RESOCONTO STENOGRAFICO
Presidenza del vice presidente CALDEROLI
PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 15,03).
Si dia lettura del processo verbale.
DATO, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta del giorno precedente.
PRESIDENTE. Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato.
Congedi e missioni
PRESIDENTE. Sono in congedo i senatori: Agnelli, Agogliati, Antonione, Baldini, Bobbio Norberto, Bosi, Cursi, D'Alì, Dell'Utri, De Martino, Liguori, Mantica, Marino, Piccioni, Saporito, Sestini, Siliquini, Vegas e Ventucci.
Sono assenti per incarico avuto dal Senato i senatori: Budin, Contestabile, Crema, Danieli Franco, De Zulueta, Gaburro, Giovanelli, Gubert, Iannuzzi, Manzella, Mulas, Nessa, Pellicini, Provera, Rigoni, Rizzi e Tirelli, per attività dell'Assemblea parlamentare dell'Unione dell'Europa occidentale; Brignone, Dini, Forcieri, Gubetti e Nieddu, per attività dell'Assemblea parlamentare della NATO; Tarolli, per partecipare alla riunione sulla cooperazione fra l'ONU e le organizzazioni internazionali; Asciutti, per partecipare alla riunione del Consiglio generale degli italiani all'estero; Castagnetti, per attività dell'Assemblea parlamentare dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa; Palombo, per l'inaugurazione di una stele ai caduti dell'Arma all'interno del sacrario dei caduti d'oltremare di Bari.
Governo, annunzio di accettazione
di dimissioni di Sottosegretario di Stato
PRESIDENTE. Il Presidente del Consiglio dei ministri ha inviato la seguente lettera:
"Roma, 5 dicembre 2001
Onorevole Presidente,
ho l'onore di informarLa che il Presidente della Repubblica, con proprio decreto in data odierna, adottato su mia proposta, ha accettato le dimissioni rassegnate dall'on. prof. Carlo TAORMINA, deputato al Parlamento, dalla carica di Sottosegretario di Stato all'Interno.
F.to Silvio Berlusconi"
Ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Preannunzio di votazioni mediante procedimento elettronico
PRESIDENTE. Avverto che nel corso della seduta odierna potranno essere effettuate votazioni qualificate mediante il procedimento elettronico.
Pertanto decorre da questo momento il termine di venti minuti dal preavviso previsto dall'articolo 119, comma 1, del Regolamento (ore 15,07).
Discussione di mozioni sulla questione giustizia
Approvazione della mozione 1-00045. Reiezione della mozione 1-00046 e dell'ordine del giorno G1
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione delle mozioni 1-00045 e 1-00046 sulla questione giustizia.
Conformemente alle decisioni assunte dalla Conferenza dei Capigruppo, a ciascun Gruppo sono attribuiti 35 minuti, comprensivi degli interventi di illustrazione, discussione generale e dichiarazione di voto.
TOIA (Mar-DL-U). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
TOIA (Mar-DL-U). Signor Presidente, noi oggi ci accingiamo a svolgere una importantissima discussione che nasce dalle dichiarazioni ieri rese in questa sede dal Ministro della giustizia, senatore Castelli. Credo che la cosa più ovvia e più rispettosa della continuità di queste due giornate che si legano, anche per la decisione della Conferenza dei Capigruppo, sarebbe auspicare la presenza del Ministro stesso, con i suoi Sottosegretari e dunque con tutta la sua squadra, vista la rilevanza del dibattito.
Ritengo però di dover far notare all'Assemblea l'improprietà di un dibattito che si svolge su quelle comunicazioni, che per la prima volta aprono un intervento auspicato su tutte le questioni della giustizia, in assenza del Ministro che dovrebbe interloquire con noi. Ieri lo abbiamo ascoltato; oggi lui dovrebbe ascoltare il Senato e insieme trarre poi delle conclusioni sulla politica della giustizia nel nostro Paese.
Chiedo a lei, signor Presidente, cosa pensa di tale situazione e se ritiene che si possa svolgere questo dibattito in assenza dell'interlocutore primario nel Governo.
PRESIDENTE. Senatrice Toia, formalmente la discussione si può tenere. La Presidenza ha sollecitato la presenza del Ministro.
Ora passiamo all'esame delle mozioni delle quali ritengo possa svolgersi l'illustrazione, considerato che abbiamo formalmente la presenza di due autorevolissimi Sottosegretari che rappresentano in questo momento il Governo.
La mozione 1-00045, presentata dal senatore Schifani e da altri senatori, si intende illustrata.
Ha facoltà di parlare il senatore Mancino per illustrare la mozione 1-00046.
*MANCINO (Mar-DL-U). Signor Presidente, onorevoli Sottosegretari, onorevoli colleghi, durante la discussione della legge finanziaria io ebbi l'onore di prendere la parola e di chiedere al Ministro (uno dei pochissimi Ministri presenti non in quella seduta, ma nel corso dell'intera discussione della legge finanziaria) che sulla questione giustizia si aprisse un dibattito, perché le prese di posizione che erano state assunte e le polemiche che si erano aperte prevalentemente sulle dichiarazioni di esponenti del Governo meritavano una riflessione da parte del Parlamento.
Meritava soprattutto un dibattito sulla giustizia, questione aperta nel nostro Paese e inevitabilmente sul piano della rappresentanza più diretta dell'opinione del Paese, cioè su quello parlamentare.
Non ho alcuna difficoltà ad affermare che nella giornata di ieri, che reputo infausta sul piano parlamentare come su quello politico, vi sia stato un intervento che continuo a ritenere surrettizio. Dovevamo svolgere la discussione di una mozione sulla condizione del sottosegretario Taormina; con una comunicazione del Governo, è stato invece aperto un dibattito sulla questione giustizia. La cosa è avvenuta e ormai gli atti parlamentari hanno consacrato un'anomalia. Io ne ho preso atto già nella seduta di ieri.
Il Governo può intervenire sempre. Mi si consenta, però, di ricordare a quest'Aula che sul piano della prassi parlamentare e su quello della correttezza dei rapporti - io sono uno dei più anziani parlamentari: eletto nel 1976, ho fatto ininterrottamente parte di questo ramo del Parlamento, salvo il periodo in cui ho assunto l'incarico di Ministro dell'interno - ogniqualvolta si è inserita una comunicazione del Governo - quella di ieri faceva riferimento solo indirettamente al caso Taormina - non iscritta formalmente all'ordine del giorno, essa è stata sempre preceduta da una notificazione ai Gruppi parlamentari, affinché potessero essere pronti e preparati.
Io sento tutto il peso della mia anzianità di carica, onorevole Presidente, e avverto anche quello delle responsabilità che ho assunto in quest'Aula per dieci anni come Capogruppo parlamentare, come uomo di Governo e Presidente di uno dei due rami del Parlamento. Questo peso me lo porto addosso, convinto che sia lontano da me qualunque proposito di utilizzare strumentalmente la polemica in modo fine a se stesso.
Perciò, chiedo alla cortesia dei colleghi di valutare le questioni secondo le vere intenzioni che io sottopongo alla vostra riflessione, piuttosto che di guardare "in cagnesco" chi sta da un'altra parte, perché anche quelli dell'altra parte assolvono una funzione responsabile di fronte al Paese, ed io credo di volerla e di poterla assolvere.
Mi riferirò ad alcuni punti della mozione, che mi sembrano essenziali ai fini dell'individuazione - e sottolineo individuazione - di un tracciato che può consentire al Governo e al Parlamento di affrontare la questione giustizia per come essa effettivamente si presenta.
A me non è mai accaduto di vedere l'unico Ministro costituzionalmente rilevante, cioè il Guardasigilli, presentarsi in Aula con grinta. Non eravamo su un ring, potevamo anche utilizzare la questione Taormina per svolgere una discussione più pacata e meno provocatoria di quanto invece essa non si sia dimostrata.
La giustizia, oggi, si presenta sotto più facce: non possiamo collocarla in via domestica, all'interno del nostro Paese. La giustizia forma oggetto di confronto sul piano europeo da almeno quindici anni, così come la sicurezza. Ministri della giustizia e Ministri dell'interno si confrontano in molteplici riunioni, perché c'è uno spazio giuridico europeo che occorre colmare.
Ministro Castelli, vorrei rifarmi a due Trattati, che sono stati ratificati dal nostro Paese; da passati Governi, certo, ma c'è una continuità tra i Governi, indipendentemente dal colore politico che ciascuno di essi ha il diritto di assumere. Mi riferisco al Trattato di Maastricht e, successivamente, a quello di Amsterdam.
Lo spazio giuridico europeo ha bisogno di trovare una rilevanza istituzionale, e le sue dichiarazioni mi preoccupano (glielo dico con estrema franchezza), perché non è più congruo, oggi, uno spazio unico, economico e di mercato. Non ci possiamo appagare, come cittadini dell'Unione europea, della moneta unica, della politica monetaristica: abbiamo bisogno di andare avanti; abbiamo bisogno, cioè, di far avanzare punti essenziali di Trattati internazionali che sono stati sottoscritti fino a diventare vincolanti anche per il nostro Paese; non vedo la ragione per la quale nel nostro Paese si debba discutere diversamente.
Dice lei, senatore Castelli, che, per quanto si possa essere d'accordo sul mandato d'arresto europeo relativamente ai reati di terrorismo, c'è da esprimere perplessità per quanto riguarda altri reati: la corruzione, il riciclaggio, la frode. E perché mai? Lei subordina ad una futura - diciamo, allo stato, futuribile - Costituzione europea la possibilità di accedere ad un mandato di arresto europeo più ampio. Noi non possiamo condividere questa posizione, onorevole Ministro.
Il tema della sicurezza presenta interconnessioni tali da saldare fra di loro le dimensioni del secondo pilastro (sicurezza esterna) e del terzo pilastro (sicurezza interna). Siamo in una fase di costruzione europea e, quindi, c'è una stretta connessione fra la costruzione europea e quello che si discute a livello di Parlamento europeo, di Consiglio e di Commissione.
Se ne discute - e lei ha avuto occasione di discuterne - e se ne discuterà ulteriormente. Non ci si lamenti, allora, del giudizio espresso dal Parlamento europeo che solo la grettezza della nostra politica ritiene di collocare in limitati ambiti dello schieramento politico. Nel Parlamento europeo, come nel Parlamento nazionale, ci sono rappresentanti del popolo, del popolo dell'Unione, eletti a suffragio universale e diretto, per rappresentare, anche per conto dei Paesi di origine, ma non solo per loro conto, gli interessi propri dell'Unione.
Non mi è piaciuto e non mi potrà piacere questo schematismo che l'Europa politica - lo rilevo dalle sue parole - e la Costituzione europea sono voluti prevalentemente dalla sinistra. Questo è un errore storico: non possiamo vivere alla giornata. Il fatto che nell'Unione europea ci sia una maggioranza di sinistra non autorizza nessuno a ritenere che la costruzione politica dell'Europa sia voluta soltanto ed esclusivamente da quella parte politica.
E poi dove mette lei il sogno di statisti come Schuman, De Gasperi, Adenauer, Spinelli, Kohl o Delors? Dove mette un impegno di vita di uomini che hanno fatto la storia dell'Europa, pur nell'incertezza che ancora vive l'Europa? (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U, DS-U, Verdi-U, Aut e Misto-Com).
Tutta l'azione anche dei Governi della passata legislatura è stata rivolta a realizzare questi obiettivi. Non a caso Prodi è Presidente della Commissione europea e Ciampi, il principale protagonista del nostro ingresso nella moneta unica europea, è Presidente della Repubblica. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U, DS-U, Verdi-U, Aut e Misto-Com). Dunque, altro che superstato europeo - leggo testualmente - di pochi tecnocrati senza volto! I tecnocrati servono. Lei ieri ha annunciato in Parlamento di aver finalmente dato spazio ai tecnocrati del Ministero della giustizia, completando l'organico; credo che lei ne abbia bisogno, come del resto ne ha bisogno qualunque Ministro, per quanto giurista; questa collaborazione è necessaria.
Ma l'Europa è fatta di politici, di rappresentanti del popolo, dovrà essere una rappresentanza del popolo a governarla, che sia un'Europa federale o confederale. Dobbiamo costruirla, e per farlo non basta ritenere che la tecnocrazia possa prevalere sulla politica. Ciò non è accettabile.
Lei ha salutato con grande rispetto, e ha fatto bene, il Presidente del Consiglio superiore della magistratura. Ma il Presidente del Consiglio superiore della magistratura oggi è all'estero, parla d'Europa, parla della necessità di costruire l'Europa, parla degli impegni dell'Unione europea, parla di tutto ciò che serve anche per attenuare gli effetti di una crisi spaventosa che si è aperta sul piano internazionale.
La nostra politica ha rivolto spesso grande attenzione, pur nel rispetto dell'integrità dello Stato di Israele, nei confronti della Palestina e della sua giusta rivendicazione ad avere un proprio territorio, un proprio Stato. Sono stati impegni di lunga data. Il Paese non è nato ieri, né - me lo consenta chi sottolinea sempre questa data fatidica - il 13 maggio; è nato molti anni prima, molti lustri prima, molti decenni prima, signor Presidente.
Vengo ad un punto essenziale, perché tratterò solo alcuni punti focali.
Onorevole Ministro, non posso condividere, non possiamo condividere questa posizione critica che lei ha espresso in ordine all'articolo 68 della Costituzione. C'è stata una lunga battaglia perché l'articolo 68 della Costituzione venisse rivisto e collocasse al primo comma la sola salvaguardia della libera espressione del pensiero, soprattutto nell'esercizio della funzione parlamentare. (La spia luminosa segnala l'approssimarsi dello spegnimento automatico del microfono).
Signor Presidente, ho avuto qualche "regalo" - di cui ringrazio - dal Gruppo dei Verdi.
PRESIDENTE. Sicuramente la farò proseguire, però, nonostante i regali, dopo i venti minuti regolamentari sarò costretto a detrarre dal tempo a disposizione per le successive dichiarazioni.
MANCINO (Mar-DL-U). Il Gruppo dei Verdi si potrà anche "impoverire", e mi ha assicurato di non dolersene, e io lo ringrazio anche per questa sopravvenuta povertà. (Ilarità).
PRESIDENTE. Speriamo non impoverisca anche i colleghi del suo Gruppo.
MANCINO (Mar-DL-U). Non fummo d'accordo ieri, onorevole Ministro, sulla prevalenza di un valore, la giustizia, rispetto ad un altro valore, l'attività parlamentare, tant'è che venne sollevata questione dinanzi alla Corte costituzionale nella passata legislatura: prima la Camera e poi il Senato intervennero in giudizio; alla Camera c'era come presidente l'onorevole Violante e al Senato il senatore Mancino. Non avemmo alcuna difficoltà a contestare questa presa di posizione del GIP milanese, perché ritenemmo che ci fosse bisogno di un contemperamento tra funzioni, di un'armonizzazione di valori eguali protetti dalla Carta costituzionale.
Torno all'articolo 68: così com'è stato modificato, non può essere rivisto; il problema non si pone, come lei invece sostiene; non si pone affatto. Oltretutto, devo personalmente confessare che questa larghezza di vedute nei confronti dei reati d'opinione anche all'esterno del Parlamento e anche al di fuori dell'esercizio della funzione parlamentare è questione che va risolta, che pongo all'attenzione dell'apposita Giunta; un giorno ne dobbiamo anche parlare sul piano parlamentare. Resta, quindi, con criterio ristrettivo, l'insindacabilità delle opinioni espresse.
Io sono stato per moltissimi anni democratico cristiano e, quindi, posso parlare con maggiore autorità di altri per quanto riguarda la difesa del passato. Vorrei parlare del giustizialismo, che ho sempre condannato. Il giustizialismo non può coprire il vuoto della politica e chi si rivolge a dei magistrati per risolvere problemi di carattere politico consuma un errore di prospettiva a danno della qualità della democrazia. (Applausi dai Gruppi, FI, CCD-CDU:BF e AN). Perciò, possono esserci, non lo escludo, errori di giudici, onorevole Ministro, non errori della magistratura!
CIRAMI (CCD-CDU:BF). Strategie, tutte strategie!
MANCINO (Mar-DL-U). Chi sbaglia deve certamente pagare! (Applausi dai Gruppi, FI, CCD-CDU:BF e AN). Vi prego, colleghi, fatemi completare, per favore. Non fummo adeguati - devo pur dirlo - quando, dopo aver voluto - non io - e realizzato un referendum sulla responsabilità dei giudici, decidemmo in via legislativa in maniera incoerente. (Applausi dai Gruppi FI, CCD-CDU:BF, AN). Ma erano sempre gli stessi poteri con i quali dovete fare i conti anche voi che applaudite, perché quei poteri impedirono che portassimo fino alle estreme conseguenze la disciplina del principio della responsabilità… (Commenti dai banchi della maggioranza).
TOFANI (AN). Ma quali poteri!
PRESIDENTE. Colleghi, non intendo accettare alcuna interruzione di coloro che intervengono, pertanto chi ha la parola la mantiene. Prego, senatore Mancino.
MANCINO (Mar-DL-U). Io, democratico cristiano, affermo che la corruzione e la concussione sono stati reati che hanno caratterizzato un certo periodo della storia della nostra democrazia e non posso non dare atto ai giudici coraggiosi di aver colpito l'uno e l'altro reato. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U, DS-U, FI, CCD-CDU:BF e AN).
D'AMBROSIO (FI). Sempre a senso unico, però!
MANCINO (Mar-DL-U). Tuttavia, devo anche aggiungere che ci sono stati indagini e giudizi che poi si sono conclusi con assoluzioni. Desidero fare soltanto un esempio: in quest'Aula siede il senatore a vita Andreotti. (Applausi dai Gruppi DS-U, Mar-DL-U, FI, CCD-CDU:BF e AN) Ebbene, né in Italia, né all'estero il collega Andreotti ha mai espresso, come pure da altri sono stati espressi, giudizi così forti e negativi nei confronti dei magistrati inquirenti. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U e DS-U).
LONGHI (DS-U). Battete le mani ora!
MANCINO (Mar-DL-U). C'è sempre uno stile di governo, onorevole Presidente (Commenti dai banchi della maggioranza): i tre gradi di giudizio possono far rivedere anche gli errori.
D'AMBROSIO (FI). Faccia l'elenco di tutte le persone che sono state assolte.
MANCINO (Mar-DL-U). Tratto ora gli ultimi due argomenti; il primo concerne la posizione dei pubblici ministeri. Onorevole Ministro, non si faccia affascinare dall'esperienza di altri ordinamenti. Capita spesso anche a noi di prendere una volta un pezzo dagli americani, un'altra volta dai tedeschi, un'altra volta dagli inglesi o dai francesi, che sono più vicini a noi e meno imitati. Tuttavia, non ci venga a dire che occorre collocare il pubblico ministero alle dipendenze di terzi.
Il pubblico ministero non può essere alle dipendenze di chicchessia! Non nego che qualcuno sul piano dottrinale sostiene che debba essere alle dipendenze dell'Esecutivo, qualcun altro che dovrebbe essere alle dipendenze del Legislativo: personalmente sono convinto che il PM non può essere alle dipendenze né dell'uno, né dell'altro. Si può discutere di funzioni distinte, e come non ricordare in proposito il disegno di legge dell'ex ministro Flick, provvedimento che finì anch'esso nel grande calderone di una Bicamerale che sortì degli effetti, ma fu distrutta in Parlamento?
Si può anche discutere di carriere separate e si può non essere d'accordo. Sono questioni importanti, mai si può sostenere che il pubblico ministero debba dipendere dall'Esecutivo.
Lei, onorevole Ministro, ha ragione quando afferma che esistono anche giudici che vogliono fare politica. A questo proposito invito tutti i colleghi a svolgere una riflessione: tutti sono liberi di essere eletti in Parlamento; ma chi viene in Parlamento deve anche sapere che, al termine della sua attività parlamentare, deve trovare un altro mestiere e che non può tornare a fare il magistrato. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U, DS-U, Verdi-U Aut, Misto-Com e Misto-SDI).
Ministro Castelli, lei deve avere, sono certo, buona memoria: sono stato presidente di Gruppo parlamentare e quando si dette vita a un intrigo di carattere politico durante il primo Governo Berlusconi non firmai la mozione di sfiducia, perché ritenevo che i ribaltoni avessero bisogno di una saldatura con la Carta costituzionale. Chi cambia opinione deve dar conto di tale cambiamento direttamente al corpo elettorale. Non sottoscrissi, dunque, quella mozione. Ma, ministro Castelli, non dica che fu modificato dai giudici il verdetto popolare, perché quest'ultimo mutò per opera degli amici della Lega che passarono nelle fila del centro-sinistra! (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U e DS-U).
Signor Ministro, mi consenta di esprimere in questa sede un richiamo alle responsabilità. Può darsi che mi sbagli (in tal caso mi scuso), ma io vedo un Parlamento intristito nel ribaltamento dei ruoli: prima la centralità del Parlamento, oggi la centralità del Governo. Il tempo parlamentare viene utilizzato, oggi, con grande parsimonia; vi è quasi una fretta ossessiva: bisogna fare presto.
Il Capogruppo di Forza Italia dice che bisogna risolvere i problemi. Gli auguro che ciò possa avvenire, anche secondo i suoi intendimenti che, tra l'altro, ritengo onesti. Ma non ci ricordi tutte le volte che noi abbiamo perduto e loro hanno vinto, perché questo non ha più nessuna importanza. Adesso il terreno del confronto è sul piano parlamentare: è qui Rodi, è qui che dobbiamo saltare, non all'esterno delle Aule parlamentari!
C'è bisogno di un confronto e di un dibattito sui temi della giustizia; ma, allora, onorevole Ministro, facciamolo seriamente! Non reputa - è la domanda - che i trentacinque minuti concessi al Gruppo della Margherita siano esaustivi rispetto a ciò che dobbiamo fare? Linee di indirizzo, criteri di orientamento, vincoli sul piano generale: è così che si affrontano i temi delle riforme.
Allora, meglio il confronto che il pasticcio; non so perché si debba avere paura del confronto, giacché - quando le cose sono risolte alla luce del sole - anche l'accordo tra maggioranza e opposizione può essere utile al Paese; non vedo perché deve essere necessariamente dannoso! È il confronto la condizione della buona politica, non l'alzata delle mani; la voce non ruba mai spazio al dibattito. Non bisogna soltanto alzare le mani e contarsi. È questo quello a cui, invece, assisto: una condizione di sofferenza del Parlamento, non solo del Senato.
Se vi è stato il ribaltamento sul piano delle diverse centralità; se il Governo, purtroppo, nella Costituzione materiale viene prima del Parlamento, ammettiamo allora che il Parlamento ha bisogno di nuove regole, di diversi contropoteri.
Non si può far vivere la democrazia in una condizione di privilegio del Governo rispetto al Parlamento. Signor Presidente - e chiudo - cerchiamo sempre occasioni di dibattito. Mi rivolgo a tutti i colleghi, ai colleghi del centro-destra ma anche ai colleghi del centro-sinistra: troviamo occasioni di dibattito, troviamo la sede per un confronto serio sulle questioni. Il Paese si aspetta dalla maggioranza e dall'opposizione una via più chiara, meno tortuosa, meno ispida, meno rozza, meno ruvida.
Senatore Castelli, come l'ho elogiata in occasione della finanziaria, questa volta le devo dire che la mozione che non condivide la sua impostazione è giusta, perché lei è venuto con la grinta di chi al primoround dovesse dare un duro cazzotto al Parlamento. (Vivi applausi dai Gruppi Mar-DL-U, DS-U, Verdi-U, Aut, Misto-Com e Misto-SDI. Molte congratulazioni).
PRESIDENTE. Senatore Mancino, per la precisione, l'unico Gruppo che non ha titolo per lamentarsi è il Gruppo della Margherita che, grazie alle cessioni altrui, ha raggiunto cinquantacinque minuti. Per un'ulteriore puntualizzazione, senza voler entrare in una materia politica, alla Presidenza fa capo ogni forma di riferimento procedurale. Esiste una prassi, esiste una Costituzione e io credo, ancora oggi, che la Costituzione debba prevalere sulla prassi.
Dichiaro aperta la discussione.
È iscritto a parlare il senatore Marini. Ne ha facoltà.
MARINI (Misto-SDI). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor Ministro, si è prodotto da qualche mese uno scontro durissimo, frontale, ingiustificato tra Governo e ordine giudiziario.
Eccessive sono state le dichiarazioni del Presidente del Consiglio, che in più occasioni, in confronti nazionali, ha denunciato gli atteggiamenti della magistratura, che a suo giudizio hanno determinato la fine di un equilibrio politico con decisioni che sono state motivate da atteggiamenti politici. Incaute sono state le dichiarazioni rese dal Presidente del Consiglio all'estero, quando ha inteso esprimere un giudizio negativo su parti dell'ordine giudiziario italiano.
Mi pare che siamo stati tutti d'accordo, poi, costringendo il sottosegretario Taormina a rassegnare le dimissioni, nel ritenere che le dichiarazioni di un membro del Governo erano quantomeno inopportune. Da ultimo, mi pare che lo stesso intervento del Ministro della giustizia in quest'Aula ieri sia stato eccessivo rispetto a quello che doveva essere un atteggiamento di prefigurazione dei rapporti con la magistratura da parte del Governo.
Diciamo che vi sono azioni del Governo che suscitano perplessità, per lo meno in noi dell'opposizione. Hanno suscitato perplessità le parole del Ministro quando, parlando della divisione delle carriere dei magistrati, ha fatto riferimento - e certo non per una pura casualità - al sistema e quindi all'ordinamento francese. Ci sembrano eccessive le denunce di scantonamento di alcuni magistrati, come anche mi pare che la mancata affermazione del principio sacrosanto, ribadito dal Presidente della Repubblica, della divisione dei poteri abbia un qualche significato.
Abbiamo l'impressione che il Governo si muova nella logica di un attacco indiscriminato alla magistratura; probabilmente si immagina la possibilità di una magistratura sottomessa al sistema politico.
Negli interventi del Ministro vi è traccia della discussione apertasi sull'esclusione di reati importanti, come quello di pedofilia, dal mandato di arresto europeo. Senza un rapporto di sinergie con gli altri Paesi europei la lotta contro la pedofilia può risultare difficile o vana. Far credere che sia possibile limitare il mandato di arresto europeo solo ai reati di terrorismo ci sembra un modo non proprio corretto di intendere il funzionamento della divisione dei poteri nel nostro Paese.
Ribadisco una mia opinione: esiste senza dubbio in Italia un "problema magistratura", ma esso non si risolve soltanto aumentando gli organici dei magistrati o del personale che con essi collabora, né tanto meno esclusivamente con una modernizzazione del sistema giustizia, che è importante ma non sufficiente per risolvere i nodi più volte enunciati in Parlamento.
È necessario un maggiore equilibrio nell'esercizio della giurisdizione, concetto che siamo soliti compendiare nell'espressione "giustizia giusta". Occorre un rispetto da parte di tutti, sia dell'ordine giudiziario sia dei politici, del principio della divisione dei poteri. Ci è parso - lo abbiamo ribadito più volte in quest'Aula - che vi sia stata una sovraesposizione di alcuni magistrati nel tentativo di ricercare il consenso dell'opinione pubblica, dimenticando in tal modo un elemento fondamentale della nostra democrazia: l'autonomia del magistrato, conseguente al principio della divisione dei poteri.
La Costituzione sancisce due princìpi basilari nell'esercizio della giurisdizione: l'autonomia dei magistrati e l'obbligatorietà dell'azione penale. Bisognerebbe interrogarsi per capire se questi due princìpi siano stati rispettati e intesi nella maniera giusta; se cioè il principio del rispetto dell'autonomia della magistratura sia stato doverosamente recepito dagli altri poteri dello Stato e se l'obbligatorietà dell'azione penale sia stata esercitata con correttezza, ovvero si sia più volte trasformata in una scelta, ossia in una forma di interpretazione autonoma dei singoli magistrati.
Abbiamo il dovere di ribadire il sacrosanto principio costituzionale della divisione dei poteri. Non possiamo tacere alcuni problemi emersi dopo l'applicazione della cosiddetta riforma Vassalli, a cominciare dal modo in cui si esercita la terzietà del GUP. Pensiamo che l'organizzazione emersa dalla riforma non esalti la terzietà del GUP e che tale figura sia diventata spesso solo un momento di passaggio nella procedura che conduce alla sentenza.
Mi pare che la centralità delle garanzie dei cittadini molte volte sia stata sottovalutata. Vi è una contraddizione permanente tra l'efficienza e la rapidità nell'esercizio della giurisdizione e le garanzie dei cittadini. Da un lato abbiamo introdotto il sacrosanto principio del giusto processo a garanzia del cittadino; dall'altro lato, la necessità di rendere più spedita l'attività giudiziaria attraverso il giudice monocratico ha contraddetto quel principio perché la collegialità è sistema di maggiore garanzia per i cittadini. Ciò dimostra quanto sia difficile trovare un giusto equilibrio all'interno dei rapporti dello Stato.
Signor Presidente, vorrei esprimere l'opinione del mio Gruppo rispetto alla questione ormai antica della divisione delle carriere. È senza dubbio necessario pervenire ad una divisione di funzioni e di carriere, ma ad una sola condizione: che l'attività della magistratura inquirente conservi le prerogative stabilite dalla Costituzione per la giurisdizione.
I magistrati possono avere carriere diverse ma devono rimanere all'interno dell'ordine giudiziario, devono cioè essere sempre magistrati; non deve essere applicato il principio francese per cui i magistrati inquirenti sono sottoposti al potere del Governo. Ciò che è contenuto nella mozione della maggioranza, e quindi dell'indicazione da parte del Parlamento… (Il microfono si disattiva automaticamente).
PRESIDENTE. Mi dispiace, senatore Marini; purtroppo non è possibile andare oltre i tempi che sono stati concessi.
È iscritto a parlare il senatore Callegaro. Ne ha facoltà.
CALLEGARO (CCD-CDU:BF). Signor Presidente, rappresentanti del Governo, colleghi, come spesso è accaduto e avviene anche oggi, la coscienza di non aver molto contribuito a risolvere i problemi della nostra giustizia porta a seguire una tecnica collaudata, anche se inutile alla fine, cioè quella di distrarre l'opinione pubblica dai problemi veri, i problemi di fondo, per condurla verso aspetti marginali, di superficie, sradicati dalla realtà.
Si tenta di far passare come un attacco alla magistratura il desiderio di porre fine ad una crisi della giustizia che sembra in realtà non avere mai fine. Alla base di tale situazione, oltre che tante altre questioni, vi è un certo travalicamento, che nessuno potrà negare, del confine - che la nostra Costituzione e qualsiasi democrazia esige che non venga sorpassato - fra l'ordine giudiziario e il potere legislativo, e non si può negare che talvolta questo ci sia stato.
Il Vice presidente del Consiglio superiore della magistratura, nel tentativo di stemperare le polemiche, ha ricordato che i giudici emettono le sentenze in nome del popolo italiano e quindi non vanno delegittimati. Siamo assolutamente d'accordo, però bisogna anche aggiungere che non ricevono dal popolo italiano nessuna investitura, né diretta né indiretta, perché essi non sono depositari di alcun potere di rappresentanza. Essi nel nostro sistema debbono limitarsi (come d'altra parte evidenzia il loro nome: iudices) a dire il diritto, che non è cosa facile, e cessare di voler dire la propria opinione su tutto, sulle leggi prima ancora che vengano approvate e - peggio - dopo la loro approvazione; leggi che essi sono chiamati esclusivamente ad applicare.
Nessuno può negare che il Consiglio superiore della magistratura abbia subìto una costante, anche se lenta, involuzione, pretendendo di rappresentare - anche in questo caso una rappresentanza che non ha - tutti i magistrati italiani e di dire la sua ogni volta che si tratta di varare un disegno di legge. Già molti anni fa il grande Salvatore Satta scriveva che in Italia la vera questione non è quella di salvaguardare l'indipendenza dei giudici, ma l'indipendenza dai giudici. Il problema era presente già allora e ancora oggi, dopo trent'anni, non è stato risolto.
Quanto affermato, nell'ultima parte del suo discorso, dal presidente Mancino è suonato come musica alle mie orecchie e anche alle orecchie dei colleghi che siedono da questa parte, tant'è che il nostro applauso non è stato né di maniera né tantomeno ironico. È stato un applauso sentito, perché quanto sostenuto dal senatore Mancino, ossia che il giustizialismo non può occupare il posto della politica, e che chi sbaglia deve pagare, lo abbiamo sempre detto; circa poi quello che è accaduto al senatore Andreotti, noi lo abbiamo sempre sostenuto. Lo stile del senatore Andreotti non è certamente lo stile di Borrelli, non è certamente lo stile di Tonino Di Pietro.
CORTIANA (Verdi-U). Neanche di Previti!
CALLEGARO (CCD-CDU:BF). Assolutamente, che c'entra? Non è assolutamente il caso, si vedrà quando ci sarà una sentenza di condanna o di assoluzione. Questo è giustizialismo: voler pronunziare le condanne sui giornali, alla televisione, nelle tavole rotonde, e non aspettare i giudici. (Applausi dai Gruppi CCD-CDU:BF, FI, AN e LNP). Questa è mancanza di rispetto della magistratura! Questa è delegittimazione della magistratura! (Applausi dai Gruppi FI e AN. Commenti del senatore Cortiana).
PRESIDENTE. Senatore Cortiana, per cortesia; la vediamo poco, perlomeno non disturbi.
CALLEGARO (CCD-CDU:BF). E difatti qualcuno ha auspicato che i vari Borrelli abbandonino la magistratura o vadano in pensione, così almeno non parlano più. No, ce li troveremmo al Senato e alla Camera, dall'altra parte politica. (Applausi dai Gruppi CCD-CDU:BF, FI, AN, e LNP). Di sicuro li troveremo dall'altra parte, però fin d'ora diciamo che li ascolteremo perché in questa sede, non in quella in cui si trovano adesso, sono legittimati a parlare. (Commenti della senatrice Bonfietti).
Signor Presidente, il tempo a disposizione è quello che è e non lo voglio rubare agli altri colleghi, però devo dire che l'opposizione ha cercato e voluto la ribalta a tutti i costi; ma la ribalta provoca poi il giudizio diretto di chi assiste e ascolta. Il centro-sinistra si è presentato agli italiani come quel cacciatore che appare con un bellissimo costume e con grandi piume sul cappello ma con il carniere assolutamente vuoto. Gli italiani lo hanno capito e hanno dimostrato di non avere fiducia in quel cacciatore e ad ogni elezione si allontanano da lui. (Applausi dai Gruppi CCD-CDU:BF, FI, AN, e LNP. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Franco Paolo. Ne ha facoltà.
FRANCO Paolo (LNP). Signor Presidente, colleghi senatori, oggi trattiamo un tema di vitale importanza sul quale volutamente sono state costruite strumentalizzazioni a meri scopi di propaganda politica, avulse dal contesto delle necessità proprie dei cittadini. Bisogna partire da questo presupposto per comprendere la linea conduttrice che ha seguito ieri il Ministro della giustizia, nella sua illustrata argomentazione, che condividiamo pienamente e che oggi prosegue nella risoluzione proposta dalla maggioranza.
Come, secondo il dettato costituzionale, la giustizia è amministrata in nome del popolo, è altrettanto vero e indispensabile che essa sia amministrata per il popolo, senza divenire arzigogolo per dotte ma vacue argomentazioni.
La domanda da porsi subito diviene allora: nel senso comune dei cittadini c'è fiducia in merito all'espletamento delle funzioni giudiziali? Il lavoratore, l'impresa, gli enti, i privati cittadini che vengono lesi nei loro diritti hanno o no la convinzione di poter accedere ad un sistema giudiziario che in tempi ragionevoli possa dar loro soddisfazione?
Sanno che a chi delinque verrà comminata la giusta pena, secondo condizioni di detenzione sobrie e civili, oppure temono la decorrenza dei termini, le scarcerazioni facili o anche, secondo il senso civile che ci contraddistingue, l'abbrutimento in celle sovraffollate?
Infine, sono fiduciosi, nel caso in cui vengano essi stessi coinvolti nelle procedure di merito, che, ad esempio, lo strumento dell'avviso di garanzia svolge effettivamente le finalità per cui è stato istituito e non piuttosto quelle di una messa al bando preventiva?
Ebbene, senza rispondere con onestà d'animo a questi interrogativi, qualsiasi ulteriore considerazione diventa pretestuosa e inutile, magari non per i riflettori delle telecamere ma certo per la società civile, per tutti coloro che ogni mattina si alzano per andare al lavoro, contribuendo al miglioramento del consesso civile con competenza e pazienza, dalle quali spesso dovremmo prendere esempio noi per primi, a maggior ragione considerando che ieri una scolaresca in visita è stata fatta allontanare repentinamente dalle tribune a causa delle violente intemperanze occorse in Aula.
Credo che in tali circostanze l'opposizione di sinistra abbia invece contribuito in direzione opposta. Mi riferisco al censurabile comportamento tenuto al momento dell'intervento del ministro Castelli, più volte interrotto da grida isteriche, gesti aggressivi e offese personali.
Vedere il senatore Mauro Fabris inveire contro il Ministro che, al termine della seduta, lasciava l'Aula; oppure i gesti di minaccia del senatore Angius, ripresi anche dalla Presidenza (il quale senatore Angius poteva invece più tardi, in tutta tranquillità, parlare nel merito del rinvio della seduta); o anche il senatore Zancan che parlava di discorso «sconclusionato» del Ministro dopo che aveva validamente contribuito alla bagarre; vedere tutto questo dà motivo di comprendere il perché di tanta paura.
Paura che il Governo della Casa delle libertà dia il via ad infrastrutture di interesse nazionale, che riformi il diritto societario eliminando i privilegi, che alleggerisca il pubblico dagli immensi balzelli che lo soffocano (immobili compresi), che tenti e trovi le vie per riaccendere la voglia di fare impresa, lavoro e ricchezza, che tuteli la famiglia, che affronti con coraggio e successo la mole previdenziale ed assistenziale, che svincoli la giustizia da partigianerie utili a certo confronto politico.
Paura insomma di restare con un pugno di mosche in mano, di veder dimostrato, se ce ne fosse bisogno, che la transizione tra prima e seconda Repubblica è tuttora in corso: alla mia destra la prima, alla mia sinistra la seconda.
Dico questo con un unico e semplice riferimento al caso Taormina: le dimissioni trasmesse rendono il merito della coscienza democratica che alberga nella maggioranza. Se si sbaglia, anche convintamente, se ne prende atto e si assumono le conseguenze del caso. Non è questione di poltrone ma di comportamenti che rendono qualsiasi persona degna di rispetto, anche quando dà fastidio sentirsi scomodi a causa di una propria intima convinzione. Chissà perché altrettanto non hanno fatto certi «Presidenti» nominati dalla Sinistra, invitati alle dimissioni e tuttora (anche se non saldamente) «a cavallo».
Tornando al tema della giustizia, ribadisco che non si tratta solo di problemi di carattere legislativo, ma anche di intima convinzione in ordine alla funzione democratica dell'istituto. Voglio porre alcune questioni ancora, formulate da chi, rappresentando la Lega Nord, sa bene quale sia stata la pervicace aggressione a cui è stato sottoposto il Movimento, si badi bene, per le proprie peculiari idee politiche.
Siamo stati e siamo inquisiti e perquisiti: avete mai visto o sentito di un componente della Lega trovato con spranghe, armi, improprie o vere, passamontagna, molotov (Applausi dai Gruppi LNP, FI e AN), sampietrini, estintori o quant'altro servisse ad aggredire e minacciare l'altrui incolumità? Eppure, mi chiedo: quanti nel loro intimo sono stati soddisfatti dei risultati dell'ultimo processo concluso per i fatti di via Bellerio a carico di Umberto Bossi e diversi altri componenti dei vertici della Lega?
Quanti, anche senza parlare, non hanno pensato: «Ma che vadano pure tutti dentro, ben gli sta»? Quanti hanno magari silenziosamente esultato al famoso avviso di garanzia emesso a carico del presidente Berlusconi nel 1994? Quanti, con questi comportamenti in mille altri casi, hanno auspicato non tanto che venga fatta luce e giustizia bensì piazza pulita di avversari politici?
Quanti hanno avuto in animo tale sentimento sono responsabili della situazione della giustizia in Italia, Paese più condannato tra gli occidentali dagli organismi internazionali (la Corte per i diritti dell'uomo di Strasburgo) che vigilano sull'equità dei sistemi giudiziari. Oppure anche quelle condanne sono «fantasie» del Ministro?
I dati che ieri ci sono stati riproposti sono terrificanti: assumiamoci la responsabilità di modificarli in meglio. Anche se non attinente, mi viene in mente quanto scritto dai quotidiani di oggi in merito al livello di preparazione dei nostri studenti: quale scuola ci troviamo? Sono dati, questi, inventati dal Governo?
Quanti di voi hanno notato con terrore le affermazioni di noti esponenti della magistratura che, oltre a quanto già detto ieri dal Ministro in diverse interviste, si riferivano al responsabile di questo Dicastero come «l'ingegner Castelli» e non il «ministro Castelli»? Equivoco o piuttosto l'intenzione di rifiutare il riconoscimento dell'autorità voluta dal popolo e dal Presidente della Repubblica alla carica cui era stato chiamato? (Applausi dai Gruppi LNP, FI, AN e CCD-CDU:BF).
Quanto gravi sono questi atteggiamenti, non per il Ministro, non per il Governo, non per la Lega, ma per la gente, per quelli che colgono distinzioni antidemocratiche di tale portata? «Non ti riconosco come Ministro». «Non riconosco le vostre leggi». Allora chiunque di noi qui dentro o fuori, qualsiasi cittadino potrebbe altrettanto non riconoscere l'autorità di un giudice, di un carabiniere, di un poliziotto, attuare la legittima difesa nei confronti dell'abuso di un arresto o di un giudizio iniquo, usare violenza contro la violenza.
E' questa la giustizia che volete difendere? Quella che, vituperata, ha avuto l'onore della sceneggiata che avete messo in atto ieri? Voi, strenui difensori delle prerogative unitarie contro il vero federalismo, pronti a cercare aiuto in Europa, tanto da alcuni Governi, quanto dalla stampa, per sopravvivere a questi cambiamenti?
L'Italia è piena, nella sua storia, di lanzichenecchi che, a diverso titolo, chiamati, ora dall'una ora dall'altra parte, sono venuti per liberare e non se ne sono più andati. E' un vezzo antico, tornato di gran moda in questi ultimi anni. Il popolo conosce bene queste propensioni e lo ha dimostrato con il voto.
Su una cosa sola non sono d'accordo con il ministro Castelli, quando ha affermato che alle elezioni politiche si sono contrapposti due diversi programmi. Non è vero! Il vostro è stato un puerile scopiazzamento, in ritardo, del nostro e non un vero programma. Mi sembra che la conferma giunga, giorno dopo giorno, proprio dalle Aule parlamentari. Salvo qualche caso personale, dovuto a forte coscienza e a professionalità, come Gruppi politici non riuscite ad esprimere proposte ed idee che possano riferirsi ad una linea logica, propositiva ed alternativa. Il comportamento sulla guerra in Afghanistan ne è il più evidente esempio.
Chi esprime giudizi sulla magistratura grazie al suo ruolo di parlamentare non può essere tacciato di minacciare le prerogative costituzionali. In questo modo vengono sviliti, e sono la stragrande maggioranza, i magistrati che applicano le leggi e rifuggono la politica, spesso in condizioni di lavoro proibitive o, addirittura, pericolose. Mi metto al loro posto, di quelli che la televisione la vedono soltanto a casa, che non hanno la voce, se non quella finalmente di un Ministro che, con il suo impegno e la sua tenacia anche ieri ci ha dimostrato che lavorerà per loro.
La Lega Nord sa essere partito rivoluzionario e democratico, dimostrare le proprie idee nelle piazze e nelle strade, quanto altrettanto nelle Aule parlamentari; opporsi agli abusi subiti nella vita politica con la vita politica, senza dare l'assalto, pianificato e programmato, a luoghi di potere utili alla gestione del potere.
La nostra anima politica parte proprio dalla supremazia del popolo su qualsiasi altro potere, dalla necessità di avvicinare il più possibile i centri decisionali alle dimensioni locali, a valorizzare le libertà delle differenze. Così dovrà diventare la giustizia in Italia: vicina al cittadino nell'applicare la legge, lontana dalle correnti di Palazzo per essere autonoma, corpo orgoglioso che sente più la responsabilità del proprio ruolo che le prerogative che questo comporta. (Applausi dai Gruppi LNP, FI, AN e CCD-CDU:BF. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Dalla Chiesa. Ne ha facoltà.
Le ricordo che ha a disposizione sei minuti.
DALLA CHIESA (Mar-DL-U). Signor Presidente, onorevoli colleghi, in sei minuti non si può dire molto. Vorrei ricordare a me stesso e a tutti voi qual è stato il collegamento tra la giornata di oggi, quella di ieri, e le polemiche precedenti.
Io non credo che il collegamento sia stato soltanto nella questione della giustizia; credo invece che il collegamento stia in come intendiamo il senso dello Stato, perché forse non è inopportuno ricordare come la vicenda del sottosegretario Taormina è approdata per la prima volta in quest'Aula.
Arrivò in quest'Aula con una interrogazione urgente, perché il sottosegretario Taormina si era recato, su un'auto dello Stato, con una scorta di Stato, a difendere in un processo un imputato di essere tra i capi di una organizzazione mafiosa che aveva massacrato decine e decine di uomini dello Stato.
FERRARA (FI). E' falso!
DALLA CHIESA (Mar-DL-U). Così è entrato in Parlamento il caso Taormina: non per una polemica sui giudici, ma per il senso dello Stato che, ricoprendo un ruolo di Governo, aveva dimostrato; un senso dello Stato molto diverso da quello che anche altri esponenti del Polo in passato avevano dimostrato allorché, svolgendo funzioni di Governo, erano andati, sì, nelle aule dei tribunali ma per difendere le parti civili nei processi di mafia. Questa è la ragione per cui ne abbiamo discusso. E quel senso dello Stato si è presentato in forme analoghe nelle polemiche con la magistratura.
Dunque, questa era la ragione per cui il sottosegretario Taormina non poteva rappresentare lo Stato italiano nella funzione di Governo. Altro che presentarlo come il Salvo d'Acquisto del 2000: è una persona che non aveva titolo dal punto di vista morale per rappresentare lo Stato, perché non aveva saputo liberarsi, nello svolgere funzioni di Governo, da impegni assunti in precedenza anche di fronte a persone che rappresentano l'anti-Stato, con una sensibilità tendente a zero verso le famiglie di coloro che per lo Stato cadono. Questa è stata la ragione. Dopo di che, io credo che i problemi della giustizia esistano.
Ma voglio anche sottolineare che, al di là della rappresentazione teatrale, al di là dell'appello e dell'accenno al "giocattolino" che ci è stato sottratto, al di là delle battaglie tra uno schieramento e l'altro, ieri in quest'Aula, più che il centro-sinistra, con le dimissioni di Taormina ha vinto il senso dello Stato che trasversalmente è presente qui e trasversalmente è presente nel popolo italiano. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U e DS-U). Credo sarebbe miope non valorizzare che queste dimissioni sono il frutto di un imbarazzo e di un disagio nati in chi sa di rappresentare anche presso i propri elettori quel senso delle istituzioni.
Nella giustizia i problemi ci sono, sappiamo che la gente è insoddisfatta. Ricorderei al ministro Castelli che, se facessimo un sondaggio sulla soddisfazione dei cittadini italiani nei confronti del Parlamento e della politica, forse avremmo dei risultati analoghi o peggiori e dunque non possiamo metterci noi nei panni di coloro che hanno il consenso elettorale e popolare pieno per il modo in cui svolgono le proprie funzioni.
Tuttavia questi problemi ci sono e credo che dovremmo discuterne. Il presidente Mancino ne ha indicati alcuni. Se i magistrati possono o non possono tornare, una volta che hanno incarnato un partito politico, a svolgere la loro funzione in modo trasparente di fronte ai cittadini, è un problema che ci riguarda tutti, perché i magistrati stanno nel centro-destra e nel centro-sinistra, alla Camera e al Senato. Se coloro che hanno svolto funzioni di Governo, di partito, possono andare al Consiglio superiore della magistratura e poi magari uscirne per ritornare a svolgere funzioni di Governo e di partito, anche questo è un problema.
Altrettanti problemi sono costituiti da maggiori garanzie anche attraverso codici deontologici stabiliti all'interno delle associazioni della stampa, oppure dalla possibilità di garantire un maggior livello di sobrietà e di disinteresse da parte dei magistrati nell'aprire questo o quell'altro procedimento.
Sono temi delicati che credo dovremmo assumere. D'altra parte, come Gruppo della Margherita, proprio nel convegno che abbiamo fatto la settimana scorsa su Stato e criminalità mafiosa, abbiamo parlato di un conservatorismo dell'antimafia che ha impedito di cogliere lucidamente alcune distorsioni che si erano manifestate nella gestione della giustizia.
I problemi, però, si affrontano se c'è dietro quel senso dello Stato cui facevo riferimento prima; senso dello Stato che non ci pare sia stato espresso né dal sottosegretario Taormina, né da alcuni passi decisivi dell'intervento del ministro Castelli ieri.
Il senso dello Stato porta a vedere le istituzioni non come puro fatto elettorale: le istituzioni e lo Stato si nutrono di consenso elettorale, ma ci sono dei momenti in cui le istituzioni e lo Stato funzionano tanto meglio quando meno guardano al consenso elettorale, perché hanno dei principi etici da salvaguardare. Gli stessi abusi che voi denunciate accaduti all'inizio degli anni '90 hanno goduto di un altissimo consenso da parte dei cittadini.
C'è un divario tra il consenso elettorale e la salvezza, la solidità, la bontà dei principi che si attuano e si difendono in certe circostanze della storia. È per questo che lo Stato si fonda, da un lato, sul consenso, dall'altro, su principi indipendenti dal consenso. È per questo che pensare che la pubblica accusa debba dipendere dal potere politico rappresenta un attacco gravissimo ai fondamenti dello Stato democratico… (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U e DS-U)…soprattutto nel momento in cui l'altro organo di controllo della legalità, l'altro organo di controllo del potere, e cioè la libera stampa, è in gran parte già adesso sotto il controllo del potere politico e del Governo.
NOVI (FI). Come fai a mentire fino a questo punto? Sei uno spudorato!
PRESIDENTE. Senatore Novi, se non gradisce quello che ascolta, può anche uscire! (Applausi dal Gruppo Mar-DL-U).
DALLA CHIESA (Mar-DL-U). A volte lo Stato è fatto anche di ovvietà culturali e su quelle ci si può riconoscere e trovare un denominatore comune. Poi ci sono coloro che non vedono neanche le ovvietà culturali e naturalmente questo rende più difficile il confronto. Infatti, se il confronto lo vogliamo fare sulla base delle argomentazioni dell'ex sottosegretario Taormina, il confronto diventa difficile!
Se ci si chiede se vogliamo rimediare insieme, anche con prospettive diverse, sanando i problemi che nell'amministrazione della giustizia si sono presentati, la nostra risposta è si, ma se si intende intimidire i magistrati ed aumentare i privilegi del potere politico, la risposta è no! (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U e DS-U). Queste sono le alternative che abbiamo di fronte e rispetto alle quali dobbiamo scegliere. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U, DS-U, Verdi-U, Misto-SDI e Misto-Com. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Greco. Ne ha facoltà.
*GRECO (FI). Signor Presidente, signor Sottosegretario, onorevoli colleghi, molto spesso in presenza di alcuni eventi la gente comune, dotata di buon senso, suole dire che "non tutti i mali vengono per nuocere", oppure che "dal male talvolta nasce il bene".
Nel caso che ci interessa il male cui intendo riferirmi è l'iniziativa di revoca dell'incarico dell'onorevole Taormina che con le sue dimissioni, a differenza dei magistrati da lui additati come autori di abusi ben più gravi delle pur forti dichiarazioni rese, si è sacrificato per ragioni di Stato; il bene è invece rappresentato dal dibattito sulla giustizia che ancor prima che in quest'Aula si è riacceso nel nostro Paese in questi ultimi giorni.
Sotto questo aspetto non ritengo affatto infausta la seduta di ieri, così come affermato poc'anzi dal senatore Mancino, anzi credo che dobbiamo ringraziare l'opposizione a nome anche dei milioni di elettori che il 13 maggio, scegliendo il centro-destra hanno votato il programma della Casa delle libertà in materia di giustizia, programma che contiene molti dei punti che sono stati toccati nel corso di questo dibattito.
Si tratta di riforme tutte focalizzate a far uscire il nostro sistema dall'emergenza e, in particolare, a raggiungere l'obiettivo delle tre certezze: certezza del reato, certezza del processo, ed infine certezza della pena, senza le quali non può esserci giustizia e oggi nel nostro Paese purtroppo non c'è giustizia perché non c'è certezza del diritto e - aggiungo - non vi è certezza del diritto perché manca il rispetto delle regole, a cominciare da quella sulla divisione dei poteri.
Sostanzialmente questo è stato il tema che ha voluto indicare e tracciare con le sue forti dichiarazioni il sottosegretario Taormina, anzi, lo ha riproposto, giacché non si tratta di un tema nuovo; mi riferisco alla necessità di risolvere il problema del corretto esercizio della giurisdizione, di far rispettare le regole da parte di tutti, impedendo che vi siano straripamenti ed invasioni di campo.
La polemica di oggi - lo sappiamo tutti, anche voi della opposizione - non è nuova e si riaccende tutte le volte che da parte politica si propongono rimedi non solo e non tanto sul versante dell'efficienza della giustizia, ma anche e soprattutto su quello del riequilibrio dei poteri, il vero nervo scoperto della crisi della giustizia.
Non c'era da scandalizzarsi ieri quando il Ministro ha elencato alcuni dei mali di cui tuttora soffre la giustizia, né c'è da scandalizzarsi oggi pomeriggio se dalle nostre parole sta venendo fuori un quadro nero della giustizia in Italia, di una giustizia in dissesto, fallimentare, in stato comatoso, e - badate bene - sto utilizzando degli aggettivi che non provengono dalla parte politica, ma dalla stessa magistratura.
Infatti, basta andare a leggere tutte le relazioni delle inaugurazioni degli anni giudiziari per rendersi conto che gli stessi procuratori generali disegnano questo quadro nero della giustizia italiana.
Non lo diciamo soltanto noi, ma anche il tribunale di Strasburgo. Lo dicono i record di primati negativi che la giustizia italiana conquista sia nel settore civile che in quello penale: un solo primo grado di giudizio civile che dura in media quattro anni, quasi il doppio della media europea; una procedura di sfratto che può durare anche dieci anni; il 95 per cento dei furti che restano impuniti; oltre 17.000 processi estinti per prescrizione in un decennio; il 50 per cento dei reclusi in attesa di giudizio, contro il 30 per cento della Germania; 3.000 condanne riconosciute ingiuste nel solo quinquennio nel periodo di Mani pulite (1992-1997).
Ebbene, a fronte di tale quadro - a nostro avviso - è indilazionabile chiedersi e approfondire le cause e i possibili rimedi. Di fronte ad un caos che è sotto gli occhi di tutti, è necessario accertare e stabilire quanto abbiano inciso le numerose, confuse e contraddittorie leggi (così come sostenuto anche dal centro-sinistra), l'insufficienza degli organici e delle strutture in generale e, soprattutto, la responsabilità soggettiva degli stessi magistrati.
Quanta parte abbia avuto un certo sistema che purtroppo consente di vanificare il principio della obbligatorietà dell'azione penale, troppo spesso esercitata per fini strumentali e politici, tutt'altro che collegati ad una giustizia giusta. Ma soprattutto dobbiamo stabilire, possibilmente anche oggi, se debba essere il Parlamento a dover affrontare le riforme o se, invece, sulla giustizia debbano decidere solamente alcuni magistrati; i soliti magistrati che, con il compiacimento di una parte del centro-sinistra, ritengono che spetti soltanto a loro il potere di giudicare su tutto, persino sul diritto dei politici, dei parlamentari e dei cittadini di lamentarsi di un sistema di amministrazione della giustizia che non funziona e di reclamarne una riforma.
È quanto leggiamo in un articolo di stampa dal titolo significativo: "Chi tocca i fili muore". A mio avviso meglio sarebbe dire: chi tocca i giudici muore. Muore chiunque si permette di prendere posizioni sgradite ad una magistratura contigua ad una sinistra che dimostra, ancora oggi, di voler far leva sulla questione giustizia per darsi una qualche identità, malgrado la dichiarata volontà del socialdemocratico segretario Fassino di cancellare l'impronta giudiziaria.
Sono state d'un colpo spazzate via, agli inizi degli anni '90 - è stato ricordato poc'anzi dal senatore Mancino - tutte le classi dirigenti che, diversamente dal Partito comunista italiano, non avevano voluto o saputo allacciare quell'alleanza organica con una certa magistratura; alleanza ormai ammessa dagli stessi magistrati, da magistrati che provengono da correnti che hanno goduto di quella alleanza organica con la politica di sinistra.
"Il nostro potere di supplenza rispetto all'Esecutivo andava crescendo grazie anche all'appoggio della Sinistra e del Partito comunista italiano che su noi magistrati" - o almeno su una parte - "aveva deciso di investire risorse ed attenzioni", afferma l'esponente di Magistratura Democratica Francesco Misiani nel libro "Toga Rossa".
Come sono di un altro alto magistrato le dichiarazioni rilasciate nel periodo in cui, nel corso dei lavori della Bicamerale di D'Alema, si profilava la possibilità di fissare in Costituzione pesi e contrappesi allo strapotere del pubblico ministero. "L'azione della magistratura è coincisa con specifici interessi politici. Tale azione ha causato lo sconvolgimento del preesistente assetto partitico. Ottenuto il risultato, i magistrati ora si vedono scaricati da chi ha beneficiato e conquistato il potere grazie alle loro iniziative". Queste sono le dichiarazioni rese dal procuratore della Repubblica Cordova, nel momento in cui nella Bicamerale ci stavamo occupando di riforme, di separazione delle carriere e soprattutto di responsabilità di magistrati. (Applausi dal Gruppo FI).
È allora naturale che in questo passato contesto di alleanze, anche la ribellione di oggi di alcuni magistrati ad una sentenza della Corte costituzionale, una ribellione ad una legge votata dal Parlamento (quella sulle rogatorie), necessariamente deve essere inquadrata da noi politici di centro-destra anche in quel sindacato politico della magistratura che è giunto a proclamare, congiuntamente ad altre ragioni, persino l'astensione dall'attività giudiziaria. Un'alleanza politico giudiziaria comprovata da quell'eurovoto parlamentare forzatamente introdotto su argomenti completamente estranei allo spazio giuridico europeo il cui processo di costruzione - rispondo anche al senatore Mancino - non può essere anteposto all'armonizzazione della Costituzione dei sistemi giudiziari dei Paesi membri, attesa la diversità di essi, sia quanto al sistema sanzionatorio che al diverso sistema costituzionale dei pubblici ministeri.
È un eurovoto che nel provare il complotto (questo sì che è complotto) tra alcuni magistrati e una ben individuata parte politica, nello stesso tempo si è rivelato come l'ultimo esempio di una scientifica mistificazione per piegare il buon nome dell'Italia agli interessi dell'opposizione che, comunque, ormai scovata e colta con le mani nel sacco di queste non più redditizie strategie, continua ad incassare pesanti sconfitte non soltanto elettorali e giudizi negativi ad ogni iniziativa, compresa quella di ieri per la quale sugli organi di stampa di oggi leggiamo la valutazione di un illustre esponente dello SDI, il senatore Del Turco, il quale dice: «I DS sono riusciti a trasformare una vittoria in disfatta».
Questo succede, cari colleghi del centro-sinistra, quando vi lasciate condizionare da quella per fortuna sparuta magistratura politicizzata che si ribella ogni qualvolta il Parlamento si attrezza per discutere di riforme, e di riforme che potrebbero risolvere il nodo politico del conflitto tra un ordine ed un potere, ogni qualvolta si preannunciano iniziative legislative sulla separazione dei ruoli e sulla responsabilità dei magistrati, su come evitare la politicizzazione del Consiglio superiore della magistratura, sui correttivi della discrezionalità di fatto dell'azione giudiziaria, sulla temporaneità delle funzioni direttive.
Queste sono le riforme che noi vogliamo. Queste sono, invece, le riforme che non vogliono i soliti grilli parlanti dei soliti politicizzati palazzi di giustizia, i quali prospettano il rischio di un attentato all'autonomia e all'indipendenza, prerogative previste a tutela del cittadino e che sono, invece, sfruttate per esercitare un potere che spesso si trasforma in arbitrio, in veti, in diktat verso altri poteri, verso altre istituzioni.
Le polemiche di oggi nascono tutte da questo scontro, uno scontro frontale tra politica e magistratura che, come dice un vostro collega, il senatore Franco Debenedetti, «è destinato a persistere sin quando ci saranno magistrati che, anziché occuparsi di corretta applicazione della legge, vogliono occuparsi ancora una volta di moralità pubblica, di sindacato politico sull'attività del Parlamento o su quella delle autorità amministrative centrali o locali, dimenticando il principio della ripartizione dei poteri».
Non possiamo più consentire tutto questo, non possiamo consentire che alcuni magistrati proseguano nella "perdita del culto del limite andando ad occupare il centro del sistema": ancora una volta cito una frase non mia, ma dell'onorevole Violante detta nel 1997, allorquando i procuratori di Milano e di Torino facevano pervenire in Bicamerale messaggi per bloccare la riforma sulla separazione delle carriere.
PRESIDENTE. La prego di concludere.
GRECO (FI). Concludo subito. Dobbiamo impedire che il potere sia dappertutto e la responsabilità in nessuna parte, quella responsabilità che non vedeva in nessuna parte anche il senatore Mancino. (Il microfono si disattiva automaticamente). (Applausi dai Gruppi FI, AN, LNP e CCD-CDU:BF e del senatore Salzano. Congratulazioni).
Ancora due minuti, Presidente.
PRESIDENTE. No, senatore Greco, le ho già regalato diversi minuti e l'ho invitata a concludere. Può consegnare il testo del suo intervento in modo che resti agli atti.
È iscritto a parlare il senatore Peruzzotti. Ne ha facoltà.
PERUZZOTTI (LNP). Signor Presidente, onorevoli colleghi, onorevole rappresentante del Governo, gradirei avere un po' di attenzione visto che non abbiamo il piacere di avere il Ministro in Aula. Se l'onorevole rappresentante del Governo sta attento a quello che dico gliene sono grato. Sto parlando con lei, onorevole Sottosegretario.
Alla luce delle denunce del ministro Castelli, che per la prima volta ha parlato in modo chiaro e diretto, senza ricorrere a frasi ambigue, a silenzi significativi, a minacce in cerimonia, occorre ammettere che nel nostro Paese un problema giustizia esiste ed è un problema serio e grave.
C'è una legislazione farraginosa, di fronte alla quale si trovano in difficoltà tutti gli operatori del diritto, siano essi magistrati o avvocati; ne sono testimonianza numerosi processi, conclusisi in questi ultimi anni con ampia assoluzione di imputati che hanno subìto lunghi periodi di custodia cautelare, il cui ristoro ora grava su tutti i cittadini. Il codice di procedura penale, alla cui riforma hanno atteso numerose Commissioni presiedute da personaggi di grande autorevolezza, si è dimostrato una macchina dalla carrozzeria imponente e lussuosa, ma dal motore impotente e malandato.
Il processo non è più una macchina logica. Ampi poteri ai pubblici ministeri nella fase di indagine, ampia possibilità di utilizzare materiale probatorio in detta fase, al fine di emettere misure cautelari, si scontrano con l'impossibilità di usare lo stesso materiale nella fase del dibattimento, lasciando il giudice a volte completamente disarmato e vulnerabile.
L'aver esaltato la terzietà e l'imparzialità del giudice, strutturando il processo secondo gli schemi del sistema accusatorio, avrebbe dovuto completare la realizzazione nella disciplina di strumenti di tutela dell'imparzialità; ma ciò non è stato. Si sono ricopiate le vecchie norme del codice Rocco tanto che, specie in materia di incompatibilità del giudice, la Corte costituzionale è dovuta intervenire con centinaia di pronunce per colmare le gravi lacune legislative.
Anche il passato Governo ci ha messo lo zampino: ha completato il quadro con un'ulteriore modifica che si è risolta in un altro rallentamento della macchina giudiziaria; si sono eliminate le preture per intasare il giudice monocratico del tribunale di un gran numero di processi per reati di diversa gravità, che andavano invece trattati con metodi e tempi diversi.
Veniamo quindi al discorso più particolare delle intimidazioni e delle offese che l'attuale Governo infliggerebbe alla magistratura; questo, naturalmente, a detta dei rappresentanti più qualificati dell'opposizione. Occorre distinguere la critica a singole decisioni che tutti, in quanto cittadini, possono non condividere, oppure l'azione disciplinare instaurata dal Ministro della giustizia nei confronti dei singoli magistrati, dall'offesa indiscriminata all'intera magistratura, composta da 7.000 membri che lavorano, rischiando spesso la propria vita, a servizio del Paese.
All'intera magistratura va tutto il nostro rispetto; si rivendica invece il potere concesso all'Esecutivo di colpire con azioni disciplinari i magistrati che tradiscono la loro funzione, con un uso improprio del potere di esercizio dell'azione penale o disapplicando l'articolo 3 della Costituzione che sancisce l'uguaglianza di tutti i cittadini - anzi di tutti coloro che si trovano nel nostro territorio - di fronte alla legge.
Se l'esercizio dell'azione disciplinare costituisce intimidazione all'intera magistratura, allora l'apoteosi di tale intimidazione vi sarebbe stata quando il ministro Flick, con l'allora procuratore generale di Cassazione Galli Zucconi Fonseca, che agiva in causa propria, esercitavano l'azione disciplinare nei confronti di un magistrato che aveva rinviato a giudizio 70 criminali, appartenenti non certo ad una confraternita di chierichetti, ma alla famigerata e temutissima banda della Magliana.
Il ministro Flick e il procuratore generale, stimolati abilmente da qualche rappresentante dell'allora maggioranza, oggi opposizione, procedettero, nonostante il parere contrario dell'ispettorato del Ministero della giustizia, e non si arresero nemmeno di fronte ai proscioglimenti del Consiglio superiore della magistratura, che bloccò peraltro la carriera di quel magistrato in palese violazione del principio costituzionale di non colpevolezza fino a sentenza definitiva.
Il procedimento disciplinare durò sei anni, impegnando per ben due volte il Consiglio superiore della magistratura e le sezioni unite della Cassazione e si concluse con un ampio proscioglimento del magistrato.
Altro fatto emblematico che fa riflettere è il trasferimento per incompatibilità ambientale di un pubblico ministero della procura di Catania, colpevole di aver riferito in Commissione antimafia fatti estremamente gravi e circostanziati sull'operato di alcuni magistrati di quella procura. Nulla è successo, neppure quell'approfondimento che il CSM avrebbe dovuto compiere in merito ai fatti riferiti.
Il ministro Castelli ha segnalato le gravi disfunzioni del sistema carcerario, che producono effetti devastanti su chi è privato della libertà personale, e che allo stato attuale non può minimamente sperare in quel programma rieducativo che la Costituzione gli promette, e che indirettamente portano all'inefficacia della pena. Carceri sovraffollate, istituti chiusi e smantellati, personale dimenticato, mal pagato e mortificato e una censurabile gestione del DAP: solo a Roma ci sono almeno un migliaio di persone in eccedenza che, grazie alla sinistra, fanno del nostro sistema carcerario uno dei peggiori in Europa.
La dignità di un Paese e della sua magistratura viene mortificata quando la sua Costituzione è calpestata, quando le sue leggi non trovano corretta ed equanime applicazione, quando la libertà di un movimento di manifestare le proprie opinioni in modo pacifico viene repressa utilizzando a fini impropri l'azione penale, quando le sentenze dei suoi giudici vengono azzerate dall'Esecutivo, cosa quest'ultima accaduta peraltro, ancora una volta, con il Dicastero governato da Flick nel non lontano 1996.
La magistratura, alla quale va tutto il nostro rispetto - lo ribadiamo ancora una volta - non può sentirsi offesa quando sottoposta a critica sia una concreta, particolare decisione di qualche suo componente, fisicamente individuato, né minacciata nella sua indipendenza.
In conclusione, c'è un problema giustizia e bisogna risolverlo soprattutto dopo la non ottimale gestione dei Governi precedenti. Come ha ribadito il ministro Castelli occorre lavorare sul serio - sempre che l'opposizione democratica ce lo permetta - perché occorre ridare fiducia ai cittadini, facendo ripartire la macchina giustizia che è da troppo tempo prigioniera nelle sabbie mobili, non certo per colpa nostra. (Applausi dai Gruppi LNP, FI, CCD-CDU: BF e AN e del senatore Salzano. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Salvi. Ne ha facoltà.
SALVI (DS-U). Signor Presidente, colleghi, trovo innanzitutto singolare l'assenza del Ministro della giustizia a questo dibattito. So che il Governo è egregiamente rappresentato, quindi mi rendo conto che non c'è una questione formale dirimente, tuttavia trovo davvero offensivo per il Parlamento che il Ministro della giustizia, non solo dopo l'intervento di ieri, ma nel momento in cui si annuncia un dibattito sui problemi della giustizia italiana con mozioni da sottoporre al voto, non senta l'elementare dovere di ascoltare ciò che hanno da dire quei rappresentanti del popolo ai quali ieri si appellava enfaticamente.
Il ministro Castelli ha riproposto ieri la tesi per la quale l'onorevole Berlusconi sarebbe oggetto di un complotto politico ad opera di una parte della magistratura italiana, con l'obiettivo di ribaltare il risultato democratico del voto popolare. Non è un'esternazione che abbia il pregio dell'originalità perché da sette anni questo è uno degli argomenti preferiti dell'attuale Presidente del Consiglio.
Ancora di recente, in una delle sue consuete esibizioni all'estero (nell'occasione si trovava a Granada, in una di quelle esibizioni all'estero che tanto giovano al prestigio dell'Italia e che forse potrebbero spiegare l'ostilità europea nei confronti del Governo italiano molto di più dei pretesi complotti della sinistra), l'onorevole Berlusconi ne ha parlato in modo ancora più esplicito ed aggressivo, tanto che comprendo lo stupore del sottosegretario Taormina per essergli state chieste dalla sua maggioranza le dimissioni per aver detto qualcosa di non molto diverso.
Certo, è vero che nel 1994 il Governo Berlusconi cadde pochi mesi dopo aver vinto le elezioni ed è vero che nel giugno di quell'anno il Presidente del Consiglio era stato raggiunto da un avviso di garanzia della procura della Repubblica di Milano. Ma fu il secondo evento la causa del primo, come vorrebbero far intendere coloro che vogliono riscrivere la storia italiana, remota e meno remota?
GRECO (FI). Era il mese di novembre 1994.
SALVI (DS-U). La caduta del Governo Berlusconi avvenne nel novembre del 1994. Vi fu un'iniziativa politica per far cadere l'onorevole Berlusconi. Fu assunta dall'onorevole Bossi, attualmente ministro del Governo Berlusconi, allora segretario della Lega, e dal ministro Buttiglione, allora segretario del Partito Popolare Italiano. Furono loro a organizzare quell'evento politico che poi fu ribattezzato, con fortunato neologismo, "ribaltone". Tutto ciò avvenne con la presentazione di apposita mozione parlamentare di sfiducia che recava come prime le firme degli onorevoli Bossi e Berlusconi.
MONTI (LNP). Buttiglione!
PRESIDENTE. Colleghi, c'è un errore di date e di nomi, ma credo che tutti abbiamo capito.
SALVI (DS-U). Bossi e Buttiglione.
Non che mancasse una sintonia, signor Presidente, tra le posizioni della Lega e gli umori, come si suol dire, giustizialisti allora molto diffusi. Vero, collega Peruzzotti? Fu sbandierato un cappio in quest'Aula, che era indice di una punizione per così dire rapida ed incisiva che si chiedeva per gli inquisiti di "Mani pulite", però quel cappio non sventolava dai nostri banchi, bensì da quelli della Lega.
La caduta del Governo non avvenne per questo motivo, e non fu a giugno, quando arrivò l'avviso di garanzia, ma a novembre, quando gli onorevoli Bossi e Buttiglione depositarono alla Camera la mozione di sfiducia al Governo Berlusconi. La depositammo anche noi, perché eravamo all'opposizione e perché intendevamo in quel modo contrastare l'azione antipopolare del Governo, che aveva causato uno sciopero generale.
Perché la depositarono gli onorevoli Bossi e Buttiglione? Forse il Presidente del Consiglio potrebbe farsi rinfrescare la memoria e chiedere chiarimenti a loro durante una pausa del Consiglio dei ministri, dal momento che se li ritrova Ministri con lui al Governo. Sono fatti di dominio comune che non possono essere celati da una campagna di disinformazione.
Posso aggiungere una piccola testimonianza personale: allora ero Capogruppo della sinistra; fui invitato in più di un'occasione dall'onorevole Buttiglione in una sua casa privata, insieme all'onorevole Bossi e all'allora segretario del mio partito D'Alema, per discutere la strategia politica e parlamentare che portò alla presentazione della mozione di sfiducia e vi assicuro che di avvisi di garanzia non si parlò. Ma - ripeto - se si vogliono ulteriori chiarimenti basta rivolgersi agli interessati.
L'onorevole Castelli - che vedo di nuovo in Aula e mi fa piacere - allora era parlamentare della Lega; le ha già dimenticate queste cose? È poi serio da parte di un Ministro venire a fare in un'Aula parlamentare un comizio, che potrebbe forse andar bene in campagna elettorale in una piccola piazza ma che non si addice al Parlamento della Repubblica?
La tesi del complotto è priva di qualunque fondamento fattuale e in realtà viene usata dal Governo, ed è stata usata ieri dal Ministro della giustizia, per riproporre un'antica esigenza dei potenti in generale - e certo anche dell'onorevole Berlusconi e della maggioranza - in Italia e all'estero: un sistema giudiziario che assicuri impunità a sé e ai propri amici e mano pesante per i più deboli, per chi dissente, per i poveri e per chi non ha "Santi in Paradiso".
Il Ministro ha affermato di aver messo ordine nel Ministero della giustizia, che adesso funziona come un orologio. Mi permetto di segnalargli che qualche sbavatura ancora c'è, forse all'Ufficio studi, altrimenti non avrebbe detto quello che gli hanno fatto dire e cioè che in Francia il pubblico ministero è sottoposto alle direttive politiche del Governo.
Questo era vero fino a qualche anno fa, non dopo le riforme introdotte negli ultimi anni, che hanno eliminato questa anomalia. Oggi in Francia sono oggetto di procedimento giudiziario tanto il Presidente della Repubblica quanto il Primo Ministro, ci sono polemiche ma non vi sono accuse di complotto, aggressioni, offese, insulti e tentativi di mettere la magistratura "sotto botta".
In Francia, che è la patria di Montesquieu ma anche di Rousseau, massimo teorico della sovranità popolare, un membro del Governo che chiedesse l'arresto dei magistrati non solo sarebbe costretto in tempo reale ad abbandonare l'incarico - e non nel modo in cui si è svolto il dibattito qui in Italia - ma sarebbe probabilmente sottoposto a visita psichiatrica o a qualcosa di simile.
Ho richiamato Rousseau perché è vero che la sovranità popolare, che si esprime nella sua forma più solenne attraverso le elezioni politiche con le quali i cittadini scelgono i loro rappresentanti (che siamo noi) e chi deve governare (che siete voi) costituisce l'asse fondamentale della democrazia moderna, insieme al principio della separazione dei poteri; quando si parla dell'uno non si può non tener conto dell'altro.
Per sovranità popolare non si intende la caricatura che viene fatta da tanti esponenti del Governo e che ha fatto anche lei ieri, ministro Castelli, quando ha affermato che poiché aveva vinto le elezioni questa è casa sua e qui comanda lei. Chi ha vinto le elezioni ha il diritto ed il dovere di governare, ma nell'ambito dei princìpi, delle regole, dei contrappesi, che oltre due secoli di faticosa costruzione della democrazia hanno evidenziato come assolutamente necessari. Di questi fa parte il principio dell'autonomia della magistratura, non solo e non tanto perché scritto nella Costituzione ma perché esso costituisce (e per questo è scritto nella Costituzione) non il privilegio di un ceto, non la tutela di una corporazione, ma un fondamentale diritto del cittadino.
È un diritto del cittadino avere un giudice autonomo ed indipendente, soggetto soltanto alla legge, perché solo in questo modo quella frase scritta nelle aule dei tribunali «la legge è uguale per tutti» assume una parvenza di verità. Una parvenza, perché è vero che la legge ancora oggi non è uguale per tutti e la giustizia è squilibrata, ma lo è a danno della povera gente, degli immigrati extracomunitari, dei dissidenti di ogni genere, perché sono loro a riempire quelle carceri sovraffollate che ieri denunciava il Ministro; non ci sono i malversatori, gli esportatori di ingenti capitali, la grande criminalità della ricchezza.
Ecco il vostro garantismo: proteggere i potenti, colpire i deboli (come nell'iniqua legge sull'immigrazione attualmente all'esame del Senato), prevedere la licenza per i propri dipendenti di infrangere la legge su direttiva del Presidente del Consiglio (come in un'ipotesi di riforma dei servizi segreti di cui si è letto sui giornali e che mi auguro non veda mai la luce).
È garantismo questo? È garantismo avviare procedimenti disciplinari, come annunciato ieri dal Ministro, per quei reati di opinione, che poi la Lega invece contesta quando si vorrebbero usare contro di essa? Garanzie per sé, manette per chi la pensa diversamente; siete su una strada sbagliata, cambiate finché siete in tempo.
Lo so bene e non lo dico certo strumentalmente che ci sono sensibilità diverse su questi argomenti, anche all'interno della maggioranza. Rifletteteci, perché proseguire su questa strada all'inseguimento del Taormina di turno farà danno al Paese e anche a voi, perché l'Italia di tutto ha bisogno tranne che di una continua rissa istituzionale.
Per quanto ci riguarda, la sinistra terrà fermi con intransigenza i princìpi che hanno ispirato la sua azione politica in Italia, dalla costruzione della Costituzione del '48 in poi, che sono a difesa della legalità, dello Stato di diritto, della democrazia politica e dei diritti dei cittadini, a cominciare dai più deboli e dai più indifesi, a cominciare da chi la pensa diversamente dalla maggioranza, quale che essa sia, e ciò al fine di avere un giudice autonomo e indipendente. (Applausi dai Gruppi DS-U, Mar-DL-U e Misto-RC. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Cirami. Ne ha facoltà.
CIRAMI (CCD-CDU:BF). Signor Presidente, signori colleghi, signori del Governo, l'argomento di cui oggi ci occupiamo è un argomento che richiede compostezza, sono assolutamente d'accordo con il presidente Mancino. E se lei me lo consente, presidente Mancino, la farò oggetto della mia interlocuzione oggi, perché questo comporta altrettanta fermezza nelle affermazioni che farò che la compostezza che credo mi contraddistingua.
Presidenza del vice presidente SALVI
(Segue CIRAMI). L'odierno dibattito è stato sì originato dalle modalità di cui la giornata di ieri ha visto l'epilogo (un epilogo forse non molto bello, per quello che è avvenuto in Aula), però questo non deve far sfuggire a noi tutti la consapevolezza delle problematiche gravi che oggi pesano sull'intero mondo giudiziario, dall'ordinamento alla giurisdizione stessa; giurisdizione la cui aggettivazione oggi più corrente è quella della sua delegittimazione.
Ma come è maturata questa delegittimazione, dove sono le sue radici? Credo, in questo brevissimo tempo che ho a disposizione, di poterle individuare in quella sottile strategia, molto raffinata, ben datata, cominciata già agli inizi degli anni Novanta, il cui maggior rappresentante fu l'onorevole Violante, presidente allora dell'Antimafia, attraverso una sistematica, ferma aggressione alla Corte di legittimità.
Ricordiamo tutti gli episodi di aggressione nei confronti di Corrado Carnevale e non mi pare - ero magistrato, a quel tempo - di aver ascoltato la sinistra di allora, che si chiamava ancora Partito comunista, aver reclamato per questa aggressione alle istituzioni.
È cominciato da allora un uso strumentale e strategico di mezzi che erano sì formalmente legali, ma il cui uso si è rivelato assai illegale. Ne faccio un'elencazione per brevità: avvisi di garanzia che innescavano nel circuito massmediale processi sommari di piazza, per un presunto contrasto preventivo della legalità; processi aperti e mai conclusi o processi di lunga durata, il cui interesse era alla pendenza del procedimento e non alla sua conclusione, con la conseguenza di molteplici condanne che abbiamo dovuto subire in sede europea per la durata; carcerazioni preventive mirate ad estorcere confessioni o accuse, il tintinnare di manette da Milano, secondo il rito ambrosiano, con la conseguenza che oggi stiamo pagando non so quanti miliardi per ingiuste detenzioni; strumentalizzazioni del pentitismo (mi pare che sia superfluo parlarne, avendone parlato già abbastanza nella scorsa legislatura ed essendo il fenomeno sotto gli occhi di tutti e qui il discorso si farebbe lungo); scelta arbitraria dell'azione penale, mirata all'individuazione prima del colpevole e poi del fatto reato.
Senatore Mancino, lei ricorderà che oggi la scelta del pubblico ministero, del singolo sostituto procuratore della Repubblica è assolutamente irresponsabile, nel senso che si sceglie chi, come, quanto, perché e in che tempi perseguire, senza che su queste scelte sia stato mai esercitato un sindacato di legittimità neanche dagli organi di controllo interni della stessa magistratura; tutto questo nella sua irresponsabilità.
L'inettitudine del Consiglio superiore della magistratura, corporativo e collaterale politico, incapace di emarginare tempestivamente. Senatore Del Turco, lei è testimone di quando con l'Antimafia abbiamo scoperto il verminaio di Messina: da quattro anni la situazione era conosciuta al CSM e mai provvedimenti erano stati emanati da parte dello stesso.
DEL TURCO (Misto-SDI). È vero.
CIRAMI (CCD-CDU:BF). Bene, i comportamenti illeciti ed illegittimi di quei magistrati, o di questa parte della magistratura, si sono lasciati correre da parte del CSM, perché di questo si è fatto un uso politico e politicizzato decisamente corporativo, a senso unico, per compiti non demandati, ratione materiae, dalla legge che lo ha istituito. (Applausi dai Gruppi CCD-CDU:BF, FI, AN e dei senatori Salzano e Ruvolo).
Invasione di campo da parte del CSM nei confronti del potere legislativo. Oggi in Commissione giustizia abbondano i pareri del CSM su qualsiasi materia, certamente non solo su quella che la legge n. 195 del 1958 prevede essere demandata a quel consesso. Sistematica aggressione al Parlamento; con pressione al limite dell'aggressione nel momento della legislazione, quando tutti insieme si stava cercando, da una parte e dall'altra, di ricostruire regole che erano state violate; compiacenza del circuito mediale. Tutto questo è avvenuto senza che mai la sinistra avesse sentito il bisogno di reagire efficacemente.
Posso essere d'accordo con lei, senatore Mancino, e condivido appieno quello che lei ha detto nelle sue riflessioni, ma vorrei che la sua coalizione, quella cui lei appartiene, la seguisse su questa materia di riforma, così da riportare al corretto gioco istituzionale e costituzionale nel rapporto tra i poteri dello Stato.
Ciò allora non fu fatto perché questo faceva comodo, a mio modo di vedere, per giustizializzare, è il termine esatto, la classe dirigente avversaria, di cui anche lei, mi dispiace, senatore Mancino, faceva parte, che ha pagato il prezzo più grosso di questa decapitazione. Mi riferisco agli Andreotti, ai Mannino, ai Darida, ai Forlani, a Enzo Carra, di cui ricordiamo la vergognosa processione in manette ripreso dalla televisione.
E tutto questo perché? Per avere la conquista al potere per la via giudiziaria, servendosi anche di artificiose costruzioni giurisprudenziali, quali il concorso esterno che è diventato un attributo, un corollario dei vari reati che si intendevano addebitare ai politici. La teoria del «non poteva non sapere» applicata a senso unico, perché arrivata a via delle Botteghe Oscure si è fermata. (Applausi dai Gruppi CCD-CDU:BF, FI, AN e Aut.) La convergenza del molteplice, cioè dello zero più zero che deve fare uno; perchè la somma dei cretini deve fare una persona intelligente per giustificare forme di strumentalizzazione del pentitismo.
Senatore Mancino, non possiamo dimenticare queste cose. Occorre allora una inversione di tendenza se sono vere, come ritengo siano, le preoccupazioni espresse qualche giorno fa dal senatore Cossiga sulla nuova ondata di aggressione giudiziaria al potere politico.
Bisogna ritornare cioè, con adeguate riforme, al corretto rapporto tra i poteri costituzionali, riconoscendo che il Parlamento è il potere sovrano, perché è responsabile di fronte al proprio elettorato. Vogliamo, ed è interesse di tutti, mio per primo, una magistratura indipendente nel giudizio e nell'applicazione rigorosa della legge e non asservita a questo o a quell'interesse di parte.
Si impone una riforma seria del CSM che lo spoliticizzi e che lo faccia cessare di essere un anti-Parlamento o un Parlamento aggiunto, secondo la convenienza. Occorre ricordare ciò che Falcone diceva sulla separazione delle carriere, che oggi la sinistra tende a dimenticare, ossia che proprio avendo riguardo alle diverse caratteristiche professionali dei due organi occorreva separarne le carriere.
E' necessario rivedere il meccanismo dell'azione penale obbligatoria perché essa non sia arbitraria, come lo è stata, asservita a questo o a quell'interesse a seconda dell'appartenenza politica di questo o quel sostituto. Potremmo discutere e discuteremo delle priorità che qualche procuratore della Repubblica assegna con proprie circolari e vedere se queste priorità debbano toccare al Parlamento o ad un organo interno della magistratura.
Occorre rivedere l'azione disciplinare perchè essa sia più oggettiva, più pronta, più tempestiva; rivedere il concetto di responsabilità dei magistrati.
Per fare tutto questo credo, signor Presidente, onorevoli colleghi, che occorra per tutti un confronto - su questo sono d'accordo - sereno e leale, a cui non faremo certamente mancare il nostro contributo senza arroccamenti su posizioni che oggi diventerebbero patetiche, quelle stesse posizioni che quelle strategie hanno usato e strumentalizzato. (Applausi dai Gruppi CCD-CDU:BF, FI, AN e LNP. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bucciero. Ne ha facoltà.
*BUCCIERO (AN). Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, il tempo assegnatoci per l'intervento è certamente insufficiente per analizzare contestualmente sia i numerosi problemi della giustizia che ci affliggono da trent'anni sia le dettagliate soluzioni che occorrono per riportare l'Italia al rango di nazione civile. Ci "rifaremo", quindi, senz'altro in occasione delle discussioni sulle varie proposte che Governo e Parlamento hanno avanzato e stanno per avanzare in tema di giustizia.
Ora, in questa sede, ci limiteremo ad esporre la cornice entro la quale il quadro giustizia dovrà essere apposto. A questo fine, mi pare utile ritornare agli ultimi referendum, quello sull'ordinamento giudiziario, quello sul Consiglio superiore della magistratura e quello sugli incarichi extragiudiziali dei magistrati. In quella occasione, per veicolare il consenso all'abrogazione di quelle norme, offrii un'analisi che mi pare opportuno riproporre, sperando che qui abbia maggiore fortuna o maggiore attenzione.
Infatti, rilevai che la magistratura nel suo complesso, e non i singoli 9.000 magistrati, era riuscita per varie circostanze ad ottenere un controllo generale dello Stato attraverso una pervasività in ogni settore statale, incredibile e anomala rispetto ad altre nazioni occidentali.
Ricordai, per esempio, che l'alta burocrazia del Ministero della giustizia era composta solo da magistrati, per giunta il 90 per cento di essi appartenente ad una sola corrente. Sottolineai la preoccupazione che in tal modo non è il Ministro a controllare la magistratura - e qui parlo solo di controllo - ma sono i magistrati a controllare - e qui intendo dire condizionare - il Ministero e il Ministro.
Ricordai anche il Consiglio superiore della magistratura che, con una maggioranza di magistrati e una parte di membri laici che fanno loro da sponda, funge da secondo sindacato dei magistrati, a fianco dell'altro, l'Associazione nazionale magistrati. Rilevai che, conseguentemente, il potere disciplinare più volte era stato esercitato sollevando scandalo, poiché spesso gravi violazioni deontologiche erano state sanzionate con semplici ammonizioni o censure che certo non appesantiscono il fascicolo personale del magistrato.
Evocai anche la Corte costituzionale, i cui giudici, pur potendo attingere tra varie categorie per scegliere i loro assistenti, puntualmente hanno scelto sempre e solo magistrati, sollevando la preoccupazione che l'impostazione di talune sentenze fosse stata il frutto di ricerche parziali in dottrina e in giurisprudenza.
Evidenziai anche che magistrati sono distaccati presso la Presidenza della Repubblica, presso la Presidenza del Consiglio, presso tutti i Ministeri e le Authority, tutte le Commissioni di esame dei concorsi italiani e così via.
In conclusione, dovetti affermare che nel caso la magistratura fosse stata recepita come una corporazione di stampo medioevale, essa era da ritenersi un'anomalia più preoccupante della pur tanto temuta Echelon. Ma tale pervasività o non fu ritenuta una pericolosa anomalia o la magistratura non fu ritenuta una corporazione.
Quindi, sappiamo dell'esito infausto dei referendum. Dico infausto perché quanto meno è da presumere che se il quorum fosse stato raggiunto oggi noi non staremmo qui a parlare delle cause dei mali della giustizia, ma discuteremmo delle loro soluzioni.
Ma tant'è. La sottovalutazione del fenomeno corporativo ci ha portato, infatti, a quest'occasione di dibattito, che è soprattutto occasione per affermare serenamente che i magistrati uti singuli sono per buona parte un vanto per la nostra nazione, per il 30 per cento - dobbiamo riconoscerlo - un peso, per il 20 per cento una vera e propria iattura. Certo sono percentuali che rappresentano un'approssimazione molto soggettiva, ma pur apportandovi le tare più opportune il problema resta pressoché identico.
Quel 20 per cento di magistrati che ho definito una iattura rappresentano un vulnus al decoro o, se volete, all'onore della categoria, perché la condizionano negativamente spingendola verso il basso nella qualità e nell'affidabilità. Quanto alla qualità, non v'è dubbio che essa tenda a scemare fintanto che i magistrati siano convinti che non è la diligenza, la preparazione e l'equilibrio che devono sorreggere la carriera quanto l'appartenenza ad una corrente che assicura comunque una protezione dalle disavventure professionali.
Quanto all'affidabilità, la categoria - è noto - ha perso la fiducia un tempo accordatale dall'opinione pubblica e una nazione che non ha fiducia nei propri giudici è una nazione insicura, scettica, al limite cinica. Ma noi, politici o legislatori che dir si voglia, abbiamo il compito di ribaltare questa tendenza, ridando serenità ai molti cittadini che l'hanno persa.
Dobbiamo ricostruire la fiducia nelle istituzioni e la magistratura è tra quelle a cui più teniamo, perché una buona giustizia fa civile una nazione. E poiché la giustizia cammina sulle gambe dei magistrati, è a questi e alla loro parte buona che dobbiamo riservare le nostre cure, isolando la parte sana da quella malata, malata di politicizzazione, di protagonismo e di voglia di potere, evitando così che l'infezione si possa estendere.
Questa dovrebbe essere la via politica alla risoluzione del cancro della giustizia. Non reputo utili le scorciatoie le quali, frutto a volte di negative esperienze personali, possono produrre il contrario di ciò che ci si prefigge, vale a dire non l'isolamento della parte peggiore ma certamente il rinserramento di tutti, buoni e cattivi, a difesa di presunti interessi in un isolamento corporativo che di certo è il male peggiore.
Perciò auspichiamo che si lavori tutti all'obiettivo di ribaltare la propagandistica tesi di quanti, magistrati e politici al loro servizio, affermano che l'ordine giudiziario è in pericolo. Dobbiamo far comprendere invece che è vero esattamente il contrario, e cioè che il legislatore vuole un ordine giudiziario sereno e perciò forte, un ordine che non si tramuti in potere alternativo a quelli costituzionali, un ordine libero da condizionamenti e veramente indipendente che non voglia farsi lobby né strumento di lobby.
Se poi il Consiglio superiore della magistratura, travalicando i limiti costituzionali, si trasforma in cieco tutore degli interessi anche non leciti dei magistrati, esso va riportato alla sua originaria funzione. E se l'Associazione nazionale magistrati, pur avendo tutto il diritto di attuare il più vieto sindacalismo, non si avvede di quanto danno produce agli stessi magistrati, oltre che allo Stato, occorre allora promuovere tra i magistrati l'idea della necessità di associarsi in un altro o altri sindacati che tengano conto, sia della particolare e delicata funzione dell'esercizio della giurisdizione sia dei privilegi di fatto e di diritto che la categoria può vantare di avere acquisito rispetto ad altre categorie di pubblici funzionari.
Vogliamo quindi sentire la voce libera di altre associazioni. Non è possibile, infatti, che noi dobbiamo accogliere le private indignazioni di giudici che, numerosissimi, hanno definito uno scandalo il comportamento di qualche loro collega di Milano ma non riusciamo a sentire invece la voce pubblica della maggior parte dei magistrati, cosicché ogni volta che qualche magistrato devia dalla corretta via l'opinione pubblica sente la sola campana del sindacato unico e totalitario, espressione di pochi, e si convince che sulla magistratura non si può più riporre la benché minima fiducia.
Ecco allora la necessità politica di affrontare il nodo giustizia al più presto, secondo l'ottica non del risentimento o della dignità ferita, che pure hanno diritto di esistenza di fronte a tanto scempio, ma della saggezza che dobbiamo invocare affinché ci guidi nelle scelte legislative e che possiamo e dobbiamo pretendere da chi, come il magistrato, ha un ruolo preminente nella nostra società.
I nostri programmi hanno indicato il percorso, la nostra risoluzione pure, nell'affrontare in sede legislativa le singole tematiche e io mi auguro che la parte illuminata dell'opposizione o, se volete, quella più libera e non condizionabile dalla magistratura comprenda che, come sulla guerra al terrorismo, anche sulla giustizia è necessario uno spirito bipartisan, quello stesso spirito che qualche anno orsono, nella trascorsa legislatura, ci vide insieme, noi rappresentanti dei maggiori partiti, a tentare di trovare una soluzione al problema dei magistrati.
In quest'Aula c'è ancora qualche testimone di quei giorni. Egli, se crede, potrà spiegare perché la trattativa si arenò improvvisamente e perché due partiti dell'allora maggioranza si ritrassero senza alcuna spiegazione il giorno dopo aver trovato un'intesa sulle riforme dell'ordinamento giudiziario e sulla separazione delle carriere dei magistrati.
Queste intese sono ancora possibili, purché si sappia volare alto nell'interesse dei cittadini che rappresentiamo; altrimenti, dovremmo pensare che i nostri avversari ritengano di non aver altra via per riconquistare il potere se non quella dell'uso strumentale di certa magistratura, ormai oltre il limite di ogni prudenza. (Applausi dai Gruppi AN, FI e CCD-CDU:BF e del senatore Salzano).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Zancan. Ne ha facoltà.
ZANCAN (Verdi-U). Signor Presidente, onorevoli colleghi, in questo mio intervento in materia di giustizia vorrei mettere 39 anni di vita professionale, tutti spesi - credo - nella fedeltà alla cultura dei diritti e delle garanzie; fiero soprattutto di essere succeduto a Fulvio Croce nella presidenza dell'Ordine degli avvocati di Torino, quel Fulvio Croce che ormai 24 anni fa affrontò consapevole la morte perché le istituzioni repubblicane vivessero.
Ebbene, iniziando dalla mia vita professionale, posso dire di essere soddisfatto delle dimissioni del sottosegretario Taormina, così come sono soddisfatto che la minoranza abbia imposto le dimissioni di una persona che ha compiuto (al di là di quell'incompatibilità così ben evidenziata dal senatore Dalla Chiesa) inauditi tentativi (eccezionali e unici nella nostra storia repubblicana) di sopraffazione del potere giudiziario. Mi chiedo cosa si sarebbe potuto dire di più se non che quei giudici che hanno emesso un provvedimento non gradito avrebbero dovuto essere arrestati. Mi chiedo cosa si potesse dire di più e di peggio!
Nella mozione presentata dalla maggioranza si legge: "che un membro del Governo ha stigmatizzato, sia pure con toni esasperati, ma con rigorose argomentazioni giuridiche un comportamento non lineare di un collegio giudicante". Mi dovete spiegare, allora, se chiedere l'arresto dei magistrati che hanno emesso una sentenza non gradita sia una rigorosa dimostrazione giuridica.
Non so se per caso il gesto del senatore di cui mi sfugge il nome - ma lui mi perdonerà - volesse significare che vi è stata una reazione alla decisione dei magistrati di Milano a seguito della sentenza della Corte costituzionale. Per chiudere definitivamente la questione non già in forza del mio argomento, che non chiude definitivamente nulla, bensì nel rispetto della sentenza della Corte costituzionale, ritengo che voi non l'abbiate ancora letta. E non avendola ancora letta continuate a raccontare frottole al Paese. Se ne aveste preso visione, leggereste quanto sto per rievocare ora in quest'Aula: "Non è compito di questa Corte, ma dei competenti organi della giurisdizione, stabilire i corretti criteri interpretativi ed applicativi delle regole processuali; nemmeno quindi di stabilire se e in che limiti gli impedimenti delegittimi derivanti non già da materiale impossibilità, ma dalla sussistenza dei doveri funzionali relativi alle attività di cui sia titolare l'imputato, rivestano tale carattere di assolutezza da dover essere equiparati, secondo il dettato dell'articolo 486 del codice di procedura penale, a cause di forza maggiore".
Allora, è compito dei giudici di Milano! E i giudici di Milano possono aver deciso bene o male, ma nei compiti riconosciuti dalla Corte costituzionale. Non possiamo falsare un campo così delicato qual è quello dei conflitti di competenza e di attribuzione, non possiamo falsare il pensiero chiarissimo della Corte costituzionale.
Non abbiamo brindato, caro collega senatore Nania, perché il discorso del Ministro della giustizia è stato per me fonte di vivissima preoccupazione e se il collega della Lega si è risentito dell'utilizzo da parte mia dell'aggettivo «sconclusionato», che credo rientri nella pienezza del mio diritto di parlamentare pronunziare e ripetere, utilizzerò una citazione poetica per definire il discorso del signor Ministro: il discorso del signor Ministro ha lasciato l'Amministrazione della giustizia una terra desolata. Una terra desolata!
Non vi rendete conto che uno Stato, il quale lasci in queste condizioni l'Amministrazione della giustizia, è uno Stato che fa karakiri! Non vi rendete conto che domani mattina si svolgeranno delle udienze! Questo non lo capite. Allora, devastare il campo giudiziario come state facendo significa suicidare una delle ragioni …
GRECO (FI). Si è autodevastato, avvocato e collega!
ZANCAN (Verdi-U). Per cortesia, non ho mai interrotto nessuno in quest'Aula - e credo che il signor Presidente me ne dia atto - e non intendo interrompere nessuno nei cinque anni del mio mandato parlamentare.
PRESIDENTE. Prendiamo nota di quest'impegno. Prego, collega Zancan. Non interrompete perché si perde il filo del discorso.
ZANCAN (Verdi-U). Allora, dicevo, cercare di togliere efficienza e validità all'Amministrazione della giustizia è veramente attività suicidaria per lo Stato.
Il signor Ministro ha negato opera di efficienza e di miglioramento al precedente Governo di centro-sinistra e, così facendo, ha dimenticato che molte delle provvidenze più giuste del centro-sinistra - il giudice unico, le norme sul gratuito patrocinio, le norme sul giusto processo (articolo 111 della Costituzione), la competenza penale del giudice di pace - sono state approvate anche con il voto favorevole del partito politico di cui egli fa parte. Allora, non diciamo che non s'è fatto niente.
Il signor Ministro ha ribadito - e questo l'ho letto anche nella mozione della maggioranza - la tesi del complotto, ma su questo dobbiamo dirci parole chiare, prima di tutto per rispetto di noi stessi. Come ha ricordato molto bene il senatore Salvi, è una tesi non nuova perché viene sostenuta ormai da sette anni. Cari senatori, visto che siamo nell'Aula del Senato, usque tandem? Usque tandem noi dovremo litigare su questo punto?
A stare al dato del signor Ministro (ha parlato di 100 avvisi di garanzia e procedimenti iniziati, un dato comunque sbagliato per eccesso) sono almeno 1.500 i magistrati che si sono occupati di tali procedimenti, a cui dobbiamo aggiungere gli altri magistrati che si sono occupati delle denunce per sovversione di poteri dello Stato e quant'altro presentate dai vari indagati e dai vari imputati. Tutti questi autori di una congiura? Vogliamo raccontare al Paese questa frottola? Vogliamo continuare a raccontarla? Fino a quando? Fino a quando …
BUCCIERO (AN). Fino alla morte.
ZANCAN (Verdi-U). … l'Amministrazione della giustizia dovrà essere ferma su questa frottola, su questa panzana che non ha avuto il riscontro di una prova in sette anni? (Commenti dai Gruppi FI e AN).
Starei per dire di ricorrere alla magistratura fuori dall'Italia, per esempio alla magistratura di Strasburgo, per farvi dare ragione, ma siccome nel complotto c'è anche la giustizia europea, non posso suggerirvi neanche questo. Ricorrete a loro per cortesia, ma non dovete interrompere l'ordinato corso dell'amministrazione di giustizia. Ci sono cittadini che aspettano giustizia.
ZANOLETTI (CCD-CDU:BF). Che cosa stai dicendo? (Richiami del Presidente).
ZANCAN (Verdi-U). Bisogna smettere di raccontare ciò che non ha avuto riscontro probatorio in sette anni.
Il Ministro asserisce di aver trovato un Ministero destrutturato. Bisogna intendersi sul significato del termine "strutturato". Se con l'aggettivo "strutturato" si allude a consulenti del principe, anziché a consulenti di giustizia, è possibile che il Ministero sia stato trovato destrutturato. Dovrebbe esser fatto un discorso preciso e puntuale sul significato della dizione "consulente in materia di giustizia".
Signor Ministro, dovrebbe spiegare con quali criteri è stata nominata la commissione di riforma del codice penale, dovrebbe spiegare secondo quali criteri di competenza, esperienza e capacità è stata nominata la commissione di riforma del codice di procedura civile, se vuole parlare proprio di destrutturazione!
Si è sostenuto il principio della riserva alla collaborazione internazionale. Questo discorso è stato ripreso anche nella mozione presentata dalla maggioranza laddove è scritto "non dimostrabile prevalenza di asseriti princìpi e convenzioni di diritto internazionale sul diritto nazionale". Avete letto l'articolo 696 del codice di procedura penale attualmente in vigore nel nostro Paese? La dizione della rubrica di questo articolo è "Prevalenza delle convenzioni e del diritto internazionale generale". Di quale asserita prevalenza parlate, se questo è un dato positivo della nostra legislazione?
Le sanzioni di nullità, annullabilità e inutilizzabilità, che sono state previste in materia di rogatorie, si ricollegano all'articolo 696, il cui comma 2 prevede: "Se tali norme mancano o non dispongono altrimenti, si applicano le norme che seguono". Ciò significa una prevalenza delle convenzioni internazionali rispetto alle leggi del nostro Stato.
Per cortesia, non scrivete nella vostra mozione che non è dimostrabile la prevalenza di asseriti princìpi e convenzioni di diritto internazionale sul diritto nazionale, perché è un falso storico e state negando ciò che è scritto nel codice.
Il discorso del signor Ministro non può non suscitare il mio sgomento, la mia preoccupazione. Credo che quel discorso - mi assumo la piena responsabilità di queste parole - abbia ricondotto l'Amministrazione della giustizia, citando il titolo di un film di Rossellini, all'anno zero.
A tutto ciò si uniscono le iniziative legislative di questo Governo in materia di giustizia e la riduzione delle risorse finanziarie destinate a questo settore. Le spese correnti sono diminuite dello 0,7 per cento e la spesa in conto capitale è diminuita di 7 punti percentuali, quando il nostro Stato dovrà affrontare spese nuove perché la competenza penale dei giudici di pace diverrà effettiva il 2 gennaio 2002.
Pensiamo alle decisioni assunte in materia di giustizia. Essendo iscritto al Gruppo dei Verdi, ricordo l'impossibile licenza in materia di reati ambientali voluta dal Governo; l'impossibile amnistia, il recesso operoso in materia di reati ambientali segna la fine di ogni politica di tutela dell'ambiente e del territorio italiano.
Pensiamo alla normativa in materia di società e di falsi. Lasciamo stare le prescrizioni, lasciamo stare tutto, ma vogliamo sostenere che favorisce la trasparenza delle società il fatto che ci sia una percentuale di falso garantita dallo Stato?
MAGNALBO' (AN). Come le Coop.
ZANCAN (Verdi-U). Mi rincresce, io sto cercando di fare un discorso serio. Sto cercando di fare a questo Senato, cui mi onoro di appartenere, un discorso serio.
NOVI (FI). Ma chi credi di essere? Chi sei?
PRESIDENTE. Colleghi, non interrompete.
ZANCAN (Verdi-U). Io sono un senatore come lei e non mi deve dire "chi credi di essere", perché lei è un maleducato. (Applausi dai Gruppi Verdi-U, DS-U e Mar-DL-U).
Attraverso la normativa sul rientro dei capitali, voi avete eretto un monumento perenne all'evasore ignoto. Avete consentito il rientro e la "pulitura" di capitali che sono usciti comunque illecitamente dallo Stato.
Allora, il quadro è quello che io credo emerga da tutto ciò, se aggiungo anche le dichiarazioni del Ministro ai testi legislativi che ho ricordato, nonché il programma evidenziato nel testo della mozione della maggioranza, di cui voglio citare due perle. La prima è la seguente: "l'attuazione di puntuali, periodiche verifiche circa la quantità (…) del lavoro dei magistrati", mi trova assolutamente d'accordo, ma ho omesso di leggere alcune parole del testo, ovverosia: "l'attuazione di puntuali, periodiche verifiche circa la quantità e la qualità del lavoro dei magistrati".
Se voi volete verificare la qualità del lavoro dei magistrati, per cortesia, non sbandierate che volete conservare l'autonomia e l'indipendenza dei magistrati, come non lo dovete fare se voi sostenete, com'è previsto nella mozione, "che insieme formano un ordine autonomo e indipendente e non un potere dello Stato", aggiungendo perché non hanno avuto il "conferimento di un mandato espresso in libere elezioni dai cittadini".
Questo è un punto fondamentale, sul quale - come sottolineava il presidente Mancino - hic Rhodus hic salta. Dire che solo la sovranità popolare può dare potere autonomo ai magistrati significa che chi vince le elezioni può mettere il bavaglio ai magistrati. Questo vuol dire l'equazione che voi avete posto nel documento. (Applausi dal Gruppo Verdi-U e dei senatori Vallone e Pagliarulo).
Questo è il quadro che emerge dalla mozione della maggioranza, dal discorso del Governo e dal discorso legislativo che avete effettuato finora. Vi prego di fare quello che consigliava Pasolini nei suoi stupendi "Scritti corsari": andate ad interpellare, al di fuori dei sondaggi e della facilità dei loro dati, il Paese reale. Vedrete quali risposte riceverete. Avrete una risposta negativa al vostro programma di giustizia! (Applausi dai Gruppi Verdi-U, DS-U, Mar-DL-U, Misto-Com, Misto-SDI e Misto-RC).
D'AMBROSIO (FI). Ma quale Paese?
NOCCO (FI). Il Paese ci ha già scelto.
PRESIDENTE. L'interruzione post intervento è addirittura inutile.
È iscritto a parlare il senatore Sodano Calogero. Ne ha facoltà.
*SODANO Calogero (CCD-CDU:BF). Signor Presidente, onorevoli colleghi, mi si consenta innanzi tutto di esprimere un sentimento di fortissimo rispetto per la decisione che ha preso ieri l'onorevole Taormina. La sua lettera, che ho letto attentamente, costituisce e costituirà un esempio altissimo di nobiltà politica e l'intervento di ieri del ministro della giustizia Castelli, fuori dagli schemi e che ha messo il dito sulla piaga purulenta del pianeta giustizia, ha fatto sì che il problema Taormina passasse quasi in secondo piano.
L'opposizione ha sfidato ancora una volta la maggioranza su un tema caro ai giustizialisti scegliendo oggi Taormina e ieri Scajola, per cercare di scardinare la compattezza delle maggioranza, senza peraltro riuscire nel suo intento. La verità è che l'uso disinvolto degli strumenti costituzionali, come la mozione di sfiducia ai singoli Ministri, denota come la sinistra non abbia più progettualità politica e debba sempre far leva sulla questione giustizia per darsi un'identità.
Il Paese, cari colleghi, reclama con forza una seria riforma della giustizia, reclama con forza il riconoscimento delle responsabilità dei giudici che ha avuto la sua consacrazione in un referendum popolare.
Il Paese vuole che i magistrati, al pari dei medici, degli avvocati, degli ingegneri e dei cittadini qualunque paghino se sbagliano: non possono avere un'impunità che non è prevista dalla Costituzione, così come quando si firma - e non si è levato alcun grido di allarme - un mandato di cattura contro un membro del Parlamento senza che il CSM a tutt'oggi abbia iniziato un seppur minimo procedimento disciplinare.
Ed è per questo che vogliamo anche una riforma del diverso sistema di giudizio sulle responsabilità civili e penali dei magistrati, ricorrendo ad un organismo formato non da magistrati ma da esperti giuridici, per togliere ai cittadini e anche a noi - perché no? - il sospetto che i giudici godano di processi non imparziali. Solo così si elimina la diffidenza verso la magistratura.
La sinistra si scandalizza - ma io ritengo strumentalmente, perché sa che il Polo vuole la riforma sulla giustizia e la farà - se un componente del Governo o della maggioranza critica parte della magistratura, non tutta, e rimane in perfetto silenzio se un giudice critica il Governo o peggio quando critica il Parlamento che legifera. (Applausi dai Gruppi CCD-CDU:BF, FI, AN e del senatore Salzano). Caselli dice che il Parlamento ha abolito la mafia; Borrelli sollecita le Camere ad un rigurgito di onestà: nessuna voce della sinistra si è alzata per gridare allo scandalo.
In Inghilterra sono state adottate misure antiterroristiche che aboliscono il controllo giudiziario sui fermi di polizia, ma non sono uscite polemiche dall'ambito nazionale, perché in Gran Bretagna destra e sinistra hanno sicuramente il senso dello Stato. Bene ha fatto il presidente Pera nel caso delle rogatorie a stigmatizzare il provvedimento dell'Unione europea.
Noi vogliamo che il magistrato sia autonomo e imparziale, a prescindere dalla sua fede politica. Vogliamo una giustizia giusta, vogliamo che il magistrato non sia cieco strumento di occhiuta rapina politica.
Dice un proverbio cinese: «Quando il dito indica la luna, lo sciocco guarda il dito». Qui non ci sono sciocchi, non si cada in quest'errore. Forse il dito è stato puntato con veemenza eccessiva, ma la luna c'è e merita di essere guardata con attenzione, perché è più rossa che bianca.
Peraltro, a sinistra c'è qualche persona, come il costituzionalista Augusto Barbera, che ha l'onestà intellettuale e la competenza per chiedersi come il tribunale di Milano abbia deciso di proseguire il processo SME-Ariosto senza tener conto della Consulta, che aveva chiesto di tornare all'udienza preliminare.
Dal dibattito, dal confronto, finanche dallo scontro, il Parlamento formula le leggi che regolano una società, anzi che l'autoregolano nel sistema democratico. Il giudice non crea la legge, ma le dà voce, ne esprime il senso, la finalità, lo scopo, le ragioni che sono nel diritto e non sue personali… (Il microfono si disattiva automaticamente. Applausi dai Gruppi CCD-CDU:BF, FI, LNP e AN e del senatore Salzano).
PRESIDENTE. Senatore Sodano Calogero, se crede può consegnare agli uffici la parte conclusiva del suo intervento.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Calvi. Ne ha facoltà.
*CALVI (DS-U). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor Ministro, signori Sottosegretari, nell'intervento che ieri il Ministro della giustizia ha pronunciato in quest'Aula e nella mozione oggi presentata dalla maggioranza sono stati posti diversi problemi molto complessi e di non semplice soluzione, che avrebbero però meritato un più meditato approccio culturale e un più equilibrato e ragionevole sostegno argomentativo.
I problemi sono diversi e mi sembra che tutti, però, siano finalizzati alla tutela di specifici e assai chiari interessi individuali, attinenti l'elusione del controllo di giurisdizione.
Circa l'articolo 68 della nostra Carta costituzionale, esso è uno strumento di garanzia della libertà di espressione del Parlamento. Si dice che deve essere riformato; certo, potremo anche riformarlo, ma attenti, signori del Governo: se voi pensate di mutarlo da momento di garanzia a strumento di impunità, commettete un grave e pericoloso errore, politico ed istituzionale. Nessun politico, per quanto potente, può pensare di eludere il controllo di giurisdizione per atti esterni alla funzione parlamentare, e il Paese non tollererà il ripristino di quella impunità che fu impropriamente usata per commettere reati e non ricevere alcuna punizione.
Passo al tema dell'Europa. Mi spiace che il Ministro non ci sia e trovo assai scorretto che in questo momento egli non sia presente…
VOCE DAI BANCHI DEL GRUPPO AN. Non può.
CALVI (DS-U). Non mi interessa: non è presente in Aula. Dicevo che mi spiace, dato che nel corso della discussione egli, nel momento in cui cercavo di fargli capire e presentargli documenti del Consiglio d'Europa, ha ritenuto di dover fare una battuta falsa, non vera e che merita soltanto una censura per la maleducazione con la quale egli si è rivolto nei miei confronti. (Commenti dal Gruppo AN).
Tornando al tema dell'Europa, io non vorrei, signori del Governo, che la mozione possa servirci per presentarvi in Europa nascondendovi dietro una votazione del nostro Parlamento: così non sarà, perché, vedete, il Parlamento europeo ha già compreso, e assai bene, quali sono i termini della questione.
L'Europarlamento ha votato giorni fa a Bruxelles un documento perché entro il 6 dicembre, come previsto dal vertice di Gand, si giunga a una decisione definitiva sull'adozione del mandato di arresto europeo. Per questo ha sollecitato il Consiglio a ricorrere anche allo strumento della cooperazione rafforzata, qualora le riserve di qualche Stato membro non consentissero di raggiungere l'unanimità e costringessero a un indebolimento della proposta.
Scrive «Il Sole 24 Ore»: «Non è stata nominata l'Italia nel rapporto Watson passato ieri a Bruxelles a larghissima maggioranza». (Il ministro Castelli rientra in Aula). Signor Ministro, io ieri desideravo ricordarle che quel documento che volevo consegnarle era stato votato anche da Forza Italia e non era assolutamente vero, come lei ha affermato, che non vi era stata nessuna decisione del Parlamento europeo, se non quella di parlamentari della sinistra: anche Forza Italia ha votato quel documento!
Tornando alla citazione de «Il Sole 24 Ore», è vero, non è stata nominata l'Italia nel rapporto Watson, ma il richiamo al nostro Paese è assolutamente chiaro, dato che soltanto l'Irlanda (ma essa, proprio ieri o l'altro ieri ha fatto un passo indietro) aveva posto riserve sul teso dell'accordo elaborato dai Ministri dell'interno e della giustizia. Per ora l'Italia continua a dire no all'applicazione della lista dei 34 reati su cui sono d'accordo tutti gli altri Paesi della UE. Voi proponete di accettarne soltanto sei, escludendo il reato di corruzione.
Ora, se voi pensate che la votazione di questa mozione possa servire da paravento ad una situazione che in Europa si conosce benissimo, commettete un grave errore, perché a questo punto io mi domando e non lo domando con maliziosità - ma vorrei soltanto ricordarlo a me stesso - se è vero o no che in Spagna vi è un giudice che si chiama Garzon, che in Spagna vi è un processo nel quale è imputato un uomo politico italiano e se questa posizione riguardante il mandato di arresto europeo non abbia in qualche modo una connessione con quella situazione.
Vengo invece rapidamente al problema centrale, quello su cui tutti quanti noi abbiamo ragionato in questi giorni. La magistratura italiana, voglio dirlo con forza, è stata un caposaldo nella difesa della legalità e quindi della democrazia, esercitando le sue funzioni nell'accertare la verità e nel reprimere terrorismo, stragismo, corruzione e criminalità organizzata.
Vi è però un problema, quello del rapporto tra magistratura e politica; un problema vero, che dobbiamo saper affrontare con chiarezza e serenità. Ma lei ieri, signor Ministro, con il suo discorso ha posto un macigno davanti alla possibilità di un dialogo sereno; il suo intervento è stato una dichiarazione di rottura nei confronti di chi vuol dialogare e risolvere, pacatamente, all'interno delle istituzioni, questo problema assai grave.
Dico subito che a questo punto, di fronte a queste accuse pretestuose che ho sentito anche questa sera - per favore, colleghi, un po' più di serietà nell'affrontare un tema così delicato - non voglio evocare i martiri della magistratura, la sua indipendenza, non voglio dire che mi erigo a difensore dei diritti dei cittadini, però chi vuole affrontare questi problemi deve occuparsene soltanto quando ha dichiarato con certezza che vuole tutelare l'indipendenza della magistratura.
Quando sono nati questi problemi? Non è vero che siano nati sei, sette o otto anni fa. Non è vero. Sono molto più lontani nel tempo. Ricordo l'estate del 1981, quando due magistrati, Turone e Colombo, stavano indagando sul caso Sindona e sull'omicidio di Giorgio Ambrosoli e a Castiglion Fibocchi, nella villa di Licio Gelli, trovarono una lista di iscritti alla P2. Naturalmente in quel momento fu posta per la prima volta nel nostro Paese la questione se fosse un'azione politicamente orientata.
Ebbene, da allora ho sentito più volte, non soltanto negli echi del "Piano di rinascita democratica", scritto da Gelli nel 1975, ma anche da illustri giuristi, a me molto vicini anche per antica amicizia e frequentazioni accademiche, porre questo problema: il problema del pubblico ministero, se debba essere o meno separato nelle funzioni e nella carriera.
GRECO (FI). Come la Francia!
CALVI (DS-U). Ma mai, lasciatemelo dire, ho sentito arrivare al punto di chiedere l'assoggettamento del pubblico ministero all'Esecutivo, riportando il nostro Paese indietro di decenni e decenni. Ricordiamocelo! E in Europa in questo momento si va in senso esattamente opposto. Il Consiglio superiore della magistratura deve rispondere nei confronti del Parlamento, va mutata la sua composizione. Da allora è cominciata la grande accusa nei confronti della magistratura.
Deve diminuire la politicizzazione dei giudici. Ebbene, dobbiamo anche ricordarci che ad essere politicizzati, si sosteneva allora, non erano i procuratori generali che avocavano e insabbiavano le indagini sui servizi segreti infedeli; non erano i giudici che facevano svanire le inchieste sui finanziamenti illeciti ai partiti, su tangenti e corruzioni; non erano gli alti magistrati della Cassazione, che fino al 1956, con la distinzione tra norme costituzionali programmatiche e precettive sospesero, di fatto, la nostra Costituzione. No, costoro per tutti voi sono magistrati apolitici: questi sono magistrati apolitici, super partes. (Applausi dai Gruppi DS-U e Verdi-U). A questo modello voi volete farci ritornare, ma non ci riuscirete. A quel modello noi non ritorneremo.
Vado rapidamente alle conclusioni, anche se il discorso meriterebbe maggiore approfondimento, ma il tempo concessomi, purtroppo, è quello che è. Non è neppure vero - ripeto - che l'Europa vada in quella direzione. In realtà, l'Europa va nella direzione esattamente opposta, perché essa, nel suo insieme, è investita del medesimo problema, del problema della politicità della magistratura, della politicità del giudice, dell'effetto politico della sua iniziativa e noi dobbiamo riconquistare la capacità di essere autonomi politicamente, come Parlamento, ma garantendo nel modo più assoluto l'indipendenza della magistratura. Soltanto così noi potremo garantirci tale obiettivo.
Il problema non riguarda solo l'Italia, la Francia o la Spagna. Voglio ricordare - e avrei preferito ci fosse il presidente Pera, al quale piace molto citare l'Inghilterra - che anche oltre Manica il potere giudiziario si deve difendere da accuse di politicità.
Vorrei ricordarvi che Lord Taylor, il decano dei giudici inglesi, ha detto che le numerose decisioni che i magistrati avevano adottato contro il Governo "non devono far pensare che l'ordine giudiziario abbia in mente di attuare un incruento colpo di mano in danno dei poteri costituzionali". Egli ha ribadito che la funzione del giudice è quella di "garantire che i poteri siano esercitati da coloro a cui il Parlamento li ha affidati, secondo i modi specificati dallo stesso Parlamento" e che dunque "quando un settore dell'esecutivo o una pubblica autorità agisce al di fuori dei propri poteri o ne abusa, è compito e dovere del giudiziario sostenere la sfida".
Signor Presidente, mi deve concedere un altro minuto.
PRESIDENTE. Ella ha già superato il tempo a sua disposizione di quaranta secondi. Sia rapidissimo.
CALVI (DS-U). La ringrazio, signor Presidente.
Vorrei citare a questo punto una dichiarazione resa dal massimo giudice inglese, Lord Justice Symon Brown, il quale rispondendo alla Regina, appena nel 1996, scrisse: "Non accetto in nessun modo che il desiderio della magistratura italiana di smascherare e punire la corruzione nella vita pubblica e politica, e il conflitto che ciò ha creato tra i giudici e i politici in quel paese, operi in modo tale da trasformare i reati in questione in reati politici". "È un uso scorretto del linguaggio definire la campagna dei magistrati come improntata a «fini politici»". Lord Brown, rispondendo alla Regina, spiega perché egli non consideri protetta dalla legge britannica sull'estradizione la documentazione, relativa a Fininvest, richiesta dai magistrati italiani.
Per concludere, Hans Kelsen, che, signor Ministro, è un noto filosofo del diritto, non un esperto in tecnica metallurgica…
NOVI (FI). Lo conosciamo. Si studia al primo anno di giurisprudenza. (Commenti dai Gruppi AN e FI)
CALVI (DS-U). …scriveva che la legalità limita il principio democratico, ma è necessaria per il mantenimento della democrazia; oggi, al contrario, in Italia c'è qualcuno che pensa e dice che la democrazia è in pericolo a causa di chi esercita il controllo di legalità. (Applausi dai Gruppi DS-U, Mar-DL-U, Verdi-U, Misto-SDI, Misto-Com e Misto-RC. Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Caruso Antonino. Ne ha facoltà.
CARUSO Antonino (AN). Signor Presidente, signor Ministro, signori senatori, sono dell'opinione che il ritardo con cui il sistema nazionale ha fornito storicamente ai cittadini risposta di giustizia, in particolare per quanto riguarda il contesto delle controversie civili, ma non solo, non possa essere addebitato alla magistratura.
Sono tuttavia dell'opinione che essa abbia il dovere di assicurare il proprio contributo in termini materiali, pragmatici e sistemici quanto meno per il conseguimento dell'obiettivo del recupero di efficienza, che è un obiettivo parziale, nel senso che costituisce solo una parte di una strategia complessa, che è quanto in definitiva occorre. Tuttavia è anch'esso funzionale al risultato da tutti voluto, nessuno escluso, di effettività della risposta al diritto dei cittadini.
È indispensabile, per fare questo, che la magistratura cooperi lealmente e radicalmente con le altre parti che concorrono alla formazione del modo processuale. Ho impiegato i termini "lealmente" e "radicalmente" e sono consapevole del rischio di essere frainteso e, quindi, per scongiurarlo, è bene che chiarisca immediatamente.
Penso e non nutro alcun dubbio che la magistratura sia nel suo complesso, e nel complesso dei suoi singoli appartenenti, leale allo Stato e leale alle sue leggi. Con l'impiego dei termini "leale" e "radicale" intendo quindi semplicemente dire che la cooperazione è davvero tale solo se prescinde da qualsiasi valutazione di tipo tattico, di tipo politico o ideologico, e non è connessa o resa funzionale ad altro o ad altri temi o fini, ma solo se è, viceversa, strettamente e indissolubilmente legata al perseguimento dell'obiettivo materiale.
E ciò che specificamente compete alla magistratura intanto è in tale ambito la ottimizzazione delle risorse, quelle che il bilancio dello Stato e le scelte del Ministro ad essa assegna per la migliore organizzazione anche metodologica del lavoro dei propri uffici. Da ciò discenderà aumento della produttività propria e esempio di governo del processo in termini corretti.
Inoltre, non ho dubbi che la magistratura possa e debba ulteriormente contribuire, anche con il conferimento del proprio patrimonio di esperienza e di saperi, ma sono convinto che mai come ora, perché ora è fatto oggettivo che si versi in una situazione di sofferenza - e poco importa se si tratta di nuova sofferenza o di sofferenza semplicemente riacuita perché in realtà derivante da anni e da scelte passate - ciò debba avvenire nell'interno stretto delle scelte legislative che competono al Parlamento e mai al di fuori o in forzatura delle stesse.
La magistratura è e deve essere infatti interprete delle leggi, ma interprete delle leggi solo come Costituzione e sistema democratico scelto e vigente ad essa impongono. Lo Stato e i suoi cittadini, lo Stato e il dovere di giustizia verso i cittadini non possono permettersi alcun regolamento di conti sulla giustizia e nemmeno possono permettersi qualcosa che a ciò risulti simile, sebbene di diversa cosa si tratti nelle intenzioni.
Sbaglia chi ritiene, da ogni parte, che una tale via sia possibile o che costituisca un percorso ammissibile per affrontare o solamente dibattere i temi della giustizia, e in ogni caso non lo è in un contesto di democrazia compiuta ed autentica e in uno schema costituzionale quale è quello che ci è proprio, che fa della separazione e dell'indipendenza dei poteri e dell'ordine magistratuale un non rinunciabile caposaldo.
Poteri e ordini costituzionali non hanno e non possono legittimamente avere alcun conto da regolare tra di loro. Io credo che siano al più possibili, non solo, ma anche legittime e utili rivisitazioni di pregresse vicende alla sola condizione che sia imposto un livello di responsabilità e di rispettiva fiducia di rango tale da non consentire alcuno scadimento dell'obiettivo unico possibile che è quello della capitalizzazione virtuosa degli errori del passato che non è un passato solamente remoto, ma anche dell'altro ieri.
Tornando alla questione dell'indipendenza in particolare a quella dell'indipendenza della magistratura, credo che il magistrato non goda, e non debba godere, come da più di una parte si reitera a reclamare, del diritto all'indipendenza. Infatti, così posta la questione, quasi si potrebbe assumere che al medesimo sia riservata una sorta di privilegio di casta.
Credo, all'inverso, che il magistrato abbia e debba avere in primissimo luogo solo e soltanto il dovere dell'indipendenza che è corrispettivo esatto del diritto del cittadino all'indipendenza dei suoi magistrati.
Credete, non ho la presunzione nemmeno di tentare di scrivere qui il decalogo del buon magistrato e peraltro non sarebbe in tema. Nemmeno ho l'altra presunzione che quanto io dica possa suonare a sentenza. Devo peraltro aggiungere che in termini personali mai ho avuto l'ambizione di svolgere la funzione di giudice delle persone o delle cose, convinto come sono che vi è chi giudica tutti noi e che il rango delle rispettive sentenze nemmeno sia comparabile, anche se ricordo esservi stato chi, avventurandosi nella distinzione tra le due condizioni, ebbe di fatto a praticare il tentativo di comparazione. Ma non avere l'ambizione di giudicare le cose non vuole dire non esaminarle, non criticarle, non operare in definitiva una scelta. Non vuol dire impedirsi di nutrire preoccupazioni per le scelte altrui.
E su un tema di attualità, come quello che è alla fonte delle ragioni per cui siamo oggi in quest'Aula, devo dire che è proprio il fatto pacifico che è compito della giurisdizione controllare in via esclusiva se stessa a suscitare grave preoccupazione in chi, come me, nel mio piccolo, ma anche come tutti voi, condivide responsabilità collettive.
Una scelta sbagliata della giurisdizione, corretta da un livello più alto del sistema, testimonia, in primo luogo, il buon funzionamento del sistema stesso, ma può essere oggettivamente lesiva del bene che il sistema mira a proteggere; per esempio, per effetto del decorso del tempo o del termine.
La scelta sbagliata, figlia dell'errore fisiologico, deve essere sempre serenamente accettata. Ma la reiterazione dell'errore fisiologico o l'accertamento altrettanto sereno dell'errore di estrazione patologica deve - a mio giudizio - suscitare allarme e trovare fermo governo.
È più volte risuonato in quest'Aula e nelle pubbliche dichiarazioni l'appello di volta in volta ad abbassare i toni o a prendere le distanze. Ed io mi associo a questo richiamo, non solo con sincero sentimento, credete, colleghi, ma anche con la consapevolezza della mia pratica effettiva dell'esercizio.
Il senso dello Stato, signor Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, si dimostra con i fatti di tutti e con le parole di ogni parte, ma anche con i silenzi, soprattutto quando sono operosi. (Applausi dai Gruppi AN, FI, CCD-CDU:BF, DS-U e del senatore Occhetto. Molte congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Consolo. Ne ha facoltà.
CONSOLO (AN). Signor Presidente, onorevoli colleghi, mi associo con grande soddisfazione al richiamo del Capogruppo e Presidente della Commissione giustizia, senatore Caruso Antonino, alla necessità, per tutti, di abbassare i toni.
Il caso Taormina si è ormai, peraltro autonomamente, risolto. Le dichiarazioni forti ma - a mio avviso - non contestabili nella sostanza del Ministro guardasigilli hanno comunque ricordato a tutti noi che il problema giustizia esiste. Se il problema esiste, cerchiamo allora tutti insieme di risolverlo. Prendiamo spunto da questo caso, che ormai appartiene al passato, per cercare di essere coesi e risolvere un problema che affligge tutti i cittadini, indipendentemente dal loro colore politico.
Le dichiarazioni rese dal ministro Castelli, virgolettate e ripetute in quest'Aula, hanno evidenziato una violazione di fatto da parte di pochissimi, ma autorevoli magistrati: la violazione del principio sancito dall'articolo 98 della nostra Costituzione, che prevede limitazioni al diritto di iscriversi ai partiti politici per alcune categorie di persone, tra le quali i militari, i rappresentanti diplomatici e, non a caso, i magistrati.
Presidenza del presidente PERA
(Segue CONSOLO) Ho a disposizione solo tre minuti per cui dovrò essere rapidissimo. Chiedo se qualcuno di voi possa contestare il fatto che vi siano magistrati i quali, anziché espletare attività giurisdizionale, svolgono, invadendo un diverso settore, attività politica.
Non corriamo il rischio - lo dico senza nessuna vis polemica - di supportare, con le nostre polemiche, questi magistrati? Alcuni di essi, e lo ricordo al collega che pensava di esser l'unico ad aver letto le sentenze della Corte costituzionale, hanno disatteso queste stesse sentenze; si tratta di pochi magistrati, ma che comunque incidono sulla credibilità della magistratura.
Non supportiamo con le nostre polemiche, non diamo un premio ingiusto a questi magistrati che, ripeto, sono pochi. Quindi, un passo indietro nella polemica, un passo avanti invece per risolvere il problema che va risolto non nel nostro interesse, ma nell'interesse del Paese. (Applausi dai Gruppi AN, FI e CCD-CDU:BF).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Novi. Ne ha facoltà.
NOVI (FI). Signor Presidente, in quest'Aula sono risuonati continui appelli al senso dello Stato, appelli a volte queruli, a volte stralunati. Perché appelli «queruli e stralunati»? Perché venivano da una parte che ha lamentato la mancanza di senso dello Stato dell'onorevole Taormina, ma dimenticava, quella stessa parte, di aver vantato - e non se ne vergognava - la presenza nel Governo dell'onorevole D'Alema di un Sottosegretario che aveva un tale senso dello Stato da pronunciare l'elogio funebre del capomafia calabrese don Momo Piromalli. Questa è una discriminante morale tra noi e voi: in questo Governo non c'è un solo uomo che abbia pronunciato orazioni funebri in onore di un sanguinoso capomafia.
E ora, signor Presidente, veniamo alla ragione del contendere.
Da parte della sinistra abbiamo subito un attacco durissimo ieri sera, un attacco che punta a delegittimare le istituzioni, tutte le istituzioni, anche la massima istituzione di quest'Aula. Eppure noi abbiamo occupato i banchi dell'opposizione, ma non abbiamo mai seguito questa strada eversiva e terroristica del confronto politico.
CAMBURSANO (Mar-DL-U). Ma cosa sta dicendo?
NOVI (FI). In realtà noi riteniamo che qui non si tratta affatto di una insorgenza giacobina di alcuni magistrati: qui si tratta, semmai, di una regressione reazionaria di un segmento della magistratura italiana che punta alla feudalizzazione della giurisdizione; un segmento della magistratura italiana che punta verso una privatizzazione della giurisdizione.
Per quanto riguarda i Borrelli e i Greco, ci troviamo di fronte ad una concezione proprietaria e neocorporativa del ruolo del magistrato. Ci troviamo di fronte ad una regressione reazionaria che si coniuga poi con un approccio fondamentalista alla giurisdizione, che deriva dal prevalere di quell'etica weberiana della convinzione che è l'opposto dell'etica della responsabilità: l'etica della responsabilità sta all'origine del buon governo, l'etica della convinzione sta all'origine dei fondamentalismi e di tutte le insorgenze eversive.
Ma - e lo diciamo con franchezza - la feudalizzazione della giurisdizione ricorda i tempi della monarchia merovingia, quando il re, il potere centrale, non contava niente. Quelli però venivano definiti i "re fannulloni": qui c'è un Governo che non è un Governo fannullone. Avrete modo di constatarlo e lo state già constatando.
CAMBURSANO (Mar-DL-U). Sì, sì.
NOVI (FI). È un Governo, miei cari oppositori, che diversamente dai vostri Governi, che avevano fatto dell'Italia il Paese fanalino di coda nei parametri dell'Europa, ha portato l'Italia all'avanguardia. Altri, la socialdemocrazia tedesca ora sta mordendo la polvere di una recessione. Altri.
CAMBURSANO (Mar-DL-U). Grazie a voi!
NOVI (FI). Grazie a noi.
ANGIUS (DS-U). In cinque mesi avete fatto tutto!
NOVI (FI). Noi siamo altra cosa rispetto alla procura neofeudale del signor Borrelli; siamo altra cosa rispetto al rito ambrosiano della giurisdizione, un rito che discriminava gli inquisiti, distinguendo tra Cagliari, che si suicidava o veniva suicidato in carcere, per quanto riguardava l'ENI e un tal signor Barnabé, che a molti magistrati e a qualche magistrato della procura di Milano era ben noto soprattutto come elargitore, elargitore anche di lussuosi attici e appartamenti nel centro cittadino.
Noi non ci siamo eretti a monumenti equestri della rivoluzione di Mani pulite, cavalcando cavalli di proprietà di noti faccendieri. Noi non abbiamo mai incassato 100 milioni in contanti da persone inquisite dalla procura di Milano.
Queste cose non le abbiamo fatte; siamo ben altro rispetto a quel sostituto procuratore di Milano - la signora Boccassini - che, privatizzando la sua funzione, inquisì il procuratore di Roma Vittorio Mele, innocente, perché non aveva ubbidito agli ordini del dottor Scalfari, direttore del quotidiano "la Repubblica". La procura di Vittorio Mele aveva osato ammanettare e arrestare simbolicamente, per poche ore, l'editore di "la Repubblica". Il procuratore Mele fu raggiunto da una telefonata intimidatoria del direttore Scalfari, che gli chiedeva conto di questo arresto. A questo punto entra in azione la procura di Milano contro Vittorio Mele, utilizzando un pentito, tale Francesco Cavallari, boss delle cliniche pugliesi, che credeva di farla franca.
Questa era la vostra giustizia e questa è la vostra giustizia: una privatizzazione spinta ad un livello tale per cui cinque magistrati dell'ufficio GIP di Napoli hanno trasmesso quest'estate a tutti i loro colleghi una circolare per invitarli a non accedere alla richiesta di intercettazioni della procura della Repubblica nei confronti del signor Caruso, che annunciava mazzate, rivolte e morti a Genova. Sapete chi è questo signor Caruso, il leader dei no global di Napoli? È un impiegato del comune di Napoli che risiede al secondo piano, sotto l'ufficio del sindaco di Napoli. Questa è la vostra privatizzazione delle istituzioni!
Un altro esempio. Il Consiglio di Stato ha annullato la nomina del procuratore generale della Corte di cassazione perché non erano stati scrutinati tutti i candidati che ne avevano diritto. Il candidato selezionato è stato cacciato. Ma sapete perché era stato prescelto? Perché era un simpatizzante di Rifondazione comunista.
SODANO Tommaso (Misto-RC). Ma sii serio!
MALENTACCHI (Misto-RC). Questa è proprio bella! È la più grossa che hai detto!
NOVI (FI). Diciamo la verità, il prescelto era stato bocciato per ben due volte: al concorso per aggiunto e al concorso per la Corte di cassazione. Era stato quindi gratificato con questa promozione, perché evidentemente pensavate che la Cassazione fosse cosa vostra.
In ultimo, signor Presidente, a proposito di privatizzazione, vorrei parlare della giustizia europea. Sapete come funziona la giustizia europea? Il magistrato Perduca va alla direzione dell'OLAF, la superpolizia europea, raccomandato dal ministro Fassino, che opera una selezione ad hoc, di cui nessuno sarebbe dovuto venire a conoscenza.
Al comitato di vigilanza dell'OLAF, della superpolizia, c'è un tale Bruti Liberati di Magistratura democratica. Poi, naturalmente, c'era l'immancabile Caselli che doveva fare il coordinatore delle procure europee. Questa è la vostra giustizia. Una giustizia di trafficoni, una giustizia di persone che truccano… (Il microfono si disattiva automaticamente). (Applausi dai Gruppi FI, CCD-CDU:BF, AN e LNP. Congratulazioni).
MALENTACCHI (Misto-RC). Presidente, lo faccia parlare! Era proprio sul più bello!
PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione.
Ha facoltà di parlare il ministro della giustizia.
CASTELLI, ministro della giustizia. Signor Presidente, colleghi, anche se il dibattito non è compiutamente terminato, considerato che mancano le dichiarazioni di voto, credo che si possa già trarre un bilancio, sia pure parziale. A me francamente sembra positivo, perché finalmente siamo riusciti a trasferire la polemica, anche forte, anche asperrima, che era al di fuori, nel luogo istituzionalmente precostituito, ossia l'Aula.
Di questo sono molto soddisfatto e ringrazio tutti i colleghi, a cominciare dal presidente Mancino, che mi pare abbia svolto un intervento veramente di alto profilo.
Presidente Mancino, lei mi ha accusato di essere salito sul ring, di aver voluto menare cazzotti, però voglio ricordarle in quale atmosfera ho dovuto svolgere il mio intervento ieri (Applausi dai Gruppi FI, CCD-CDU:BF, AN e LNP). Era un'atmosfera che non esito a definire di aggressione e sono molto lieto che oggi invece il dibattito, anche se nella sostanza in alcuni casi è stato forte, nei toni si sia svolto come doveva svolgersi. Di questo sono veramente lieto.
Io credo che alcune precisazioni vadano fatte. Sto vedendo in questo momento molte agenzie, riguardanti affermazioni anche di esponenti del Consiglio superiore della magistratura (qualcuno è intervenuto in questo senso) secondo cui il Governo avrebbe dichiarato che vuole asservire i pubblici ministeri.
Per i distratti, per coloro i quali magari nella confusione dell'Aula non hanno sentito bene, voglio ripetere quanto ho affermato ieri. Al termine del mio intervento riguardante una carrellata sui pubblici ministeri nell'ambito dei Paesi europei, ho dichiarato: "Vogliamo cominciare a discutere di questi temi anche in Italia?", e poi ho aggiunto: "Da parte mia, resto convinto che la magistratura dev'essere indipendente dal potere politico". (Applausi dai Gruppi FI, CCD-CDU:BF, AN e LNP).
Per chi non lo avesse capito, lo dico un'altra volta: da parte mia resto convinto che la magistratura deve essere indipendente dal potere politico. Poi aggiungevo (fatto, credo, altrettanto importante): "Ma sono anche convinto che quest'ultimo dev'essere al riparo dagli attacchi strumentali che la magistratura politicizzata gli voglia eventualmente portare". Questo è il dato, quindi nessuno vuole assolutamente sottoporre i pubblici ministeri al potere politico.
Credo di dover apprezzare e ringraziare i colleghi senatori per aver stilato una mozione che credo resterà importante in questa legislatura, perché indica il cammino che il Governo deve compiere. Per la verità, il Governo aveva già indicato un cammino, molto simile a quello previsto nella mozione, nei documenti che abbiamo illustrato nelle Commissioni competenti di Camera e Senato, ma capite che questo documento - se approvato, come auspico - sarà un viatico potente, sarà un sostegno di grande efficacia per l'azione del Governo.
Anche qui, però, credo che si debba sfatare una leggenda: è stato detto che il Governo è in ritardo sui programmi, che non ha fatto alcune cose, che le riforme non arrivano. Allora, bisogna ricordare cosa abbiamo detto in Commissione, per i distratti o per coloro i quali magari non vogliono leggere gli atti parlamentari.
Nel documento che ho presentato a Camera e Senato, tra gli obiettivi dei primi cento giorni indicavo la riforma del diritto societario. Essa non soltanto è stata varata nei tempi previsti, ma addirittura in anticipo sulla tabella di marcia, perché alcuni decreti delegati stanno per vedere la luce. Di ciò ringrazio ancora una volta i parlamentari, soprattutto quelli della maggioranza, che con il loro grandissimo lavoro hanno consentito che il Governo rispettasse l'impegno.
Ho poi dichiarato che nei primi cinque mesi avrei presentato il disegno di legge per l'elezione del Consiglio superiore della magistratura; esso è già incardinato nella competente Commissione del Senato e auspico che nel più breve tempo possibile ne inizi la discussione.
Ho dichiarato altresì che avrei presentato un decreto-legge sull'abolizione dei reati di opinione, ed esso è all'esame del cosiddetto pre-Consiglio dei ministri; ho infine affermato che avrei presentato un disegno di legge per l'abbreviazione dei tempi della giustizia civile e per la riforma dell'ordinamento giudiziario prima della fine dell'anno. Ciò accadrà puntualmente e questo, si badi bene, nonostante la gravissima crisi dell'11 settembre, che ha costretto il Governo ad un lavoro supplementare molto gravoso per poter fronteggiare l'attacco del terrorismo.
Concludo, perché credo che ormai sia già stato detto molto. Questo Ministro e questo Governo non hanno mai cessato di collaborare con la magistratura, né con il Consiglio superiore della magistratura, né con l'Associazione nazionale magistrati. È stato fatto un lavoro continuo.
Anche ieri, mi sono allontanato dall'Aula perché avevo una riunione con l'ANM e con rappresentanti della magistratura amministrativa e contabile. Come frutto di questo lavoro, sono autorizzato a dichiarare all'Aula che il Governo, nella fattispecie il Ministro della giustizia, assume l'impegno di affrontare la questione della sperequazione retributiva della magistratura ordinaria riferendosi alla produttività e all'efficienza della stessa. (Applausi dai Gruppi FI, AN, CCD-CDU:BF e LNP). Quindi, colleghiamo l'adeguamento retributivo della magistratura a criteri di efficienza e di modernità, come ieri ho dichiarato.
Dichiaro altresì che, proprio su questa linea, la prossima settimana presenteremo all'opinione pubblica una commissione paritetica tra Ministero della giustizia e Consiglio superiore della magistratura che si incaricherà specificamente di individuare gli strumenti per misurare l'efficienza e l'efficacia della magistratura.
Qual è la novità? E' piccola ma credo significativa, perché dà l'idea dell'impronta che questo Governo vuole dare all'azione politica in materia di giustizia. Fino ad ora accadeva che questa Commissione, la quale già esisteva, era composta da tre magistrati nominati dal Consiglio superiore della magistratura e da tre magistrati nominati dal Ministero; sei magistrati, dunque, si riunivano per discutere sull'efficacia e l'efficienza della magistratura.
Questa volta si riuniranno i tre magistrati nominati dal Consiglio superiore della magistratura, un magistrato e un avvocato nominati dal Ministro, nonché un rappresentante di una società privata di consulenza specializzata nella misurazione dell'efficacia e dell'efficienza dei manager pubblici e privati. È una piccola cosa, ma credo che sia molto significativa per far comprendere la direzione sulla quale vogliamo incamminarci.
Non ho altro da dire. Credo comunque che da oggi si possa finalmente con soddisfazione verificare che in quest'Aula si sono dibattuti per due giorni, con toni alcune volte aspri e violenti, ma sempre utili, dei temi fondamentali: il rapporto tra politica e magistratura, la questione dell'indipendenza della magistratura, la questione se esista o meno una magistratura politicizzata, la questione importantissima del nostro ruolo in Europa. Ringrazio tutti per questo dibattito che si è svolto. (Applausi dai Gruppi, FI, AN, CCD-CDU:BF e LNP. Congratulazioni).
PRESIDENTE. Passiamo alla votazione delle mozioni.
CARUSO Luigi (Misto-MSI-Fiamma). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
CARUSO Luigi (Misto-MSI-Fiamma). Signor Presidente, signori del Governo, onorevoli colleghi, quattro minuti sono un tempo assolutamente insufficiente, anche per chi sia dotato di straordinarie capacità sintetiche, non dico per affrontare, ma anche soltanto per elencare i problemi della giustizia oggi in Italia.
È certamente sotto gli occhi di tutti (e non enuncio, perché non amo i sondaggi, le percentuali che ha ricordato prima il senatore Bucciero) che vi sia un uso politico, un uso a fini politici del potere giudiziario e dunque un abuso di potere da parte di un frangia di magistrati che sono stati educati in modo scientifico - dal Partito comunista italiano prima, e dai suoi eredi successivamente - perché il Partito comunista italiano voleva conquistare il potere attraverso la cosiddetta via giudiziaria. E della via giudiziaria alla rivoluzione in quest'Aula del Senato ha parlato dai banchi della sinistra la senatrice Salvato, che forse anche per questo, essendo garantista e perbene, non è stata più ricandidata. (Commenti della senatrice Pagano).
Dunque, c'era un uso del potere giudiziario programmato scientificamente. Oggi sento parlare, e mi indigno, di Fininvest, di Berlusconi e di corruzione e vorrei chiedere ai colleghi senatori della sinistra se Edgardo Sogno fosse iscritto a Forza Italia, se fosse un amministratore che prendeva le bustarelle o fosse soltanto un anticomunista che costituiva un nemico, per cui bisognava eliminarlo ad ogni costo da parte di chi, come l'onorevole Violante a quei tempi, era uno di quei magistrati che utilizzavano per fini politici il potere giudiziario e combattevano la loro battaglia politica andando a rapporto tutte le sere dal segretario della Federazione provinciale del Partito comunista di Torino. (Applausi dal Gruppo AN. Commenti della senatrice Pagano).
È questa la verità, ed è una verità che è sotto gli occhi di tutti, come la persecuzione a danno dei giovani di destra: tutte queste cose le abbiamo viste e chi, come noi, ha quasi cinquant'anni le ha vissute in prima persona.
Da parte di alcuni, che forse sono sfuggiti al controllo del vecchio padrone, cioè del PCI, c'è un uso a fini politici della magistratura per il perseguimento di finalità che con la giustizia non hanno nulla a che fare.
Ho sentito parlare in quest'Aula più volte di invasione di campo, da parte del legislatore o della politica, nei confronti della magistratura e del potere giudiziario; ma io pretendo altrettanto rispetto per il Parlamento da parte del potere giudiziario. In un altro Paese il dottor Borrelli sarebbe stato cacciato via! Noi siamo i legislatori e loro debbono applicare la legge; ripeto, debbono applicare la legge! (Commenti della senatrice Pagano). È questo l'obbligo per tutti i magistrati; qui invece tutti diventano protagonisti, tutti (intendo tutti quelli che si comportano così e non tutti i magistrati) sono mossi da un delirio di onnipotenza che diventa farsesco e ridicolo.
In questo quadro, la separazione delle carriere, amici che mi ascoltate, non è un rimedio sufficiente, anche perché procedere alla decontaminazione della contiguità che c'è stata tra la magistratura inquirente e quella giudicante non è una cosa semplice, che si possa fare in tempi brevi.
Ci vogliono sanzioni severe e certe per i magistrati che sbagliano, perché l'unica categoria di immuni è quella dei magistrati, e occorre che il Consiglio superiore della magistratura torni ad essere, come doveva essere nel progetto costituzionale, un organo di autogoverno, di valutazione e di controllo del comportamento dei magistrati, cessando di essere quello che è diventato: un organo di copertura delle malefatte dei magistrati. (Applausi dai Gruppi AN e FI).
SODANO Tommaso (Misto-RC). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà per sei minuti.
SODANO Tommaso (Misto-RC). Signor Presidente, rappresentanti del Governo, colleghi, il caso Taormina ha evidenziato la volontà vera del Governo di centro-destra, che ha l'obiettivo di creare un sistema che privilegi gli interessi forti e risolva i problemi giudiziari del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e dei suoi amici.
I provvedimenti fin qui adottati e quelli in itinere si pongono nell'ottica di scardinare il sistema giustizia e di intimidire e assoggettare la magistratura nel nostro Paese. Nei primi cento giorni si è risposto alle esigenze della maggioranza e dei suoi sponsor: dunque, nuove norme sul diritto societario, riduzione delle pene sul falso in bilancio, la nuova legge sulle rogatorie, che rende inutilizzabile l'acquisizione degli atti da altri Paesi, rischiando di mettere in libertà imputati di delitti di terrorismo internazionale, di criminalità organizzata ed economica, traffico di stupefacenti, riciclaggio, sfruttamento di minori.
Si è consentito anche il rientro di capitali sporchi e, con una semplice dichiarazione riservata, si potranno legalizzare società off shore, molto note al presidente Berlusconi, e far rientrare ingenti somme di denaro di provenienza illecita. Anche il Parlamento europeo, ministro Castelli, e non un manipolo di bolscevichi, ha richiamato l'attenzione sul rischio che questi provvedimenti renderanno più difficili, se non impossibili, le rogatorie internazionali per reati gravissimi.
Il Governo ha imposto delle leggi che fanno perdere credibilità internazionale al nostro Paese. A beneficiare dei provvedimenti non saranno certo i poveri cristi che marciscono in galera per reati dovuti spesso alla marginalità o alla tossicodipendenza.
A fianco di questo pacchetto di leggi, che garantiscono i soci di maggioranza del Governo, ci sono alcune misure particolarmente pericolose per lo Stato di diritto in Italia. Mi riferisco alla legislazione di emergenza che, lungi dall'essere un efficace strumento per la lotta al terrorismo internazionale, aumenta i poteri delle forze dell'ordine e dei loro ausiliari, che potranno eseguire operazioni sporche e compiere reati di ogni tipo sulla base solo di sospetti, riducendo drasticamente le libertà individuali di ciascuno di noi, nonché alle norme sull'immigrazione, che creeranno ulteriore emarginazione, eliminando garanzie e diritti.
La telenovela, come l'ha definita ieri il Presidente del Consiglio, si è chiusa con le dimissioni del sottosegretario Taormina. Questa decisione era imposta dalla decenza, ma resta più che mai aperto il conflitto tra il Governo e la magistratura. Le affermazioni di Taormina, che voleva liberare il Paese dalle escrescenze rappresentate da magistrati e, non contento, richiedeva l'arresto per i giudici del tribunale di Milano, colpevoli, a suo avviso, di voler proseguire il Processo SME-Ariosto che riguarda un altro imputato eccellente, il deputato di Forza Italia, ex ministro, Cesare Previti, sono state assunte in quest'Aula dal ministro Castelli e sono presenti oggi nella mozione della maggioranza, che è una sorta di testamento dell'ex sottosegretario Taormina.
Il Guardasigilli si è presentato in quest'Aula con una requisitoria contro i giudici che hanno messo sotto processo Berlusconi e Bossi. Le dichiarazioni di Taormina, a dire del Ministro, sono "una questione reale", alimentando il sospetto che la magistratura faccia politica per "ribaltare per vie giudiziarie il verdetto degli elettori".
Parole pesanti, accompagnate da minacce di perquisizioni o indagini per intimidire i giudici e ricondurre, a suo dire, nell'alveo costituzionale i poteri della magistratura. Siamo davanti ad un atto di inaudita gravità: un Ministro della giustizia che attacca i giudici dei processi che riguardano il Capo del suo Governo e del suo partito, portando l'Italia fuori dallo spazio di giustizia e sicurezza che i trattati fondativi dell'Unione europea contemplano, rischiando di isolare il nostro Paese dall'Europa del diritto.
Abbiamo sempre ritenuto che, oltre al conflitto di interessi in cui Taormina si trovava in buona compagnia con il Cavaliere, siamo davanti ad un conflitto istituzionale, perché si aggredisce la magistratura cercando di delegittimarla, bloccando il corso della giurisdizione. E le dichiarazioni del ministro Castelli confermano che le posizioni espresse da Taormina sono condivise dal Governo e dalla maggioranza. Eventuali differenze erano di forma, non di sostanza.
Del resto, lo stesso Presidente del Consiglio, che vorrebbe riscrivere la storia di Tangentopoli nel nostro Paese, prosegue nelle sue dichiarazioni intimidatorie nei confronti della magistratura e dei singoli giudici, cercando di assoggettare all'Esecutivo quei magistrati impegnati in processi delicati, in cui è coinvolto il leader della Casa delle libertà (meglio dire delle illegalità) e persone a lui molto vicine.
Si procede dunque, da un lato, con una campagna di delegittimazione e, dall'altro, eliminando risorse e mezzi necessari per il corretto funzionamento della giustizia civile e penale e per renderla più vicina ed accessibile ai cittadini. Le carceri sono sempre più invivibili, con oltre 54.000 detenuti, di cui circa 18.000 tossicodipendenti.
Alcune leggi approvate nella passata legislatura per ridare credibilità alla nostra giustizia, coniugando efficacia, efficienza, celerità e garanzie per tutti... (Il Presidente invita il senatore Sodano Tommaso a concludere). Signor Presidente, ho rinunciato all'illustrazione del nostro ordine del giorno, quindi dovrei disporre di qualche minuto in più. Ho bisogno di altri due minuti per terminare il mio intervento.
PRESIDENTE. La prego di concludere. Lei ha sei minuti a disposizione, e non otto.
SODANO Tommaso (Misto-RC). Dicevo che alcuni provvedimenti approvati, come quello per l'ampliamento della legge Gozzini (sulle detenute madri, sull'incompatibilità tra carcere, AIDS e altre gravi malattie), le norme sul giusto processo, quelle antiracket e antiusura e quelle sulle sezioni stralcio per accelerare i processi attendono ancora l'azione del Ministro affinché tali riforme siano applicabili in concreto.
È veramente curioso che il ministro Castelli parli di Ministero in ginocchio e di giustizia prossima al collasso e poi si proceda in finanziaria con una riduzione indiscriminata degli stanziamenti per la giustizia, con il mancato aumento degli organici dei magistrati e degli operatori, nonché delle scorte per i giudici a rischio.
Le azioni contro la magistratura, attraverso liste di proscrizione di giudici politicizzati, è l'anima del Governo, che vuole giudici servitori dell'Esecutivo. Ma in ogni democrazia costituzionale il giudice è servitore della Costituzione, che appartiene a tutti i cittadini. (Il microfono si disattiva automaticamente). (Applausi dai Gruppi Misto-RC, Misto-Com e DS-U).
PRESIDENTE. Senatore Sodano, naturalmente, se ritiene, le consento di allegare agli atti la parte finale del suo intervento. (Proteste del senatore Sodano Tommaso). Lei conosceva i tempi e glieli ho ricordati. Lei aveva sei minuti a disposizione, e non otto.
DE PAOLI (Misto-LAL). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
DE PAOLI (Misto-LAL). Signor Presidente, è fin troppo evidente che gli interventi del dimissionario sottosegretario Taormina hanno rappresentato un attacco ai giudici di Milano che hanno colpito Tangentopoli. Chiaramente, il problema non è solo l'onorevole Taormina, ma i tanti uomini del Polo che si comportano e parlano esattamente come lui.
Se è vero, come lo è, che il pool di Milano con la sua azione giudiziaria ha anticipato il giudizio politico che ha spazzato via i partiti di Tangentopoli, è vero anche che il Polo, con gli attacchi ai giudici, palesa invece una continuità con gli stessi partiti della prima Repubblica. (Applausi dal Gruppo DS-U).
L'attacco del Polo è dunque ai magistrati che per competenza territoriale e non per motivi politici, come le destre economiche sostengono, continuano a indagare su Berlusconi e sulle persone a lui vicine. I magistrati di Milano indagano e istruiscono processi contro lor signori semplicemente perché ritengono, atti alla mano, che questi si siano macchiati di reati sanzionabili penalmente nel nostro ordinamento.
Legittima sarebbe, invece, la posizione politica della destra per riformare il sistema giudiziario, ma l'azione della destra è volta esclusivamente ad attaccare i magistrati, oggi quelli di Milano, domani quelli di altre procure ritenute nemiche. Si cerca, di fatto, di sottomettere il potere giudiziario al potere politico.
I problemi della giustizia sono tanti. Bisogna anzitutto dare tempi certi alle sentenze, specialmente per chi è in carcere, prima del giudizio, in custodia cautelare, e bisogna che chi emette un giudizio ne sia responsabile. Ma per fare ciò bisogna aiutare i magistrati e non criminalizzarli. (Applausi dal Gruppo DS-U).
OCCHETTO (Misto-LGU). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
OCCHETTO (Misto-LGU). Signor Presidente, credo che nella seduta di ieri abbiamo assistito ad una forma - lasciatemelo dire - di terrorismo politico. (Commenti dal Gruppo AN). Si è detto, ad un certo punto, che il Sottosegretario si è sacrificato proprio come un kamikaze che si lancia contro l'edificio della giustizia; ma noi, come non lodiamo il suo sacrificio, non lodiamo coloro che fanno i kamikaze nel terrorismo vero e si scagliano contro altri edifici.
Ieri avete fatto di tutto, con un'abile regia, per tenere la scena televisiva e così, per la prima volta, noi senatori del Parlamento italiano ci siamo trovati inconsapevolmente a fare le comparse di un nuovo show televisivo, una specie di Grande Fratello parlamentare: siamo praticamente dentro un Truman Show, cioè dentro qualcosa che noi stessi non possiamo controllare.
Signor Presidente, attenzione: se noi continuiamo a schiaffeggiare il Parlamento e nello stesso tempo continuiamo a determinare un gravissimo conflitto tra il potere politico e quello giudiziario non si andrà molto avanti nella costruzione della nostra democrazia.
E badate, credo che noi dobbiamo togliere di mezzo un argomento falso. E' del tutto evidente che sulla giustizia si possono e si debbono dire molte cose; è del tutto evidente che la giustizia in molte parti non funziona; è del tutto evidente che ci sono delle magagne; è del tutto evidente che soprattutto la povera gente patisce la lunghezza dei processi; è del tutto evidente che quindi bisogna mettere mano a questa materia. Ma facciamo allora il nostro dovere di legislatori e non creiamo e non suscitiamo uno scontro politico tra sistema politico e sistema giudiziario.
Perché allora, invece di fare questo, che al Parlamento dovrebbe sembrare del tutto naturale, si continua a fare della propaganda eversiva? L'intento è chiaro; l'intento è quello di spaventare il giudice; l'intento è quello di renderlo meno libero nel suo giudizio; l'intento - altro che garantismo! - è quello di costruire uno Stato forte con i deboli e debole con i forti.
Allora, in questo modo, badate, non c'è garanzia, non c'è garanzia fuori del mercato telematico e del mercato politico. Io credo quindi che il problema vero oggi sia quello della garanzia e io mi sento più garantista di molti altri, anche se ho difeso l'operato della magistratura, il che non significa difendere ogni atto dei magistrati ma essere contrari a quella nefasta vicenda che già attanagliò la Repubblica di Weimar e che portò alla fine della democrazia in Germania, proprio con l'esempio personale che ciascuno di noi deve dare nel momento in cui può essere colpito da un atto della magistratura.
Quindi, il nostro problema è quello di garantire i deboli e punire i prepotenti, i fuorilegge! (Applausi dai Gruppi DS-U, Mar-DL-U, Verdi-U, Misto-Com e Misto-RC. Congratulazioni).
PAGLIARULO (Misto-Com). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PAGLIARULO (Misto-Com). Signor Presidente, ieri il sottosegretario Taormina si è dimesso. Questo è un fatto positivo per il Paese e dimostra che questo Governo, che in realtà è fragile e diviso, si può battere.
Ieri però abbiamo assistito anche ad uno spettacolo grottesco. Il ministro Castelli si è presentato in Senato non per parlare del caso Taormina, ma della situazione della giustizia. Ha cambiato argomento. Castelli ha usato l'Aula del Senato e la diretta televisiva per fare un comizio sconcertante sullo stato della giustizia in Italia.
Castelli è ministro da cinque mesi; cosa ha fatto in questo tempo, oltre a cacciare i magistrati dall'ufficio legislativo del Ministero, criticare questo o quel magistrato, attaccare l'opposizione, dividere, indebolire la giustizia? Adesso ci ha comunicato che presenterà alcuni disegni di legge e che, per i magistrati, il salario sarà legato alla produttività. E' il solito modello-impresa.
Ieri Castelli ha affermato che in un certo periodo parte della magistratura si è organizzata a fini politici, utilizzando il suo potere per neutralizzare quello legislativo, surrogandolo con una élite. Quale parte della magistratura? Quel trenta per cento definito dal senatore Bucciero di AN "un peso"? Quel venti per cento definito "una iattura"? Oppure tutta la magistratura, definita sempre dal senatore Bucciero, una specie di "Echelon"?
Un'accusa inaudita, quella di Castelli, simile a quella profferita da Berlusconi quando ha affermato che i giudici sono stati protagonisti nel nostro Paese di una guerra civile all'inizio degli anni Novanta. In sostanza, sono le stesse argomentazioni della risoluzione presentata dalla maggioranza.
Io chiedo però al Ministro, e lo dico a tutti gli italiani: come mai non ha detto una parola su Tangentopoli? E' vero o non è vero che c'era un sistema illecito ed illegale, per cui le imprese finanziavano, in cambio di favori, questo o quel partito, questo o quel dirigente politico? E' vero o non è vero che tante sentenze sono passate in giudicato, e dunque, hanno coinvolto i diversi livelli della magistratura? Sono tutte toghe rosse? E non eravate voi, senatori leghisti, fra i giustizialisti?
Certo, sono stati commessi sbagli, anche gravi, ma non si può far finta oggi che quel sistema di corruttela non sia mai esistito. Lei, signor Ministro, afferma che alcuni magistrati sono politicizzati. Chiunque lavori attorno a un caso che riguardi un parlamentare, un membro del Governo, un dirigente di partito, un grande imprenditore? Chiunque abbia la disgrazia di promulgare una sentenza di condanna?
Colleghi della maggioranza, quale giudice adesso potrà partecipare con animo non condizionato a qualsiasi azione giudiziaria che riguardi, per essere breve, i potenti di questo Paese?
Il Governo ha un chiaro progetto sulla giustizia: è quello della legge sulle rogatorie, del falso in bilancio, del rientro dei capitali dall'estero e dell'emendamento Lunardi sui rifiuti. Tutti provvedimenti a favore dell'illegalità dei poteri, che abbassano la soglia della legalità nel Paese. Il Governo si proclama garantista. Ma propone politiche proibizioniste per gli stupefacenti e una legge ignobile relativa al lavoro dei cittadini stranieri; non fa una piega di fronte alle violenze alla scuola Diaz o alla caserma di Bolzaneto, a Genova, come lei ben sa, signor Ministro, perché era presente.
Il vostro garantismo garantisce solo voi stessi! Quella che volete, ingegner Castelli, è una giustizia che non intralci il vostro potere. Altro che popolo! Altro che condizione dei detenuti! Volete mano libera! Per questo volete una magistratura dipendente dal potere politico, condizionata e subalterna. Per questo chiunque critichi i vostri attacchi alla magistratura e le vostre leggi viene bollato come comunista, come pericoloso sinistro. Persino l'Europa è vista come un complotto continentale contro di voi. (Il microfono si disattiva automaticamente) (Applausi dai Gruppi Misto-Com, DS-U, Mar-DL-U e Misto-RC).
PRESIDENTE. Senatore Pagliarulo, naturalmente anche lei potrà consegnare alla Presidenza il testo integrale del suo intervento.
DEL TURCO (Misto-SDI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
DEL TURCO (Misto-SDI). Signor Presidente, è giunta proprio in questi attimi in Senato una notizia destinata ad avere un peso importante sulla conclusione di questo dibattito. Mi è stato riferito dai colleghi che si è dimessa la giunta dell'Associazione nazionale magistrati.
PERUZZOTTI (LNP). Ha fatto bene.
DEL TURCO (Misto-SDI). Se questa fosse una conseguenza dell'incontro sindacale avuto con il Ministro, allora rientrerebbe nella normale dialettica tra poteri dello Stato. Ma se, invece, tale decisione dovesse dipendere dalla discussione del Parlamento e dalle decisioni che ci apprestiamo ad assumere, allora la cosa sarebbe diversa e richiamerebbe tutti quanti, maggioranza ed opposizione, ad una riflessione sul carattere di un'iniziativa importante e grave come questa.
In ogni caso, se tale decisione è stata presa per influenzare la nostra discussione, non ne parlerò. Però, non ho votato la fiducia al Governo del quale faceva parte il sottosegretario Taormina e non ho firmato la mozione di sfiducia nei suoi confronti. Un uomo di Governo non usa mai quel linguaggio ed egli lo sapeva benissimo. L'ho fatto presente anche a lui. Non si usa mai un linguaggio del genere. E soprattutto un garantista non dovrebbe mai minacciare la galera facile a nessuno. Egli è anche avvocato e dunque la minaccia della galera per i magistrati è - a mio avviso - grave anche dal punto di vista deontologico.
Occorre però fare attenzione perché Taormina non è più sottosegretario di questo Governo; oggi è un avvocato. Ed allora, provate a riflettere sui risultati che ha raggiunto con la sua iniziativa. Dall'11 settembre in poi non vi era uomo politico italiano capace di cambiare la prima pagina dei giornali: Bin Laden, Kabul, l'Afghanistan, l'America erano i protagonisti. Taormina è riuscito a cambiare i titoli e le prime pagine dei giornali italiani.
Egli, giocando con la sua maggioranza come il gatto gioca con il gomitolo, vi ha spaccato. Ha costretto alla solidarietà Forza Italia, ha costretto Alleanza Nazionale, per le vecchie ragioni che conosciamo, a riprendere i vecchi amori con i giudici ed ha costretto l'ala post-democristiana a prendere cortesemente le distanze. Ma ha poi compiuto un altro miracolo: vi ha ricompattato perché la risoluzione che oggi presentate al Senato è esattamente la traduzione, in termini parlamentari, delle affermazioni dell'avvocato Taormina. Esattamente quelle.
Dove sono finite le vostre distinzioni? Che fine hanno fatto le distinzioni dei colleghi di Alleanza Nazionale e quelle sottili che generalmente, con grande intelligenza parlamentare, il senatore D'Onofrio usa fare? Con quale Taormina solidarizzate voi colleghi di Forza Italia?
Ebbene, Taormina è riuscito anche a restituire la dimensione giusta a molti colleghi. Il ministro Castelli era Capogruppo della Lega quando "abitavo" dalle parti di quel Gruppo nell'altra legislatura. Non ho dimenticato le invettive giustizialiste del senatore Castelli. Non ho dimenticato il senatore Peruzzotti che chiedeva le mie dimissioni da Presidente della Commissione antimafia perché dicevo che non si poteva tollerare che un pentito andasse al tribunale di Caltanissetta e dicesse che Berlusconi metteva le bombe a Palermo. Furono in molti a chiedere le dimissioni, ma in prima fila ci furono i colleghi della Lega. Allora pensavano di fare un'alleanza con la sinistra perché temevano che Forza Italia rubasse i voti nella loro Padania, come dicevano i colleghi della Lega, Peruzzotti ed altri.
Ricorderete - molti di voi c'erano, c'era sicuramente il senatore Servello che ha una lunga consuetudine con quest'Aula - il caso Mancuso: Mancuso fu cacciato via dal Governo perché intendeva inviare gli ispettori a Milano. Tra quelli che chiedevano a Mancuso di andarsene c'erano anche i colleghi della Lega e probabilmente molti parlamentari della Lega, quelli che - il senatore Castelli lo ricorderà - portavano il cappio in Parlamento e lo esibivano davanti ai socialisti, quelli che portavano le manette in Parlamento e le facevano vedere ai banchi occupati dai partiti che avevano problemi drammatici con la giustizia. (Applausi dai Gruppi Misto-SDI e Mar-DL-U).
Quelli che parlavano del cappio come della soluzione, quelli che indossavano i guanti bianchi - me li ricordo ancora alla Camera e se li ricorda anche lei, ministro Castelli - per dire «noi siamo mani pulite». Io non l'ho dimenticato, ma - devo dire - non sono stupito per il suo atteggiamento di ieri perché è esattamente simmetrico a quello che aveva quando sosteneva posizioni opposte a quelle che ha sostenuto ieri.
Dunque, Taormina ha conseguito un bel risultato, ma il risultato vero è che alla fine di questa seduta noi siamo di fronte agli stessi problemi di prima. Taormina non è più sottosegretario, ma il ministro Castelli rimane in carica. Eppure il ministro Castelli dice esattamente le stesse cose che dice Taormina. E naturalmente rimane in carica anche il presidente del Consiglio Berlusconi che dice le stesse cose che dice Castelli, il quale dice le stesse cose che dice Taormina. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U e DS-U).
Non applaudite perché questo è un problema che riguarda l'opposizione, non riguarda la maggioranza. Che senso hanno iniziative parlamentari che portano a questo risultato? Probabilmente dovremmo spiegare al Paese che quello che ha indotto Taormina ad andarsene è l'aggravante di essere avvocato e forse quello che salva Castelli è il fatto che è un ingegnere, e dunque non risponde. Ma come possiamo pensare di costruire un rapporto con il Paese, come possiamo pensare che il Paese possa capire se non siamo in grado di spiegarci neanche tra di noi?
Dobbiamo cambiare in fretta, e qui chiudo, Presidente. C'è una parola che non si pronuncia mai nelle nostre discussioni perché abbiamo paura a pronunciarla, perché per chi la pronuncia sono sempre dolori. A me è capitato di pronunciarla e ricordo che fui chiamato da migliaia di telegrammi e di fax alle dimissioni da segretario generale aggiunto della CGIL.
La parola, Presidente, è amnistia. Io dico che se non passiamo attraverso questa scelta obbligata per le istituzioni del nostro Paese, voi sarete chiamati a rincorrere in tutta Europa i comunisti che vogliono processare Forza Italia e noi saremo costretti ad invocare - come ho sentito pure poco fa, credo dal senatore Calvi - un giudice magari di Madrid che risolva problemi che noi non siamo capaci di risolvere con la lotta politica in Italia. Così non ne usciamo. Per questo dico che Taormina ha posto un problema, lo ha risolto andandosene, ma le questioni della giustizia sono tutte qui davanti a noi. (Applausi dai Gruppi Misto-SDI, Mar-DL-U, Verdi-U, CCD-CDU:BF, FI e AN. Molte congratulazioni).
BOCO (Verdi-U). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BOCO (Verdi-U). Signor Presidente, questo dibattito meriterebbe ovviamente un'interlocuzione anche con chi mi ha preceduto. Per il rispetto che devo alla discussione che c'è stata in questi giorni spero e auspico che il dibattito sia più ampio, che continui e che oggi, invece, si incanali soprattutto nelle grandi questioni che sono state accese ieri.
Infatti sembra ormai la norma che, con l'avvento di questo Governo, ci ritroviamo a discutere, e noi a difendere, le questioni affrontate già dai nostri padri costituenti, ma mai - dico mai - avrei potuto immaginare di ritrovarmi nello stesso dibattito che segnò l'inizio della nostra storia repubblicana: la distinzione dei tre poteri. Tuttavia ciò che anche per un ragazzino è chiaro per questo Governo non lo è.
Il ministro Castelli ieri è intervenuto in quest'Aula contro tutte le regole, sciorinando sondaggi e calunnie. Ha parlato di una grande parte di cittadini insoddisfatti della macchina della giustizia, ha accusato la magistratura, ha parlato e straparlato di fronte ai telespettatori, un impune linciaggio davanti all'opinione pubblica.
Avevate preparato uno specchietto per le allodole, seguendo un copione già pronto; l'importante era avere la platea e gli spettatori inconsapevoli; poi la scena centrale, l'annuncio delle dimissioni, accompagnato da un nuovo attacco ai magistrati. Avete infangato le istituzioni e avete tentato di raggirare gli italiani fornendo informazioni degne di un regime. C'è una sola parola che risponde a tutto ciò: vergogna!
Questo Governo ha dimostrato di voler imbavagliare il potere giudiziario, un potere scomodo solo per chi ha problemi con la giustizia e, soprattutto, per chi non li ha risolti. La macchina della giustizia è una cosa e i magistrati sono un'altra. Noi siamo i primi a dire che il sistema è ancora troppo lento e che i luoghi di detenzione devono concedere situazioni più dignitose, ma processi più rapidi e condizioni più dignitose per i detenuti non includono un azzeramento del sistema, ma piuttosto un suo miglioramento, e soprattutto non includono lo sconfinamento dal proprio ruolo.
Noi siamo stati fra i primi a criticare chi sconfina dal proprio potere, ma in questo caso siamo di fronte, non già ad una critica, bensì all'ingerenza e alla delegittimazione di un potere da parte di un altro. La verità è che questo Paese è ostaggio dell'odio maturato da Berlusconi nei confronti della procura di Milano; un odio maturato da colui che ricopre oggi la carica di Presidente del Consiglio. Questo è inaccettabile.
Avete ratificato accordi internazionali stravolgendo le norme originarie a favore di pochi eletti, di cui si conoscono nomi e cognomi; mi riferisco naturalmente alla legge sulle rogatorie. Avete emanato norme per favorire il falso in bilancio; avete aiutato esclusivamente alcuni amici che, per non pagare le tasse, detenevano i capitali all'estero. Credo che di fronte a questi dati nessuno possa avere ancora dubbi: leggi emanate ad uso e consumo di pochi, altro che necessità di strumenti adeguati e di nuovi stanziamenti per gli uffici giudiziari! I problemi per il Governo sono evidentemente altri.
Non possiamo accettare in alcun caso che si utilizzi il Parlamento per sistemare le vicende giudiziarie dei membri dell'Esecutivo e dei suoi amici. Nessuno può stare al di sopra della legge, qualunque sia la posizione ricoperta. La difesa dello Stato di diritto è importante per tenere saldi i princìpi della nostra Carta costituzionale. Questa volta si attenta all'indipendenza dell'ordine giudiziario, si attenta alla libertà e si indebolisce la democrazia. In questo caso il governo della legge, la rule of law, per dirla con Ralf Dahrendorf, dovrebbe diventare l'ultimo bastione della libertà; ma qualcuno gioca sporco e pensa di sottrarsi alle regole, pensa di poter stare al di sopra della legge.
L'intervento di ieri ha dimostrato una mancanza di chiarezza circa la distinzione dei ruoli tra Esecutivo e magistratura e circa il ruolo della giurisdizione, la stessa confusione che il Presidente del Consiglio ha evidenziato in più occasioni.
Avete un comportamento che non ha eguali in nessun altro Paese occidentale. Avete attaccato i giudici - e quali giudici! - coloro che hanno fatto comprendere che la politica non godeva di immunità particolari di fronte alla legge e che hanno ribadito l'uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Quei giudici sono stati da voi definiti "escrescenze" e sono stati messi sul banco degli imputati, ma ciò non stupisce ormai più nessuno.
È grave che un Sottosegretario in carica abbia preso la difesa di imputati per gravi reati rispetto ai quali lo Stato si era costituito parte civile. È grave che un Sottosegretario e un Ministro siano insorti contro la magistratura in tal modo. Questo sarebbe un golpe degno dei peggiori regimi.
Noi Verdi non abbiamo mai avuto posizioni giustizialiste, ma in questa legislatura non ci sono divisioni tra garantisti e giustizialisti, bensì tra legalità e illegalità, fra Stato di diritto e repubblica delle banane.
Il problema questa volta è diverso; si tratta di un caso già visto con il primo atto assunto dal vecchio Governo Berlusconi del 1994: il decreto Biondi, il cosiddetto decreto salva-ladri, il primo atto che ha fatto comprendere che la lingua batte dove il dente duole. Chissà perché il nostro Presidente del Consiglio ha così a cuore il fattore giustizia; chissà perché ha scelto un Sottosegretario avvocato difensore di imputati per reati di mafia; chissà perché ieri il ministro Castelli - oggi non si è pronunziato - e il Governo hanno attivato qui in Senato quella sceneggiata.
Noi Verdi ci poniamo tanti interrogativi che aumentano a fronte degli attacchi del Presidente del Consiglio, di un ex Sottosegretario per l'interno e di un Ministro della giustizia alle inchieste del pool "Mani pulite", agli anni di Tangentopoli.
Noi Verdi non abbiamo mai avuto di questi problemi. Ci teniamo a sottolineare e a ricordare quelle pagine di storia, pagine che hanno visto i cittadini scendere in piazza a difesa di quei giudici che lottavano contro il malaffare e contro la mafia.
Anche queste sono le pagine della storia. Quei giudici che il Governo ama ricordare solo per le commemorazioni. Di quei giudici, anche di quelli che hanno perso la vita con il loro operato, oggi in quest'Aula voglio ricordare i nomi di Borsellino e di Falcone, di quest'ultimo che per primo aveva parlato della commistione fra politica, mafia ed affari, cioè del cosiddetto terzo livello.
Ma il Governo forse non vuole ricordare certe cose, è troppo scomodo; è più comodo dire che i magistrati sbagliano, che sono comunisti, che la gente di quegli anni è scesa in piazza sbagliando. Interessanti le dichiarazioni del sottosegretario - fortunatamente ex - Taormina. Nella sua lettera di dimissioni egli parla di barbara persecuzione di imputati politici. Non una parola per quei giudici ammazzati barbaramente, per quei poliziotti uccisi mentre servivano lo Stato; non una parola contro la mafia, perché gli imputati per reati di mafia evidentemente si difendono e la mafia non si attacca. Anzi, vorrei ricordare la dichiarazione di pochi mesi fa del ministro delle infrastrutture Lunardi sulla mafia, signor Presidente del Senato: "Con la mafia si convive". Sì, proprio così, con la mafia si convive; e nessuno si stupisce, nessuna parola, silenzio.
Questo Governo ha dimostrato di voler imbavagliare il potere giudiziario. Molti di quei giudici, cari colleghi, adesso sono soli, subiscono giornalmente un vero linciaggio e il Presidente del Consiglio tace e la sua maggioranza, voi, cosa fate? Traballate! Come può questa maggioranza stare insieme? Come ha potuto continuare questa maggioranza ad accettare le accuse mosse alla magistratura? Interessante sarebbe rispondere a tutto questo.
Mi avvio alle conclusioni, Presidente. Abbiamo assistito ieri alle minacce di un Sottosegretario che prima delle dimissioni ha dichiarato: "Io perderò al Senato, ma perderò solo io? Io parlerò dopo, non vi preoccupate". Una minaccia rivolta a chi, colleghi? A qualcuno del resto della maggioranza? Forse a chi ha qualche scheletro, o qualche cassetto da aprire? A chi prima di parlare deve pensare alle conseguenze? Ma qui la politica va oltre, parla in codice, e i codici, cari colleghi, non appartengono a questo sistema democratico e trasparente; appartengono a sistemi paralleli che le nostre istituzioni dovrebbero combattere. (Il microfono si disattiva automaticamente). (Applausi dai Gruppi Verdi-U, DS-U, Mar-DL-U, Misto-Com e Misto-RC. Congratulazioni).
PRESIDENTE. Senatore Boco, anche lei, se lo ritiene necessario, può consegnare la parte non letta del suo intervento.
*D'ONOFRIO (CCD-CDU:BF). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
D'ONOFRIO (CCD-CDU:BF). Signor Presidente, onorevole Ministro, onorevoli colleghi, vogliamo svolgere alcune considerazioni sul tema che ci riguarda, quello della politica giudiziaria. Mi sembra che il dibattito abbia avuto ieri una premessa sulla quale è doveroso svolgere alcune considerazioni.
Nella giornata di ieri vi è stata una vicenda che per qualche tempo è stata ritenuta "la vicenda" della politica giudiziaria in Italia, il cosiddetto caso Taormina. Così non era. Noi siamo stati tra coloro i quali hanno ritenuto che il problema non era Taormina ma "il problema" e abbiamo il dovere di dire qual è "il problema".
Lo dico soprattutto dopo le parole del collega Del Turco che mai come in questo caso abbiamo considerato uomo libero, capace di esprimere in questo Parlamento una posizione talmente significativa e convincente che noi abbiamo applaudito, perché siamo capaci anche di applaudire gli esponenti dello schieramento politico avversario quando le loro opinioni indicano la strada che noi riteniamo giusta in una materia che non è banale, essendo la materia centrale della vita politica italiana.
Quando il collega Del Turco - sono lieto di vedere che è rientrato - ha affermato che l'esito di questa vicenda ci lascia davanti al problema così come esso era prima, dice la cosa che noi avevamo ritenuto essenziale in tutta questa situazione.
E quando il collega Del Turco dà notizia delle dimissioni della giunta dell'Associazione nazionale magistrati, arrivata per via di agenzia, affermando di non volersi soffermare su questo fatto, compie un'operazione di straordinaria intelligenza politica, che io condivido, perché l'ANM è una normale associazione che non ha nulla a che vedere con l'ordine giudiziario del nostro Paese. (Applausi dei Gruppi CCD-CDU:BF e FI).
Quindi, noi non abbiamo da prendere alcuna posizione nei confronti delle decisioni di un libero sindacato, al quale vogliamo dire in questo momento che non vi è alcuna ragione di ravvisare circostanze simili a quelle che indussero nel 1924 i magistrati a chiudere la loro attività giurisdizionale. Non siamo in presenza di un attentato alle libertà fondamentali del Paese quando un libero Parlamento dibatte liberamente dei problemi della giustizia dello stesso.
La questione era la seguente: come passare dalla prima alla seconda Repubblica facendosi carico dei problemi che la stessa aveva lasciato insoluti. Questo era il problema del 1993-1994, caro Del Turco, questo è il problema del 2001-2002. Non mi meraviglio che in questi sette anni Gruppi politici e singoli parlamentari abbiano mostrato posizioni diverse su questo tema; la ragione era ed è tutta politica.
Vi era qualcuno che nel 1993-1994 riteneva merito di «Mani pulite» la distruzione giudiziaria della prima Repubblica. Non ho mai condiviso quell'idea. Ritenevo che se la magistratura aveva motivo di indagare nei confronti di singoli parlamentari per ragioni di carattere penale non dovessero essere posti limiti. Ma poiché vi era una convergenza di indiziati tale da far ritenere che solo la distrazione potesse condurre a questa convergenza, ebbene, qualcuno di noi ebbe il dubbio che la stessa non fosse casuale.
Mi riferisco in particolare al fatto che il sottoscritto, insieme al collega Giovanardi, pose nel 1993 alla procura della Repubblica di Roma la seguente domanda: vi è per caso una convergenza politica, non giurisdizionale, nella circostanza che si aprano procedimenti penali per mafia nei confronti di Andreotti, per camorra nei confronti di Gava e per 'ndrangheta nei confronti di Misasi o si vuol per caso sostenere che l'Italia è stata governata dal 1946 al 1993 da un insieme di malfattori della malavita organizzata che hanno ricoperto le cariche di Presidente del Consiglio, di Ministro degli affari esteri e di Capo della segreteria politica dell'onorevole De Mita? In quel momento ponemmo alla procura della Repubblica di Roma la domanda se si era in presenza di un normale esercizio dell'azione penale obbligatoria o di qualcos'altro.
Questo era ed è il problema. (Applausi dei Gruppi CCD-CDU:BF e FI). Soprattutto dopo che Andreotti, Gava e Misasi sono stati assolti e quest'ultimo è dovuto morire e lascio da parte gli altri. Lo dico perché nel Gruppo del CCD-CDU vi è un collega, il senatore Michele Forte, che ha subìto quattordici procedimenti penali, seguiti da quattordici assoluzioni.
Mi chiedo se anche questo è stato un caso. (Applausi dai Gruppi CCD e FI). E mi chiedo se di fronte a ciò noi possiamo continuare a discutere del caso delle azioni penali obbligatorie o se dobbiamo porci, non solo noi del CCD-CDU ma tutti i colleghi parlamentari, la domanda se quello è proprio un caso e guarda che caso strano è quello di fronte al quale ci troviamo.
Non vogliamo che chi si era illuso nel 1993-1994 di poter mandare a casa la classe dirigente nazionale e periferica del pentapartito possa illudersi di ripetere l'operazione nel 2001 con la classe dirigente del centro-destra o del centro-sinistra. (Applausi dai Gruppi CCD-CDU:BF, FI, AN e LNP).
Voglio dire che non siamo ovviamente contrari all'ipotesi di amnistia, la consideriamo come la liberazione da questa angoscia e riteniamo che se su questo si formerà un consenso noi daremo il nostro contributo.
Ma, se qualcuno si era illuso nel 1993-1994 che si potesse mandare a casa un'intera classe dirigente in nome della corruzione e della malavita, questa illusione se la deve togliere perché abbiamo risolto il problema della successione politica a quella classe dirigente in quanto tale, e la successione politica avviene anche recuperando le migliori tradizioni di quella classe politica in quanto le responsabilità dei singoli sono sempre dei singoli, non esistono responsabilità penali di una classe politica: non era vero il 1993, non è vero il 2001. Se qualcuno pensa di ripetere quelle operazioni, si sbaglia di grosso e voglio che il dibattito di stasera faccia capire che quell'errore non sarà ripetuto.
Noi ci siamo comportati in questa vicenda, non soltanto per una sottigliezza giuridica, collega Del Turco, come Gruppo del Senato in particolare, alla luce della percezione continua del fatto che la questione non erano le parole dell'onorevole Taormina, che abbiamo ritenute improprie ed esagerate, ma i problemi che quella persona poneva e che sono all'origine di una mozione comune che la maggioranza di centro-destra ha presentato.
Su quale problema? Lo dico ai colleghi del centrosinistra perché noi vogliamo riprendere un percorso che nella scorsa legislatura è stato foriero di cose utili e non è un percorso di intese sottobanco, è un percorso di radicale modifica della Costituzione italiana sul punto centrale del rapporto tra politica e magistratura. L'abbiamo fatto quando abbiamo approvato il nuovo articolo 111 della Costituzione, l'abbiamo fatto quando l'allora senatore Pera, oggi presidente del Senato, conduceva insieme a tanti illustri colleghi dei Gruppi del centrosinistra, allora maggioranza di Governo una battaglia di libertà fondamentale alla quale noi rimaniamo legati.
Chiedo ai colleghi di centro-sinistra: perché abbiamo dovuto attendere 50 anni per ottenere che fosse scritto nella Costituzione niente di meno che il principio contenuto nel nuovo articolo 111 della stessa, in base al quale: «La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge».
Colleghi, ma vi pare che questo principio doveva attendere 50 anni dalla promulgazione della gloriosa Costituzione repubblicana per essere scritto nella stessa? E quando dopo si dice: «Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata», queste cose perché non furono scritte nella Costituzione del 1946? La ragione è storica e politica. (Proteste dei senatori Angius e Brutti Massimo).
D'ONOFRIO (CCD-CDU:BF). No, senatore Angius, è inutile che si agiti perché quella norma costituzionale fu approvata anche dal centro-sinistra.
MARITATI (DS-U). Ma chi governava? Chi governava?
PRESIDENTE. Senatore Maritati, la prego di non interrompere!
D'ONOFRIO (CCD-CDU:BF). Non c'è nessuna ragione perché vi ribelliate. L'articolo 111 della Costituzione fu scritto da tutti. È merito di tutto il Parlamento italiano. Io rivendico quel merito nei confronti di chi allora lo criticava. (Applausi dai Gruppi CCD-CDU:BF, FI e AN). Così come rivendico il merito di tutto il Parlamento italiano che oggi discute di giustizia nei confronti di chiunque intende assumere decisioni contrarie illudendosi che siamo ancora nel 1993: così non era e così non è.
Le ragioni erano politico-costituzionali: nel 1946 (mi fa piacere che sia presente ora il collega Giuliano Amato) la Costituzione fu scritta in seguito ad un principio di compromesso costituzionale che è nell'articolo 104 della Costituzione vigente, in base al quale il Consiglio superiore della magistratura, che noi vorremmo organo di autogoverno della magistratura senza interferenze politiche, fu previsto dall'articolo 104 che stabilisce invece che un terzo dei membri del Consiglio della magistratura sono eletti dal Parlamento.
Perché questa decisione fu assunta da quell'Assemblea Costituente? Perché la sinistra di allora lo volle, in quanto riteneva che i magistrati italiani fossero fascisti e voleva impedire ai magistrati fascisti di avere nel Consiglio superiore della magistratura un voto determinante. Fu una norma di vendetta politica e di orientamento costituzionale.
Io vorrei vivere in un Paese che non avesse più bisogno di un articolo 104 della Costituzione! (Applausi dai Gruppi CCD-CDU:BF, FI e AN). Vorrei vivere in un Paese che ha un Consiglio superiore della magistratura nel quale seggano magistrati, certo, anche con orientamenti, con indirizzi politici: lungi da me l'idea che nell'esercizio dell'interpretazione della Costituzione e delle leggi non si svolga anche una funzione politica; ma altro è la funzione politica dell'interpretare la Costituzione e le leggi, altro è l'organizzazione politico-correntizia che giunge fino alla costituzione del Consiglio superiore della magistratura e che concorre a decidere l'assegnazione delle sedi, l'assegnazione degli incarichi, la spartizione del potere, come non fu mai fatto neanche dalla peggiore delle democrazie cristiane del passato. (Applausi dai Gruppi CCD-CDU:BF, FI e AN).
Abbiamo accusato la vecchia Democrazia Cristiana di dividersi il potere dello Stato. Voglio capire perché dobbiamo assistere impunemente alla spartizione del potere giudiziario da parte del CSM, il quale deve pur spiegare, a noi, come a tutti gli italiani, perché tante delle sue decisioni finiscono davanti al TAR, tante sue decisioni finiscono davanti al Consiglio di Stato, tante delle sue decisioni sulle carriere dei giudici cadono di fronte alla difesa giurisdizionale. E' ovvio che non tutti hanno la possibilità o la volontà di fare ricorso al giudice amministrativo nei confronti delle sue decisioni. Noi poniamo la modifica del Consiglio superiore della Magistratura come punto centrale della proposta politica del centro-destra. (Applausi dai Gruppi CCD-CDU:BF, FI, AN e LNP).
Nella nostra risoluzione, lo dico ai colleghi del centro-sinistra e agli attenti ascoltatori del nostro dibattito che seggono nei diversi scranni della magistratura italiana, viene reso l'omaggio che dobbiamo rendere all'indipendenza, alla sacertà e al sacrificio dei magistrati. Non abbiamo bisogno di prendere lezioni da alcuno. Di fronte alla magistratura chiniamo la testa, perché le riconosciamo l'esercizio di una funzione fondamentale, ma non chiniamo la testa se essa chiede a noi parlamentari di farlo, perché il principio della separazione dei poteri, principio liberale, non conosciuto dalla Costituzione sovietica, che aveva nell'unificazione dei poteri, il principio costitutivo, che accusava la separazione dei poteri di essere figlia della cultura borghese del diritto, ci è proprio.
Queste cose il collega Amato le sa, le ha scritte, perché lui è un autentico liberale. Se siede su quei banchi non è per diversità di opinione con me su questo, ma su questioni che riguardano la politica sociale del nostro Paese. Sul principio di libertà non vi è divisione tra persone come Giuliano Amato, Del Turco, il sottoscritto e tutta quest'area.
Il principio di libertà deve accomunare questo Parlamento, e lo accomuna se ci liberiamo dall'illusione che si possa usare la magistratura come parte dello scontro politico. Il senso del dibattito di stasera è questo. La questione posta da Taormina era questa. Il fatto che lui sia andato via rende possibile a noi di dibattere del problema reale.
La questione del Consiglio superiore della magistratura per noi è essenziale. La riforma della legge sul Consiglio superiore della magistratura, per evitare che gli orientamenti politici dei magistrati divengano troppo incidenti, è decisiva e poniamo la questione della modifica dell'articolo 104 della Costituzione. Vogliamo abolire la presenza politica nel CSM; vogliamo restituire fino in fondo il principio della separazione dei poteri, come espressione della cultura liberale del Parlamento della Repubblica. (Applausi dai Gruppi CCD-CDU:BF, FI, AN e LNP. Molte congratulazioni).
BORDON (Mar-DL-U). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BORDON (Mar-DL-U). Signor Presidente, care colleghe, cari colleghi, permettetemi di ringraziare il senatore Mancino perché, pur in una contingenza così complicata e difficile, dopo una giornata - uso più o meno le sue parole - tutt'altro che esaltante, come quella di ieri, ha saputo trovare i toni e i modi giusti per iniziare ad affrontare una questione, quella della giustizia, che da troppo tempo è non solo all'ordine del giorno, ma è prioritaria nel Paese. Di aver cioè dimostrato…(Brusio in Aula).
PRESIDENTE. Colleghi, vi prego di fare silenzio e di ascoltare il senatore Bordon.
BORDON (Mar-DL-U). ...che se usciamo da strumentalizzazioni contingenti, anche un tema così delicato può essere affrontato senza concedere nulla alle curve Sud e alle curve Nord della politica italiana. Quello che ieri, mi consenta ministro Castelli, lei non è stato capace di fare. Ed il mio è un giudizio estremamente pacato, che viene dopo che - come ho l'abitudine di fare - fuori dalle tensioni di quella particolare giornata, quella di ieri, mi sono riletto, Ministro, lo stenografico, come lei ci ha chiesto di fare anche nella sua replica.
Nel suo intervento di oggi (starei per dire inutilmente aggressivo, ma per definirlo basterebbe l'avverbio, senza aggiunta di aggettivo) non vi è stato nulla di costruttivo.
Lei, che so essere stato uno dei più accesi Capigruppo di opposizione nella precedente legislatura, non ha evidentemente ben colto cosa comporti, sin nello stile, il cambiamento di ruolo. Comunque se fosse solo una questione di stile, sarebbe cosa pure importante, ma certo non gigantesca. Quel che è più grave è che lei in oltre 40 minuti di intervento non ci ha spiegato quali provvedimenti voglia adottare, in quali tempi, per risolvere i vari temi che riguardano la giustizia. (Brusìo in Aula).
PRESIDENTE. Colleghi, continuo a invocare silenzio e rispetto per il senatore Bordon, che intende e deve svolgere il suo intervento. Vi prego.
BORDON (Mar-DL-U). Signor Ministro, il suo non è stato un intervento a favore, bensì un intervento tipico di una certa opposizione: quella che noi non vogliamo essere. È stato un intervento contro.
Onorevole Ministro, dico di più. Lei è apparso - me lo consenta - in maniera un tantino maldestra un altro - e Dio sa se ne ha bisogno! - degli innumerevoli avvocati di cui si attornia il Presidente del Consiglio, con l'aggiunta che nel suo caso lei ha allargato il suo patrocinio - e questo è comprensibile - anche all'onorevole Bossi.
Ieri ci ha detto testualmente che il presidente del Consiglio Berlusconi e il ministro Bossi hanno subìto nel corso di questi anni oltre un centinaio di procedimenti, senza dirci nient'altro. Senonché questo è un incontestabile dato oggettivo. Ma lei non è un notista politico né un impiegato notarile. Allora, se mi permette, avrebbe dovuto aggiungere cosa secondo lei questo ha di strano, e non dal punto di vista di una generica e confusa accusa che si può fare al bar, magari dello sport, nei confronti della magistratura, ma sulla base di dati di fatto.
Ritiene che vi siano fatti penalmente rilevanti? Se sì, quali? Di chi? Oppure ritiene che si tratti di fatti perseguibili disciplinarmente? Se sì, quali? Di chi? Ci spieghi cosa ha fatto per attivare i poteri di cui dispone e per garantire come Guardasigilli che tutto proceda secondo forma e sostanza di giustizia.
Lanciare il sasso nascondendo la mano è già grave per qualsiasi parlamentare: è intollerabile per uno che ricopre la funzione di Ministro della giustizia in questo nostro Paese. (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U e Verdi-U).
La verità, come sappiamo, è invece un'altra, quella di una condizione di carattere personale in cui versano - ahimè - oggettivamente troppi esponenti della maggioranza e di questo Governo. È questo, cari colleghi, l'intreccio che noi non riusciamo a risolvere e nel quale rischia di finire ostaggio e prigioniera la volontà di riforma della giustizia nel nostro Paese, che io sono certo essere della maggioranza di questo Parlamento, se ho compreso bene una parte degli applausi che da ogni Gruppo parlamentare sono venuti all'intervento propositivo del senatore Mancino.
Questo è il nodo da affrontare seriamente. A cominciare dal problema dei problemi, cioè il conflitto di interessi che sta impedendo (non ne voglio fare in questo momento una questione di carattere strumentale) di affrontare seriamente le questioni (una parte di esse le ricordava prima il senatore Del Turco) che riguardano, nella giustizia, non gli interessi di questo o quell'imputato, di questo o quel cittadino - interessi che vanno comunque tutelati e garantiti in un Paese serio e civile in cui vige uno Stato di diritto affermato e maturo - ma gli interessi generali.
Se guardo a cosa è stato fatto in questo senso nei famosi primi cento giorni del governo Berlusconi, duranti i quali credo che molti si attendessero il mantenimento di una parte delle tante promesse elettorali sulle quali si è sicuramente costruita buona parte del risultato che vi ha visto vincitori nelle elezioni politiche, debbo constatare che siamo stati tutti bloccati, qui e fuori di qui, a discutere e a combattere - termine del tutto inadeguato per un Parlamento - intorno al tentativo di Berlusconi di affrontare i suoi problemi personali o quelli degli interessi suoi o vicini ad essi e non la questione più generale che ci riguarda tutti.
Non sto a fare l'elenco delle tante questioni che sono state affrontate. Voglio invece dire che dobbiamo stare attenti, cari colleghi, perché l'Italia sta veramente diventando un caso a parte a livello internazionale, e non certo perché la stampa del mondo europeo, asservita non si sa bene a cosa, sta guardando poco meno che attenta alle nostre questioni, ma perché c'è un'attenzione naturale per un Paese così importante.
Sentite come viene commentata la questione del mandato di cattura; tra l'altro, apprendo oggi l'ultima dichiarazione del capo tifoso, di una delle curve per lo meno, e cioè il cavalier Berlusconi, il quale afferma testualmente (e domando a voi se questo è un linguaggio da statista) : «La sinistra è ispirata da certi amici europei e nel Parlamento di Strasburgo c'è un certo sinistrume che porta a infangare l'Italia».
MEDURI (AN). Ma non è vero!
BORDON (Mar-DL-U). Sono dichiarazioni rese dieci minuti fa, tanto per trovare quel clima costruttivo di collaborazione.
Vi riporto cosa dichiara un giornale che è organo dei partiti conservatori della Germania.
RAGNO (AN). Ma chi se ne importa della Germania!
BORDON (Mar-DL-U). «Abbiamo qui l'ultimo caso, l'ennesimo gravissimo incidente: due ministri italiani che in sede europea si battono per escludere dal mandato di cattura transnazionale reati come la corruzione, la frode e ogni tipo di reato finanziario, dal riciclaggio allo spaccio di monete false».
E oggi noi apprendiamo sempre dal Presidente del Consiglio che l'Italia conserva delle perplessità sul mandato di cattura europeo. Se non l'avessimo inteso, oggi ne abbiamo la conferma. Berlusconi aggiunge: «Vedo molto dilettantismo nel cercare per forza il mandato europeo».
Mi domando cosa stiamo diventando, che cosa sta diventando l'Italia, fino a quale punto potremo abbassare, colleghi di Alleanza Nazionale, la soglia di sicurezza e di legalità per rincorrere gli interessi personali di una parte della classe politica di questo Paese! Questa è la domanda alla quale attendiamo risposta! (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U e DS-U).
Se davvero abbiamo a cuore gli interessi più generali, dovremmo compiere uno sforzo, certo tutti. Il presidente Mancino oggi ha dato un esempio di come si possa affrontare le questioni in modo sereno. Mi verrebbe da dire: fermatevi anche voi finché siete in tempo!
MEDURI (AN). Bordon, tu non l'hai capito!
BORDON (Mar-DL-U). Però, colleghi del centro-sinistra, non credo che possiamo cavarcela soltanto con le accuse, pur giuste e giustificate, al presidente Berlusconi e a questa maggioranza; né possiamo dire, come in parte facciamo perfino nella nostra giusta e giustificata mozione, che tutto quello che è stato fatto sul tema giustizia è stato fatto bene, non fosse altro perché oltre a non essere - come noi sappiamo benissimo - dato reale di un sistema della giustizia ancora così pesantemente iniquo ed inefficiente è, soprattutto, assai poco corrispondente al più generale senso comune, che è il seguente: una giustizia forte con i deboli e debole con i forti. (Commenti dal Gruppo FI) Di quel senso comune fatto da tanti milioni di cittadini che, non disponendo di strumenti di difesa, né di immunità parlamentare, né di avvocati di prestigio, si trovano consegnati ad un Moloch giudiziario che a volte fa sembrare assai realistico il capolavoro di Kafka sugli ingranaggi di una macchina infernale e non comprensibile.
Nei cinque anni del nostro Governo, quello di centro-sinistra, abbiamo certo elaborato un programma di riforme molto articolato in tema di sicurezza e di giustizia e alcuni risultati, citati nella mozione, sono stati anche conseguiti. Ma tutto ciò non garantisce ancora la tutela effettiva del diritto di tutti ad un giudizio entro tempi ragionevoli e certi.
La giustizia, infatti, deve soddisfare tempestivamente ed efficacemente tre grandi richieste: accessibilità, soprattutto per i cittadini meno tutelati, rapidità nell'accertamento delle responsabilità, certezza nell'esecuzione delle decisioni, a cominciare dalla pena.
Particolare cura va dedicata anche ad assicurare la rapidità del processo nel rispetto delle garanzie effettive (mi domando, ad esempio, se abbia ancora senso mantenere, come stiamo facendo, i tre gradi di giudizio), impedendo tutte le strategie ostruzionistiche e dilatorie; in altre parole, sfoltendo gli adempimenti veramente formali, rivedendo il meccanismo delle nullità e semplificando in misura rilevante il sistema delle notifiche. Nell'arco di cinque anni credo ci si debba assumere l'impegno a dimezzare la durata media dei processi, restituendo al primo grado di giudizio un ruolo centrale, a garanzia sia dell'imputato sia dell'oggettività dell'accertamento.
Non dispongo di tempo per esaminare nel dettaglio una serie di altre proposte, ma faccio presente che siamo disponibili ad esaminare le proposte di distinzione (l'ha già ribadito il senatore Mancino) tra il ruolo funzionale del pubblico ministero e quello dei giudici, peraltro oggi già distinti. Ma siamo altresì convinti che le distinzioni debbano riguardare le forme e i modi del passaggio da un ruolo all'altro, perché sarebbe invece pericoloso sottrarre il pubblico ministero all'obbligo della ricerca della verità, esaltando soltanto la sua natura di avvocato di parte nel gioco processuale.
In conclusione, onorevoli colleghi, credo sia davvero necessario svelenire il clima (l'ho visto fare solo a pochi) e uscire fuori da quella che, per un certo verso e per molti anni in questo Paese, è stata una sorta di sbornia ideologica che ha impedito che si affrontassero nel merito le tante questioni irrisolte della giustizia italiana. Ma per farlo dobbiamo non rimuovere una parte della storia italiana.
Nessuno può pensare di risolvere le questioni della giustizia lasciando una sorta di mandato di impunità per le tanto gravi corruzione e concussione che in questo Paese hanno impedito - quelle sì - che il ruolo politico avesse - come deve essere - preminenza rispetto a qualsiasi altro, com'è proprio di uno Stato di diritto. (Il microfono si disattiva automaticamente). (Applausi dai Gruppi Mar-DL-U, DS-U, Aut e Verdi-U. Molte congratulazioni).
MORO (LNP). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MORO (LNP). Signor Presidente, onorevoli rappresentanti del Governo, onorevoli senatori, ciò che sta accadendo da un po' di tempo è lo specchio fedele dello stato della politica italiana. Alla sinistra e alla minoranza nulla interessa che in quest'Aula si realizzi ciò per cui gli elettori ci hanno dato mandato.
Si è continuamente alla ricerca della delegittimazione delle istituzioni o, quanto meno, della loro messa in discussione. I tentativi sono sotto gli occhi di tutti e quello che più ci preoccupa è che ne abbiamo colto il disegno strategico: gli attacchi al presidente Pera (non mi risulta che il senatore Petrini abbia mai smentito quanto riportato dai giornali a proposito delle paure che deve avere il Presidente del Senato) e il pensiero del senatore Bordon espresso ieri sera in ordine all'imparzialità di chi presiede l'Aula; per non dire della polemica pretestuosa, populista e per nulla costruttiva (anzi distruttiva) sul cosiddetto caso Taormina; così gli attacchi scomposti ad un Ministro della Repubblica che ha avuto solo il torto di dire la verità.
Dal 13 maggio ci siamo accorti - per fortuna non solo noi, ma anche gli elettori - che la sinistra ha cambiato il suo linguaggio e che non riesce più a parlare direttamente al popolo perché ne ha perso le radici. Non ha più il collegamento che ne alimentava l'esistenza e non è più in grado di sostenere i temi tradizionali che la distinguevano.
Dal 1996 essa ha cominciato a parlare in "politichese", distruggendo i legami con il suo passato, pensando che una volta raggiunto il potere potesse vivere di luce propria e che la sola forza dei numeri fosse garanzia di continuità. La realtà del dopo elezioni e la sconfitta elettorale non sono state ancora assimilate e come minoranza essa ha scelto la strategia dell'attacco alle istituzioni. I tentativi per recuperare la credibilità sono volti soltanto a cercare di paralizzare l'attività parlamentare con la ricerca esasperata di un consenso che è giunto persino a strizzare l'occhio ai vari Agnoletto e Casarini.
Altre sono le cose - ritengo più importanti - che il cittadino esige da chi è stato chiamato a rappresentarlo. Ciò che sta succedendo fa parte di una commedia che non ci appartiene e della quale avremmo potuto benissimo fare a meno. I giudizi che accettiamo dagli elettori sono quelli sui fatti e sui risultati e non sulle parole. Non ci appartiene il metodo di fare pura accademia o letteratura giuridica.
La sinistra, con la complicità di una comunicazione schierata politicamente, è riuscita a scatenare una tempesta non dico in un bicchiere d'acqua, ma in un ditale. Ne è l'esempio la bagarre sull'articolo 18 dello statuto dei lavoratori, la cui riforma non prevede, come afferma l'opposizione, il licenziamento in toto, bensì l'abrogazione dello stesso articolo con una divisione che non intende mettere in discussione il principio del licenziamento per giusta causa, ma piuttosto consente il giudizio secondo equità ed ammette l'impugnazione solo per vizi di procedura. Questo è ciò che dice la riforma dell'articolo 18 e non altro.
Il dibattito sulla giustizia che abbiamo affrontato, scaturito dalle pesanti ed esasperate dichiarazioni di un membro del Governo, era latente e meritava migliore cornice, non fosse altro per l'importanza del tema e per le implicazioni che sottende anche nel campo più vasto dello scenario europeo. Tenterò di spiegare quale sia la posizione della Lega Nord Padania su un tema così scottante.
L'intervento in Aula ieri del ministro Castelli è uno di quelli che resterà negli annali della storia parlamentare, non solo per la lucida analisi che egli ha fatto dei mali della giustizia. Ci voleva, senatore Zancan, la mentalità schematica e lineare di un ingegnere per far capire a milioni di telespettatori quali sono i termini veri del problema e delle accuse precise che ha rivolto ad una parte della magistratura senza tanti infingimenti, con una rappresentazione cruda e spietata di quali sono i mali che l'affliggono, nonché per tracciare le linee attraverso le quali tentare di risolvere i numerosi problemi.
Nel suo intervento - che non è piaciuto alla sinistra, e non poteva che essere così perché le responsabilità sono palesi - egli ha messo in luce quali sono i problemi nei quali si dibatte la giustizia nel nostro Paese e quali potrebbero essere i futuri scenari del quadro europeo: ci preoccupano molto i primi e ancor di più i secondi.
Soffriamo di troppe anomalie nel nostro sistema per non porci almeno nella condizione di trovare la necessità di indicare i rimedi (la progressione delle carriere, la loro separazione); ciò determina che le garanzie richieste dalla Convenzione europea sui diritti dell'uomo siano largamente assenti nel nostro Paese con le conseguenti condanne. Abbiamo purtroppo in questo ambito un triste primato.
In democrazia la magistratura deve essere indipendente, però l'indipendenza senza la responsabilità può diventare arbitrio, soprattutto oggi che per effetto dell'aumento della criminalità i poteri dei magistrati si sono notevolmente rafforzati. Nei fatti la responsabilità del giudice è assai scarsa e i controlli e le censure sono pressoché inesistenti.
Ricordo, per esempio, che magistrati si diventa ancora per concorso e la progressione nella carriera avviene per pura anzianità, senza alcun controllo sulle capacità o esperienze acquisite. I risultati sono sotto gli occhi di tutti con le modifiche delle sentenze e il loro annullamento in oltre la metà dei casi. Ciò determina fatalmente l'esasperante lunghezza dei processi e, quel che più conta, la mancanza della certezza della pena e purtroppo anche la mancanza della fiducia dei cittadini nella giustizia.
L'intervento del ministro Castelli che tanto scandalo ha provocato nella sinistra, con reazioni anche scomposte di colleghi che ho sempre ritenuto equilibrati, non ha fatto altro che rappresentare la fotografia del comparto giustizia che questa maggioranza ha trovato dopo cinque anni di gestione della sinistra. Certamente ha dato fastidio che il ministro Castelli abbia messo il dito nella piaga citando dati e numeri che hanno evidenziato il disagio e l'arretratezza del sistema giustizia, e in particolare lo stato di certe procure.
Certamente, cari colleghi della sinistra, il quadro che ne è scaturito non ha entusiasmato neanche noi, anche perché ciò ci carica di ulteriori impegni oltre a quelli che già sapevamo esistere all'indomani delle elezioni. Ma per dare l'esatta misura di quale sia stata la nostra sensibilità ancor prima di questo dibattito, va considerato il fatto che nella finanziaria all'esame del Parlamento gli unici Ministeri che non hanno patito le conseguenze di forti riduzioni sono quelli che presiedono al comparto della giustizia e a quello della sicurezza.
Questa è la risposta concreta della Casa delle libertà. I 1.700 magistrati che potranno operare a breve costituiscono ossigeno puro per un comparto che è al limite dell'asfissia; per non dire dei provvedimenti, già legge dello Stato, come quello sulla violenza negli stadi, la riforma del diritto societario, le rogatorie, le norme contro il terrorismo. Come vedete la mole di lavoro è enorme e dà l'esatta misura dello sforzo profuso nel settore della giustizia.
Il potere giudicante ha invaso troppe volte e tenta continuamente di invadere il campo della politica, ergendosi a giudice, non solo delle cause, ma anche del sistema legislativo, proponendo, auspicando, giudicando e ora anche disattendendo le regole di cui si è dotato uno Stato democratico. Questo non è accettabile.
Il Ministro ha posto alcuni problemi e ci ha invitato a fare alcune riflessioni. Per quale motivo non dovremmo accettare quanto il ministro Castelli ha proposto, guardando agli ordinamenti in vigore negli altri Stati europei in ordine alla sottomissione e al controllo della figura del pubblico ministero da parte dell'Esecutivo, come già avviene per esempio in Francia e in Gran Bretagna? Dov'è lo scandalo?
Vogliamo un'integrazione europea a tutto tondo, con l'euro, l'integrazione economica e politica, la polizia europea? Ebbene, dobbiamo affrontare anche problemi spinosi, sui quali alla fine si devono pur prendere decisioni, diversamente si corre il rischio che altri decidano per noi.
Ritengo comunque che i mali non vadano limitati soltanto ai vari Ministri che si sono susseguiti prima del 13 maggio, ma anche a coloro che rappresentano i vari Dicasteri all'interno dell'Unione europea. Mi riferisco ai COREPER, dei quali si sa poco pur essendo tali Comitati i principali responsabili delle decisioni assunte nei vari Vertici europei. Dopo il Vertice di Nizza nella scorsa primavera e quello del 1999 in Tampere, ci accingiamo ora a celebrare il Vertice di Lacken il prossimo 15 dicembre.
Auspichiamo che i membri italiani del COREPER abbiano preparato tutto l'iter salvaguardando i princìpi fondamentali degli Stati sovrani. Quali motivazioni, per esempio, hanno portato nelle sedi istituzionali europee con riguardo all'euromandato di cattura? Come si sono comportati a Bruxelles, lasciando che il Parlamento europeo sanzionasse l'Italia sulle rogatorie, sull'ufficio antidroghe e sul mandato di cattura europeo?
Non vorremmo che sull'onda della lotta al terrorismo internazionale, a seguito degli atti dell'11 settembre scorso, ogni decisione possa divenire, se non opportunamente calibrata, un grimaldello terribile per una serie di atti che hanno scarsa attinenza con il terrorismo.
Nella mozione presentata dalla Casa delle Libertà sono stati individuati alcuni punti di riforma indispensabili per delineare un quadro normativo e organizzativo idoneo a dare un nuovo impulso alle tematiche della giustizia, al rapporto tra potere legislativo e ordine giudiziario e ad una nuova trasparenza istituzionale.
Il Senato impegna il Governo affinché in tema di lotta al terrorismo internazionale intensifichi la collaborazione con gli Stati membri dell'Unione europea, riconoscendo tuttavia che il processo di costruzione dello spazio giudiziario europeo non può essere anteposto all'armonizzazione delle Costituzioni e dei sistemi giudiziari dei Paesi membri, data la profonda differenza tra gli stessi soprattutto con riferimento al sistema sanzionatorio e al diverso status costituzionale dei pubblici ministeri.
Il prossimo Vertice di Lacken sarà una sorta di incoronazione di Giuliano Amato? Noi temiamo di sì e non siamo d'accordo. Le grandi influenze lobbiste, i potentati politici ed economici della real politik europea stanno spingendo verso questo risultato. Quest'uomo dovrebbe disegnare la Costituzione europea, che è poi quella di un'Europa neogiacobina che si contrappone all'Europa cristiana; sia chiaro, noi vogliamo quest'ultima.
Non siamo disposti ad avallare scelte che hanno quale traguardo finale un super Stato ove pochi, magari non eletti, decidono le sorti di tutti. Non vogliamo il super Stato, non vogliamo che il potere cali dall'alto; ci pare che si voglia costituire una società piramidale in cui dall'alto vengono prese decisioni sulla pelle dei popoli. Non ci stiamo; consideriamo il potere come legame inscindibile tra popolo e Parlamento e che sia sempre e comunque il primo a dare indicazioni al secondo.
Non ci interessa la restaurazione giacobina dell'Europa economica, di cui fin d'ora saremo strenui oppositori (Applausi dai Gruppi LNP, FI e AN. Congratulazioni).
NANIA (AN). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
NANIA (AN). Signor Presidente, colleghi senatori, siamo perfettamente consapevoli del fatto che in questo momento non stiamo parlando alla nostra parte politica, non stiamo parlando ad Alleanza Nazionale.
Siamo altresì consapevoli del fatto che non stiamo neppure parlando alla coalizione della Casa delle Libertà. In questo momento stiamo parlando ai cittadini italiani, al Paese e quindi vogliamo parlare con tutti, in particolare con l'opposizione che intende collaborare con questa maggioranza per risolvere i problemi che riguardano la giustizia; con l'opposizione - diciamolo chiaramente - che in altri momenti e in altre condizioni, soprattutto in Commissione bicamerale, si era già messa al lavoro per cercare di porre mano ai problemi della giustizia.
Voglio anche dire, signor Presidente, signori senatori, che vogliamo tributare un attestato di merito alla magistratura. Bene, da questo punto di vista, vi ha provveduto la mozione presentata dalla Casa delle Libertà laddove ha riconosciuto che la magistratura italiana merita rispetto e riconoscenza per l'impegno strenuo, giunto a volte fino all'eroismo e al sacrificio della vita, che profonde con coraggio e determinazione contro le mafie, il terrorismo e tutte le altre forme di criminalità che insidiano e opprimono il nostro Paese. (Applausi dai Gruppi AN, FI e LNP).
Solidarietà alla magistratura, all'ordine della magistratura! Altra cosa però sono alcuni magistrati e infatti nella stessa mozione della Casa delle Libertà si dice che pur tuttavia alcuni magistrati in varie sedi hanno tentato e tentano ancora oggi di usare l'alto mandato, con le relative prerogative previste dalla Costituzione, a fini di lotta politica.
Mi si consenta un esempio per farci capire meglio, lo stesso che spesso si fa quando si parla della Chiesa: noi di Alleanza Nazionale, la Casa delle Libertà siamo rispettosi nei confronti dell'istituzione Chiesa, ma questo non vuol dire che non ci siano alcuni preti che predicano bene e razzolano male. (Applausi dal Gruppo AN). È questo il rapporto che esiste, per quanto ci riguarda, rispetto ad una magistratura che rappresenta il baluardo della democrazia e della libertà nel nostro Paese, poi da analizzare attentamente rispetto al comportamento di alcuni magistrati.
Questo lo voglio dire, perché dobbiamo essere molto chiari e assumerci tutte le nostre responsabilità. Non mi riferisco ai magistrati che condannano, perché le condanne sono nella fisiologia del processo giudiziario, fanno parte dell'ordine delle cose. Non so neppure - detto tra di noi - se a questi magistrati, che hanno utilizzato il loro alto mandato per fini di lotta politica, interessino davvero le condanne.
Non dobbiamo mai dimenticare, infatti, un'intervista a suo tempo rilasciata da un giudice del pool di Milano nella quale teorizzava che tutto sommato le condanne se arrivano quando arrivano, molto più probabilmente le assoluzioni, generalmente le prescrizioni, non risolvono invece quello che interessava a questi magistrati, ossia determinare il caso, realizzare il conflitto.
Noi ci rifacciamo a tutti i casi in cui alcuni magistrati hanno mandato "avvertimenti" alla politica. Le stesse dimissioni della giunta dell'Associazione nazionale magistrati da questo punto di vista rappresentano un atto improprio, perché si possono condividere o meno le dichiarazioni del Ministro della giustizia, ma quelle dichiarazioni sono rese in un processo trasparente, nell'ambito delle funzioni che caratterizzano la politica e nell'ambito della responsabilità di governo che si assume un Ministro.
Mi riferisco appunto a tutti quei casi di avvertimento, come quello famoso apparso sul «Corriere della Sera» di qualche anno fa, con il quale un procuratore della Repubblica annunciava a breve sviluppi clamorosi su personaggi politici eccellenti - questo fa parte della dignità della magistratura? - oppure alla vicenda della notifica di un avviso di garanzia nel corso di una riunione internazionale a Napoli. La magistratura è per natura riservata ed efficace, punta a raggiungere l'obiettivo, non sceglie mai la platealità; così si è insegnato nelle aule universitarie.
Vorrei far riferimento da ultimo ad un'intervista, molto dimenticata soprattutto dai colleghi della sinistra, rilasciata da un procuratore di Milano (in questo caso si fa nome e cognome), tale Gherardo Colombo, che durante i lavori della Bicamerale, quando si stava discutendo e tentando di risolvere le questioni sul tappeto - e lei presidente Pera lo sa per esperienza diretta - e la maggioranza di allora era impegnata insieme all'opposizione ad affrontare questo che è un problema di tutti e non solo di qualcuno, definì la Bicamerale, cioè il Parlamento italiano, figlia del ricatto e quindi attaccò pesantemente il potere legislativo.
Subito dopo ci furono ovviamente delle dichiarazioni da parte del presidente del Senato, onorevole Mancino, di quello della Camera, nonché del presidente D'Alema. Vorrei citare in particolare due dichiarazioni fatte in quell'occasione da un parlamentare, l'onorevole Cossutta, e da un senatore, il collega Salvi, che ho conservato con cura. Il primo affermò che questo giudice e i suoi colleghi non si rendevano conto di essere soggetti alle leggi del Parlamento; il senatore Salvi, invece, pronunciò un'espressione delle sue e cioè definì poveretti quegli imputati che sarebbero capitati nelle mani di Colombo (gli consiglio poi di andarsi a leggere i nomi degli imputati in questione).
Detto questo, è ben ovvio che una riflessione su questo dato dobbiamo pur farla. Dobbiamo ribadire con forza la consapevolezza che l'unico potere che risale alla sovranità è quello esercitato dal Parlamento. Nella Costituzione italiana quello legislativo è definito un potere, l'ordine giudiziario un ordine e non un potere. Il potere risiede nel Parlamento, perché, per trasferimento deriva dai cittadini, che possono premiare o punire una forza politica. Se questa maggioranza si comporterà male potrà essere spedita a casa dagli elettori alle prossime elezioni.
Alcuni magistrati non dovrebbero dimenticare che sono tali per concorso e che hanno un ruolo istituzionale diverso. Laddove la politica si assume le proprie responsabilità ed è soggetta ad un meccanismo di premio o di punizione, i magistrati sono altra cosa e devono tener conto dell'articolo 101 della Costituzione, nella parte in cui afferma che i giudici sono soggetti soltanto alla legge.
Ebbene, diciamolo con forza: il legislatore è il Parlamento e il Parlamento siamo noi. Noi ci assumiamo tutte le nostre responsabilità, principalmente tra tutte quella di difendere la magistratura dagli attacchi di alcuni suoi componenti che ne mettono in discussione l'autonomia e l'indipendenza. (Applausi dai Gruppi AN, CCD-CDU:BF e FI). Questo mi sembra il secondo passaggio fondamentale: indipendenza e autonomia dei giudici.
Ho contestato ad un magistrato «l'inerzia» di una certa magistratura, che subiva le aggressioni delle correnti di sinistra quando queste sostenevano che la legge si interpreta e non si applica, cioè le cosiddette correnti del diritto libero. A seguito dei miei solleciti ad organizzare una difesa contro l'aggressione di alcuni magistrati, che volevano interpretare la legge più che applicarla, egli mi ha risposto che la magistratura era autonoma e indipendente, che lui sarebbe sempre stato un magistrato con queste caratteristiche e che non gli interessava se altri si "coloravano" politicamente.
Ebbene, questo magistrato mi spiegava che è il cittadino ad avere diritto all'indipendenza e all'autonomia del giudice, mentre quest'ultimo ha il dovere dell'indipendenza e dell'autonomia. E io chiedo al Parlamento, chiedo ai cittadini italiani che ci ascoltano: se si sa che un giudice è colorato politicamente, dove sta la garanzia dell'indipendenza e dell'autonomia? Questo è il problema di fondo. (Applausi dal Gruppo FI). Noi cittadini dobbiamo pretenderlo dai giudici, esercitare come un diritto alla loro indipendenza ed autonomia; i giudici hanno il dovere di essere indipendenti e autonomi, perché soltanto così sono terzi rispetto alla decisione del caso.
Ecco perché sono rimasto impressionato da una dichiarazione che ancora oggi ha reso il procuratore generale di Milano, Borrelli, il quale si è addentrato sul problema dell'obbligatorietà dell'azione penale e, di fronte alla proposta, che pur è legge in molti Paesi europei, di differenziare tra obbligatorietà dell'azione penale - fuori discussione - e individuazione delle priorità, e di fronte alla proposta della Casa delle Libertà di rivolgersi alla legge, cioè al Parlamento, cioè alla sovranità del Parlamento, che è la sovranità trasferita dei cittadini, di cui all'articolo 1 della Costituzione, è intervenuto come segue. Nel titolo riferito a questa dichiarazione si scrive: «Vogliono sottomettere l'obbligatorietà dell'azione penale al Governo»; nella dichiarazione virgolettata si dice: «Vogliono vincolare l'obbligatorietà dell'azione penale al potere politico».
Ma il Parlamento, che è composto dal senatore Nania, dal senatore Mancino, dal senatore Angius, non è il potere politico; il potere politico è fatto dai partiti, dalle associazioni, dai movimenti spontanei, dai gruppi di pressione, dalle forze sindacali.
Il Parlamento è un'altra cosa: è il luogo in cui si dà vita ad un processo legislativo democratico e trasparente, e noi abbiamo il dovere di elencare quelle che riteniamo le priorità nell'esercizio dell'azione penale, perché non si può consentire a nessun giudice di stabilire chi deve processare, quando lo deve processare, anzi mi preciso, chi deve indagare, quando lo deve indagare, come lo deve indagare e se lo deve indagare davvero.
Il Parlamento, che rappresenta la sovranità dei cittadini italiani, deve indicare delle priorità, perché non si può dire: ho una grande mole di lavoro e quindi prima mi regolo così, poi mi regolerò in un altro modo. Questi sono i mali della giustizia dei quali ci dobbiamo occupare, diciamolo francamente. Così come ci dobbiamo occupare di quello che per noi di Alleanza Nazionale è il male principale: quello della effettività della pena. Chi è condannato deve scontare la pena. (Applausi dai Gruppi AN, FI e LNP). Non occorrono queste clemenze di comodo quando una sentenza pronuncia la condanna di un responsabile.
Per queste ragioni, intendiamo ribadire con forza che il caso Taormina ha giovato probabilmente al Paese. Abbiamo risolto un problema, quello di un Sottosegretario per l'interno al quale va dato atto di aver avuto coraggio nell'assumere le decisioni che ha assunto, ma del quale abbiamo condannato - perché per noi è inaccettabile - l'atteggiamento e i toni utilizzati nel denunciare un problema.
Non è pensabile infatti che un Sottosegretario per l'interno possa invocare l'intervento pesante di una parte delle istituzioni verso un'altra parte delle istituzioni stesse: questo è concesso, è pensabile per un soggetto politico. Allo stesso modo non è pensabile che l'Associazione nazionale magistrati interferisca, con le dimissioni della sua giunta, nelle libere valutazioni della politica. (Applausi dai Gruppi AN e FI).
Detto questo mi auguro, e concludo, che si possa davvero riformare in meglio la giustizia italiana, facendo sì che alcuni criteri siano determinanti in questo processo di riforma. Si dovrà cioè tener conto che la legge è sovrana, perché nasce da un potere sovrano; che il potere sovrano è quello del Parlamento; che il Parlamento nasce dalla democrazia; che queste riforme si fanno con l'opposizione, affinché non si senta dire da un'onorevole Parenti di turno, che qualche grande esponente della sinistra ha la pistola puntata alla tempia. (Applausi dai Gruppi AN, FI, LNP e CCD-CDU:BF. Molte congratulazioni).
BRUTTI Massimo (DS-U). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
BRUTTI Massimo (DS-U). Signor Presidente, è un dibattito complesso e quando ascolto gli interventi, le parole-chiave che vengono pronunciate (ordini, poteri, Commissione bicamerale, Consiglio superiore della magistratura), penso alle persone; penso a chi chiede la protezione di un diritto oggi in Italia, anche soltanto un credito, e deve aspettare; penso alle vittime dei reati, agli inermi che sono colpiti dalla criminalità organizzata; penso alle persone deboli e senza potere, ai poveri, nei confronti dei quali sono più duri i processi e i verdetti. Ricordo bene il senatore Castelli quando chiedeva al Governo di arrestare gli extracomunitari che erano a piazza Navona. Penso alla povera gente, alle persone accusate di reati minori che affollano le carceri.
La prima risposta che dobbiamo dare alla domanda di giustizia che c'è nel Paese è la seguente: continuare a lavorare per rendere più efficiente la giustizia. La risposta che dobbiamo dare si riassume in una sola parola: riforma. Noi abbiamo bisogno che le riforme vadano avanti, le riforme per la giustizia come servizio, le riforme che puntano all'efficienza dell'Amministrazione giudiziaria, che rafforzano le garanzie per i cittadini, non quelle che vogliono spezzare la separazione dei poteri.
Noi abbiamo bisogno di nuove regole, ma non per comprimere l'indipendenza e l'autonomia della magistratura, bensì per dare più autonomia ai diritti dei cittadini. Abbiamo bisogno di nuove regole e di riforme, non per aggredire l'associazionismo libero dei magistrati, perché le associazioni libere dei magistrati sono preziose per la democrazia, così come lo sono quelle degli avvocati, e devono essere - credo - presenti e operanti nel dibattito pubblico del Paese, perché abbiamo bisogno del loro contributo.
Il Ministro della giustizia, nel suo rapporto del 2001 al Parlamento di Strasburgo, ha sottolineato come le riforme che sono state realizzate durante gli anni dei Governi dell'Ulivo siano strategiche. Sono parole sue, diverse da quelle che ieri ci è venuto a dire in quest'Aula. «Esse hanno determinato» - dice l'altro Castelli, non quello che abbiamo sentito ieri - «un miglioramento ed una inversione di tendenza». Il procuratore generale presso la Corte di cassazione, nel discorso inaugurale del 2001, ha rilevato che con le riforme avviate negli anni passati dai Governi dell'Ulivo il carico complessivo di lavoro degli uffici giudiziari è diminuito. E sapete cosa significa questo? Che cominciano a diventare un po' più celeri i processi, che si comincia a dare qualche risposta in più ai cittadini.
Naturalmente, c'è ancora molto da fare, molto, e per questo vorrei che mettessimo uno stop alle polemiche inutili, alle aggressioni. La richiesta di dimissioni di Taormina aveva questo valore emblematico, serviva a dire all'intero Governo, alla politica, che sul terreno della giustizia abbiamo bisogno di un confronto diverso da quello che voi volete imporci: abbiamo bisogno di un confronto simile a quello più volte autorevolmente richiesto dal Capo dello Stato.
Dobbiamo fare in modo che quelle richieste non cadano nel vuoto; abbiamo bisogno di riforme che rafforzino l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Negli anni passati, già ne abbiamo fatta una, e cioè quella che prevede il patrocinio dei non abbienti. Certo, è arduo affermare nei fatti l'uguaglianza di tutti i cittadini, anche dei più deboli di fronte alla legge, anche di quelli che non hanno avvocati illustri a difenderli, che non hanno parlamentari amici che portano il loro caso nell'Aula quando si discute. È arduo difendere e sostenere l'eguaglianza, perché comporta un impegno delle istituzioni, impegno ancora più difficile quando i responsabili dei reati sono potenti e organizzati.
Le faccio un esempio, signor Presidente. Le attività criminali che attraversano i confini dei nostri Paesi sono per definizione attività potenti, attività criminali organizzate, come il terrorismo internazionale, come il riciclaggio di danaro sporco, come la corruzione. Negli anni passati abbiamo lavorato per costruire uno spazio giuridico europeo, perché le indagini si potessero svolgere anche al di dà dei confini di un solo Paese, perché la criminalità è capace di andare al di là dei confini ed è perciò potente.
In questo quadro, viene avanti, condivisa finora da tutti i Paesi europei, la proposta del mandato di arresto europeo. Vorrei che fosse chiaro che la dissociazione decisa dal Governo, che respinge l'applicazione del mandato di arresto per reati quali la corruzione e il riciclaggio di danaro sporco, implica per la prima volta un isolamento dell'Italia rispetto a tutti gli altri Paesi dell'Unione europea.
Ma il Governo non si limita a questo perché, attraverso le dichiarazioni del ministro Castelli, ci propone nuovamente un attacco indiscriminato e arrogante contro la magistratura. Di questo attacco è stato capofila, nelle scorse settimane, il sottosegretario Taormina. Le sue dimissioni sono un fatto positivo non solo per la gravità, senza precedenti, delle dichiarazioni da lui rese, ma anche perché quel Sottosegretario, come avvocato, ha difeso mafiosi, il boss del contrabbando internazionale Prudentino contro il quale lo Stato si era costituito parte civile; con arroganza ha sostenuto che poteva continuare a farlo anche essendo componente del Governo.
Poi vi sono state le dichiarazioni contro i giudici di Milano. Non è vero che i giudici della I e della IV sezione penale del tribunale di Milano hanno disatteso la sentenza della Corte costituzionale; colleghi, non vi è stata ribellione, poiché quel giudizio verteva su fatti diversi da quelli trattati e definiti nella sentenza della Corte.
Voi avete rivelato concretamente in questi mesi, nei fatti, la vostra concezione della giustizia attraverso le leggi approvate finora dopo il 13 maggio, attraverso la legge che ha depenalizzato il falso in bilancio contro i princìpi elementari di trasparenza del mercato, attraverso la legge sulle rogatorie che rende più difficili e lunghi i processi e già ha prodotto la scarcerazione di un riciclatore di danaro sporco, attraverso il condono per chi ha portato illegalmente capitali all'estero. Oggi prospettate la subordinazione del pubblico ministero all'Esecutivo e l'impunità dei politici responsabili di reati comuni.
Signor Presidente, con il filosofo antico, noi diremmo "omnia infra indignationem verba sunt": tutte le parole che possiamo usare sono al di sotto dell'indignazione che proviamo; indignazione per le leggi vergogna, indignazione per una politica pericolosa per la divisione dei poteri, che non rispetta l'indipendenza e l'autonomia della magistratura, che è incapace di sospingere in avanti il processo di riforma dell'Amministrazione giudiziaria, incapace di produrre regole e misure concrete a tutela dei diritti dei cittadini. (Applausi dai Gruppi DS-U, Mar-DL-U, Verdi-U, Misto-Com e Misto-SDI. Congratulazioni).
SCHIFANI (FI). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
SCHIFANI (FI). Signor Presidente, onorevoli colleghi, signori del Governo, nonostante il progresso, l'evoluzione sociale e la maggiore consapevolezza dei diritti di libertà, l'argomento giustizia è ancora arma di lotta politica. Ciò è ancora più anacronistico se si tiene conto delle esigenze di maggiore garanzia che la riforma del nuovo processo aveva portato con sé.
Tenere separate la giustizia e la politica era stata una conquista moderna, dopo anni di evoluzione del diritto e dei suoi istituti. Questa distinzione è stata una conquista della civiltà del diritto che ha seguito l'evoluzione dello Stato democratico, scolpita solennemente nella nostra Costituzione.
Eppure la crisi del diritto e della società negli anni Novanta ha messo in forse il fondamento e la ragione di questa distinzione fino a far sorgere un giustizialismo che ancora resiste e che va al di là di ogni regola e di ogni buon senso.
La crisi dei partiti ed i fatti che sono seguiti negli anni Novanta hanno per così dire spiegato un giustizialismo diffuso, frutto di reazioni emozionali di una società disorientata. Questa emozione sociale però non è avvenuta soltanto nell'opinione pubblica ma è stata teorizzata ed esaltata da intellettuali, politologi, uomini di cultura e giornalisti e ha determinato un trauma sociale dal quale, anche per una parte seppur residuale della magistratura, è probabilmente difficile uscire, come dimostrano i tanti noti episodi di malagiustizia che il dibattito ha oggi evidenziato.
Pur tuttavia, la società sta ritrovando i suoi valori, le sue speranze, mentre alcuni magistrati, seppur pochi, restano invece fermi ai loro teoremi e alle loro pregiudiziali. Ma se il giustizialismo viene teorizzato dal magistrato, e dal magistrato mentre celebra il processo, la cosa è ancora più grave; vengono meno le garanzie necessarie per una giustizia credibile.
La gravità di quello che è accaduto in alcuni uffici giudiziari è legata alle ordinanze che disattendono una sentenza della Corte costituzionale del luglio scorso ed una legge dello Stato; è legata alla teorizzazione del dispregio per le prerogative del deputato, ma è evidenziata soprattutto dall'aver teorizzato fuori dal processo ed in riunioni di gruppi di magistrati la necessità di una risposta, di una contrapposizione politica, anche attraverso le tribune televisive e gli organi di stampa, che parte appunto da un giustizialismo sbrigativo e sommario.
La pretesa impunità per l'operato giudiziario e la irresponsabilità professata per le decisioni adottate caratterizzano alcuni esponenti di quel mondo giudiziario che vogliono a tutti i costi essere soggetto che si contrappone, che vuol competere non per fare giustizia ma per anticipare una giustizia a loro spettante come strumento di lotta. (Applausi dai Gruppi FI, AN, LNP, CCD-CDU:BF e del senatore Carrara).
Se la giurisdizione ha assunto a volte una deviazione così marcata, non può bastare in quel caso l'impugnazione giudiziaria per far valere le ragioni della difesa che, ahimè, è priva di validità non perché disattesa, ma aggirata con espedienti che la magistratura tradizionale aveva sempre evitato di utilizzare, ponendosi correttamente al di sopra delle parti con serenità ed autorevolezza.
Se in alcune sedi giudiziarie si svolge attività di gruppo per studiare ed individuare argomentazioni finalizzate alla elusione ad ogni costo delle leggi dello Stato, ebbene, colleghi, siamo fuori dal contesto della credibilità giudiziaria. (Applausi dai Gruppi FI, AN, LNP, CCD-CDU:BF e del senatore Carrara).
Le vicende di questi giorni dovevano essere discusse da noi in Parlamento perché andavano al di là delle persone implicate che non intendiamo difendere in questa sede, ma hanno bisogno di una valutazione più vasta e generale perché appartengono a certi ben isolati comportamenti giudiziari che fanno parte della storia democratica del nostro Paese. Ciò non è indebita ingerenza ma valutazione del corretto rapporto tra poteri dello Stato che costituisce pur sempre la sostanza della democrazia.
Credo sia opportuno verificare le ragioni più profonde della crisi della giustizia che attraversiamo e del rapporto anomalo che si è instaurato tra giustizia e diritto e tra giustizia e politica. Se i due termini, giustizia e diritto, coincidono, realizzano lo Stato di diritto, lo Stato democratico ed equilibrato; se non coincidono, come avviene a volte in questo periodo, evidenziano una patologia pericolosa che, se usata per fini politici, pone a rischio i fondamenti stessi della nostra democrazia.
Nella cultura italiana, si è detto, resiste un fondo oscuro che ci rende allergici alla civiltà liberale. Nel momento in cui questo residuo oscuro della cultura illiberale entra nella giustizia tornano alla memoria le parole del grande costituzionalista Calamandrei che osservava come bisogna avere terrore di un giudice che giudica per fare giustizia e non per applicare il diritto. (Applausi dai Gruppi FI, AN, LNP, CCD-CDU:BF e del senatore Carrara).
Quando la giustizia non è conseguenza dell'applicazione della norma e del diritto, ma prescinde dal diritto, cessano per il cittadino e per l'ordine democratico le garanzie di tutela. Quando una struttura giudiziaria è condizionata dalla ricerca dell'acclamazione popolare e dal qualunquismo antigarantista, che è la causa dell'ondata di giustizialismo, viene compromesso il rapporto tra magistratura e società civile; così come quando alcuni pubblici ministeri sacrificano sull'altare del giustizialismo e del facile consenso i valori fondamentali di libertà e le garanzie primarie dei cittadini.
Il rispetto assoluto per la funzione della magistratura non esclude e non ci esime dal diritto-dovere di denuncia politica e tecnica in quei casi, seppur singoli e minimali, ma gravi, in cui l'errore è particolarmente evidente. Se, infatti, un magistrato sbaglia, è giusto che nell'ordinamento siano previste modalità e procedure per richiamarlo alle sue responsabilità. Questo è uno dei principi basilari della nostra democrazia.
E allora, al di là delle asprezze verbali, non vedo lo scandalo che altri hanno voluto vedere nelle parole dell'onorevole Carlo Taormina. Senza entrare nel merito della vicenda, ci troviamo di fronte ad un'offesa alla Consulta da parte di un tribunale; cosa non solo assolutamente inconsueta, ma totalmente nuova e come tale deve essere affrontata con grande cautela, ma con fermezza, tentando, nella salvaguardia delle posizioni di ciascuno, di tenere presente l'interesse generale. Di qui la legittimità - asprezze a parte - di chi aveva criticato quei comportamenti. Ma al di là di tutto, riteniamo che questa occasione debba essere colta per tentare di avviare a soluzione il problema vero e reale di una giustizia che sia giusta e rapida nel nostro Paese. (Applausi dal Gruppo FI).
È il momento di recepire pienamente il richiamo del presidente della Repubblica Ciampi il quale ha inteso invitare all'immediato ristabilimento di un momento di equilibrio tra le istituzioni, alla stretta osservanza delle leggi dello Stato e al rispetto assoluto delle sentenze. Occorre, dunque, che ciascuna istituzione si riappropri del proprio ruolo, evitando inaccettabili sconfinamenti nel contesto di un giusto equilibrio istituzionale tra poteri dello Stato.
Il Parlamento sarà chiamato a breve a legiferare su una riforma complessiva che terrà conto delle necessarie modifiche del sistema elettorale del Consiglio superiore della magistratura, finalizzata ad eliminare la degenerazione del sistema correntizio, e stabilendo un corretto rapporto dialettico tra magistrati giudicanti ed inquirenti. Si avverte la necessità di individuare un nuovo organo disciplinare della magistratura per tutelare e rendere effettiva l'indipendenza della stessa, ponendola al riparo da ingerenze esterne.
Il Parlamento dovrà altresì legiferare sull'improcrastinabile rivisitazione del principio dell'obbligatorietà dell'azione penale attraverso l'introduzione, alla stregua della maggior parte dei Paesi europei, della priorità nell'esercizio dell'azione penale (ne avevamo parlato anche in sede di Commissione bicamerale, colleghi dell'opposizione), della inderogabilità dell'introduzione di un sistema di coordinamento delle procure e degli uffici del pubblico ministero alla stregua degli ordinamenti degli altri Paesi europei, mediante l'individuazione della unicità dell'ufficio del pubblico ministero; ed infine del fatto che, per completare la modifica storica dell'articolo 111 della Costituzione sul giusto processo, occorrerà introdurre la separazione delle carriere (o funzioni) dei pubblici ministeri e dei giudici. (Applausi dal Gruppo FI). È giunto il momento di operare.
E, ancora, appare opportuno introdurre il principio della temporaneità delle funzioni direttive e delle funzioni monocratiche, così come richiesto in modo ricorrente anche con ordini del giorno votati nelle riunioni dell'Associazione Nazionale Magistrati, che oggi non condivide i nostri documenti.
Vi è la necessità di prevedere, quale garanzia della libertà per il cittadino e per lo stesso giudice, che, salvo i casi di flagranza del reato, la privazione della libertà della persona debba essere decisa non da un singolo giudice, bensì da un organo collegiale. (Applausi dal Gruppo FI). Questo, ripeto, a garanzia della nostra libertà di cittadini.
È poi ineludibile la riforma del processo civile per un effettivo adeguamento del sistema italiano all'Unione europea. Il Ministro ci ha fornito alcuni dati sconcertanti, e noi lo ringraziamo perché era giusto che il Paese ne fosse a conoscenza. Centodiciannove mesi per avere giustizia: questo record la dice lunga sullo stato di salute del pianeta giustizia che abbiamo ereditato da alcuni mesi.
Ebbene, signori colleghi, l'attuazione di queste riforme, coerentemente con il programma elettorale della Casa delle Libertà che gli elettori hanno votato il 13 maggio, realizzerà l'interesse dei cittadini per avere una giustizia giusta, una conquista di civiltà che ci chiede il Paese. Noi non intendiamo sottrarci a questa missione, colleghi dell'opposizione, colleghi della maggioranza, esponenti del Governo.
Da ultimo, ho ritenuto opportuno concludere questo mio intervento con una nota. La nostra mozione, signor Presidente del Senato, recita tra i primi punti più essenziali e più significativi che «la magistratura italiana merita rispetto e riconoscenza per l'impegno strenuo, giunto a volte fino all'eroismo ed al sacrificio della vita». (Applausi dai Gruppi FI, CCD-CDU:BF, AN e LNP). Questi sono i nostri atti parlamentari, questa è la verità! (Applausi dai Gruppi FI, CCD-CDU:BF, AN e LNP).
Allora, chi si erge a tutela di coloro i quali intendono contrapporsi a questo organo costituzionale per impedire che si attuino vere riforme della giustizia, coloro i quali intendono con i loro comportamenti impedircelo, così come tentarono di fare durante i lavori della Bicamerale, vedranno respinti al mittente i loro comportamenti e le loro censure.
Ed un grazie, signor Presidente, un grazie a nome della maggioranza a tutti quei magistrati che con il loro impegno quotidiano hanno reso la vita per il contrasto alla criminalità organizzata, al terrorismo, alla mafia (Applausi dai Gruppi FI, CCD-CDU:BF, AN e LNP) e nello stesso tempo a tutti quei magistrati che quotidianamente, in silenzio, la mattina vanno a lavorare tante ore al giorno, che non urlano, che non rilasciano interviste, che non vanno in televisione e che tengono alto il valore della giustizia, del principio cardine del nostro ordinamento del quale siamo orgogliosi e che tuteleremo in ogni momento di questa legislatura. (Vivi, prolungati applausi dai Gruppi FI, CCD-CDU:BF, AN e LNP. Molte congratulazioni).
PRESIDENTE. Colleghi, un po' di ordine perché dobbiamo passare alle votazioni. (Brusio in Aula). Posso avere un po' di attenzione e di silenzio, per cortesia? Dobbiamo passare alla votazione dei documenti. (Commenti della senatrice Pagano). Senatrice Pagano, vuole essere anche lei così gentile come tutti e rispettare il mio desiderio, che riguarda l'intero Senato, di fare silenzio? Grazie.
Colleghi, ci troviamo di fronte a due mozioni e ad un ordine del giorno. La prima mozione è quella di maggioranza, presentata dal senatore Schifani e da altri senatori; la seconda mozione è quella dell'opposizione ed è presentata dal senatore Angius e da altri senatori.
Permettetemi di osservare che la prima mozione è lunga cinque pagine di stampa e la seconda mozione arriva a due pagine di stampa. Ho fatto anche un po' di statistica, colleghi. La prima mozione si compone di 32 capoversi, la seconda mozione si compone di 13 capoversi: 45 capoversi in tutto. Ho potuto osservare, se mi consentite, con un po' di tristezza e di rammarico, che fra i 32 capoversi dell'una mozione e i 13 capoversi dell'altra non c'è quasi un elemento di sovrapposizione, come se, pressappoco, una mozione parlasse di trasporti e l'altra di sanità. (Commenti dai Gruppi DS-U e Mar-DL-U).
Ciò significa evidentemente che su un terreno come quello della giustizia bisognerà ancora lavorare, perché dovrebbe essere un terreno comune, come la politica europea e la politica estera, che dovrebbe vedere il Parlamento quasi unito.
Quanto detto serve però anche per dire che, proprio perché non c'è quasi un elemento di sovrapposizione, come se si parlasse di universi diversi, metterò ai voti prima la mozione della maggioranza e poi quella dell'opposizione, ancorché manifestamente sia incompatibile con l'approvazione della prima.
Successivamente sarà posto in votazione l'ordine del giorno G1.
Procediamo pertanto alla votazione della mozione 1-00045.
DE PETRIS (Verdi-U). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
DE PETRIS (Verdi-U). Signor Presidente, considerata l'importanza della discussione odierna e considerato soprattutto il valore delle mozioni, che sono sicuramente diverse, così come diversi sono gli orientamenti dal dibattito, chiediamo la verifica del numero legale.(Commenti dai Gruppi FI, AN e CCD-CDU:BF)
Verifica del numero legale
PRESIDENTE. Invito il senatore segretario a verificare se la richiesta avanzata dalla senatrice De Petris risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
(La richiesta risulta appoggiata).
Invito pertanto i senatori a far constatare la loro presenza mediante procedimento elettronico.
(Segue la verifica del numero legale).
Il Senato è in numero legale. (Applausi dal Gruppo AN).
Ripresa della discussione di mozioni sulla questione giustizia
PRESIDENTE. Metto ai voti la mozione 1-00045, presentata dal senatore Schifani e da altri senatori.
È approvata.
Metto ai voti la mozione 1-00046, presentata dal senatore Angius e da altri senatori.
Non è approvata.
Metto ai voti l'ordine del giorno G1, presentato dal senatore Sodano Tommaso e da altri senatori.
Non è approvato.
Sui lavori del Senato
PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, l'ordine del giorno della seduta di domani sarà integrato con l'esame della richiesta di adozione della procedura abbreviata, ai sensi dell'articolo 81 del Regolamento, per il disegno di legge recante "Nuove norme in favore dei minorati uditivi" (814), del senatore Zanoletti.
Interpellanze e interrogazioni, annunzio
PRESIDENTE. Comunico che sono pervenute alla Presidenza una interpellanza e interrogazioni, pubblicate nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.
Ordine del giorno
per le sedute di giovedì 6 dicembre 2001
PRESIDENTE. Il Senato tornerà a riunirsi domani, mercoledì 6 dicembre, in due sedute pubbliche, la prima alle ore 9,30 e la seconda alle ore 16,30, con il seguente ordine del giorno:
(vedi ordine del giorno)
La seduta è tolta (ore 20,19).