei costituenti e a fondamento del loro giudizio vi erano allora certamente l’intero passato di questa dinastia, il legame con il Risorgimento, che furono considerati e debbono essere considerati, ma anche e soprattutto le gravissime responsabilità dei suoi ultimi rappresentanti. Quelle gravissime responsabilità erano vicine nel tempo e producevano dolore e rabbia in molti di quei costituenti.

Vi era stata dapprima la colpevole tolleranza manifestata verso un movimento eversivo, quale fu alle origini il fascismo, e poi la legittimazione della violenza nel 1922. Di fatto i princìpi dello Statuto furono svuotati, resi inefficaci e vani. Il re Vittorio Emanuele III accettò le leggi che vietavano la costituzione dei partiti, accettò che venisse soppressa la libertà di stampa, che venisse limitata e costretta la libertà di manifestazione del pensiero. Eppure era lo stesso re, come mi sembra sia stato ricordato anche oggi, che aveva incoraggiato un’esperienza avanzata nell’ambito dello Stato liberale quale quella dei Governi di Giovanni Giolitti.

Nessun ascolto prestò Vittorio Emanuele III alle voci provenienti dal campo liberale e antifascista che lo invitavano nel 1924-1925, un biennio drammatico nella storia del Paese, ad intervenire con un’iniziativa istituzionale volta a restaurare la legalità. Allora il grido di dolore, per usare un’espressione già utilizzata dal suo avo, di chi aveva a cuore la libertà non venne ascoltato dal Quirinale. Poi nel 1938 vi fu la vergogna delle leggi razziali. Nell’estate del 1943, e dopo l’8 settembre, infine, l’autorità legittima si dissolse ed anche in questo vi fu una responsabilità pesante della famiglia reale.

Chi ha letto uno scritto di un grande giurista conservatore, Salvatore Satta, intitolato "De Profundis", ricorderà che è stato proprio questo giurista conservatore a proporre per primo l’espressione, che poi di recente ha avuto fortuna nella ricerca storiografica, "morte della Patria". In realtà Salvatore Satta, che io ho conosciuto, quando parla di morte della Patria, per la sua sensibilità e cultura, vuole indicare un fatto che era per lui intollerabile, vale a dire la crisi e il vuoto dell’autorità, un’autorità che si dissolve. Per Salvatore Satta era quella la morte della Patria.

E chi fu responsabile della dissoluzione dell’autorità? Perché tanti giovani e tanti ufficiali e soldati rimasero soli e dovettero fare ciascuno i conti con la propria coscienza, scegliendo da una parte o dall’altra, ma nel vuoto? Era giusta la rabbia di quei giovani.

Questa mattina ho riletto una pagina di un giovane comandante partigiano del Friuli-Venezia Giulia, Ferdinando Mautino, le cui parole avrebbero potuto essere state scritte o pronunziate da giovani di diverso impegno che sceglievano in quel momento così tragico la via del combattimento per ritrovare una salvezza, una coerenza. Quanti di loro si guardavano dentro la coscienza e, non sapendo cos’altro scegliere, ricordavano di aver fatto un giuramento al re e di doversi mantenere fedeli ad esso. Nel frattempo, il re dov’era?

E Mautino scrive: "Alle classi dirigenti, ai marescialli, alle maestà: non era capitata un'anima capace di imporsi la fedeltà ad uno qualsiasi dei numerosi sacri princìpi in nome dei quali a milioni di italiani era stato imposto il dovere di rinunciare a tutti i propri affetti, alla costruzione del proprio avvenire e alla vita".

Onorevoli colleghi, responsabilità come queste, abbandonare gli uomini che sono al tuo comando, che sono soggetti al tuo potere e lo rispettano, a se stessi, alla loro solitudine, alla loro coscienza, senza un orientamento, senza un ordine, senza un aiuto, è una cosa che si paga, è una responsabilità che dura nel tempo.

I soldati, gli ufficiali, i cittadini, furono abbandonati; Roma rimase in balìa dei tedeschi, la difesa della Capitale fu affidata a Calvi Di Bergolo, anch'egli lasciato solo. Ecco perché molti italiani maturarono allora la convinzione che vi fossero stati gravissimi errori e terribili responsabilità del re.

E non possiamo dire, come pure ho sentito oggi, che la XIII disposizione transitoria e finale è un arbitrio, che è in contrasto con la Costituzione: no. Essa nasce da questa storia, essa nasce da questo giudizio storico ed etico formulato dall'Assemblea costituente. Il fatto che non vi fosse da parte della famiglia reale nel suo complesso la capacità di compiere una svolta, di comprendere il dolore e la rabbia di un Paese mortificato, di costruire un nuovo patto con gli italiani, fu evidente in quei due anni terribili (tra il 1943 e il 1945) e dopo.

Non bastò la partecipazione leale in prima linea dei partigiani di convinzione monarchica alla resistenza contro il nazismo, né bastarono gli sforzi sapienti di un grande mediatore, come fu il senatore Benedetto Croce, che fino all'ultimo tentò di convincere Vittorio Emanuele III a cedere il posto - a cederlo in tempo - e tentò di orientare la Casa reale ed il Luogotenente verso una politica di maggiore apertura. Il destino dei Savoia rimase come marchiato a fuoco dagli errori tragici e dalle responsabilità incancellabili di Vittorio Emanuele III e la stessa questione istituzionale rimase per qualche tempo aperta, anche dopo il referendum, ancora fonte di contrasti, anche se fu progressivamente riassorbita dalla dialettica democratica del sistema politico italiano.

Del resto, noi abbiamo avuto una peculiarità - una delle tante peculiarità italiane - e cioè che nell'Assemblea costituente erano presenti rappresentanti del popolo, eletti per scrivere la Costituzione che erano di orientamento monarchico e che come tali si erano presentati al voto.

Un'altra peculiarità italiana è che ancora per molti anni, accanto all'esistenza di un partito monarchico, poi confluito nel partito che rappresentava la destra italiana, abbiamo avuto un partito repubblicano vitale, vivo ancora più a lungo, che soprattutto nella leadership di Ugo La Malfa ha trovato una fonte di elaborazione politica e si è posto come contrappeso laico alle tendenze presenti nel più grande partito italiano, che era espressione del movimento cattolico; come contrappeso laico e ad un tempo come elemento di raccordo tra le grandi forze popolari del nostro Paese.

Quindi, la differenziazione intorno alla questione istituzionale, la divergenza politica, è durata ancora a lungo e ne abbiamo visti i segni nel sistema politico italiano. La tensione successiva al referendum nei primi giorni di giugno del 1946, la contestazione del risultato del voto da parte monarchica, che fu fronteggiata con fermezza dal presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, i disordini che vi furono a Napoli (vi furono dei morti) accentuarono la rottura tra la famiglia Savoia e le istituzioni e la ferita rimase aperta.

Mai vi fu successivamente un riconoscimento inequivoco da parte della famiglia Savoia della legittimità formale del voto del 2 giugno; mi sembra anzi che una delle relazioni che accompagnano i disegni di legge di riforma costituzionale in discussione richiami ancora quella polemica, come osservava questa mattina il collega Del Pennino.

La XIII Disposizione è una disposizione finale, come correttamente è stata definita dal Consiglio di Stato il 1° marzo 2001; ha portata precettiva; è in rapporto di evidente complementarità con la norma irrevocabilmente sancita dall'articolo 139 della Costituzione, che recita: "La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale". La XIII delle disposizioni transitorie e finali ha quindi un rilevante significato nel sistema della Costituzione e ha l'origine storica e ideale che ho indicato poc'anzi.

Certamente, la Repubblica oggi, nel 2002, è forte; la sua coesione è cresciuta in anni difficili. La Repubblica non ha nulla da temere oggi, se si toglie efficacia a quella disposizione e se i Savoia ritornano in Italia, ma si tratta di un avvenimento rilevante.

Se si vuole compiere questa scelta, si deve sapere che essa ha, nella nostra vicenda costituzionale, un rilievo storico. Se si vuole compiere questa scelta, occorre contemporaneamente che il primato della Repubblica, le ragioni della sua fondazione, i valori che furono alla base di quella disposizione finale siano oggi solennemente riaffermati.

Noi rispettiamo - vorrei che questo punto fosse chiaro - i sentimenti di affetto e di devozione dei componenti di questa famiglia verso i propri progenitori, anche se sono grandi le responsabilità storiche di alcuni di essi, e segnatamente di uno di essi, in un momento che fu di sofferenza e rovina per la Patria. Crediamo tuttavia che un voto concorde debba essere subordinato ad una affermazione di piena ed assoluta lealtà alle istituzioni legittime del nostro Paese, da parte dei componenti della famiglia Savoia che vogliono tornare in Italia.

Vi è ancora tempo prima della conclusione dell'iter del disegno di legge costituzionale; il procedimento parlamentare è lungo, richiedendo una doppia deliberazione conforme da parte delle Camere. Ciò rende possibile questa affermazione di lealtà, che finora non è stata esplicita e compiuta, come deve essere. In tal modo potrà maturare nel Paese un più ampio e concorde orientamento favorevole.

Noi esprimeremo un voto di astensione in questa fase della discussione in Senato, in attesa che vi sia proprio ora, in prossimità della decisione ultima, una esplicita, inequivocabile e ferma dichiarazione di fedeltà alla Repubblica. Tale dichiarazione deve, a nostro avviso, essere pronunciata dal figlio dell'ultimo re d'Italia, che intende tornare nel nostro Paese, cittadino tra gli altri cittadini, assieme all'intera sua famiglia; non interviste, non parole strappate e scarsamente meditate, e taccio delle valutazioni contraddittorie che ho ascoltato in questi ultimi anni da parte del figlio dell'ultimo re d'Italia sulle leggi razziali.

Le contestazioni del risultato elettorale del referendum che vi sono state negli anni, e che non sono mai state definitivamente smentite, rendono ancora più necessaria una dichiarazione pubblica capace di aprire una pagina nuova. Ricordo la previsione dell'articolo 54 della Costituzione: "Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi". Oggetto del dovere di fedeltà sono i princìpi costituzionali che fondano la legittimità dell'ordinamento, mentre altra cosa è l'osservanza della Costituzione e delle leggi, che è infatti comune ai cittadini italiani e ai non cittadini che si trovino sul territorio nazionale. Il dovere di fedeltà alla Repubblica è dovere di fedeltà ai princìpi, al nucleo di valori che si sono formati storicamente e che appartengono alla coscienza dell'Italia contemporanea.

Questa fedeltà non è mai stata affermata dai rappresentanti e dai componenti di tale famiglia; noi chiediamo che vi sia una dichiarazione esplicita e certa in tal senso.

Il dovere di osservanza della Costituzione e delle leggi riguarda, tra gli altri princìpi irrevocabili e fondamentali, anche l’articolo 139 della Costituzione e il dovere di fedeltà è un dovere al quale noi tutti dobbiamo adempiere. A maggior ragione, una famiglia che ha legato il suo nome alla storia d’Italia deve adempiere a questo dovere e deve dichiararlo. Se i componenti di tale famiglia daranno pubblicamente e solennemente prova di senso civico e di fedeltà alla Repubblica, ciò costituirà un elemento di riconciliazione storica, una dimostrazione da parte loro di dignità e anche di solidarietà verso i cittadini italiani che nella loro vita quotidiana, nella condotta privata e pubblica, rispettano la Costituzione e le leggi del nostro Paese. (Applausi dal Gruppo DS-U)

PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione generale.

Ha facoltà di parlare il relatore.

PASTORE, relatore. Signor Presidente, prima di svolgere una breve replica vorrei chiederle un intervento procedurale, invitandola a concludere i nostri lavori dopo le repliche, rinviando l’esame degli emendamenti al disegno di legge e il voto finale ad altra seduta.

Come detto, la mia sarà una breve replica perché in realtà i temi toccati nel corso della discussione riguardano proprio quegli elementi che non ho inteso considerare nella mia relazione, coinvolgendo ideologie, affetti, sensibilità e valutazioni storiche. Anch’io potrei dire la mia; sono di formazione liberale e cattolica, quindi si può ben ipotizzare quale sia la mia visione della storia d’Italia.

Nella formulazione del testo proposto all’Aula mi sono però fatto carico, insieme alla Commissione, di oggettivizzare un dato, che ho cercato di sottolineare nella relazione: non si vuole fare un processo o una verifica storica ma semplicemente dare atto e consegnare alla storia che verrà una riconquistata dignità e cittadinanza italiana a soggetti che personalmente e direttamente non sono responsabili dei fatti avvenuti cinquant’anni fa.

Credo che questo costituisca innanzitutto, e su questo invito i colleghi perplessi ad una riflessione approfondita, un riconoscimento del valore delle istituzioni repubblicane. Il chiedere, anche se non nel testo della norma costituzionale, una formula di giuramento da parte di cittadini italiani esiliati all’estero significa quasi certificare la debolezza del sistema repubblicano. Io sono invece sicuro della forza della Repubblica; sono sicuro della saldezza delle sue istituzioni e del fatto che tutti noi, che crediamo nella Costituzione repubblicana, non abbiamo bisogno di ostracismi per salvaguardare la Repubblica italiana.

Questo è il primo fondamento della scelta compiuta dalla Commissione; invito i colleghi a meditare su tale aspetto. (Applausi dai Gruppi FI, CCD-CDU:BF, AN e del senatore Brignone).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.

VENTUCCI, sottosegretario di Stato per i rapporti con il Parlamento. Signor Presidente, il Governo nel condividere quanto affermato dal relatore ribadisce che non ha inteso assumere una propria iniziativa legislativa in merito, ma ha sostenuto la proposta parlamentare che andava maturando in Commissione affari costituzionali, riassunta nell’articolo unico del presente disegno di legge costituzionale.

Il testo approvato in Commissione non tende ad espungere l'articolato che nel 1947 è stato immaginato di breve durata, ma si aggiunge alla XIII Disposizione transitoria ed esaurisce i suoi effetti (del primo e secondo comma), come peraltro richiestoci dalle norme del Trattato di Maastricht e del susseguente Trattato di Schengen, come ricordato testé dal senatore Pedrini.

Nella XIII legislatura si è svolto in Parlamento un ampio e appassionato dibattito sulla questione del rientro dei Savoia, soprattutto nell'altro ramo del Parlamento. Si è detto di tutto, ma la stragrande maggioranza degli intervenuti non ha mai messo in discussione i princìpi costituzionali, compreso l'assunto dell'articolo 139; princìpi che nulla possono far sperare anche a quella legittima minoranza che vede nella monarchia un proprio sistema di riferimento istituzionale.

La nostra democrazia, e con essa la fede repubblicana, è ben salda e non ha timore del rientro in Patria degli eredi di una casata che comunque fa parte della storia del nostro Paese. Non sta al Governo, né peraltro potrebbe essere questa l'occasione, formulare una benché minima analisi storica sul comportamento di Casa Savoia nel contesto venutosi a creare dopo il Trattato di Versailles (ma a sentire certe dichiarazioni, fin dall'origine).

Oggi però il Governo, e con esso l'intero Stato italiano, si sente messo sotto accusa da Bruxelles, dove è intentato l'ennesimo procedimento contro il nostro Paese, con la pesante imputazione, questa volta, di disattendere le regole umanitarie che promanano dai sottoscritti Trattati internazionali.

È dunque questo il motivo della richiesta di accelerazione del provvedimento in Aula da parte del Governo, quale segnale volto a dimostrare concretamente alla Corte di giustizia europea che il Parlamento italiano a grandissima maggioranza - mi pare di dover desumere dagli interventi - intende ritenere esauriti gli effetti di una norma che non consente a due cittadini italiani, oggi con passaporto belga, l'ingresso nel proprio Paese. Nel contempo, approvando questa norma, elimineremo dopo l'ergastolo anche la severa pena dell'esilio, una sanzione difficilmente conciliabile con i principi scolpiti nella Costituzione repubblicana.

Il Governo, infine, ringrazia i colleghi che hanno partecipato alla discussione sia in Commissione che in Aula, ribadendo che l'approvazione del disegno di legge costituzionale non rimuove alcuna delle disposizioni transitorie e finali; e ciò consente che la memoria e la continuità storica del Paese non vengano messe in dubbio, a favore di una riflessione pacata e possibilmente serena da parte della storia. (Applausi dai Gruppi FI e CCD-CDU: BF).

PRESIDENTE. A seguito della richiesta del relatore Pastore, credo vi sia un'ampia disponibilità dell'Aula a sospendere a questo punto i nostri lavori.

Rinvio pertanto il seguito della discussione dei disegni di legge costituzionale in titolo ad altra seduta.

Mozioni, interpellanze e interrogazioni, annunzio

PRESIDENTE. Comunico che sono pervenute alla Presidenza una mozione, una interpellanza e interrogazioni, pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Ordine del giorno per la seduta di venerdì 1° febbraio 2002

PRESIDENTE. Il Senato tornerà a riunirsi in seduta pubblica domani, venerdì 1° febbraio, alle ore 9,30, con il seguente ordine del giorno:

La seduta è tolta (ore 18,02).



Allegato B

Commissioni permanenti, variazione nella composizione

Con lettera del 30 gennaio 2002, pervenuta alla Presidenza il 31 gennaio 2002, il senatore Nania, Presidente del Gruppo Alleanza Nazionale, ha comunicato che il senatore Cursi cessa di appartenenere all'8a Commissione permanente (Lavori pubblici, comunicazioni), nella quale era sostituito dal senatore Battaglia Antonio, ed entra a fare parte della 2a Commissione permanente (Giustizia), nella quale è sostituito dal senatore Bucciero.

 

 

Commissioni permanenti, Ufficio di Presidenza

La 13a Commissione permanente (Territorio, ambiente, beni ambientali) il 30 gennaio 2002 ha eletto Vicepresidente della Commissione stessa il senatore Mulas, in sostituzione del senatore Battaglia Antonio, dimissionario.

Commissioni permanenti, trasmissione di documenti

La 12a Commissione permanente (Igiene e sanità), nella seduta del 24 gennaio 2002, ha approvato, ai sensi dell'articolo 50, comma 2, del Regolamento - a conclusione dell'esame dell'Affare assegnato sul Risarcimento del danno dei soggetti contagiati dai virus di HIV, HCV e HBV per aver assunto emoderivati infetti - una risoluzione d'iniziativa della senatrice Boldi (Doc. XXIV, n. 4).

Detto documento è stato inviato al Ministro della salute.

 

Disegni di legge, assegnazione

In sede referente

1ª Commissione permanente Aff. cost.

Sen. PASTORE Andrea ed altri

Istituzione del Consiglio superiore della lingua italiana (993)

previ pareri delle Commissioni 5° Bilancio, 7° Pubb. istruz.

(assegnato in data 31/01/02 )

1ª Commissione permanente Aff. cost.

Sen. CAVALLARO Mario

Modifica dell' articolo 107 della Costituzione (1006)

previ pareri delle Commissioni 2° Giustizia

(assegnato in data 31/01/02 )

13ª Commissione permanente Ambiente

Sen. SPECCHIA Giuseppe ed altri

Norme in materia di contabilita' ambientale nella Pubblica amministrazione (958)

previ pareri delle Commissioni 1° Aff. cost., 5° Bilancio, 6° Finanze, Giunta affari Comunita' Europee, Commissione parlamentare questioni regionali

(assegnato in data 31/01/02 )

 

Disegni di legge, presentazione di relazioni

A nome della 4ª Commissione permanente Difesa

in data 30/01/2002 il Relatore BEDIN TINO ha presentato la relazione unica sui disegni di legge:

- Sen. NIEDDU Gianni ed altri

" Disposizioni in materia di corresponsione di contributi dello Stato a favore dell' Organizzazione

idrografica internazionale ( IHB ) e dell' Istituto nazionale per studi ed esperienze di architettura navale (

INSEAN )" (585)

- Sen. PALOMBO Mario ed altri

" Disposizioni in materia di corresponsione dei contributi dello Stato a favore dell' Organizzazione

idrografica internazionale ( IHB ) e dell' Istituto nazionale per studi ed esperienze di architettura navale (

INSEAN )" (594)

 

 

Governo, richieste di parere per nomine in enti pubblici

Il Ministro per i rapporti con il Parlamento, con lettera in data 30 gennaio 2002, ha trasmesso, ai sensi dell'articolo 17, comma 4-bis, della legge 23 agosto 1988, n. 400 e dell'articolo 13, comma 2, della legge 15 marzo 1997, n. 59, la richiesta di parere parlamentare sullo schema di decreto del Presidente della Repubblica recante regolamento di organizzazione degli uffici di diretta collaborazione del Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca (n. 79).

Ai sensi della predetta disposizione e dell'articolo 139-bis del Regolamento, tale richiesta è stata deferita alla 7a Commissione permanente (Istruzione pubblica, beni culturali, ricerca scientifica, spettacolo e sport), che dovrà esprimere il proprio parere entro il 3 marzo 2002. La 1a e la 5a Commissione permanente potranno formulare le proprie osservazioni alla Commissione di merito in tempo utile affinché questa possa esprimere il parere entro il termine assegnato.

 

Mozioni

ANGIUS, BRUTTI Massimo, MACONI, FALOMI, BUDIN, DI SIENA, DE ZULUETA, MANZELLA, SALVI - Il Senato,

            vista la drammatica spirale di terrore e di violenza che ogni giorno di più insanguina il Medio Oriente;

            esprime condanna per le azioni terroristiche contro cittadini israeliani inermi e sottolinea la necessità di una intransigente lotta al terrorismo, superando ogni forma di reticenza e ambiguità, come per gli effetti devastanti della indiscriminata repressione condotta dal governo Sharon contro la popolazione palestinese;

        ribadisce che:

            non vi è soluzione di pace se non applicando il principio sancito nelle Risoluzioni dell’Onu, "terra in cambio di pace";

            "Due popoli, due stati" è l’unica formula in grado di assicurare ad Israele il diritto alla sicurezza e ai palestinesi il diritto ad una patria in uno Stato indipendente;

            il governo Sharon deve restituire libertà di movimento al presidente Arafat;

            sollecita e considera essenziale il ruolo dell’Unione europea per fermare la violenza terroristica, per imporre al governo Sharon il ritiro incondizionato dai territori palestinesi, per la ripresa dei negoziati che riconoscano la legittimità dell’ A.N.P. e del suo Presidente Arafat, anche attraverso la convocazione di una nuova conferenza di pace che veda partecipi anche gli Stati Uniti e la Repubblica Federativa Russa – sponsor degli accordi di Washington;

            ribadisce altresì che la giusta lotta al terrorismo internazionale, alle sue organizzazioni e ai suoi promotori deve proseguire senza inutili e immotivate estensioni della guerra, e che la lotta al terrorismo richiede il massimo di concertazione tra organismi internazionali e Stati sul terreno della polizia internazionale;

        impegna il Governo:

            ad assumere una iniziativa immediata concertata con l’Unione europea, per promuovere una missione di pace che coinvolga i singoli Paesi ai massimi livelli istituzionali, volta a intervenire su tutti i governi interessati perché in Medio Oriente il dialogo e il reciproco riconoscimento chiudano definitivamente col passato e riaprano la strada alla speranza di una pace durevole;

            a promuovere azioni di dialogo interreligioso, di cooperazione economica, di relazioni culturali con i paesi del Mediterraneo e con le società islamiche.

(1-00056)

Interpellanze

IOVENE - Al Presidente del Consiglio dei ministri - Premesso:

            che in sede di approvazione delle "Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge Finanziaria 2002)" il Governo ha accolto un ordine del giorno del relatore, il G44 all’articolo 52, sull’estensione dell’imposizione degli oneri di servizio pubblico relativi ai servizi aerei di linea agli aeroporti calabresi di Lamezia Terme e di Reggio Calabria;

            che, ad oggi, l’imposizione degli oneri di servizio pubblico relativi ai servizi aerei di linea sono limitati a quelli effettuati tra lo scalo di Crotone ed i principali aeroporti nazionali;

            che sono presenti in Calabria altre strutture aeroportuali quali quelle di Lamezia Terme e di Reggio Calabria;

        considerato che:

            l’onere di servizio pubblico è uno strumento di regolazione con il quale lo Stato impone, su determinate rotte, lo svolgimento di un particolare servizio aereo che le Compagnie, tenendo conto di interessi di tipo commerciale, non produrrebbero e che tale onere s’impone per esigenze sociali e/o economiche non soddisfatte dal mercato tipo la bassa intensità di traffico sulla rotta, la continuità territoriale e lo sviluppo economico della regione;

            lo scalo di Lamezia Terme costituisce scalo di rilevanza regionale, di interesse turistico-economico e commerciale, anche a carattere internazionale;

            che l’aeroporto di Reggio Calabria, denominato "aeroporto dello Stretto", ha un bacino di utenza costituito da cittadini ed utenti di entrambi i lati dello Stretto di Messina, e che nella società di gestione dello scalo reggino sono presenti anche il Comune, la Provincia e la Camera di Commercio di Messina;

            che l’estensione degli oneri di servizio pubblico agli altri due scali calabresi permetterebbe all’intera cittadinanza calabrese di poter usufruire di un servizio;

            che il Governo nell’accoglimento dell’ordine del giorno citato in premessa si era impegnato "a valutare l’estensione dei benefici agli aeroporti di Lamezia Terme e di Reggio Calabria per gli evidenti effetti positivi che ne conseguono e con riferimento all’utenza civile ed alle attività imprenditoriali",

        si chiede di sapere:

            i motivi per i quali il Governo non abbia ancora provveduto all’estensione dell’imposizione degli oneri di servizio pubblico relativi ai servizi di linea per gli aeroporti di Lamezia Terme e di Reggio Calabria;

            se non si ritenga opportuno estendere comunque l’imposizione degli oneri di servizio pubblico in sede di decreto di attuazione.

(2-00132)

Interrogazioni

SCALERA - Ai Ministri delle infrastrutture e dei trasporti e dell'interno - Premesso che la trasmissione televisiva satirica "Striscia la notizia" ha ampiamente documentato nei giorni scorsi il ripetersi di comportamenti illegali da parte di tassisti disonesti nell’aeroporto romano di Fiumicino e che tali comportamenti appaiono generalizzati ai danni di passeggeri di qualunque nazionalità,

        si chiede di sapere:

            se risponda a verità che alcuni conducenti di taxi applicherebbero la tariffa extraurbana anche all’interno delle aree cittadine;

            quali provvedimenti siano stati avviati per identificare i responsabili delle truffe, ripresi nelle trasmissioni televisive in questione;

            se siano stati intensificati in tutti gli aeroporti i controlli delle forze dell’ordine sull’attività dei tassisti e sul rispetto delle norme relative alle tariffe applicabili alla clientela.

(3-00296)

FLORINO - Ai Ministri dell'economia e delle finanze e dell'interno - Premesso:

            che il Servizio riscossione tributi delle Provincie di Napoli e Caserta – Gestione Banco Napoli S.p.a., fino a tutto il 2000, affidava il servizio a messi notificatori straordinari, assunti con contratto a tempo, seguendo le identiche procedure delle precedenti gestioni (CORIT – e Serit Banca Roma), trasferendo agli stessi messi la propria tutela giuridica e amministrativa e obbligandoli a rispettare tutte le procedure in materia di notifica previste dalla norma vigente;

            che dall’aprile 2001, lo stesso Servizio riscossione tributi ha affidato il servizio notifiche ad una società privata "Centro Recapiti Campania S.r.l." con sede in Marcianise Caserta, alla via strada statale Sannitica 87 Km 21,200, con uffici in Napoli, via Ponte dei Francesi, 43 e in Marano Napoli in piazza Spirito Santo, 17; ciò è avvenuto senza alcuna comunicazione ufficiale e senza una gara di appalto pubblica;

            che tale società, che versa in situazioni economiche molto precarie vicino allo stato di fallimento, ha inteso usufruire solo in parte dei messi assunti a tempo determinato dal Servizio riscossione tributi, che avevano maturato esperienza e titoli abilitativi negli anni scorsi, affiancando ad essi un gruppo nutrito di nuovi messi;

            che i nuovi messi sembra non abbiano i requisiti e i titoli abilitativi per espletare le mansioni di notificatore;

            che sembra si sia disposto l’obbligo a tutti i messi di non notificare in alcune località dell’hinterland, "Grumo Nevano", Portici e Qualiano ove abitano familiari e amici della società;

            che in particolare a Castellammare di Stabia opera un "responsabile" del "Centro Recapiti Campania S.r.l." notoriamente conosciuto per i contatti con clan malavitosi;

            che il suindicato elemento, senza alcun incarico dirigenziale, impartisce ordini e direttive per quanto riguarda le destinazioni e le notifiche,

        si chiede di conoscere:

            quali provvedimenti si intenda adottare nei confronti dei dirigenti del Servizio riscossione tributi di Napoli e della Società "Centro Recapiti Campania s.r.l." per i ritardi nelle procedure di notificazione e al conseguente danno alle casse erariali per il mancato introito di tributi statali e locali;

            se non si riscontrino in tali azioni violazioni alle leggi che regolano le procedure normative della notifica;

            se il Ministro dell’interno non intenda disporre opportune verifiche sui requisiti del personale in servizio al "Centro Recapiti Campania s.r.l." con sede a Marcianise alla via strada statale Sannitica, 87 chilometro 21,200 e con Uffici in Napoli, via Ponte dei Francesi, 43 e in Marano, piazza Spirito Santo, 17.

(3-00297)

FLORINO - Ai Ministri dell'economia e delle finanze e della giustizia - Premesso:

            che da oltre un decennio, dall’ottobre 1991, tremila risparmiatori attendono "fiduciosi" il corso della giustizia sul fallimento della "Socofimm-Servizi";

            che i risparmiatori investirono i loro capitali, frutto di risparmi e sacrifici, nella suddetta finanziaria;

            che le responsabilità, oltre a quelle note del presidente e del collegio sindacale della Socofimm, sono riconducibili anche al mancato controllo e vigilanza degli enti preposti, Banca d’Italia, Tesoro, Consob;

            che centinaia di risparmiatori nel corso degli anni sono deceduti, altri hanno subito ripercussioni notevoli nelle loro attività, altri ancora hanno mutato in peggio il corso della loro vita,

        l’interrogante chiede di conoscere:

            quali iniziative intenda intraprendere il Ministro dell’economia e delle finanze per restituire ai cittadini truffati i loro risparmi;

            se il Ministro della giustizia non intenda rimuovere gli ostacoli che ritardano l’udienza e la relativa sentenza della Sezione fallimentare del Tribunale di Napoli.

(3-00298)

STANISCI - Ai Ministri della difesa e degli affari esteri - Premesso che:

            la base ONU di Brindisi, con la sua duplice funzione di base logistica e di deposito, rappresenta il fulcro delle azioni umanitarie del mondo e per questo è prevista la costruzione di nuovi depositi, sempre nell’area dell’Aeroporto militare, su una superficie di 9.000 metri quadrati;

            a tutt’oggi, il centro, già impegnato per gli aiuti in Afghanistan è al servizio di 24 nazioni nel mondo e sono state effettuate 132 spedizioni terra-mare-cielo per i paesi dell’Asia, dell’Africa, del Sud America e dell’Europa Orientale, evidenziando l’efficienza della base logistica, pensata secondo criteri moderni;

            accanto a questa il PAM, nei primi sei mesi dello scorso anno, ha fornito aiuti a 43 milioni di persone e da Brindisi sono partiti aiuti alimentari per un totale di oltre 2.000 tonnellate, per un valore di 18 miliardi di lire;

            solo la solidarietà e la generosità degli operatori ha reso possibile questi straordinari movimenti e catene sociali di solidarietà. A tal proposito sembra opportuno evidenziare, perché sia tenuto presente, che gli addetti al PAM sono solo 9 unità;

            entro il 2003 la base logistica di Brindisi è destinata a diventare il più importante centro di controllo delle spedizioni umanitarie nel mondo ed in questo modo la base assumerà un volto nuovo e moderno;

            il ministro Martino parla di investimenti per 15 miliardi di lire per la base ONU, investimenti di tutto rispetto per una città come Brindisi, di cui nessuno può mettere in dubbio la generosità e la solidarietà, ma anche i diritti e le aspettative;

            l’Ente locale, sempre disponibile e pronto a rispondere in modo positivo alle istanze solidaristiche ed orgoglioso della presenza dell’ONU sul suo territorio, è attento a ciò che accade e per questo è necessario coinvolgerlo anche nella programmazione, sia per l’adeguata valorizzazione del lavoro della base sia per la facilitazione dell’inserimento della stessa in un tessuto sociale più ampio,

        si chiede di sapere:

            in che modo ed entro quali tempi saranno fornite informazioni precise e dettagliate sull’utilizzo dei 15 miliardi di investimento;

            quale sarà la ricaduta occupazionale sul territorio, quali gli eventuali profili professionali previsti ed i percorsi formativi sul territorio oltre ai criteri di selezione adottati;

            come si intenda valorizzare il PAM, sottodimensionato per quanto attiene il numero dei lavoratori, nonostante la sua funzione di traino e l’importanza delle modalità di raccolta, trasformazione, conservazione e trasporto dei beni destinati ai paesi in difficoltà e se siano previsti, nei 15 miliardi, eventuali assunzioni nel settore specifico.

(3-00299)

FLORINO, BONATESTA - Ai Ministri dell'economia e delle finanze e per le politiche comunitarie - Premesso:

            che in alcuni Paesi europei l’IVA sui dischi raggiunge il 20,6 per cento del prezzo al dettaglio dei dischi medesimi: un livello che gli esponenti dell’industria discografica e gli stessi artisti musicali reputano inaccettabile, specie se confrontato a quello di analoghi prodotti "culturali" come i libri e le riviste;

            che la qualifica di "bene culturale" assegnata a questi ultimi viene, di fatto, negata a cd, musicassette e cd rom, considerati "beni di lusso";

            che per il mercato discografico l’IVA al 20 per cento costituisce, dunque, un handicap grave (il calo delle vendite è stato del 5,5 per cento nel primo semestre del 2000), specie in tempi di crescita per i cd "pirata" e i siti Internet dove si scaricano file musicali Mp3;

            che nello scorso mese di novembre 2001, a seguito di numerose richieste da parte degli Stati membri dell’Unione europea, il Presidente di turno della Commissione ha annunciato che potrebbe essere affrontata in tempi relativamente brevi la proposta di rivedere la lista dei prodotti e dei servizi che godono di un’IVA agevolata, inserendo anche i cd musicali nell’allegato H della Direttiva n. 77/388/CEE del Consiglio del 17 maggio 1977, in materia di armonizzazione delle legislazioni degli Stati membri relativa alle imposte sulle cifre di affari, che comprende giornali, libri, biglietti e spettacoli, teatri e concerti;

            che l’intervento a livello comunitario è necessario perché i beni con aliquota ridotta non possono essere decisi liberamente dagli Stati, essendo contenuti in un elenco vincolante (l’allegato H della citata direttiva),

        gli interroganti chiedono di sapere se i Ministri in indirizzo non ritengano di sollecitare, in sede comunitaria, l’adozione unanime da parte degli Stati membri dell’Unione, della proposta di riduzione dell’IVA sui dischi al 4 per cento, ciò al fine di eliminare una distorsione della concorrenza, che influenza pesantemente il mercato in questo settore.

(3-00300)

Interrogazioni con richiesta di risposta scritta

MALABARBA - Al Ministro della difesa - Premesso che nella trasmissione televisiva di Rai News 24, andata in onda sabato 26 gennaio 2002, nel servizio di Sigfrido Ranucci sugli aerei AMX, è emerso che le indagini giudiziarie del tribunale di Verona relative alla caduta di un aereo AMX in prossimità di Verona il 4 febbraio 1992, hanno accertato che nell’aereo erano presenti dei difetti tecnici (noti fin dal 1990) ed in particolare un difetto del funzionamento del compressore del motore;

            tenuto anche conto che sono state rese note le accuse rivolte dalla Procura della Repubblica di Roma con richiesta di rinvio a giudizio di due dirigenti di una industria produttrice degli AMX che riguardano difetti strutturali dell’aereo la cui autonomia risulterebbe di 1.500-1.700 ore rispetto alle 4.000 previste;

            considerato che dal servizio televisivo sopra citato è emerso che in Brasile, secondo una agenzia stampa di pochi giorni dopo l’incidente in cui si verificò la caduta del prototipo, il presidente della Embra Air, colonnello Osiris Silva dichiarò che, a suo giudizio, quell’incidente era stato causato da difetti al motore Rolls Royce (e recentemente il Brasile ha stabilito di produrre in proprio i motori);

            constatato altresì che voli degli aerei AMX sono stati effettuati con pilotaggio da parte di civili,

        si chiede di conoscere se non si ritenga necessario:

            fermare la linea di volo in relazione alle esigenze di sicurezza del personale;

            avviare una indagine amministrativa per stabilire perché non siano stati adottati tempestivamente provvedimenti che avrebbero evitato la morte di piloti e la perdita di aerei;

            disporre per l’immediato recupero, affidandolo ad un’impresa civile, dei motori dell’aereo AMX, caduto presso Rimini il 12 aprile 2001 e ad oggi non ancora localizzato né recuperato da parte dei mezzi militari;

            chiarire quali siano le disposizioni esistenti per concedere ad un civile l’autorizzazione a pilotare un AMX e quali abilitazioni al volo tale civile debba possedere e in quali programmi dell’Aeronautica risultino simili voli, anche per quanto attiene i costi dei velivoli stessi nonché la loro sicurezza.

(4-01334)

CAVALLARO - Al Ministro della giustizia - Premesso:

             che l’Isveimer spa è stata messa in liquidazione in data 3 aprile 1996, nell’ambito del piano di ristrutturazione del Gruppo Banco di Napoli;

            che, a seguito dello scioglimento anticipato della società, è stato liquidato anche il fondo di previdenza aziendale sulla base dell’ammontare, per il detto fondo, riportato nel bilancio Isveimer al 31 dicembre 1995, predisposto dai liquidatori e da essi portato all’approvazione dell’assemblea degli azionisti tenutasi in data 20 aprile 1996;

            che il detto bilancio già prima di tale Assemblea era stato contestato come irregolare dalla stessa società di revisione aziendale, che – con propria relazione del 24 aprile 1996 fornita agli azionisti e ai liquidatori – ne aveva rifiutato la certificazione anche con riferimento all’inattendibilità della posta contabile relativa al debito previdenziale dell’Isveimer e avendo testualmente rilevato che "il bilancio societario, nel suo complesso, non rappresenta in modo veritiero e corretto la situazione patrimoniale e finanziaria ed il risultato economico dell’Isveimer per l’esercizio chiuso al 31 dicembre 1995";

            che in data 19 maggio 1998, 2 giugno 1998, 7 giugno 1999, 8 agosto 2000, 15 gennaio 2001 e 10 gennaio 2002 da parte delle Associazioni pensionati Isveimer e da alcuni ex dipendenti sono state presentate ben sei formali denunzie alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Napoli contro i liquidatori dell’Isveimer autori del summenzionato bilancio 1995 dell’Isveimer;

            che con le predette denunzie – supportate da numerosi documenti di riscontro, tra cui la richiamata relazione della società di revisione sui motivi della mancata certificazione del bilancio ed una dettagliata perizia tecnica a firma di un docente del’Università di Napoli – sono state evidenziate le numerose irregolarità del bilancio Isveimer 1995, dichiarato nullo anche con recente sentenza del Tribunale Civile di Napoli in data 2 novembre 2001 (depositata il 6 dicembre 2001) con cui sono state annullate le delibere assembleari dell’Isveimer relative ai bilanci 1995, 1996 e 1997;

            che a distanza di quasi quattro anni nessun provvedimento è stato assunto nei confronti dei liquidatori, risultanti non iscritti nel Registro delle notizie di rato nonostante l’obbligatorietà di tale iscrizione ai sensi dell’articolo 335 del codice di procedura penale;

            che a conclusione delle indagini preliminari svolte dalla medesima Procura della Repubblica di Napoli nei confronti dei precedenti amministratori, sindaci e dirigenti dell’Isveimer per le irregolarità dei bilanci a partire dal 1992, gli stessi sono stati ritenuti responsabili anche della falsità del bilancio 1995, con esclusione dei liquidatori autori materiali della predisposizione del bilancio e della proposta di approvazione formulata all’assemblea dei soci;

            che tale esclusione è stata fondata sul presupposto della non punibilità dei liquidatori in quanto, a giudizio della Procura, tratti in errore dalla situazione economica – patrimoniale ad essi presentata dagli amministratori uscenti;

            che tale presupposto risulta immotivato sia alla stregua della sopra richiamata relazione della società di revisione sulla inattendibilità e falsità del bilancio 1995, presentata il 24 aprile 1996, ben prima dell’assemblea di approvazione del bilancio (30 aprile 1996), e allegata allo stesso verbale assembleare, sia tenuto conto che la presunta regolarità del bilancio in questione è stata difesa dai liquidatori anche in sede giudiziaria, nel corso del giudizio di cui alla sentenza sopra detta, con ciò escludendosi qualsiasi ipotesi di errore da essi subito;

            che tutto quanto innanzi espresso induce a ritenere trattarsi di un ennesimo episodio di mala giustizia, se non addirittura di comportamenti arbitrari diretti a coprire precise ed evidenti responsabilità,

        l’interrogante chiede di conoscere se non si ritenga di disporre gli opportuni accertamenti, anche attraverso apposita ispezione, sulle descritte anomalie e al fine di assumere adeguati provvedimenti in relazione a quelle che risultano chiare e reiterate omissioni nella gestione delle denunzie di reato innanzi richiamate.

(4-01335)

D'AMICO - Ai Ministri della difesa e dell'economia e delle finanze - Premesso:

            che in data 19 dicembre 2001 sono stati comunicati i calendari delle attività elettorali relativi al rinnovo degli Organismi della Rappresentanza Militare, peraltro approvati dal Ministro della difesa;

            che in relazione alle date stabilite per le elezioni definitive, si sono già svolte in molti comandi regionali della guardia di finanza e dei carabinieri le elezioni preliminari per l’individuazione dei candidati delle categorie "B" e "C";

            che il Gabinetto del Ministro della difesa con sua lettera n. 8/2988 del 21 gennaio 2002, in relazione alla circostanza che il Ministro per la funzione pubblica ha fissato per il 4 febbraio 2002 l’avvio delle trattative per il contratto, ha ritenuto di chiedere la riformulazione, appena sarà possibile, della data di svolgimento delle elezioni in armonia con l’andamento delle attività di concertazione e comunque, nel rispetto dei vincoli temporali previsti dall’articolo 15 del regolamento di attuazione della rappresentanza militare, approvato con decreto del Presidente della Repubblilca 4 novembre 1979 n. 691;

            che l’articolo richiamato al 5º comma recita: "prima della scadenza del mandato triennale, il Ministro della Difesa, di concerto con quello delle Finanze, indice le elezioni da effettuare per il successivo triennio":

            stabilendo un arco di tempo, di almeno dieci giorni, entro il quale devono essere eletti i rappresentanti dei Cobar;

            fissando le date per le elezioni dei Coir e del Cocer, con il criterio che tali elezioni devono essere intervallate dai dieci ai quindici giorni rispetto alle elezioni del livello inferiore;

            che in data 24 gennaio lo Stato Maggiore della Difesa, violando palesemente il dettato dell’articolo 18 della legge n.  382/78, con suo provvedimento, ha stabilito il differimento delle procedure elettorali con immediata sospensione fino alla comunicazione di un nuovo calendario;

            che il mandato triennale del COCER scadrà in data 1º aprile 2002, mentre quello dei COBAR il 7 febbraio 2002,

        si chiede di sapere:

            quale evento sia intervenuto ad interrompere lo svolgimento di democratiche elezioni, il cui programma è previsto da provvedimenti legislativi e nelle quali il personale militare ha riposto legittime aspettative di rinnovo dei propri rappresentanti;

            se non si intenda intervenire per ripristinare la legittimità dell’iter elettorale, in conformità al contenuto del penultimo comma dell’articolo 18 della legge 11 luglio 1978 n.  382 che testualmente recita: "gli eletti, militari di carriera, durano in carica 3 anni e non sono immediatamente rieleggibili".

(4-01336)

GIARETTA - Al Ministro dell'economia e delle finanze - Premesso:

            che sulla stampa sono comparse compiaciute dichiarazioni del Presidente della Regione Veneto Giancarlo Galan e del Vice Presidente della Commissione di Vigilanza sulla RAI circa la loro volontà di non pagare il canone RAI,

        l’interrogante chiede di conoscere:

            quale sia il giudizio del Ministro su tali comportamenti, con i quali rappresentanti delle istituzioni inneggiano apertamente all’evasione fiscale ed alla disobbedienza al rispetto delle leggi, invece di impegnarsi per cambiarle;

            se non ritenga grave che il Presidente della Giunta Regionale, cui le leggi concedono poteri in materia fiscale che il Presidente medesimo ha ampiamente utilizzato per imporre ai cittadini ingiustificati aumenti della pressione fiscale, inviti all’evasione fiscale invece di cercare di meglio amministrare le risorse a lui affidate, eliminando inutili sprechi;

            quali iniziative intenda assumere per perseguire gli illeciti che vengono annunciati in modo che il cittadino leale con il fisco (che spesso per essere leale si trova obbligato ad estenuanti adempimenti, ritardi, errori della macchina burocratica) non si senta preso in giro dalle istituzioni e sia portato perciò a ritenere che solo i fessi siano tenuti a pagare le tasse mentre i potenti possono dire e soprattutto fare ciò che vogliono in contrasto con le leggi senza alcuna conseguenza.

(4-01337)

SALERNO - Al Ministro dell'economia e delle finanze - Premesso:

            che il contribuente Griffith Brokles Mauro, nato a Parma il 2 febbraio 1927 presentò regolamente nei termini previsti dalla legge la propria dichiarazione dei redditi anno 1993 (Mod. 740/94) dalla quale risultava un quadro M indicante un reddito soggetto a tassazione separata (indennità di fine rapporto) per lire 1.893.887.000 con relative ritenute subìte pari a lire 378.617.000;

            che sulla base della liquidazione dell’imposta dovuta il contribuente risulta essere creditore per una eccedenza delle ritenute di cui sopra di un ammontare determinato dall’ufficio in lire 189.000.000;

            che a tutt’oggi tale credito non è ancora stato incassato dal contribuente;

            che non risultano irregolarità di alcun genere ai sensi dell’articolo 36-bis. del decreto del Presidente della Repubblica n. 600 del 1973, nè ai sensi di altre formali e sostanziali procedure di controllo;

        rilevati:

            l’entità del credito da esigere;

            l’ormai inaccettabile lasso di tempo (8 anni) dalla presentazione della dichiarazione a tutt’oggi;

            il danno economico ed anche morale subìto dal contribuente (nato nel 1927) di rilevante gravità,

        si chiede di sapere:

            in quale situazione contabile amministrativa si trovi la dichiarazione in oggetto;

            se vi siano problematiche di sorta precludenti la liquidazione ed il pagamento di tale credito;

            se non si ritenga di intervenire con efficacia ed immediatezza tenuto conto che il notevole lasso di tempo costituiscono un cattivo esempio nel quadro del corretto equilibrio tra Stato e contribuente.

(4-01338)

MALENTACCHI - Ai Ministri dell'istruzione, dell'università e della ricerca e dell'interno - Premesso che:

            il decreto legislativo n. 112/98 (Capo III Istruzione scolastica) definisce la programmazione e la gestione amministrativa del servizio scolastico, fatto salvo il trasferimento di compiti alle istituzioni scolastiche previsto dall’articolo 21 della legge 15 marzo 1997, n. 59; lo stesso decreto attribuisce ai Comuni, relativamente all’istruzione di grado inferiore, compiti e funzioni concernenti l’organizzazione della rete delle istituzioni scolastiche nonché azioni tese a sostenere le pari opportunità di istruzione;

            il piano di riorganizzazione della rete scolastica del Comune di Cortona (delibera di Giunta n. 30/1999) ha definito una sola istituzione scolastica per la scuola media inferiore, quella di Camucia, determinando la soppressione di quella di Cortona;

            il Provveditorato agli Studi di Arezzo, contrariamente alle altre sedi scolastiche di Fratta, Mercatale, Montecchio e Terontola, considera la scuola media di Cortona quale succursale della sede di Camucia attribuendo un unico organico del personale docente, rendendo difficoltosa la formazione di classi autonome rispetto alla sede centrale;

            la situazione che si è venuta a creare penalizza sia la popolazione scolastica di Cortona sia quella di Camucia, poiché non consente la formazione di classi che rispettino in corretto rapporto tra studenti e docenti,

        si chiede di sapere se i Ministri in indirizzo non intendano intervenire presso gli Enti locali competenti affinché la scuola media di Cortona venga riconosciuta sede staccata della istituzione scolastica centrale di Camucia e non succursale, superando, così, anomalie e disagi che si stanno ripercuotendo sia sulla popolazione scolastica che sui servizi scolastici educativi di Cortona.

(4-01339)

BAIO DOSSI, CORTIANA, DALLA CHIESA, DANIELI Franco, DONATI, MACONI, PAGLIARULO, PETRINI, PIATTI, PILONI, PIZZINATO, RIPAMONTI, TOIA - Ai Ministri delle infrastrutture e dei trasporti e dell'ambiente e della tutela del territorio - Considerato che:

            l’inquinamento nell’aria delle città lombarde ha raggiunto livelli preoccupanti, tali da mettere in pericolo la salute dei cittadini;

            in tutte le città e i comuni lombardi sono state adottate misure di blocco della circolazione delle auto nei giorni festivi e di blocco a targhe alternate in giorni feriali;

            tale problema di inquinamento tende ad avere carattere ricorrente e non occasionale;

            in molte città europee sono state individuate misure di prevenzione e di contrasto rispetto a questo pericoloso fenomeno;

            il sistema dei trasporti, di produzione di calore e di energia sono i fattori principali di tale ricorrente e grave situazione;

            è necessario un piano straordinario sulla mobilità urbana sostenibile contro l’inquinamento,

        si chiede di sapere quali provvedimenti e quali risorse si intenda immediatamente attivare sul trasporto rapido di massa sul rinnovo del parco auto e bus a basso tasso di emissioni nocive, sulla distribuzione delle merci nei centri urbani, sul finanziamento dei piani urbani del traffico, di sistemi di produzione di calore e di energia meno inquinanti.

(4-01340)

DANIELI PAOLO - Al Ministro dell'economia e delle finanze - Premesso che:

            lo scrivente nella passata legislatura ha già presentato la medesima interrogazione senza ottenere alcuna risposta;

            la signora Maria Bresciani, dipendente dell’ULSS 25 di Verona, è in pensione dal 1º febbraio 1984;

            nel mese di giugno 1984, dopo tre mesi dal collocamento in pensione, la sede provinciale del Tesoro di Verona, con lettera datata 23 giugno 1984, comunicava all’Inadel di Roma che la signora Bresciani era intestataria di un assegno vitalizio concesso dalla stessa Inadel, con nota 24 marzo 1979, per il periodo in cui l’interessata aveva lavorato presso gli Ospedali Riunti di Cagliari (periodo 1964-1969);

            la Direzione generale dell’Inadel comunicava quindi, con una nota del 1º agosto 1984, che il godimento dell’assegno vitalizio, tramutatosi nel 1981 in PSO, era decaduto in base ad un regio decreto del 1928 e che la signora Bresciani doveva restituire le mensilità percepite dall’agosto del 1980 all’ottobre del 1984, somma peraltro immediatamente restituita;

            la signora Bresciani iniziava quindi una fitta corrispondenza con la Direzione del Ministero del tesoro di Roma al fine di ottenere che i cinque anni che avevano dato diritto al vitalizio, fossero considerati agli effetti pensionistici;

            solo nel settembre 1997, l’Inpdap di Roma, dichiarava che i cinque anni non potevano essere considerati agli effetti pensionistici avendo la signora Bresciani percepito nel 1980 un’indennità "una tantum";

            si è nel frattempo venuto a sapere che, altre persone nella stessa identica posizione dell’interessata, hanno continuato, in attività di servizio, a percepire il succitato assegno dal 1980 (data di transito dall’ex Inam all’Ulss e data di inizio della presunta "incompatibilità" dell’assegno stesso);

            un’altra dipendente dell’Ulss, titolare di vitalizio Inadel tramutatosi in PSO e collocata pensione con l’inpdap, come la signora Bresciani, ha continuato per tutti questi anni a percepire le rate di vitalizio e tutt’oggi, in pensione, continua a riscuoterle;

            in base alle recenti disposizioni in materia, l’assegno vitalizio dell’Inadel è un diritto legittimamente acquisito e come tale deve essere percepito dall’intestatario dello stesso,

        l’interrogante chiede di sapere:

            in base a quale legge la signora Bresciani non è più titolare del diritto all’attribuzione dell’assegno vitalizio Inadel;

            per quali ragioni l’interessata ha dovuto restituire la cifra percepita dal 1980 al 1984;

            in particolare per quali motivi altre persone, nella stessa identica posizione lavorativa e quindi pensionistica della signora Bresciani, hanno continuato e continuano a percepire l’assegno vitalizio Inadel, creando di fatto una dubbia disparità di trattamento.

(4-01341)

LONGHI - Al Ministro della giustizia - Premesso:

            che da notizie avute da fonte sindacale, nel Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria nella Regione Liguria sembra che si stiano verificando provvedimenti individuali di trasferimento;

            che tali trasferimenti sembra siano rivolti verso la Scuola Cairo Montenotte e la Casa circondariale di Savona;

            che i suddetti trasferimenti non sono stati previsti dal piano di mobilità ordinaria dell’anno 2000 relativo al personale di Polizia penitenziaria;

            ritenuto che essi siano stati emanati in ossequio all’accordo firmato con le organizzazioni sindacali sulla sanatoria dei distacchi temporanei (articolo 7 del decreto del Presidente della Repubblica n. 254/1999) già in atto, pur non avendone maturato il diritto e in assenza dei requisiti richiesti,

        si chiede di sapere – ove quanto rappresentato corrisponda a verità – quali provvedimenti intenda assumere il Ministro in indirizzo per ripristinare la legalità amministrativa.

(4-01342)

GASBARRI, PIZZINATO - Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali e per gli affari regionali - Premesso:

            che lunedì 28 gennaio 2002 è deceduto, per un incidente sul lavoro all’interno della "Travertini Caucci", a Villalba nel Comune di Guidonia-Montecelio, l’operaio Eugenio Longo, di 27 anni, mentre altri tre lavoratori sono rimasti feriti in modo non grave;

            che al momento dell’incidente il lavoratore deceduto era alla guida di un’escavatrice ed era intento a creare un piazzale che sarebbe dovuto servire per riaprire una cava;

            che questo è il terzo incidente mortale in meno di un anno nella zona: il 2 marzo 2001 è morto Drilea Moni Cornel, un giovane lavoratore, "in nero", rumeno rimasto prigioniero della ruota dentata di un argano in un laboratorio di trasformazione di travertino, il 10 ottobre 2001 è morto Bixio D’Andrea, un operaio di 45 anni schiacciato da un pesante blocco di pietra nella cava "Bruno Poggi";

        considerato:

            che nell’incidente di lunedì 28 gennaio 2002, nel quale è deceduto l’operaio Eugenio Longo, tutte le circostanze indicano che la tragedia si poteva e si doveva evitare;

            che, per quanto riguarda il luogo dell’incidente, non si può parlare di nuova cava ma di ripristino di una attività precedente, dismessa e abbandonata per esaurimento del materiale lapideo di prima qualità, riaperta peraltro senza le necessarie autorizzazioni della Regione Lazio, come confermato in una dichiarazione pubblica dall’Assessore regionale alle attività produttive;

            che il terreno, su cui l’operaio lavorava, presentava e presenta una morfologia di per sé a forte rischio. L’escavatrice stava, infatti, lavorando su un terreno friabile, costituito prevalentemente da materiale di riporto della precedente attività dismessa;

            che la tragedia è stata causata dallo smottamento del fronte della nuova cava, provocando il ribaltamento dell’escavatrice;

            che lo smottamento della parete è stato causato anche dal modo di escavazione, infatti, al momento dell’incidente si stava scavando in verticale, mentre la legge prevede per esigenze di sicurezza che questi lavori andrebbero fatti a gradoni, in perpendicolare;

            che il segretario della Fillea-CGIL di Roma Est, Domenico Petracchi, ha denunciato che risultano nel Lazio soltanto tre ispettori, insufficienti certamente a vigilare su tutti i cantieri in funzione nella regione Lazio;

            che il 20 novembre 2001 è stato firmato – dai Comuni di Tivoli e di Guidonia-Montecelio, da CGIL CISL e UIL, dall’Assomarmi, dalla ASL RMG e dall’INAIL, un protocollo d’intesa che impegna la Regione ad istituire un presidio permanente della polizia mineraria nel comprensorio RMG a cui manca solo la firma della Regione Lazio;

            che, mentre la precedente Giunta regionale, presieduta da Piero Badaloni, aveva dato vita ad una Commissione d’indagine sugli infortuni, l’attuale Giunta regionale presieduta da Francesco Storace, non ha ancora provveduto all’insediamento,

        si chiede di sapere:

            se il Ministro del lavoro non ritenga di verificare presso l’Ispettorato del Lavoro competente lo stato di attuazione della legge n. 626 sulla sicurezza nei luoghi di lavoro e delle norme antinfortunistiche relative alle cave di travertino dell’area tiburtina;

            se il Ministro per gli affari regionali non ritenga di verificare il motivo della mancata firma della Regione Lazio al protocollo per l’istituzione di un presidio permanente di polizia mineraria;

            se lo stesso Ministro non ritenga altresì opportuno sollecitare la Regione Lazio al fine di rimuovere gli impedimenti all’insediamento della Commissione d’indagine regionale sugli infortuni sul lavoro.

(4-01343)

BEVILACQUA, BOBBIO Luigi, MUGNAI, PELLICINI - Al Ministro della giustizia - Premesso che:

            in data 2 marzo 1996 i magistrati Squillante e Misiani sarebbero stati seguiti dai signori Vardeu e Ragone, dipendenti dello SCO, nel bar Mandara sito in Roma, Via San Tommaso D’Aquino, 127;

            la conversazione dei suddetti magistrati, nella successiva relazione dei funzionari SCO, venne descritta come in parte ascoltata ed in parte intercettata;

            sulla base di tale operazione sono state emesse misure cautelari (nelle quali si faceva riferimento alla sola prova di intercettazione!) ed è stata avviata un’indagine presso il Consiglio superiore della magistratura oltre che in diverse procure;

            successivamente i predetti funzionari venivano indagati per falso ideologico presso la Procura di Roma;

            la trascrizione, riproduzione delle registrazioni, duplicazione su supporti magnetici di quella "irregolare" intercettazione (così come già avvenuto per una precedente intercettazione ambientale effettuata nel bar Tombini di via Ferrari-Roma in data 21 gennaio 1996) veniva affidata ai signori Giovanni e Francesco Pirinoli;

            gli stessi, risultavano domiciliati presso la società Carro s.r.l. con sede in Milano, Piazza Duca D’Aosta ( e per altro incarico loro conferito dalla Procura di La Spezia, presso la Carro 2000 s.r.l. con sede sempre in Milano, Via S. Antonio Maria Zaccaria), ma non risultavano iscritti nell’Albo ufficiale dei consulenti;

            in seguito sono emerse difformità tra quanto trascritto e l’effettivo testo delle intercettazioni;

            le operazioni dei consulenti sono state effettuate con l’ausilio di apparecchiature personali e non ufficiali;

            essendosi rilevate anomalie e lacune già in altre simili operazioni peritali, sussiste a carico del signor Giovanni Pineroli ed altro consulente un procedimento penale per falsa perizia (articolo 373 del codice penale e articolo 77 del decreto-legge n. 15 del 1991);

            la stessa Procura della Repubblica, sulla base di alcune irregolarità nello svolgimento delle operazioni e dell’elaborato peritale, ha impugnato per opposizione del 1º febbraio 1999, la liquidazione operata in favore dei detti consulenti;

            anche i controinteressati hanno impugnato presso il Tribunale di Perugia la liquidazione di oltre 326 milioni di lire operata in favore dei consulenti di cui sopra,

        gli interroganti chiedono di sapere:

            se sia vero che le citate società all’epoca dei fatti non avevano dipendenti, quali siano le rispettive sedi, a chi facciano capo, se le Carro s.r.l. siano legate alla Società Lepta AG di diritto svizzero e Lepta s.r.l. di diritto italiano;

            se, accertato che all’epoca non c’erano dipendenti, a quali consulenti e/o collaboratori dei consulenti furono affidate le operazioni di delicatissimi procedimenti;

            sulla base di quali presupposti risultino essere stati scelti i citati consulenti, che peraltro risultano nominati anche per procedimenti pendenti presso la Procura di Palermo e La Spezia;

            quale sia l’esito dei procedimenti citati per falsa perizia, falso ideologico e per le opposizioni alle liquidazioni sia a Milano che a Perugia;

            per quale ragione tali procedimenti pur pendenti da anni non siano ancora conclusi;

            se siano stati adottati tutti i provvedimenti necessari ad accertare le responsabilità;

            quali misure il Ministro in indirizzo intenda adottare al fine di chiarire definitivamente la questione.

(4-01344)

BASTIANONI - Al Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca - Premesso che:

            in data 30 dicembre 1999 a seguito dell’entrata in vigore della legge 3 maggio 1999 n. 124 articolo 8 "Trasferimento di funzioni e personale A.T.A dall’Ente Locale allo Stato", il Consorzio Sociale Servizi Generali di Ancona stipulava un contratto di appalto per i servizi di pulizia e custodia nelle scuole statali della provincia di Ancona e Macerata;

            successivamente, in data 14 luglio 2000, il consorzio stipulava una convenzione per lo svolgimento di funzioni A.T.A. nell’istituzione scolastica dell’I.C. di Filottrano, Chiaravalle, Camerata Picena, Esanatoglia fino al 30 giugno 2001 e successiva proroga per ulteriori due mesi secondo le disposizioni contenute nella nota ministeriale n. 98 del 6 giugno 2001;

            con nota n. 446 del 17 settembre 2001 il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca ha dato facoltà ai provveditorati di procedere ad una ulteriore proroga fino al termine del corrente anno finanziari;

            il Consorzio ha sempre svolto tali funzioni con la massima cura, ma il Provveditorato agli studi di Ancona non ha ottemperato al pagamento di quanto dovuto restando inadempiente dal marzo 2001, sicchè il Consorzio stesso si trova in estrema difficoltà per il pagamento degli stipendi agli oltre 200 dipendenti,

        si chiede di sapere quali urgenti provvedimenti il Ministro in indirizzo intenda adottare al fine di consentire al Provveditorato di Ancona di attivarsi per l’immediato pagamento dei corrispettivi dovuti al Consorzio.

(4-01345)

GASBARRI - Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio - Premesso:

            che nel maggio del 1984, presso il chilometro 18,300 della Via Tiburtina-Valeria nel Comune di Giudonia-Montecelio, la società "Ecolchimica srl" ha aperto uno stabilimento adibito al recupero ed al pretrattamento di liquami reflui da lavorazioni industriali;

            che la società "Ecolchimica srl" il 4 gennaio 1987 si è trasformata in "Ecolchimica Italia srl" e che nel giugno dello stesso anno ha cambiato di nuovo nome in "Chimeco srl", denominazione attuale;

            che nel 1989 i Carabinieri della Stazione di Bagni di Tivoli hanno sorpreso due operai della "Chimeco srl" intenti a scaricare liquami nel fosso di Santa Sinforosa, in una zona poco distante dagli stabilimenti della società;

            che dopo l’episodio di cui sopra venne disposto il sequestro degli impianti ed i titolari della "Chimeco srl" vennero denunciati all’Autorità giudiziaria;

            che dopo tre mesi di interruzione dei lavori l’azienda in questione ha ripreso l’attività fino al definitivo sequestro ed alla revoca delle autorizzazioni avvenuta nel 1992;

            che le cause che hanno portato al primo sequestro, al secondo ed alla revoca delle autorizzazioni sono legate al metodo di smaltimento. La prima volta nel fosso di Santa Sinforosa ed in seguito direttamente nel sistema fognario;

            che la "Chimeco srl", dopo la sua messa in liquidazione, nel febbraio del 1993 è stata rilevata dalla "Tiburtina gestioni srl" di proprietà di Vincenzo Fiorillo e Vittorio Ugolini;

            che la relazione della "Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse" licenziata il 29 marzo del 2000 cita i proprietari della "Tiburtina gestioni srl" descrivendone, altresì, gli intrecci personali e societari con attività illecite risalenti alle "ecomafie";

            che a pagina 128 della citata relazione, relativamente alla "Chimeco-Tiburtina gestioni srl", si legge: "(..) si stima che nei serbatoi e nelle vasche siano presenti circa 2.500 metri cubi di rifiuti liquidi. I rifiuti raccolti quando l’impianto era in funzione sono stati accumulati dal gestore in modo promiscuo e mescolati indiscriminatamente fra di loro, sicché è molto difficile alla stato attuale individuare i rifiuti originari, in ogni caso, tutti i rifiuti presenti sono da classificare tossici e nocivi, contrariamente a quanto riportato nell’autorizzazione che prevedeva il trattamento dei rifiuti speciali (..)";

            che nell’autunno del 1997 a seguito di accertate perdite dei silos di stoccaggio – completamente abbandonati a se stessi, all’incuria, agli agenti atmosferici e senza che venisse svolta alcuna manutenzione, i liquami cominciarono a disperdersi nei terreni dello stabilimento;

            che il 9 dicembre del 1997 la Presidenza del Consiglio Regionale del Lazio, con una ordinanza, ingiungeva alla "Tiburtina gestioni srl" di provvedere immediatamente allo smaltimento dei reflui e alla bonifica dell’area;

            che il 23 marzo ’99, su iniziativa dell’Assessorato all’ambiente della Regione Lazio, la "Sim" di Isernia effettuava un sopralluogo preliminare all’esecuzione dell’ordinanza regionale;

        considerato:

            che ad oggi lo stabilimento in questione è in totale di stato di abbandono e non risultano allo scrivente piani per lo smaltimento e di bonifica dell’area;

            che a parte la vicinanza con Setteville, un quartiere di Guidonia-Montecelio densamente popolato, la "Tiburtina gestioni srl" è all’interno di un’area destinata a insediamenti produttivi e, in particolare, confinante con due aziende che trattano prodotti destinati all’alimentazione (caffè, gelati vini e liquori l’una e carni l’altra), con un centro per la grande distribuzione e a meno di un chilometro dai nuovi mercati generali di Roma;

            che questa situazione ha messo in allarme la popolazione di Guidonia-Montecelio ed in particolare gli abitanti del quartiere Setteville;

            che appare quanto mai incredibile che dal 1997, primo accertamento delle perdite dai silos di stoccaggio, ad oggi questa grave situazione ambientale, che potrebbe irrimediabilmente compromettere lo sviluppo della zona, non ha ancora trovato una soluzione,

        si chiede di sapere:

            se non si ritenga opportuno intraprendere tutte le iniziative necessarie al fine di trovare una soluzione considerando anche quella di porre in essere provvedimenti sostitutivi alla inattività della Regione Lazio delegata alla risoluzione del problema;

            se non si ritenga opportuno predisporre immediatamente un sopralluogo del Nucleo Operativo Ecologico (NOE) al fine di accertare con maggiore precisione la gravità del danno ambientale.

(4-01346)