D'ONOFRIO. Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
D'ONOFRIO. Signor Presidente, onorevole Ministro degli affari esteri, mi rifaccio alle importanti considerazioni svolte poc'anzi dal senatore Andreotti su una questione di fondo.
Dal 1947 in poi i Governi della Repubblica italiana si sono formati sull'adesione a scelte fondamentali di politica estera: democristiani, liberali e socialdemocratici prima, con i socialisti dopo. Il senatore Andreotti ha ricordato opportunamente che nel suo Governo cosiddetto di "solidarietà nazionale", tra il 1976 e il 1979, si realizzò, lungamente ricercata, un'intesa sulla collocazione internazionale del nostro Paese niente di meno che sotto l'ombrello nucleare NATO.
E allora, la questione che a me è sembrato di cogliere durante questa giornata è di verificare se, all'interno della comunicazione del Governo e degli interventi di tutti i colleghi delle diverse parti politiche, esistono punti di unità politica al di là degli schieramenti. Li ho indicati tutti, quelli che mi sembrano i punti di unità politica, nella proposta di risoluzione che, presentata dall'opposizione, reca le firme di tutti, sottolineo, di tutti i partiti dell'opposizione: Alleanza Nazionale, Forza Italia, il CCD, la Lega, l'amico Gubert, i colleghi, per così dire, dei singoli Gruppi. Quindi, da questo punto di vista, l'intero schieramento della Casa delle libertà presenta la propria opinione sui punti di unità politica. (Il ministro Dini conversa con il sottosegretario Ranieri). Signor Ministro, sottosegretario Ranieri, vi chiedo scusa: prestatemi ascolto, perché è una questione di una tale delicatezza che riguarda il modo con il quale il Ministro degli affari esteri da stasera potrà parlare con i suoi colleghi degli altri Paesi nell'ambito dell'Unione europea.
I punti di unità politica sono indicati nella nostra proposta di risoluzione in modo particolare, non in modo generico e un tantino raffazzonato, come in quella della maggioranza. Noi indichiamo apprezzamento per gli avvenimenti che hanno portato alla presidenza di Kostunica in Serbia, signor Presidente, apprezzamento: non è detto nulla in proposito nella risoluzione della maggioranza. Ritengo che vi sia un comune senso di apprezzamento, al di là delle opinioni politiche, sulle nature di questi regimi politici che avevano diviso l'Aula.
Indichiamo la conferma di una linea di pace per il Medio Oriente - e mi sembra che sia unanime la volontà di pace - ribadendo l'importanza di una politica di ambito mediterraneo, dove parliamo di comune destino dei popoli mediterranei. Non si fa cenno alla Conferenza dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo perché su questo può darsi che il Ministro possa avere un'opinione parzialmente diversa, può darsi che intenda promuoverla; non abbiamo voluto forzare la mano su un punto decisivo della volontà di pace nel Medio Oriente.
Signor Presidente, abbiamo indicato la questione di fondo, vale a dire la comune volontà europeistica di questo Parlamento in ordine al processo riformatore dell'Unione europea tendente all'unificazione politica dell'Europa. Se questo punto - che è indicato nel nostro documento - non è previsto nel documento proposto dalla maggioranza, è ben lungi da me ritenere che la maggioranza non voglia l'unificazione dell'Europa. Però, se noi concordiamo sulla comune volontà del processo di unificazione politica europea, questo è il punto di approdo massimo che si realizza nel Parlamento italiano in modo tale che, qualunque forza politica sia al Governo, non venga meno la tensione all'unificazione politica europea. Di questo si tratta e a questo faceva prima riferimento il senatore Andreotti. Indichiamo il rammarico per la mancata elezione dell'Italia nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, un rammarico che ci unifica tutti.
Riteniamo che sia stata responsabilità del Governo, non della maggioranza, ma nel rammarico siamo uniti su quattro punti fondamentali relativi alla politica estera: il giudizio sulla democratizzazione della Serbia, il giudizio sulla pace nel Medio Oriente attraverso una politica mediterranea, il giudizio sull'unificazione politica dell'Europa, il rammarico per la nostra esclusione dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La concordanza del Parlamento ritengo sia larghissima, forse unanime.
È questa la bipartisanship che noi intendiamo come processo e non come risultato, come punto al quale tendere. Rimane fuori dal testo della Casa delle Libertà la Carta dei diritti e non perché vi sia una forza politica contraria ad essa. Il collega Provera l'ha detto in modo ineccepibile: "Nessuno di noi, neanche i colleghi di Rifondazione Comunista, sono contrari a tale Carta, ma abbiamo opinioni diverse su taluni contenuti". E' ancora possibile che questa diversità - l'ho chiesto nel mio intervento - a Nizza venga percepita come una modifica del testo finora approvato alla Conferenza di Biarritz? E' ancora possibile introdurre alcune modifiche o no?
Se non è possibile si dica chiaramente che si è di fronte ad un prendere o lasciare e non ad una volontà politica disomogenea; sarà un prendere o lasciare rispetto ad un documento al quale non abbiamo concorso in alcun modo. Mi sembrerebbe un procedimento non democratico - come oggi sostiene "L'Avvenire" - porre il Parlamento italiano di fronte a tale scelta.
Il presidente Andreotti chiede se è possibile cercare una più larga unità, dal momento che in via di principio tale unità sulla Carta dei diritti esiste, pur essendovi disunità sui contenuti e sulle ispirazioni ideali? Noi siamo forse più liberisti dei colleghi di Rifondazione Comunista e quindi litigheremo, ci schiereremo e saremo minoranza, ma non succede nulla. Taluni di noi ritengono che devono essere introdotti principi di ispirazione religiosa mentre altri ritengono che ciò sia contrario ad un principio di laicità. Di questo se ne potrà discutere.
Il Governo desidera ottenere anche sulla Carta dei diritti una più larga unità di quella realizzata alla Camera dei deputati o questo obiettivo il Governo non ritiene di volerlo conseguire? La nostra richiesta è di affrontare in Commissione questa problematica in modo da poterla poi votare martedì prossimo, pur essendo ben consapevoli della totale legittimità del voto divergente su tale questione, se le modifiche sono possibili, mentre se non sono possibili non c'è neanche bisogno di speculare sulle diverse modifiche che si vogliono introdurre. In quel caso si tratterebbe di un testo "prendere o lasciare" rispetto al quale noi non contiamo nulla, né noi senatori né i deputati, e quindi il Governo andrà avanti sulla sua strada. Vorremmo capire se queste modifiche sono possibili; se lo sono, proponiamo che si voti martedì prossimo, mentre se non sono possibili lo si dica, perché in quel caso non si tratta di riassumere i contenuti, ma soltanto di votare quanto già scritto. In quel caso lo faremo anche noi. Non è questo il problema. Potremmo continuare a criticare la Carta dei diritti, come fa l'"Avvenire" di oggi, e allora non si potrà cambiare niente.
Mi auguro che non sia questa la condizione nella quale il Governo pone il Parlamento italiano. Se il Governo avesse accettato una Carta dei diritti sapendo che il Parlamento non avrebbe potuto chiederne neanche in astratto la modifica, tenderei a ritenere che il Governo sia andato oltre il rapporto di fiducia. Mi auguro che così non sia. (Applausi dai Gruppi CCD, FI, AN e LFNP. Congratulazioni.)