Seguito della discussione sulle comunicazioni del Ministro degli affari esteri
Approvazione della proposta di risoluzione n. 1 (Nuovo testo)
Reiezione delle proposte di risoluzione nn. 2 (Nuovo testo) e 3
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione sulle comunicazioni del Ministro degli affari esteri.
Ricordo che nella seduta antimeridiana, dopo l'intervento del ministro Dini, ha avuto inizio il dibattito, nel quale ciascun Gruppo ha a disposizione dieci minuti, mentre al Gruppo Misto sono attribuiti venti minuti complessivi.
È iscritto a parlare il senatore Russo Spena. Ne ha facoltà.
RUSSO SPENA. Signor Presidente, concentro il mio intervento, purtroppo breve, sul progetto di Carta dei diritti, che mi pare essere un tema di rilevanza fondamentale, che non può essere affrontato sin da questa fase iniziale in termini di vuote declamazioni retoriche o di ipocrisie falsamente europeiste. È una discussione impegnativa per la stessa natura ed oggetto della Carta dei diritti, in un'Europa che vive un grave deficit di democrazia e in cui è difficile rintracciare persino un principio di sovranità, un esercizio di diritti e di poteri.
Dopo il referendum danese, ad esempio, che ha avuto per risultato un "no", forse occorrerebbe non far finta di nulla, ma comprendere che esiste un disagio anche democratico. Noi - e lo affermiamo anche alla luce della discussione che ha preparato Maastricht - siamo assolutamente favorevoli ad una vera e propria fase costituente, oggi, anzi, tardiva. Senza, infatti, una democrazia regolata a livello europeo, si lascerebbe campo assoluto e libero alla crescita di poteri economici forti e null'altro.
Ma siamo anche per una radicale rettifica del progetto di Carta. Rifiutiamo, infatti, una doppia deriva, sia quella dell'Europa-fortezza, presidio di un neoliberismo selvaggio, che nega ogni ipotesi pluralista in nome di una comunità di sangue e di una unicità di religione (di cui Bossi e altri settori del centro-destra sono paladini e crociati), sia anche una risposta del tutto insufficiente ed inadeguata, che viene data a questa reazionaria e regressiva forma di cultura e di civiltà.
Tale progetto di Carta dei diritti in questo senso è molto deludente. Esso è animato dalla centralità di un'ipotesi liberale e liberista che vorrebbe chiudere il ciclo delle Costituzioni progressiste e progressive, costruite sulla vittoria contro il nazifascismo e le rivoluzioni democratiche. La Carta dei diritti elude il punto fondamentale della democrazia contemporanea: come si ricostruisce, cioè, uno spazio pubblico. La Carta dei diritti è immensamente più arretrata rispetto alla nostra Costituzione repubblicana, che ha come diritto fondativo il protagonismo per la rimozione delle cause economiche e sociali che si frappongono alla possibilità di libera espressione della persona. E qui sorge il problema. Sono sufficienti dichiarazioni di astratti diritti e valori, senza che si indichi il terreno che li renda effettivi ed agibili? Si affermano i valori, ma si negano i diritti esigibili.
Faccio solo un esempio, per brevità. Il diritto di sciopero è equiparato, nel progetto della Carta, al diritto di serrata; non è più esercizio di un protagonismo attivo, esigibile anche con il conflitto sindacale, scuola di democrazia e di civiltà: esso viene degradato a questione corporativa. Potrei parlare del diritto alla casa, all'alloggio, dei diritti sociali in generale. Insomma, questa Carta dei diritti è l'altra faccia di un Europa tecnocratica e senza sovranità.
Per questo noi ci batteremo, a livello europeo come a livello nazionale, per cambiarne i presupposti, proprio perché pensiamo sia indispensabile una Costituzione europea e organizzare anche in senso costituzionale la democrazia europea. Saremo, quindi, a Nizza, in maniera attiva, non solo partecipando alla discussione istituzionale, ma anche promuovendo e partecipando ad iniziative di massa che porteranno in piazza queste istanze critiche per la riaffermazione dei diritti democratici e sociali esigibili, che oggi ci sembrano gravemente negati da un deficit di democrazia e non sufficientemente valorizzati all'interno della Carta dei diritti.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Lorenzi. Ne ha facoltà.
LORENZI. Signor Presidente, signor ministro Dini, onorevoli colleghi, ci troviamo di fronte ad un problema molto ampio, che chiaramente non è possibile affrontare in pochi minuti.
Vorrei richiamare l'attenzione del Ministro su una notizia del giorno, quella dell'assassinio a tradimento di uno scienziato medico, Antonio Muñoz Cariñanos, da parte dell'ETA. Questo è avvenuto nell'Europa, in quella stessa Europa della Carta dei diritti. Mi chiedo quale può essere la risposta in termini di prospettiva che ci si vuole dare di fronte ad eventi di questo genere.
Naturalmente continuiamo a parlare di diritti, ma è molto più difficile parlare di doveri. Non intendo fare vuoti discorsi, vorrei riferirmi a due personaggi molto significativi sulla scena nazionale ed europea: il nostro governatore Fazio e l'ex cancelliere Helmut Schmidt. Da questi due personaggi vengono parole di velata critica. L'ex cancelliere Schmidt si chiede come mai si senta la necessità di questi diritti, perché il popolo tedesco non sembra avvertire l'impellente necessità di fissare diritti che in qualche modo non sono riconosciuti. Il governatore Fazio fa presente che c'è urgenza di un nuovo statuto del lavoro e non di un nuovo statuto dei lavoratori, in modo da affrontare le nuove sfide che ormai abbiamo tutti di fronte, sia per gestire il lavoro extra, che si è profilato, sia per gestire il nuovo modo di lavorare e dare soprattutto tutela a chi il lavoro non ha.
Poi, certo, c'è il grande problema dell'architettura generale, quella che dovrà essere affrontata alla Conferenza intergovernativa di Nizza nel mese di dicembre, e su questo punto sembra regnare una grande confusione. Credo che si debba prendere atto della necessità di distinguere tra le due opzioni che si profileranno: quella della federazione o quella della confederazione, signor Ministro.
Credo che su questo punto siamo tutti abbastanza edotti. Se intendiamo aggregarci per parti infinitesimali e continuare di questo passo, è naturale che si dovrà procedere verso una fusione-federazione; se invece riteniamo di aggregarci con parti più significative, in particolare federali, gruppi di Stati elementari, è chiaro che l'opzione confederale potrà essere di maggiore realismo.
Questo è l'appello con cui voglio concludere il mio intervento come rappresentante di una piccola componente del Gruppo Misto, gli Autonomisti per l'Europa, che credono nell'Europa, nell'Europa del rispetto delle autonomie, in un'Europa che chiaramente si dovrà realizzare non più per piccoli passi, ma con passi di indubbio coraggio su cose concrete, su piani e progetti importanti, con l'adesione e il sostegno dei pionieri, ma con l'apporto insostituibile dei nuovi Stati. Questi ultimi stanno bussando e vogliono entrare a tutti gli effetti e con tutti i diritti, ma stanno chiedendo quali saranno i loro doveri in questa nuova grande casa comune europea.
PRESIDENTE. E' iscritto a parlare il senatore Marino. Ne ha facoltà.
MARINO. Signor Presidente, signor Ministro, desidero innanzitutto esprimere l'apprezzamento dei Comunisti Italiani per l'azione complessiva di politica estera dispiegata dal Governo. Sulla Carta dei diritti tale azione, a nostro avviso, presenta indubbiamente dei limiti, ma consacra anche diritti nuovi, come giustamente ha detto il ministro Dini. I contenuti della Carta dei diritti certamente sono più arretrati rispetto a quelli della Costituzione della Repubblica italiana. Non voglio qui ricordare l'articolo 11 sul ripudio della guerra, o l'articolo 3 - secondo comma - sul compito della Repubblica di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale per il libero dispiegarsi della persona umana; voglio invece riferirmi soprattutto agli articoli dal 41 al 43, nei quali la nostra Costituzione non prefigura uno Stato veramente garantista, spettatore passivo del cosiddetto spontaneismo di mercato o delle sue mani invisibili.
Ma, detto questo, e detto che la nostra Costituzione è comunque frutto di un contesto e di una concezione diversa, anche dal punto di vista ideologico, noi senatori Comunisti Italiani certamente avremmo voluto una Carta dei diritti con contenuti più qualificanti e avanzati da quelli previsti da questa Carta che, sia pur con i suoi limiti contenutistici e le sue ambiguità, ma anche con l'affermazione di nuovi diritti, sta comunque a testimoniare la volontà di costruire l'Europa politica. Questo perché siamo di fronte ad un bivio: o l'Europa regredisce a semplice unione doganale, rischiando il collasso, o invece procede più speditamente sulla strada dell'integrazione e dell'allargamento, come lo stesso Presidente della Repubblica ci ha spronato a fare.
Insomma, a nostro avviso, occorre coraggio. Non bisogna esitare, né avere incertezze sulla strada da seguire. L'Italia deve fare una scelta netta verso la costruzione federale, verso la federazione, perché la federazione è, secondo noi, fattore decisivo per la pace ed il progresso economico e sociale dell'Europa. Dopo tanti sacrifici fatti per entrare nell'Europa monetaria, bisogna costruire l'Europa sociale e politica, sapendo che è un processo non breve, ma che per avviarlo e costituirlo occorre abbandonare ogni euroscetticismo.
Non si tratta di ricercare fuori dall'Italia o di attendere dall'esterno soluzioni ai problemi internazionali e nazionali ma, in una visione realistica anche dei rapporti di forza, si tratta di scegliere per l'Italia e per gli altri Paesi europei la via di un più accelerato sviluppo della costruzione europea quale opzione strategica fondamentale per affrontare i problemi derivanti dalla globalizzazione dell'economia, per costituire linee di politica estera comune di sicurezza - il che postula, ovviamente, la creazione di strutture di difesa autonome sotto il controllo del Parlamento europeo e dei Parlamenti nazionali -, allo scopo di garantire la pace e la collaborazione tra i popoli e realizzare l'autonomia dell'Europa senza delegare ad altri compiti e responsabilità.
Non gli Stati Uniti d'America debbono continuare ad essere sostanzialmente gli arbitri delle situazioni, ma è l'Europa che deve conquistare il suo ruolo per realizzare un sistema di sicurezza europeo ed un Mediterraneo di pace. Ecco perché riteniamo necessario inserire nei trattati le decisioni di Helsinki sulla forza europea comune, in grado svolgere missioni di pace per conto dell'Unione o dell'ONU.
Bisogna insomma ribadire l'ispirazione federalista di Spinelli, di Rossi e di tanti altri e quindi dire no ad una Europa-supermercato e per giunta senza regole, ma pensare invece a costruire seriamente un Europa sociale e politica, punto di riferimento, per il suo modello sociale e per il suo stato sociale, anche per quei milioni e milioni di uomini dei vari continenti, che pure hanno fatto ingresso nel mondo del lavoro.
Noi Comunisti Italiani auspichiamo che al più presto la Carta dei diritti sia proclamata e sia stabilito il percorso perché essa sia formalmente recepita, cioè pienamente integrata nei trattati. E anche in funzione dei prossimi appuntamenti - il Consiglio di Nizza - non bisogna ripiegare, non bisogna arretrare, a nostro avviso, ma trovare invece fin da ora un punto di equilibrio tra cooperazione intergovernativa e dimensione sovranazionale, e cioè nell'ispirazione federalista trovare un percorso che veda la costruzione di una struttura politico-istituzionale che esprima un nuovo equilibrio tra sovranità nazionale e sovranazionalità dell'Unione.
Ecco perché diciamo sì all'allargamento agli altri Paesi nel rispetto dei tempi, dei negoziati e degli ingressi. Ecco perché diciamo sì alla riforma delle modalità di voto, convinti nel dare il nostro assenso all'estensione del voto a maggioranza qualificata insieme al Consiglio e al potenziamento delle cooperazioni rafforzate, perché, insieme all'adozione della Carta dei diritti, si imbocchi la strada di una più forte capacità decisionale dell'Unione.
Diciamo un sì convinto, quindi, perché la Carta sia assunta nei trattati ed assuma carattere giuridicamente vincolante. La Carta - ripeto - è senz'altro frutto di un compromesso, di mediazione, ma non ha solo un valore emblematico. Non si può sottovalutare l'importanza storica e politica dell'evento, la Carta dei diritti, quale momento di svolta, di passo in avanti verso la Costituzione europea, quale processo aperto, fermo restando l'impegno che le forze democratiche e popolari di centro-sinistra dovranno esprimere per migliorare il contenuto della Carta, che dovrà sempre più ispirarsi ai valori fondanti della nostra Costituzione italiana, la Costituzione più avanzata del mondo occidentale. (Applausi dai Gruppi Misto-Com e DS e).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Provera. Ne ha facoltà.
PROVERA. Signor Presidente, prima di entrare nel merito dell'esposizione fatta dal ministro Dini sui vari argomenti, vorrei puntualizzare e sottolineare quello che avviene sempre più di frequente, forse perché siamo ormai in campagna elettorale, ai danni del movimento che ho l'onore di rappresentare.
Spesso veniamo giudicati solo sui titoli dei giornali; qualcuno non legge neanche l'articolo, semplicemente si accontenta del titolo e quindi ci attribuisce posizioni che non sono nostre. Ancora oggi in quest'Aula il senatore Napoli Roberto ha detto che la Lega è contro l'euro e il sistema di moneta unica. Questo non è assolutamente vero. Il senatore Napoli evidentemente non ha letto gli atti parlamentari, non ha letto i nostri documenti e si è limitato ad una lettura affrettata dei giornali che, come si sa, spesso sono contro la Lega, nel migliore dei casi ci ignorano.
Noi non siamo contro la moneta unica, siamo contro la moneta unica a tutti i costi. Così come non siamo - per riferirmi ad un fatto recente - contro la libertà di religione. Questo è un giudizio che ci viene affibbiato in base ad una manifestazione che si è tenuta a Lodi, che chiamava i cittadini di Lodi ad un referendum sull'opportunità di concedere gratuitamente un terreno pubblico per la costruzione di una moschea. Questi sono i fatti e su questo chiediamo di essere giudicati.
Signor Presidente, non siamo assolutamente contrari all'Europa, ma siamo contro un determinato tipo d'Europa, un'Europa che risponde a una logica economica e finanziaria che è poco più di uno Zollverein e non è quell'Europa politica forte, con idee chiare sulla struttura istituzionale, sulla politica estera e su quella di difesa, che noi vogliamo.
E' su questi punti che deve vertere la discussione. Analogamente - e lo voglio dire ripetutamente affinchè sia ben chiaro, rimanga agli atti e giunga soprattutto all'esterno - non siamo per principio contrari alla Carta dei diritti, ma siamo a favore di una Carta in cui i diritti siano disegnati in maniera chiara. Siamo contrari a questa Carta dei diritti e, in particolare, alla formulazione di alcuni articoli in essa contenuti.
Dipingere una Lega antieuropeista che comprime o cancella i diritti fondamentali non è giusto. La Lega è contro il disegno di una Carta che - come lo stesso ministro Dini la definisce - diventerà il pilastro della Costituzione europea e che è però scritta in maniera affrettata e non è discussa adeguatamente in 3a Commissione e in Aula. Poiché si tratta di una Carta che segnerà il destino degli europei, siamo contrari alla fretta con cui si cerca di scrivere i princìpi in essa contenuti, senza con ciò essere contrari a una Carta dei diritti.
Per giungere al merito delle dichiarazioni fatte questa mattina dal ministro Dini, vorrei sottolineare la nostra preoccupazione per una situazione che, ancorché non sia inconciliabile, è comunque difficilmente conciliabile; mi riferisco al percorso in base al quale si pretende un miglioramento sulla via dell'integrazione e, al contempo, un allargamento dell'Europa a nuovi Paesi. Si prevede di arrivare, entro qualche anno, a 28 membri e, nello stesso tempo, si vuole procedere attraverso un sistema di cooperazione rafforzata - poi ci chiederemo quale - in vista di una maggiore integrazione europea.
A me sembra che queste due posizioni siano difficilmente conciliabili perché, nel momento in cui si allarga la partecipazione a nuovi Paesi, che hanno esigenze diverse e che provengono da storie diverse, è chiaro che, se non si modifica la struttura del voto e il modo di votare, se non si supera, dunque, il diritto di veto, si va incontro ad una paralisi.
D'altro canto cosa si intende con cooperazione rafforzata? Quella di Schengen? Quella dell'euro? O quella di cui ha parlato a Berlino Chirac al Bundestag, che prevede, per la Francia e per la Germania, un'azione da nocciolo duro, da Direttorio che può condizionare in qualche modo - perlomeno questa è la minaccia - il destino dell'Europa, essendo molto trainante e molto forte?
A mio giudizio, tutto ciò necessita di una risposta chiara, che - mi rendo conto - non è facile da dare. Qualcuno ha chiesto: qual è l'Europa che voi volete? Io ho risposto: l'Europa che non vogliamo, quello che risponde soltanto a una logica economica: l'Europa che vogliamo ha una valenza profondamente politica. Vogliamo un'Europa dei popoli e non degli Stati nazionali perché, a nostro parere, il nazionalismo ha finito il suo ciclo storico; ma vogliamo soprattutto un'Europa dei valori e dei popoli che deve diventare uno strumento di progresso economico e sociale: questo è il futuro nel quale ci riconosciamo!
A proposito della Carta dei diritti fondamentali, mi auguro che si proceda - se non ho capito male - al suo esame in 3a Commissione, in quanto è bene che siano precisate le posizioni di ciascuno, sia analizzato nel dettaglio il testo degli articoli, visto che una migliore definizione può ampliare il consenso anche su alcuni articoli sui quali si è discusso in precedenza.
Certamente, permangono le nostre perplessità sui punti nei quali si parla di famiglia senza dire quale. Come abbiamo avuto modo di constatare, infatti, accettare una certa logica di famiglia significa aprire le porte - una volta riconosciuta una famiglia non naturale - ad esempio, all'adozione di bambini da parte di coppie omosessuali, adozione alla quale siamo assolutamente contrari.
Siccome queste idee, queste aperture, questi lanci sono stati affermati in Consiglio d'Europa, anche se poi ci siamo battuti fortemente e abbiamo fatto cadere queste ipotesi, il fatto stesso che esse vengano portate all'attenzione dell'Europa è da noi considerato preoccupante.
Il ministro Dini ha anche parlato di Commissione europea con poteri allargati. È un problema di difficile soluzione perché già la Commissione europea è una bozza di organismo esecutivo non eletto; il Presidente viene designato dal Consiglio dei Ministri - mi si corregga se sbaglio - e a sua volta nomina i commissari; i commissari sono 20 e all'Italia ne spettano due ma un allargamento a 28 Stati dello status di Paesi membri dovrà portare o a una revisione del numero delle Commissioni oppure ad un taglio nella rappresentanza dei singoli Stati a livello di Consiglio d'Europa.
Vorrei sapere come si intende superare questo impasse, questo dilemma, perché sinceramente si rischia di non essere rappresentati per un certo periodo di tempo, come potrebbe succedere a noi che siamo un Paese che non è certamente una potenza mondiale rilevante ma che deve necessariamente avere una certa rappresentatività a livello così alto.
Credo si debba ragionare su tutto questo e, non ultimo, sul tipo di federalismo previsto per questa Europa. Qual è il federalismo che vogliamo? Non certamente un federalismo di tipo centralizzato, come sembrano voler essere quello francese e quello tedesco, dove si decida al centro e l'intendance suivra, cioè gli altri si adegueranno, il territorio si adeguerà. Questa è una nuova forma di centralismo, è una nuova forma di burocrazia che abbiamo rifiutato negli Stati nazionali e, quindi, men che meno vorremmo a livello europeo. Il federalismo che vogliamo lascia un'ampia possibilità al territorio, un federalismo dove sia prevista la sussidiarietà partendo dal basso e non dall'alto.
Credo che anche nell'ambito del Medio Oriente, un altro aspetto importante affrontato dal ministro Dini, purtroppo l'Italia non abbia avuto una voce forte, anzi direi che non ha avuto voce e quando il ministro Dini ha parlato di impegno diplomatico dell'Unione europea, dicendo esattamente "è stato impegnato il peso diplomatico dell'Europa", mi chiedo quanto "pesante" sia stato questo peso perché io e molti di noi non ce ne siamo accorti.
Ancora una volta sullo scacchiere giocano gli Stati Uniti che hanno sì un peso non soltanto economico-finanziario ma anche militare, hanno idee chiare, sanno cosa vogliono e, purtroppo, all'Europa non resterà che adeguarsi. Gli Stati Uniti decideranno come e dove agire e noi, nel migliore dei casi, seguiremo.
Se questa è l'Europa di domani noi non possiamo essere d'accordo e auspichiamo che l'Europa possa essere un partner efficace nell'ambito dell'Alleanza atlantica in cui la fedeltà agli impegni non significhi una rinuncia agli interessi dei Paesi che compongono l'Europa e ai loro diritti ma, soprattutto, rappresenti una tutela rivolta ai problemi della gente e dei popoli che compongono questa Europa e che sono molto più importanti degli Stati, almeno nell'attuale fase storica e nel futuro. (Applausi dal Gruppo LFNP e del senatore Porcari).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Elia. Ne ha facoltà.
ELIA. Signor Presidente, colleghi, il mio è un breve intervento che focalizza e concentra l'attenzione sulla questione della Carta dei diritti.
Non ci siamo lasciati impressionare – come risulta dalle parole rassicuranti del collega Provera – dai titoli dei giornali, ma dalla lettura alla Camera dell'intervento dell'onorevole Cè, ricco di espressioni gravi nel merito che, al di là di una polemica sempre ammissibile con le formulazioni della Carta dei diritti da parte della Convenzione, attaccano alcuni valori fondamentali, con un processo alle intenzioni di una gravità estrema ed anche con giudizi che non possono assolutamente essere condivisi per il loro carattere addirittura calunnioso nei confronti del testo che ci è stato sottoposto.
Per quel che riguarda la libertà di religione, ciò che ci ha impressionato è stata la dichiarazione di ieri dell'onorevole Bossi che degradava il diritto di libertà religiosa a diritto complementare, mentre ormai è pacifico che non solo nella Carta dei diritti ma in tutte le Costituzioni europee la libertà di religione viene consacrata come una libertà fondamentale.
Quindi, la nostra reazione non si basa sull'enfatizzazione dell'episodio da parte dei giornali e della stampa, ma si fonda proprio su discorsi contenuti negli atti parlamentari o riportati nelle agenzie distribuite ieri.
Veniamo all'oggetto della nostra serrata discussione. Il documento relativo alla Carta dei diritti, che potrà essere esaminato con più agio in altra sede, certamente contiene una prima definizione di quello che giustamente il presidente Amato ha chiamato il minimo comune denominatore dei diritti, concepiti indubbiamente da un punto di vista soprattutto individualistico, del cittadino europeo e anche, per certi aspetti, di chi cittadino europeo non è. Ma questo minimo comune denominatore determina il carattere in qualche misura minimale della disciplina proposta, perché trattandosi di raccogliere il consenso dei rappresentanti di Paesi di tradizione così diversa è ovvio che si sia indotti a tutta una serie di amputazioni, di rinunzie, di termini neutralizzati, di cui è tipico esempio la mancata menzione nel preambolo della Carta del retaggio religioso caratteristico della storia europea.
Questa espressione dell'"héritage religieux" ha portato notoriamente ad un intervento del primo ministro Jospin presso il presidente della Convenzione Roman Herzog in cui afferma che in Francia vige un principio di laicità che presuppone una separazione molto forte non espressa in questa formula. C'è voluta l'abilità del grande amministrativista e giurista francese Guy Braibant che ha trasformato questa eredità religiosa in patrimonio spirituale e morale dell'Europa. È un esempio per dire quanto ciascuno abbia dovuto rinunziare alle proprie tradizioni e ai propri convincimenti per arrivare ad un incontro che tuttavia non mette in pericolo le posizioni soggettive, i diritti di libertà fondamentali riconosciuti negli ordinamenti nazionali. L'articolo 53, relativo al livello di protezione, afferma che nessuna disposizione della presente Carta deve essere interpretata come limitativa o lesiva dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali riconosciuti, nel rispettivo ambito di applicazione, dal diritto dell'Unione, da altri documenti e finalmente dalle Costituzioni degli Stati membri.
Quindi questa Carta dovrà essere considerata in futuro una lex che in qualche modo è superata dalla lex specialis vigente in ogni paese. Perciò non c'è un pericolo di espropriazione del Parlamento, né di perdita delle caratteristiche fondamentali di ciascuno di questi ordinamenti.
Quanto al valore giuridico (d'accordo che esso non è ancora stato fissato con chiarezza da parte della Conferenza e probabilmente la presa di posizione finale verrà assunta a Nizza), voglio dire che, mentre l’articolo 53 elimina il pericolo dei conflitti di legge, rimane il pericolo del conflitto di giurisdizione tra la Corte europea di Strasburgo, la Corte del Lussemburgo e la giurisdizione nazionale. Ci auguriamo, però, che al momento della trasfusione nei trattati, soprattutto quando ci si avvicinerà all’impostazione della Costituzione europea, il pericolo dei conflitti di giurisdizione sia eliminato. Oggi, ancora non lo è; non è chiaro fino a che punto la salvaguardia della giurisprudenza passata delle Corti europee già in azione possa poi proiettarsi nel futuro in modo da eliminare il pericolo di questi contrasti e conflitti.
Certamente – e concludo il mio intervento – questa Carta, che merita anche di essere migliorata nel prosieguo, non poteva essere assoggettata, come avrebbero voluto l’onorevole Pisanu o i Gruppi dell’opposizione alla Camera dei deputati, ad ulteriori modifiche prima della Conferenza di Nizza. Qui c’è stato il contrasto: mentre con la Lega il contrasto era anche nel merito, con i Gruppi dell’opposizione, con i partiti della Casa delle libertà, il contrasto era più che altro sull’emendabilità prima di Nizza. Tale emendabilità non è materialmente possibile, perché ognuno dei 15 Parlamenti potrebbe altrimenti mettere in gioco un testo faticosamente raggiunto. Sarà in sede di trasfusione nei trattati, per costituire il pilastro dei diritti nella Costituzione europea, che eventualmente potranno essere cercati miglioramenti tesi ad eliminare talune ambiguità, anche in termini di etica pubblica, ed anche le lacune che a proposito dei nuovi diritti, quelli della terza generazione, possono essersi evidenziate.
Ma alcune benemerenze dei redattori di questo lavoro non possono essere disconosciute. Sono valorizzate situazioni giuridiche soggettive, che si aggiungono a quelle già tutelate nelle Costituzioni, anche più aggiornate, del secondo dopoguerra. Siamo, quindi, di fronte ad un documento che, malgrado talune riserve, merita un apprezzamento globalmente positivo. (Applausi dai Gruppi PPI, UDEUR e DS).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice De Zulueta. Ne ha facoltà.
DE ZULUETA. Signor Presidente, ringrazio il rappresentante del Governo per aver riferito, in modo puntuale, all'Assemblea sia in ordine alla conferenza di Biarritz, sia in ordine agli ultimissimi sviluppi in Medio Oriente. Ci è stato comunicato, in tempo reale, il raggiungimento di un accordo a Sharm el Sheikh, sappiamo però che questo accordo è alquanto fragile, non essendo stato sigillato da alcuna fotografia, da alcuna stretta di mano, né una dichiarazione congiunta.
Vorrei allora tornare a sottolineare il ruolo dell'Europa, che era presente all'incontro di Sharm el Sheikh – un fatto nuovo – con un suo specifico rappresentante, il signor Solana. Credo che, nel difficile cammino che resta da percorrere, occorrerà che l'Europa assuma una posizione più precisa, che non si limiti all'offerta di una mediazione disinteressata ovvero all'offerta di sostegno economico ad un progetto di pace. E' auspicabile che l'Europa intervenga con una soggettività propria, con un progetto, con un esame delle debolezze intrinseche al processo di pace, che hanno portato ai drammatici episodi di questi ultimi giorni.
Per quanto riguarda la conferenza di Biarritz, il mio collega Volcic ha già evidenziato l'importanza dell'accoglienza che è stata riservata al presidente Kostunica. Credo che la presenza di Kostunica a Biarritz abbia però sottolineato l'urgenza delle riforme istituzionali, che erano uno dei punti principali nell'agenda dell'incontro. Essendo la Serbia di Kostunica un potenziale candidato all'ingresso nell'Unione, la Comunità europea potrebbe essere costituita da 30 Paesi e funzionare in base a regole istituzionali scritte quando gli Stati membri erano soltanto sei.
Condivido il moderato ottimismo, che ho colto nell'intervento del ministro Dini. Il primo punto incoraggiante è l'adozione all'unanimità della Carta europea dei diritti, di cui si è parlato molto in quest'Aula. L'approvazione all'unanimità non era affatto scontata; basta leggere gli interventi alla Camera dei Comuni, le prese di posizione di altri Governi e di altri Parlamenti per capire che si è trattato di un risultato importante. L'Italia ha sempre sostenuto, come d'altronde ha sostenuto il Parlamento europeo – ed è stato recentemente ripetuto dal suo Presidente, signora Nicole Fontaine - che la Carta dei diritti andrebbe inserita nei Trattati.
Tale impegno non è stato onorato a Biarritz, ma il risultato politico è comunque importante. La costruzione dell'Europa politica, e non più soltanto economica, sarà avviata con la proclamazione dei diritti sanciti dalla Carta che dovrebbe avvenire a Nizza tra sette settimane. L'Europa, che è nata con accordi sul commercio dell'acciaio e del carbone, potrà crescere d'ora in poi sul terreno dei diritti condivisi: è un passo enorme. Questi diritti, infatti, sono le fondamenta della cittadinanza europea di cui si è già discusso in Parlamento.
Sono stata incaricata dalla Commissione affari esteri di riferire in qualità di relatrice, in quella sede e in modo più approfondito su questa stessa Carta; mi auguro che questa opportunità di ulteriore approfondimento possa realizzarsi.
Poiché il Governo oggi ha riferito in merito alla situazione attuale, credo valga la pena sottolineare alcuni punti. Con il recepimento di tale Carta e il suo accoglimento all'unanimità da parte dei Governi dell'Unione, è stato avviato il primo passo per un processo costituente europeo. Secondo la posizione italiana, ribadita in sede internazionale dal presidente Ciampi, la Carta dei diritti dovrebbe costituire la prima parte di una futura Costituzione europea, simile alla prima parte della nostra Costituzione, lasciando alla seconda parte la divisione dei poteri e dei compiti.
La Carta ha poi una funzione politica immediata molto importante, che andrebbe sottolineata: sarà la cornice condivisa, entro la quale si potranno attuare procedure non più unanimi all'interno dell'Unione europea. Ad esempio: le adozioni di procedure di voto a maggioranza, che contengono un elemento di divisione, avverranno in futuro nel contesto di una cornice di valori condivisi.
Sono state sollevate obiezioni fondate riguardo al fatto che la Carta, come ha sottolineato il presidente Elia, è migliorabile. Certo, ma non è emendabile. Non lo era alla Camera dei deputati e non lo sarà in Senato.
È stata molto importante la precisazione da parte del presidente Elia, secondo cui la Carta non è affatto riduttiva dei diritti acquisiti nelle singole Costituzioni dei Paesi membri, che rimangono validi e non potranno mai essere compromessi da impegni presi con l'adozione della Carta.
Ricordo il percorso compiuto dalla Carta. Il mandato della Convenzione in sé costituisce un raggruppamento istituzionale senza precedenti che comprende membri dei Parlamenti nazionali, del Parlamento europeo, della Commissione e dei Governi, tra cui autorevolissimi membri di quest'Assemblea e della Camera. I rappresentanti italiani hanno dato un contributo importante che costituisce una testimonianza per i membri stranieri, quindi non italiani, di quella convenzione.
La Carta, infatti, doveva partire dai diritti acquisiti dalle singole Costituzioni dei Paesi membri, perciò, come è stato detto dal presidente Amato e ripetuto oggi, costituisce un "minimo comune denominatore".
Come deliberato da quest'Assemblea a luglio, da tale Carta potrà partire quel processo di semplificazione e di riordino delle disposizioni dei trattati, che consentirà la realizzazione, richiesta unanimemente dal Senato, di un quadro sistematico dei princìpi fondamentali, degli organi, della suddivisione dei poteri e della gerarchia delle norme, quale premessa necessaria per la costruzione di quell'Europa politica che tutti auspichiamo.
PRESIDENTE. Senatrice De Zulueta, la invito a concludere.
DE ZULUETA. Signor Presidente, le sarei grata se mi potesse concedere più tempo, tenendo conto dei minuti che ho dedicato alla spiegazione del ruolo istituzionale che mi è stato conferito.
Il ministro Dini ha riferito, inoltre, su importanti progressi nella riforma istituzionale in corso nell'Unione europea, in particolare per quanto riguarda le cooperazioni rafforzate. Questa probabilmente è la riforma più urgente e ciò è stato ribadito in una recente audizione del commissario Mario Monti alla Commissione affari esteri, sottolineando (sempre con il consenso anche dei colleghi commissari del Polo) che alle cooperazioni rafforzate bisognerà dare comunque sempre un'impostazione comunitaria. Credo che questa particolare sottolineatura rifletta la posizione negoziale italiana e su questo punto io chiedo garanzie.
Ritengo anche che la cooperazione tra l'Italia e la Germania nella preparazione dell'impostazione di questa riforma sia stata molto importante. Vorrei ribadire all'Aula che, secondo il commissario Mario Monti (che non appartiene alla mia parte politica, per quanto ne so), il contributo italiano al processo di riforma istituzionale è stato senza precedenti, sia per qualità, sia per incisività.
A mio avviso, questo è un dato da sottolineare in un momento in cui si è parlato molto di una politica estera italiana definita debole. Credo che questo sia improprio: l'Italia è andata al negoziato forte di un forte consenso nazionale. Ci sono state delle divergenze sull'impostazione anche negoziale e pure sulla definizione stessa dell'Europa che vogliamo; discrepanze molto importanti, illustrate - come ci ha ripetuto il presidente Elia - nella seduta della Camera nella quale si è discusso prima di Biarritz.
Ebbene, anch'io non sono affascinata dall'idea di una politica estera bipartisan, ma si dà il caso che il consenso in Italia sia alquanto forte ad un progetto europeo. L'ho sentito illustrare dal collega Pianetta in Commissione affari esteri, sempre in occasione dell'audizione del commissario Mario Monti.
Se questa unanimità non c'è più, il problema - sottolineo - non è nostro. Il Governo ha una forte maggioranza su questi temi e non rischia di perderla. Il problema, caso mai, è in seno all'opposizione, che si trova a dover ospitare delle posizioni che non potrebbero essere più lontane da quelle illustrate dal Partito popolare europeo recentemente nella persona della signora Nicole Fontaine.
Spero che questi eccessi verbali, che hanno anche introdotto dei concetti che nulla hanno a che vedere con la dialettica politica italiana (concetti di intolleranza religiosa e anche di altro tipo), che sono nuovi al discorso politico in Italia, spariscano e che si ritorni ad un approccio più costruttivo, in modo da dare un mandato forte al Governo nella prossima tappa a Nizza.
Però, ripeto, il problema non è il nostro; caso mai, è di una posizione che dovrà dare qualche parola di spiegazione in Europa oltre che di fronte agli elettori italiani. (Applausi dai Gruppi DS e PPI e del senatore Jacchia).