Allegato A
INTERPELLANZE E INTERROGAZIONI
Interpellanza sulla chiusura di uffici postali in alcuni comuni dell’Appennino umbro
(2-00087) (21 novembre 2001)
RONCONI. - Al Ministro delle comunicazioni. – Atteso:
che la società Poste s.p.a. ha recentemente deciso di chiudere inderogabilmente molti uffici postali;
che molti uffici postali che saranno chiusi insistono e servono piccoli paesi e frazioni dell’Appennino umbro ormai popolati in maggioranza da anziani che hanno gravi difficoltà a recarsi in altre località distanti anche chilometri dal luogo di residenza;
che tale decisione delle Poste in realtà contribuisce ancor più allo spopolamento delle zone di montagna e rende davvero difficili nuove iniziative imprenditoriali,
si chiede di conoscere quali iniziative intenda assumere il Ministro in indirizzo al fine di rappresentare alle Poste s.p.a. la necessità e perfino il dovere istituzionale di offrire in Italia un importante servizio anche a favore delle zone più marginali.
Interrogazione sul riordino degli uffici postali in alcuni comuni interni delle Marche
(3-00034) (28 giugno 2001)
CAVALLARO. - Al Ministro delle comunicazioni. – Premesso:
che da segnalazioni di alcuni Sindaci di Comuni dell’Alto Maceratese e da informazioni verificate di persona risulta che le Poste Italiane s.p.a. stanno attuando una iniziativa finalizzata asseritamente alla razionalizzazione dei servizi e ad un miglioramento della economicità dei medesimi;
che in conseguenza del perseguimento di tale obiettivo, in sé lodevole, vengono assunti anche negli uffici postali più piccoli, ed in particolare in quelli che operano nei comuni interni e montani delle Marche, provvedimenti di riordino che prevedono l’utilizzazione del già esiguo personale mediante distribuzione dell’orario, in parte per la presenza in sportello ed i servizi interni ed in parte per la distribuzione della posta;
che ciò, in mancanza di personale che possa svolgere contemporaneamente entrambe le funzioni – indispensabili ad una adeguata qualità dei servizi postali – ed in considerazione delle fisiologiche esistenze di turni per ferie, malattia ed altro, produrrà di fatto diminuzioni consistenti dell’apertura al pubblico o peggio chiusure forse non temporanee degli uffici «minori» (pare si faccia riferimento per ora a quelli di Camporotondo, Serrapetrona, Cessapalombo, Gagliole) ma anche riordini sempre in negativo per la fruibilità dell’utenza di uffici di sicuro rilievo che, anche in considerazione di situazioni contingenti, hanno adottato restrizioni di orario (ad esempio a quanto risulta l’ufficio postale di Camerino ridurrà temporaneamente, anche per disagio logistico, i suoi orari al pubblico);
che, pur comprendendo come tali problematiche rientrino nel generale riordino del servizio postale nel nostro Paese e negli esuberi di personale che le Poste Italiane s.p.a. lamentano tuttora, occorre notare come in particolare situazioni territoriali e socio – economiche i servizi pubblici essenziali, fra cui quello postale è certamente assai significativo, rappresentino un segnale indispensabile dello Stato per la sopravvivenza delle comunità locali ed anzi siano condizione imprescindibile per una tutela delle aree svantaggiate anche da situazioni geografiche e climatiche;
che in tali situazioni, sebbene si debba opportunamente mirare all’economicità ed efficienza dei servizi, compreso quello postale, non si può non rilevare come sia eventualmente possibile e talvolta necessario l’intervento dello Stato, anche perché il sistema puramente economico e privatistico non garantisce il servizio proprio per quelle comunità svantaggiate verso le quali è doveroso, anche sotto il profilo costituzionale, l’intervento equilibratore dello Stato;
che ciò è tanto vero che la legge 31 gennaio 1994, n. 97 (Legge sulla montagna), stabilisce incentivi all’insediamento nelle aree interne e montane e promuove il miglioramento dei servizi pubblici in tali aree;
che infine va ricordato come – proprio in considerazione del cambiamento organizzativo in atto nelle Poste Italiane s.p.a. – tale società svolge ora servizi innovativi anche di carattere finanziario che sono utilissimi, se non indispensabili proprio alle popolazioni dei centri interni e montani delle Marche, per le ricordate difficoltà pratiche di mobilità e quelle sociologiche ed economiche conseguenti alla condizione sociale e all’invecchiamento della popolazione,
si chiede di sapere se non si intenda procedere ad una generale ricognizione del fenomeno e della sua consistenza almeno in riferimento al territorio maceratese e marchigiano e – verificata la sussistenza di problemi strutturali quali quelli esposti – se e quali provvedimenti atti a rimuovere la situazione si intenda assumere.
Interpellanza sulla crisi degli stabilimenti San Giorgio siti in provincia di Brescia e La Spezia
(2-00120) (25 gennaio 2002) (Già 3-00117) (26 settembre 2001)
FORCIERI. - Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri delle attività produttive e del lavoro e delle politiche sociali. – Premesso:
che già durante la passata legislatura con un’interrogazione dello scrivente a risposta scritta del 15/2/2001 (4-22238) si portò all’attenzione dell’allora Ministro dell’industria, on. Letta, la delicata situazione dello stabilimento San Giorgio della Spezia e il relativo pesante riscontro sociale sul territorio spezzino;
che il 7 settembre 2001 il tribunale commerciale di Nanterre – Francia – ha accolto la richiesta di amministrazione controllata presentata dalla Moulinex-Brand, società francese controllata per il 74,3% dalla Società Finanziaria EL.FI. della famiglia Nocivelli, proprietaria della fabbrica di elettrodomestici Ocean-San Giorgio con stabilimenti siti in provincia di Brescia e La Spezia;
che l’accoglimento della richiesta di amministrazione controllata ha, tra l’altro, vanificato tutti gli sforzi profusi dalle parti sociali che avevano firmato, dopo lunga trattativa e con il coinvolgimento del precedente Governo, un sofferto accordo nel quale la proprietà e le organizzazioni sindacali convenivano sul rilancio dello stabilimento attraverso nuovi investimenti e provvedimenti capaci di aumentare la produttività, la competitività, la flessibilità;
che l’accordo prevedeva l’impegno di utilizzare tutti gli ammortizzatori sociali utili a permettere la ricollocazione dei lavoratori che per il previsto piano di riduzione e riorganizzazione degli organici sarebbero stati considerati in esubero;
considerato:
che il provvedimento di amministrazione controllata, pur riguardando solamente la società capogruppo e le società francesi, ha provocato inevitabili conseguenze operative compromettendo la continuità produttiva e causando il fermo delle catene di montaggio e la cassa integrazione negli stabilimenti della San Giorgio della Spezia e di Brescia;
che i lavoratori spezzini e quelli dello stabilimento di Brescia, privi di alcuna notizia riguardante una certa e duratura ripresa produttiva, chiedono, anche con manifestazioni di piazza, immediate forti iniziative per uscire dalla crisi;
che tutti i rappresentanti delle istituzioni locali e i parlamentari delle due città, le organizzazioni sindacali, le forze politiche, hanno convenuto di agire rapidamente affinché vengano intraprese tutte le azioni necessarie a tutelare l’attività produttiva degli stabilimenti e di attivare tutti i rapporti intergovernativi volti a facilitare l’apertura di un tavolo di confronto con i Commissari nominati dal Tribunale di Nanterre e con la Finanziaria Elfi della famiglia Nocivelli;
che in Francia il primo ministro Lionel Jospin ha dichiarato espressamente il suo personale impegno ad intervenire sulla crisi della Moulinex ed ha sottolineato come, anche in una economia di mercato, il Governo ha il dovere di conservare un ruolo economico e soprattutto sociale;
che il carattere internazionale della crisi comporta che un intervento a sostegno del gruppo possa essere affrontato solo con una politica industriale a livello europeo;
che i parlamentari e i rappresentanti degli enti locali spezzini hanno illustrato la drammatica situazione al Coordinatore del comitato per il coordinamento delle iniziative per l’occupazione della Presidenza del Consiglio dei ministri, G. Borghini, reclamando un rapido intervento;
che il Governo è stato informato della drammatica crisi aziendale dalle autorità locali che, con un documento comune, si sono rivolte al Ministro delle attività produttive e al Ministro del lavoro per chiedere un urgente incontro;
che ad oggi, il Ministero non ha ancora fissato la data dell’incontro, rendendosi sordo alle richieste in tal senso avanzate dalle parti sociali e dagli enti locali,
l’interpellante chiede di sapere:
se il Governo abbia intenzione, come il suo omologo francese, di farsi carico della grave situazione, fissando subito l’incontro richiesto dalle parti sociali;
quali provvedimenti intenda assumere per scongiurare la chiusura degli stabilimenti della Spezia e di Brescia e consentire il rilancio dell’attività produttiva.
Interpellanza sull’articolo 71 della legge 28 dicembre 2001, n. 448
(2-00113) (22 gennaio 2002)
ANGIUS, GIOVANELLI, BRUTTI Massimo, GASBARRI, IOVENE, MONTINO, ROTONDO, TURCI. - Al Presidente del Consiglio dei ministri. – Premesso:
che con l’approvazione dell’articolo 71 (Disposizioni in materia di trasferimento di beni demaniali) della legge 28 dicembre 2001, n. 448 («Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato» – legge finanziaria 2002) si prevede un principio che stravolge una delle norme fondamentali del diritto civile e che introduce un nuovo istituto giuridico: la «sdemanializzazione» per abuso;
che, in presenza di un abuso, non viene represso quest’ultimo bensì viene scalfito l’istituto del demanio, istituto che tutela un fondamentale valore collettivo (le spiagge, il lido, le rade, i porti, i fiumi, i torrenti, i laghi), quasi un diritto naturale dell’ambiente che il legislatore del 1942 – ma anche quello dell’800, quindi non solo il moderno movimento ambientalista – aveva giudicato inalienabile e intoccabile;
che ci troviamo di fronte ad un evidente tentativo di maxicondono che supera di gran lunga – per gli effetti devastanti – quello proposto dalla legge n. 47 del 1985, noto come «condono Nicolazzi», che determinò un aumento considerevole dell’abusivismo;
che con una disinvoltura della quale, purtroppo, non possiamo meravigliarci, si stabilisce che in tutto il territorio nazionale l’abuso costituisce causa di recesso del demanio;
che la legge n. 177 del 1992 («Norme riguardanti aree demaniali nelle province di Belluno, Como, Bergamo e Rovigo, per il trasferimento al patrimonio disponibile e successiva cessione a privati») – richiamata dall’articolo 71 – stabilisce, all’articolo 6, che l’acquisto dell’area da parte del privato che l’ha abusivamente occupata ed edificata ha «valore di sanatoria agli effetti urbanistici e fa venire meno le pretese dello Stato per i canoni pregressi ed in genere per compensi richiesti a qualsiasi titolo in dipendenza dall’occupazione delle aree». Non solo quindi il patrimonio inalienabile diventa alienabile, ma viene alienato per una cifra irrisoria;
che dopo un lungo dibattito affrontato nell’Aula del Senato lo scorso 22 dicembre, il Sottosegretario per l’economia e le finanze, Giuseppe Vegas, riferendosi all’articolo 71 lo ha testualmente definito un caso di «Camera con svista» e ha dato il parere favorevole del Governo all’ordine del giorno del relatore in modo che nel periodo transitorio non si possano verificare eventi dannosi rispetto alla gestione dell’articolo 71, preannunciando «un provvedimento legislativo autonomo per la correzione del testo»;
che il Presidente ed il Vicepresidente del Gruppo della Lega Nord del Senato, Francesco Moro e Francesco Tirelli, in una dichiarazione alla stampa hanno testualmente affermato: «Chiediamo un impegno preciso ed immediato del Governo, affinché con il primo provvedimento del 2002 venga tolta la norma dell’articolo 71 dalla finanziaria»;
che il Ministro dell’economia e delle finanze, Giulio Tremonti, ha testualmente affermato sui mass media, riferendosi all’articolo in questione: «si tratta di una stupidata»;
che è stato accolto un ordine del giorno del relatore Ivo Tarolli che impegna il Governo «ad intervenire con un provvedimento d’urgenza» per evitare che la sanatoria possa avere effetti immediati;
che a fronte di tutte queste dichiarazioni altri esponenti della maggioranza hanno promosso movimenti d’opinione e d’interessi tesi invece ad applicare in modo sciagurato e persino estensivo gli effetti dell’articolo 71,
si chiede di sapere quali iniziative il Governo intenda adottare per sopprimere l’articolo 71 nel più breve tempo possibile ribadendo quindi la posizione assunta in Senato il 22 dicembre 2001, posizione recepita dall’ordine del giorno proposto dallo stesso relatore di maggioranza.
Interpellanza sul trasferimento del gettito fiscale dei lavoratori frontalieri in Svizzera ai comuni italiani di residenza
(2-00121) (25 gennaio 2002) (Già 3-00231) (5 dicembre 2001)
MANFREDI. - Al Ministro dell'economia e delle finanze. – Premesso:
che la legge n. 386 del 26 luglio 1975, riguardante l’esecuzione dell’Accordo tra l’Italia e la Svizzera, firmato a Roma il 3 ottobre 1974, prevede, in sintesi, che i Cantoni confinanti con l’Italia trasferiscano annualmente ai Comuni italiani di confine, ove siano residenti lavoratori frontalieri, una parte del gettito fiscale proveniente dalle imposizioni agli stessi;
che l’utilizzazione di tali fondi da parte dei Comuni è determinata, come noto, annualmente dal Ministro delle finanze di concerto con il Ministro del tesoro e della programmazione economica sentite le regioni Lombardia, Piemonte e la provincia autonoma di Bolzano, nonché i Comuni frontalieri interessati;
che i decreti annuali del 1992, 1993 e 1994 relativi alle compensazioni finanziarie prevedono che le stesse debbano essere impiegate per opere pubbliche e servizi, senza peraltro fissare una percentuale di ripartizione tra le due destinazioni;
che i decreti successivi prevedono invece che per i servizi sociali possa essere destinato solo il 10 per cento delle compensazioni stesse;
che tale percentuale appare eccessivamente limitativa e pone i Comuni in gravi difficoltà. Molti di essi, infatti, hanno esigenze di manutenzione e funzionamento delle opere già realizzate, ma non sono in grado di affrontarle e risolverle a causa dell’esiguità dei fondi a ciò consentiti. L’esigenza è stata già sottolineata dall’Associazione fra i Comuni italiani di frontiera con il Canton Ticino (ACIF) e la necessità è stata fondamentalmente riconosciuta dal Parlamento che, nell’articolo 25 del provvedimento collegato alla legge finanziaria 1999, ha stabilito che nel decreto dell’8 maggio 1997, relativo alle compensazioni dovute per gli anni 1994 e 1995, la percentuale da destinare al finanziamento dei servizi sia aumentata dal 10 per cento al 30 per cento;
considerato:
che il giorno 8 novembre 2000, in sede di esame dell’atto Senato n. 4592 della XIII legislatura, il Governo ha accolto l’ordine del giorno 9-4592-501 in materia;
che contrariamente a quanto dichiarato dal Ministro rispondendo con lettera del 1º ottobre 2001 (prot. 2-11206/2001) all’interrogazione scritta 4-00014 presentata dall’on. Zacchera («la modifica dei criteri di ripartizione è richiesta soltanto dai Comuni del Piemonte che rappresentano il 14 per cento del totale degli enti interessati e il 13,5 per cento del totale della popolazione dei frontalieri»), l’ACIF ha ufficialmente concordato sulla necessità che almeno il 30 per cento dei ristorni sia destinato al funzionamento delle opere realizzate,
l’interpellante chiede di sapere:
perché il suddetto ordine del giorno non abbia ancora avuto seguito;
se non si ritenga di valutare la possibilità di ridiscutere con la Confederazione elvetica i termini dell’Accordo del 3 ottobre 1974, al fine di consentire che la percentuale dei trasferimenti ai Comuni di cui in premessa possa essere destinata dagli stessi Comuni frontalieri per il 30 per cento a scopo di servizi, a decorrere da quelli erogati nel 1999.
Interrogazione sull’invio di cartelle esattoriali relative a dichiarazioni congiunte presentate da coniugi
(3-00197) (20 novembre 2001)
EUFEMI. - Al Ministro dell'economia e delle finanze. – Premesso:
che a numerosi contribuenti stanno arrivando cartelle esattoriali relative a dichiarazioni congiunte dei coniugi presentate ai sensi dell’articolo 17 della legge 14 aprile 1977, n. 114, e successive modificazioni;
che l’anomalia di tali cartelle consiste nel fatto che ai coniugi perviene identica cartella cosicché sono chiamati a responsabilità solidale per dichiarazioni relative ad anni precedenti pur in presenza di situazioni mutate tra i coniugi e nonostante che l’ex Ministro delle finanze Visco abbia eliminato la facoltà della dichiarazione congiunta intervenendo sulla modulistica fiscale;
che i coniugi sottoscrittori dello stesso modulo si trovano privi di adeguata difesa poiché la sospensione degli atti esecutivi deve essere disposta ai sensi dell’articolo 53 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602, nel termine di trenta giorni, in effetti mai rispettato,
si chiede di sapere:
quali iniziative il Ministro in indirizzo intenda urgentemente assumere al fine di evitare che i contribuenti vengano ulteriormente perseguiti a causa di comportamenti non conformi alle disposizioni legislative citate, tenuti dalle Amministrazioni che continuano a perseverare in una condotta che è da ritenersi superata non solo dalla legislazione posteriormente entrata in vigore ma anche da pubbliche dichiarazioni e da atti ufficiali dei titolari del Dicastero delle finanze, succedutisi nell’ultimo quinquennio;
quali iniziative intenda assumere per evitare che venga configurata una responsabilità solidale, tenuto conto che la dichiarazione congiunta, come è noto, è stata abrogata e che inoltre la notifica di atti esecutivi fatta soltanto nei confronti di uno dei coniugi comporta l’evidente difficoltà o impossibilità dell’esercizio del diritto di difesa da parte dell’altro coniuge .