Legislatura 18 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06714

Atto n. 4-06714

Pubblicato il 9 marzo 2022, nella seduta n. 412

DE BONIS , BERNINI , GALLONE , MODENA , GALLIANI , FLORIS , PEROSINO , VONO , CANGINI , CESARO , RIZZOTTI , BINETTI , PAPATHEU , PAGANO , AIMI - Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. -

Premesso che:

l'invasione dell'Ucraina da parte della Russia sta facendo salire vorticosamente i prezzi dei cereali, i cui effetti negativi si riflettono, in particolare, sui consumatori;

l'Ucraina è il terzo Paese esportatore di cereali a livello mondiale dietro gli USA e l'Argentina, con un volume da gennaio a novembre 2021 di circa 45 milioni di tonnellate, tra cui 19,8 milioni di mais, con la Cina primo Paese importatore, seguita dalla UE al 31 per cento. Seguono 18,9 milioni di tonnellate di frumento tenero e 5,4 milioni di orzo;

per l'Italia il problema è soprattutto il mais: dall'Ucraina sono state importate, nei primi 10 mesi del 2021, circa 466.000 tonnellate di merce indispensabile al settore zootecnico nazionale; la Russia nello stesso periodo ha esportato nel mondo oltre 32,4 milioni di tonnellate di cereali (tendenza in calo per via delle restrizioni all'export), dei quali 24,5 milioni di frumento tenero, con Turchia ed Egitto primi clienti;

sebbene nel breve periodo sull'approvvigionamento di grano tenero in sé non ci siano grandi difficoltà, perché l'Europa è in grado di compensarlo e vi sono anche altri bacini da cui approvvigionarsi, nel medio-lungo periodo, ad aggravare un possibile scenario di dipendenza, che si accentuerebbe non solo per l'Europa, concorre lo sviluppo della produzione di grano pianificato da Putin nell'ultimo decennio, che rischia di creare un polo produttivo capace di coprire un terzo della produzione scambiata sui mercati con un peso mai visto sui prezzi e una posizione di forza;

le organizzazioni agricole e alcune industrie hanno lanciato l'allarme su un possibile default dell'industria agroalimentare italiana, dovuto anche all'azzeramento delle esportazioni di prodotti finiti verso la Russia;

questo aspetto della crisi appare un po' sopravvalutato in quanto si possono sostituire le importazioni con altre origini (anche Sud America) senza particolari "colli di bottiglia" nell'approvvigionamento, e i due Paesi coinvolti riguardano sì e no il 2 per cento dell'export agroalimentare italiano;

l'Italia non importa frumento duro da questi Paesi, per cui la filiera grano duro e della pasta non sarà direttamente colpita dal conflitto. I rischi futuri nascono piuttosto dalla volatilità dei mercati internazionali, come si è visto negli ultimi giorni;

in ogni caso è strategico garantire gli approvvigionamenti con produzione domestica. Ad esempio nelle regioni del Meridione, il grano (in particolare il duro) rappresenta sulla carta uno dei fiori all'occhiello dell'agricoltura italiana, peccato, però, che negli anni, nonostante le raccomandazioni contenute nel piano cerealicolo nazionale e l'enfasi sui contratti di filiera, non si sia incentivato il rafforzamento della produzione nazionale e nell'ultimo decennio si sia assistito ad una perdita di quasi mezzo milione di ettari coltivati con effetti dirompenti sull'economia. Gli industriali hanno giustificato il ricorso al grano duro estero perché il grano duro prodotto nel Sud non basterebbe e, per certi versi, hanno ragione se si considera che negli ultimi anni 600.000 ettari di seminativi, proprio del Sud, sono stati abbandonati a causa di una politica pubblica altamente disincentivante (con divari enormi negli aiuti tra le varie regioni) e tutto il grano duro che non si coltiva più è stato rimpiazzato dal grano duro estero (in prevalenza canadese) che arriva con le famigerate navi, delle quali il primo firmatario dell'interrogazione ha già dato conto attraverso numerosi atti di sindacato ispettivo;

il segno della debolezza della politica agraria e cerealicola italiana è data, oggi, dalle aste sui terreni. ISMEA, infatti, mette in vendita, a condizione di favore per donne e giovani, 19.800 ettari di terreni abbandonati. Tuttavia, quella che potrebbe sembrare un'opportunità e quindi una buona notizia forse non lo è perché se ci sono tutti questi terreni abbandonati, soprattutto nel Mezzogiorno, qualcosa non ha funzionato. Molti terreni, acquistati con patto di riservato dominio, sono tornati in possesso di ISMEA in quanto chi li possedeva, a causa della bassa redditività o delle calamità, non è riuscito a far fronte ai debiti contratti, ivi comprese le rate del mutuo;

tale fenomeno è il risultato da un lato della mancanza di una politica agricola lungimirante, che invece di sostenere gli aiuti al reddito li ha ridotti, dall'altro della scarsa trasparenza dei meccanismi di formazione dei prezzi delle materie prime;

dopo anni in cui si è chiesto agli agricoltori italiani di diversificare, di aggregarsi o di dividersi, di insediarsi per la prima volta come giovani, di formare organizzazioni di produttori (spesso fasulle), di fare contratti di filiera, di allevare o coltivare quel particolare animale o genotipo, di farsi anche agriturismo ma anche produttore di energia, ma anche farmer market, ci si trova di fronte alla più grande crisi cerealicola dai tempi della prima guerra mondiale, con un aumento considerevole del prezzo del pane e della pasta, anche rispetto al prezzo del grano stesso;

la PAC fu concepita per fare in modo che mai più ci fosse scarsità di cibo, in particolare di cereali, e che ci fosse equità reddituale per le popolazioni rurali. Adesso che in Europa si corre il rischio che questa crisi metta a repentaglio gli approvvigionamenti per le industrie italiane si è scoperto, all'improvviso, che è più saggio puntare sull'autosufficienza alimentare; occorrerebbe però rimuovere le contraddizioni di fondo nella nuova PAC che da una parte chiede di dare impulso alle produzioni cerealicole e dall'altra tende a far ritirare superfici dalla produzione, riducendo i trasferimenti del primo pilastro;

considerato che:

la situazione di crisi ha portato a più miti consigli anche gli industriali che, finalmente, dopo una "lunga assenza" di 15 settimane, si sono presentati al tavolo della commissione unica nazionale (CUN) sperimentale del grano duro e solo in questo modo, con la maggiore trasparenza garantita dalla CUN, anche i terreni marginali potranno diventare più redditizi e, insieme ad una revisione delle politiche di convergenza sugli aiuti, si potranno colmare i divari tra le varie regioni italiane;

occorre, però, che la CUN superi la fase sperimentale e diventi subito effettiva, data l'urgenza. È necessario non solo per gli agricoltori ma anche per tutelare i consumatori che rischiano di essere vittime di una speculazione annunciata, poiché nella catena del valore è occultata un'ampia sperequazione del profitto dei singoli attori della filiera;

occorre, in ultimo, ma non per ultimo, monitorare la distribuzione del valore lungo la filiera della pasta e del pane. La catena del valore permette di osservare come si ripartisce il valore tra i principali anelli della filiera, ovvero il settore agricolo, l'industria molitoria, l'industria pastaria e i distributori. Considerando un prezzo al consumo della pasta di semola pari a 1,31 euro al chilo nel 2021, gli agricoltori hanno percepito 0,49 euro per chilo di granella prodotta, i molini 7 centesimi per chilo di semola, i pastifici 0,38 euro per chilo di pasta e la distribuzione 0,36 euro a chilo. Su un chilo di pane, venduto a 3,28 euro nel 2021 il valore più elevato è quello spettante alla distribuzione al dettaglio, pari a 1,66 euro per chilo, invece, il valore più basso è attribuito alla seconda trasformazione, l'industria molitoria, che su un chilo di pane ottiene un ricavo di solo 0,05 euro,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo non ritenga di doversi attivare immediatamente affinché la commissione unica nazionale abbandoni la fase sperimentale e diventi effettiva;

quali iniziative si intenda adottare per scongiurare l'aumento inflattivo dei costi delle materie prime cerealicole, alla stregua di quanto avvenuto per l'aumento dei costi energetici;

se non si ritenga di dover intervenire per calmierare i prezzi al consumo dei prodotti di prima necessità visto che, mentre si può prevedere un rientro dei prezzi delle materie prime, non risulta altrettanto scontato l'abbassamento dei prezzi di pane e pasta per il consumatore finale.