SCOPELLITI. Signor Presidente, mi permetta prima di tutto di associarmi, a nome del partito di Forza Italia, agli auguri rivolti al professor Carlo Bo.
L'interpellanza di cui oggi chiedo risposta è relativa al caso di Giuliano Costantini, un detenuto tossicodipendente, nel carcere di Marino del Tronto ad Ascoli Piceno.
Giuliano Costantini è un uomo di 40 anni, originario di Fermo, tossicodipendente; vive di espedienti, frequenta comunità e SERT, però la sua vita va avanti senza la possibilità di una svolta. Non ha padre, è cresciuto in orfanotrofi ed istituti; ha una struttura di uomo semplice, tanto da non diventare - come ha detto don Vinicio Albanesi - neanche un vero tossico.
Il 5 maggio del 2000 viene arrestato per tentato furto; il 19 maggio ottiene gli arresti domiciliari; il 1° giugno viene riportato nel supercarcere di Marino del Tronto, perché sorpreso fuori casa, sulla via antistante la sua abitazione.
Il 28 agosto, il tribunale del riesame di Ancona rigetta il suo ricorso per ottenere nuovamente gli arresti domiciliari. Egli chiede al suo avvocato di non tornare nel carcere di Marino del Tronto: invece ci torna.
Il 29 luglio chiede, nel carcere, una visita medica perché dichiara di essere stato picchiato dagli agenti di polizia penitenziaria. Il 4 agosto gli viene concesso e contemporaneamente annullato il trasferimento in altro istituto di pena. Il 5 settembre Giuliano Costantini lamenta dolori addominali e il medico che lo visita parla, nella sua cartella clinica, di "simulazione". Il 9 e il 18 settembre viene visitato, gli vengono somministrati Minias e Talofen (farmaci specifici per i tossicodipendenti); il 18 settembre viene trovato nella sua cella un lavandino rotto; il Costantini dice ai propri compagni di cella di essere stato picchiato da agenti di custodia; il 25 settembre viene sottoposto a visita medica, per febbre a 39,8 gradi centigradi; alle ore 2,30 si prescrive Flociprin e Sulidamar; nello stesso giorno viene fatta un'altra visita medica; la febbre scende a 36 gradi centigradi; sempre il 26 settembre interviene un'ulteriore visita, alle ore 12,30, e si ipotizza un disturbo di natura psichiatrica; il 26 settembre il medico dei tossicodipendenti prescrive un clistere (ore 14,45): non si capisce la correlazione con il disturbo psichiatrico, ma il medico così stabilisce.
Ancora il 26 settembre altra visita, alle ore 18, perché il detenuto vomita "materiale scuro": si prescrive altro clistere; il 27 settembre, alle ore 11,30, viene fatta l'ultima visita e il medico diagnostica "addome acuto e imminente pericolo di vita".
Il 27 settembre - lo stesso giorno, quindi - viene ricoverato, operato d'urgenza e muore poco dopo l'intervento.
Dal 5 settembre al 27 settembre, giorno della sua morte, nonostante dieci visite mediche, il Costantini non è stato sottoposto ad alcun esame, ad alcun controllo specialistico. La procura di Ascoli dapprima ha aperto un'indagine come "atti relativi" al decesso, poi ha iscritto il procedimento come notizia di reato per omicidio colposo a carico di quattro medici del carcere; ha quindi aperto un procedimento a carico di una o più guardie carcerarie per lesioni aggravate, ma non ha ritenuto esservi un nesso causale tra i pestaggi e la morte del Costantini.
Dalla morte alla celebrazione dei funerali, avvenuta il 9 ottobre, sono state inviate a don Vinicio Albanesi, presidente della comunità di Capodarco, tre lettere di detenuti, delle quali una anonima, nella quale si parla di "squadretta" di agenti che nel super carcere di Marino del Tronto, sezione giudiziaria, picchia i detenuti (Giuliano sarebbe stato picchiato tre volte). Ci sono poi una lettera firmata, dove si parla di due pestaggi subiti dal Costantini, e una lettera di un detenuto, che parla della cella come di un "magazzino sporco, impolverato e pieno di ragnatele, dove non ci sono più nemmeno i ragni".
Allora, signor Ministro, le questioni e le domande sono tante. Se la morte è stata causata da violenza può essere una violenza compiuta da alcuni suoi compagni di cella, da altri detenuti: se questa è la verità, perché non sono intervenuti gli agenti così impedendo che questa violenza fosse reiterata? Personalmente non credo a questa versione, innanzitutto perché sappiamo tutti come nel carcere esista una solidarietà fra detenuti, soprattutto verso i detenuti più deboli, quale era il Costantini nella sua condizione di tossicodipendente ed anche perché vi sono testimonianze, di chi il carcere di Ascoli conosce bene, che parlano di comportamenti impeccabili, quasi commoventi, nei confronti di chi per la prima volta varca la soglia del carcere di Ascoli Piceno.
Può esserci stata violenza da parte degli agenti, così come viene paventato. Fra l'altro ad Ascoli, dove io mi sono recata, signor Ministro, mi è stato riferito che c'è un agente che ha dei precedenti e che pare non riesca a tenere le mani a posto, ma abbia soltanto l'arroganza e la prepotenza della sua divisa. Su tale circostanza sono state scritte alcune lettere - alle quali accennavo in precedenza - in cui si racconta con dovizia di particolari quello che è avvenuto nei confronti del Costantini.
D'altra parte, quando sento parlare di violenza nelle carceri non mi scandalizzo del fatto che qualche agente possa usare "le maniere forti", magari impressionato dai film americani sulle realtà penitenziarie. E gli esempi - non sto a ripeterli a lei, signor Ministro - ci sono: Biella, Sassari, Secondigliano, Reggio Calabria, Parma; casi di violenza sui detenuti con morti sospette. Quello che mi scoraggia, che mi sconforta è che in questi casi c'è sempre una difesa di categoria; non c'è il coraggio di isolare questi uomini proprio a salvaguardia della categoria, a salvaguardia di tutti quegli agenti penitenziari che svolgono il proprio lavoro con senso di professionalità, come buoni padri di famiglia, soprattutto con il rispetto di chi, anche colpevole, deve stare in cella.
Come dicevo, c'è l'ipotesi della violenza, ma c'è l'ipotesi - così come sostengono alcuni - che non esista concausa tra la morte e la violenza. Questa affermazione, fatta anche dal sostituto procuratore titolare delle indagini, è un po' ridicola: a mio avviso non si può morire di setticemia così, per un fatto non preciso e comunque, qualora fosse questa la versione, ci sono delle responsabilità dal punto di vista medico, ossia dei medici che avevano il compito di assistere il detenuto. Però anche qui i medici scaricano ogni responsabilità dicendo che loro hanno fatto quanto era necessario fare.
Il sostituto procuratore titolare dell’inchiesta, dottor Umberto Monti, dopo due giorni (e qui cominciano le stranezze di questo caso) dalla morte del Costantini, quindi senza alcuna prova, senza alcuna indagine avviata afferma, e si affretta a comunicare agli organi di informazione, che il Costantini non ha subìto violenza. Non si sa sulla base di quali riscontri, di quali elementi abbia potuto stabilire ciò. Subito dopo, però, dice che non c’è concausa tra la morte e la violenza: ecco quindi la prima contraddizione.
Altro elemento inquietante: il sostituto procuratore, nei suoi atti, non ha la cartella clinica autentica, ma soltanto una fotocopia. Provocatoriamente sono andata al carcere e ho chiesto di vedere la cartella clinica autentica; chiaramente non me l’hanno mostrata, confermandomi tuttavia che presso il tribunale è depositata una fotocopia e noi sappiamo quanto le fotocopie possano essere manomesse.
C’è un’altra contraddizione, sempre del sostituto procuratore. Quando è stata pubblicata sui giornali locali la lettera dei detenuti sui pestaggi, il dottor Monti ha affermato che: "Il testo della lettera non aggiunge nulla di nuovo a quanto già di nostra conoscenza". Allora vuol dire che i casi di violenza e di pestaggio all’interno del carcere di Ascoli Piceno erano già risaputi. Fra l’altro ieri in Commissione giustizia - apro un inciso - è stato approvato in sede deliberante un mio disegno di legge in cui si prevede lo spostamento del giudice di sorveglianza da Macerata (dove non c’è carcere) ad Ascoli Piceno (sede invece di un carcere speciale, con tanto di 41-bis). Voglio sperare, e su questo conto anche nel suo intervento, che la Camera riesca ad approvare tale provvedimento in tempi rapidi, prima della fine della legislatura, poichè la presenza istituzionale del giudice di sorveglianza nella sede potrebbe forse aiutare a risolvere tanti problemi.
Altro aspetto inquietante è relativo al ruolo del DAP dell’amministrazione penitenziaria. Cosa ha fatto il DAP? Ha acquisito gli atti? Quando? Mi pare infatti che dal momento della morte del Costantini non sia successo alcunchè, si è soltanto fatta attenzione a non muovere nulla, anche se il DAP è "forte" delle esperienze cui prima facevo riferimento e cioè di Sassari, di Parma, di Bolzano, di Biella, di Secondigliano e di Reggio Calabria e quindi, conoscendo il malessere all’interno delle carceri, avrebbe dovuto intervenire con maggior immediatezza e competenza.
Invece il DAP, nella persona del dottor Paolo Mancuso, in una intervista rilasciata, sempre all’epoca del fatto, al "Resto del Carlino" parla di allarme. Al giornalista che gli chiede come mai parli di allarme egli risponde: "Perché quello che si è detto su questa vicenda in questi giorni è di nostra conoscenza, quindi un allarme c’è". Allora, se c’è la conoscenza, perché non si interviene subito?
Signor Ministro, prima di questa interpellanza ho presentato un’interrogazione con richiesta di risposta scritta alla quale non è mai stata data risposta. Anche in questo caso mi permetto di aprire una parentesi: il potere ispettivo del Parlamento deve avere immediatezza di tempi, altrimenti molti casi non trovano più ragione in una risposta a lungo termine. Non è il caso del Costantini il quale la giustizia, la verità, la chiede sempre.
Il 6 ottobre "Il Messaggero", edizione locale, riceve una lettera e la invia al DAP. Il dottor Mancuso, in quel caso, dice: "Abbiamo subito esaminato il contenuto della lettera che ci avete inviato e quello che posso definire come uno sfogo dei detenuti contiene un elenco di reati gravissimi. Adesso si tratta di verificare il racconto che vi è pervenuto". Allora mi chiedo: è stato verificato? Quali sono le risultanze e qual è l’esito della verifica?
Insomma, Signor Ministro, la vicenda chiede verità e quindi giustizia, non solo perché parliamo di un uomo che è stato sfortunato nella sua vita, ma perché qualsiasi uomo, anche il peggior criminale, merita giustizia.
E faccio mia la richiesta di verità e di giustizia di una persona splendida che ho conosciuto in questa occasione, don Vinicio Albanesi, Presidente della Comunità di Capodarco, un centro per il recupero dei tossicodipendenti che aveva avuto fra l'altro proprio il Costantini tra i suoi ospiti. Voglio chiudere riportando a lei le parole che don Vinicio Albanesi ha scritto al dottor Caselli in qualità di Presidente del DAP: "Le chiedo formalmente e pubblicamente la verità sulla morte di Giuliano Costantini. Gliela chiedo in nome dell'etica, della giustizia e della democrazia che per definizione ogni Stato deve garantire. Ogni verità legale infatti non può prescindere dai principi supremi della verità. Le chiedo verità anche a nome di tutti quei detenuti che non hanno capacità di nominare nessun difensore di parte offesa perché non hanno né risorse né affetti sufficienti che tutelino interessi e ricordi. Per stile e per coscienza non sono propenso a dubbi e insinuazioni, però le cose hanno sempre una logica e la morte per setticemia di Giuliano Costantini attende una risposta logica."
PRESIDENTE. Il Ministro della giustizia ha facoltà di rispondere all'interpellanza testè svolta.