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Legislatura 14ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 086 del 05/12/2001


Dichiaro aperta la discussione.

È iscritto a parlare il senatore Marini. Ne ha facoltà.

MARINI (Misto-SDI). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor Ministro, si è prodotto da qualche mese uno scontro durissimo, frontale, ingiustificato tra Governo e ordine giudiziario.

Eccessive sono state le dichiarazioni del Presidente del Consiglio, che in più occasioni, in confronti nazionali, ha denunciato gli atteggiamenti della magistratura, che a suo giudizio hanno determinato la fine di un equilibrio politico con decisioni che sono state motivate da atteggiamenti politici. Incaute sono state le dichiarazioni rese dal Presidente del Consiglio all'estero, quando ha inteso esprimere un giudizio negativo su parti dell'ordine giudiziario italiano.

Mi pare che siamo stati tutti d'accordo, poi, costringendo il sottosegretario Taormina a rassegnare le dimissioni, nel ritenere che le dichiarazioni di un membro del Governo erano quantomeno inopportune. Da ultimo, mi pare che lo stesso intervento del Ministro della giustizia in quest'Aula ieri sia stato eccessivo rispetto a quello che doveva essere un atteggiamento di prefigurazione dei rapporti con la magistratura da parte del Governo.

Diciamo che vi sono azioni del Governo che suscitano perplessità, per lo meno in noi dell'opposizione. Hanno suscitato perplessità le parole del Ministro quando, parlando della divisione delle carriere dei magistrati, ha fatto riferimento - e certo non per una pura casualità - al sistema e quindi all'ordinamento francese. Ci sembrano eccessive le denunce di scantonamento di alcuni magistrati, come anche mi pare che la mancata affermazione del principio sacrosanto, ribadito dal Presidente della Repubblica, della divisione dei poteri abbia un qualche significato.

Abbiamo l'impressione che il Governo si muova nella logica di un attacco indiscriminato alla magistratura; probabilmente si immagina la possibilità di una magistratura sottomessa al sistema politico.

Negli interventi del Ministro vi è traccia della discussione apertasi sull'esclusione di reati importanti, come quello di pedofilia, dal mandato di arresto europeo. Senza un rapporto di sinergie con gli altri Paesi europei la lotta contro la pedofilia può risultare difficile o vana. Far credere che sia possibile limitare il mandato di arresto europeo solo ai reati di terrorismo ci sembra un modo non proprio corretto di intendere il funzionamento della divisione dei poteri nel nostro Paese.

Ribadisco una mia opinione: esiste senza dubbio in Italia un "problema magistratura", ma esso non si risolve soltanto aumentando gli organici dei magistrati o del personale che con essi collabora, né tanto meno esclusivamente con una modernizzazione del sistema giustizia, che è importante ma non sufficiente per risolvere i nodi più volte enunciati in Parlamento.

È necessario un maggiore equilibrio nell'esercizio della giurisdizione, concetto che siamo soliti compendiare nell'espressione "giustizia giusta". Occorre un rispetto da parte di tutti, sia dell'ordine giudiziario sia dei politici, del principio della divisione dei poteri. Ci è parso - lo abbiamo ribadito più volte in quest'Aula - che vi sia stata una sovraesposizione di alcuni magistrati nel tentativo di ricercare il consenso dell'opinione pubblica, dimenticando in tal modo un elemento fondamentale della nostra democrazia: l'autonomia del magistrato, conseguente al principio della divisione dei poteri.

La Costituzione sancisce due princìpi basilari nell'esercizio della giurisdizione: l'autonomia dei magistrati e l'obbligatorietà dell'azione penale. Bisognerebbe interrogarsi per capire se questi due princìpi siano stati rispettati e intesi nella maniera giusta; se cioè il principio del rispetto dell'autonomia della magistratura sia stato doverosamente recepito dagli altri poteri dello Stato e se l'obbligatorietà dell'azione penale sia stata esercitata con correttezza, ovvero si sia più volte trasformata in una scelta, ossia in una forma di interpretazione autonoma dei singoli magistrati.

Abbiamo il dovere di ribadire il sacrosanto principio costituzionale della divisione dei poteri. Non possiamo tacere alcuni problemi emersi dopo l'applicazione della cosiddetta riforma Vassalli, a cominciare dal modo in cui si esercita la terzietà del GUP. Pensiamo che l'organizzazione emersa dalla riforma non esalti la terzietà del GUP e che tale figura sia diventata spesso solo un momento di passaggio nella procedura che conduce alla sentenza.

Mi pare che la centralità delle garanzie dei cittadini molte volte sia stata sottovalutata. Vi è una contraddizione permanente tra l'efficienza e la rapidità nell'esercizio della giurisdizione e le garanzie dei cittadini. Da un lato abbiamo introdotto il sacrosanto principio del giusto processo a garanzia del cittadino; dall'altro lato, la necessità di rendere più spedita l'attività giudiziaria attraverso il giudice monocratico ha contraddetto quel principio perché la collegialità è sistema di maggiore garanzia per i cittadini. Ciò dimostra quanto sia difficile trovare un giusto equilibrio all'interno dei rapporti dello Stato.

Signor Presidente, vorrei esprimere l'opinione del mio Gruppo rispetto alla questione ormai antica della divisione delle carriere. È senza dubbio necessario pervenire ad una divisione di funzioni e di carriere, ma ad una sola condizione: che l'attività della magistratura inquirente conservi le prerogative stabilite dalla Costituzione per la giurisdizione.

I magistrati possono avere carriere diverse ma devono rimanere all'interno dell'ordine giudiziario, devono cioè essere sempre magistrati; non deve essere applicato il principio francese per cui i magistrati inquirenti sono sottoposti al potere del Governo. Ciò che è contenuto nella mozione della maggioranza, e quindi dell'indicazione da parte del Parlamento… (Il microfono si disattiva automaticamente).

 

PRESIDENTE. Mi dispiace, senatore Marini; purtroppo non è possibile andare oltre i tempi che sono stati concessi.

È iscritto a parlare il senatore Callegaro. Ne ha facoltà.

CALLEGARO (CCD-CDU:BF). Signor Presidente, rappresentanti del Governo, colleghi, come spesso è accaduto e avviene anche oggi, la coscienza di non aver molto contribuito a risolvere i problemi della nostra giustizia porta a seguire una tecnica collaudata, anche se inutile alla fine, cioè quella di distrarre l'opinione pubblica dai problemi veri, i problemi di fondo, per condurla verso aspetti marginali, di superficie, sradicati dalla realtà.

Si tenta di far passare come un attacco alla magistratura il desiderio di porre fine ad una crisi della giustizia che sembra in realtà non avere mai fine. Alla base di tale situazione, oltre che tante altre questioni, vi è un certo travalicamento, che nessuno potrà negare, del confine - che la nostra Costituzione e qualsiasi democrazia esige che non venga sorpassato - fra l'ordine giudiziario e il potere legislativo, e non si può negare che talvolta questo ci sia stato.

Il Vice presidente del Consiglio superiore della magistratura, nel tentativo di stemperare le polemiche, ha ricordato che i giudici emettono le sentenze in nome del popolo italiano e quindi non vanno delegittimati. Siamo assolutamente d'accordo, però bisogna anche aggiungere che non ricevono dal popolo italiano nessuna investitura, né diretta né indiretta, perché essi non sono depositari di alcun potere di rappresentanza. Essi nel nostro sistema debbono limitarsi (come d'altra parte evidenzia il loro nome: iudices) a dire il diritto, che non è cosa facile, e cessare di voler dire la propria opinione su tutto, sulle leggi prima ancora che vengano approvate e - peggio - dopo la loro approvazione; leggi che essi sono chiamati esclusivamente ad applicare.

Nessuno può negare che il Consiglio superiore della magistratura abbia subìto una costante, anche se lenta, involuzione, pretendendo di rappresentare - anche in questo caso una rappresentanza che non ha - tutti i magistrati italiani e di dire la sua ogni volta che si tratta di varare un disegno di legge. Già molti anni fa il grande Salvatore Satta scriveva che in Italia la vera questione non è quella di salvaguardare l'indipendenza dei giudici, ma l'indipendenza dai giudici. Il problema era presente già allora e ancora oggi, dopo trent'anni, non è stato risolto.

Quanto affermato, nell'ultima parte del suo discorso, dal presidente Mancino è suonato come musica alle mie orecchie e anche alle orecchie dei colleghi che siedono da questa parte, tant'è che il nostro applauso non è stato né di maniera né tantomeno ironico. È stato un applauso sentito, perché quanto sostenuto dal senatore Mancino, ossia che il giustizialismo non può occupare il posto della politica, e che chi sbaglia deve pagare, lo abbiamo sempre detto; circa poi quello che è accaduto al senatore Andreotti, noi lo abbiamo sempre sostenuto. Lo stile del senatore Andreotti non è certamente lo stile di Borrelli, non è certamente lo stile di Tonino Di Pietro.

 

CORTIANA (Verdi-U). Neanche di Previti!

 

CALLEGARO (CCD-CDU:BF). Assolutamente, che c'entra? Non è assolutamente il caso, si vedrà quando ci sarà una sentenza di condanna o di assoluzione. Questo è giustizialismo: voler pronunziare le condanne sui giornali, alla televisione, nelle tavole rotonde, e non aspettare i giudici. (Applausi dai Gruppi CCD-CDU:BF, FI, AN e LNP). Questa è mancanza di rispetto della magistratura! Questa è delegittimazione della magistratura! (Applausi dai Gruppi FI e AN. Commenti del senatore Cortiana).

 

PRESIDENTE. Senatore Cortiana, per cortesia; la vediamo poco, perlomeno non disturbi.

 

CALLEGARO (CCD-CDU:BF). E difatti qualcuno ha auspicato che i vari Borrelli abbandonino la magistratura o vadano in pensione, così almeno non parlano più. No, ce li troveremmo al Senato e alla Camera, dall'altra parte politica. (Applausi dai Gruppi CCD-CDU:BF, FI, AN, e LNP). Di sicuro li troveremo dall'altra parte, però fin d'ora diciamo che li ascolteremo perché in questa sede, non in quella in cui si trovano adesso, sono legittimati a parlare. (Commenti della senatrice Bonfietti).

Signor Presidente, il tempo a disposizione è quello che è e non lo voglio rubare agli altri colleghi, però devo dire che l'opposizione ha cercato e voluto la ribalta a tutti i costi; ma la ribalta provoca poi il giudizio diretto di chi assiste e ascolta. Il centro-sinistra si è presentato agli italiani come quel cacciatore che appare con un bellissimo costume e con grandi piume sul cappello ma con il carniere assolutamente vuoto. Gli italiani lo hanno capito e hanno dimostrato di non avere fiducia in quel cacciatore e ad ogni elezione si allontanano da lui. (Applausi dai Gruppi CCD-CDU:BF, FI, AN, e LNP. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Franco Paolo. Ne ha facoltà.

FRANCO Paolo (LNP). Signor Presidente, colleghi senatori, oggi trattiamo un tema di vitale importanza sul quale volutamente sono state costruite strumentalizzazioni a meri scopi di propaganda politica, avulse dal contesto delle necessità proprie dei cittadini. Bisogna partire da questo presupposto per comprendere la linea conduttrice che ha seguito ieri il Ministro della giustizia, nella sua illustrata argomentazione, che condividiamo pienamente e che oggi prosegue nella risoluzione proposta dalla maggioranza.

Come, secondo il dettato costituzionale, la giustizia è amministrata in nome del popolo, è altrettanto vero e indispensabile che essa sia amministrata per il popolo, senza divenire arzigogolo per dotte ma vacue argomentazioni.

La domanda da porsi subito diviene allora: nel senso comune dei cittadini c'è fiducia in merito all'espletamento delle funzioni giudiziali? Il lavoratore, l'impresa, gli enti, i privati cittadini che vengono lesi nei loro diritti hanno o no la convinzione di poter accedere ad un sistema giudiziario che in tempi ragionevoli possa dar loro soddisfazione?

Sanno che a chi delinque verrà comminata la giusta pena, secondo condizioni di detenzione sobrie e civili, oppure temono la decorrenza dei termini, le scarcerazioni facili o anche, secondo il senso civile che ci contraddistingue, l'abbrutimento in celle sovraffollate?

Infine, sono fiduciosi, nel caso in cui vengano essi stessi coinvolti nelle procedure di merito, che, ad esempio, lo strumento dell'avviso di garanzia svolge effettivamente le finalità per cui è stato istituito e non piuttosto quelle di una messa al bando preventiva?

Ebbene, senza rispondere con onestà d'animo a questi interrogativi, qualsiasi ulteriore considerazione diventa pretestuosa e inutile, magari non per i riflettori delle telecamere ma certo per la società civile, per tutti coloro che ogni mattina si alzano per andare al lavoro, contribuendo al miglioramento del consesso civile con competenza e pazienza, dalle quali spesso dovremmo prendere esempio noi per primi, a maggior ragione considerando che ieri una scolaresca in visita è stata fatta allontanare repentinamente dalle tribune a causa delle violente intemperanze occorse in Aula.

Credo che in tali circostanze l'opposizione di sinistra abbia invece contribuito in direzione opposta. Mi riferisco al censurabile comportamento tenuto al momento dell'intervento del ministro Castelli, più volte interrotto da grida isteriche, gesti aggressivi e offese personali.

Vedere il senatore Mauro Fabris inveire contro il Ministro che, al termine della seduta, lasciava l'Aula; oppure i gesti di minaccia del senatore Angius, ripresi anche dalla Presidenza (il quale senatore Angius poteva invece più tardi, in tutta tranquillità, parlare nel merito del rinvio della seduta); o anche il senatore Zancan che parlava di discorso «sconclusionato» del Ministro dopo che aveva validamente contribuito alla bagarre; vedere tutto questo dà motivo di comprendere il perché di tanta paura.

Paura che il Governo della Casa delle libertà dia il via ad infrastrutture di interesse nazionale, che riformi il diritto societario eliminando i privilegi, che alleggerisca il pubblico dagli immensi balzelli che lo soffocano (immobili compresi), che tenti e trovi le vie per riaccendere la voglia di fare impresa, lavoro e ricchezza, che tuteli la famiglia, che affronti con coraggio e successo la mole previdenziale ed assistenziale, che svincoli la giustizia da partigianerie utili a certo confronto politico.

Paura insomma di restare con un pugno di mosche in mano, di veder dimostrato, se ce ne fosse bisogno, che la transizione tra prima e seconda Repubblica è tuttora in corso: alla mia destra la prima, alla mia sinistra la seconda.

Dico questo con un unico e semplice riferimento al caso Taormina: le dimissioni trasmesse rendono il merito della coscienza democratica che alberga nella maggioranza. Se si sbaglia, anche convintamente, se ne prende atto e si assumono le conseguenze del caso. Non è questione di poltrone ma di comportamenti che rendono qualsiasi persona degna di rispetto, anche quando dà fastidio sentirsi scomodi a causa di una propria intima convinzione. Chissà perché altrettanto non hanno fatto certi «Presidenti» nominati dalla Sinistra, invitati alle dimissioni e tuttora (anche se non saldamente) «a cavallo».

Tornando al tema della giustizia, ribadisco che non si tratta solo di problemi di carattere legislativo, ma anche di intima convinzione in ordine alla funzione democratica dell'istituto. Voglio porre alcune questioni ancora, formulate da chi, rappresentando la Lega Nord, sa bene quale sia stata la pervicace aggressione a cui è stato sottoposto il Movimento, si badi bene, per le proprie peculiari idee politiche.

Siamo stati e siamo inquisiti e perquisiti: avete mai visto o sentito di un componente della Lega trovato con spranghe, armi, improprie o vere, passamontagna, molotov (Applausi dai Gruppi LNP, FI e AN), sampietrini, estintori o quant'altro servisse ad aggredire e minacciare l'altrui incolumità? Eppure, mi chiedo: quanti nel loro intimo sono stati soddisfatti dei risultati dell'ultimo processo concluso per i fatti di via Bellerio a carico di Umberto Bossi e diversi altri componenti dei vertici della Lega?

Quanti, anche senza parlare, non hanno pensato: «Ma che vadano pure tutti dentro, ben gli sta»? Quanti hanno magari silenziosamente esultato al famoso avviso di garanzia emesso a carico del presidente Berlusconi nel 1994? Quanti, con questi comportamenti in mille altri casi, hanno auspicato non tanto che venga fatta luce e giustizia bensì piazza pulita di avversari politici?

Quanti hanno avuto in animo tale sentimento sono responsabili della situazione della giustizia in Italia, Paese più condannato tra gli occidentali dagli organismi internazionali (la Corte per i diritti dell'uomo di Strasburgo) che vigilano sull'equità dei sistemi giudiziari. Oppure anche quelle condanne sono «fantasie» del Ministro?

I dati che ieri ci sono stati riproposti sono terrificanti: assumiamoci la responsabilità di modificarli in meglio. Anche se non attinente, mi viene in mente quanto scritto dai quotidiani di oggi in merito al livello di preparazione dei nostri studenti: quale scuola ci troviamo? Sono dati, questi, inventati dal Governo?

Quanti di voi hanno notato con terrore le affermazioni di noti esponenti della magistratura che, oltre a quanto già detto ieri dal Ministro in diverse interviste, si riferivano al responsabile di questo Dicastero come «l'ingegner Castelli» e non il «ministro Castelli»? Equivoco o piuttosto l'intenzione di rifiutare il riconoscimento dell'autorità voluta dal popolo e dal Presidente della Repubblica alla carica cui era stato chiamato? (Applausi dai Gruppi LNP, FI, AN e CCD-CDU:BF).

Quanto gravi sono questi atteggiamenti, non per il Ministro, non per il Governo, non per la Lega, ma per la gente, per quelli che colgono distinzioni antidemocratiche di tale portata? «Non ti riconosco come Ministro». «Non riconosco le vostre leggi». Allora chiunque di noi qui dentro o fuori, qualsiasi cittadino potrebbe altrettanto non riconoscere l'autorità di un giudice, di un carabiniere, di un poliziotto, attuare la legittima difesa nei confronti dell'abuso di un arresto o di un giudizio iniquo, usare violenza contro la violenza.

E' questa la giustizia che volete difendere? Quella che, vituperata, ha avuto l'onore della sceneggiata che avete messo in atto ieri? Voi, strenui difensori delle prerogative unitarie contro il vero federalismo, pronti a cercare aiuto in Europa, tanto da alcuni Governi, quanto dalla stampa, per sopravvivere a questi cambiamenti?

L'Italia è piena, nella sua storia, di lanzichenecchi che, a diverso titolo, chiamati, ora dall'una ora dall'altra parte, sono venuti per liberare e non se ne sono più andati. E' un vezzo antico, tornato di gran moda in questi ultimi anni. Il popolo conosce bene queste propensioni e lo ha dimostrato con il voto.

Su una cosa sola non sono d'accordo con il ministro Castelli, quando ha affermato che alle elezioni politiche si sono contrapposti due diversi programmi. Non è vero! Il vostro è stato un puerile scopiazzamento, in ritardo, del nostro e non un vero programma. Mi sembra che la conferma giunga, giorno dopo giorno, proprio dalle Aule parlamentari. Salvo qualche caso personale, dovuto a forte coscienza e a professionalità, come Gruppi politici non riuscite ad esprimere proposte ed idee che possano riferirsi ad una linea logica, propositiva ed alternativa. Il comportamento sulla guerra in Afghanistan ne è il più evidente esempio.

Chi esprime giudizi sulla magistratura grazie al suo ruolo di parlamentare non può essere tacciato di minacciare le prerogative costituzionali. In questo modo vengono sviliti, e sono la stragrande maggioranza, i magistrati che applicano le leggi e rifuggono la politica, spesso in condizioni di lavoro proibitive o, addirittura, pericolose. Mi metto al loro posto, di quelli che la televisione la vedono soltanto a casa, che non hanno la voce, se non quella finalmente di un Ministro che, con il suo impegno e la sua tenacia anche ieri ci ha dimostrato che lavorerà per loro.

La Lega Nord sa essere partito rivoluzionario e democratico, dimostrare le proprie idee nelle piazze e nelle strade, quanto altrettanto nelle Aule parlamentari; opporsi agli abusi subiti nella vita politica con la vita politica, senza dare l'assalto, pianificato e programmato, a luoghi di potere utili alla gestione del potere.

La nostra anima politica parte proprio dalla supremazia del popolo su qualsiasi altro potere, dalla necessità di avvicinare il più possibile i centri decisionali alle dimensioni locali, a valorizzare le libertà delle differenze. Così dovrà diventare la giustizia in Italia: vicina al cittadino nell'applicare la legge, lontana dalle correnti di Palazzo per essere autonoma, corpo orgoglioso che sente più la responsabilità del proprio ruolo che le prerogative che questo comporta. (Applausi dai Gruppi LNP, FI, AN e CCD-CDU:BF. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Dalla Chiesa. Ne ha facoltà.

Le ricordo che ha a disposizione sei minuti.

DALLA CHIESA (Mar-DL-U). Signor Presidente, onorevoli colleghi, in sei minuti non si può dire molto. Vorrei ricordare a me stesso e a tutti voi qual è stato il collegamento tra la giornata di oggi, quella di ieri, e le polemiche precedenti.

Io non credo che il collegamento sia stato soltanto nella questione della giustizia; credo invece che il collegamento stia in come intendiamo il senso dello Stato, perché forse non è inopportuno ricordare come la vicenda del sottosegretario Taormina è approdata per la prima volta in quest'Aula.

Arrivò in quest'Aula con una interrogazione urgente, perché il sottosegretario Taormina si era recato, su un'auto dello Stato, con una scorta di Stato, a difendere in un processo un imputato di essere tra i capi di una organizzazione mafiosa che aveva massacrato decine e decine di uomini dello Stato.

 

FERRARA (FI). E' falso!

 

DALLA CHIESA (Mar-DL-U). Così è entrato in Parlamento il caso Taormina: non per una polemica sui giudici, ma per il senso dello Stato che, ricoprendo un ruolo di Governo, aveva dimostrato; un senso dello Stato molto diverso da quello che anche altri esponenti del Polo in passato avevano dimostrato allorché, svolgendo funzioni di Governo, erano andati, sì, nelle aule dei tribunali ma per difendere le parti civili nei processi di mafia. Questa è la ragione per cui ne abbiamo discusso. E quel senso dello Stato si è presentato in forme analoghe nelle polemiche con la magistratura.

Dunque, questa era la ragione per cui il sottosegretario Taormina non poteva rappresentare lo Stato italiano nella funzione di Governo. Altro che presentarlo come il Salvo d'Acquisto del 2000: è una persona che non aveva titolo dal punto di vista morale per rappresentare lo Stato, perché non aveva saputo liberarsi, nello svolgere funzioni di Governo, da impegni assunti in precedenza anche di fronte a persone che rappresentano l'anti-Stato, con una sensibilità tendente a zero verso le famiglie di coloro che per lo Stato cadono. Questa è stata la ragione. Dopo di che, io credo che i problemi della giustizia esistano.

Ma voglio anche sottolineare che, al di là della rappresentazione teatrale, al di là dell'appello e dell'accenno al "giocattolino" che ci è stato sottratto, al di là delle battaglie tra uno schieramento e l'altro, ieri in quest'Aula, più che il centro-sinistra, con le dimissioni di Taormina ha vinto il senso dello Stato che trasversalmente è presente qui e trasversalmente è presente nel popolo italiano. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U e DS-U). Credo sarebbe miope non valorizzare che queste dimissioni sono il frutto di un imbarazzo e di un disagio nati in chi sa di rappresentare anche presso i propri elettori quel senso delle istituzioni.

Nella giustizia i problemi ci sono, sappiamo che la gente è insoddisfatta. Ricorderei al ministro Castelli che, se facessimo un sondaggio sulla soddisfazione dei cittadini italiani nei confronti del Parlamento e della politica, forse avremmo dei risultati analoghi o peggiori e dunque non possiamo metterci noi nei panni di coloro che hanno il consenso elettorale e popolare pieno per il modo in cui svolgono le proprie funzioni.

Tuttavia questi problemi ci sono e credo che dovremmo discuterne. Il presidente Mancino ne ha indicati alcuni. Se i magistrati possono o non possono tornare, una volta che hanno incarnato un partito politico, a svolgere la loro funzione in modo trasparente di fronte ai cittadini, è un problema che ci riguarda tutti, perché i magistrati stanno nel centro-destra e nel centro-sinistra, alla Camera e al Senato. Se coloro che hanno svolto funzioni di Governo, di partito, possono andare al Consiglio superiore della magistratura e poi magari uscirne per ritornare a svolgere funzioni di Governo e di partito, anche questo è un problema.

Altrettanti problemi sono costituiti da maggiori garanzie anche attraverso codici deontologici stabiliti all'interno delle associazioni della stampa, oppure dalla possibilità di garantire un maggior livello di sobrietà e di disinteresse da parte dei magistrati nell'aprire questo o quell'altro procedimento.

Sono temi delicati che credo dovremmo assumere. D'altra parte, come Gruppo della Margherita, proprio nel convegno che abbiamo fatto la settimana scorsa su Stato e criminalità mafiosa, abbiamo parlato di un conservatorismo dell'antimafia che ha impedito di cogliere lucidamente alcune distorsioni che si erano manifestate nella gestione della giustizia.

I problemi, però, si affrontano se c'è dietro quel senso dello Stato cui facevo riferimento prima; senso dello Stato che non ci pare sia stato espresso né dal sottosegretario Taormina, né da alcuni passi decisivi dell'intervento del ministro Castelli ieri.

Il senso dello Stato porta a vedere le istituzioni non come puro fatto elettorale: le istituzioni e lo Stato si nutrono di consenso elettorale, ma ci sono dei momenti in cui le istituzioni e lo Stato funzionano tanto meglio quando meno guardano al consenso elettorale, perché hanno dei principi etici da salvaguardare. Gli stessi abusi che voi denunciate accaduti all'inizio degli anni '90 hanno goduto di un altissimo consenso da parte dei cittadini.

C'è un divario tra il consenso elettorale e la salvezza, la solidità, la bontà dei principi che si attuano e si difendono in certe circostanze della storia. È per questo che lo Stato si fonda, da un lato, sul consenso, dall'altro, su principi indipendenti dal consenso. È per questo che pensare che la pubblica accusa debba dipendere dal potere politico rappresenta un attacco gravissimo ai fondamenti dello Stato democratico… (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U e DS-U)…soprattutto nel momento in cui l'altro organo di controllo della legalità, l'altro organo di controllo del potere, e cioè la libera stampa, è in gran parte già adesso sotto il controllo del potere politico e del Governo.

 

NOVI (FI). Come fai a mentire fino a questo punto? Sei uno spudorato!

PRESIDENTE. Senatore Novi, se non gradisce quello che ascolta, può anche uscire! (Applausi dal Gruppo Mar-DL-U).

 

DALLA CHIESA (Mar-DL-U). A volte lo Stato è fatto anche di ovvietà culturali e su quelle ci si può riconoscere e trovare un denominatore comune. Poi ci sono coloro che non vedono neanche le ovvietà culturali e naturalmente questo rende più difficile il confronto. Infatti, se il confronto lo vogliamo fare sulla base delle argomentazioni dell'ex sottosegretario Taormina, il confronto diventa difficile!

Se ci si chiede se vogliamo rimediare insieme, anche con prospettive diverse, sanando i problemi che nell'amministrazione della giustizia si sono presentati, la nostra risposta è si, ma se si intende intimidire i magistrati ed aumentare i privilegi del potere politico, la risposta è no! (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U e DS-U). Queste sono le alternative che abbiamo di fronte e rispetto alle quali dobbiamo scegliere. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U, DS-U, Verdi-U, Misto-SDI e Misto-Com. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Greco. Ne ha facoltà.

*GRECO (FI). Signor Presidente, signor Sottosegretario, onorevoli colleghi, molto spesso in presenza di alcuni eventi la gente comune, dotata di buon senso, suole dire che "non tutti i mali vengono per nuocere", oppure che "dal male talvolta nasce il bene".

Nel caso che ci interessa il male cui intendo riferirmi è l'iniziativa di revoca dell'incarico dell'onorevole Taormina che con le sue dimissioni, a differenza dei magistrati da lui additati come autori di abusi ben più gravi delle pur forti dichiarazioni rese, si è sacrificato per ragioni di Stato; il bene è invece rappresentato dal dibattito sulla giustizia che ancor prima che in quest'Aula si è riacceso nel nostro Paese in questi ultimi giorni.

Sotto questo aspetto non ritengo affatto infausta la seduta di ieri, così come affermato poc'anzi dal senatore Mancino, anzi credo che dobbiamo ringraziare l'opposizione a nome anche dei milioni di elettori che il 13 maggio, scegliendo il centro-destra hanno votato il programma della Casa delle libertà in materia di giustizia, programma che contiene molti dei punti che sono stati toccati nel corso di questo dibattito.

Si tratta di riforme tutte focalizzate a far uscire il nostro sistema dall'emergenza e, in particolare, a raggiungere l'obiettivo delle tre certezze: certezza del reato, certezza del processo, ed infine certezza della pena, senza le quali non può esserci giustizia e oggi nel nostro Paese purtroppo non c'è giustizia perché non c'è certezza del diritto e - aggiungo - non vi è certezza del diritto perché manca il rispetto delle regole, a cominciare da quella sulla divisione dei poteri.

Sostanzialmente questo è stato il tema che ha voluto indicare e tracciare con le sue forti dichiarazioni il sottosegretario Taormina, anzi, lo ha riproposto, giacché non si tratta di un tema nuovo; mi riferisco alla necessità di risolvere il problema del corretto esercizio della giurisdizione, di far rispettare le regole da parte di tutti, impedendo che vi siano straripamenti ed invasioni di campo.

La polemica di oggi - lo sappiamo tutti, anche voi della opposizione - non è nuova e si riaccende tutte le volte che da parte politica si propongono rimedi non solo e non tanto sul versante dell'efficienza della giustizia, ma anche e soprattutto su quello del riequilibrio dei poteri, il vero nervo scoperto della crisi della giustizia.

Non c'era da scandalizzarsi ieri quando il Ministro ha elencato alcuni dei mali di cui tuttora soffre la giustizia, né c'è da scandalizzarsi oggi pomeriggio se dalle nostre parole sta venendo fuori un quadro nero della giustizia in Italia, di una giustizia in dissesto, fallimentare, in stato comatoso, e - badate bene - sto utilizzando degli aggettivi che non provengono dalla parte politica, ma dalla stessa magistratura.

Infatti, basta andare a leggere tutte le relazioni delle inaugurazioni degli anni giudiziari per rendersi conto che gli stessi procuratori generali disegnano questo quadro nero della giustizia italiana.

Non lo diciamo soltanto noi, ma anche il tribunale di Strasburgo. Lo dicono i record di primati negativi che la giustizia italiana conquista sia nel settore civile che in quello penale: un solo primo grado di giudizio civile che dura in media quattro anni, quasi il doppio della media europea; una procedura di sfratto che può durare anche dieci anni; il 95 per cento dei furti che restano impuniti; oltre 17.000 processi estinti per prescrizione in un decennio; il 50 per cento dei reclusi in attesa di giudizio, contro il 30 per cento della Germania; 3.000 condanne riconosciute ingiuste nel solo quinquennio nel periodo di Mani pulite (1992-1997).

Ebbene, a fronte di tale quadro - a nostro avviso - è indilazionabile chiedersi e approfondire le cause e i possibili rimedi. Di fronte ad un caos che è sotto gli occhi di tutti, è necessario accertare e stabilire quanto abbiano inciso le numerose, confuse e contraddittorie leggi (così come sostenuto anche dal centro-sinistra), l'insufficienza degli organici e delle strutture in generale e, soprattutto, la responsabilità soggettiva degli stessi magistrati.

Quanta parte abbia avuto un certo sistema che purtroppo consente di vanificare il principio della obbligatorietà dell'azione penale, troppo spesso esercitata per fini strumentali e politici, tutt'altro che collegati ad una giustizia giusta. Ma soprattutto dobbiamo stabilire, possibilmente anche oggi, se debba essere il Parlamento a dover affrontare le riforme o se, invece, sulla giustizia debbano decidere solamente alcuni magistrati; i soliti magistrati che, con il compiacimento di una parte del centro-sinistra, ritengono che spetti soltanto a loro il potere di giudicare su tutto, persino sul diritto dei politici, dei parlamentari e dei cittadini di lamentarsi di un sistema di amministrazione della giustizia che non funziona e di reclamarne una riforma.

È quanto leggiamo in un articolo di stampa dal titolo significativo: "Chi tocca i fili muore". A mio avviso meglio sarebbe dire: chi tocca i giudici muore. Muore chiunque si permette di prendere posizioni sgradite ad una magistratura contigua ad una sinistra che dimostra, ancora oggi, di voler far leva sulla questione giustizia per darsi una qualche identità, malgrado la dichiarata volontà del socialdemocratico segretario Fassino di cancellare l'impronta giudiziaria.

Sono state d'un colpo spazzate via, agli inizi degli anni '90 - è stato ricordato poc'anzi dal senatore Mancino - tutte le classi dirigenti che, diversamente dal Partito comunista italiano, non avevano voluto o saputo allacciare quell'alleanza organica con una certa magistratura; alleanza ormai ammessa dagli stessi magistrati, da magistrati che provengono da correnti che hanno goduto di quella alleanza organica con la politica di sinistra.

"Il nostro potere di supplenza rispetto all'Esecutivo andava crescendo grazie anche all'appoggio della Sinistra e del Partito comunista italiano che su noi magistrati" - o almeno su una parte - "aveva deciso di investire risorse ed attenzioni", afferma l'esponente di Magistratura Democratica Francesco Misiani nel libro "Toga Rossa".

Come sono di un altro alto magistrato le dichiarazioni rilasciate nel periodo in cui, nel corso dei lavori della Bicamerale di D'Alema, si profilava la possibilità di fissare in Costituzione pesi e contrappesi allo strapotere del pubblico ministero. "L'azione della magistratura è coincisa con specifici interessi politici. Tale azione ha causato lo sconvolgimento del preesistente assetto partitico. Ottenuto il risultato, i magistrati ora si vedono scaricati da chi ha beneficiato e conquistato il potere grazie alle loro iniziative". Queste sono le dichiarazioni rese dal procuratore della Repubblica Cordova, nel momento in cui nella Bicamerale ci stavamo occupando di riforme, di separazione delle carriere e soprattutto di responsabilità di magistrati. (Applausi dal Gruppo FI).

È allora naturale che in questo passato contesto di alleanze, anche la ribellione di oggi di alcuni magistrati ad una sentenza della Corte costituzionale, una ribellione ad una legge votata dal Parlamento (quella sulle rogatorie), necessariamente deve essere inquadrata da noi politici di centro-destra anche in quel sindacato politico della magistratura che è giunto a proclamare, congiuntamente ad altre ragioni, persino l'astensione dall'attività giudiziaria. Un'alleanza politico giudiziaria comprovata da quell'eurovoto parlamentare forzatamente introdotto su argomenti completamente estranei allo spazio giuridico europeo il cui processo di costruzione - rispondo anche al senatore Mancino - non può essere anteposto all'armonizzazione della Costituzione dei sistemi giudiziari dei Paesi membri, attesa la diversità di essi, sia quanto al sistema sanzionatorio che al diverso sistema costituzionale dei pubblici ministeri.

È un eurovoto che nel provare il complotto (questo sì che è complotto) tra alcuni magistrati e una ben individuata parte politica, nello stesso tempo si è rivelato come l'ultimo esempio di una scientifica mistificazione per piegare il buon nome dell'Italia agli interessi dell'opposizione che, comunque, ormai scovata e colta con le mani nel sacco di queste non più redditizie strategie, continua ad incassare pesanti sconfitte non soltanto elettorali e giudizi negativi ad ogni iniziativa, compresa quella di ieri per la quale sugli organi di stampa di oggi leggiamo la valutazione di un illustre esponente dello SDI, il senatore Del Turco, il quale dice: «I DS sono riusciti a trasformare una vittoria in disfatta».

Questo succede, cari colleghi del centro-sinistra, quando vi lasciate condizionare da quella per fortuna sparuta magistratura politicizzata che si ribella ogni qualvolta il Parlamento si attrezza per discutere di riforme, e di riforme che potrebbero risolvere il nodo politico del conflitto tra un ordine ed un potere, ogni qualvolta si preannunciano iniziative legislative sulla separazione dei ruoli e sulla responsabilità dei magistrati, su come evitare la politicizzazione del Consiglio superiore della magistratura, sui correttivi della discrezionalità di fatto dell'azione giudiziaria, sulla temporaneità delle funzioni direttive.

Queste sono le riforme che noi vogliamo. Queste sono, invece, le riforme che non vogliono i soliti grilli parlanti dei soliti politicizzati palazzi di giustizia, i quali prospettano il rischio di un attentato all'autonomia e all'indipendenza, prerogative previste a tutela del cittadino e che sono, invece, sfruttate per esercitare un potere che spesso si trasforma in arbitrio, in veti, in diktat verso altri poteri, verso altre istituzioni.

Le polemiche di oggi nascono tutte da questo scontro, uno scontro frontale tra politica e magistratura che, come dice un vostro collega, il senatore Franco Debenedetti, «è destinato a persistere sin quando ci saranno magistrati che, anziché occuparsi di corretta applicazione della legge, vogliono occuparsi ancora una volta di moralità pubblica, di sindacato politico sull'attività del Parlamento o su quella delle autorità amministrative centrali o locali, dimenticando il principio della ripartizione dei poteri».

Non possiamo più consentire tutto questo, non possiamo consentire che alcuni magistrati proseguano nella "perdita del culto del limite andando ad occupare il centro del sistema": ancora una volta cito una frase non mia, ma dell'onorevole Violante detta nel 1997, allorquando i procuratori di Milano e di Torino facevano pervenire in Bicamerale messaggi per bloccare la riforma sulla separazione delle carriere.

 

PRESIDENTE. La prego di concludere.

 

GRECO (FI). Concludo subito. Dobbiamo impedire che il potere sia dappertutto e la responsabilità in nessuna parte, quella responsabilità che non vedeva in nessuna parte anche il senatore Mancino. (Il microfono si disattiva automaticamente). (Applausi dai Gruppi FI, AN, LNP e CCD-CDU:BF e del senatore Salzano. Congratulazioni).

Ancora due minuti, Presidente.

 

PRESIDENTE. No, senatore Greco, le ho già regalato diversi minuti e l'ho invitata a concludere. Può consegnare il testo del suo intervento in modo che resti agli atti.

È iscritto a parlare il senatore Peruzzotti. Ne ha facoltà.

PERUZZOTTI (LNP). Signor Presidente, onorevoli colleghi, onorevole rappresentante del Governo, gradirei avere un po' di attenzione visto che non abbiamo il piacere di avere il Ministro in Aula. Se l'onorevole rappresentante del Governo sta attento a quello che dico gliene sono grato. Sto parlando con lei, onorevole Sottosegretario.

Alla luce delle denunce del ministro Castelli, che per la prima volta ha parlato in modo chiaro e diretto, senza ricorrere a frasi ambigue, a silenzi significativi, a minacce in cerimonia, occorre ammettere che nel nostro Paese un problema giustizia esiste ed è un problema serio e grave.

C'è una legislazione farraginosa, di fronte alla quale si trovano in difficoltà tutti gli operatori del diritto, siano essi magistrati o avvocati; ne sono testimonianza numerosi processi, conclusisi in questi ultimi anni con ampia assoluzione di imputati che hanno subìto lunghi periodi di custodia cautelare, il cui ristoro ora grava su tutti i cittadini. Il codice di procedura penale, alla cui riforma hanno atteso numerose Commissioni presiedute da personaggi di grande autorevolezza, si è dimostrato una macchina dalla carrozzeria imponente e lussuosa, ma dal motore impotente e malandato.

Il processo non è più una macchina logica. Ampi poteri ai pubblici ministeri nella fase di indagine, ampia possibilità di utilizzare materiale probatorio in detta fase, al fine di emettere misure cautelari, si scontrano con l'impossibilità di usare lo stesso materiale nella fase del dibattimento, lasciando il giudice a volte completamente disarmato e vulnerabile.

L'aver esaltato la terzietà e l'imparzialità del giudice, strutturando il processo secondo gli schemi del sistema accusatorio, avrebbe dovuto completare la realizzazione nella disciplina di strumenti di tutela dell'imparzialità; ma ciò non è stato. Si sono ricopiate le vecchie norme del codice Rocco tanto che, specie in materia di incompatibilità del giudice, la Corte costituzionale è dovuta intervenire con centinaia di pronunce per colmare le gravi lacune legislative.

Anche il passato Governo ci ha messo lo zampino: ha completato il quadro con un'ulteriore modifica che si è risolta in un altro rallentamento della macchina giudiziaria; si sono eliminate le preture per intasare il giudice monocratico del tribunale di un gran numero di processi per reati di diversa gravità, che andavano invece trattati con metodi e tempi diversi.

Veniamo quindi al discorso più particolare delle intimidazioni e delle offese che l'attuale Governo infliggerebbe alla magistratura; questo, naturalmente, a detta dei rappresentanti più qualificati dell'opposizione. Occorre distinguere la critica a singole decisioni che tutti, in quanto cittadini, possono non condividere, oppure l'azione disciplinare instaurata dal Ministro della giustizia nei confronti dei singoli magistrati, dall'offesa indiscriminata all'intera magistratura, composta da 7.000 membri che lavorano, rischiando spesso la propria vita, a servizio del Paese.

All'intera magistratura va tutto il nostro rispetto; si rivendica invece il potere concesso all'Esecutivo di colpire con azioni disciplinari i magistrati che tradiscono la loro funzione, con un uso improprio del potere di esercizio dell'azione penale o disapplicando l'articolo 3 della Costituzione che sancisce l'uguaglianza di tutti i cittadini - anzi di tutti coloro che si trovano nel nostro territorio - di fronte alla legge.

Se l'esercizio dell'azione disciplinare costituisce intimidazione all'intera magistratura, allora l'apoteosi di tale intimidazione vi sarebbe stata quando il ministro Flick, con l'allora procuratore generale di Cassazione Galli Zucconi Fonseca, che agiva in causa propria, esercitavano l'azione disciplinare nei confronti di un magistrato che aveva rinviato a giudizio 70 criminali, appartenenti non certo ad una confraternita di chierichetti, ma alla famigerata e temutissima banda della Magliana.

Il ministro Flick e il procuratore generale, stimolati abilmente da qualche rappresentante dell'allora maggioranza, oggi opposizione, procedettero, nonostante il parere contrario dell'ispettorato del Ministero della giustizia, e non si arresero nemmeno di fronte ai proscioglimenti del Consiglio superiore della magistratura, che bloccò peraltro la carriera di quel magistrato in palese violazione del principio costituzionale di non colpevolezza fino a sentenza definitiva.

Il procedimento disciplinare durò sei anni, impegnando per ben due volte il Consiglio superiore della magistratura e le sezioni unite della Cassazione e si concluse con un ampio proscioglimento del magistrato.

Altro fatto emblematico che fa riflettere è il trasferimento per incompatibilità ambientale di un pubblico ministero della procura di Catania, colpevole di aver riferito in Commissione antimafia fatti estremamente gravi e circostanziati sull'operato di alcuni magistrati di quella procura. Nulla è successo, neppure quell'approfondimento che il CSM avrebbe dovuto compiere in merito ai fatti riferiti.

Il ministro Castelli ha segnalato le gravi disfunzioni del sistema carcerario, che producono effetti devastanti su chi è privato della libertà personale, e che allo stato attuale non può minimamente sperare in quel programma rieducativo che la Costituzione gli promette, e che indirettamente portano all'inefficacia della pena. Carceri sovraffollate, istituti chiusi e smantellati, personale dimenticato, mal pagato e mortificato e una censurabile gestione del DAP: solo a Roma ci sono almeno un migliaio di persone in eccedenza che, grazie alla sinistra, fanno del nostro sistema carcerario uno dei peggiori in Europa.

La dignità di un Paese e della sua magistratura viene mortificata quando la sua Costituzione è calpestata, quando le sue leggi non trovano corretta ed equanime applicazione, quando la libertà di un movimento di manifestare le proprie opinioni in modo pacifico viene repressa utilizzando a fini impropri l'azione penale, quando le sentenze dei suoi giudici vengono azzerate dall'Esecutivo, cosa quest'ultima accaduta peraltro, ancora una volta, con il Dicastero governato da Flick nel non lontano 1996.

La magistratura, alla quale va tutto il nostro rispetto - lo ribadiamo ancora una volta - non può sentirsi offesa quando sottoposta a critica sia una concreta, particolare decisione di qualche suo componente, fisicamente individuato, né minacciata nella sua indipendenza.

In conclusione, c'è un problema giustizia e bisogna risolverlo soprattutto dopo la non ottimale gestione dei Governi precedenti. Come ha ribadito il ministro Castelli occorre lavorare sul serio - sempre che l'opposizione democratica ce lo permetta - perché occorre ridare fiducia ai cittadini, facendo ripartire la macchina giustizia che è da troppo tempo prigioniera nelle sabbie mobili, non certo per colpa nostra. (Applausi dai Gruppi LNP, FI, CCD-CDU: BF e AN e del senatore Salzano. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Salvi. Ne ha facoltà.

SALVI (DS-U). Signor Presidente, colleghi, trovo innanzitutto singolare l'assenza del Ministro della giustizia a questo dibattito. So che il Governo è egregiamente rappresentato, quindi mi rendo conto che non c'è una questione formale dirimente, tuttavia trovo davvero offensivo per il Parlamento che il Ministro della giustizia, non solo dopo l'intervento di ieri, ma nel momento in cui si annuncia un dibattito sui problemi della giustizia italiana con mozioni da sottoporre al voto, non senta l'elementare dovere di ascoltare ciò che hanno da dire quei rappresentanti del popolo ai quali ieri si appellava enfaticamente.

Il ministro Castelli ha riproposto ieri la tesi per la quale l'onorevole Berlusconi sarebbe oggetto di un complotto politico ad opera di una parte della magistratura italiana, con l'obiettivo di ribaltare il risultato democratico del voto popolare. Non è un'esternazione che abbia il pregio dell'originalità perché da sette anni questo è uno degli argomenti preferiti dell'attuale Presidente del Consiglio.

Ancora di recente, in una delle sue consuete esibizioni all'estero (nell'occasione si trovava a Granada, in una di quelle esibizioni all'estero che tanto giovano al prestigio dell'Italia e che forse potrebbero spiegare l'ostilità europea nei confronti del Governo italiano molto di più dei pretesi complotti della sinistra), l'onorevole Berlusconi ne ha parlato in modo ancora più esplicito ed aggressivo, tanto che comprendo lo stupore del sottosegretario Taormina per essergli state chieste dalla sua maggioranza le dimissioni per aver detto qualcosa di non molto diverso.

Certo, è vero che nel 1994 il Governo Berlusconi cadde pochi mesi dopo aver vinto le elezioni ed è vero che nel giugno di quell'anno il Presidente del Consiglio era stato raggiunto da un avviso di garanzia della procura della Repubblica di Milano. Ma fu il secondo evento la causa del primo, come vorrebbero far intendere coloro che vogliono riscrivere la storia italiana, remota e meno remota?

 

GRECO (FI). Era il mese di novembre 1994.

 

SALVI (DS-U). La caduta del Governo Berlusconi avvenne nel novembre del 1994. Vi fu un'iniziativa politica per far cadere l'onorevole Berlusconi. Fu assunta dall'onorevole Bossi, attualmente ministro del Governo Berlusconi, allora segretario della Lega, e dal ministro Buttiglione, allora segretario del Partito Popolare Italiano. Furono loro a organizzare quell'evento politico che poi fu ribattezzato, con fortunato neologismo, "ribaltone". Tutto ciò avvenne con la presentazione di apposita mozione parlamentare di sfiducia che recava come prime le firme degli onorevoli Bossi e Berlusconi.

 

MONTI (LNP). Buttiglione!

 

PRESIDENTE. Colleghi, c'è un errore di date e di nomi, ma credo che tutti abbiamo capito.

 

SALVI (DS-U). Bossi e Buttiglione.

Non che mancasse una sintonia, signor Presidente, tra le posizioni della Lega e gli umori, come si suol dire, giustizialisti allora molto diffusi. Vero, collega Peruzzotti? Fu sbandierato un cappio in quest'Aula, che era indice di una punizione per così dire rapida ed incisiva che si chiedeva per gli inquisiti di "Mani pulite", però quel cappio non sventolava dai nostri banchi, bensì da quelli della Lega.

La caduta del Governo non avvenne per questo motivo, e non fu a giugno, quando arrivò l'avviso di garanzia, ma a novembre, quando gli onorevoli Bossi e Buttiglione depositarono alla Camera la mozione di sfiducia al Governo Berlusconi. La depositammo anche noi, perché eravamo all'opposizione e perché intendevamo in quel modo contrastare l'azione antipopolare del Governo, che aveva causato uno sciopero generale.

Perché la depositarono gli onorevoli Bossi e Buttiglione? Forse il Presidente del Consiglio potrebbe farsi rinfrescare la memoria e chiedere chiarimenti a loro durante una pausa del Consiglio dei ministri, dal momento che se li ritrova Ministri con lui al Governo. Sono fatti di dominio comune che non possono essere celati da una campagna di disinformazione.

Posso aggiungere una piccola testimonianza personale: allora ero Capogruppo della sinistra; fui invitato in più di un'occasione dall'onorevole Buttiglione in una sua casa privata, insieme all'onorevole Bossi e all'allora segretario del mio partito D'Alema, per discutere la strategia politica e parlamentare che portò alla presentazione della mozione di sfiducia e vi assicuro che di avvisi di garanzia non si parlò. Ma - ripeto - se si vogliono ulteriori chiarimenti basta rivolgersi agli interessati.

L'onorevole Castelli - che vedo di nuovo in Aula e mi fa piacere - allora era parlamentare della Lega; le ha già dimenticate queste cose? È poi serio da parte di un Ministro venire a fare in un'Aula parlamentare un comizio, che potrebbe forse andar bene in campagna elettorale in una piccola piazza ma che non si addice al Parlamento della Repubblica?

La tesi del complotto è priva di qualunque fondamento fattuale e in realtà viene usata dal Governo, ed è stata usata ieri dal Ministro della giustizia, per riproporre un'antica esigenza dei potenti in generale - e certo anche dell'onorevole Berlusconi e della maggioranza - in Italia e all'estero: un sistema giudiziario che assicuri impunità a sé e ai propri amici e mano pesante per i più deboli, per chi dissente, per i poveri e per chi non ha "Santi in Paradiso".

Il Ministro ha affermato di aver messo ordine nel Ministero della giustizia, che adesso funziona come un orologio. Mi permetto di segnalargli che qualche sbavatura ancora c'è, forse all'Ufficio studi, altrimenti non avrebbe detto quello che gli hanno fatto dire e cioè che in Francia il pubblico ministero è sottoposto alle direttive politiche del Governo.

Questo era vero fino a qualche anno fa, non dopo le riforme introdotte negli ultimi anni, che hanno eliminato questa anomalia. Oggi in Francia sono oggetto di procedimento giudiziario tanto il Presidente della Repubblica quanto il Primo Ministro, ci sono polemiche ma non vi sono accuse di complotto, aggressioni, offese, insulti e tentativi di mettere la magistratura "sotto botta".

In Francia, che è la patria di Montesquieu ma anche di Rousseau, massimo teorico della sovranità popolare, un membro del Governo che chiedesse l'arresto dei magistrati non solo sarebbe costretto in tempo reale ad abbandonare l'incarico - e non nel modo in cui si è svolto il dibattito qui in Italia - ma sarebbe probabilmente sottoposto a visita psichiatrica o a qualcosa di simile.

Ho richiamato Rousseau perché è vero che la sovranità popolare, che si esprime nella sua forma più solenne attraverso le elezioni politiche con le quali i cittadini scelgono i loro rappresentanti (che siamo noi) e chi deve governare (che siete voi) costituisce l'asse fondamentale della democrazia moderna, insieme al principio della separazione dei poteri; quando si parla dell'uno non si può non tener conto dell'altro.

Per sovranità popolare non si intende la caricatura che viene fatta da tanti esponenti del Governo e che ha fatto anche lei ieri, ministro Castelli, quando ha affermato che poiché aveva vinto le elezioni questa è casa sua e qui comanda lei. Chi ha vinto le elezioni ha il diritto ed il dovere di governare, ma nell'ambito dei princìpi, delle regole, dei contrappesi, che oltre due secoli di faticosa costruzione della democrazia hanno evidenziato come assolutamente necessari. Di questi fa parte il principio dell'autonomia della magistratura, non solo e non tanto perché scritto nella Costituzione ma perché esso costituisce (e per questo è scritto nella Costituzione) non il privilegio di un ceto, non la tutela di una corporazione, ma un fondamentale diritto del cittadino.

È un diritto del cittadino avere un giudice autonomo ed indipendente, soggetto soltanto alla legge, perché solo in questo modo quella frase scritta nelle aule dei tribunali «la legge è uguale per tutti» assume una parvenza di verità. Una parvenza, perché è vero che la legge ancora oggi non è uguale per tutti e la giustizia è squilibrata, ma lo è a danno della povera gente, degli immigrati extracomunitari, dei dissidenti di ogni genere, perché sono loro a riempire quelle carceri sovraffollate che ieri denunciava il Ministro; non ci sono i malversatori, gli esportatori di ingenti capitali, la grande criminalità della ricchezza.

Ecco il vostro garantismo: proteggere i potenti, colpire i deboli (come nell'iniqua legge sull'immigrazione attualmente all'esame del Senato), prevedere la licenza per i propri dipendenti di infrangere la legge su direttiva del Presidente del Consiglio (come in un'ipotesi di riforma dei servizi segreti di cui si è letto sui giornali e che mi auguro non veda mai la luce).

È garantismo questo? È garantismo avviare procedimenti disciplinari, come annunciato ieri dal Ministro, per quei reati di opinione, che poi la Lega invece contesta quando si vorrebbero usare contro di essa? Garanzie per sé, manette per chi la pensa diversamente; siete su una strada sbagliata, cambiate finché siete in tempo.

Lo so bene e non lo dico certo strumentalmente che ci sono sensibilità diverse su questi argomenti, anche all'interno della maggioranza. Rifletteteci, perché proseguire su questa strada all'inseguimento del Taormina di turno farà danno al Paese e anche a voi, perché l'Italia di tutto ha bisogno tranne che di una continua rissa istituzionale.

Per quanto ci riguarda, la sinistra terrà fermi con intransigenza i princìpi che hanno ispirato la sua azione politica in Italia, dalla costruzione della Costituzione del '48 in poi, che sono a difesa della legalità, dello Stato di diritto, della democrazia politica e dei diritti dei cittadini, a cominciare dai più deboli e dai più indifesi, a cominciare da chi la pensa diversamente dalla maggioranza, quale che essa sia, e ciò al fine di avere un giudice autonomo e indipendente. (Applausi dai Gruppi DS-U, Mar-DL-U e Misto-RC. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Cirami. Ne ha facoltà.

CIRAMI (CCD-CDU:BF). Signor Presidente, signori colleghi, signori del Governo, l'argomento di cui oggi ci occupiamo è un argomento che richiede compostezza, sono assolutamente d'accordo con il presidente Mancino. E se lei me lo consente, presidente Mancino, la farò oggetto della mia interlocuzione oggi, perché questo comporta altrettanta fermezza nelle affermazioni che farò che la compostezza che credo mi contraddistingua.

Presidenza del vice presidente SALVI

 

(Segue CIRAMI). L'odierno dibattito è stato sì originato dalle modalità di cui la giornata di ieri ha visto l'epilogo (un epilogo forse non molto bello, per quello che è avvenuto in Aula), però questo non deve far sfuggire a noi tutti la consapevolezza delle problematiche gravi che oggi pesano sull'intero mondo giudiziario, dall'ordinamento alla giurisdizione stessa; giurisdizione la cui aggettivazione oggi più corrente è quella della sua delegittimazione.

Ma come è maturata questa delegittimazione, dove sono le sue radici? Credo, in questo brevissimo tempo che ho a disposizione, di poterle individuare in quella sottile strategia, molto raffinata, ben datata, cominciata già agli inizi degli anni Novanta, il cui maggior rappresentante fu l'onorevole Violante, presidente allora dell'Antimafia, attraverso una sistematica, ferma aggressione alla Corte di legittimità.

Ricordiamo tutti gli episodi di aggressione nei confronti di Corrado Carnevale e non mi pare - ero magistrato, a quel tempo - di aver ascoltato la sinistra di allora, che si chiamava ancora Partito comunista, aver reclamato per questa aggressione alle istituzioni.

È cominciato da allora un uso strumentale e strategico di mezzi che erano sì formalmente legali, ma il cui uso si è rivelato assai illegale. Ne faccio un'elencazione per brevità: avvisi di garanzia che innescavano nel circuito massmediale processi sommari di piazza, per un presunto contrasto preventivo della legalità; processi aperti e mai conclusi o processi di lunga durata, il cui interesse era alla pendenza del procedimento e non alla sua conclusione, con la conseguenza di molteplici condanne che abbiamo dovuto subire in sede europea per la durata; carcerazioni preventive mirate ad estorcere confessioni o accuse, il tintinnare di manette da Milano, secondo il rito ambrosiano, con la conseguenza che oggi stiamo pagando non so quanti miliardi per ingiuste detenzioni; strumentalizzazioni del pentitismo (mi pare che sia superfluo parlarne, avendone parlato già abbastanza nella scorsa legislatura ed essendo il fenomeno sotto gli occhi di tutti e qui il discorso si farebbe lungo); scelta arbitraria dell'azione penale, mirata all'individuazione prima del colpevole e poi del fatto reato.

Senatore Mancino, lei ricorderà che oggi la scelta del pubblico ministero, del singolo sostituto procuratore della Repubblica è assolutamente irresponsabile, nel senso che si sceglie chi, come, quanto, perché e in che tempi perseguire, senza che su queste scelte sia stato mai esercitato un sindacato di legittimità neanche dagli organi di controllo interni della stessa magistratura; tutto questo nella sua irresponsabilità.

L'inettitudine del Consiglio superiore della magistratura, corporativo e collaterale politico, incapace di emarginare tempestivamente. Senatore Del Turco, lei è testimone di quando con l'Antimafia abbiamo scoperto il verminaio di Messina: da quattro anni la situazione era conosciuta al CSM e mai provvedimenti erano stati emanati da parte dello stesso.

 

DEL TURCO (Misto-SDI). È vero.

 

CIRAMI (CCD-CDU:BF). Bene, i comportamenti illeciti ed illegittimi di quei magistrati, o di questa parte della magistratura, si sono lasciati correre da parte del CSM, perché di questo si è fatto un uso politico e politicizzato decisamente corporativo, a senso unico, per compiti non demandati, ratione materiae, dalla legge che lo ha istituito. (Applausi dai Gruppi CCD-CDU:BF, FI, AN e dei senatori Salzano e Ruvolo).

Invasione di campo da parte del CSM nei confronti del potere legislativo. Oggi in Commissione giustizia abbondano i pareri del CSM su qualsiasi materia, certamente non solo su quella che la legge n. 195 del 1958 prevede essere demandata a quel consesso. Sistematica aggressione al Parlamento; con pressione al limite dell'aggressione nel momento della legislazione, quando tutti insieme si stava cercando, da una parte e dall'altra, di ricostruire regole che erano state violate; compiacenza del circuito mediale. Tutto questo è avvenuto senza che mai la sinistra avesse sentito il bisogno di reagire efficacemente.

Posso essere d'accordo con lei, senatore Mancino, e condivido appieno quello che lei ha detto nelle sue riflessioni, ma vorrei che la sua coalizione, quella cui lei appartiene, la seguisse su questa materia di riforma, così da riportare al corretto gioco istituzionale e costituzionale nel rapporto tra i poteri dello Stato.

Ciò allora non fu fatto perché questo faceva comodo, a mio modo di vedere, per giustizializzare, è il termine esatto, la classe dirigente avversaria, di cui anche lei, mi dispiace, senatore Mancino, faceva parte, che ha pagato il prezzo più grosso di questa decapitazione. Mi riferisco agli Andreotti, ai Mannino, ai Darida, ai Forlani, a Enzo Carra, di cui ricordiamo la vergognosa processione in manette ripreso dalla televisione.

E tutto questo perché? Per avere la conquista al potere per la via giudiziaria, servendosi anche di artificiose costruzioni giurisprudenziali, quali il concorso esterno che è diventato un attributo, un corollario dei vari reati che si intendevano addebitare ai politici. La teoria del «non poteva non sapere» applicata a senso unico, perché arrivata a via delle Botteghe Oscure si è fermata. (Applausi dai Gruppi CCD-CDU:BF, FI, AN e Aut.) La convergenza del molteplice, cioè dello zero più zero che deve fare uno; perchè la somma dei cretini deve fare una persona intelligente per giustificare forme di strumentalizzazione del pentitismo.

Senatore Mancino, non possiamo dimenticare queste cose. Occorre allora una inversione di tendenza se sono vere, come ritengo siano, le preoccupazioni espresse qualche giorno fa dal senatore Cossiga sulla nuova ondata di aggressione giudiziaria al potere politico.

Bisogna ritornare cioè, con adeguate riforme, al corretto rapporto tra i poteri costituzionali, riconoscendo che il Parlamento è il potere sovrano, perché è responsabile di fronte al proprio elettorato. Vogliamo, ed è interesse di tutti, mio per primo, una magistratura indipendente nel giudizio e nell'applicazione rigorosa della legge e non asservita a questo o a quell'interesse di parte.

Si impone una riforma seria del CSM che lo spoliticizzi e che lo faccia cessare di essere un anti-Parlamento o un Parlamento aggiunto, secondo la convenienza. Occorre ricordare ciò che Falcone diceva sulla separazione delle carriere, che oggi la sinistra tende a dimenticare, ossia che proprio avendo riguardo alle diverse caratteristiche professionali dei due organi occorreva separarne le carriere.

E' necessario rivedere il meccanismo dell'azione penale obbligatoria perché essa non sia arbitraria, come lo è stata, asservita a questo o a quell'interesse a seconda dell'appartenenza politica di questo o quel sostituto. Potremmo discutere e discuteremo delle priorità che qualche procuratore della Repubblica assegna con proprie circolari e vedere se queste priorità debbano toccare al Parlamento o ad un organo interno della magistratura.

Occorre rivedere l'azione disciplinare perchè essa sia più oggettiva, più pronta, più tempestiva; rivedere il concetto di responsabilità dei magistrati.

Per fare tutto questo credo, signor Presidente, onorevoli colleghi, che occorra per tutti un confronto - su questo sono d'accordo - sereno e leale, a cui non faremo certamente mancare il nostro contributo senza arroccamenti su posizioni che oggi diventerebbero patetiche, quelle stesse posizioni che quelle strategie hanno usato e strumentalizzato. (Applausi dai Gruppi CCD-CDU:BF, FI, AN e LNP. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bucciero. Ne ha facoltà.

*BUCCIERO (AN). Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, il tempo assegnatoci per l'intervento è certamente insufficiente per analizzare contestualmente sia i numerosi problemi della giustizia che ci affliggono da trent'anni sia le dettagliate soluzioni che occorrono per riportare l'Italia al rango di nazione civile. Ci "rifaremo", quindi, senz'altro in occasione delle discussioni sulle varie proposte che Governo e Parlamento hanno avanzato e stanno per avanzare in tema di giustizia.

Ora, in questa sede, ci limiteremo ad esporre la cornice entro la quale il quadro giustizia dovrà essere apposto. A questo fine, mi pare utile ritornare agli ultimi referendum, quello sull'ordinamento giudiziario, quello sul Consiglio superiore della magistratura e quello sugli incarichi extragiudiziali dei magistrati. In quella occasione, per veicolare il consenso all'abrogazione di quelle norme, offrii un'analisi che mi pare opportuno riproporre, sperando che qui abbia maggiore fortuna o maggiore attenzione.

Infatti, rilevai che la magistratura nel suo complesso, e non i singoli 9.000 magistrati, era riuscita per varie circostanze ad ottenere un controllo generale dello Stato attraverso una pervasività in ogni settore statale, incredibile e anomala rispetto ad altre nazioni occidentali.

Ricordai, per esempio, che l'alta burocrazia del Ministero della giustizia era composta solo da magistrati, per giunta il 90 per cento di essi appartenente ad una sola corrente. Sottolineai la preoccupazione che in tal modo non è il Ministro a controllare la magistratura - e qui parlo solo di controllo - ma sono i magistrati a controllare - e qui intendo dire condizionare - il Ministero e il Ministro.

Ricordai anche il Consiglio superiore della magistratura che, con una maggioranza di magistrati e una parte di membri laici che fanno loro da sponda, funge da secondo sindacato dei magistrati, a fianco dell'altro, l'Associazione nazionale magistrati. Rilevai che, conseguentemente, il potere disciplinare più volte era stato esercitato sollevando scandalo, poiché spesso gravi violazioni deontologiche erano state sanzionate con semplici ammonizioni o censure che certo non appesantiscono il fascicolo personale del magistrato.

Evocai anche la Corte costituzionale, i cui giudici, pur potendo attingere tra varie categorie per scegliere i loro assistenti, puntualmente hanno scelto sempre e solo magistrati, sollevando la preoccupazione che l'impostazione di talune sentenze fosse stata il frutto di ricerche parziali in dottrina e in giurisprudenza.

Evidenziai anche che magistrati sono distaccati presso la Presidenza della Repubblica, presso la Presidenza del Consiglio, presso tutti i Ministeri e le Authority, tutte le Commissioni di esame dei concorsi italiani e così via.

In conclusione, dovetti affermare che nel caso la magistratura fosse stata recepita come una corporazione di stampo medioevale, essa era da ritenersi un'anomalia più preoccupante della pur tanto temuta Echelon. Ma tale pervasività o non fu ritenuta una pericolosa anomalia o la magistratura non fu ritenuta una corporazione.

Quindi, sappiamo dell'esito infausto dei referendum. Dico infausto perché quanto meno è da presumere che se il quorum fosse stato raggiunto oggi noi non staremmo qui a parlare delle cause dei mali della giustizia, ma discuteremmo delle loro soluzioni.

Ma tant'è. La sottovalutazione del fenomeno corporativo ci ha portato, infatti, a quest'occasione di dibattito, che è soprattutto occasione per affermare serenamente che i magistrati uti singuli sono per buona parte un vanto per la nostra nazione, per il 30 per cento - dobbiamo riconoscerlo - un peso, per il 20 per cento una vera e propria iattura. Certo sono percentuali che rappresentano un'approssimazione molto soggettiva, ma pur apportandovi le tare più opportune il problema resta pressoché identico.

Quel 20 per cento di magistrati che ho definito una iattura rappresentano un vulnus al decoro o, se volete, all'onore della categoria, perché la condizionano negativamente spingendola verso il basso nella qualità e nell'affidabilità. Quanto alla qualità, non v'è dubbio che essa tenda a scemare fintanto che i magistrati siano convinti che non è la diligenza, la preparazione e l'equilibrio che devono sorreggere la carriera quanto l'appartenenza ad una corrente che assicura comunque una protezione dalle disavventure professionali.

Quanto all'affidabilità, la categoria - è noto - ha perso la fiducia un tempo accordatale dall'opinione pubblica e una nazione che non ha fiducia nei propri giudici è una nazione insicura, scettica, al limite cinica. Ma noi, politici o legislatori che dir si voglia, abbiamo il compito di ribaltare questa tendenza, ridando serenità ai molti cittadini che l'hanno persa.

Dobbiamo ricostruire la fiducia nelle istituzioni e la magistratura è tra quelle a cui più teniamo, perché una buona giustizia fa civile una nazione. E poiché la giustizia cammina sulle gambe dei magistrati, è a questi e alla loro parte buona che dobbiamo riservare le nostre cure, isolando la parte sana da quella malata, malata di politicizzazione, di protagonismo e di voglia di potere, evitando così che l'infezione si possa estendere.

Questa dovrebbe essere la via politica alla risoluzione del cancro della giustizia. Non reputo utili le scorciatoie le quali, frutto a volte di negative esperienze personali, possono produrre il contrario di ciò che ci si prefigge, vale a dire non l'isolamento della parte peggiore ma certamente il rinserramento di tutti, buoni e cattivi, a difesa di presunti interessi in un isolamento corporativo che di certo è il male peggiore.

Perciò auspichiamo che si lavori tutti all'obiettivo di ribaltare la propagandistica tesi di quanti, magistrati e politici al loro servizio, affermano che l'ordine giudiziario è in pericolo. Dobbiamo far comprendere invece che è vero esattamente il contrario, e cioè che il legislatore vuole un ordine giudiziario sereno e perciò forte, un ordine che non si tramuti in potere alternativo a quelli costituzionali, un ordine libero da condizionamenti e veramente indipendente che non voglia farsi lobby né strumento di lobby.

Se poi il Consiglio superiore della magistratura, travalicando i limiti costituzionali, si trasforma in cieco tutore degli interessi anche non leciti dei magistrati, esso va riportato alla sua originaria funzione. E se l'Associazione nazionale magistrati, pur avendo tutto il diritto di attuare il più vieto sindacalismo, non si avvede di quanto danno produce agli stessi magistrati, oltre che allo Stato, occorre allora promuovere tra i magistrati l'idea della necessità di associarsi in un altro o altri sindacati che tengano conto, sia della particolare e delicata funzione dell'esercizio della giurisdizione sia dei privilegi di fatto e di diritto che la categoria può vantare di avere acquisito rispetto ad altre categorie di pubblici funzionari.

Vogliamo quindi sentire la voce libera di altre associazioni. Non è possibile, infatti, che noi dobbiamo accogliere le private indignazioni di giudici che, numerosissimi, hanno definito uno scandalo il comportamento di qualche loro collega di Milano ma non riusciamo a sentire invece la voce pubblica della maggior parte dei magistrati, cosicché ogni volta che qualche magistrato devia dalla corretta via l'opinione pubblica sente la sola campana del sindacato unico e totalitario, espressione di pochi, e si convince che sulla magistratura non si può più riporre la benché minima fiducia.

Ecco allora la necessità politica di affrontare il nodo giustizia al più presto, secondo l'ottica non del risentimento o della dignità ferita, che pure hanno diritto di esistenza di fronte a tanto scempio, ma della saggezza che dobbiamo invocare affinché ci guidi nelle scelte legislative e che possiamo e dobbiamo pretendere da chi, come il magistrato, ha un ruolo preminente nella nostra società.

I nostri programmi hanno indicato il percorso, la nostra risoluzione pure, nell'affrontare in sede legislativa le singole tematiche e io mi auguro che la parte illuminata dell'opposizione o, se volete, quella più libera e non condizionabile dalla magistratura comprenda che, come sulla guerra al terrorismo, anche sulla giustizia è necessario uno spirito bipartisan, quello stesso spirito che qualche anno orsono, nella trascorsa legislatura, ci vide insieme, noi rappresentanti dei maggiori partiti, a tentare di trovare una soluzione al problema dei magistrati.

In quest'Aula c'è ancora qualche testimone di quei giorni. Egli, se crede, potrà spiegare perché la trattativa si arenò improvvisamente e perché due partiti dell'allora maggioranza si ritrassero senza alcuna spiegazione il giorno dopo aver trovato un'intesa sulle riforme dell'ordinamento giudiziario e sulla separazione delle carriere dei magistrati.

Queste intese sono ancora possibili, purché si sappia volare alto nell'interesse dei cittadini che rappresentiamo; altrimenti, dovremmo pensare che i nostri avversari ritengano di non aver altra via per riconquistare il potere se non quella dell'uso strumentale di certa magistratura, ormai oltre il limite di ogni prudenza. (Applausi dai Gruppi AN, FI e CCD-CDU:BF e del senatore Salzano).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Zancan. Ne ha facoltà.

ZANCAN (Verdi-U). Signor Presidente, onorevoli colleghi, in questo mio intervento in materia di giustizia vorrei mettere 39 anni di vita professionale, tutti spesi - credo - nella fedeltà alla cultura dei diritti e delle garanzie; fiero soprattutto di essere succeduto a Fulvio Croce nella presidenza dell'Ordine degli avvocati di Torino, quel Fulvio Croce che ormai 24 anni fa affrontò consapevole la morte perché le istituzioni repubblicane vivessero.

Ebbene, iniziando dalla mia vita professionale, posso dire di essere soddisfatto delle dimissioni del sottosegretario Taormina, così come sono soddisfatto che la minoranza abbia imposto le dimissioni di una persona che ha compiuto (al di là di quell'incompatibilità così ben evidenziata dal senatore Dalla Chiesa) inauditi tentativi (eccezionali e unici nella nostra storia repubblicana) di sopraffazione del potere giudiziario. Mi chiedo cosa si sarebbe potuto dire di più se non che quei giudici che hanno emesso un provvedimento non gradito avrebbero dovuto essere arrestati. Mi chiedo cosa si potesse dire di più e di peggio!

Nella mozione presentata dalla maggioranza si legge: "che un membro del Governo ha stigmatizzato, sia pure con toni esasperati, ma con rigorose argomentazioni giuridiche un comportamento non lineare di un collegio giudicante". Mi dovete spiegare, allora, se chiedere l'arresto dei magistrati che hanno emesso una sentenza non gradita sia una rigorosa dimostrazione giuridica.

Non so se per caso il gesto del senatore di cui mi sfugge il nome - ma lui mi perdonerà - volesse significare che vi è stata una reazione alla decisione dei magistrati di Milano a seguito della sentenza della Corte costituzionale. Per chiudere definitivamente la questione non già in forza del mio argomento, che non chiude definitivamente nulla, bensì nel rispetto della sentenza della Corte costituzionale, ritengo che voi non l'abbiate ancora letta. E non avendola ancora letta continuate a raccontare frottole al Paese. Se ne aveste preso visione, leggereste quanto sto per rievocare ora in quest'Aula: "Non è compito di questa Corte, ma dei competenti organi della giurisdizione, stabilire i corretti criteri interpretativi ed applicativi delle regole processuali; nemmeno quindi di stabilire se e in che limiti gli impedimenti delegittimi derivanti non già da materiale impossibilità, ma dalla sussistenza dei doveri funzionali relativi alle attività di cui sia titolare l'imputato, rivestano tale carattere di assolutezza da dover essere equiparati, secondo il dettato dell'articolo 486 del codice di procedura penale, a cause di forza maggiore".

Allora, è compito dei giudici di Milano! E i giudici di Milano possono aver deciso bene o male, ma nei compiti riconosciuti dalla Corte costituzionale. Non possiamo falsare un campo così delicato qual è quello dei conflitti di competenza e di attribuzione, non possiamo falsare il pensiero chiarissimo della Corte costituzionale.

Non abbiamo brindato, caro collega senatore Nania, perché il discorso del Ministro della giustizia è stato per me fonte di vivissima preoccupazione e se il collega della Lega si è risentito dell'utilizzo da parte mia dell'aggettivo «sconclusionato», che credo rientri nella pienezza del mio diritto di parlamentare pronunziare e ripetere, utilizzerò una citazione poetica per definire il discorso del signor Ministro: il discorso del signor Ministro ha lasciato l'Amministrazione della giustizia una terra desolata. Una terra desolata!

Non vi rendete conto che uno Stato, il quale lasci in queste condizioni l'Amministrazione della giustizia, è uno Stato che fa karakiri! Non vi rendete conto che domani mattina si svolgeranno delle udienze! Questo non lo capite. Allora, devastare il campo giudiziario come state facendo significa suicidare una delle ragioni …

 

GRECO (FI). Si è autodevastato, avvocato e collega!

 

ZANCAN (Verdi-U). Per cortesia, non ho mai interrotto nessuno in quest'Aula - e credo che il signor Presidente me ne dia atto - e non intendo interrompere nessuno nei cinque anni del mio mandato parlamentare.

 

PRESIDENTE. Prendiamo nota di quest'impegno. Prego, collega Zancan. Non interrompete perché si perde il filo del discorso.

 

ZANCAN (Verdi-U). Allora, dicevo, cercare di togliere efficienza e validità all'Amministrazione della giustizia è veramente attività suicidaria per lo Stato.

Il signor Ministro ha negato opera di efficienza e di miglioramento al precedente Governo di centro-sinistra e, così facendo, ha dimenticato che molte delle provvidenze più giuste del centro-sinistra - il giudice unico, le norme sul gratuito patrocinio, le norme sul giusto processo (articolo 111 della Costituzione), la competenza penale del giudice di pace - sono state approvate anche con il voto favorevole del partito politico di cui egli fa parte. Allora, non diciamo che non s'è fatto niente.

Il signor Ministro ha ribadito - e questo l'ho letto anche nella mozione della maggioranza - la tesi del complotto, ma su questo dobbiamo dirci parole chiare, prima di tutto per rispetto di noi stessi. Come ha ricordato molto bene il senatore Salvi, è una tesi non nuova perché viene sostenuta ormai da sette anni. Cari senatori, visto che siamo nell'Aula del Senato, usque tandem? Usque tandem noi dovremo litigare su questo punto?

A stare al dato del signor Ministro (ha parlato di 100 avvisi di garanzia e procedimenti iniziati, un dato comunque sbagliato per eccesso) sono almeno 1.500 i magistrati che si sono occupati di tali procedimenti, a cui dobbiamo aggiungere gli altri magistrati che si sono occupati delle denunce per sovversione di poteri dello Stato e quant'altro presentate dai vari indagati e dai vari imputati. Tutti questi autori di una congiura? Vogliamo raccontare al Paese questa frottola? Vogliamo continuare a raccontarla? Fino a quando? Fino a quando …

 

BUCCIERO (AN). Fino alla morte.

 

ZANCAN (Verdi-U). … l'Amministrazione della giustizia dovrà essere ferma su questa frottola, su questa panzana che non ha avuto il riscontro di una prova in sette anni? (Commenti dai Gruppi FI e AN).

Starei per dire di ricorrere alla magistratura fuori dall'Italia, per esempio alla magistratura di Strasburgo, per farvi dare ragione, ma siccome nel complotto c'è anche la giustizia europea, non posso suggerirvi neanche questo. Ricorrete a loro per cortesia, ma non dovete interrompere l'ordinato corso dell'amministrazione di giustizia. Ci sono cittadini che aspettano giustizia.

 

ZANOLETTI (CCD-CDU:BF). Che cosa stai dicendo? (Richiami del Presidente).

 

ZANCAN (Verdi-U). Bisogna smettere di raccontare ciò che non ha avuto riscontro probatorio in sette anni.

Il Ministro asserisce di aver trovato un Ministero destrutturato. Bisogna intendersi sul significato del termine "strutturato". Se con l'aggettivo "strutturato" si allude a consulenti del principe, anziché a consulenti di giustizia, è possibile che il Ministero sia stato trovato destrutturato. Dovrebbe esser fatto un discorso preciso e puntuale sul significato della dizione "consulente in materia di giustizia".

Signor Ministro, dovrebbe spiegare con quali criteri è stata nominata la commissione di riforma del codice penale, dovrebbe spiegare secondo quali criteri di competenza, esperienza e capacità è stata nominata la commissione di riforma del codice di procedura civile, se vuole parlare proprio di destrutturazione!

Si è sostenuto il principio della riserva alla collaborazione internazionale. Questo discorso è stato ripreso anche nella mozione presentata dalla maggioranza laddove è scritto "non dimostrabile prevalenza di asseriti princìpi e convenzioni di diritto internazionale sul diritto nazionale". Avete letto l'articolo 696 del codice di procedura penale attualmente in vigore nel nostro Paese? La dizione della rubrica di questo articolo è "Prevalenza delle convenzioni e del diritto internazionale generale". Di quale asserita prevalenza parlate, se questo è un dato positivo della nostra legislazione?

Le sanzioni di nullità, annullabilità e inutilizzabilità, che sono state previste in materia di rogatorie, si ricollegano all'articolo 696, il cui comma 2 prevede: "Se tali norme mancano o non dispongono altrimenti, si applicano le norme che seguono". Ciò significa una prevalenza delle convenzioni internazionali rispetto alle leggi del nostro Stato.

Per cortesia, non scrivete nella vostra mozione che non è dimostrabile la prevalenza di asseriti princìpi e convenzioni di diritto internazionale sul diritto nazionale, perché è un falso storico e state negando ciò che è scritto nel codice.

Il discorso del signor Ministro non può non suscitare il mio sgomento, la mia preoccupazione. Credo che quel discorso - mi assumo la piena responsabilità di queste parole - abbia ricondotto l'Amministrazione della giustizia, citando il titolo di un film di Rossellini, all'anno zero.

A tutto ciò si uniscono le iniziative legislative di questo Governo in materia di giustizia e la riduzione delle risorse finanziarie destinate a questo settore. Le spese correnti sono diminuite dello 0,7 per cento e la spesa in conto capitale è diminuita di 7 punti percentuali, quando il nostro Stato dovrà affrontare spese nuove perché la competenza penale dei giudici di pace diverrà effettiva il 2 gennaio 2002.

Pensiamo alle decisioni assunte in materia di giustizia. Essendo iscritto al Gruppo dei Verdi, ricordo l'impossibile licenza in materia di reati ambientali voluta dal Governo; l'impossibile amnistia, il recesso operoso in materia di reati ambientali segna la fine di ogni politica di tutela dell'ambiente e del territorio italiano.

Pensiamo alla normativa in materia di società e di falsi. Lasciamo stare le prescrizioni, lasciamo stare tutto, ma vogliamo sostenere che favorisce la trasparenza delle società il fatto che ci sia una percentuale di falso garantita dallo Stato?

 

MAGNALBO' (AN). Come le Coop.

 

ZANCAN (Verdi-U). Mi rincresce, io sto cercando di fare un discorso serio. Sto cercando di fare a questo Senato, cui mi onoro di appartenere, un discorso serio.

 

NOVI (FI). Ma chi credi di essere? Chi sei?

 

PRESIDENTE. Colleghi, non interrompete.

 

ZANCAN (Verdi-U). Io sono un senatore come lei e non mi deve dire "chi credi di essere", perché lei è un maleducato. (Applausi dai Gruppi Verdi-U, DS-U e Mar-DL-U).

Attraverso la normativa sul rientro dei capitali, voi avete eretto un monumento perenne all'evasore ignoto. Avete consentito il rientro e la "pulitura" di capitali che sono usciti comunque illecitamente dallo Stato.

Allora, il quadro è quello che io credo emerga da tutto ciò, se aggiungo anche le dichiarazioni del Ministro ai testi legislativi che ho ricordato, nonché il programma evidenziato nel testo della mozione della maggioranza, di cui voglio citare due perle. La prima è la seguente: "l'attuazione di puntuali, periodiche verifiche circa la quantità (…) del lavoro dei magistrati", mi trova assolutamente d'accordo, ma ho omesso di leggere alcune parole del testo, ovverosia: "l'attuazione di puntuali, periodiche verifiche circa la quantità e la qualità del lavoro dei magistrati".

Se voi volete verificare la qualità del lavoro dei magistrati, per cortesia, non sbandierate che volete conservare l'autonomia e l'indipendenza dei magistrati, come non lo dovete fare se voi sostenete, com'è previsto nella mozione, "che insieme formano un ordine autonomo e indipendente e non un potere dello Stato", aggiungendo perché non hanno avuto il "conferimento di un mandato espresso in libere elezioni dai cittadini".

Questo è un punto fondamentale, sul quale - come sottolineava il presidente Mancino - hic Rhodus hic salta. Dire che solo la sovranità popolare può dare potere autonomo ai magistrati significa che chi vince le elezioni può mettere il bavaglio ai magistrati. Questo vuol dire l'equazione che voi avete posto nel documento. (Applausi dal Gruppo Verdi-U e dei senatori Vallone e Pagliarulo).

Questo è il quadro che emerge dalla mozione della maggioranza, dal discorso del Governo e dal discorso legislativo che avete effettuato finora. Vi prego di fare quello che consigliava Pasolini nei suoi stupendi "Scritti corsari": andate ad interpellare, al di fuori dei sondaggi e della facilità dei loro dati, il Paese reale. Vedrete quali risposte riceverete. Avrete una risposta negativa al vostro programma di giustizia! (Applausi dai Gruppi Verdi-U, DS-U, Mar-DL-U, Misto-Com, Misto-SDI e Misto-RC).

 

D'AMBROSIO (FI). Ma quale Paese?

 

NOCCO (FI). Il Paese ci ha già scelto.

 

PRESIDENTE. L'interruzione post intervento è addirittura inutile.

È iscritto a parlare il senatore Sodano Calogero. Ne ha facoltà.

*SODANO Calogero (CCD-CDU:BF). Signor Presidente, onorevoli colleghi, mi si consenta innanzi tutto di esprimere un sentimento di fortissimo rispetto per la decisione che ha preso ieri l'onorevole Taormina. La sua lettera, che ho letto attentamente, costituisce e costituirà un esempio altissimo di nobiltà politica e l'intervento di ieri del ministro della giustizia Castelli, fuori dagli schemi e che ha messo il dito sulla piaga purulenta del pianeta giustizia, ha fatto sì che il problema Taormina passasse quasi in secondo piano.

L'opposizione ha sfidato ancora una volta la maggioranza su un tema caro ai giustizialisti scegliendo oggi Taormina e ieri Scajola, per cercare di scardinare la compattezza delle maggioranza, senza peraltro riuscire nel suo intento. La verità è che l'uso disinvolto degli strumenti costituzionali, come la mozione di sfiducia ai singoli Ministri, denota come la sinistra non abbia più progettualità politica e debba sempre far leva sulla questione giustizia per darsi un'identità.

Il Paese, cari colleghi, reclama con forza una seria riforma della giustizia, reclama con forza il riconoscimento delle responsabilità dei giudici che ha avuto la sua consacrazione in un referendum popolare.

Il Paese vuole che i magistrati, al pari dei medici, degli avvocati, degli ingegneri e dei cittadini qualunque paghino se sbagliano: non possono avere un'impunità che non è prevista dalla Costituzione, così come quando si firma - e non si è levato alcun grido di allarme - un mandato di cattura contro un membro del Parlamento senza che il CSM a tutt'oggi abbia iniziato un seppur minimo procedimento disciplinare.

Ed è per questo che vogliamo anche una riforma del diverso sistema di giudizio sulle responsabilità civili e penali dei magistrati, ricorrendo ad un organismo formato non da magistrati ma da esperti giuridici, per togliere ai cittadini e anche a noi - perché no? - il sospetto che i giudici godano di processi non imparziali. Solo così si elimina la diffidenza verso la magistratura.

La sinistra si scandalizza - ma io ritengo strumentalmente, perché sa che il Polo vuole la riforma sulla giustizia e la farà - se un componente del Governo o della maggioranza critica parte della magistratura, non tutta, e rimane in perfetto silenzio se un giudice critica il Governo o peggio quando critica il Parlamento che legifera. (Applausi dai Gruppi CCD-CDU:BF, FI, AN e del senatore Salzano). Caselli dice che il Parlamento ha abolito la mafia; Borrelli sollecita le Camere ad un rigurgito di onestà: nessuna voce della sinistra si è alzata per gridare allo scandalo.

In Inghilterra sono state adottate misure antiterroristiche che aboliscono il controllo giudiziario sui fermi di polizia, ma non sono uscite polemiche dall'ambito nazionale, perché in Gran Bretagna destra e sinistra hanno sicuramente il senso dello Stato. Bene ha fatto il presidente Pera nel caso delle rogatorie a stigmatizzare il provvedimento dell'Unione europea.

Noi vogliamo che il magistrato sia autonomo e imparziale, a prescindere dalla sua fede politica. Vogliamo una giustizia giusta, vogliamo che il magistrato non sia cieco strumento di occhiuta rapina politica.

Dice un proverbio cinese: «Quando il dito indica la luna, lo sciocco guarda il dito». Qui non ci sono sciocchi, non si cada in quest'errore. Forse il dito è stato puntato con veemenza eccessiva, ma la luna c'è e merita di essere guardata con attenzione, perché è più rossa che bianca.

Peraltro, a sinistra c'è qualche persona, come il costituzionalista Augusto Barbera, che ha l'onestà intellettuale e la competenza per chiedersi come il tribunale di Milano abbia deciso di proseguire il processo SME-Ariosto senza tener conto della Consulta, che aveva chiesto di tornare all'udienza preliminare.

Dal dibattito, dal confronto, finanche dallo scontro, il Parlamento formula le leggi che regolano una società, anzi che l'autoregolano nel sistema democratico. Il giudice non crea la legge, ma le dà voce, ne esprime il senso, la finalità, lo scopo, le ragioni che sono nel diritto e non sue personali… (Il microfono si disattiva automaticamente. Applausi dai Gruppi CCD-CDU:BF, FI, LNP e AN e del senatore Salzano).

 

PRESIDENTE. Senatore Sodano Calogero, se crede può consegnare agli uffici la parte conclusiva del suo intervento.

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Calvi. Ne ha facoltà.

*CALVI (DS-U). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor Ministro, signori Sottosegretari, nell'intervento che ieri il Ministro della giustizia ha pronunciato in quest'Aula e nella mozione oggi presentata dalla maggioranza sono stati posti diversi problemi molto complessi e di non semplice soluzione, che avrebbero però meritato un più meditato approccio culturale e un più equilibrato e ragionevole sostegno argomentativo.

I problemi sono diversi e mi sembra che tutti, però, siano finalizzati alla tutela di specifici e assai chiari interessi individuali, attinenti l'elusione del controllo di giurisdizione.

Circa l'articolo 68 della nostra Carta costituzionale, esso è uno strumento di garanzia della libertà di espressione del Parlamento. Si dice che deve essere riformato; certo, potremo anche riformarlo, ma attenti, signori del Governo: se voi pensate di mutarlo da momento di garanzia a strumento di impunità, commettete un grave e pericoloso errore, politico ed istituzionale. Nessun politico, per quanto potente, può pensare di eludere il controllo di giurisdizione per atti esterni alla funzione parlamentare, e il Paese non tollererà il ripristino di quella impunità che fu impropriamente usata per commettere reati e non ricevere alcuna punizione.

Passo al tema dell'Europa. Mi spiace che il Ministro non ci sia e trovo assai scorretto che in questo momento egli non sia presente…

 

VOCE DAI BANCHI DEL GRUPPO AN. Non può.

 

CALVI (DS-U). Non mi interessa: non è presente in Aula. Dicevo che mi spiace, dato che nel corso della discussione egli, nel momento in cui cercavo di fargli capire e presentargli documenti del Consiglio d'Europa, ha ritenuto di dover fare una battuta falsa, non vera e che merita soltanto una censura per la maleducazione con la quale egli si è rivolto nei miei confronti. (Commenti dal Gruppo AN).

Tornando al tema dell'Europa, io non vorrei, signori del Governo, che la mozione possa servirci per presentarvi in Europa nascondendovi dietro una votazione del nostro Parlamento: così non sarà, perché, vedete, il Parlamento europeo ha già compreso, e assai bene, quali sono i termini della questione.

L'Europarlamento ha votato giorni fa a Bruxelles un documento perché entro il 6 dicembre, come previsto dal vertice di Gand, si giunga a una decisione definitiva sull'adozione del mandato di arresto europeo. Per questo ha sollecitato il Consiglio a ricorrere anche allo strumento della cooperazione rafforzata, qualora le riserve di qualche Stato membro non consentissero di raggiungere l'unanimità e costringessero a un indebolimento della proposta.

Scrive «Il Sole 24 Ore»: «Non è stata nominata l'Italia nel rapporto Watson passato ieri a Bruxelles a larghissima maggioranza». (Il ministro Castelli rientra in Aula). Signor Ministro, io ieri desideravo ricordarle che quel documento che volevo consegnarle era stato votato anche da Forza Italia e non era assolutamente vero, come lei ha affermato, che non vi era stata nessuna decisione del Parlamento europeo, se non quella di parlamentari della sinistra: anche Forza Italia ha votato quel documento!

Tornando alla citazione de «Il Sole 24 Ore», è vero, non è stata nominata l'Italia nel rapporto Watson, ma il richiamo al nostro Paese è assolutamente chiaro, dato che soltanto l'Irlanda (ma essa, proprio ieri o l'altro ieri ha fatto un passo indietro) aveva posto riserve sul teso dell'accordo elaborato dai Ministri dell'interno e della giustizia. Per ora l'Italia continua a dire no all'applicazione della lista dei 34 reati su cui sono d'accordo tutti gli altri Paesi della UE. Voi proponete di accettarne soltanto sei, escludendo il reato di corruzione.

Ora, se voi pensate che la votazione di questa mozione possa servire da paravento ad una situazione che in Europa si conosce benissimo, commettete un grave errore, perché a questo punto io mi domando e non lo domando con maliziosità - ma vorrei soltanto ricordarlo a me stesso - se è vero o no che in Spagna vi è un giudice che si chiama Garzon, che in Spagna vi è un processo nel quale è imputato un uomo politico italiano e se questa posizione riguardante il mandato di arresto europeo non abbia in qualche modo una connessione con quella situazione.

Vengo invece rapidamente al problema centrale, quello su cui tutti quanti noi abbiamo ragionato in questi giorni. La magistratura italiana, voglio dirlo con forza, è stata un caposaldo nella difesa della legalità e quindi della democrazia, esercitando le sue funzioni nell'accertare la verità e nel reprimere terrorismo, stragismo, corruzione e criminalità organizzata.

Vi è però un problema, quello del rapporto tra magistratura e politica; un problema vero, che dobbiamo saper affrontare con chiarezza e serenità. Ma lei ieri, signor Ministro, con il suo discorso ha posto un macigno davanti alla possibilità di un dialogo sereno; il suo intervento è stato una dichiarazione di rottura nei confronti di chi vuol dialogare e risolvere, pacatamente, all'interno delle istituzioni, questo problema assai grave.

Dico subito che a questo punto, di fronte a queste accuse pretestuose che ho sentito anche questa sera - per favore, colleghi, un po' più di serietà nell'affrontare un tema così delicato - non voglio evocare i martiri della magistratura, la sua indipendenza, non voglio dire che mi erigo a difensore dei diritti dei cittadini, però chi vuole affrontare questi problemi deve occuparsene soltanto quando ha dichiarato con certezza che vuole tutelare l'indipendenza della magistratura.

Quando sono nati questi problemi? Non è vero che siano nati sei, sette o otto anni fa. Non è vero. Sono molto più lontani nel tempo. Ricordo l'estate del 1981, quando due magistrati, Turone e Colombo, stavano indagando sul caso Sindona e sull'omicidio di Giorgio Ambrosoli e a Castiglion Fibocchi, nella villa di Licio Gelli, trovarono una lista di iscritti alla P2. Naturalmente in quel momento fu posta per la prima volta nel nostro Paese la questione se fosse un'azione politicamente orientata.

Ebbene, da allora ho sentito più volte, non soltanto negli echi del "Piano di rinascita democratica", scritto da Gelli nel 1975, ma anche da illustri giuristi, a me molto vicini anche per antica amicizia e frequentazioni accademiche, porre questo problema: il problema del pubblico ministero, se debba essere o meno separato nelle funzioni e nella carriera.

 

GRECO (FI). Come la Francia!

 

CALVI (DS-U). Ma mai, lasciatemelo dire, ho sentito arrivare al punto di chiedere l'assoggettamento del pubblico ministero all'Esecutivo, riportando il nostro Paese indietro di decenni e decenni. Ricordiamocelo! E in Europa in questo momento si va in senso esattamente opposto. Il Consiglio superiore della magistratura deve rispondere nei confronti del Parlamento, va mutata la sua composizione. Da allora è cominciata la grande accusa nei confronti della magistratura.

Deve diminuire la politicizzazione dei giudici. Ebbene, dobbiamo anche ricordarci che ad essere politicizzati, si sosteneva allora, non erano i procuratori generali che avocavano e insabbiavano le indagini sui servizi segreti infedeli; non erano i giudici che facevano svanire le inchieste sui finanziamenti illeciti ai partiti, su tangenti e corruzioni; non erano gli alti magistrati della Cassazione, che fino al 1956, con la distinzione tra norme costituzionali programmatiche e precettive sospesero, di fatto, la nostra Costituzione. No, costoro per tutti voi sono magistrati apolitici: questi sono magistrati apolitici, super partes. (Applausi dai Gruppi DS-U e Verdi-U). A questo modello voi volete farci ritornare, ma non ci riuscirete. A quel modello noi non ritorneremo.

Vado rapidamente alle conclusioni, anche se il discorso meriterebbe maggiore approfondimento, ma il tempo concessomi, purtroppo, è quello che è. Non è neppure vero - ripeto - che l'Europa vada in quella direzione. In realtà, l'Europa va nella direzione esattamente opposta, perché essa, nel suo insieme, è investita del medesimo problema, del problema della politicità della magistratura, della politicità del giudice, dell'effetto politico della sua iniziativa e noi dobbiamo riconquistare la capacità di essere autonomi politicamente, come Parlamento, ma garantendo nel modo più assoluto l'indipendenza della magistratura. Soltanto così noi potremo garantirci tale obiettivo.

Il problema non riguarda solo l'Italia, la Francia o la Spagna. Voglio ricordare - e avrei preferito ci fosse il presidente Pera, al quale piace molto citare l'Inghilterra - che anche oltre Manica il potere giudiziario si deve difendere da accuse di politicità.

Vorrei ricordarvi che Lord Taylor, il decano dei giudici inglesi, ha detto che le numerose decisioni che i magistrati avevano adottato contro il Governo "non devono far pensare che l'ordine giudiziario abbia in mente di attuare un incruento colpo di mano in danno dei poteri costituzionali". Egli ha ribadito che la funzione del giudice è quella di "garantire che i poteri siano esercitati da coloro a cui il Parlamento li ha affidati, secondo i modi specificati dallo stesso Parlamento" e che dunque "quando un settore dell'esecutivo o una pubblica autorità agisce al di fuori dei propri poteri o ne abusa, è compito e dovere del giudiziario sostenere la sfida".

Signor Presidente, mi deve concedere un altro minuto.

 

PRESIDENTE. Ella ha già superato il tempo a sua disposizione di quaranta secondi. Sia rapidissimo.

 

CALVI (DS-U). La ringrazio, signor Presidente.

Vorrei citare a questo punto una dichiarazione resa dal massimo giudice inglese, Lord Justice Symon Brown, il quale rispondendo alla Regina, appena nel 1996, scrisse: "Non accetto in nessun modo che il desiderio della magistratura italiana di smascherare e punire la corruzione nella vita pubblica e politica, e il conflitto che ciò ha creato tra i giudici e i politici in quel paese, operi in modo tale da trasformare i reati in questione in reati politici". "È un uso scorretto del linguaggio definire la campagna dei magistrati come improntata a «fini politici»". Lord Brown, rispondendo alla Regina, spiega perché egli non consideri protetta dalla legge britannica sull'estradizione la documentazione, relativa a Fininvest, richiesta dai magistrati italiani.

Per concludere, Hans Kelsen, che, signor Ministro, è un noto filosofo del diritto, non un esperto in tecnica metallurgica…

 

NOVI (FI). Lo conosciamo. Si studia al primo anno di giurisprudenza. (Commenti dai Gruppi AN e FI)

 

CALVI (DS-U). …scriveva che la legalità limita il principio democratico, ma è necessaria per il mantenimento della democrazia; oggi, al contrario, in Italia c'è qualcuno che pensa e dice che la democrazia è in pericolo a causa di chi esercita il controllo di legalità. (Applausi dai Gruppi DS-U, Mar-DL-U, Verdi-U, Misto-SDI, Misto-Com e Misto-RC. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Caruso Antonino. Ne ha facoltà.

CARUSO Antonino (AN). Signor Presidente, signor Ministro, signori senatori, sono dell'opinione che il ritardo con cui il sistema nazionale ha fornito storicamente ai cittadini risposta di giustizia, in particolare per quanto riguarda il contesto delle controversie civili, ma non solo, non possa essere addebitato alla magistratura.

Sono tuttavia dell'opinione che essa abbia il dovere di assicurare il proprio contributo in termini materiali, pragmatici e sistemici quanto meno per il conseguimento dell'obiettivo del recupero di efficienza, che è un obiettivo parziale, nel senso che costituisce solo una parte di una strategia complessa, che è quanto in definitiva occorre. Tuttavia è anch'esso funzionale al risultato da tutti voluto, nessuno escluso, di effettività della risposta al diritto dei cittadini.

È indispensabile, per fare questo, che la magistratura cooperi lealmente e radicalmente con le altre parti che concorrono alla formazione del modo processuale. Ho impiegato i termini "lealmente" e "radicalmente" e sono consapevole del rischio di essere frainteso e, quindi, per scongiurarlo, è bene che chiarisca immediatamente.

Penso e non nutro alcun dubbio che la magistratura sia nel suo complesso, e nel complesso dei suoi singoli appartenenti, leale allo Stato e leale alle sue leggi. Con l'impiego dei termini "leale" e "radicale" intendo quindi semplicemente dire che la cooperazione è davvero tale solo se prescinde da qualsiasi valutazione di tipo tattico, di tipo politico o ideologico, e non è connessa o resa funzionale ad altro o ad altri temi o fini, ma solo se è, viceversa, strettamente e indissolubilmente legata al perseguimento dell'obiettivo materiale.

E ciò che specificamente compete alla magistratura intanto è in tale ambito la ottimizzazione delle risorse, quelle che il bilancio dello Stato e le scelte del Ministro ad essa assegna per la migliore organizzazione anche metodologica del lavoro dei propri uffici. Da ciò discenderà aumento della produttività propria e esempio di governo del processo in termini corretti.

Inoltre, non ho dubbi che la magistratura possa e debba ulteriormente contribuire, anche con il conferimento del proprio patrimonio di esperienza e di saperi, ma sono convinto che mai come ora, perché ora è fatto oggettivo che si versi in una situazione di sofferenza - e poco importa se si tratta di nuova sofferenza o di sofferenza semplicemente riacuita perché in realtà derivante da anni e da scelte passate - ciò debba avvenire nell'interno stretto delle scelte legislative che competono al Parlamento e mai al di fuori o in forzatura delle stesse.

La magistratura è e deve essere infatti interprete delle leggi, ma interprete delle leggi solo come Costituzione e sistema democratico scelto e vigente ad essa impongono. Lo Stato e i suoi cittadini, lo Stato e il dovere di giustizia verso i cittadini non possono permettersi alcun regolamento di conti sulla giustizia e nemmeno possono permettersi qualcosa che a ciò risulti simile, sebbene di diversa cosa si tratti nelle intenzioni.

Sbaglia chi ritiene, da ogni parte, che una tale via sia possibile o che costituisca un percorso ammissibile per affrontare o solamente dibattere i temi della giustizia, e in ogni caso non lo è in un contesto di democrazia compiuta ed autentica e in uno schema costituzionale quale è quello che ci è proprio, che fa della separazione e dell'indipendenza dei poteri e dell'ordine magistratuale un non rinunciabile caposaldo.

Poteri e ordini costituzionali non hanno e non possono legittimamente avere alcun conto da regolare tra di loro. Io credo che siano al più possibili, non solo, ma anche legittime e utili rivisitazioni di pregresse vicende alla sola condizione che sia imposto un livello di responsabilità e di rispettiva fiducia di rango tale da non consentire alcuno scadimento dell'obiettivo unico possibile che è quello della capitalizzazione virtuosa degli errori del passato che non è un passato solamente remoto, ma anche dell'altro ieri.

Tornando alla questione dell'indipendenza in particolare a quella dell'indipendenza della magistratura, credo che il magistrato non goda, e non debba godere, come da più di una parte si reitera a reclamare, del diritto all'indipendenza. Infatti, così posta la questione, quasi si potrebbe assumere che al medesimo sia riservata una sorta di privilegio di casta.

Credo, all'inverso, che il magistrato abbia e debba avere in primissimo luogo solo e soltanto il dovere dell'indipendenza che è corrispettivo esatto del diritto del cittadino all'indipendenza dei suoi magistrati.

Credete, non ho la presunzione nemmeno di tentare di scrivere qui il decalogo del buon magistrato e peraltro non sarebbe in tema. Nemmeno ho l'altra presunzione che quanto io dica possa suonare a sentenza. Devo peraltro aggiungere che in termini personali mai ho avuto l'ambizione di svolgere la funzione di giudice delle persone o delle cose, convinto come sono che vi è chi giudica tutti noi e che il rango delle rispettive sentenze nemmeno sia comparabile, anche se ricordo esservi stato chi, avventurandosi nella distinzione tra le due condizioni, ebbe di fatto a praticare il tentativo di comparazione. Ma non avere l'ambizione di giudicare le cose non vuole dire non esaminarle, non criticarle, non operare in definitiva una scelta. Non vuol dire impedirsi di nutrire preoccupazioni per le scelte altrui.

E su un tema di attualità, come quello che è alla fonte delle ragioni per cui siamo oggi in quest'Aula, devo dire che è proprio il fatto pacifico che è compito della giurisdizione controllare in via esclusiva se stessa a suscitare grave preoccupazione in chi, come me, nel mio piccolo, ma anche come tutti voi, condivide responsabilità collettive.

Una scelta sbagliata della giurisdizione, corretta da un livello più alto del sistema, testimonia, in primo luogo, il buon funzionamento del sistema stesso, ma può essere oggettivamente lesiva del bene che il sistema mira a proteggere; per esempio, per effetto del decorso del tempo o del termine.

La scelta sbagliata, figlia dell'errore fisiologico, deve essere sempre serenamente accettata. Ma la reiterazione dell'errore fisiologico o l'accertamento altrettanto sereno dell'errore di estrazione patologica deve - a mio giudizio - suscitare allarme e trovare fermo governo.

È più volte risuonato in quest'Aula e nelle pubbliche dichiarazioni l'appello di volta in volta ad abbassare i toni o a prendere le distanze. Ed io mi associo a questo richiamo, non solo con sincero sentimento, credete, colleghi, ma anche con la consapevolezza della mia pratica effettiva dell'esercizio.

Il senso dello Stato, signor Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, si dimostra con i fatti di tutti e con le parole di ogni parte, ma anche con i silenzi, soprattutto quando sono operosi. (Applausi dai Gruppi AN, FI, CCD-CDU:BF, DS-U e del senatore Occhetto. Molte congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Consolo. Ne ha facoltà.

CONSOLO (AN). Signor Presidente, onorevoli colleghi, mi associo con grande soddisfazione al richiamo del Capogruppo e Presidente della Commissione giustizia, senatore Caruso Antonino, alla necessità, per tutti, di abbassare i toni.

Il caso Taormina si è ormai, peraltro autonomamente, risolto. Le dichiarazioni forti ma - a mio avviso - non contestabili nella sostanza del Ministro guardasigilli hanno comunque ricordato a tutti noi che il problema giustizia esiste. Se il problema esiste, cerchiamo allora tutti insieme di risolverlo. Prendiamo spunto da questo caso, che ormai appartiene al passato, per cercare di essere coesi e risolvere un problema che affligge tutti i cittadini, indipendentemente dal loro colore politico.

Le dichiarazioni rese dal ministro Castelli, virgolettate e ripetute in quest'Aula, hanno evidenziato una violazione di fatto da parte di pochissimi, ma autorevoli magistrati: la violazione del principio sancito dall'articolo 98 della nostra Costituzione, che prevede limitazioni al diritto di iscriversi ai partiti politici per alcune categorie di persone, tra le quali i militari, i rappresentanti diplomatici e, non a caso, i magistrati.

Presidenza del presidente PERA

 

(Segue CONSOLO) Ho a disposizione solo tre minuti per cui dovrò essere rapidissimo. Chiedo se qualcuno di voi possa contestare il fatto che vi siano magistrati i quali, anziché espletare attività giurisdizionale, svolgono, invadendo un diverso settore, attività politica.

Non corriamo il rischio - lo dico senza nessuna vis polemica - di supportare, con le nostre polemiche, questi magistrati? Alcuni di essi, e lo ricordo al collega che pensava di esser l'unico ad aver letto le sentenze della Corte costituzionale, hanno disatteso queste stesse sentenze; si tratta di pochi magistrati, ma che comunque incidono sulla credibilità della magistratura.

Non supportiamo con le nostre polemiche, non diamo un premio ingiusto a questi magistrati che, ripeto, sono pochi. Quindi, un passo indietro nella polemica, un passo avanti invece per risolvere il problema che va risolto non nel nostro interesse, ma nell'interesse del Paese. (Applausi dai Gruppi AN, FI e CCD-CDU:BF).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Novi. Ne ha facoltà.

NOVI (FI). Signor Presidente, in quest'Aula sono risuonati continui appelli al senso dello Stato, appelli a volte queruli, a volte stralunati. Perché appelli «queruli e stralunati»? Perché venivano da una parte che ha lamentato la mancanza di senso dello Stato dell'onorevole Taormina, ma dimenticava, quella stessa parte, di aver vantato - e non se ne vergognava - la presenza nel Governo dell'onorevole D'Alema di un Sottosegretario che aveva un tale senso dello Stato da pronunciare l'elogio funebre del capomafia calabrese don Momo Piromalli. Questa è una discriminante morale tra noi e voi: in questo Governo non c'è un solo uomo che abbia pronunciato orazioni funebri in onore di un sanguinoso capomafia.

E ora, signor Presidente, veniamo alla ragione del contendere.

Da parte della sinistra abbiamo subito un attacco durissimo ieri sera, un attacco che punta a delegittimare le istituzioni, tutte le istituzioni, anche la massima istituzione di quest'Aula. Eppure noi abbiamo occupato i banchi dell'opposizione, ma non abbiamo mai seguito questa strada eversiva e terroristica del confronto politico.

 

CAMBURSANO (Mar-DL-U). Ma cosa sta dicendo?

 

NOVI (FI). In realtà noi riteniamo che qui non si tratta affatto di una insorgenza giacobina di alcuni magistrati: qui si tratta, semmai, di una regressione reazionaria di un segmento della magistratura italiana che punta alla feudalizzazione della giurisdizione; un segmento della magistratura italiana che punta verso una privatizzazione della giurisdizione.

Per quanto riguarda i Borrelli e i Greco, ci troviamo di fronte ad una concezione proprietaria e neocorporativa del ruolo del magistrato. Ci troviamo di fronte ad una regressione reazionaria che si coniuga poi con un approccio fondamentalista alla giurisdizione, che deriva dal prevalere di quell'etica weberiana della convinzione che è l'opposto dell'etica della responsabilità: l'etica della responsabilità sta all'origine del buon governo, l'etica della convinzione sta all'origine dei fondamentalismi e di tutte le insorgenze eversive.

Ma - e lo diciamo con franchezza - la feudalizzazione della giurisdizione ricorda i tempi della monarchia merovingia, quando il re, il potere centrale, non contava niente. Quelli però venivano definiti i "re fannulloni": qui c'è un Governo che non è un Governo fannullone. Avrete modo di constatarlo e lo state già constatando.

 

CAMBURSANO (Mar-DL-U). Sì, sì.

 

NOVI (FI). È un Governo, miei cari oppositori, che diversamente dai vostri Governi, che avevano fatto dell'Italia il Paese fanalino di coda nei parametri dell'Europa, ha portato l'Italia all'avanguardia. Altri, la socialdemocrazia tedesca ora sta mordendo la polvere di una recessione. Altri.

 

CAMBURSANO (Mar-DL-U). Grazie a voi!

 

NOVI (FI). Grazie a noi.

 

ANGIUS (DS-U). In cinque mesi avete fatto tutto!

 

NOVI (FI). Noi siamo altra cosa rispetto alla procura neofeudale del signor Borrelli; siamo altra cosa rispetto al rito ambrosiano della giurisdizione, un rito che discriminava gli inquisiti, distinguendo tra Cagliari, che si suicidava o veniva suicidato in carcere, per quanto riguardava l'ENI e un tal signor Barnabé, che a molti magistrati e a qualche magistrato della procura di Milano era ben noto soprattutto come elargitore, elargitore anche di lussuosi attici e appartamenti nel centro cittadino.

Noi non ci siamo eretti a monumenti equestri della rivoluzione di Mani pulite, cavalcando cavalli di proprietà di noti faccendieri. Noi non abbiamo mai incassato 100 milioni in contanti da persone inquisite dalla procura di Milano.

Queste cose non le abbiamo fatte; siamo ben altro rispetto a quel sostituto procuratore di Milano - la signora Boccassini - che, privatizzando la sua funzione, inquisì il procuratore di Roma Vittorio Mele, innocente, perché non aveva ubbidito agli ordini del dottor Scalfari, direttore del quotidiano "la Repubblica". La procura di Vittorio Mele aveva osato ammanettare e arrestare simbolicamente, per poche ore, l'editore di "la Repubblica". Il procuratore Mele fu raggiunto da una telefonata intimidatoria del direttore Scalfari, che gli chiedeva conto di questo arresto. A questo punto entra in azione la procura di Milano contro Vittorio Mele, utilizzando un pentito, tale Francesco Cavallari, boss delle cliniche pugliesi, che credeva di farla franca.

Questa era la vostra giustizia e questa è la vostra giustizia: una privatizzazione spinta ad un livello tale per cui cinque magistrati dell'ufficio GIP di Napoli hanno trasmesso quest'estate a tutti i loro colleghi una circolare per invitarli a non accedere alla richiesta di intercettazioni della procura della Repubblica nei confronti del signor Caruso, che annunciava mazzate, rivolte e morti a Genova. Sapete chi è questo signor Caruso, il leader dei no global di Napoli? È un impiegato del comune di Napoli che risiede al secondo piano, sotto l'ufficio del sindaco di Napoli. Questa è la vostra privatizzazione delle istituzioni!

Un altro esempio. Il Consiglio di Stato ha annullato la nomina del procuratore generale della Corte di cassazione perché non erano stati scrutinati tutti i candidati che ne avevano diritto. Il candidato selezionato è stato cacciato. Ma sapete perché era stato prescelto? Perché era un simpatizzante di Rifondazione comunista.

SODANO Tommaso (Misto-RC). Ma sii serio!

 

MALENTACCHI (Misto-RC). Questa è proprio bella! È la più grossa che hai detto!

 

NOVI (FI). Diciamo la verità, il prescelto era stato bocciato per ben due volte: al concorso per aggiunto e al concorso per la Corte di cassazione. Era stato quindi gratificato con questa promozione, perché evidentemente pensavate che la Cassazione fosse cosa vostra.

In ultimo, signor Presidente, a proposito di privatizzazione, vorrei parlare della giustizia europea. Sapete come funziona la giustizia europea? Il magistrato Perduca va alla direzione dell'OLAF, la superpolizia europea, raccomandato dal ministro Fassino, che opera una selezione ad hoc, di cui nessuno sarebbe dovuto venire a conoscenza.

Al comitato di vigilanza dell'OLAF, della superpolizia, c'è un tale Bruti Liberati di Magistratura democratica. Poi, naturalmente, c'era l'immancabile Caselli che doveva fare il coordinatore delle procure europee. Questa è la vostra giustizia. Una giustizia di trafficoni, una giustizia di persone che truccano… (Il microfono si disattiva automaticamente). (Applausi dai Gruppi FI, CCD-CDU:BF, AN e LNP. Congratulazioni).

 

MALENTACCHI (Misto-RC). Presidente, lo faccia parlare! Era proprio sul più bello!

 

PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione.

Ha facoltà di parlare il ministro della giustizia.

CASTELLI, ministro della giustizia. Signor Presidente, colleghi, anche se il dibattito non è compiutamente terminato, considerato che mancano le dichiarazioni di voto, credo che si possa già trarre un bilancio, sia pure parziale. A me francamente sembra positivo, perché finalmente siamo riusciti a trasferire la polemica, anche forte, anche asperrima, che era al di fuori, nel luogo istituzionalmente precostituito, ossia l'Aula.

Di questo sono molto soddisfatto e ringrazio tutti i colleghi, a cominciare dal presidente Mancino, che mi pare abbia svolto un intervento veramente di alto profilo.

Presidente Mancino, lei mi ha accusato di essere salito sul ring, di aver voluto menare cazzotti, però voglio ricordarle in quale atmosfera ho dovuto svolgere il mio intervento ieri (Applausi dai Gruppi FI, CCD-CDU:BF, AN e LNP). Era un'atmosfera che non esito a definire di aggressione e sono molto lieto che oggi invece il dibattito, anche se nella sostanza in alcuni casi è stato forte, nei toni si sia svolto come doveva svolgersi. Di questo sono veramente lieto.

Io credo che alcune precisazioni vadano fatte. Sto vedendo in questo momento molte agenzie, riguardanti affermazioni anche di esponenti del Consiglio superiore della magistratura (qualcuno è intervenuto in questo senso) secondo cui il Governo avrebbe dichiarato che vuole asservire i pubblici ministeri.

Per i distratti, per coloro i quali magari nella confusione dell'Aula non hanno sentito bene, voglio ripetere quanto ho affermato ieri. Al termine del mio intervento riguardante una carrellata sui pubblici ministeri nell'ambito dei Paesi europei, ho dichiarato: "Vogliamo cominciare a discutere di questi temi anche in Italia?", e poi ho aggiunto: "Da parte mia, resto convinto che la magistratura dev'essere indipendente dal potere politico". (Applausi dai Gruppi FI, CCD-CDU:BF, AN e LNP).

Per chi non lo avesse capito, lo dico un'altra volta: da parte mia resto convinto che la magistratura deve essere indipendente dal potere politico. Poi aggiungevo (fatto, credo, altrettanto importante): "Ma sono anche convinto che quest'ultimo dev'essere al riparo dagli attacchi strumentali che la magistratura politicizzata gli voglia eventualmente portare". Questo è il dato, quindi nessuno vuole assolutamente sottoporre i pubblici ministeri al potere politico.

Credo di dover apprezzare e ringraziare i colleghi senatori per aver stilato una mozione che credo resterà importante in questa legislatura, perché indica il cammino che il Governo deve compiere. Per la verità, il Governo aveva già indicato un cammino, molto simile a quello previsto nella mozione, nei documenti che abbiamo illustrato nelle Commissioni competenti di Camera e Senato, ma capite che questo documento - se approvato, come auspico - sarà un viatico potente, sarà un sostegno di grande efficacia per l'azione del Governo.

Anche qui, però, credo che si debba sfatare una leggenda: è stato detto che il Governo è in ritardo sui programmi, che non ha fatto alcune cose, che le riforme non arrivano. Allora, bisogna ricordare cosa abbiamo detto in Commissione, per i distratti o per coloro i quali magari non vogliono leggere gli atti parlamentari.

Nel documento che ho presentato a Camera e Senato, tra gli obiettivi dei primi cento giorni indicavo la riforma del diritto societario. Essa non soltanto è stata varata nei tempi previsti, ma addirittura in anticipo sulla tabella di marcia, perché alcuni decreti delegati stanno per vedere la luce. Di ciò ringrazio ancora una volta i parlamentari, soprattutto quelli della maggioranza, che con il loro grandissimo lavoro hanno consentito che il Governo rispettasse l'impegno.

Ho poi dichiarato che nei primi cinque mesi avrei presentato il disegno di legge per l'elezione del Consiglio superiore della magistratura; esso è già incardinato nella competente Commissione del Senato e auspico che nel più breve tempo possibile ne inizi la discussione.

Ho dichiarato altresì che avrei presentato un decreto-legge sull'abolizione dei reati di opinione, ed esso è all'esame del cosiddetto pre-Consiglio dei ministri; ho infine affermato che avrei presentato un disegno di legge per l'abbreviazione dei tempi della giustizia civile e per la riforma dell'ordinamento giudiziario prima della fine dell'anno. Ciò accadrà puntualmente e questo, si badi bene, nonostante la gravissima crisi dell'11 settembre, che ha costretto il Governo ad un lavoro supplementare molto gravoso per poter fronteggiare l'attacco del terrorismo.

Concludo, perché credo che ormai sia già stato detto molto. Questo Ministro e questo Governo non hanno mai cessato di collaborare con la magistratura, né con il Consiglio superiore della magistratura, né con l'Associazione nazionale magistrati. È stato fatto un lavoro continuo.

Anche ieri, mi sono allontanato dall'Aula perché avevo una riunione con l'ANM e con rappresentanti della magistratura amministrativa e contabile. Come frutto di questo lavoro, sono autorizzato a dichiarare all'Aula che il Governo, nella fattispecie il Ministro della giustizia, assume l'impegno di affrontare la questione della sperequazione retributiva della magistratura ordinaria riferendosi alla produttività e all'efficienza della stessa. (Applausi dai Gruppi FI, AN, CCD-CDU:BF e LNP). Quindi, colleghiamo l'adeguamento retributivo della magistratura a criteri di efficienza e di modernità, come ieri ho dichiarato.

Dichiaro altresì che, proprio su questa linea, la prossima settimana presenteremo all'opinione pubblica una commissione paritetica tra Ministero della giustizia e Consiglio superiore della magistratura che si incaricherà specificamente di individuare gli strumenti per misurare l'efficienza e l'efficacia della magistratura.

Qual è la novità? E' piccola ma credo significativa, perché dà l'idea dell'impronta che questo Governo vuole dare all'azione politica in materia di giustizia. Fino ad ora accadeva che questa Commissione, la quale già esisteva, era composta da tre magistrati nominati dal Consiglio superiore della magistratura e da tre magistrati nominati dal Ministero; sei magistrati, dunque, si riunivano per discutere sull'efficacia e l'efficienza della magistratura.

Questa volta si riuniranno i tre magistrati nominati dal Consiglio superiore della magistratura, un magistrato e un avvocato nominati dal Ministro, nonché un rappresentante di una società privata di consulenza specializzata nella misurazione dell'efficacia e dell'efficienza dei manager pubblici e privati. È una piccola cosa, ma credo che sia molto significativa per far comprendere la direzione sulla quale vogliamo incamminarci.

Non ho altro da dire. Credo comunque che da oggi si possa finalmente con soddisfazione verificare che in quest'Aula si sono dibattuti per due giorni, con toni alcune volte aspri e violenti, ma sempre utili, dei temi fondamentali: il rapporto tra politica e magistratura, la questione dell'indipendenza della magistratura, la questione se esista o meno una magistratura politicizzata, la questione importantissima del nostro ruolo in Europa. Ringrazio tutti per questo dibattito che si è svolto. (Applausi dai Gruppi, FI, AN, CCD-CDU:BF e LNP. Congratulazioni).