Legislatura 18ª - Aula - Resoconto stenografico della seduta n. 181 del 15/01/2020

SENATO DELLA REPUBBLICA
------ XVIII LEGISLATURA ------

181a SEDUTA PUBBLICA

RESOCONTO STENOGRAFICO

MERCOLEDÌ 15 GENNAIO 2020

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Presidenza del presidente ALBERTI CASELLATI,

indi del vice presidente ROSSOMANDO

N.B. Sigle dei Gruppi parlamentari: Forza Italia Berlusconi Presidente-UDC: FIBP-UDC; Fratelli d'Italia: FdI; Italia Viva-P.S.I.: IV-PSI; Lega-Salvini Premier-Partito Sardo d'Azione: L-SP-PSd'Az; MoVimento 5 Stelle: M5S; Partito Democratico: PD; Per le Autonomie (SVP-PATT, UV): Aut (SVP-PATT, UV); Misto: Misto; Misto-Liberi e Uguali: Misto-LeU; Misto-MAIE: Misto-MAIE; Misto-Più Europa con Emma Bonino: Misto-PEcEB.

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RESOCONTO STENOGRAFICO

Presidenza del presidente ALBERTI CASELLATI

PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 11,36).

Si dia lettura del processo verbale.

TOSATO, segretario, dà lettura del processo verbale della seduta del giorno precedente.

PRESIDENTE. Non essendovi osservazioni, il processo verbale è approvato.

Comunicazioni della Presidenza

PRESIDENTE. L'elenco dei senatori in congedo e assenti per incarico ricevuto dal Senato, nonché ulteriori comunicazioni all'Assemblea saranno pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Informativa del Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale sull'attuale scenario internazionale, con particolare riferimento alla situazione in Iran, Iraq e Libia e conseguente discussione (ore 11,38)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca: «Informativa del Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale sull'attuale scenario internazionale, con particolare riferimento alla situazione in Iran, Iraq e Libia».

Ha facoltà di parlare il ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, onorevole Di Maio.

DI MAIO, ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale. Signor Presidente, gentili senatrici e senatori, il Mediterraneo allargato sta vivendo una fase particolarmente turbolenta. Le crisi oggi più drammatiche su cui si concentra l'attenzione internazionale sono soprattutto in Libia, Iran e Iraq, ma continuano a preoccuparci anche i conflitti in Siria e Yemen. Nel mentre in vari Paesi, a cominciare dal Libano, manifestazioni di piazza testimoniano la necessità di dare risposte concrete alle legittime aspirazioni politiche, economiche e sociali di ampi strati della popolazione.

L'instabilità diffusa, soprattutto in questa regione, tocca da vicino gli interessi nazionali italiani e, in primis, l'interesse per la nostra sicurezza per scenari che, a volte, si collocano a poche centinaia di chilometri da noi. Rientrano, altresì, tra i nostri interessi il contrasto al terrorismo, la gestione dei flussi migratori e la tutela dei nostri soldati impegnati in missioni bilaterali e internazionali di formazione e stabilizzazione. A loro, donne e uomini in uniforme, rinnoviamo la nostra profonda gratitudine. Ci premono la sicurezza - come dicevo - ma anche gli interessi economici legati alle forniture energetiche e alla penetrazione delle nostre imprese. Più in generale, è in gioco lo stesso ruolo geopolitico dell'Italia nel mare che vogliamo continuare a considerare nostrum.

Quanto succede soprattutto nel Mediterraneo ha un impatto diretto sulla vita quotidiana dei nostri cittadini. Quanto più l'Italia sarà unita e compatta di fronte a queste sfide tanto più riuscirà a mettere in campo un'efficace capacità di iniziativa politica. Il nostro Paese ribadirà sempre con forza che l'unica risposta a questa instabilità è e deve rimanere politica. Nel Mediterraneo non esistono scorciatoie militari; la storia di questi ultimi anni ha dimostrato che i conflitti portano solo altri conflitti, innescando spirali distruttive. Certo, l'opzione militare può modificare nell'immediato la realtà sul terreno, ma non produrre soluzioni sostenibili e capaci di ricreare i presupposti per una prospettiva condivisa di pace e prosperità. È una lezione che abbiamo imparato in Iraq, come in Libia, e che dobbiamo tenere bene a mente anche in queste settimane.

È in questo spirito che ritengo, come sempre, non solo doveroso, ma anche utile condividere qui in Parlamento informazioni e considerazioni, concentrandomi sulle due crisi più acute sulle quali sono stato chiamato a riferire: Libia e Iran e Iraq.

Partiamo dalla Libia. Sono ore e giornate cruciali ed è un bene che questo dibattito si tenga proprio a pochi giorni dalla Conferenza di Berlino, convocata per domenica alle ore 14. Una Libia sovrana, unita e in pace resta la priorità assoluta per l'Italia, per il Governo italiano, per la nostra sicurezza nazionale e per la stabilità dell'intera regione euromediterranea. L'ulteriore aggravarsi di questa crisi potrebbe comportare altri rischi in termini di minaccia terroristica e immigrazione illegale, prospettive che stiamo scongiurando con ogni sforzo. Il cessate il fuoco, per quanto ancora fragile, è una notizia positiva perché è condizione indispensabile per il dialogo politico. Al riguardo, abbiamo accolto con favore l'iniziativa russa per giungere a un accordo formale tra al-Sarraj e Haftar e abbiamo preso nota della firma dell'accordo da parte dei rappresentanti del Governo di Tripoli. Auspichiamo che possa essere a breve sottoscritto da tutte le altre parti e, nel frattempo, che una tregua sostanziale possa reggere sul terreno.

Il fatto che Haftar non abbia ancora firmato il documento fa capire quanto sia complessa l'equazione libica e quanto sia importante che tutta la comunità internazionale, a cominciare dai partecipanti alla Conferenza di Berlino, possa lavorare su una stessa agenda. Nel raggiungimento di questo primo, anche se fragile, risultato l'Italia ha fatto la sua parte: abbiamo indicato e perseguito l'obiettivo di una tregua, coltivando il dialogo a oltranza con tutte le parti, anche quando in pochi lo ritenevano realistico. La strada è, però, ancora molto lunga e difficile; richiede un impegno costante e corale. A questo proposito, lo sforzo diplomatico delle ultime ore da parte di Turchia e Russia, che non vede ancora la firma del cessate il fuoco da parte dei due principali attori di questo conflitto, dimostra che nessun Paese da solo può pensare di risolvere una crisi così complessa. L'intera comunità internazionale è chiamata a lavorare in maniera corale per addivenire a una conclusione.

In uno scenario in continua evoluzione, abbiamo accolto con favore l'annuncio, da parte tedesca, della data della Conferenza di Berlino: il 19 gennaio, come ho detto poc'anzi. È una buona notizia, rappresenta un importante passo in avanti e, se è stato possibile individuare la data di domenica, è anche grazie all'incessante lavoro dell'Italia con tutti gli attori di questa complessa crisi. (Applausi dai Gruppi M5S e PD). Tale impegno è testimoniato dai ringraziamenti che la Germania ha rivolto all'Italia nell'ultimo Consiglio affari esteri straordinario dell'Unione europea dello scorso venerdì, riconoscendo come determinante proprio il lavoro del nostro Paese.

Permettetemi a questo riguardo di fare un passo indietro rispetto al tema del cessate il fuoco, per ricordare brevemente il quadro drammatico della crisi libica. Una tregua è particolarmente preziosa, considerate l'escalation degli scontri sul terreno e l'intensificazione della campagna aerea che hanno interessato nelle ultime settimane l'intera area del fronte intorno a Tripoli, con attacchi continui che non hanno risparmiato obiettivi nella capitale, colpendo anche la popolazione civile e la rete infrastrutturale, a cominciare dall'aeroporto di Tripoli-Mitiga, solo da poco nuovamente riaperto. Particolare rilevanza strategica riveste poi la recente offensiva delle forze di Haftar verso Sirte: da un lato, potrebbe rafforzarne la presa sulla mezzaluna petrolifera e, dall'altro, rischia di aprire un nuovo fronte ad Est della città di Misurata.

In questo scenario drammatico ricordo in particolare l'efferato attacco condotto la notte del 4 gennaio contro l'Accademia militare di Tripoli, che ha causato oltre 30 vittime e decine di feriti, anche tra i civili, e che l'Italia ha immediatamente condannato. Queste azioni hanno aggravato una grave crisi umanitaria e alimentato una pericolosa recrudescenza del conflitto, con il rischio di innescare uno scontro fuori controllo. La contrapposizione è aggravata dalle interferenze di attori internazionali e regionali esterni, a sostegno dell'una e dell'altra parte. Da conflitto interno, la crisi libica si è trasformata in una guerra per procura. In questo contesto si collocano i due accordi tra Libia e Turchia in materia di delimitazione marittima e sicurezza e la decisione del Parlamento turco di autorizzare l'invio di propri militari a Tripoli: iniziative che abbiamo denunciato per gli effetti negativi che hanno avuto su uno scenario già fortemente polarizzato. Al contempo, abbiamo stigmatizzato tutte le forme di ingerenza esterna nel Paese.

Rispetto a questo scenario, nelle settimane scorse l'azione dell'Italia si è sviluppata in coerenza con cinque linee guida. La prima: impraticabilità della soluzione militare e ricerca di un cessate il fuoco. Come ho già sottolineato, l'Italia non intende intervenire militarmente nel conflitto e continua ad aderire con rigore all'embargo sulle armi. Ogni inasprimento sul terreno favorisce solo gli interessi di attori esterni, le cui agende differiscono dalle nostre e non hanno a cuore le stesse nostre esigenze di sicurezza, oltre che il proliferare di gruppi terroristici. È fondamentale cercare di mantenere il cessate il fuoco e riportare la crisi libica su un binario politico.

La seconda: riavvio del processo politico sotto l'egida dell'ONU. Il dialogo deve ripartire ed è questo l'obiettivo principale per cui sosteniamo con convinzione il processo di Berlino, al momento unica strada percorribile per una soluzione politica alla crisi in Libia. (Applausi dai Gruppi M5S e PD). È molto positivo che la cancelliera Merkel abbia confermato la data del 19 gennaio. Ci aspettiamo da questa Conferenza risultati e non solo photo opportunity. Dopo la Conferenza dovremo poi lavorare sui seguiti operativi, a cominciare dalle modalità di attuazione del cessate il fuoco.

La terza: fine di ogni interferenza esterna. La presenza di mercenari stranieri a fianco delle forze del generale Haftar è un ulteriore fattore di destabilizzazione, così come il più recente arrivo di forze riconducibili alla Turchia, a sostegno del Governo di accordo nazionale. Per far cessare queste interferenze su entrambi i fronti, domenica tutti gli attori saranno riuniti intorno al tavolo a Berlino, per impegnarli al pieno rispetto dell'embargo delle Nazioni Unite sulle armi.

La quarta: unità, sovranità e integrità territoriale della Libia. Il nostro obiettivo è avere un Governo stabile, rappresentativo di tutto il Paese e in grado di esercitare il monopolio legale della forza, proteggere le frontiere, rispondere alle esigenze più immediate della popolazione, gestire migranti e richiedenti asilo in maniera efficace e nel rispetto dei diritti umani. Una Libia stabile e unita è per noi condizione imprescindibile per contrastare la minaccia terroristica, prevenire flussi migratori illegali e tutelare i nostri interessi energetici.

La quinta: inclusività. L'Italia sostiene il Governo di accordo nazionale guidato dal presidente al-Sarraj quale istituzione legittima della Libia, riconosciuta dalle Nazioni Unite. Tuttavia, allo stesso tempo, in virtù del tradizionale approccio inclusivo, nella convinzione che solo un dialogo costruttivo tra tutte le parti possa portare a una soluzione condivisa, manteniamo intensa l'interlocuzione anche con i rappresentanti di altre realtà importanti della Tripolitania, della Cirenaica e del Fezzan. In particolare, dialoghiamo con il generale Haftar affinché possa rispettare la tregua e accettare il processo politico.

È sulla base di queste linee guida che si è articolato il lavoro del Governo nelle ultime settimane. Sin dalla missione in Libia del 17 dicembre scorso, la nostra azione ha mirato a tre obiettivi immediati: raggiungimento di un cessate il fuoco; sostegno politico alla preparazione della Conferenza di Berlino; impulso a un ruolo più attivo e visibile dell'Unione europea al fine di favorire la convocazione e il successo della Conferenza di Berlino e, soprattutto, di contribuire ad assicurarne i seguiti.

Proprio per dare vigore al ruolo dell'Unione europea abbiamo promosso un'iniziativa congiunta con i Ministri di Francia, Germania e Regno Unito e con l'alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza Borrell in data 7 gennaio. A causa del deteriorarsi della situazione di sicurezza nel Paese, abbiamo deciso di riunirci ugualmente a Bruxelles, aprendo dunque la strada alla visita che l'indomani il presidente al-Sarraj ha svolto a Bruxelles per incontrare l'alto rappresentante Borrel, il presidente del Consiglio europeo Michel e quello del Parlamento europeo Sassoli.

Si tratta di uno sviluppo positivo. Troppo a lungo l'Europa si è mossa in maniera scoordinata sulla Libia, consentendo ad attori terzi di occupare gli spazi lasciati liberi. Questa è una dinamica che va contrastata con decisione. Gli europei sono quelli che più hanno da perdere da una Libia instabile e più da guadagnare da un Paese sicuro e prospero. Tocca a noi europei evitare che la Libia rimanga ostaggio di una competizione geopolitica tra attori anche lontani e, quindi, meno esposti alle conseguenze dell'instabilità.

In occasione del Consiglio affari esteri straordinario di venerdì scorso, l'Italia ha inoltre promosso una riflessione sulle modalità e sugli strumenti più efficaci per contribuire concretamente alla realizzazione degli obiettivi della Conferenza di Berlino: in particolare, monitoraggio del cessate il fuoco; attuazione dell'embargo sulle armi e riforma del settore sicurezza, anche attraverso la costituzione di Forze armate professionali, e sostegno alle necessarie riforme economiche. L'Unione europea, anche su impulso italiano, ha inviato una riflessione per una missione europea di monitoraggio del cessate il fuoco, naturalmente su espressa richiesta dei libici e in un quadro di legalità internazionale sancito dalle Nazioni Unite. Sarebbe un passo importante per fermare le interferenze esterne, impedire il massacro di civili e dare all'Unione europea un profilo unitario e un ruolo di primario piano nella crisi libica.

Nelle ultime settimane abbiamo continuato, in coordinamento con l'azione svolta anche dal Presidente del Consiglio, ad avere numerosi contatti con i Ministri degli esteri dei Paesi più direttamente interessati al dossier libico: Stati Uniti, Russia, Turchia, Francia, Regno Unito, Germania, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto.

Lo scorso 7 gennaio ho incontrato a Istanbul il collega turco Çavuşoğlu e il giorno seguente ho partecipato alla riunione a Il Cairo di alcuni Paesi interessati alla situazione nel Mediterraneo orientale con i Ministri di Egitto, Francia, Grecia e Cipro. Era importante che l'Italia ci fosse. In quella sede l'Italia non ha sottoscritto la dichiarazione conclusiva, perché troppo sbilanciata contro la Turchia e al-Sarraj. La forza sta nell'equilibrio e ai nostri interlocutori abbiamo ribadito l'urgente necessità che cessino tutte le interferenze esterne e che ogni sforzo sia diretto a sostenere la Conferenza di Berlino.

In questa logica si colloca la proposta, che ho avanzato al mio omologo turco e a quello russo - e l'hanno accolta - di lavorare insieme a un tavolo trilaterale tra Italia, Russia e Turchia per la Libia. Tutti hanno riconosciuto il ruolo fondamentale dell'Italia a sostegno di una soluzione politica della crisi libica e per facilitare la realizzazione della Conferenza di Berlino. Costanti sono stati anche i contatti del Governo italiano con tutte le parti libiche, soprattutto i colloqui che il Presidente del Consiglio ha avuto a Roma con Haftar e al-Sarraj. Conto di continuare a incontrare altri esponenti libici nei prossimi giorni.

Prosegue, infine, la nostra azione per la valorizzazione del ruolo dei Paesi vicini alla Libia attraverso un loro coinvolgimento attivo, a partire dal processo di Berlino e dai suoi meccanismi di attuazione. Dopo la riunione che avevamo promosso a margine della Conferenza Rome MED-Mediterranean Dialogues con i tutti i Paesi confinanti il 6 dicembre a Roma, più di recente abbiamo avuto incontri in Algeria lo scorso 9 gennaio e in Tunisia insieme al Marocco, partner strategici nella regione che possono dare un contributo costruttivo. L'Italia è stata e sarà presente in tutti i format in cui verranno assunte decisioni relative allo scenario libico.

Per ricapitolare, abbiamo dialogato con i Paesi confinanti con la Libia per coinvolgerli attivamente nei lavori della Conferenza di Berlino, ed è bene tener presente che questi Paesi hanno un ruolo cruciale per la Libia in quanto hanno influenze determinanti su molte delle tribù libiche.

In secondo luogo, l'invito della settimana scorsa da parte dell'Egitto a il Cairo per una riunione di alcuni Paesi interessati al Mediterraneo orientale è stato fondamentale per stabilire un clima di dialogo in vista della Conferenza di Berlino e ci ha visto ancora presenti.

In terzo luogo, l'avvio di una consultazione trilaterale con Russia e Turchia circa la questione libica conferma il ruolo centrale che ora viene nuovamente riconosciuto all'Italia.

In quarto luogo, abbiamo promosso il coordinamento dell'Unione europea al suo interno per affrontare questo dossier con una sola voce e, dunque, con lo scopo di ridurre le divisioni interne; divisioni dell'Unione europea che in passato hanno inevitabilmente inciso anche sul ruolo dell'Italia. Possiamo dire di aver lavorato nelle ultime settimane per essere presenti in tutti i principali tavoli di confronto sulla Libia, e questo ci permetterà di favorire il dialogo tra le parti coinvolte e di tutelare i nostri interessi nazionali.

Veniamo allo scenario iraniano e iracheno. Come in Libia, anche nel Golfo permane il rischio di una preoccupante escalation che avrebbe effetti devastanti per l'intera regione. Dopo una serie di attacchi e provocazioni, il botta e risposta tra Stati Uniti e Iran con l'uccisione presso l'aeroporto di Baghdad del generale iraniano Soleimani e il grave attacco iraniano a due basi irachene che ospitano militari della coalizione anti-Daesh dell'8 gennaio ha generato fortissime tensioni.

L'Iraq ha aspramente criticato le circostanze nelle quali il generale Soleimani ha trovato la morte. L'onda emotiva è stata alla base dell'approvazione di una mozione parlamentare appoggiata dal Primo Ministro e votata in assenza dall'Aula di sunniti e curdi, che impegna l'Esecutivo a revocare la richiesta di assistenza alla coalizione internazionale per combattere Daesh e a porre fine alla presenza di truppe straniere in territorio iracheno.

Nella valutazione dei fatti e delle loro conseguenze, il Governo italiano si è mosso a livello di Unione europea, di coalizione e bilaterale, e ha privilegiato quattro direttrici d'azione. La prima è contenere le tensioni e favorire un dialogo fra e con gli attori più direttamente interessati; la seconda è assicurare la tutela dei nostri militari impegnati sul terreno; la terza consiste nel sostenere gli sforzi di contrasto a Daesh nel quadro della coalizione internazionale; come quarta confermare la necessità di dare piena attuazione all'intesa sul nucleare.

Sul primo fronte, contenimento delle tensioni e promozione del dialogo, abbiamo immediatamente espresso preoccupazione per degenerazioni pericolose del quadro di sicurezza e condannato l'attacco a postazioni irachene che ospitano i contingenti della coalizione con tre distinte prese di posizione. Pressoché unanime è stata la voce dei partner europei che - come noi - hanno emesso dichiarazioni. Abbiamo poi proceduto a mirati contatti bilaterali. Il Presidente del Consiglio ha avuto conversazioni telefoniche con il Presidente iracheno, che sarà in visita a Roma nei prossimi giorni, con il Presidente iraniano e con il Principe ereditario emiratino.

Per parte mia, ho avuto vari colloqui con i partner regionali, che ho fortemente incoraggiato a rifuggire da ogni ulteriore azione che possa accrescere le tensioni. Anche a livello di Unione europea, in occasione del Consiglio affari esteri straordinario di venerdì, abbiamo convenuto sulla necessità che l'Unione trasmetta un messaggio forte e al più alto livello agli attori interessati affinché contribuiscano alla distensione. Dobbiamo ora lavorare per facilitare sempre più il dialogo fra Washington e Teheran, proposito ambizioso ma indispensabile. Cogliamo con interesse la dichiarata volontà americana e iraniana di avviare un percorso che eviti un'escalation e permetta una graduale apertura di canali di interlocuzione. All'Iran e agli Stati Uniti chiediamo un impegno senza precondizioni e orientato al compromesso.

In secondo luogo, gli episodi che in rapida successione si sono verificati a cavallo della fine dell'anno ci hanno imposto una attenta verifica delle condizioni di sicurezza per i nostri militari impegnati in Iraq nel quadro della coalizione anti-Daesh, ma anche della missione europea e della missione NATO. Il Governo considera prioritario garantire la loro incolumità. Continuiamo il confronto con gli altri Paesi della coalizione sul futuro della missione; abbiamo trasferito parte dei contingenti in luoghi più sicuri e spostato temporaneamente alcune unità in Kuwait. Parallelamente, la coalizione ha deciso di sospendere alcune attività e rafforzare i dispositivi di sicurezza presso le basi.

Continuiamo a lavorare con i nostri partner internazionali perché siano messe in atto tutte le forme di tutela che l'evolversi della situazione sul terreno richieda.

La coalizione internazionale per il contrasto a Daesh - e vengo al terzo pilastro della nostra azione - rimane strumento fondamentale, non solo per contrastare l'insorgenza o la rivitalizzazione di gruppi terroristici ed eversivi, ma anche per il futuro dell'Iraq, in termini di sicurezza, indotto economico, formazione e ricostruzione.

Non abbiamo elementi per chiarire se, e quando, l'Esecutivo iracheno darà seguito alla mozione dell'Assemblea parlamentare, anche perché il Governo è dimissionario. Riteniamo, però, che, nel rispetto della sovranità irachena e, a fronte di adeguate garanzie di sicurezza, è opportuno che l'impegno contro il terrorismo possa continuare.

La riflessione sul futuro della coalizione proseguirà nelle prossime settimane. Prenderemo parte a un approfondimento previsto a Copenaghen il 29 gennaio a livello di direttori politici dei Ministeri degli esteri. Essenziale, nel cammino di rinnovamento della coalizione, sarà la plenaria a livello ministeriale che l'Italia ospiterà in primavera. Intendiamo facilitare un dibattito sul ruolo futuro della coalizione in Iraq e in Siria, ma anche sulle posizioni dei partner in materia di foreign terrorist fighter e sulla minaccia del terrorismo sul fianco Sud.

Quarto asse portante della nostra strategia è il sostegno all'intesa sul nucleare. Contestualmente ai gravi eventi in Iraq, Teheran ha annunciato un nuovo passo indietro nella attuazione dell'intesa, svincolandosi dalle limitazioni relative all'arricchimento dell'uranio. Ha comunque confermato che si tratta di azioni reversibili, rinnovando la disponibilità a collaborare con l'Agenzia internazionale per l'energia atomica. Le autorità di Teheran ritengono che, a fronte di un loro impegno a rispettare gli obblighi derivanti dall'intesa, le altre parti firmatarie, in particolare l'Unione europea, non abbiano assicurato i vantaggi economici e le facilitazioni promesse con l'Accordo.

Abbiamo sempre sostenuto con convinzione che l'intesa sul nucleare sia un pilastro dell'architettura di sicurezza regionale e un presidio di non proliferazione, l'unico che abbiamo al momento. Anche per questo, abbiamo invitato l'Iran a ripristinare il pieno adempimento delle intese. Questo è stato il messaggio che abbiamo concordato fra Ministri degli esteri dell'Unione europea e che continuerà a ispirare la nostra azione.

L'Accordo sul nucleare - come sapete - vive una stagione difficile, ma la sua sopravvivenza non può essere messa in discussione. I Paesi E3 hanno annunciato il 14 gennaio l'attivazione dei meccanismi di risoluzione delle controversie che l'Accordo prevede; meccanismi che non hanno scopo punitivo, ma sono un'ulteriore occasione di confronto e dialogo con Teheran. L'Alto rappresentante dell'Unione europea per la politica estera supervisionerà l'esercizio e auspichiamo che l'Iran ne colga la natura cooperativa.

Permettetemi di ricordare che la decisione di non far parte del gruppo di gestione dell'Accordo sul nucleare risale a circa diciassette anni fa. L'Italia non siede nel gruppo E3 per una decisione di diciassette anni fa. Pur tuttavia, sono costretto a precisare quanto erroneamente riportato in questi giorni circa la non informazione all'Italia dell'attacco al generale Soleimani. Tale informativa, infatti, c'è stata, dai più alti livelli del Dipartimento di Stato americano, nelle ore immediatamente successive all'attacco e inevitabilmente subito dopo quella svolta, proprio ai Paesi E3, che, in ogni caso, sono stati avvisati ad attacco avvenuto.

La vicenda dell'aereo ucraino abbattuto a Teheran in fase di decollo con 176 passeggeri a bordo ha scatenato nuove manifestazioni di piazza. Tra le vittime dell'abbattimento, ben 57 sarebbero canadesi. L'Italia in Iran cura anche gli interessi del popolo canadese, dello Stato canadese, e per questo ho avuto ripetuti contatti con il mio omologo canadese.

La leadership iraniana, che con le folle oceaniche dei funerali del generale Soleimani ha ostentato una compattezza della propria popolazione ispirata dall'orgoglio nazionalistico, si ritrova adesso sul banco degli imputati per avere ammesso la responsabilità dell'abbattimento dell'aereo con ben tre giorni di ritardo. Chiediamo a Teheran che venga fatta piena luce su quanto è accaduto e si agisca nei confronti dei responsabili. E in questo senso vi è l'impegno del ministro degli esteri iraniano Zarif. Anche considerando questa nuova tensione, lasciare aperti i canali di interlocuzione con l'Iran resta per noi fondamentale.

Stiamo lavorando per intensificare le occasioni di contatti bilaterali con controparti iraniane, dapprima a livello tecnico e poi politico. Va ricostruita un'agenda bilaterale con l'Iran, che tenga conto del contesto generale e dei nostri interessi, nella consapevolezza che esistono scelte politiche iraniane che non condividiamo. Mi riferisco al trasferimento di tecnologia missilistica ad attori non statali, ad attività che mettono a rischio la stabilità della regione, a violazioni nel campo dei diritti umani.

Stiamo al contempo intensificando la cooperazione e il dialogo bilaterale anche con i Paesi arabi del Golfo, con i quali condividiamo l'esigenza di una stabilizzazione dell'area a tutela dei nostri interessi economici, oltre che securitari.

In conclusione, ho cercato di riassumere il lavoro condotto finora, i principi che l'hanno ispirato, la strategia per l'azione futura. Seguiremo con attenzione il dibattito. Sull'onda di queste ultime crisi internazionali, molte sono state le critiche e le analisi sul ruolo dell'Europa e dell'Italia. Le critiche sono naturalmente legittime, in alcuni casi utili. Non c'è dubbio che l'emergere di attori geopolitici esterni a scapito dei Paesi europei sia stato favorito da inerzie, divisioni e spazi vuoti anche dell'Unione europea.

Passi avanti sono stati realizzati. L'Italia ha dato un contributo importante e potrà continuare a farlo se sulle polemiche di corto respiro prevarrà una visione lungimirante e condivisa. In politica estera dobbiamo essere uniti. Non esistono soluzioni semplici a problemi complessi: controproducente sarebbe affrontare le crisi tentando di tradurne la complessità con la ricerca semplicistica dello schierarsi con l'uno o con l'altro.

La soluzione, per noi e per l'Europa, sta nel contrario. Non si tratta di cerchiobottismo, né di ingenuità. Per puntare a soluzioni politiche sostenibili occorre giocare in squadra, parlare con una voce unica, agire con equilibrio. Solo così potremo essere credibili ed efficaci. L'Italia l'equilibrio ce l'ha nel DNA. In coerenza con la nostra natura e la nostra storia, possiamo - insieme - restituire a questo Paese il ruolo che merita. (Applausi dai Gruppi M5S, PD, IV-PSI, Misto-LeU e Aut (SVP-PATT, UV)).

Saluto ad una rappresentanza di studenti

PRESIDENTE. Saluto a nome dell'Assemblea i docenti e gli studenti dell'Istituto industriale statale «Guglielmo Marconi» di Civitavecchia, che stanno assistendo ai nostri lavori. (Applausi).

Ripresa della discussione sull'informativa del Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale (ore 12,06)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sull'informativa del Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale.

È iscritto a parlare il senatore Casini. Ne ha facoltà.

CASINI (Aut (SVP-PATT, UV)). Cari colleghi, dopo la relazione del ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, onorevole Di Maio, due sono le possibili reazioni da parte nostra in quest'Aula e anche nel Paese. La prima reazione è quella di criticare, di addebitare al Governo, magari al Ministro degli affari esteri o al Presidente del Consiglio, imperizia nella gestione di affari così significativi, attribuendo loro la responsabilità di una non particolare efficacia del nostro Paese.

Francamente - lo dico con sincerità, avendo una certa esperienza - questo stato d'animo credo sia da respingere al mittente, perché dettato da pregiudizi politici, che si possono certamente avere ma che in un caso del genere è particolarmente negativo nutrire, perché si dovrebbe cercare, su un dossier così delicato, di ritrovare uno spirito di unità nazionale in quest'Aula.

La seconda reazione - a volte echeggia anch'essa - è quella di un trionfalismo piuttosto vuoto nel descrivere quanto l'Italia ha fatto in questo periodo. Cerchiamo allora di essere seri e di mettere a lato questi stati d'animo entrambi sbagliati per motivi opposti.

Il Ministro ha parlato di due fattori: la nostra sicurezza e i nostri interessi economici.

Noi nel Mediterraneo ci giochiamo la sicurezza italiana, ci giochiamo gli interessi economici del nostro Paese. Quando si parla di questione geopolitica, si parla essenzialmente di questo.

Allora, cosa è capitato nel Mediterraneo? Devo dire che noi lo abbiamo denunciato anche in altri dibattiti: nel Mediterraneo sono capitati tre fatti, che si legano tutti assieme e se non li leghiamo tutti assieme, non capiamo che cosa sta succedendo.

Nel Mediterraneo noi verifichiamo l'inconsistenza europea, ma non solo: anche quello che il ministro Di Maio ha evocato in modo diplomatico (ma è giusto che lui abbia fatto questo), cioè il fatto che gli attori europei principali si siano mossi in ordine sparso gli uni contro gli altri. Facendo questo, non hanno portato a casa assolutamente nulla, perché l'inconsistenza di ciascun Paese europeo è venuta dopo l'inconsistenza europea.

Il secondo punto è molto triste per uno come me, che ha questa convinzione nel proprio DNA: noi stiamo scontando, mai come in questo momento, da tanti anni, l'inconsistenza del multilateralismo. Il Presidente del Senato ha giustamente invitato il Segretario generale delle Nazioni Unite, che ha parlato da quello scranno e ci ha detto, con estrema limpidezza, che i suoi moniti sulla Libia sono stati del tutto disattesi. Ora, è vero che le Nazioni Unite non sono mai state il Governo mondiale, ma una moral suasion efficace l'hanno sempre esercitata: pensiamo all'Iraq, pensiamo all'Afghanistan, pensiamo alle grandi questioni internazionali, dal Vietnam alla crisi di Cuba. Oggi, per la prima volta, è afona la voce delle Nazioni Unite e si sta indebolendo completamente il multilateralismo, perché alcuni attori mondiali hanno scelto questa strada. Quindi, inconsistenza europea e multilateralismo in crisi.

Il terzo punto è collegato al ritiro degli Stati Uniti. Mi rivolgo a tutti quegli sciocchi che nelle piazze di questo nostro Paese, in assoluta buona fede (ma, come voi sapete, le vie dell'inferno sono lastricate dalla buona fede), tante volte hanno chiesto il ritiro degli yankee, degli americani. Bene, adesso gli americani si sono ritirati, non hanno più bisogno di essere sul terreno, perché hanno un'autosufficienza energetica, e questo cosa significa? Che il vuoto che gli americani hanno lasciato viene colmato da altri. Ma secondo voi, quindici anni fa i russi o i turchi avrebbero fatto quello che stanno facendo in questo momento in Libia? Non avrebbero potuto farlo, perché l'effetto dissuasivo della presenza americana li avrebbe inibiti.

Quando si dice: ma Di Maio, ma Conte, ma Pinco, ma Pallina... purtroppo, i nostri protagonisti della politica di oggi si muovono in uno scenario che è completamente cambiato rispetto al passato e che è molto più difficile da gestire, per un Paese che si richiama ai principi cui Di Maio si è richiamato. Li leggo perché li ho scritti: c'è qualcuno in quest'Aula che può dire che noi siamo contrari a ritenere il cessate il fuoco la scelta migliore, a ritenere che c'è un'impraticabilità della strada militare, a volere una soluzione politica, ad affermare la necessità delle integrità della Libia e che i Paesi vicini alla Libia siano coinvolti? Sono principi sacrosanti. Io credo che, da Salvini all'estrema sinistra, in quest'Assemblea siano tutti d'accordo su questi principi. È chiaro, però, che affermare questi principi quando si ha una moral suasion affievolita diventa, a volte, una proclamazione di principi che poi non riescono ad essere tradotti efficacemente.

Cosa si svolge in Libia? In Libia si svolge una guerra per procura ed è talmente evidente che questo si stia verificando che i mercenari russi, che certamente non sono alieni a una consultazione preventiva con il Cremlino (infatti si sono ritirati dalle prime linee dopo che Haftar ha preso tempo per accettare le condizioni di Mosca), e i turchi arrivano in uno scenario in cui gli attori veri sono gli Emirati Arabi, l'Egitto, il Qatar. E l'Europa dov'è?

Qui il problema dell'Italia è estremamente connesso al tema dell'Europa, che rischia di non esistere e di avere nel cortile di casa qualcuno che amministra la situazione non con la moral suasion, ma con qualcosa di diverso.

Quello che è capitato nelle acque territoriali di Cipro è molto pericoloso, perché quando i principi del diritto internazionale sono messi in discussione e le perforazioni dell'ENI, che sono sacrosante, vengono vincolate ad un'iniziativa della Turchia, come è stato, la cosa è molto preoccupante.

Colleghi, prima di passare all'Iran su cui dirò solo una cosa, voglio dire solo - e mi rivolgo soprattutto alla destra, perché ritengo che chi viene in questo Parlamento sia sicuramente in buona fede, anche se poi possiamo avere idee diverse - che qua il sovranismo serve, ma il sovranismo che serve è quello europeo, perché è l'unica cosa che ci può salvare. (Applausi dai Gruppi Aut (SVP-PATT, UV)), M5S, PD e IV-PSI).

Il sovranismo nazionale, infatti, è solo velleitarismo perché nel mondo che si sta delineando oggi, le Nazioni tradizionali non conteranno più nulla. Non è detto che riesca a contare l'Europa, ma se non affermiamo principi come una politica estera e di difesa comune, certamente non conterà nemmeno l'Europa.

E veniamo all'Iran: devo dire che dissento dalla posizione americana. Lo dico sinceramente, anche se rappresenterò me stesso, e con chiarezza. Questa posizione nei confronti dell'Iran è diversa da quella europea: certamente l'Europa non ha la forza di affermare la propria posizione, che tra l'altro danneggia molto gli interessi dell'Italia, la quale, come sapete, fino a qualche tempo fa era il primo partner commerciale dell'Iran. Al di là di questo, si dice che l'Iran ha connivenza con gli Hezbollah e Hamas: certamente è vero e sappiamo che si è creato un corridoio sciita dal Golfo Persico al Mar Mediterraneo che comprende l'Iran, l'Iraq, la Siria e gli Hezbollah in Libano fino a quest'ultimo Paese. Tuttavia, noi abbiamo combattuto l'ISIS e lo Stato islamico, ma lo Stato islamico non l'ha aiutato l'Iran, è prodotto del mondo sunnita. Quest'ultimo ha alimentato fortemente sotto il profilo finanziario lo Stato islamico e ha indugiato a combattere contro di esso, ritenendolo per lungo tempo come un inciampo, lì in mezzo, rispetto al corridoio sciita, per cui andava bene, fino al punto in cui poi non si è preso atto che bisognasse combattere questo cancro, questo tumore.

Non dico che ci siano i buoni e i cattivi, dico che bisogna lavorare perché ci sia un equilibrio tra il mondo sciita e il mondo sunnita, senza dimenticare che approfondire le divisioni del mondo sunnita - che oggi sono un'altra questione enorme - è sbagliato, perché si tratta di cercare di lavorare "con".

Colleghi, sono queste le riflessioni che ho fatto a nome del Gruppo per le Autonomie: mi auguro che ci possa essere un orientamento comune di quest'Assemblea e di questo Parlamento perché il Governo, che è in una condizione molto difficile, come lo è l'Europa, ha bisogno di essere assistito almeno in Italia, cioè in Patria, dal consenso di tutti noi. (Applausi dai Gruppi Aut (SVP-PATT, UV)), M5S, PD e IV-PSI e del senatore Monti).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Vescovi. Ne ha facoltà.

VESCOVI (L-SP-PSd'Az). Signor Presidente, ho ascoltato le parole del Ministro e del collega Casini, il quale, quando dice che il sovranismo nazionale non serve, mi trova su una posizione diametralmente opposta. (Applausi dal Gruppo L-SP-PSd'Az). In Europa - ce ne rendiamo conto tutti - l'interesse della Francia è diverso da quello dell'Italia, per cui lo dovrebbe dire eventualmente a Macron che non esiste il sovranismo nazionale.

Per quanto riguarda il ministro Di Maio, l'ho ascoltato con attenzione e riporterò di seguito i punti più importanti. Vorrei soffermarmi sul passaggio in cui ha detto «ho sentito la Merkel» e, ancora, «la Merkel mi ha detto»: l'ha nominata tre volte in quest'Aula. Ebbene, noi non prendiamo mica ordini dalla Merkel; noi prendiamo ordini dai cittadini italiani. (Applausi dal Gruppo L-SP-PSd'Az). La Merkel di qua, la Merkel di là, la Merkel ci ha detto, ha anche detto che ieri alla riunione «Macron ci ha detto di fare» e che bisogna essere tutti uniti. Belle parole. No alle azioni militari: ma chi è che vuole le azioni militari? Ha detto che bisogna fare il processo politico e le riunioni, che bisogna andare a Palermo, ha detto che è stata fatta la Conferenza di Palermo e che domenica si terrà la Conferenza di Berlino. Belle parole, però c'è ne è una che manca ed è: «coraggio», il coraggio di questa Nazione. Bisogna iniziare ad avere noi una visione. Noi dobbiamo avere la visione, Ministro, non gli altri! (Applausi dal Gruppo L-SP-PSd'Az).

Siccome si è liberato, come diceva giustamente il senatore Casini, un vuoto, ricordiamo chi ha fatto i danni in Libia nel 2011: non abbiamo fatto noi i danni nel 2011 e ci troviamo oggi in questa situazione a doverli risolvere. Però, visto che c'è un vuoto, possiamo riempirlo: se gli Stati Uniti d'America, come diceva il senatore Casini, hanno abbandonato il vuoto e non sono più interessati alla questione libica, può essere l'Italia a riempirlo, dato che la Libia è vicina. Il nostro interesse è lì, dobbiamo essere noi che conduciamo il gioco e non farci condurre dagli altri, perché Berlino e la Francia sono distanti dalla Libia, mentre noi ce l'abbiamo qui. (Applausi dal Gruppo L-SP-PSd'Az).

Quando sentiamo che in questa situazione molto delicata, oltre ai migranti, arrivano anche i profughi, cioè i cittadini libici che si trovano in situazioni di guerra arrivano tutti in Italia, riteniamo che sia il nostro Paese che deve condurre il gioco: siamo noi che dobbiamo dettare la linea, siamo noi che dobbiamo dimostrare il coraggio di una Nazione grande come la nostra e di come noi vogliamo risolvere la situazione.

Capisco che l'altra questione, relativa all'Iran e all'Iraq, magari è per noi distante, ma la Libia è lì. Ci vuole pertanto molto coraggio, quello che non vedo in lei: il coraggio di una Nazione. Ci vuole una visione.

Per quanto riguarda la questione dell'Iran e dell'Iraq, lei ha fatto un passaggio, ma in quel Paese è successo qualcosa veramente di terribile. In Iran - dicono per errore, ma dobbiamo andare a verificare - hanno abbattuto un aereo civile e questo Paese deve esprimere una condanna enorme su questo fatto, perché sono morte 176 persone. È una battaglia a cui teniamo davvero molto.

In conclusione, per quanto ci riguarda, la nostra posizione è che dobbiamo riuscire ad avere una visione, il coraggio e affrontare le responsabilità, ma deve essere l'Italia il motore e deve essere l'Italia che deve dare la visione sulla questione libica. (Applausi dal Gruppo L-SP-PSd'Az).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Sbrollini. Ne ha facoltà.

SBROLLINI (IV-PSI). Signor Presidente, Governo, signor Ministro, colleghe e colleghi, per il mio Gruppo interverrà poi il nostro vice presidente Garavini.

Io vorrei soltanto fare una riflessione concentrata soprattutto sul piano della sicurezza dei nostri militari all'estero, come lei, signor Ministro, ha ben evidenziato nella sua informativa, riallacciandomi poi alle parole del senatore Casini. C'è ovviamente grande preoccupazione da parte di tutti noi e credo che questa informativa sia utile proprio per tranquillizzare e parlare prima di tutto ai nostri cittadini. C'è apprensione per i nostri militari all'estero, cui va il ringraziamento infinito per quello che stanno facendo in tanti scenari di guerra. (Applausi dal Gruppo IV-PSI). È un grazie da parte del Parlamento e del Senato ed è un sostegno pieno alle attività che loro svolgono ogni giorno sui territori di guerra.

L'altra questione riguarda la sicurezza nazionale. Lei, signor Ministro, ha accennato anche a questo aspetto. Sappiamo che dopo la Germania, siamo il secondo Paese in Europa per numero di basi americane sul nostro territorio. Vicenza, la mia città, è una di quelle su cui in questo momento si è riacceso un riflettore: ci sono di nuovo movimenti e attivisti che si sono fatti sentire. Anche in proposito, vorrei ulteriormente tranquillizzare le nostre città che da anni accolgono basi americane importanti sui nostri territori.

Nella mia città ci sono ben due basi americane e un'altra nella stessa provincia, c'è quindi un tema che non va sottovalutato e credo che portare all'attenzione del Parlamento anche questi aspetti sia un modo per ridare autorevolezza al nostro Paese in questo momento. Da questo punto di vista, bene la Conferenza di Berlino così come tutti gli appelli e i punti che lei ha sottolineato, a cominciare dalla necessità di recuperare un ruolo incisivo e autorevole dell'Unione europea e dell'Italia. Non possiamo, infatti, permetterci che nel conflitto Stati Uniti-Iran, come sulla destabilizzazione dell'Iraq e sulla guerra decennale che vede la Libia fortemente in crisi, in difficoltà, con scenari destabilizzanti e molto preoccupanti, non ci sia un recupero di autorevolezza dell'Italia. Non possiamo permetterci che accada che l'Italia, come purtroppo stiamo leggendo anche in questi giorni, possa essere in qualche modo sostituita da altri protagonisti, da attori che sono scesi nella scena internazionale: i russi, da una parte, e i turchi, dall'altra.

Quindi, su questo non c'è critica; anzi, teniamo, come Italia Viva, che ci sia assolutamente un ruolo forte e uno spirito di unità nazionale, ma chiediamo a gran voce che l'Italia non si faccia in alcun modo sostituire da altri attori che pericolosamente stanno, in queste ore, cercando di assumere un ruolo più da protagonista. Questo proprio perché abbiamo interesse a mantenere certamente la nostra sicurezza e, al contempo, a difendere e tutelare interessi economici importanti, che non sono solo quelli dell'ENI: penso al tema dell'immigrazione e delle infrastrutture, come più volte il presidente Renzi ha dichiarato anche sui giornali in questi giorni.

Ministro, il nostro è un invito a continuare il lavoro importante di tessitura che l'Italia è sempre stata capace di portare avanti e a ritrovare uno spirito unitario dell'intera Unione europea che oggi, purtroppo, vediamo essere in grandissima difficoltà. La ringraziamo e le auguriamo buon lavoro. (Applausi dal Gruppo IV-PSI e della senatrice Valente).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Alfieri. Ne ha facoltà.

ALFIERI (PD). Signor Presidente, signor Ministro, colleghi, ci muoviamo in un contesto oggettivamente molto più complicato rispetto ai mesi scorsi. Gli elementi di tensione nel teatro mediorientale e nel Mediterraneo centrale e orientale sono evidentemente cresciuti, basti citare l'intervento turco in Siria, il fallimento, direi, o comunque lo stallo nei negoziati a Doha tra talebani e Stati Uniti, e l'avanzata di Haftar, che ha cambiato evidentemente gli equilibri, spostando sul campo militare un dialogo che già era difficile dal punto di vista politico-diplomatico. A questo si sono aggiunte le tensioni nel Golfo Persico, dove il controllo della navigazione è sempre più difficile ed è uno dei passaggi più delicati sul fronte degli approvvigionamenti energetici. Da questo punto di vista, la recrudescenza delle ultime settimane, che ha portato all'uccisione di Soleimani e di al-Muhandis, ha avuto come conseguenza la dichiarazione dell'Iran dell'uscita dal JCPOA (Joint comprehensive plan of action).

Penso che anche sul versante del nucleare, pur non essendo noi parte del gruppo E3, come ha ricordato, Ministro, serva comunque una nostra presenza e il fatto che Borrell, l'alto rappresentante, sia presente alle riunioni del gruppo E3 è una garanzia per l'Europa. Penso che l'Italia debba investire ancora dentro quella prospettiva. Tuttavia, è decisamente più complicato per noi muoverci in un teatro dove abbiamo sempre avuto un capitale politico da spendere e laddove il nostro alleato più forte, cioè gli Stati Uniti, ha deciso di arretrare e fare alcune scelte anche di riconfigurazione dei suoi assetti. Quei vuoti lasciati liberi dagli Stati Uniti sono stati inevitabilmente occupati dalla Russia soprattutto, ma anche dalla Turchia. Ciò interroga la diplomazia italiana, ma anche le scelte di questo Governo.

Partiamo dalla Libia. Voglio dirlo in maniera molto chiara: stiamo provando a recuperare terreno perché chi si era intestato il dossier libico nel passato Governo e, cioè, Salvini, affiancato dal Ministro degli affari esteri, ha deciso di abbandonare la presenza politico-diplomatico in Libia e ha scelto di arretrare il dispositivo all'interno del Mediterraneo centrale. È stata una scelta molto chiara. Ossessionati dai flussi migratori non abbiamo investito politicamente nel dialogo politico fra gli attori libici. In quel vuoto è partita l'iniziativa militare di Haftar e adesso è difficile recuperare, anche se devo dire una cosa. La voglio dire con dati oggettivi: il ministro Di Maio e il ministro Guerini hanno fatto nell'ultimo mese molte più missioni e incontri - li ho contati - di quanti in quattordici mesi ne abbiamo fatti Moavero Milanesi e Salvini. Lo voglio sottolineare dando atto al Governo che sta lavorando e riprendendo un dossier complicato e difficile da gestire. (Applausi dal Gruppo PD).

Vengo all'altra strada in salita: giustamente - e lo condivido - abbiamo scelto di non seguire l'opzione militare. Diciamolo perché poi, nella faciloneria della ricostruzione mediatica e di alcuni attacchi dell'opposizione, si dice che ormai se ne occupano Turchia e Russia. Noi abbiamo fatto una scelta coerente con la nostra Costituzione: no all'opzione militare e alla vendita delle armi quando un Paese è in guerra e ha una conflittualità crescente al suo interno; sì all'invio di militari laddove c'è il mantenimento del cessate il fuoco e c'è la costruzione di un consenso necessario. Da questo punto di vista, penso sia corretto il lavoro che si sta facendo. Dobbiamo investire di più dal punto di vista politico-diplomatico.

Abbiamo un capitale da poter fare e penso che anche agli attori libici vada spiegato che il rischio di affidarsi solo ai loro protettori che alimentano la guerra per procura può portare alla spartizione della Libia e a definire, di fatto, dei protettorati dove coloro che oggi hanno una loro autonomia rischiano di perderla. L'Europa e anche altri alleati possono garantire, da questo punto di vista, il fatto che la Libia non venga spartita e possa avere un futuro. Certo, è difficile e complicato.

Penso che gli assi di intervento delineati dal Ministro degli affari esteri siano corretti. Oggi il nostro compito è di lavorare e creare le condizioni perché ci sia un mantenimento perlomeno sostanziale del cessate il fuoco. C'è il pieno sostegno, in collaborazione con il suo collega Maas e con la cancelliera Merkel, al pieno successo della Conferenza di Berlino: siamo tutti impegnati, come partner europei, affinché abbia successo. Penso che sia anche opportuno investire sulla trilaterale tecnica con Russia e Turchia, che l'Italia abbia un ruolo lì dentro e che ci sia un canale di dialogo e di collocamento giornaliero, così come è opportuno il lavoro fatto sulla sponda sud del Mediterraneo per coinvolgere tutti gli attori della sponda sud: il ruolo dell'Algeria da questo punto di vista è sicuramente fondamentale.

Ministro, mi permetto di aggiungere due punti, glieli segnalo. Non ho sentito parlare del coinvolgimento dei rappresentanti delle comunità locali e dei sindaci. Ricordo che ai tempi di Minniti si investì moltissimo su questo aspetto. Lo dico perché, dovendo seguire la via politico diplomatica e non potendo seguire l'opzione militare, penso che il ruolo dei sindaci delle comunità locali e dell'associazionismo libico, che c'è e che aveva dato vita a un forum di dialogo, sia utile per far passare il messaggio che investire sulla pace, sul cessate il fuoco e sulla Conferenza di Berlino può essere il modo per garantire l'autonomia e l'integrità territoriale del Paese.

L'altro punto è il coinvolgimento degli Stati Uniti. Lo dico facendo una riflessione più ampia che investe tutti noi (e, Ministro, dobbiamo richiamare alla responsabilità anche tutti gli esponenti del Governo e i suoi collaboratori più vicini): mi riferisco all'Iraq e al ruolo che l'Italia può avere anche in una riconfigurazione della nostra presenza. Ebbene, quando si parla, come ha fatto oggi il ministro Guerini alle Commissioni congiunte, di un eventuale spostamento, da discutere anche in Parlamento, dalla willing coalition, la coalizione dei volenterosi, al perimetro NATO, non vuol dire che cambiamo il nostro lavoro e innalziamo la qualità del nostro intervento, ma lo cambiamo e investiamo di più sull'addestramento delle Forze di polizia e sulla stabilizzazione del Paese, mantenendo comunque un presidio per la lotta a Daesh. Quella riconfigurazione mette in protezione anche l'alleato americano, per cui simbolicamente ci deve essere un cambio di passo in Iraq, dopo quello che è successo.

La nostra maggior presenza e il nostro maggior capitale politico e militare in quella regione può essere speso anche per chiedere un upgrading dell'impegno degli Stati Uniti sul dossier libico, che penso e pensiamo sia fondamentale, per garantire non solo il cessate fuoco, ma anche la possibilità di far partire davvero una missione internazionale a guida europea. Penso si debba provare ad investire su un impegno delle Nazioni Unite, perché se passa dal Consiglio di sicurezza è più facile che Russia, Stati Uniti e Cina, i principali attori internazionali, poi non si sfilino davanti ad un impegno gravoso, come quello di investire in un teatro come quello libico.

Apprezzo quindi le linee di indirizzo del Ministro degli affari esteri e penso che, da questo punto di vista, bisogna investire perché ci sia un successo alla Conferenza di Berlino. (Applausi dal Gruppo PD, M5S e IV-PSI).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Pellegrini Emanuele. Ne ha facoltà.

PELLEGRINI Emanuele (L-SP-PSd'Az). Signor Ministro, vorrei partire da una premessa e dai punti su cui penso che il nostro Gruppo e tutto il Parlamento siano d'accordo con quanto ha riferito. In primo luogo, c'è la lotta al terrorismo, su cui penso non si possa assolutamente dire nulla. La lotta all'ISIS o a Daesh, che dir si voglia, dovrebbe essere un fondamento della nostra battaglia e credo che su questo dobbiamo essere d'accordo con lei, signor Ministro. C'è poi il sostegno alle nostre Forze armate all'estero, impegnate nelle missioni di peacekeeping. Anche su questo punto, come hanno già fatto altri colleghi, per conto di tutto il Gruppo credo di poter portare il nostro sostegno alle Forze armate, che portano avanti i nostri valori di civiltà e la nostra volontà di dare una mano alle popolazioni che sono più in difficoltà.

Entrando nello specifico del suo discorso, signor Ministro, da un lato c'è la questione iraniana, in cui l'azione del presidente Trump, definita da troppi come avventata, sta portando alla luce aspetti interni al regime iraniano, che da troppi, spesso, sono stati dimenticati, oppure accantonati. È infatti indubbio che, nel rispetto delle decisioni interne di uno Stato sovrano, gli scontri che si stanno verificando in questi giorni nelle piazze, contenuti dalle Forze dell'ordine iraniane anche con la forza, sono i sintomi di un malessere sociale, che la maggior parte delle potenze internazionali, eccezion fatta per gli Stati Uniti e Israele, ha troppo spesso omesso di vedere e sottolineare.

Sull'altro dei fronti che ci hanno portato al dibattito odierno, ovvero quello libico, assistiamo ad un balletto - ce ne rendiamo conto vedendo le note stampa e le varie notizie che arrivano - in cui però a condurre il passo sono Russia e Turchia. A corollario di questa danza, suonata a forza di battaglie militari e con il sangue dei civili sul territorio, ci sono poi i commensali, che sono invitati per non fare dispetto e che però sono del tutto silenti e di natura meramente decorativa. Sia sul fronte mediorientale che in quello libico abbiamo assistito, come Italia e come Europa, da meri spettatori, ma questo lei, signor Ministro, e tutto il Governo lo sapete bene ed è proprio per questo che ci viene oggi a raccontare che l'Italia ha avuto un ruolo di primo piano.

Signor Ministro, lei ha riferito che l'Italia è stata parte fondamentale di tutta l'azione politica e diplomatica che ha portato al raggiungimento e alla confezione della Conferenza di Berlino, che tutti noi ci auguriamo vada a buon fine. Però questo ruolo di primo piano io non lo vedo e, purtroppo, non sono il solo.

Abbiamo assistito a molteplici comunicati stampa e interviste volanti, in cui lei e il presidente Conte, in una versione forse ingombrante per lei, auspicate un ruolo più importante di quello che avete. Le vorrei richiamare alcune dichiarazioni apparse recentemente sul tema dello scacchiere internazionale e, in particolare, sul ruolo che ormai da decenni si richiede - o meglio, si auspica - per l'Europa. Sono troppe e non le posso citare tutte. Il problema è che il risultato di tutta questa azione (al di là delle parole e delle relazioni che, come ha detto anche il senatore Casini, sono belle, di ruolo e opportune) non è pervenuto: di "ciccia" - mi si consenta l'espressione - non c'è nulla.

La battaglia energetica e di potere in atto oggi tra le maggiori potenze, prima di essere combattuta deve essere capita e compresa, ma per fare ciò, come immagino avrà avuto modo di intuire, a volte bisogna fare silenzio e approfondire il modo di agire senza dimenarsi. Il dimenarsi in politica estera troppo spesso provoca danni maggiori del silenzio stesso. Mi permetto di darle un suggerimento da mero rappresentante del popolo: i comunicati stampa e le dichiarazioni che rilasciava quando occupava la posizione di Ministro al Ministero dello sviluppo economico in politica estera non servono. Anzi, troppo spesso sono deleteri e non solo per lei, signor Ministro, ma anche per il nostro Paese e per tutto quello che riguarda il nostro aspetto.

D'altro canto, ormai, la marginalità del nostro Paese nel panorama internazionale è evidente a tutti. Badi bene, a dirlo non siamo noi, ma la maggioranza degli osservatori esteri. Il tentativo di organizzare un tavolo, fuori tempo e senza le condizioni necessarie, da parte del presidente Conte ne è un segno evidente e ogni ulteriore dichiarazione fatta nel tentativo di minimizzare l'accaduto non fa altro che peggiorare la realtà. Insomma, la toppa è peggio del buco.

Le suggerisco una cosa. Tra i vari temi che si discuteranno nella Conferenza di Berlino ve ne è uno che è stato già trattato al tavolo tra Russia e Turchia. Uno dei punti salienti dell'accordo dovrà essere quello di permettere il passaggio sicuro dei servizi di assistenza umanitaria. Ecco, per esempio: non ho sentito da parte sua alcun tipo di parola in merito all'assistenza umanitaria alle popolazioni in difficoltà. Credo che l'Italia, se non riesce a giocare un altro ruolo, almeno su questo dovrebbe impegnarsi. (Applausi dal Gruppo L-SP-PSd'Az).

Cosa posso dire, signor Ministro? Possiamo solo sperare in un suo ravvedimento operoso, che si concretizzi in una presa piena di coscienza circa la necessità di ripartire da zero, con la consapevolezza, però, che l'irrilevanza internazionale che il presidente Conte aveva inizialmente scongiurato, vista la sua vicinanza con tutti i grandi d'Europa, oggi pare non contare più. Peraltro, le ricordo che la Conferenza svoltasi a Palermo è stata presenziata proprio dal presidente Conte, però non vedo grandi risultati. Eppure il Governo - è vero - è cambiato, ma il Presidente è lo stesso.

Mi permetta di dire un'altra cosa. Saranno poi i cittadini a subire tutte le conseguenze di una scelta di politica internazionale che noi definiamo troppo ininfluente a livello internazionale, in quanto saranno proprio loro a sopportare e supportare anche economicamente gli effetti di una crisi libica che, al momento, non vede una grande uscita. Mi riferisco, in particolare, al settore energetico (perché poi, alla fine, le bollette le pagano i cittadini) e a quello dell'immigrazione (perché abbiamo già visto cosa vuol dire una politica sull'immigrazione sconsiderata). Forse a lei, signor Ministro, e all'avvocato del popolo questo non interessa, perché, se il popolo fosse davvero al centro dei vostri interessi, lo ascoltereste e lo fareste votare. Ma la democrazia oggi, evidentemente, fa paura. Auguri! (Applausi dal Gruppo L-SP-PSd'Az).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Romani. Ne ha facoltà.

ROMANI (FIBP-UDC). Signor Ministro, l'ho ascoltata con attenzione e devo dire che ci sono state, a mio avviso, alcune omissioni nella relazione, pur completa, che lei ha fatto oggi. L'omissione principale fondamentalmente è, a mio avviso, il motivo scatenante di alcune crisi che ci sono nel Medio Oriente. Il motivo scatenante è una novità che c'è stata nel mondo islamico: tale mondo non si divide più, come una volta, fra sunniti e sciiti; il mondo sunnita paga fino in fondo un processo di frammentazione che sta avvenendo fra sunniti cosiddetti moderati, quelli dell'Arabia Saudita, degli Emirati e dell'Egitto, e quelli invece legati ai movimenti vicini alla Fratellanza musulmana. Fratellanza musulmana, a sua volta, si sfrangia in movimenti che appoggiano le milizie jihadiste, Daesh, al-Qaeda e, al-Nusra, presente in Siria.

Il secondo elemento di novità - ma questo lei, signor Ministro, l'ha sottolineato - è che in Libia sta avvenendo quello che purtroppo è già avvenuto in Siria: un conflitto per procura fra Potenze straniere, che investe direttamente l'interesse nazionale: chi governa Tripoli, governa i processi migratori, i processi energetici e probabilmente anche i processi terroristici che possono investire il nostro Paese.

L'Accordo di Istanbul, prima, e quello di Mosca, dopo, fra Putin ed Erdogan - sottolineo: con la totale assenza dei Paesi occidentali - ha reso Mosca ed Ankara i nuovi protagonisti della politica nel Mediterraneo centrale, che è lo snodo strategico dei rapporti fra Africa ed Europa. Tutto questo accade a poche centinaia di chilometri dai nostri confini marittimi.

Ma la riproposizione in Libia della cosiddetta pax siriana è confortata dal fatto che, da un lato, al-Sarraj è appoggiato dalla Turchia e dal Qatar con uomini, milizie (comprese le milizie che hanno combattuto in Siria) e danari; l'altra parte, quella di Haftar, è appoggiata dagli Emirati, dall'Egitto e dalla Russia. Questo ha trasformato la Libia - per quello che dicevo prima - nel nuovo fronte di scontro fra i due schieramenti in lotta per la leadership del mondo sunnita: da un lato, Turchia e Qatar che appoggiano il Governo dell'ormai logorato organismo internazionale e, dall'altro, Emirati, Egitto e Arabia Saudita. Quindi un confronto non più solo politico e militare, ma anche religioso.

La frammentazione dell'Islam sunnita si polarizza in questo caso fra coloro che ritengono la Fratellanza musulmana la più pura espressione dell'Islam politico, e il gruppo di Paesi, fra cui Egitto, Arabia Saudita ed Emirati, come dicevo prima, che la ritengono invece espressione di un pericoloso gruppo di terroristi, che hanno come unico intento quello di distruggere gli Stati nazionali arabi per restituire, come si dice volgarmente, il potere agli ottomani.

Questo è il motivo di fondo per cui Haftar non ha voluto firmare l'Accordo-diktat di Mosca: perché i suoi referenti non sono solamente le tribù della Cirenaica, ma si chiamano Mohammed Bin Zayed, Mohammed Bin Salman, al-Sisi. Queste persone, che sono i Presidenti dei rispettivi Paesi, pretendono che nell'Africa araba del Nord non ci sia più un'isola collegata con Fratellanza musulmana (Applausi dal Gruppo FIBP-UDC), perché vogliono vincere la battaglia della supremazia religiosa nel mondo sunnita.

Una delle tante cose gravi che sono accadute in questo periodo è stato anche il patto militare e marittimo firmato da Erdogan con al-Sarraj: hanno creato una continuità territoriale fra acque libiche e acque turche, ed hanno diviso in due il Mediterraneo colpendo gli interessi energetici e strategici di Paesi come Grecia, Cipro, Israele, Egitto e - mi faccia dire - anche di un Paese che si chiama Italia. Ma su questo tornerò dopo.

Per carità di Patria voglio sorvolare sul penoso episodio del vertice con Haftar, il quale era venuto a Roma per ben altri motivi, non per incontrare il Governo italiano; aveva un appuntamento con due alti funzionari del Dipartimento di Stato: quello era il suo appuntamento. Quando ve ne siete accorti, in maniera un po' grottesca avete rimodulato l'agenda di Haftar e la vostra agenda, e avete preteso di incontrarlo, creando nel contempo, ovviamente, uno sgarro nei confronti del Governo di al-Sarraj, da voi sostenuto, il quale ha brutalmente sbattuto la porta in faccia al Presidente del Consiglio italiano, che lo sosteneva. Ma, guarda caso, tutti e due i leader, quando sono stati convocati da Erdogan e da Putin, sono immediatamente corsi a Mosca per trovare quell'intesa.

Ma catastrofe diplomatica dopo catastrofe diplomatica, lei, signor Ministro, e questo mi ha veramente sorpreso, si è rifiutato di firmare un documento sottoscritto da Francia, Egitto, Cipro e Grecia, nel quale si rendeva vuoto e nullo il patto marittimo fra al-Sarraj ed Erdogan. Lei mi deve spiegare per quale straordinario motivo.

Per non creare un motivo di contenzioso con la Turchia, che si è intromessa nei nostri affari? Per non creare un contenzioso con al-Sarraj, che le ha sbattuto la porta in faccia? Per quale motivo non l'ha voluto firmare? Era solo un documento che dichiarava, però, nullo quel patto marittimo scellerato che ha separato in due il Mediterraneo centrale.

L'unica cosa che lei ha fatto è stato di invocare un intervento internazionale sul modello UNIFIL nel Sud del Libano. A proposito di UNIFIL, io penso che lei sia informato del fatto che ogni settimana, nel Sud del Libano, ci siano incontri tripartiti fra organizzazione internazionale, rappresentata dai caschi blu, comandati oggi dal generale italiano, da Israele ed Hezbollah. Nel Libano, l'organizzazione internazionale ONU, che prende ordini direttamente dal Segretario generale dell'ONU, incontra regolarmente un'organizzazione che, negli Stati Uniti, è considerata una organizzazione terroristica. Quindi, la complessità e le contraddizioni del Medio Oriente, a mio avviso, vanno analizzate per quello che sono.

Qui farò alcune osservazioni, che non so se il presidente Casini apprezzerà, coraggiose rispetto alla politica degli Stati Uniti. Io penso che le diverse amministrazioni americane abbiano fondamentalmente destabilizzato il Medio Oriente in questi decenni. Hanno invaso impropriamente l'Iraq. Hanno dato l'appoggio, con l'amministrazione Obama, alle primavere arabe, creando i disastri che questo appoggio ha generato. Hanno appoggiato organizzazioni jihadiste criminali nella guerra di Siria. Hanno appoggiato i curdi, per poi ritirare improvvisamente l'appoggio dato loro quando non serviva più. Ed hanno concluso questo processo di destabilizzazione con l'omicidio del generale Qasem Soleimani.

Solo una battuta su questo episodio, di carattere generale, signor Ministro. Io rimango convinto che nei Paesi occidentali l'uso della violenza debba essere sottoposto a determinate regole, quelle dei valori che noi rappresentiamo. Se vogliamo essere rispettati nel mondo, noi per primi dobbiamo rispettare quelle regole.

Non so se la decisione di uccidere, in mezzo a una strada, un alto esponente di un Governo sovrano rispetti queste regole. Soleimani non era considerato alla stregua di un pericoloso e conclamato terrorista internazionale. (Applausi dal Gruppo FIBP-UDC).

Soleimani ha partecipato alla guerra contro l'ISIS. Le brigate sciite hanno dato un fortissimo, enorme, incredibile tributo di sangue per liberare città come Mosul, come Raqqa, come Aleppo. L'hanno fatto per eroismo? L'hanno fatto perché stavano dalla nostra parte? L'hanno fatto perché erano alleati della coalizione internazionale? Io so che l'hanno fatto. E uccidere Soleimani oggi ripropone - a mio avviso - di nuovo i termini del rapporto con l'Iran.

L'Iran è una semidemocrazia, e non so se il presidente Casini mi farà passare il termine; una semidemocrazia, dove si vota, comunque, per un Presidente della Repubblica con potere esecutivo ma controllato da autorità religiose sciite. Quell'Iran vuole consolidare la Mezzaluna sciita che c'è nel Medio Oriente e vuole ritrovare un proprio ruolo all'interno del tavolo negoziale che presiede alla soluzione delle crisi.

Quel tavolo si chiama Astana nel caso della Siria e lì è regolarmente invitata. Tavoli che, ovviamente, non prevedono la partecipazione dei Paesi occidentali. Detto in parole povere, noi pretendiamo che l'Iran possa giocare un ruolo, ma pretendiamo, al contempo, che non diventi una potenza nucleare. E attiviamo un principio di sanzioni nei confronti di questo Paese, impoverendo la sua popolazione e sicuramente dando beneficio alle parti più estremiste di quel Paese e non alle parti più moderate. Ma ritenete che questo sia razionale e ragionevole?

Ritenete che questa possa e debba essere la politica dei Paesi occidentali? Sono domande che mi pongo, Ministro; nessuno di noi ha la soluzione.

Lei ha detto, in uno dei cinque punti della sua informativa, no all'opzione militare. Le dico francamente che se non ci assumiamo delle responsabilità non solo non saremo protagonisti di tavoli di pace, di pacificazione e di stabilizzazione, ma non verremo nemmeno invitati ai tavoli. No all'opzione militare vuol dire contraddire anche la politica di questo Paese: abbiamo combattuto in Afghanistan, abbiamo - ed è stato un errore madornale - bombardato la Libia, abbiamo partecipato attivamente a una guerra nei Balcani, imponendo la pace. Nella grammatica della diplomazia internazionale, ci sono missioni di peacekeeping e ci sono missioni di peace enforcing e quindi la scelta non è sempre no all'opzione militare, questo vuol dire poi lasciare campo libero a quelli che invece a diversi tipi di azioni ed opzioni militari si attivano e sono nelle condizioni di farlo; come è stato dimostrato in Libia e come è stato dimostrato in Siria.

Lei ha parlato prima di controllo dell'embargo, ebbene EUNAVFOR Med prevede, in alcuni punti, che si possa intervenire militarmente addirittura sulle coste libiche e quando lei dovrà preoccuparsi di garantire l'embargo delle armi in Libia - cosa che oggi non viene garantita - dovrà attivare un'opzione che non so se lei definirà militare, ma che comunque è un'opzione diversa rispetto a un tavolo di pace.

Le dico allora, Ministro, che abbiamo fatto delle pessime figure, in questa settimana. L'Italia è esclusa dai tavoli che contano. Lei si vanta tanto di andare alle ore 14 di domenica prossima a Berlino, ma la Conferenza di Berlino è un atto formale, nel cui ambito sarà ratificato l'accordo di Mosca, che è stato preceduto dall'accordo di Istanbul e dove gli unici protagonisti che sono rimasti sul terreno si chiamano Turchia e Russia. Il sovrainvestimento che avete fatto e che state facendo sulle organizzazioni internazionali non porta da nessuna parte. Rivendicate per il nostro Paese, che rappresentate, quello che non avete fatto fino ad oggi, attivando anche una serie di opzioni che obbligano ovviamente quel Governo ad assumersi le uniche responsabilità che gli consentono poi di partecipare fattivamente alle soluzioni e ai tavoli di pace. (Applausi dal Gruppo FIBP-UDC).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Rauti. Ne ha facoltà.

RAUTI (FdI). Signor Presidente, onorevole Ministro, onorevoli colleghi, questa mattina, nelle Commissioni difesa di Camera e Senato, in seduta congiunta qui in Senato, abbiamo ascoltato l'informativa del ministro Guerini, come sollecitato dal Gruppi di Fratelli d'Italia e da quelli di altre forze politiche.

Presidenza del vice presidente ROSSOMANDO (ore 12,57)

(Segue RAUTI). Sarebbe stata utile un'audizione con il Ministro degli affari esteri presso le Commissioni esteri di Camera e Senato in seduta congiunta. Ieri sera abbiamo anche partecipato al tavolo di Palazzo Chigi con il presidente del Consiglio Conte e abbiamo adesso ascoltato lei in Aula, mentre non avremo il question time con il Presidente previsto per giovedì. Tutto il quadro, quindi, potrebbe e dovrebbe - sia pure nella sua complessità inevitabile - apparire chiaro e invece chiarezza non c'è e non c'è su questioni nevralgiche.

L'Italia si è mossa - verrebbe da dire, piuttosto, che si è agitata - interloquendo, è vero, con le diplomazie internazionali, secondo una linea che il Presidente ieri sera ha definito di coerenza, ma quello che non appare è la consistenza di questa linea, la concretezza, quella che gli antichi definivano l'ubi consistam.

In particolare, voglio riferirmi alla crisi dello scenario libico, dove una protratta assenza europea ed italiana che naturalmente - lo ammettiamo - vi precede, unita ad un ripiegamento americano, ha consentito che nuovi attori divenissero protagonisti nell'area e se una volta c'era il ruolo fondamentale riconosciuto alle tribù ora abbiamo anche - permettetemi l'espressione - uno zar e un sultano, che nella tutela dei loro rispettivi e molto diversi interessi geopolitici ed economici, sono diventati player fondamentali e praticamente esclusivi. Questo è il punto.

Nel frattempo, le interlocuzioni italiane con al-Sarraj e con Haftar si sono svolte - come è a tutti noto - in una cornice pasticciata e con qualche inciampo - diciamo così - di cerimoniale e di diplomazia. Anche se non ci sfugge e non sfugge a nessuno l'importanza della nostra partecipazione alla Conferenza di Berlino, che ci auguriamo vada meglio di quella di Palermo, prevista per domenica alle ore 14, cui parteciperà (lo sappiamo adesso) anche il segretario di stato americano Pompeo, quello che ci continua a sfuggire, però, è che cosa noi andremo a dire a Berlino. Qual è la posizione italiana rispetto ad alcune questioni centrali?

Siccome è indubbio che l'obiettivo comune sia quello di arrivare alla Conferenza con una tregua siglata anche da Haftar, che invece ha chiesto tempo per sottoscriverla, oggi il cessate il fuoco è fragile e non ci appare niente affatto sostanziale, come lo ha definito il Presidente del Consiglio ieri sera e come ha detto anche lei in Assemblea; né siamo sinceramente convinti che potrebbe reggere, se non venisse sottoscritto anche dall'uomo forte della Cirenaica. Infatti, dietro al-Sarraj c'è la Turchia di Erdogan, che Haftar non vuole al tavolo; voglio anche richiamare l'attenzione sul fatto che Erdogan è l'imperialista (ricordiamo anche l'atteggiamento avuto con la Siria) che si pone come riferimento degli integralisti sunniti. Allora, se dietro al-Sarraj c'è la Turchia di Erdogan, dietro Haftar ci sono la Russia, ma anche l'Arabia Saudita, gli Emirati Arabi, l'Egitto. Insomma, una complessità estrema, che nelle relazioni non emerge nella sua interezza.

In questo scenario fluido, la questione centrale che si impone è l'ipotesi di cui si sente parlare con insistenza dell'invio di una forza armata sopranazionale: una missione di interposizione, che possa monitorare e garantire il rispetto del cessate il fuoco. Non si sa se tale missione si verificherebbe con i caschi blu - quindi sotto l'egida delle Nazioni Unite - o in una forma diversa, come abbiamo letto e ascoltato praticamente ovunque; il che significa, con l'invio di un contingente europeo. In questo caso, la domanda sottesa (un'altra domanda) è quale Paese europeo ne dovrebbe avere la guida e il comando. La Francia, che in Libia ha sempre giocato la sua partita esclusiva ed egoista, senza entrare nel merito del conflitto del 2011 contro Gheddafi, e che oggi incalza per un contingente europeo? Oppure la guida potrebbe essere dell'Italia, per la sua storia e la sua vocazione, nonché per la posizione geopolitica che riveste nello scenario internazionale?

Inoltre, non c'è chiarezza sulle nostre missioni militari presenti nell'area mediorientale e in Libia, a Misurata, in un momento in cui gli scenari sono radicalmente modificati. Ci è stato spiegato (ma è ovvio) che le misure di sicurezza sono state innalzate e sono state sospese le attività addestrative che i nostri contingenti portano avanti, ottimamente, da tempo, ma non conosciamo la postura operativa dei nostri contingenti, esposti a un rischio potenziale e ad effetti collaterali e quali siano le effettive condizioni di sicurezza in cui i nostri militari si trovano ad agire.

Infatti, se gli scenari cambiano - e sono drammaticamente cambiati - anche le missioni devono cambiare, devono essere adeguatamente finanziate, in misura eccezionale e straordinaria; devono essere definite nuove e chiare regole di ingaggio. Tutto questo non emerge.

Altro chiaroscuro, Ministro, riguarda le affermazioni che ho sentito sulla Libia unita, libera e sovrana e sull'importante integrità territoriale della Libia: sicuramente un bel concetto. Quindi la vostra posizione non è quella che prevede una soluzione anche a prezzo della spartizione e della divisione della Libia tra la Cirenaica e la Tripolitania (rammento che esiste anche il Fezzan, con la sua autonomia e anarchia), come hanno detto ieri il presidente Conte e il sottosegretario per la difesa Tofalo nei giorni scorsi, in un'ampia e articolata intervista? Non capisco le tre posizioni come possano essere ridotte ad unità e quale sia quella italiana.

E allora l'altro aspetto: un ulteriore elemento importante, ma confuso, è la questione del blocco navale, proposta rimbalzata sulla stampa, alla quale mancano elementi di definizione e che non conosciamo, e lo andremo a dire a Berlino. Premesso che storicamente Fratelli d'Italia ha sempre invocato - e continua a farlo - la creazione di un blocco navale al largo delle coste libiche per fronteggiare le ondate migratorie clandestine, impedendo ai barconi della morte di partire; premesso che non ci avete mai ascoltato e avete sostenuto che era un'ipotesi irrealizzabile e un atto di guerra; oggi ci date ragione, ma non spiegate come intendereste realizzare tale blocco - o interdizione marittima, come l'avete anche chiamata in un'altra occasione - e come esso dovrebbe interessare soltanto il traffico delle armi che arrivano anche via terra e aerea; nonché come eventualmente l'operazione Sophia EUNAVFOR Med, senza una reale forza navale, potrebbe svolgere tale compito; e ancora, quali sono le nostre posizioni sulla no-fly zone e sulla messa in sicurezza degli impianti ENI di cui non si parla abbastanza.

Volendo essere chiari, saltando alcuni passaggi e andando a concludere, con una posizione responsabile e non polemica, perché mettiamo sempre al primo posto l'Italia e l'unità nazionale, la politica estera, in un momento in cui pare che l'Europa abbia perso la sfida diplomatica, la politica estera del Governo ci appare inconsistente, basata su slogan e propaganda, su una sostanziale marginalità politica del nostro Paese, nell'ambito di un'assenza di strategia dell'Unione europea, incapace di parlare con una voce sola e chiara.

Non appariamo centrali, come soggetto pacificatore, al di là del vostro storytelling; sembriamo accodati alla spartizione della Libia in atto fra Russia e Turchia e, soprattutto, non esercitiamo un ruolo centrale e fondamentale. Non siamo influenti, siamo inconsistenti e non basta dire che aspettiamo la Conferenza di Berlino con trionfalismo: in Libia non c'è soltanto un patrimonio energetico, ma attraverso di essa passa un vasto disegno politico e geopolitico in grado di condizionare il resto del mondo, la sicurezza nazionale, la lotta globale al terrorismo jihadista, l'Islam politico integralista e minaccioso e l'integralismo sunnita.

Di fronte a tutta questa sfida scegliere di non scegliere è comunque una grave responsabilità, la peggiore. (Applausi dai Gruppi FdI e FIBP-UDC).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Ferrara. Ne ha facoltà.

FERRARA (M5S). Signor Presidente, vorrei ricordare al collega Romani, che prima è intervenuto e che giustamente ha condannato l'attacco alla Libia del 2011, che il suo partito era al Governo: nessuna lezione, quindi, per cortesia. (Applausi dal Gruppo M5S).

La decisione di Trump di eliminare il generale iraniano Qasem Soleimani sta producendo effetti opposti a quelli che forse il Presidente degli Stati Uniti e il Pentagono si aspettavano: non un indebolimento dell'Iran e un rafforzamento dell'egemonia americana nel Medio Oriente, bensì il contrario.

Innanzi tutto, va fatta una doverosa premessa: ai nostri storici alleati statunitensi ricordiamo che, pur comprendendo le preoccupazioni per il crescente attivismo militare iraniano in Medio Oriente, la pratica degli omicidi mirati rappresenta una violazione del diritto internazionale che non solo danneggia l'immagine della democrazia americana nel mondo, ma costituisce un precedente molto preoccupante. (Applausi dal Gruppo M5S).

L'azione di Trump ha rafforzato i fan più oltranzisti del regime di Teheran, rendendo più difficile il dialogo e indebolendo le forze moderate che da decenni si battono per la democratizzazione e la laicizzazione dell'Iran e che oggi tornano in piazza sull'onda della rabbia per l'abbattimento dell'aereo passeggeri. Il primo risultato concreto è l'uscita di Teheran dall'accordo internazionale sul nucleare iraniano, che Trump per primo aveva disconosciuto nel 2018, una svolta che desta grave allarme e mette a rischio la sicurezza globale e che dobbiamo fare di tutto per scongiurare.

L'Italia, grazie ai suoi storici buoni rapporti, sia con Teheran che con Washington, deve essere in prima fila per salvare questo importantissimo accordo. Purtroppo nel 2003 il Governo Berlusconi precluse all'Italia l'ingresso nel gruppo di contatto europeo; è giunto il tempo di rimediare a questo gravissimo errore, tornando ad essere protagonisti di questa trattativa.

Riportare l'Iran in seno alla comunità internazionale è auspicabile non solo per la salvaguardia della pace regionale e mondiale, ma anche per disinnescare la sempre più stretta spirale delle sanzioni che stanno strangolando l'economia iraniana, ma stanno anche danneggiando il nostro Paese. Basti pensare al crollo dei volumi di interscambio tra Italia e Iran. L'import è crollato dai 3 miliardi del 2018 ai 120 milioni del 2019; l'export si è più che dimezzato, passando da 1,7 miliardi del 2018 a circa 700 milioni del 2019.

Il nostro obiettivo deve essere sempre quello di perseguire i nostri interessi nazionali, essere attori protagonisti e non recitare un copione scritto da altri, che spesso diverge e persino contrasta con le nostre finalità geopolitiche ed economiche.

L'azione unilaterale di Trump ha ulteriormente destabilizzato la Regione mediorientale, aumentando anche i rischi per le nostre truppe presenti in gran numero in tutta quell'area, a cui va ovviamente il nostro ringraziamento, dall'Iraq, al Libano, all'Afghanistan. Ritengo sia arrivato il momento di valutare, insieme ai nostri partner, se sussistano le condizioni per riconsiderare modalità e consistenza della nostra missione di supporto alla lotta al terrorismo. Una valutazione non meno impellente di quella già avviata per la missione in Afghanistan e che ci deve inserire in una più ampia rimodulazione della nostra presenza militare all'estero.

Ringrazio il ministro Luigi Di Maio che con le sue parole e il suo operato sta dimostrando lucidità, equilibrio e un grande senso di responsabilità. (Applausi dal Gruppo M5S). Contrariamente a chi, nel disperato tentativo di accreditarsi agli occhi di Washington, plaude irresponsabilmente all'assassinio di un alto esponente di un Paese sovrano senza valutarne le gravi conseguenze, anche per noi italiani. Altro che sovranismo.

L'approccio del Ministro, che è quello dell'intero Movimento 5 Stelle, nasce dalla semplice constatazione di quanto è accaduto in Medio Oriente negli ultimi trent'anni di storia e, cioè, che l'uso della forza e delle armi non risolve mai i problemi, ma ne crea di maggiori; non porta pace e stabilità, ma genera violenza e caos. Solo il dialogo e il rispetto della legalità internazionale garantiscono la pacifica convivenza tra i popoli. (Applausi dal Gruppo M5S. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Garavini. Ne ha facoltà.

GARAVINI (IV-PSI). Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, non possiamo ancora tirare un sospiro di sollievo. La situazione, almeno in Libia, continua ad essere esplosiva e il problema è che, comunque si evolva la situazione, le tensioni degli ultimi giorni in Medio Oriente sono destinate ad avere in ogni caso preoccupanti ripercussioni in Italia ed in Europa.

Innanzitutto in termini di politica estera l'Europa nel Mediterraneo, in questi giorni, si è rimpicciolita e questo è grave perché quando si lascia un vuoto questo viene riempito e non sempre da forze che vanno e che fanno bene. Vedere la Russia e la Turchia aspiranti egemoni davanti alle nostre porte è la dimostrazione che nelle ultime settimane qualcosa è andato storto.

Inoltre è probabile che ci sarà una ripresa dei flussi migratori dai porti libici già nel corso degli ultimi giorni, durante il weekend, le Organizzazioni non governative (ONG) hanno ricominciato ad intercettare centinaia di profughi in mare in situazioni di pericolo. Contemporaneamente aumenta anche il rischio di una nuova recrudescenza di attentati terroristici in giro per l'Europa e non è da escludere che si creino possibili problemi negli approvvigionamenti di petrolio.

Dunque permane una grossa pericolosità, anche in un territorio nel quale l'Italia storicamente ha sempre giocato un ruolo importante, da protagonista. Per di più, inutile nasconderlo, c'è l'aggravante che il nostro Paese non ha sostanzialmente voce in capitolo; cosa che rende il tutto ancora più allarmante. Gli anni e i tempi nei quali i Governi di centrosinistra, i Governi Renzi e Gentiloni Silveri, riuscivano a riportare il Mediterraneo nelle agende sia della NATO che dell'Unione europea, sembrano ormai lontani anni luce.

Con il Governo a trazione leghista, infatti, soprattutto sulla Libia sono stati commessi numerosi errori dal nostro Paese. Anzitutto, l'Italia aveva smesso di occuparsi di politica estera: declinava la politica estera esclusivamente in termini di questioni migratorie (Applausi dal Gruppo IV-PSI), tralasciando tutto il resto: politica di buon vicinato, sostegno alle esportazioni, interessi energetici degli italiani. Per di più, l'Italia ha disertato i vari vertici ministeriali, sia a livello europeo sia a livello internazionale. Purtroppo, anche di recente, l'Italia, per esempio, non ha partecipato all'ultimo G20, provocando un infelice e pericoloso isolamento del nostro Paese. Non a caso, non abbiamo perseguito nessuna chiara strategia a livello internazionale, arrivando addirittura a creare confusione persino in termini di conferma dei nostri alleati storici. A corollario di questa situazione, già di per sé molto preoccupante, c'è il fatto che l'Europa da anni ha diverse difficoltà a parlare con una sola voce.

Ecco che si rende necessaria una svolta netta dell'agire politico dell'Italia sulle questioni estere. Innanzi tutto, è necessario che l'Italia sieda con continuità a tutti i tavoli europei e internazionali, sia di natura tecnica, preparatori dei vari summit, sia a quelli politici, e che si ritorni a fare politica con la P maiuscola.

La politica estera non può essere lasciata all'improvvisazione dell'ultimo momento, in caso di emergenza o in prossimità dello scoppio di una guerra. La politica estera si basa sulla credibilità degli attori e sui rapporti di fiducia costruiti negli anni. Inoltre, è importante partire dal presupposto - anche questa un'eredità del Governo precedente - che nessun singolo Paese può farcela da solo. Anzi, proprio le spaccature all'interno dell'Europa e il conseguente immobilismo dell'Unione europea non fanno altro che favorire Paesi esterni; tutto sommato, le stesse Turchia e Russia hanno saputo avvantaggiarti proprio di questo, di singoli egoismi e quindi, appunto, hanno cercato di andare a riempire quel vuoto che si è andato a creare.

Serve, allora, un'azione compatta, concertata a livello europeo; è opportuno e strategico agire come Europa anche e soprattutto sulle questioni di politica estera e di politica di difesa, rilanciando il progetto di un esercito europeo, che metta tutti gli Stati membri nelle condizioni di far sentire forte il peso di una grande forza democratica come l'Unione europea, anche rispetto a giganti mondiali come Russia, Cina, Stati Uniti o altre realtà emergenti.

Bisogna, poi, essere chiari e coerenti anche in tema di alleanze. Trump è un presidente che fa venire spesso i brividi, ma è anche vero che un presidente non fa il Paese che rappresenta. In questo senso, credo che gli Stati Uniti continuino a essere i nostri principali alleati, nonostante le difficoltà contingenti di questa fase politica. Al tempo stesso, credo che il nuovo contesto internazionale non ammetta ingenuità. Dobbiamo interpretare bene le politiche estere degli altri. Ecco che per Erdogan la missione di guerra in Libia, probabilmente, non è tanto lo strumento per scatenare un vero conflitto bellico quanto, piuttosto, il deterrente nei confronti della Russia per poter così partecipare alla spartizione della Libia e potenziare il proprio peso geopolitico in tutta l'area del Mediterraneo a scapito dell'Europa, approfittando proprio delle stesse divisioni europee.

Meno male, dunque, che l'Europa, dopo settimane di silenzio, stia finalmente attrezzandosi per cercare di boicottare il tentativo di Russia e Turchia di ripartirsi da sole le zone di influenza della Libia, in un'area per noi così strategica. Meno male che si sia fissata e confermata la data della Conferenza di pace sulla Libia, da tenersi a Berlino, con tutti gli attori in campo, compresi i Paesi vicini alla Libia. Bisogna sì, come diceva lei, Ministro, operare per una soluzione politica in cui l'Europa ma anche l'Italia riacquistino un ruolo importante, continuando a insistere per un embargo immediato delle armi dirette verso la Libia e ripristinando anche - ci auguriamo - l'operazione Sophia, in una versione che veda nuovamente il coinvolgimento sia della Marina che dell'Aeronautica, e anche delle flotte di altre Nazioni europee, rivolte, quindi, a un contrasto efficace ai trafficanti di esseri umani, alla difesa delle frontiere e anche al salvataggio di profughi in mare.

Ben venga anche l'invio di una forza di pace europea in Libia, con la partecipazione di militari italiani sotto l'egida delle Nazioni Unite, a patto - di questo va dato atto sicuramente al Governo - che si raggiunga un accordo e che si garantiscano le condizioni di sicurezza per le nostre Forze armate.

Anche in Iran la situazione continua a essere altamente a rischio, nonostante l'allentarsi della tensione nella regione. Grazie al cielo non ci sono state vittime; è positivo che da parte della difesa si siano previste in via immediata misure di sicurezza a sostegno delle nostre donne e uomini impegnati in missioni. Solo che, purtroppo, con l'uccisione di Soleimani da parte di un raid statunitense si è di nuovo aizzato tutto quel clima di antiamericanismo e, indirettamente, anche di antioccidentalismo in tutto il Medio Oriente. Tale clima, dunque, potrebbe interessare anche tutto il mondo occidentale, riportando in auge il rischio di nuovi attentati terroristici e di una nuova ripresa della spirale di violenza nelle varie città europee.

Da un lato, nessuno, anche tra le parti in causa probabilmente, si augura di scatenare una guerra, ma quanto sia facile che la situazione sfugga di mano lo si è visto, per esempio, con l'esplosione del Boeing ucraino e con la conseguente morte di tutti i passeggeri a bordo.

Ecco perché bisogna tenere aperti tutti i canali di dialogo. L'Europa anche su questo non può e non deve aspettare; né può stare con le mani in mano ad attendere le azioni altrui. In particolare, è positivo l'impegno, espresso anche quest'oggi dal Ministro, di ripristinare il dialogo sul nucleare perché, per quanto i fatti avvenuti rendano improbabile la ripresa del dialogo, è assolutamente importante che si faccia di tutto proprio per rimettere in moto il processo. A questo proposito, può essere utile il rilancio di scambi economici tra l'Europa e l'Iran, proprio perché, in una fase delicata come questa, si deve ridurre l'isolamento dell'Iran e offrirgli motivazioni per evitare una nuova corsa al nucleare.

Rispetto alla situazione in Iraq, invece, credo sia opportuno continuare a prevedere la presenza dei nostri soldati impegnati nell'addestramento delle forze locali. Insomma, signor Ministro, bisogna che l'Italia torni a essere protagonista e motore propulsore capace di spronare l'Europa in politica estera, in primis su tutte le questioni che vertono sulla area del Mediterraneo.

Signor Presidente, vorrei inviare, a nome di tutto il Gruppo Italia Viva, ma sono certa anche a nome di tutta l'Assemblea, una sentita espressione di gratitudine e di vicinanza a tutte le donne e gli uomini delle nostre Forze armate, impegnati in particolare nelle missioni nei territori oggetto della nostra informativa. Sono 2.240 tra Iraq, Libia e Iran. A loro e alle loro famiglie va il nostro grande apprezzamento per la presenza e il valore che esprimono per essere uomini e donne di pace, espressioni di democrazia, impegnati non soltanto per la sicurezza dell'Italia, ma per la sicurezza a livello globale. (Applausi dal Gruppo IV-PSI. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice De Petris. Ne ha facoltà.

DE PETRIS (Misto-LeU). Signor Presidente, ringrazio il ministro Di Maio per la sua relazione in cui con molta chiarezza - lo voglio dire in premessa del mio intervento - credo abbia dimostrato come nei fatti ci sia un'inversione di tendenza nella nostra politica estera, in particolare nell'area del Mediterraneo. Lo dico senza piaggeria e senza tentativi di difese d'ufficio.

Credo che l'attivismo degli ultimi tempi e la capacità di riprendere una serie di rapporti diplomatici stanno a dimostrare che siamo in grado di poter riprendere una forte iniziativa politica diplomatica in uno scenario - lasciatemelo dire - che non scopriamo adesso essere complicato e complesso e che si è ulteriormente aggravato negli ultimi tempi. Per quanto riguarda la vicenda della Libia, non possiamo rimuovere quanto accaduto e le difficoltà del nostro Paese e dell'influenza italiana in Libia, che derivano dalla scelta che fu fatta di bombardare.

Spesso anche nel nostro dibattito questa cosa è rimossa, ma con questo dobbiamo continuare a fare i conti e dobbiamo anche dire, con molta chiarezza, quello che è accaduto. Abbiamo avuto, anche nel rapporto con la Libia, un'ossessione, che oggi finalmente viene modificata, perché ora guardiamo agli interessi geopolitici dell'Italia, mentre prima - penso per esempio alle azioni dell'ex ministro Salvini - i rapporti con la Libia erano dettati solo e unicamente dall'ossessione dell'immigrazione. Questo è il punto fondamentale: si trascurava completamente il resto e si facevano scelte che non privilegiavano certamente l'operazione di dialogo tra le parti, ma che erano scelte di appiattimento, solo e unicamente in virtù di questa benedetta ossessione.

Voglio ricordare tutto quello che è accaduto, la difficoltà e la complessità, perché, come ha detto bene il senatore Casini, abbiamo avuto e abbiamo a che fare, proprio sulla vicenda libica, con una divisione dell'Europa - questo è il punto - e anche con uno scontro all'interno dell'Europa, tra chi pensava di poter difendere i propri interessi nazionali solo con il protagonismo di un unico Paese, nella sfida tra Paesi, dimenticando che l'unica possibilità per difendere gli interessi dei singoli Paesi, per l'Italia così come per la Francia, è legata al fatto che l'Europa possa parlare con una voce sola e i fatti credo lo stiano a dimostrare. Per questo accogliamo con grande favore la Conferenza di Berlino e non dobbiamo sottovalutare affatto il ruolo che l'Italia ha avuto per la sua convocazione. Lì c'è la grande sfida, italiana ed europea, di recuperare un ruolo da protagonista, per poter svolgere un ruolo nel Mediterraneo e per evitare di essere completamente marginalizzati, dal tentativo che si sta portando avanti, con il protagonismo di Turchia e Russia e con un processo di "sirianizzazione" - questo è infatti il pericolo che incombe sulla Libia - per arrivare di fatto al protettorato e alla spartizione. Ciò che si sta producendo, come sappiamo tutti ormai da tempo, è anche una guerra per procura. Per questo motivo è giusta la strada di perseguire sempre, continuamente, il dialogo e di far capire alle varie parti libiche che l'interesse della Libia e l'unica possibilità per la Libia di avere un'unità territoriale e un recupero di sovranità risiede solo e unicamente in un dialogo forte con un'Unione europea che sappia parlare anch'essa con una voce unica. Gli interessi della Libia, infatti, non possono essere affidati alla disfida tra Turchia e Russia.

Voglio dire un'altra cosa: in questa sede ancora una volta ho sentito dire che il prestigio e l'influenza di un Paese siano nei fatti legati alla scelta dell'opzione militare - c'è stato un intervento del senatore Romani su questo - come se il prestigio di un Paese possa esercitarsi solo così. Appoggiamo invece pienamente la scelta del nostro Paese e le dichiarazioni rese dal ministro Di Maio, sul fatto che, per quanto ci riguarda, la strada maestra è invece quella di coltivare continuamente non solo la strada diplomatica, ma anche il dialogo tra le parti. Dopo tutto quello che è accaduto in questi anni in tutta l'area del Medio Oriente, ancora pensiamo che l'opzione militare sia l'unica strada per stabilizzare quei territori? È stato esattamente il contrario. Vorrei ricordare che siamo in Iraq da diciassette anni, siamo in Afghanistan da diciannove anni, come coalizione occidentale, e ancora oggi la situazione non si è assolutamente stabilizzata, anzi, la destabilizzazione continua progressivamente. Anche le scelte di opzione militare sono la scia sanguinosa delle politiche energetiche, perché di questo stiamo parlando. Oggi, per un Paese come l'Italia e per fare in modo di diventare noi il traino di una ripresa di azione unitaria dell'Europa, la strada principale - torno a ripetere - è quella di coltivare le possibilità del dialogo tra le parti e di riuscire con un'azione profonda, perché non c'è altro modo.

Ho sentito parlare di missioni. Le uniche possibilità che noi abbiamo sono, ovviamente, quelle di una missione di monitoraggio della pace, ma con il consenso delle parti, sotto l'egida dell'ONU. Sarà pure finito il multilateralismo, ma esiste ancora un principio di legalità internazionale ed è l'unico modo perché ci possa essere il consenso delle parti in causa. Questa è la strada che ci può ridare prestigio e rimettere in campo una forza come l'Italia, perché questa è la storia e la tradizione del nostro Paese.

Non possiamo pensare che oggi ci siano responsabilità per scelte che sono state assolutamente sbagliate e dannose anche per gli interessi italiani. Gli interessi italiani nel Mediterraneo si tutelano in questo modo, con una capacità di parlare con i vari attori e con una capacità - che speriamo possa realizzarsi nella Conferenza di Berlino - dell'Europa di ritrovare una propria forza e un proprio protagonismo, perché non credo che nell'area del Mediterraneo sia più possibile pensare che altri partner, come Turchia e Russia, possano continuare a occupare uno spazio perché ciò va concretamente contro gli interessi dell'Europa e del nostro Paese.

Sulla vicenda di Iran e Iraq, anche qui ho sentito accuse di pressapochismo e di gaffe. A proposito di irresponsabilità profonda, ma ci siamo dimenticati - e concludo davvero - che cosa ha detto Salvini dopo il raid americano che ha ucciso Soleimani? Addirittura ha inneggiato a questa azione. Credo che, poiché ne abbiamo la possibilità (noi siamo il ponte con l'Iran), dobbiamo continuare a lavorare per una ripresa forte del dialogo e, insieme all'Europa, perseguire ancora l'idea di tenere in piedi l'accordo sul nucleare.

Quanto alla missione in Iraq, mi lasci dire Ministro, credo che noi dovremmo riflettere su come proseguire, perché non possiamo pensare che, dopo che altri hanno destabilizzato, noi rimaniamo lì a correre il rischio di pagare tutte le conseguenze delle scelte di destabilizzazione irresponsabili che altri, come gli Stati Uniti, hanno assunto.

Ringrazio tutti e soprattutto il Governo per il lavoro fatto. Continuiamo così, perché credo che Conferenza di Berlino potrà essere, con il nostro lavoro e impegno insieme agli altri partner europei, un punto importante per riuscire a offrire una possibilità di stabilizzazione della Libia. (Applausi dal Gruppo Misto-LeU).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Urso. Ne ha facoltà.

URSO (FdI). Signor Presidente, a noi di Fratelli d'Italia, che siamo una forza patriottica, non sono sfuggiti, né possono sfuggire quanto lei ha affermato in questa sede, cioè la necessità di trovare una posizione univoca, coesa e condivisa in politica estera della nostra Nazione, tantomeno ciò che ha fatto ieri sera il Presidente del Consiglio convocando un tavolo con le forze di opposizione per affrontare insieme la questione. Tuttavia, aggiungiamo con altrettanta franchezza che una posizione così significativa quale quella di cercare una convergenza nazionale in un momento di straordinaria importanza in cui sono messi a rischio i nostri principali interessi nazionali non può ridursi a una photo opportunity, come purtroppo sembra emergere anche dall'incontro di ieri così come da tante altre cose fatte in politica estera - e non solo - dai due Governi guidati dal presidente Conte. Non si può ridurre la politica estera a una girandola di incontri né a una girandola di photo opportunity, tantomeno si può subordinarla alle dichiarazioni di Casalino, che ha fretta di far apparire qualcosa che poi non accade: mi riferisco ad esempio all'incontro sfumato a Roma, in cui il presidente al-Sarraj preferì non partecipare dopo che era stata annunciata la sua presenza.

In questo campo e soprattutto in questo momento, l'Italia è il Paese europeo ed occidentale che rischia di più in Libia, nel Mediterraneo orientale e nel Golfo persico. Rischia di più perché sono minacciate le rotte energetiche del nostro Paese: noi importiamo energia dalla Libia (il 12 per cento del petrolio, il 30 per cento del gas) e lungo il Golfo persico; potremmo importare energia dal Mediterraneo orientale e anche lungo le rotte dell'East-Med e della TAP, che passano da lì.

Noi siamo un Paese importatore di energia, a differenza degli Stati Uniti - che oramai esportano energia - o della Russia o di altri Paesi europei: per noi è vitale mantenere quelle rotte di approvvigionamento energetico. Siamo il Paese che rischia di più perché siamo la frontiera meridionale dell'Europa anche per quanto riguarda i potenziali flussi di migrazione e, dietro di essi, i potenziali flussi terroristici. Ciò è tanto vero che - proprio per smentire quel no ad ogni opzione militare - i nostri militari sono impegnati su mandato del Governo e del Parlamento in tutti questi teatri strategici: sono impegnati ancora in Kosovo e nei Balcani - e non cito a caso i Balcani - dopo una guerra che abbiamo combattuto con altri per pacificare quest'area; sono impegnati a Misurata nell'ospedale e a Tripoli a difesa della nostra ambasciata; sono impegnati come forza di interposizione lungo la fascia verde sciita (non a caso sciita) dal Libano, lungo l'Iraq e il Kuwait fino all'Afghanistan, ad Herat, anch'essa regione dominata fortunatamente dagli sciiti che proteggono i nostri militari.

Noi siamo impegnati, e quindi siamo interessati più di altri, a stabilizzare queste aree, tanto è vero che vi abbiamo mandato i nostri militari con le missioni finanziate e indirizzate dal Parlamento. C'è da chiedersi chi minaccia i nostri interessi; se non ce lo chiediamo, non possiamo poi avere una postura condivisa in Parlamento e nel Paese per tutelare i nostri interessi. In questo momento, signor Ministro, a me pare che la principale minaccia venga dalla Turchia, e questo non è ancora chiaro. Tanto è vero questo che la Turchia si sta impadronendo sia delle nostre rotte energetiche sia delle fonti da cui provengono o potrebbero provenire le migrazioni. La Turchia ha già nelle mani la fonte dell'emigrazione nei Balcani, ricatta l'Europa e l'Italia, e vorrebbe avere nelle mani anche l'altra frontiera dell'emigrazione, ossia la Libia e l'Africa. La Turchia è un Paese che ha bisogno di energia come noi, a differenza della Russia (che non ha questi obiettivi); la Turchia che ha bisogno della nostra energia, è entrata in Siria e da lì punta all'Iraq e ai pozzi petroliferi. La Turchia vuole giungere in Libia, a Tripoli, e quindi prendere anche i nostri pozzi petroliferi. La Turchia ha fatto un accordo talmente evidente con la Libia, per governare l'intero Mediterraneo orientale, tagliarci le rotte della TAP e, eventualmente, anche quelle del gasdotto che dovrebbe arrivare da Israele, attraverso Gaza e Cipro, fino all'Italia e all'Europa. E noi non abbiamo reagito con la sufficiente forza e chiarezza sin dall'inizio, quando ci fu un accordo tra un Governo di Tripoli, da noi sostenuto, e il Governo di Erdogan. Se noi non abbiamo chiare queste cose, non possiamo muoverci con sufficiente condivisione e con strategia condivisa. Certamente non possiamo se non abbiamo chiaro che la Francia, anche recentemente, ha sabotato prima la missione europea a Tripoli, che doveva indirizzarsi in subordine a Tunisi (sappiamo tutti chi l'ha sabotata), poi l'eventuale vertice europeo e poi anche il passaggio a Roma di al-Sarraj; se non abbiamo chiaro che - ancorché indebolita da alcuni errori commessi nel campo, che tutti noi conosciamo - la Francia è ancora in campo e contendente e se non abbiamo chiaro come interesse che in Libia, senza gli Stati Uniti, non andiamo da nessuna parte.

Il Governo Conte aveva chiaro questo all'inizio, perché io ricordo la photo opportunity di inizio legislatura tra Conte e Trump, dove Conte, soddisfatto, diceva che l'America era con noi in Libia e potevamo stare tranquilli Stiamo tranquilli. Io ricordo quelle dichiarazioni, come ricordo il vertice di Palermo e la photo opportunity, che tanto Casalino voleva fare, con Haftar e al-Sarraj, pensando che una photo opportunity fosse sufficiente, e come ricordo le dichiarazioni quei giorni. In politica estera non sono sufficienti le foto, né le dichiarazioni, né il balletto o il valzer degli incontri: occorre avere chiari amici, nemici e gli interessi nazionali.

In tutti i punti che lei ci ha enucleato, non c'è un primo punto, che noi potremmo anche condividere in buona parte, sia per l'Iran sia per la Libia. Non c'è, al primo punto, l'interesse nazionale, quello che io le ho enucleato in qualche minuto e che potrebbe benissimo ampliarsi con altre questioni: quali sono i nostri principali mercati? Noi eravamo il primo partner in Libano e in Siria, il secondo partner in Iran e il primo partner commerciale in Libia Questo vorrà dire qualcosa e si potrebbe aggiungere a tutto il resto.

Il primo punto è allora capire quale sia l'interesse nazionale. Il secondo è quali sono i Paesi che hanno interessi confliggenti con noi: individuare, cioè, amici e avversari. Il terzo è muoversi secondo una strategia condivisa, non escludendo l'opzione militare condivisa con i nostri principali partner, tanto più con quelli europei.

Per quanto riguarda la Libia, credo che alla fine sia qui il punto. Senza un'opzione militare condivisa, non si può pretendere di disinnescare il teatro libico, quando dietro vi sono attori internazionali e regionali di quella portata che, peraltro, tra loro hanno conflitti e interessi divergenti, al punto tale che se la Russia vuole fermare Haftar, l'Egitto non vuole assolutamente. Quando vi è questo contesto, solo un'azione militare condivisa in sede europea e, se possibile, internazionale, magari come estensione della missione Sophia (ma dovrebbe essere una missione navale, aerea e terrestre, possibilmente a guida italiana), può stabilizzare la situazione in Libia, cosa di cui noi abbiamo bisogno più di chiunque altro. Lì è in gioco, infatti, con l'interesse nazionale, anche il ruolo del nostro Paese nel mondo.

Aver pregiudicato per ambiguità il sostegno americano: di questo è responsabile il primo e anche il secondo Governo Conte. Quando si è fatto l'accordo con la Cina si sapeva che avremmo perso il sostegno americano in Libia. Non è che viene dal caso tutto ciò.

L'ambiguità e le contraddizioni di una politica estera ci hanno portato all'isolamento e quindi a questo stato di cose, che si può invertire solo se c'è davvero la consapevolezza di quale sia l'interesse nazionale, la posta in palio, di quali sono gli amici e gli avversari. Qui, sì, potete avere il nostro sostegno, perché è necessaria l'unità nazionale per recuperare il terreno perduto essendo in gioco il destino dell'Italia. (Applausi dal Gruppo FdI. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Pinotti. Ne ha facoltà.

PINOTTI (PD). La ringrazio, Ministro, di essere qui a riferire. Non è utile che un dibattito importante come questo scada in posizionamenti di politica interna. Davvero tutti dobbiamo avere a cuore il contributo che l'Italia può dare nello scenario internazionale e tutti dobbiamo essere preoccupati, perché la situazione lo necessita. Il Mediterraneo, il mare nel quale l'Italia è immersa, rischia di diventare il principale epicentro dell'insicurezza mondiale. Di fronte a questa sfida, le nostre parole devono essere all'altezza. La Libia e la sua stabilità sono un interesse primario per l'Italia.

Ho considerato un errore, durante il cosiddetto Governo gialloverde, avere incentrato l'attenzione sulla Libia quasi esclusivamente in relazione alla questione migratoria. Certo, esiste anche questa preoccupazione (la Libia è proprio di fronte alle nostre coste), ma non va dimenticato - lei non lo ha fatto nel suo speech, Ministro - il rischio terrorismo. Dopo la nascita del califfato si sono propagate in Libia, in particolare a Sirte e a Derna, importanti focolai del Daesh. I libici hanno combattuto duramente e valorosamente contro questi focolai, ci sono stati moltissimi morti e feriti e proprio a seguito di questo è nata la missione italiana volta a impiantare un ospedale militare a Misurata, perché le condizioni di sicurezza portavano a ritenere che dovessero essere appunto i militari a gestire questa esigenza, che però era l'esigenza di curare dei feriti che avevano combattuto contro il terrorismo. Come poi ognuno di noi sa, poi, la Libia è importante per l'Italia anche per questioni energetiche.

Dibattendo sulla situazione della Libia - lo abbiamo sentito anche oggi nel dibattito parlamentare - abbiamo ascoltato vibranti critiche sull'intervento militare del 2011, che si concluse con l'eliminazione di Gheddafi, spesso dimenticandoci però, nella rievocazione, che comunque in quel momento Gheddafi stava agendo in modo molto crudele nei confronti della propria popolazione. Anche io, tuttavia, ho indubbiamente da porre critiche a quell'intervento, in particolare sull'accelerazione impressa dalla Francia di Sarkozy, cui poi ha fatto seguito la missione internazionale. Infatti, anche in Libia, come successe in Iraq con la guerra voluta dal presidente Bush, in cui poi è stato eliminato Saddam Hussein, vi fu un elemento particolarmente devastante, e che accomuna questi due interventi, cioè un uso della forza, dell'intervento militare, portato avanti senza una strategia per il dopo; basta parlare con i nostri militari per sapere che invece è fondamentale, soprattutto quando si decide l'uso della forza, sapere qual è l'obiettivo e come gestire il dopo. Da quella data la Libia ha vissuto una condizione di instabilità e di mancanza di prospettive e certo questo è un problema per l'Italia.

La politica estera è un patrimonio di un Paese, l'ho sentito anche nelle parole di alcuni colleghi dell'opposizione, e quindi oggi rischia di risultare davvero risibile fare il gioco del con chi l'Italia conta di più o con chi conta meno. La politica estera necessita di affidabilità, di coerenza, di continuità. Noi italiani siamo stati i primi a riaprire l'ambasciata a Tripoli dopo il momento più cruento della situazione libica, siamo stati gli unici, con un accordo, ad avere una missione militare (l'ospedale che citavo prima). Abbiamo poi sottoscritto con il presidente riconosciuto al-Sarraj un accordo che poi è diventata la base per un intervento europeo (ma contemporaneamente avevamo aperto un'interlocuzione con Haftar, ma anche con gli esponenti del Fezzan e con i sindaci delle municipalità). C'era stata un'azione, quindi, e devo dire che questa azione la vedo ritornare nell'attuale Governo. Mi pare invece che nel Governo precedente su tutti i principali dossier ci fosse stato un rallentamento.

Quindi, quando sento parte dell'opposizione - in particolare quella che prima era maggioranza - lamentare che oggi non contiamo nulla, mi pare riduttivo e francamente anche ridicolo. Riappropriamoci di un caposaldo positivo della storia parlamentare italiana: la continuità in politica estera, per interesse del Paese. E allora che fare oggi? Concordo con le linee guida che ha presentato qui il Ministro. Certo, lavoriamo tutti per il cessate il fuoco e ci auguriamo che riesca. Hanno assunto maggiore protagonismo Russia e Turchia? Non c'è dubbio. Questo è un bene? Dal nostro punto di vista, non credo. Ascrivere però all'Italia - o solo ad essa - questa situazione è miope: c'è stato un disimpegno degli Stati Uniti nell'area, in particolare durante l'amministrazione Trump, e questa lacuna avrebbe dovuto essere colmata da un maggior protagonismo dell'Europa.

Mi è piaciuta l'espressione di sovranismo europeo che ha citato oggi il collega Casini, ma diciamoci la verità: non aver fatto da tempo scelte che rendano forte la politica estera di difesa europea fa sì che debbano essere gli Stati a far parlare l'Europa, perché senza le loro decisioni essa non può agire, e non c'è dubbio che sulla Libia gli Stati europei non abbiano remato tutti nella stessa direzione. Senza un'intesa reale tra Italia e Francia, la voce europea sulla Libia è cacofonica.

La Conferenza di Berlino può essere un'occasione importantissima per rimediare anche ad errori del passato.

Presidenza del presidente ALBERTI CASELLATI (ore 13,50)

(Segue PINOTTI). Ho visto quindi con favore le mosse del Governo e ho ascoltato, concordando con esse, le linee qui presentate. Penso ci debba essere un lavoro di aiuti alla Libia su un piano europeo: la ricostruzione di uno Stato ha certamente bisogno di una cornice di sicurezza e, se può servire un aiuto per sorvegliare sul cessate il fuoco, come abbiamo fatto in Libano, l'Italia non si tirerà indietro e sa come fare. Questo però va inserito in un progetto in cui si lavora alla ricostruzione economica, sociale e civile della Libia: è una parte più lunga e meno visibile, ma che necessita di più impegno, ed è quella che rimane.

La missione navale Sophia nasce in un altro contesto, con compiti importanti, come la formazione di capacità militari e la cornice di sicurezza (in seguito è stato inserito anche l'embargo delle armi); cerchiamo di capire le esigenze attuali e di rimodularla anche immaginando meccanismi nuovi rispetto ai mutati scenari.

Concludo con una suggestione su Iran e Iraq: guardate, la battaglia per sconfiggere Daesh è stata epocale; nel 2014, quando il terrorismo si fece Stato, il lavoro fatto dall'Italia all'interno della coalizione internazionale è stato importantissimo. Abbiamo addestrato il 25 per cento dei peshmerga curdi che si sono battuti contro il terrorismo che si era fatto Stato. La scelta è stata di non intervenire direttamente ma di sostenere gli iracheni perché potessero liberarsi, ed è stata una scelta giusta. La battaglia finale per riconquistare Mosul ha visto insieme milizie sciite, forze armate irachene e curdi preordinare i piani di attacco: un piccolo miracolo. Però, anche se oggi il terrorismo non è più Stato, il pericolo non è venuto meno: Daesh non è più Stato, ma non è stato debellato completamente. Il terrorismo è un "fenomeno carsico", quindi il rischio che possa riapparire, anche in Libia, esiste. Nel lavorare per raffreddare la crisi non dimentichiamoci quindi di quest'obiettivo. (Applausi dai Gruppi PD e IV-PSI. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Iwobi. Ne ha facoltà.

IWOBI (L-SP-PSd'Az). Signor Presidente, cari colleghi, signor Ministro degli affari esteri, permettetemi una piccola premessa: vorrei ricordare ai colleghi Alfieri e Garavini che Salvini era Ministro dell'interno, non degli affari esteri, nel primo Governo Conte (Applausi dal Gruppo L-SP-PSd'Az); non ha assolutamente abbandonato la Libia, quindi: anzi, è un Ministro che ha fatto molto con e per la Libia, per garantire la sicurezza del nostro Paese, riducendo i morti in mare. Abbiamo forse dimenticato le motovedette date alla Libia e la formazione del personale della Marina militare libica? Chiudo la premessa.

La situazione libica è simbolica della debolezza ormai strutturale della politica estera europea. L'instabilità politica della Libia è infatti dovuta in primo luogo all'ambiguità delle posizioni in sede europea di Paesi a noi anche vicini, che celano i loro interessi economici dietro alle loro dichiarazioni.

La linea di una politica estera si manifesta con la diplomazia, caro Ministro, con i fatti e con gli accordi, e non con delle parole sulle quali troppe volte il nostro Paese ha fatto affidamento senza poi assumere una posizione centrale in Europa, da primo interlocutore con la Libia. (Applausi dal Gruppo L-SP-PSd'Az).

Senza entrare nel merito degli altri scenari di geopolitica mondiale attualmente in corso, da una parte del Mediterraneo abbiamo il caos in Libia, e dall'altra parte un'Europa frammentata da interessi statali e non accomunata dalla reale volontà politica di utilizzare la diplomazia per riappacificare la Libia: sentiamo spesso parlare della necessità di edificare e plasmare una coscienza europea, ma poi i fatti smentiscono le intenzioni degli Stati membri. Dietro il velo di dichiarazioni di prassi si nascondono forti interessi economici nazionali che vengono perseguiti con egoismo e senza alcuna preoccupazione per le conseguenze che il nostro Paese subisce da tempo. È su questo punto che mi vorrei soffermare, perché dopo un anno in cui il controllo severo dei nostri confini ha portato ad una drastica riduzione degli sbarchi e dei morti in mare, grazie alla politica della Lega, con Matteo Salvini Ministro dell'interno, oggi il ritorno di una politica di apertura di porti potrebbe incentivare gli arrivi di migranti illegali e di potenziali terroristi, attraverso canali illegali e pericolosi, che io definisco i tunnel della morte. (Applausi dal Gruppo L-SP-PSd'Az).

Vorrei ricordare le dichiarazioni dell'Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell'Unione europea, che ha affermato che è stata rilevata la presenza di fighter provenienti da Siria e Sudan. Ci sono 700.000 persone che provengono dall'Africa sub-sahariana e possono essere indotte a emigrare. Emigrare dove, cari colleghi? Italia, Europa, ma Italia, in primis. Ed è chiaro e risaputo, cari colleghi, che le conseguenze dell'instabilità della Libia ricadono sull'Italia, lasciata sola ancora una volta, come dimostra il fallimento dell'Accordo di Malta; ennesimo esempio di solidarietà a parole da parte dell'Europa. Su questo mi aspetto che l'alto rappresentante Borrell possa agire in modo concreto sulla politica estera comunitaria e invertire la rotta dopo anni di incapacità di sviluppare una politica estera comunitaria credibile ed efficace (per non parlare della politica estera nazionale). Sono d'accordo con lei, cara collega Pinotti, sul fatto che la politica estera è fondamentale, è uno dei pilastri di una Nazione: è indispensabile tutelarla; è indispensabile agire di conseguenza per portare avanti una politica estera concreta e credibile per una Nazione come l'Italia.

Proseguo nel dire che se l'Europa, caro Ministro, non è unita, nemmeno questa maggioranza parlamentare e l'attuale Governo sembrano essere in grado di esprimere una posizione univoca sul rapporto con la Libia e sul Memorandum firmato nel 2017. È evidente che su moltissimi temi manca quell'unità di indirizzo politico dell'articolo 95 della Costituzione che il Presidente del Consiglio non è in grado di mantenere. (Applausi dal Gruppo L-SP-PSd'Az).

C'è chi chiede il rinnovo del Memorandum, chi la revisione e chi ancora la cancellazione. Signor Ministro, mi chiedo dunque quale sia l'intenzione del Governo sul Memorandum e sul rapporto con la Francia, centrale per la Libia. C'è chi ha sempre vissuto a braccetto con il Governo Macron e chi incontrava i gilet gialli. Noi chiediamo soprattutto chiarezza: qual è la linea politica estera nazionale? Esiste un'unità di indirizzo politico della maggioranza sulla politica estera? Da anni noi della Lega chiediamo il ripristino dell'immagine e dell'autorevolezza dell'Italia all'estero; ma questo può avvenire soltanto con un Governo che rispetti il Paese, e cioè che sappia tutelare i suoi confini ed esprimere una linea autorevole e coerente nei rapporti con gli altri Paesi.

La cooperazione con la Libia e con il Governo di al-Sarraj è quindi necessaria per la risoluzione progressiva del conflitto libico e per contrastare il traffico di esseri umani, garantendo la sicurezza dei confini per il bene del popolo italiano, europeo e non solo, oltre che per tutelare la nostra importanza a livello economico al di là del Mediterraneo.

Concludo, signor Ministro, affermando che il nostro Paese deve ritornare a far sentire in Europa il suo peso di primo interlocutore con la Libia, e farsi promotore davanti alla comunità internazionale del ritorno della pace in Libia per garantire la sicurezza nazionale.

Questo Governo, signor Ministro - lo sappiamo - non ha un indirizzo politico reale e credibile. Per il bene e l'amore dell'Italia e del popolo italiano, signor Ministro, vi consiglio seriamente di lasciare le poltrone. (Applausi dal Gruppo L-SP-PSd'Az. Congratulazioni. Commenti dal Gruppo M5S).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Malan. Ne ha facoltà.

MALAN (FIBP-UDC). Signor Presidente, signor Ministro degli affari esteri, colleghi senatori, la questione Libia è estremamente importante per il nostro Paese, come è stato ampiamente detto: un Paese così vicino a noi dal quale abbiamo molto da temere rispetto a ondate migratorie (e all'arrivo di terroristi, approfittando delle stesse) e in cui abbiamo precisi interessi. Credo lo si debba anche dire: ci sono importanti investimenti italiani, in particolare nel settore del petrolio e del gas; è vero, credo che si possa dire, non possiamo solo pensare che le questioni energetiche non debbano essere menzionate. Ecco perché la Libia necessita di grande attenzione e avrebbe necessitato di un'azione continuativa nel tempo.

Il Governo, lei stesso, signor Ministro degli affari esteri, e il Presidente del Consiglio siete stati molto attivi in questi giorni, in queste settimane, ma, al di là dell'efficacia specifica delle iniziative prese in questi giorni, paghiamo una sostanziale latitanza di anni sull'argomento.

È stato detto più volte, e lo voglio ribadire: Forza Italia crede fortemente che una soluzione in Libia debba essere sostenuta e abbia il suo peso se è quanto più inclusiva possibile. In particolare, essendo membri dell'Unione europea, sarebbe opportuna - sarebbe interesse di tutta l'Europa, non sono dell'Italia - un'iniziativa europea. Ma un'iniziativa europea non c'è stata, signor Ministro: ha detto lei stesso che l'Europa ha lasciato uno spazio libero in cui sono arrivati altri attori internazionali. È vero, però, che chi più di tutti avrebbe dovuto sollecitare in modo pressante e continuo l'Unione europea a interessarsi della Libia avrebbe dovuto essere il Governo italiano (ovviamente non parlo soltanto di quello attuale, che c'è comunque già da quattro mesi e mezzo, ma anche quelli precedenti). Chi, se non noi, doveva premere in sede europea per ottenere un'azione comune. Non è detto che si debba concordare ogni singola posizione. Sappiamo che riguardo alla Libia, per esempio, la Francia ha una sua posizione, ciò però non impedisce di proporre un'azione di mediazione, di pace e di pacificazione, che è certamente interesse non soltanto dell'Italia ma di tutta l'Europa. Purtroppo, le ultime azioni positive strategiche di lungo termine dell'Italia che hanno avuto efficacia sono state quelle di Silvio Berlusconi con gli accordi fatti con Gheddafi e la Libia, che hanno fatto superare all'Italia e agli italiani una fama non certo buona perché, al di là dell'immagine degli italiani "con il cuore in mano", il nostro passato coloniale in Libia ha visto delle pagine nere. (Applausi dal Gruppo FIBP-UDC). Non possiamo negarlo; ci dispiace dirlo, ma è la verità. Si riuscì quindi a superare questa situazione, poi, Sarkozy, immediatamente sostenuto - e forse proprio per questo - dal presidente degli Stati Uniti Obama, decise di fare una sciagurata azione che è costata decine di migliaia di morti in quel Paese, non nell'immediato ma per i continui tumulti, guerre e scontri di ogni genere, che ci sono stati negli ultimi anni.

In questa situazione - che purtroppo non si sarebbe dovuta determinare - è necessaria un'azione comune dell'Europa; è estremamente importante per l'Italia. L'Italia, come dicevo, avrebbe dovuto premere per ottenere l'attenzione dell'Europa. I rapporti con l'Unione europea hanno però, per un verso, registrato momenti di scontro inutile - poi si sono visti anche i risultati a livello degli obblighi di bilancio - e, per un altro, assunto la forma di un atteggiamento estremamente accondiscendente perché l'unica cosa che si cercava era una certa manica larga sui nostri deficit di bilancio, in cambio dei quali si lasciava il campo libero su ogni altro settore; tutte queste situazioni evidentemente poi si pagano.

Un Paese così vicino, con tanti interessi e tanti elementi di influenza sulla nostra Nazione, non può essere semplicemente lasciato lì dicendo che, siccome qualunque iniziativa può essere pericolosa, non facciamo nulla. È ancora più pericoloso: l'inazione nel medio termine rischia di essere veramente e direttamente pericolosa, per tutte le questioni di cui abbiamo parlato come gli investimenti, l'instabilità, la migrazione senza freni e il terrorismo. Ecco perché sarebbe necessario e opportuno avere la disponibilità per una missione anche militare. È chiaro che la soluzione non può essere esclusivamente militare, questo l'ha detto anche lei, signor Ministro degli affari esteri. Vorrei completare il ragionamento con quanto detto dal presidente del Comitato militare dell'Unione europea, che è un italiano, il generale Claudio Graziano, che è stato anche Capo di stato maggiore della difesa: la soluzione non può essere militare, ma non può essere priva della componente militare perché, quando ci sono delle forze armate che si scontrano sostenute anche da Paesi esteri, è chiaro che se non c'è disponibilità a essere sul territorio, naturalmente come forza di pace (cosa per la quale l'Unione europea avrebbe la sua credibilità), c'è il rischio che con un attivismo, per quanto intenso, non si ottenga alcun risultato.

In secondo luogo, in particolare quando c'è una missione militare e quando abbiamo dei soldati - peraltro già ne abbiamo in Libia - in teatri che comunque presentano delle problematicità (altrimenti non ci manderemmo dei soldati), è molto importante dare l'idea fondata di un Paese unito.

Forza Italia ha sempre cercato un'azione il più possibile unitaria all'estero, come forza sia di Governo che di opposizione. Diventa difficile farlo, però, quando all'interno delle stesse forze di Governo non c'è unità. Basta vedere quanto successo non più lontano di questa mattina; il ministro della difesa Guerini ha manifestato disponibilità a missioni - in particolare ha parlato dell'Iraq, ma è chiaro che lo stesso discorso si può fare per la Libia - e una possibile missione NATO, visto che siamo tra i Paesi membri più importanti, vorrebbe dire avere anche soldati italiani, e poi, subito dopo, il sottosegretario di Stato per gli affari esteri e la cooperazione internazionale Di Stefano non soltanto si è detto contrario, ma ha anche definito quanto espresso dallo stesso Ministro un avventurismo.

Tutto ciò indebolisce la posizione, sia a livello diplomatico, sia per un'eventuale presenza di italiani, che in alcuni casi non è eventuale, ma è corrente e attuale, in particolare in Iraq e Libia, di cui ci occupiamo oggi. Questo è un vero problema che rende più difficile anche quella doverosa disponibilità - altrimenti sarebbe doverosa - a essere presenti anche con un'azione militare, perché la componente militare non si può trascurare in una situazione di tal genere, che è degenerata per le ragioni che ho sinteticamente espresso.

Signor Ministro, per quanto riguarda la questione dell'Iran e dell'Iraq - è diventato quest'ultimo una sorta di dépendance dell'Iran - ho ascoltato con attenzione le sue parole, per molti versi anche condivisibili, volte a cercare soluzioni non traumatiche e così via. Mi permetta però di evidenziare che ho trovato eccessiva la sua attenzione nel non pronunciare mai una parola diversa per i due principali protagonisti di quanto è accaduto in questi giorni, e cioè gli Stati Uniti e l'Iran.

Dico ciò con tutto il rispetto in primo luogo per il popolo iraniano, che vede tanti dei suoi giovani manifestare coraggiosamente contro il regime - anche questo è stato omesso da quasi tutti - e non si tratta di casi isolati, anche perché 5.000 o 10.000 giovani a Teheran magari pesano molto di più di 600.000 che manifestano altrove. Anziché ricevere un incoraggiamento, quei 5.000 giovani - se sono 5.000, ma spesso sono molti di più - sono persone che rischiano la vita. (Applausi dal Gruppo FIBP-UDC). Solo negli ultimi due mesi 1.500 persone sono state uccise dalle forze che da noi si chiamerebbero forze dell'ordine, ma che in realtà sono forze della tirannia. Hanno ucciso 1.500 persone e altre migliaia sono finite in carcere, dove non ricevono un trattamento come quello riservato da noi, ma rischiano e spesso subiscono torture e incarcerazioni, non si sa quanto lunghe.

Dunque non possiamo tenere un atteggiamento di equidistanza. Ricordiamo anche che il generale Soleimani era a capo non di una brigata o di una divisione qualsiasi, ma di una brigata che si occupa delle operazioni militari all'estero. Ricordiamo che ci sono tre tipi di operazioni militari all'estero. Ci sono le missioni di pace, in cui - per esempio - è impegnata l'Italia. Ma, siccome l'Iran non fa missioni di pace, restano due cose: la guerra e il terrorismo. Pertanto, non era un simpatico generale, per quanto sicuramente intelligente e capace, ma era il capo di una forza particolare che continua a esserci.

Concludo dicendo che apprezzo che il Ministro abbia affermato che, nel dialogare con l'Iran, dobbiamo essere coscienti delle differenze esistenti su alcuni punti. Avrei apprezzato, però, che avesse citato, tra i punti in cui abbiamo dissenso con quel Paese - e «dissenso» mi sembra una parola da poco - il fatto che l'Iran costantemente non solo minaccia, ma promette anche di annientare lo Stato di Israele. (Applausi dal Gruppo FIBP-UDC). Si tratta di uno Stato che fa parte delle Nazioni Unite da prima dell'Italia e comunque bisognerebbe evitare in ogni caso un tale fatto, se non altro per questioni pragmatiche, perché si tratta di uno Stato che, nel caso, sa reagire. Pertanto, oltre che per la decenza e per questioni umanitarie e di valori, ricordando che Israele è l'unico Stato democratico di tutta quell'area, bisognerebbe evitare tutto ciò anche per questioni di opportunità. Destabilizzare una regione non è una cosa positiva, qualunque sia il modo in cui ciò viene praticato. (Applausi dal Gruppo FIBP-UDC. Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Petrocelli. Ne ha facoltà.

PETROCELLI (M5S). Signor Presidente, colleghi, signor Ministro, il mio è l'ultimo intervento di questo dibattito molto articolato e interessante.

Mi soffermerò soltanto sulla questione libica, perché di quella iraniana ha già parlato il collega Ferrara. Molti colleghi si sono espressi su tutti i punti dello scenario che si sta prefigurando negli ultimi giorni. Io vorrei soffermarmi su tre aspetti che saranno considerati come riferimento al passato il primo, al presente il secondo e al futuro il terzo.

L'elemento legato al passato è quello che diversi colleghi hanno già richiamato, e cioè il fatto che il caos libico è imputabile sicuramente non a questo Governo, né tantomeno a quello precedente, ma a una scelta sconsiderata dell'allora Governo Berlusconi di partecipare direttamente a un intervento che fu deciso in sede di Consiglio di sicurezza dell'ONU - ambito nel quale l'Italia non partecipa, come ben sappiamo - finalizzato a rovesciare il regime del colonnello Gheddafi e a provocare il caos che stiamo vivendo in questi giorni.

Credo che nessun senatore in quest'Aula, né tanto meno il ministro Di Maio, abbia intenzione di riproporre uno scenario che ricalchi quello che abbiamo vissuto nel 2011.

Andiamo al presente. Credo che l'elemento più interessante e innovativo del presente sia stato il lavoro svolto di concerto dal presidente del Consiglio Conte e dal ministro Di Maio, che hanno riportato l'Italia a essere protagonista nello scenario libico. (Applausi dal Gruppo M5S e del senatore Ferrari). Con quale elemento di novità? Attivandosi soprattutto con i Paesi della sponda Sud del Mediterraneo (ossia Marocco, Algeria, Tunisia ed Egitto) per renderli protagonisti di un processo di dialogo e pace che a Berlino non si concluderà, ma si avvierà semplicemente. Questo è l'elemento di novità che io e molti colleghi abbiamo riscontrato e su cui devo dare atto che l'iniziativa è stata presa soprattutto dal ministro Di Maio. (Applausi dal Gruppo M5S).

L'altro elemento di novità è che il ruolo preponderante di Russia e Turchia - come è stato citato da diversi colleghi - si vede oggi affiancato da un elemento di protagonismo forte di Egitto ed Emirati. È notizia di oggi che molto probabilmente Haftar abbia lasciato Mosca senza firmare gli accordi sul cessate il fuoco, proprio su pressione di Egitto ed Emirati Arabi Uniti. Questo è il presente con cui dobbiamo ovviamente confrontarci. E se l'Italia, nel solco della lunga tradizione di politica estera e internazionale ha deciso - io ritengo giustamente - come hanno indicato il presidente Conte e il ministro Di Maio, di cercare nella maniera più assoluta la soluzione politica alla crisi in Libia, deve essere orgogliosa di aver fatto questa scelta e deve rivendicarla, proseguendo su questa posizione a partire dal primo giorno dopo la Conferenza di Berlino. Non è pensabile che ci si possa sedere a un tavolo con la pistola fumante, come stanno facendo, hanno fatto e faranno altri Paesi; non è pensabile che a parole si voglia sostenere il processo di dialogo, ma che nei fatti si proceda con la guerra civile in Libia. (Applausi dal Gruppo M5S e del senatore Taricco).

L'azione del Governo italiano - e credo che tutto il Parlamento debba sostenerlo - è soprattutto mirata al terzo punto, quello del futuro. Noi vogliamo fermamente che, sotto l'egida dell'ONU, si possa programmare una missione a guida europea e preferiremmo con il controllo diretto italiano di una forza di interposizione tra le due fazioni in lotta. Non conviene a nessuno - principalmente a noi - che la Libia si divida in due entità statali, perché da quella divisione molto probabilmente partirebbero altre spinte autonomiste. La Libia è un coacervo di più tribù e non soltanto la composizione di due entità (Cirenaica e Tripolitania), o addirittura di tre compreso il Fezzan.

Quello che il Governo italiano deve rivendicare in tutti i consessi internazionali è ribadire la linea: quella del dialogo politico e della mediazione politica - e il Parlamento italiano deve fare di tutto, con la sua attività di diplomazia parlamentare, per sostenerlo - è l'unica soluzione del conflitto di un Paese che è alle porte dell'Italia. Non c'è assolutamente altra strada. Aver coinvolto - come ha fatto il Governo italiano - gli attori principali della sponda Sud del Mediterraneo testimonia che vogliamo perseguire questa linea nella maniera migliore possibile.

La ringrazio, signor Ministro, per tutto il lavoro che sta facendo e ringrazio i colleghi parlamentari per l'attenzione prestata su questo tema. La consapevolezza che dobbiamo maturare tutti è che non ci devono essere divisioni di schieramenti politici per portare a casa il migliore dei risultati possibili, e cioè la pace nel bacino del Mediterraneo. (Applausi dai Gruppi M5S e PD e della senatrice Minuto).

PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione sull'informativa del Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, che ringrazio per la disponibilità.

Disegni di legge, trasmissione dalla Camera dei deputati

PRESIDENTE. Comunico che è stato trasmesso dalla Camera dei deputati il seguente disegno di legge:

«Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 2 dicembre 2019, n. 137, recante misure urgenti per assicurare la continuità del servizio svolto da Alitalia - Società Aerea Italiana S.p.A. e Alitalia Cityliner S.p.A. in amministrazione straordinaria» (1665).

Atti e documenti, annunzio

PRESIDENTE. Le mozioni, le interpellanze e le interrogazioni pervenute alla Presidenza, nonché gli atti e i documenti trasmessi alle Commissioni permanenti ai sensi dell'articolo 34, comma 1, secondo periodo, del Regolamento sono pubblicati nell'allegato B al Resoconto della seduta odierna.

Ordine del giorno
per la seduta di giovedì 16 gennaio 2020

PRESIDENTE. Il Senato tornerà a riunirsi in seduta pubblica domani, giovedì 16 gennaio, alle ore 9, con il seguente ordine del giorno:

(Vedi ordine del giorno)

La seduta è tolta (ore 14,21).

Allegato B

Congedi e missioni

Sono in congedo i senatori: Barachini, Bertacco, Bogo Deledda, Castaldi, Cattaneo, Ciriani, Collina, Crimi, De Poli, Di Piazza, Giammanco, Iori, Malpezzi, Manca, Mantero, Margiotta, Merlo, Misiani, Monti, Napolitano, Quagliariello, Renzi, Romagnoli, Ronzulli, Segre, Sileri, Stefano e Turco.

.

Sono assenti per incarico avuto dal Senato i senatori: Arrigoni, Castiello, Fazzone, Magorno e Urso, per attività del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica; Giarrusso, Grasso, Mirabelli, Morra, Pepe, Saccone e Vitali, per attività della Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere.

Disegni di legge, trasmissione dalla Camera dei deputati

Presidente del Consiglio dei ministri

Ministro dell'economia e finanze

Ministro dello sviluppo economico

Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 2 dicembre 2019, n. 137, recante misure urgenti per assicurare la continuità del servizio svolto da Alitalia - Società Aerea Italiana S.p.A. e Alitalia Cityliner S.p.A. in amministrazione straordinaria (1665)

(presentato in data 15/01/2020)

C.2284 approvato dalla Camera dei deputati.

Disegni di legge, annunzio di presentazione

Senatori Drago Tiziana Carmela Rosaria, Anastasi Cristiano, Lorefice Pietro, Gaudiano Felicia, Di Micco Fabio, Marinello Gaspare Antonio, Matrisciano Susy, Fenu Emiliano, Giannuzzi Silvana

Disciplina dell'inquadramento ai fini previdenziali e assistenziali degli esercenti attività di perito assicurativo (1666)

(presentato in data 14/01/2020).

Disegni di legge, assegnazione

In sede referente

8ª Commissione permanente Lavori pubblici, comunicazioni

Gov. Conte-II: Pres. Consiglio Conte, Ministro economia e finanze Gualtieri ed altri

Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 2 dicembre 2019, n. 137, recante misure urgenti per assicurare la continuità del servizio svolto da Alitalia - Società Aerea Italiana S.p.A. e Alitalia Cityliner S.p.A. in amministrazione straordinaria (1665)

previ pareri delle Commissioni 1ª (Affari Costituzionali), 5ª (Bilancio), 10ª (Industria, commercio, turismo), 14ª (Politiche dell'Unione europea)

C.2284 approvato dalla Camera dei deputati

(assegnato in data 15/01/2020).

Disegni di legge, presentazione del testo degli articoli

In data 15/01/2020 la 3ª Commissione permanente Aff. esteri ha presentato il testo degli articoli proposti dalla Commissione stessa, per il disegno di legge: "Ratifica ed esecuzione della Convenzione di Minamata sul mercurio, con Allegati, fatta a Kumamoto il 10 ottobre 2013" (1171)
(presentato in data 26/03/2019).

Affari assegnati

Sono deferiti alla 10a Commissione permanente (Industria, commercio, turismo), ai sensi dell'articolo 34, comma 1, e per gli effetti di cui all'articolo 50, comma 2, del Regolamento:

l'affare sul settore dell'automotive italiano e sulle implicazioni in termini di competitività conseguenti alla transizione alla propulsione elettrica (Atto n. 396);

l'affare sulla razionalizzazione, la trasparenza e la struttura di costo del mercato elettrico e sugli effetti in bolletta in capo agli utenti (Atto n. 397).

Governo, trasmissione di atti e documenti dell'Unione europea di particolare rilevanza ai sensi dell'articolo 6, comma 1, della legge n. 234 del 2012. Deferimento

Ai sensi dell'articolo 144, commi 1 e 6, del Regolamento, sono deferiti alle sottoindicate Commissioni permanenti i seguenti documenti dell'Unione europea, trasmessi dal Dipartimento per le politiche europee della Presidenza del Consiglio dei ministri, in base all'articolo 6, comma 1, della legge 24 dicembre 2012, n. 234:

Proposta di Relazione comune sull'occupazione della Commissione e del Consiglio che accompagna la comunicazione della Commissione sulla strategia annuale di crescita sostenibile 2020 (COM(2019) 653 definitivo), alla 1a, alla 5a, alla 7a, alla 10a, alla 11a e alla 13a Commissione permanente e, per il parere, alla Commissione 14a;

Relazione della Commissione al Parlamento europeo e al Consiglio conformemente all'articolo 278-bis del Codice doganale dell'Unione sui progressi compiuti nello sviluppo dei sistemi elettronici previsti dal Codice (COM(2019) 629 definitivo), alla 6a, alla 8a e alla 10a Commissione permanente e, per il parere, alla Commissione 14a.

Governo, trasmissione di sentenze della Corte di giustizia dell'Unione europea. Deferimento

Il Dipartimento per le politiche europee della Presidenza del Consiglio dei ministri, in data 5 dicembre 2019, ha trasmesso le seguenti decisioni della Corte di giustizia dell'Unione europea, relative a cause in cui la Repubblica italiana è parte o adottate a seguito di domanda di pronuncia pregiudiziale proposta da un'autorità giurisdizionale italiana, che sono deferite, ai sensi dell'articolo 144-ter del Regolamento, alle sottoindicate Commissioni competenti per materia, nonché alla 14a Commissione permanente:

sentenza della Corte (Prima sezione) del 7 novembre 2019, causa C‑213/18, Adriano Guaitoli ed altri contro EasyJet Airline Co. Ltd. Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Tribunale Ordinario di Roma (Italia). Rinvio pregiudiziale - Cooperazione giudiziaria in materia civile - Competenza giurisdizionale, riconoscimento ed esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale - Regolamento (UE) n. 1215/2012 - Articolo 7, paragrafo 1, lettera a) - Autorità giurisdizionale competente in materia contrattuale - Regole comuni in materia di compensazione ed assistenza ai passeggeri in caso di negato imbarco, di cancellazione del volo o di ritardo prolungato - Regolamento (CE) n. 261/2004 - Articoli 5, 7, 9 e 12 - Convenzione di Montreal - Competenza - Articoli 19 e 33 - Domanda di compensazione e di risarcimento del danno derivante dalla cancellazione e dal ritardo dei voli (Doc. XIX, n. 69) - alla 2a e alla 8a Commissione permanente;

sentenza della Corte (Prima sezione) del 14 novembre 2019, causa C-255/18, State Street Bank International GmbH contro Banca d'Italia. Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Tribunale amministrativo regionale per il Lazio (Italia). Rinvio pregiudiziale - Direttiva 2014/59/UE - Risanamento e risoluzione degli enti creditizi - Meccanismo nazionale di finanziamento - Autorità di risoluzione - Fondo nazionale - Articoli 103 e 104 - Obbligo di contribuzione - Contributi ex ante e contributi straordinari ex post - Calcolo -Trasposizione tardiva della direttiva - Regolamento delegato (UE) 2015/63 - Articoli 12 e 14 -Nozione di "cambiamento di status" - Incidenza sull'obbligo di contribuzione (Doc. XIX, n. 70) alla 6a Commissione permanente;

sentenza della Corte (Prima sezione) del 7 novembre 2019, causa C-396/18, Gennaro Cafaro contro DQ. Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dalla Corte suprema di cassazione (Italia). Rinvio pregiudiziale - Trasporti aerei - Regolamento (UE) n. 1178/2011 - Allegato I, punto - FCL.065 - Ambito di applicazione ratione temporis - Direttiva 2000/78/CE - Parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro - Discriminazione fondata sull'età - Articolo 2,

paragrafo 5 - Articolo 4, paragrafo 1 - Normativa nazionale che prevede la cessazione automatica del rapporto di lavoro all'età di 60 anni - Piloti di aeromobili - Tutela della sicurezza nazionale (Doc. XIX, n. 71) alla 8a e alla 11a Commissione permanente;

sentenza della Corte (Quinta sezione) del 27 novembre 2019, causa C-402/18, Tedeschi Srl e Consorzio stabile Istant Service contro C.M. Service Srl e Università degli Studi di Roma La Sapienza. Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Consiglio di Stato (Italia). Rinvio pregiudiziale - Articoli 49 e 56 TFUE - Aggiudicazione degli appalti pubblici - Direttiva 2004/18/CE - Articolo 25 - Subappalto - Normativa nazionale che limita la possibilità di subappaltare al 30% dell'importo totale dell'appalto pubblico e che vieta che i prezzi applicabili alle prestazioni affidate in subappalto siano ridotti di oltre il 20% rispetto ai prezzi risultanti dall'aggiudicazione (Doc. XIX, n. 72) alla 8a e alla 10a Commissione permanente;

ordinanza della Corte (Nona sezione) del 20 novembre 2019, causa C-552/18, Indaco Service Soc. coop. sociale contro Ufficio Territoriale del Governo di Taranto. Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Consiglio di Stato (Italia). Rinvio pregiudiziale - Articolo 99 del regolamento di procedura della Corte - Appalti pubblici - Direttiva 2014/24/UE - Articolo 57, paragrafo 4, lettere c) e g) - Affidamento di appalti pubblici di servizi - Motivi di esclusione facoltativi - Grave illecito professionale - Messa in discussione dell'integrità dell'operatore economico - Contratto precedente - Esecuzione - Inadempimenti - Risoluzione - Ricorso giurisdizionale - Valutazione dell'inadempimento contrattuale da parte dell'amministrazione aggiudicatrice - Impedimento fino alla fine del procedimento giudiziario (Doc. XIX, n. 73) alla 8a e alla 10a Commissione permanente;

sentenza della Corte (Nona sezione) del 7 novembre 2019, cause riunite C-364/18 e C-365/18, Eni SpA (C‑364/18) contro Ministero dello sviluppo economico e Ministero dell'economia e delle finanze, e Shell Italia E & P SpA (C‑365/18) contro Ministero dello sviluppo economico, Ministero dell'economia e delle finanze e Autorità di Regolazione per l'Energia, Reti e Ambiente. Domande di pronuncia pregiudiziale proposta dal Tribunale amministrativo regionale per la Lombardia (Italia). Rinvio pregiudiziale - Direttiva 94/22/CE - Energia - Condizioni di rilascio e di esercizio delle autorizzazioni alla prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi - Canoni - Metodi di calcolo - Indici QE e Pfor - Carattere discriminatorio (Doc. XIX, n. 74) alla 5a e alla 10a Commissione permanente.

Mozioni, apposizione di nuove firme

Il senatore Girotto ha aggiunto la propria firma alla mozione 1-00194 del senatore Ferrazzi ed altri.

Interrogazioni, apposizione di nuove firme

Il senatore Coltorti ha aggiunto la propria firma all'interrogazione 4-02696 del senatore Lannutti ed altri.

Mozioni, nuovo testo

La mozione 1-00194, del senatore Ferrazzi ed altri, pubblicata il 2 dicembre 2019, deve intendersi riformulata come segue:

FERRAZZI, L'ABBATE, COMINCINI, NUGNES, UNTERBERGER, DE PETRIS, MESSINA ASSUNTELA, MIRABELLI, GIROTTO, FEDELI - Il Senato,

premesso che:

il nostro Paese si confronta con sempre maggiore frequenza con eventi climatici estremi, che rappresentano l'effetto dei profondi mutamenti climatici subiti dal pianeta; alluvioni, siccità, ondate di calore, innalzamento del livello del mare ed aumento del cuneo salino si susseguono senza sosta, in diverse parti del mondo, determinando lutti e danni economici a persone, animali e interi sistemi produttivi;

il cambiamento climatico in atto è direttamente influenzato dalle attività umane, siano esse industriali o meno, come dimostrano ormai numerosi studi scientifici, a cominciare da quelli elaborati dall'Intergovernmental panel on climate change (IPCC), il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite; in assenza di azioni concrete per invertire tale tendenza, dunque, entro pochi anni ci si potrebbe trovare di fronte ad un punto di non ritorno; le emissioni di gas serra, l'inquinamento dell'aria e delle acque, il degrado di matrice antropica dei terreni hanno infatti generato profondi mutamenti tali da comportare che il circolo vizioso dell'emergenza climatica possa essere spezzato unicamente attraverso azioni decisive, immediate e continuative;

l'urgenza di un intervento decisivo e immediato per invertire tale processo non è quindi più in alcun modo rinviabile, come ampiamente dimostrato dal sempre crescente numero di allarmi che giungono dall'intera comunità scientifica;

secondo l'ultimo rapporto del gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, si hanno soltanto 11 anni a disposizione per evitare la catastrofe ambientale ovvero il momento nel quale i cambiamenti saranno divenuti non più ripristinabili; l'organismo scientifico dell'ONU ha invitato tutti i legislatori e i governi ad assumere misure senza precedenti nella storia recente;

la nuova Commissione europea guidata dalla presidente Ursula Von der Leyen ha previsto quale priorità in materia di clima quella di "rendere l'Europa il primo continente a emissioni zero entro il 2050", favorendo altresì verifiche di impatto sociale, economico e ambientale in grado di stimolare "innovazione, competitività e occupazione"; il 14 gennaio 2019, a questo scopo, è stato presentato l'atteso progetto legislativo sul "Green Deal" che dovrebbe contribuire a finanziare tra il 2021 e il 2027 la transizione verso la neutralità climatica entro il 2050;

considerato che:

gli effetti dei cambiamenti climatici non generano solo conseguenze ambientali, ma anche profonde conseguenze sociali. Con la pubblicazione, il 19 marzo 2018, del rapporto su migrazioni e clima (Groundswell: "Preparing for internal climate migration"), la Banca mondiale ha lanciato un nuovo allarme sulle conseguenze sociali dei cambiamenti climatici. Entro il 2050, infatti, potrebbe arrivare a 143 milioni il numero di persone costrette ad abbandonare le proprie case per colpa dei fenomeni meteorologici estremi o delle condizioni ambientali diventate invivibili;

l'Organizzazione mondiale della sanità ha a sua volta evidenziato l'incidenza del cambiamento climatico sugli elementi sociali ed ambientali che hanno effetti diretti sulla salute, cioè aria pulita, acqua potabile, cibo in quantità sufficienti, sicurezza e condizioni igieniche degli alloggi, messi in pericolo da inondazioni, ondate di calore, incendi, siccità, così come il limitato accesso all'acqua in conseguenza proprio dal cambiamento climatico che genera la fosca previsione di un incremento sostanzioso dei decessi (oltre 250.000 annui) nel periodo tra il 2030 e il 2050;

in Europa i disastri naturali del 2018 sono stati simili a quelli registrati negli anni 2014, 2015, 2016 e 2017, con un totale di 113 eventi con perdite di 16 miliardi di euro. Le perdite maggiori sono state causate dalla siccità, costata circa 4 miliardi di dollari; nel 2018 si sono contati 850 disastri naturali, soprattutto alluvioni, inondazioni, frane, uragani e tempeste;

nonostante ciò, appare preoccupante il dato che vede l'Italia dal 1998 al 2018 spendere, secondo dati Ispra, circa 5,6 miliardi di euro (300 milioni all'anno) in progettazione e realizzazione di opere di prevenzione del rischio idrogeologico, a fronte di circa 20 miliardi di euro spesi, secondo dati del CNR e del Dipartimento della protezione civile, per "riparare" i danni del dissesto (un miliardo all'anno in media, considerando che dal 1944 ad oggi sono stati spesi 75 miliardi di euro);

uno studio internazionale pubblicato dalla rivista scientifica "Climate" ha precisato che i danni per le inondazioni in Europa potrebbero arrivare a costare 17 miliardi di euro all'anno, qualora le temperature medie dovessero salire di 3 gradi centigradi rispetto alla media preindustriale, mentre il numero di cittadini che subiranno le conseguenze delle piene potrebbe raggiungere le 780.000 unità, in crescita del 123 per cento rispetto ad oggi. Il problema, dunque, non riguarderebbe solo il sud del mondo;

in Italia la situazione non è migliore; il 2018 è stato l'anno più caldo per il nostro Paese dal 1800 e si assiste al susseguirsi di record che non possono lasciare indifferenti. Nubifragi, siccità, ondate di calore sempre più forti e prolungate, fenomeni meteorologici intensi ed estremi, dovuti in primis ai cambiamenti climatici, stanno causando danni ai territori e alle città, indietro nelle politiche di adattamento al clima, e alla salute dei cittadini; soltanto nel 2018 sono state 32 le vittime ricollegabili a 148 eventi estremi che si sono succeduti lungo tutta la penisola; 66 sono i casi di allagamenti da piogge intense; 41 casi, invece, di danni da trombe d'aria, 23 di danni alle infrastrutture e 20 da esondazioni fluviali;

da ultimo si veda quanto è avvenuto a Venezia, ove si è avuta una sequenza di maree eccezionali, mai verificatasi in precedenza, con l'acqua alta che ha raggiunto quota 187 centimetri, la seconda marea più elevata di sempre dopo l'alluvione del 1966; l'alta marea ha, come noto, colpito anche le isole di Lido e di Pellestrina e Chioggia; in ogni caso, la frequenza delle maree eccezionali che hanno colpito la città è stato causato in via principale dal cambiamento climatico, la cui portata rischia di mettere in difficoltà la sopravvivenza non solo della città lagunare ma anche di significative porzioni della terraferma;

contestualmente si sono verificati eventi meteorologici eccezionali che hanno investito con conseguenze drammatiche l'intero territorio italiano: dal Piemonte, in particolare nell'alessandrino, alla Liguria, con il crollo di un viadotto autostradale sulla A6, dalla Calabria con Reggio Calabria, alla Basilicata con Matera e il metapontino, ed allerta rossa per il maltempo;

nonostante la portata storica dell'accordo di Parigi siglato nel 2015, la strada per la sua attuazione procede con lentezza e fatica per le resistenze degli Stati ad assumere decisioni coraggiose e capaci di superare un modello di sviluppo divenuto ormai insostenibile sotto il profilo ambientale ma anche sotto quello sociale ed economico;

nella Cop24 (conferenza delle parti della convenzione internazionale sui cambiamenti climatici) tenutasi nel dicembre 2018 a Katowice, in Polonia, è stato fatto il punto sullo stato di avanzamento degli impegni assunti dai membri della comunità internazionale; elemento positivo è stato l'aver dotato l'accordo del 2015 di linee guida (rulebook) per la sua attuazione a partire dal 2020, ma non sono stati purtroppo concordati impegni sull'adozione di un quadro normativo vincolante e condiviso;

il 23 settembre 2019 si è svolto a New York il Climate action summit 2019 dedicato a raccogliere nuove iniziative e gli impegni di governi, imprese e società civile per raggiungere gli obiettivi dell'accordo di Parigi sui cambiamenti climatici e per orientare l'azione verso la sostanziale riduzione a zero delle emissioni entro il 2050;

nel mese di dicembre si è tenuta a Madrid la conferenza delle parti della convenzione internazionale sui cambiamenti climatici (Cop25), che ha riunito scienziati, uomini d'affari, rappresentanti istituzionali, organizzazioni non governative e governi di tutto il mondo, per incontri e trattative ufficiali che avevano l'obiettivo di stabilizzare le concentrazioni di gas serra nell'atmosfera e di limitare ben al di sotto dei 2 gradi l'aumento della temperatura, realizzando quegli impegni vincolanti tra i Paesi partecipanti per la piena attuazione dell'accordo di Parigi, che deve entrare pienamente in vigore entro gennaio 2020; tuttavia, la Cop25 non è riuscita a rispondere con strumenti adeguati e programmi ambiziosi alle impellenti esigenze di risposta al cambiamento climatico;

ripetutamente, negli ultimi mesi, giovani e studenti si sono riuniti nelle piazze di tutto il mondo, comprese quelle italiane, sull'esempio dell'adolescente svedese Greta Thunberg, chiedendo l'impegno concreto dei Governi nazionali nel contrasto dei cambiamenti climatici e per salvare il pianeta non pregiudicandone oltre il futuro;

considerato altresì che:

secondo gli scienziati dell'IPCC, il tempo per giungere ad un'inversione di marcia sul cambiamento climatico è davvero breve: secondo tali previsioni si avrebbe tempo fino al 2030 per contenere l'aumento della temperatura globale entro 1,5 gradi centigradi e, anche sulla scorta di tali previsioni scientifiche allarmanti, molti parlamenti di Paesi europei hanno dichiarato lo stato di emergenza climatica;

per dare una risposta a queste istanze bisogna investire al più presto in innovazione e ricerca, green economy, riduzione delle diseguaglianze, investimenti in infrastrutture e manutenzione;

in questo drammatico contesto l'Italia ha la possibilità di assumere un ruolo da protagonista sui temi del cambiamento climatico, della tutela del paesaggio e del suolo, della transizione verso forme di energia sostenibili ed ecologiche, coniugandole con il sostegno alle nuove tecnologie e alle azioni delle comunità locali, della società civile, delle istituzioni universitarie, il tutto per uscire quanto prima dalla crisi climatica, economica e sociale;

è positivo che nel programma il Governo, al punto 7 dei 29 punti programmatici, sia stata espressamente prevista la realizzazione di un "green new deal", che comporti un radicale cambio di paradigma culturale e porti ad inserire la protezione dell'ambiente e della biodiversità tra i principi fondamentali del nostro sistema costituzionale. Viene stabilito, altresì, che tutti i piani di investimento pubblico dovranno avere al centro la protezione dell'ambiente, il progressivo e sempre più diffuso ricorso alle fonti rinnovabili, la protezione della biodiversità e dei mari, il contrasto ai cambiamenti climatici. Viene, inoltre, stabilità la necessità di adottare misure che incentivino prassi socialmente responsabili da parte delle imprese e perseguano la piena attuazione della eco-innovazione. Vengono, infine, espressamente richiamati i principi dello sviluppo tecnologico sostenibile e le ricerche più innovative in modo da rendere quanto più efficace la "transizione ecologica" e indirizzare l'intero sistema produttivo verso un'economia circolare, che favorisca la cultura del riciclo e del riuso e dismetta definitivamente la cultura del rifiuto;

come noto, il green new deal è il perno della strategia di sviluppo del Governo e si inserisce nel disegno di bilancio 2020 con la finalità di promuovere il benessere equo e sostenibile, la cui programmazione è stata introdotta in Italia in anticipo rispetto agli altri Paesi europei;

è fondamentale rimarcare che un green new deal non deve essere solo un'agenda di impegni, seppur in chiave verde e sostenibile, ma deve essere un programma organico, sociale ed economico, che ha tra i principali obiettivi la decarbonizzazione dell'economia, l'economia circolare, la rigenerazione urbana, il turismo sostenibile, l'adattamento e la mitigazione dei rischi sul territorio derivanti dal cambiamento climatico così come allo stesso tempo un programma che comporti un "fisco green" capace di sostenere la transizione ecologica e sostenga le attività di prevenzione del rischio di danno ambientale, tramite una legislazione che attui pienamente il principio del "chi inquina paga" e della responsabilità estesa del produttore che realizza prodotti e sistemi produttivi impattanti;

altrettanto essenziale ed urgente è progredire nelle politiche di adattamento al cambiamento climatico che rivisiti e renda più incisive le politiche di prevenzione e mitigazione dei rischi e dei danni prodotti dalle frane e dalle alluvioni; in questo senso, va affrontato il dissesto idrogeologico con una gestione del territorio che tenga conto del nuovo contesto climatico in modo tale che rischi e danni possano essere prevenuti e mitigati, e particolare attenzione deve essere riservata ai temi della rigenerazione urbana e a norme più incisive sul consumo del suolo nonché a tutti gli interventi, in una logica infrastrutturale, di ripristino degli habitat e delle reti idrografiche;

il Governo, attraverso l'articolo 1 del decreto-legge 14 ottobre 2019, n. 111, convertito, con modificazioni, dalla legge 12 dicembre 2019, n. 141, ha già istituito il programma strategico nazionale per il contrasto ai cambiamenti climatici e il miglioramento della qualità dell'aria in cui sono individuate le misure di competenza nazionale da porre in essere al fine di assicurare la corretta e piena attuazione della direttiva 2008/50/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 21 maggio 2008, volta a contrastare i cambiamenti climatici. È auspicabile che tale politica strategica nazionale per il contrasto ai cambiamenti climatici si coordini con il piano nazionale integrato per l'energia e il clima e con la pianificazione di bacino per il dissesto idrogeologico e che venga approvato e attuato con urgenza il PNACC (piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici); è stata altresì riconosciuta la necessità della trasformazione del CIPE in CIPESS (Comitato interministeriale per la programmazione economica e per lo sviluppo sostenibile), come strumento di indirizzo strategico di tutti gli investimenti pubblici per il perseguimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile stabiliti dall'Agenda 2030 delle Nazioni Unite;

vanno considerate, altresì, un passo nella giusta direzione le recenti misure poste in essere dal Governo in ordine alla riforestazione, comprensive di misure per la messa a dimora di alberi, di reimpianto e di silvicoltura, e per la creazione di foreste urbane e periurbane nelle città metropolitane con l'obiettivo di garantire la salvaguardia ambientale, la lotta e l'adattamento al cambiamento climatico così come previsto dal decreto legislativo 3 aprile 2018, n. 34;

la legge di bilancio per il 2020 ha previsto, altresì, misure importanti per transizione ambientale, tra cui il fondo investimento delle amministrazioni centrali, finalizzato al rilancio degli investimenti sull'economia circolare, alla decarbonizzazione dell'economia, a misure di sostegno e per l'innovazione nel comparto agricolo, uno tra i settori maggiormente colpiti dagli effetti dei cambiamenti climatici, alla riduzione delle emissioni, al risparmio energetico e alla sostenibilità ambientale, l'estensione degli incentivi di "industria 4.0" per le imprese che realizzano progetti ambientali nell'ambito dell'economia circolare così come il piano "rinascita urbana" finalizzato a migliorare la qualità dell'abitare e che punta, inter alia, alla riqualificazione urbana e delle periferie;

è necessario affrontare in modo integrato i rischi del cambiamento climatico con altri rischi naturali rappresentati dal rischio sismico, idrogeologico e vulcanico, unitamente alla valorizzazione del patrimonio abitativo,

impegna il Governo ad adottare iniziative per:

1) riconoscere lo stato di emergenza ambientale e climatica nel nostro Paese ed operare, in raccordo con il Parlamento, per consentire in tempi rapidi e certi, nel rispetto delle indicazioni scientifiche e degli accordi internazionali, la riduzione delle emissioni di anidride carbonica in atmosfera e la progressiva decarbonizzazione dell'economia;

2) accelerare la realizzazione degli interventi di mitigazione ed adattamento al cambiamento climatico, in particolare sul fronte della prevenzione del dissesto idrogeologico;

3) sostenere l'azione parlamentare tesa all'inserimento del principio dello sviluppo sostenibile nella Costituzione;

4) rafforzare le misure contenute nel piano nazionale integrato per l'energia e il clima per dare piena attuazione agli impegni adottati nell'ambito dell'accordo di Parigi sui cambiamenti climatici;

5) procedere alla ricognizione degli incentivi esistenti per l'efficientamento energetico, anche per favorire l'utilizzo migliore delle tecnologie esistenti per aumentare la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, incrementare notevolmente lo sviluppo del solare fotovoltaico, la valorizzazione delle aree verdi e per il sostegno all'utilizzo di tecniche e materiali di edilizia ecocompatibile, adottando le iniziative necessarie per la loro razionalizzazione e stabilizzazione e premiare la partecipazione al mercato dell'autoproduzione distribuita di energia da fonti rinnovabili, anche mediante impianti domestici di piccola taglia e sistemi puntuali di accumulo;

6) attuare ogni misura che favorisca la transizione dall'economia lineare verso un modello di economia circolare basato su un uso efficiente delle risorse naturali, su una corretta gestione dell'acqua e su un virtuoso ciclo dei rifiuti che punti, nel rispetto della gerarchia europea, alla riduzione, al riuso e al recupero di materia ed energia, rispettando i tempi per il recepimento nell'ordinamento giuridico nazionale delle direttive europee del "pacchetto economia circolare" che permetta di prolungare la durata, l'uso condiviso e la riparazione dei prodotti, incrementando il riciclo e migliorando l'impiego e l'innovazione dei materiali riciclati e delle tecnologie di produzione, nonché, in materia di rifiuti, di imballaggi, discariche, rifiuti elettrici ed elettronici, veicoli fuori uso e pile, che riduca il conferimento in discarica e favorisca raccolta e gestione differenziata dei rifiuti;

7) pervenire alla progressiva riduzione dei sussidi ambientalmente dannosi (SAD) di cui alla legge 28 dicembre 2015, n. 221, attraverso un percorso di transizione che contempli ipotesi alternative e compensative con carattere di sostenibilità anche con l'eventualità di introdurre l'obbligo di valutazione ambientale preventiva dei sussidi, con l'obiettivo di salvaguardare, innovare e rafforzare le attività produttive collegate, con misure volte alla loro conversione ecologica, a cominciare dall'agricoltura;

8) elaborare politiche di trasporto, edilizia e modelli produttivi che rispondano in maniera coerente alla necessità di adattamento ai cambiamenti climatici e che coinvolgano Regioni e Comuni;

9) favorire la transizione verso un sistema di trasporto pubblico sostenibile e verso la mobilità elettrica, pubblica e privata, con l'obiettivo della completa decarbonizzazione (emissioni zero) del settore;

10) attuare, al fine di ridurre gli sprechi energetici, un percorso di ecoefficienza energetica da applicare al patrimonio pubblico e privato;

11) intervenire in materia di politica industriale e di riqualificazione del settore manifatturiero, sostenendo e favorendo la transizione verso un modello economico-produttivo ecologicamente sostenibile;

12) adottare, nell'ambito delle proprie competenze, ogni iniziativa finalizzata alla decarbonizzazione dell'economia fissando come obiettivo l'impatto climatico zero entro il 2050, come indicato dalla strategia a lungo termine dell'Unione europea per la riduzione delle emissioni di gas serra (COM(2018) 773 del 28 novembre 2018);

13) promuovere lo sviluppo di sistemi ecoefficienti di produzione ricorrendo alla bioeconomia e all'ecodesign anche mediante finanziamenti agevolati;

14) realizzare un grande programma di investimenti pubblici orientati ai principi della sostenibilità ambientale, con azioni di riqualificazione energetica e messa in sicurezza sismica degli edifici pubblici e privati;

15) favorire le politiche di rigenerazione urbana delle città e del tessuto urbano, di tutela dei beni culturali, paesaggistici e degli ecosistemi, di contrasto al nuovo consumo di suolo e all'abusivismo edilizio, stabilendo modalità e certezze per la riqualificazione energetica del patrimonio pubblico, abbandonando il modello dell'urbanistica espansiva e adottando una nuova governance che agevoli le procedure che favoriscono l'innovazione;

16) individuare, in particolare, le azioni e le politiche di mitigazione e adattamento del territorio con uniformità di indirizzi in tutto il Paese ma con considerazione specifica per quelle aree del Paese sottoposte a più forte rischio idrogeologico o soggette con frequenza a eventi meteorologici estremi dagli effetti devastanti su uomini, attività economiche e territorio;

17) garantire un adeguato utilizzo i fondi a disposizione del nostro Paese, combinando contributi europei previsti nella programmazione europea, anche per il periodo 2021-2027, e risorse nazionali, per accompagnare la transizione e il superamento dell'utilizzo dei combustibili fossili, con l'attuazione della strategia energetica nazionale che punti sul risparmio e sull'efficienza energetica e sull'utilizzo su larga scala delle energie rinnovabili;

18) realizzare un piano strutturale di messa in sicurezza del territorio, con politiche di prevenzione e mitigazione del rischio e di adattamento ai cambiamenti climatici, che preveda un piano di adattamento per la mitigazione dei fenomeni più gravi dovuti ai mutamenti climatici con il pieno coinvolgimento dei Comuni e dei sistemi produttivi, e tra questi quello agricolo;

19) promuovere, in particolare, lo sviluppo della filiera agricola biologica e delle buone pratiche agronomiche, in modo da ridurre l'impatto della chimica nel suolo e tutelare le risorse sotto il profilo qualitativo e quantitativo, aumentare e mantenere la qualità del territorio, la fertilità organica del suolo ed il sequestro di carbonio;

20) favorire l'occupazione giovanile attraverso l'introduzione di incentivi e agevolazioni fiscali per le imprese che assumono a tempo indeterminato giovani per svolgere attività finalizzate alla salvaguardia delle risorse naturali, con particolare riferimento alla protezione del territorio e alla gestione delle emergenze, nonché all'implementazione delle fonti di energia rinnovabili e allo sviluppo della economia circolare;

21) attuare la strategia nazionale per Io sviluppo sostenibile, rendendo pienamente operativa la cabina di regia "Benessere Italia", istituita presso la Presidenza del Consiglio dei ministri con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 11 giugno 2019, attraverso il potenziamento della struttura in termini di adeguate risorse umane e finanziarie necessarie al perseguimento delle finalità e all'assolvimento dei compiti istitutivi;

22) farsi promotore nelle opportune sedi internazionali, tra le quali rivestirà importanza particolare il prossimo incontro della conferenza delle parti della convenzione internazionale sui cambiamenti climatici che si terrà a Glasgow nel novembre 2020 (Cop26), in accordo e coordinamento con le istituzioni europee, di ogni necessaria azione che permetta di giungere al traguardo dell'adozione di un quadro normativo vincolante e condiviso per l'attuazione dell'accordo di Parigi, e più in generale di politiche a livello globale tese ad un reale cambio di direzione in tutti i settori dell'economia che consenta, in tempi rapidi e certi, nel rispetto delle indicazioni scientifiche entro un accordo internazionale, la transizione energetica verso la riduzione delle emissioni inquinanti in atmosfera e la progressiva e rapida decarbonizzazione dell'economia.

(1-00194) (Testo 2)

Mozioni

CANDIANI, AUGUSSORI, BORGHESI, CALDEROLI, GRASSI, PIROVANO, STEFANI, SAPONARA - Il Senato,

premesso che:

la riforma delle autonomie locali e del titolo V della Costituzione ha rivisitato la figura del segretario comunale e provinciale, senza tuttavia definirne gli ambiti di competenza, piuttosto attribuendo tale compito al sindaco, che può assegnargli un ruolo rilevante nell'organizzazione dell'ente o relegarlo ai margini della struttura, con soli compiti normativi e legali;

il conferimento, infatti, di maggiori poteri agli enti locali, dovuto all'introduzione dell'elezione diretta del sindaco e al riconoscimento di un ruolo centrale agli organi politici monocratici, quale espressione della volontà popolare, accresce la discrezionalità nella scelta di quale modello di segretario comunale adottare nel proprio Comune;

a ciò si aggiungano la centralità degli enti locali nell'organizzazione pubblica, per agevolare la realizzazione del principio di sussidiarietà verticale e orizzontale, l'assegnazione agli stessi del compito di predisporre l'organizzazione interna ritenuta più idonea alla realizzazione del programma elettorale, la loro maggiore responsabilità dal punto di vista economico e finanziario, al punto che l'amministratore locale risponde personalmente per danno erariale nel caso in cui i bilanci del proprio ente non siano in ordine;

va considerata la possibilità, peraltro, conferita al sindaco, nei comuni con popolazione superiore a 100.000 abitanti, di nominare anche un direttore generale per realizzare gli indirizzi e gli obiettivi stabiliti dagli organi di governo;

in tale contesto, quindi, il segretario comunale, attualmente, è nominato dal sindaco, dopo averlo scelto tra gli iscritti all'albo nazionale, con il quale stabilisce un rapporto di dipendenza funzionale per la durata del mandato elettorale, salvo anticipata interruzione a seguito di revoca dell'incarico;

i compiti che l'articolo 97 del testo unico degli enti locali, di cui al decreto legislativo n. 267 del 2000, e successive modificazioni ed integrazioni, assegna oggi al segretario sono eterogenei in relazione sia ai contenuti che alla competenza e professionalità che il loro esercizio richiede;

può aversi un segretario-direttore generale che dirige, guida e coordina l'attività amministrativa e gestionale dell'ente, che trasforma le linee generali di indirizzo politico in atti concreti, al fine di contribuire al raggiungimento degli obiettivi dell'amministrazione;

in alternativa, può esservi un segretario che per previsione dello statuto o dei regolamenti, nonché per espresso conferimento del sindaco, svolge "ogni altra funzione" oppure un segretario che, per previsione dello statuto o dei regolamenti, nonché per conferimento del sindaco, svolge anche funzioni gestionali;

oppure, ancora, può esservi un segretario che convive con il direttore generale con le attribuzioni di: a) partecipare con funzioni consultive, referenti e di assistenza alle riunioni del Consiglio e della Giunta e redigere il verbale; b) esprimere il parere su ogni proposta di deliberazione sottoposta alla Giunta e al Consiglio nel caso in cui l'ente non abbia responsabili dei servizi interessati, per le parti di sua competenza; c) rogare, su richiesta dell'ente, i contratti nei quali l'ente è parte e autenticare le scritture private e gli atti unilaterali nell'interesse dell'ente; d) esercitare ogni altra funzione attribuitagli dallo statuto o dai regolamenti, o conferitagli dal sindaco o dal presidente della Provincia, di cui alle lettere a), b), c)e d) dell'articolo 97, comma 4, ai sensi del quale il segretario svolge le sole attività riconducibili a competenze normative e legali;

dal 1997, quindi, a seguito delle "riforme Bassanini" e, in particolare, con la diretta legittimazione popolare, si rafforza la convinzione che gli organi monocratici possano disporre di un potere così grande da non tollerare intromissioni "esterne";

anche la riforma del 2001 del titolo V della Costituzione ha ulteriormente contribuito a mettere in crisi la figura del segretario, tanto che si sono delineati due orientamenti: uno che ha ritenuto che le disposizioni relative ai segretari comunali, contenute nel decreto legislativo n. 267 del 2000, fossero state sostanzialmente abrogate nei fatti, lasciando alla potestà statutaria la libertà di prevederne o meno la figura; un altro, sostenuto anche dalla giurisprudenza, che riconosce, invece, ancora validità alla figura, ritenendo che le disposizioni relative alla figura del segretario comunale non possono ritenersi abrogate ipso iure dall'intervenuta modifica del titolo V della Costituzione, né possono ritenersi "cedevoli" e "disponibili" da parte dell'autonomia statutaria dei Comuni (si vedano Tar Lazio, sez. II bis, ordinanze n. 4066 e n. 4123 dell'11 luglio 2002);

tuttavia, è del tutto evidente la debolezza di tale figura, la cui nomina dipende dal sindaco di turno e, cosa ancora più grave, la cui cessazione dipende da un semplice evento come la scadenza del mandato dell'organo politico;

dal punto di vista dell'inquadramento, poi, la figura del segretario comunale è articolata in tre diverse fasce professionali (A-B-C), distinte in relazione all'entità demografica degli enti locali e, allo stato, la categoria risulta caratterizzata da una grave carenza di unità (segretari di fascia C) da destinare allo svolgimento delle funzioni segretariali nei comuni più piccoli, aventi una popolazione fino a 3.000 abitanti,

impegna il Governo:

1) ad adottare iniziative per razionalizzare la formazione d'accesso alla carriera di segretario, disciplinata dall'articolo 13 del decreto del Presidente della Repubblica n. 465 del 1997, e dall'articolo 1, comma 524, della legge n. 296 del 2006, in modo da contemperare l'esigenza, alla luce delle riscontrate carenze, di una più rapida immissione in servizio di nuove unità e di elevati standard professionali;

2) ad adottare iniziative per rimodulare la durata complessiva del corso-concorso di formazione, riducendolo da 12 mesi a 4 mesi, in modo da contrarre i tempi necessari, affinché le amministrazioni locali di minori dimensioni possano nominare un segretario titolare tra i nuovi iscritti all'albo;

3) ad adottare iniziative per garantire un livello di professionalità comunque adeguato rispetto agli importanti compiti assegnati dall'ordinamento, attraverso un meccanismo di compensazione del più ristretto percorso di formazione iniziale, introducendo, a pena di cancellazione dall'albo, obblighi formativi da assolvere nel biennio successivo all'immissione in servizio dei nuovi segretari nell'ambito dell'ordinario piano di formazione generale, anche con modalità telematiche;

4) a utilizzare le risorse finanziarie in modo più efficiente, concentrandole solo sulla formazione delle unità effettivamente immesse in servizio con un percorso formativo legato all'accesso in carriera;

5) ad adottare iniziative volte a superare il corso-concorso con il rilascio della sola abilitazione necessaria ai fini dell'iscrizione all'albo con la prima nomina presso l'ente locale e a garantire l'effettiva permanenza, per almeno un biennio, dei segretari nuovi iscritti negli albi regionali di prima assegnazione, in modo da assicurare la copertura delle sedi di segreteria negli albi che presentano le maggiori carenze ai sensi dell'articolo 13, comma 9, del decreto del Presidente della Repubblica n. 465 del 1997;

6) a lasciare la decisione sull'effettiva presa di servizio e sull'instaurazione del rapporto di lavoro alle prerogative del rappresentante dell'ente locale, al quale l'ordinamento attribuisce ogni valutazione di carattere fiduciario circa la scelta e la revoca del segretario, come chiarito dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 23 del 2019;

7) ad adottare iniziative per razionalizzare la figura del vicesegretario comunale nei comuni con popolazione fino a 10.000 abitanti, al fine di assicurare che, in via temporanea e nelle more della nomina del segretario titolare, venga garantito l'assolvimento dei compiti fondamentali del segretario, oppure, in presenza delle condizioni oggettive previste dalla legge e previa verifica dei relativi requisiti da parte del Ministero dell'interno, di affidare le competenze segretariali a funzionari degli enti interessati in possesso dei requisiti di accesso alla carriera, per un periodo massimo di 12 mesi;

8) a chiarire che restano sempre salvi, nell'ottica dell'obbligatorietà della figura del segretario, l'obbligo per il sindaco di nominare il segretario titolare nonché la possibilità, per il Ministero dell'interno, di assegnare segretari iscritti all'albo a titolo di reggenti, anche a scavalco.

(1-00197)

IANNONE, MAFFONI, NASTRI, CIRIANI, RAUTI, BALBONI, BERTACCO, CALANDRINI, DE BERTOLDI, FAZZOLARI, GARNERO SANTANCHE', LA PIETRA, LA RUSSA, PETRENGA, RUSPANDINI, TOTARO, URSO, ZAFFINI - Il Senato,

premesso che:

la consapevolezza dell'emergenza climatica in atto, e degli effetti connessi e riscontrabili nell'attualità e sul medio-lungo periodo, è oggetto di molteplici ed autorevoli studi scientifici orientati non solo verso l'individuazione della correlazione tra cambiamento climatico e azione antropica, ma anche e soprattutto verso l'individuazione di prospettive di intervento tese al contenimento degli effetti deleteri sull'ecosistema, che devono essere riferimento imprescindibile per le politiche in materia;

i dati del quinto rapporto di valutazione, pubblicato nel 2013 e 2014 dall'IPCC (Intergovernmental panel on climate change), gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, evidenziano come l'aumento delle concentrazioni di gas serra in atmosfera sia da individuare come la causa alla base dei più complessi e deleteri cambiamenti climatici in atto: in particolare, si evidenzia come la temperatura del pianeta sia aumentata, dal 1860 ad oggi, di quasi un grado centigrado nella sola Europa e che le previsioni scientifiche attestano un incremento della temperatura tra 1,4 e 5,8 gradi entro la fine del secolo. Nello specifico è stato registrato, nel corso dell'ultimo trentennio, un incremento del 70 per cento delle emissioni globali di anidride carbonica con il conseguente superamento del 20 per cento della soglia limite di concentrazioni delle 400 parti per milione;

si sottolinea che, stando ai dati del rapporto "Trajectories of the earth system in the Anthropocene", pubblicato dalla National academy of sciences degli USA nel 2018, il solo incremento della temperatura di 2 gradi potrebbe configurarsi come conditio per un "effetto domino incontenibile", in ragione della consequenzialità sussistente tra incremento della temperatura ed evoluzioni climatiche correlate ad eventi estremi ed i loro riverberi sul versante degli equilibri ecosistemici, della sicurezza dei territori rivieraschi e dell'accessibilità ai rifornimenti idrici;

con l'accordo di Parigi siglato nel dicembre 2015 tra gli Stati membri della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), sottoscritto da 192 Paesi, tra cui l'Italia, è stato siglato il primo accordo universale sul clima mondiale, nel quale è definito un piano d'azione globale, finalizzato al contenimento dei cambiamenti climatici attraverso la riduzione dell'incremento del riscaldamento globale;

sul versante dell'Unione europea sono state intraprese molteplici iniziative orientate all'individuazione di un'azione di politica climatica concreta e lungimirante finalizzata alla definizione di adeguate misure di adattamento per ridurre e gestire i rischi connessi ai cambiamenti climatici. Nel 2009 con il libro bianco "Adattarsi ai cambiamenti climatici: verso un quadro d'azione europeo", la Commissione europea ha richiesto agli Stati membri di elaborare le rispettive strategie di adattamento nazionale. Nel 2013 con l'adozione della "Strategia europea per i cambiamenti climatici" e con le successive conclusioni del Consiglio europeo del 13 giugno 2013 "Una strategia europea di adattamento al cambiamento climatico" è stato richiesto agli Stati membri di avviare una revisione del concetto di vulnerabilità, di rivedere le soglie critiche di rischio a livello nazionale e di misurare le proprie capacità di resilienza agli effetti dei cambiamenti climatici attraverso politiche basate su un approccio locale e un determinante coinvolgimento di tutti gli interlocutori socio-economici;

in questa prospettiva è stata adottata nel 2015 dal Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare la strategia nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (SNAC), il cui obiettivo principale è quello di elaborare una visione nazionale sui percorsi comuni da intraprendere per far fronte ai cambiamenti climatici contrastando e attenuando i loro impatti, attraverso l'individuazione di azioni e di percorsi finalizzati alla riduzione dei rischi correlati ai cambiamenti climatici; nel 2016 è stata avviata la definizione del piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (PNACC) al fine di sostenere l'attuazione della SNAC;

l'obiettivo della "carbon neutrality" da raggiungere entro il 2050 rappresenta una priorità: sebbene questa prospettiva rientri tra gli obiettivi proposti dalla Commissione europea, la mancata approvazione del Consiglio europeo può rappresentare un limite nella direzione della 25esima conferenza delle parti dell'United Nations framework convention on climate change (Cop25 Unfccc) del dicembre 2019;

si evidenzia come la Commissione ambiente del Parlamento europeo abbia sollecitato la UE a veicolare in sede di Cop25 Unfccc "La sua strategia a lungo termine per raggiungere la climate neutrality al più tardi nel 2050", al fine di consentire il mantenimento in capo alla UE della "leadership mondiale in materia di lotta contro il cambiamento climatico";

si ritiene opportuno promuovere, in tutte le sedi, anche europee, la ricerca in materia di innovazione tecnologica e di sviluppo del gas naturale senza emissione di anidride carbonica, come anche autorevolmente sostenuto da eminenti scienziati tra i quali il senatore a vita Carlo Rubbia, premio Nobel per la fisica;

si sottolinea, inoltre, come uno degli effetti più evidenti del cambiamento climatico si rintracci nella progressiva riduzione della disponibilità idrica a cui corrisponde, di contro, un incremento della variabilità estrema delle dinamiche dei volumi di acqua dei bacini fluviali e lacuali: le conseguenze correlate a questa variabilità sono da rintracciarsi nella compromissione della sicurezza del territorio unitamente ad un'alterazione dei ritmi di produzioni, soprattutto di alcune specie ittiche, e di effetti deleteri sulla produzione agricola in ragione della difficoltà di accesso agli approvvigionamenti, con inevitabili danni agli ecosistemi e progressiva perdita di biodiversità;

si evidenzia, inoltre, che l'incremento delle temperature determina l'aumento del rischio di desertificazione, da cui attualmente è interessato un quarto della superficie terrestre, e che l'inaridimento caratterizzato da carenza di piogge e da alte temperature riguarda circa il 47 per cento delle terre emerse;

tra le conseguenze dei cambiamenti climatici si annoverano la crescita del livello del mare, aumentato nell'ultimo secolo di 10-25 centimetri e che sembra possa aumentare di altri 88 centimetri entro il 2100, la perdita di biodiversità, perché molte specie animali non saranno in grado di adattarsi ai cambiamenti del clima con la rapidità necessaria, una maggiore diffusione di malattie e problemi nella produzione alimentare;

molteplici sono i rischi anche per la produzione agricola, che subisce gli effetti delle variazioni climatiche estreme con il conseguente susseguirsi di carestie: la FAO ha rilevato che entro il 2080 ci sarà una perdita di oltre 10 per cento della superficie coltivabile nei Paesi in via di sviluppo, con riduzione della produzione di cereali e il conseguente aumento della fame nel mondo;

a tal riguardo si rileva come l'impasse climatica ed il continuo avvicendarsi di fenomeni atmosferici estremi stia mettendo in evidenza in tutta la sua drammaticità il crescente rischio idrogeologico strettamente connesso alla configurazione territoriale ed infrastrutturale italiana: il susseguirsi di eventi di attualità mettono in luce, ancora di più rispetto al passato, le gravissime carenze strutturali presenti nel nostro Paese per quanto riguarda il dissesto idrogeologico del territorio;

quanto verificatosi il 24 novembre 2019 con il crollo di una porzione di 30 metri del viadotto Torino-Savona, a causa di una frana distaccatasi dal monte che fiancheggia il viadotto, rappresenta la conferma, allarmante e drammatica, dell'emergenza idrogeologica che condiziona il nostro Paese, il cui patrimonio infrastrutturale è palesemente incapace di fronteggiare gli effetti devastanti dei cambiamenti climatici in corso; dinanzi a questo scenario e ai continui rischi cui è esposto il Paese appare non più rinviabile la pianificazione di un monitoraggio ed una mappatura completa delle zone a rischio, attraverso il coinvolgimento di istituzioni competenti, enti locali ed esperti al fine di rivolgere ai siti interessati, opportunamente studiati ed analizzati, specifici interventi strutturali, risolutivi e sistemici, che non si risolvano in misure tampone che rischiano di limitarsi alla gestione dell'emergenza in atto lasciando a se stesse tutte le altre situazioni a rischio del Paese;

sono evidenti, infatti, i danni provocati da frane, inondazioni e alluvioni, che deturpano una vasta percentuale del territorio nazionale: risultano più di 29.000 i chilometri quadrati di territorio nazionale che presentano elevati aspetti di criticità sotto il profilo idrogeologico e più di 10 milioni i cittadini che vivono in insediamenti abitati in aree a rischio. Inoltre negli ultimi decenni l'intero patrimonio territoriale nazionale ha subito una progressiva riduzione delle aree naturali a vantaggio di un incremento degli insediamenti urbani e industriali, con incrementi vicini anche al 500 per cento rispetto ai primi anni del dopoguerra;

si sottolinea pertanto che la capacità di consentire la gestione degli effetti dei cambiamenti climatici, già in atto e attesi a partire dal prossimo decennio, con le esigenze sociali, le istanze economiche e tecnologiche costituisca una sfida importante per la gestione delle risorse del nostro territorio, segnatamente in quelle aree dove la tenuta e la stabilità del suolo sono maggiormente in crisi;

la maggiore sensibilità per le tematiche ambientali e l'aspettativa di trasparenza e partecipazione da parte della società, da un lato, il rilevante peso degli usi produttivi delle risorse, dall'altro, uniti alla crescente e abbondante disponibilità d'informazioni prodotte da tecnologie di monitoraggio innovative e di modelli di previsione sempre più affidabili, sono elementi da considerare in modo coordinato, per indirizzare la governance del territorio, valorizzare in modo armonico le risorse locali e rendere più resilienti le comunità locali;

la complessità dello scenario richiede di affrontare le questioni evidenziate con una visione sistemica del territorio, che non si limiti ad affrontare la singola emergenza, ma che consenta una visione integrata, orientata ad una completa "gestione delle risorse" attraverso il coinvolgimento di tutti i soggetti direttamente coinvolti. Infatti, lo scenario in evoluzione impone l'individuazione di soluzioni ambiziose con il coinvolgimento di tutte le parti in un processo di pianificazione che consideri tutti gli interessi dei soggetti coinvolti, grazie anche al supporto di strumenti operativi e innovativi in grado di fornire informazioni quantitative, facilitando l'esplorazione delle possibili sinergie tra i vari stakeholder e delle azioni da compiere anche quotidianamente. In questa prospettiva, risultano esemplificativi i progetti SO-WATCH del Politecnico di Milano, che si propone di studiare le strategie di adattamento per la gestione delle risorse idriche in condizioni di cambiamento climatico e socio-economico, ed il progetto ADAPT cofinanziato dal Programma Interreg Italia-Francia Marittimo 2014-2020, che ha l'obiettivo di individuare strategie di adattamento delle città italiane e francesi dell'alto Tirreno alle conseguenze dei cambiamenti climatici, con particolare riferimento alle alluvioni causate dalle cosiddette bombe d'acqua;

in tal senso non si può trascurare la necessità di evitare il consumo di nuovo suolo privilegiando modalità di intervento che ottimizzino l'impiego dei fattori "territorio e ambiente" in una prospettiva di sostenibilità e che siano, pertanto, anche volte al recupero e riconversione di siti industriali esistenti, cresciuti in numero e diffusione territoriale in funzione delle successive fasi di industrializzazione del secolo scorso e che oggi, invece, in ragione dei fenomeni di deindustrializzazione, presentano elevati livelli di contaminazione ambientale e di rischio per la salute dei cittadini;

appare non trascurabile l'analisi dell'impatto sulla salute degli eventi correlati ai cambiamenti climatici: secondo il rapporto "The Lancet countdown 2019: tracking progress on health and climate change", redatto da 120 esperti di 35 istituzioni accademiche internazionali e agenzie delle Nazioni Unite, con l'obiettivo di fornire elementi e strumenti più adeguati ai Governi affinché adottino politiche adeguate alle criticità connesse ai cambiamenti climatici, tra l'altro evidenzia la correlazione tra utilizzo di fonti fossili per la produzione di energia e peggioramento della qualità dell'aria, oltre alla correlazione tra l'incremento delle temperatura e diffusione di malattie infettive: con riferimento all'Italia, soltanto nel 2016 sono stati registrati 45.600 decessi prematuri a seguito dell'esposizione a Pm2.5, un dato tra i più alti in Europa;

inoltre è evidente la correlazione tra dinamiche di mercato e rispetto della sostenibilità ambientale sul versante economico-produttivo, infatti il carattere elevato dei volumi di prodotti importati da Paesi extra UE che non rispettano gli standard europei di tutela ambientale, oltre agli standard di salute e sicurezza sul lavoro, e la conseguente alterazione della concorrenza con effetto distorsivo sul mercato, sollevano molteplici quesiti circa la compatibilità di tali immissioni di prodotti nel mercato europeo con le misure di sostenibilità ambientale ed economico-sociale perseguite nella cornice europea. Su questo versante l'ipotesi di prevedere delle misure di contrasto all'importazione di prodotti da Paesi extra UE che non rispettano gli standard ambientali, salariali e di sicurezza vigenti in ambito europeo risulterebbe in linea con gli interventi strutturali di sostenibilità economico-sociale perseguiti, configurandosi anche come una misura di deterrenza verso quei Paesi che ancora sono sostenitori di ragioni ostative agli impegni a tutela ambientale contratti in sede internazionale;

l'assenza di una cultura ambientale nel nostro Paese che parta dalle scuole e che porti ad una sensibilizzazione crescente verso la tutela dell'ambiente ed il suo rispetto, verso la cultura del risparmio energetico, l'eliminazione degli sprechi e la mobilità sostenibile rappresentano un fattore ostativo all'evoluzione in chiave sostenibile della società: l'Italia è fanalino di coda in Europa, segnatamente per quanto riguarda la presenza di tali tematiche tra le materie oggetto di approfondimento e di insegnamento nelle scuole, infatti i programmi scolastici non affrontano in maniera adeguata e univoca questi temi fondamentali per le future generazioni, spesso affidati alla discrezionalità e sensibilità dei singoli insegnanti;

il 19 novembre 2019, la Camera dei deputati ha approvato una mozione unitaria (1-00295) sulle iniziative a favore della città di Venezia alla luce dell'emergenza che ha interessato la città in queste ultime settimane che hanno contribuito a renderla metafora per eccellenza del rischio correlato ai mutamenti climatici e degli effetti devastanti di questo sugli insediamenti urbani: nella mozione, tra le altre cose, il Governo si è impegnato ad istituire nella città di Venezia un centro internazionale sui cambiamenti climatici, per valorizzare il patrimonio di conoscenze maturate da soggetti pubblici e privati al fine di renderlo riferimento per l'approfondimento e lo studio internazionale sui fenomeni legati ai cambiamenti climatici,

impegna il Governo:

1) a superare i generici impegni programmatici e cronologici in materia di lotta ai cambiamenti climatici e a definire quelle attività antropiche che contribuiscono, direttamente o indirettamente, all'incremento delle temperature con chiari indirizzi per una loro graduale diminuzione: centrali elettriche a carbone o a olio combustibile, incenerimento dei rifiuti anche legati alla produzione di energia, trasporto su gomma, riscaldamenti con combustibili fossili, deforestazione, consumo del territorio in particolare attraverso l'espansione delle città;

2) a promuovere la ricerca in materia di innovazione tecnologica e di sviluppo del gas naturale senza emissione di anidride carbonica;

3) ad adottare, anche con il coinvolgimento del Parlamento, iniziative volte all'attuazione degli impegni di cui agli accordi siglati in sede internazionale volti alla riduzione delle emissioni di gas serra e all'attuazione della progressiva transizione energetica verso la decarbonizzazione;

4) ad istituire nella città di Venezia un centro internazionale sui cambiamenti climatici, per valorizzare il patrimonio di conoscenze maturate da soggetti pubblici e privati, che porti avanti studi e ricerche sui temi della vulnerabilità e dell'adattamento ai cambiamenti climatici nell'ambito della salvaguardia della nazione, anche nel quadro del piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (PNACC) di cui è importante e urgente completare l'elaborazione;

5) a promuovere l'impegno della UE per l'attuazione della carbon neutrality entro il 2050;

6) ad incentivare la ricerca scientifica in materia di adattamento climatico urbano, attraverso la sperimentazione di nuovi materiali e nuove tecnologie sul versante dell'edilizia nella prospettiva di ridurre i consumi energetici;

7) ad avviare un monitoraggio ed una mappatura completa delle zone e delle infrastrutture a rischio idrogeologico, attraverso il coinvolgimento di istituzioni competenti, enti locali ed esperti al fine di rivolgere ai siti interessati specifici interventi strutturali, risolutivi e sistemici, che non si risolvano in misure di gestione dell'emergenza che rischiano di limitarsi alle criticità in atto, lasciando a se stesse tutte le altre situazioni a rischio del Paese;

8) ad adottare tutte le misure necessarie per stanziare adeguate risorse per favorire la prevenzione dei fenomeni di dissesto idrogeologico e gli interventi a difesa del suolo, ivi inclusi quelli destinati alla lotta all'erosione costiera, sollecitando il rafforzamento e lo sviluppo delle attività di complesso monitoraggio del territorio nazionale;

9) a valutare l'opportunità di prevedere un corpo specialistico di Polizia ambientale a ordinamento civile con funzioni di tutela ambientale, delle foreste, del paesaggio e della biodiversità, come strumento attivo di tutela del patrimonio ambientale, nonché di prevenzione e di contrasto del rischio idrogeologico;

10) a promuovere una maggiore sensibilizzazione dei cittadini verso gli effetti dei cambiamenti climatici, promuovendo best practice tese alla tutela dell'ambiente e introdurre, nelle scuole di ogni ordine e grado, l'insegnamento dell'educazione ambientale;

11) a promuovere l'introduzione di dazi, inquadrabili come dazi di civiltà, su quei prodotti di importazione provenienti da Paesi extra UE che non rispecchiano gli standard di tutela ambientale, unitamente a quelli salariali e di salute e sicurezza sul lavoro, vigenti in ambito europeo, al fine di evitare un pericoloso dumping sociale e contrastare fenomeni di concorrenza sleale;

12) a valutare l'opportunità di promuovere progetti di ricerca orientati all'individuazione di strategie di adattamento per la gestione delle risorse naturali in condizioni di cambiamento climatico e socio-economico;

13) a predisporre un tavolo tecnico multilivello teso all'individuazione, al monitoraggio e all'approfondimento dei rischi per la salute dovuti al deterioramento ecosistemico e all'interrelazione di questo con il cambiamento climatico nella prospettiva di pianificare azioni volte al contenimento e alla sensibilizzazione della popolazione circa rischi sulla salute umana;

14) a farsi portavoce, nelle competenti sedi internazionali, dell'individuazione di regole e standard condivisi a livello globale finalizzati alla concreta e fattiva attuazione degli accordi siglati in sede internazionale.

(1-00198)

BERNINI, MALAN, GALLONE, BERUTTI, MESSINA Alfredo, PAPATHEU, AIMI, ALDERISI, BARACHINI, BARBONI, BATTISTONI, BERARDI, BIASOTTI, BINETTI, CALIENDO, CALIGIURI, CANGINI, CARBONE, CAUSIN, CESARO, CRAXI, DAL MAS, DAMIANI, DE POLI, DE SIANO, FANTETTI, FAZZONE, FERRO, FLORIS, GALLIANI, GASPARRI, GHEDINI, GIAMMANCO, GIRO, LONARDO, MALLEGNI, MANGIALAVORI, MASINI, MINUTO, MODENA, MOLES, PAGANO, PAROLI, PEROSINO, PICHETTO FRATIN, RIZZOTTI, ROMANI, RONZULLI, ROSSI, SACCONE, SCHIFANI, SCIASCIA, SERAFINI, SICLARI, STABILE, TESTOR, TIRABOSCHI, TOFFANIN, VITALI - Il Senato,

premesso che:

nel quadro della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Convenzione sul clima, UNFCCC), l'accordo ha compreso elementi per una riduzione progressiva delle emissioni globali di gas serra e si è basato, per la prima volta, su principi comuni validi per tutti i Paesi senza distinzione tra Paesi industrializzati e Paesi in via di sviluppo;

uno degli obiettivi principali è stato quello di orientare i flussi finanziari privati e statali verso uno sviluppo a basse emissioni di gas serra e migliorare la capacità di adattamento ai cambiamenti climatici; in particolare, sono stati decisi i criteri con cui misurare le emissioni di anidride carbonica e valutare le misure dei singoli Paesi;

l'Unione europea ha pertanto approvato il quadro di politica climatica ed energetica a orizzonte 2030 che definisce una serie di obiettivi chiave e misure di intervento per il periodo 2020-2030;

l'8 gennaio 2019, è stata resa nota la proposta di piano nazionale integrato per l'energia e il clima (PNIEC) inviata a Bruxelles dal Ministero dello sviluppo economico di concerto con il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e con il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti;

il piano è strutturato su 5 dimensioni: de-carbonizzazione, efficienza energetica, sicurezza energetica, mercato interno dell'energia, ricerca, innovazione e competitività;

il PNIEC contiene gli obiettivi "per l'energia e il clima" che gli Stati membri si impegnano a raggiungere entro il 2030; il documento dovrebbe anche indicare le politiche, le misure e le relative coperture economiche attraverso le quali, credibilmente, si intende raggiungere tali obiettivi;

si può cogliere questa possibilità, per programmare investimenti in grandi opere, come il treno ad alta velocità e l'ammodernamento della rete ferroviaria, che incrementano la competitività del Paese, tenendo presente l'impatto ambientale del trasporto su gomma, soprattutto per quanto riguarda le merci;

occorrono azioni per la rigenerazione delle grandi città in un'ottica di efficientamento energetico e della rete metro-ferro-tranviaria, un programma di gestione del ciclo dei rifiuti e in sinergia tra Stato e privati;

in questo quadro è fondamentale che la "transizione climatica" dell'Europa debba essere sostenibile da un punto di vista ecologico, economico e sociale e non possa prescindere, data la natura globale della questione, da una cooperazione a livello internazionale che coinvolga gli Stati americani e asiatici;

il 23 settembre 2019, si è svolto a New York un vertice ONU sull'azione per il clima che si è basato sulle azioni da intraprendere in 7 campi: transizione verso le energie rinnovabili, finanziamento della "azione climatica" e della tariffazione del carbonio, riduzione delle emissioni dell'industria, ricorso a soluzioni "basate sulla natura", città sostenibili e azioni a livello locale, resilienza al cambiamento climatico;

dal 2 al 13 dicembre 2019 si è svolta a Madrid la conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Cop25);

le priorità indicate dalla presidenza cilena della Cop25 sono state le seguenti: energie rinnovabili; elettro-mobilità; estrazione mineraria verde; economia circolare; oceani; foreste e agricolture resistenti al cambiamento climatico; città sostenibili e infrastrutture resistenti; finanza climatica;

tuttavia, nonostante i buoni auspici iniziali, il vertice non ha prodotto i risultati sperati dai suoi proponenti tanto che il presidente delle Nazioni Unite, António Guterres, avrebbe detto di essere "contrariato" per l'esito della venticinquesima conferenza mondiale sul clima;

il negoziato tra i Paesi partecipanti alla conferenza sembrerebbe essersi arenato intorno alle regole da costruire all'articolo 6 del Trattato di Parigi, che prevede diversi meccanismi volti a ridurre le emissioni cumulative di anidride carbonica, tra cui in particolare un nuovo mercato internazionale del carbonio (carbon market) per favorire lo scambio di quote di anidride carbonica tra diversi Paesi; quindi, sulle regole per il mercato dell'anidride carbonica non si sono fatti progressi;

se da una parte i Paesi di Asia, Africa, America del Sud e quelli in via di sviluppo rimproverano ad Occidente e Stati Uniti le loro responsabilità storiche sul fronte delle emissioni, sostenendo che dovrebbero fare molto di più anche dal punto di vista finanziario per sorreggere i più colpiti, dall'altra gli Stati Uniti d'America non hanno mai firmato il protocollo di Kyoto del 1997, e a breve usciranno dagli accordi di Parigi 2015;

purtroppo, senza un vero accordo tra gli Stati Uniti d'America e la Cina (sono rispettivamente il primo emettitore pro capite di anidride carbonica e il primo quanto a valore assoluto) è evidente che molto poco si riuscirà a fare (all'Europa fa capo solo il 9-10 per cento delle emissioni mondiali di gas serra);

definire un mercato del biossido di carbonio su scala globale è tutt'altro che semplice e richiederebbe una cooperazione tra Paesi assai maggiore in confronto a quella dimostrata nel vertice spagnolo;

in questo quadro il nostro Paese ha responsabilità importanti per gli anni a venire e non si può nascondere che, prima di interrompere l'utilizzo dell'energia derivata da fonti fossili, bisognerebbe prevedere un grande piano di investimenti volti a riconvertire gli impianti verso un'economia verde e a puntare su nuove fonti di approvvigionamento;

un esempio emblematico è costituito dalla Sardegna che ha attive due centrali carbonifere importanti, una nel nord dell'isola, in provincia di Sassari, e l'altra nel Sulcis Iglesiente, in provincia di Cagliari;

se si prende in considerazione il fatto che il progetto del metanodotto in Sardegna non è ancora avviato, l'isola rischierebbe nel giro di pochi anni un black out dovuto alla mancanza di fonti di approvvigionamento alternative;

l'Italia nei prossimi anni dovrà necessariamente puntare su un diverso modello energetico più incentrato sul risparmio, l'efficienza energetica e le fonti rinnovabili, partendo dalla generazione distribuita in piccoli impianti alimentati sempre più da energie rinnovabili allacciate a reti intelligenti (smart grid) integrate con efficaci sistemi di accumulo;

si rende inoltre necessario avviare urgentemente un percorso virtuoso che porti al più presto alla creazione di un sistema di riciclo dei rifiuti che non possa in alcun modo prescindere dalla realizzazione di termovalorizzatori per la produzione e l'accumulo di energia termica oltre che dalla generazione di energia da biogas;

un sistema coordinato e bilanciato di riciclo e termovalorizzazione consentirebbe al nostro Paese di ottenere un'autonomia energetica con evidenti benefici per le industrie di manufatti, che vedrebbero diminuire sensibilmente il loro costo di produzione, e per i consumatori finali che usufruirebbero del prodotto finito ad un costo più basso;

secondo dati pubblicati dall'ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) nel 2016, la quantità totale di rifiuti speciali esportata è stata pari a 3,1 milioni di tonnellate; i maggiori quantitativi di rifiuti sono stati destinati in Germania e in Cina, rispettivamente 850.000 e 260.000 tonnellate;

una gestione corretta del ciclo dei rifiuti può dunque trattenere o attirare ricchezza all'interno di un Paese, evitando così le spese legate al trasporto e ai costi di smaltimento all'estero. Inoltre, considerando che dai rifiuti è possibile ricavare energia termica ed elettrica in parte rinnovabile potrebbero ricavarsi ulteriori vantaggi;

superare l'emergenza rifiuti in grandi agglomerati urbani come Roma e Napoli, per proiettarli verso un circuito virtuoso ed efficiente di gestione, deve rappresentare una delle maggiori priorità di un Paese civile,

impegna il Governo:

1) a farsi carico tra i Paesi partecipanti alla conferenza delle Nazioni Unite sul clima dell'adozione di un codice che esiga un livello elevato di trasparenza, con solide norme vincolanti per tutte le parti e regole chiare, che non penalizzino in modo irragionevole gli Stati membri e in particolare l'Italia, conciliando sviluppo industriale e scelte ecologiche, al fine di misurare accuratamente i progressi e consolidare la fiducia tra le parti che partecipano al processo internazionale;

2) ad adoperarsi in sede europea e internazionale affinché sia intrapresa ogni azione per giungere ad un vero accordo che includa tutti i Paesi dove maggiori sono le emissioni di gas serra;

3) ad adoperarsi affinché l'Europa, sul tema dell'emergenza climatica e non solo, sia unita nel portare avanti la propria strategia, al fine essere più incisiva durante il confronto con gli altri Paesi;

4) a garantire il completamento del capacity market, finalizzato ad una maggiore diversificazione delle fonti di approvvigionamento ed il sostegno alla fonte idroelettrica rinnovabile e programmabile al tempo stesso;

5) a prevedere un piano di investimenti pubblici finalizzato a promuovere un nuovo modello energetico-ambientale fondato sull'efficienza dei consumi energetici nell'edilizia, nell'industria e nei trasporti, attraverso la digitalizzazione delle reti, la diffusione della mobilità elettrica, lo sviluppo di tecnologie elettro-efficienti in ambito residenziale e sviluppo delle fonti rinnovabili, attraverso l'introduzione di incentivi fiscali per cittadini e imprese e di misure di semplificazione; riciclo e trasformazione in risorse dei rifiuti (circular economy);

6) a creare un sistema coordinato e bilanciato di riciclo e ad avviare un piano per la costruzione di termovalorizzatori, al fine di consentire al nostro Paese di ottenere un'autonomia energetica con i benefici che di conseguenza verrebbero generati.

(1-00199)

BERNINI, ROMEO, CIRIANI, TOSATO, FAGGI, MONTANI, MALAN, PICHETTO FRATIN, RAUTI, SAPONARA - Il Senato,

premesso che:

l'ultima legge di bilancio per il 2020 (legge 30 dicembre 2019, n. 160) ha introdotto le cosiddette plastic tax esugar tax;

all'articolo 1, commi 634-658, si stabilisce l'istituzione e si disciplina l'applicazione di un'imposta sul consumo di manufatti in plastica con singolo impiego (MACSI) che hanno o sono destinati ad avere funzione di contenimento, protezione, manipolazione o consegna di merci o di prodotti alimentari, ad esclusione dei manufatti compostabili, dei dispositivi medici e dei MACSI adibiti a contenere e proteggere medicinali;

giova evidenziare che esiste già una norma volta a favorire il riuso degli imballaggi in plastica e che prevede un contributo obbligatorio in capo ai fabbricanti: si tratta del "contributo ambientale CONAI" che rappresenta la forma di finanziamento attraverso la quale il consorzio nazionale imballaggi ripartisce tra produttori e utilizzatori il costo per gli oneri della raccolta differenziata, per il riciclo e per il recupero dei rifiuti di imballaggi;

numerose aziende e associazioni di categoria (Assica, Assolatte e Unitalia, Nestlé italiana SpA, Assobibe, Federalimentare) hanno, già durante l'esame del disegno di legge di bilancio, fortemente stigmatizzato la nuova tassazione sulla plastica, rappresentando le pesanti criticità che ne scaturiscono e, in particolare: la lesione alla competitività delle aziende italiane, con un gap competitivo insostenibile, un allontanamento di investimenti dal Paese, minori attività sull'indotto e perdita di posti di lavoro, un incremento sensibile dei packaging di plastica con l'impatto peggiore sulle acque minerali e la mancanza di alternative di imballaggio sicure in grado di garantire ai consumatori i medesimi requisiti di sicurezza, salubrità e qualità alimentare;

la filiera della tassazione andrà, comunque, a scaricarsi sui consumatori, che faranno a meno di alcuni generi di consumo fondamentali e il costo per i produttori della packaging valley, per l'indotto e per l'agricoltura, sarà molto più alto rispetto a quanto l'erario potrà incassare dall'imposta;

premesso altresì che:

i commi 661-676 dell'articolo 1 della legge di bilancio per il 2020 prevedono l'istituzione e disciplinano l'applicazione di un'imposta sul consumo di bevande analcoliche edulcorate nella misura di 10 euro per ettolitro nel caso di prodotti finiti e di 0,25 euro per chilogrammo nel caso di prodotti predisposti a essere utilizzati previa diluizione;

similarmente agli effetti della plastic tax, in questo quadro, una tassa per litro non incentiverà i consumatori a sostituire le bevande ad alto contenuto di zucchero con alimenti a basso contenuto di zucchero, ma a sostituire il bene tassato con uno non tassato, che però potrebbe avere lo stesso contenuto di zuccheri del primo;

si tratta di due imposte che vanno a colpire le aziende in un momento particolarmente difficile per il mercato, considerando che negli ultimi 10 anni il consumo di bibite gassate è calato del 25 per cento soprattutto tra i giovani che rappresentano il principale target del prodotto e le due tasse dovrebbero produrre un ulteriore calo del 10 per cento sui volumi;

considerato che:

le conseguenze previste dall'introduzione delle due imposte si stanno concretizzando già prima della loro entrata in vigore prevista rispettivamente per luglio (plastic tax) e ottobre 2020 (sugar tax);

alcune imprese del settore della produzione di soft drink hanno già annunciato che, in ragione dell'introduzione delle nuove tasse, delocalizzeranno i propri stabilimenti, creando gravi disagi all'occupazione;

in particolare, la plastic tax sta già comportando conseguenze negative sugli investimenti e la produzione in molte regioni, ed in particolar modo nell'Emilia-Romagna, principale distretto di imballaggio in Italia, mettendo a rischio tutto il sistema imprenditoriale composto da 228 imprese con quasi 17.000 occupati;

l'Italia è leader mondiale del packaging e le aziende migliori si trovano proprio sulla via Emilia, producendo oltre 3 miliardi di euro di fatturato all'anno, ossia il 60 per cento dell'industria nazionale delle macchine automatiche. È uno degli "hub" più importanti d'Europa per la costruzione di macchinari che impacchettano i prodotti merceologici più diffusi, "un'isola felice" che ha saputo fronteggiare la crisi mantenendo target di occupazione ed export ai massimi livelli, tanto da superare anche la concorrenza tedesca e cinese;

Confagricoltura Emilia-Romagna a difesa della filiera bieticolo-saccarifera si è schierata al fianco di Coprob nella battaglia contro l'imposta sulle bibite zuccherate. La cooperativa bolognese, che è rimasta l'unica a produrre zucchero 100 per cento italiano con due stabilimenti, a Minerbio (Bologna) e Pontelongo (Padova), conta 7.000 aziende agricole conferenti e 30.000 ettari coltivati, di cui 20.000 in Emilia-Romagna e la restante parte in Veneto;

la difesa delle produzioni locali come quella bieticolo-saccarifera è una priorità non solo per la tenuta sociale ed economica del territorio, ma anche per continuare a garantire la qualità dei prodotti simbolo dell'agroalimentare made in Italy. La bieticoltura ricopre un ruolo rilevante sotto il profilo agronomico e ambientale per il contributo alla conservazione delle caratteristiche dei suoli;

inoltre, un aumento della tassazione sulle imprese spingerà queste ultime a rivedere i propri piani aziendali di investimento o addirittura trasferire i propri siti di produzione in altri Paesi dove l'imposizione è più favorevole, esattamente come si accingono a fare due impostati aziende come Coca Cola e San Pellegrino;

il "combinato disposto" di sugar e plastic tax peserà per 160 milioni di euro su Coca-Cola HBC Italia, il principale produttore e distributore di bevande a marchio Coca-Cola Company in Italia, che ha già annunciato, il 6 dicembre 2019, la sospensione di investimenti in Italia da parte del gruppo e l'annuncio dell'acquisto di arance per la Fanta non più in Sicilia ma all'estero, con il fine di sgravare i costi appesantiti oltremodo dalle misure. Tale volontà, se verrà confermata, rischia di arrecare un danno pesantissimo all'economia della Sicilia con ulteriori riflessi negativi ad una situazione già drammatica per le imprese e per l'occupazione. Infatti Coca-Cola, che ha investito tanto sulla filiera agrumicola nostrana, sulle infrastrutture, sui progetti sociali, e che nel 2018, come dimostra l'impatto occupazionale documentato di recente, ha distribuito e generato in Sicilia risorse per 48,2 milioni di euro (pari allo 0,05 per cento del PIL regionale), è costretta oggi a fare inversione di marcia, rivedendo i piani di sviluppo, bloccando 49 milioni di euro di investimenti in Italia che erano previsti il prossimo anno, così come i piani assunzionali;

ancora, la Sibeg, l'imbottigliatore siciliano autorizzato che si occupa della produzione e della commercializzazione delle bevande a marchio The Coca-Cola Company e di tutte le attività di marketing e pubblicità in Sicilia, ha dichiarato di essere pronta a trasferire la linea produttiva della Coca Cola da Catania a Tirana, in Albania, per fronteggiare i due nuovi balzelli, mettendo a rischio circa 150 posti di lavoro;

si rischia di intaccare il tessuto economico di un'altra importante regione italiana, in questo caso del meridione, depauperando territori che sono già in sofferenza, dato che si mette in seria difficoltà una delle poche realtà di rilievo che permane nel panorama delle imprese presenti al Sud e in Sicilia;

conseguenze preoccupanti ci saranno anche per il gruppo San Pellegrino che pensa ad un calo del 7 per cento sui volumi di acqua minerale e il 14 per cento sulle bibite. Ugualmente, in questo caso, la strategia aziendale potrebbe cambiare con meno investimenti e possibili effetti negativi per l'occupazione,

impegna il Governo ad attivarsi al fine di sopprimere le due imposte, provvedendo il prima possibile anche mediante strumenti normativi d'urgenza.

(1-00200)

Interrogazioni orali con carattere d'urgenza ai sensi dell'articolo 151 del Regolamento

BATTISTONI, CANGINI - Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. - Premesso che:

l'autostrada A14, che collega Bologna a Taranto, è da considerarsi come una delle arterie più importanti per i collegamenti su gomma del centro Italia;

il tratto che attraversa le Marche è da mesi in uno stato di impercorribilità, a causa di numerosi cantieri, ma soprattutto di alcuni viadotti sequestrati da parte della Procura che ha riscontrato una cattiva manutenzione da parte di Autostrade per l'Italia;

nonostante lo sblocco di poche settimane di alcuni viadotti posti sotto sequestro, rimangono ancora chiuse intere corsie, provocando ad oggi forti rallentamenti del traffico e particolari disagi sul tratto che attraversa le Marche, snodo sia verso l'Abruzzo che verso l'Emilia-Romagna;

nel periodo prenatalizio nel solo tratto da Pescara sud a Porto Sant'Elpidio si sono verificate code anche di 30 chilometri;

la media di percorribilità, nei tratti parzialmente chiusi, è anche di 5 ore per 50 chilometri;

alcune compagnie di trasporto sono costrette a far scendere i propri passeggeri a metà itinerario per consentire loro altre percorrenze;

giova sottolineare, inoltre, che mancano segnali adeguati di avvertimento agli ingressi dell'autostrada e si continuano a registrare incidenti stradali che paralizzano ulteriormente il traffico e rendono difficilissimo l'arrivo di mezzi di soccorso ove vi sia la necessità;

le arterie periferiche stanno subendo anche loro grossi disagi, per via di deviazioni di traffico che non sono in grado di smaltire, penalizzando anche i tanti residenti nella loro quotidianità;

le società di autotrasporto sono in grave difficoltà per non essere più in grado di pianificare i propri viaggi o rispettare i tempi di consegna,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo non intenda adottare misure tempestive ed adeguate atte a risolvere definitivamente o anche solo parzialmente la situazione;

se sia previsto, o prevedibile, un alleggerimento della tariffa autostradale per tutti quei passeggeri che si avventurano sulla A14;

se sia previsto un rimborso, anche parziale, per tutti quei soggetti che vi hanno transitato e che hanno subito ritardi per via del traffico.

(3-01307)

Interrogazioni con richiesta di risposta scritta

BATTISTONI - Al Ministro dell'università e della ricerca. - Premesso che:

il Ministero, dal 2003, ha riconosciuto le università telematiche come atenei che rilasciano titoli equipollenti a quelli delle università tradizionali;

l'istituzione di tali università è subordinata ad un accreditamento iniziale e a valutazione ed accreditamento periodici;

la possibilità di iscriversi ad un corso di laurea fruibile in via telematica ha dato e continua a dare la possibilità di conseguire il titolo di studio, fra l'altro, a persone con difficoltà motorie o di salute, tali da impedire una "frequenza fisica" presso gli atenei;

alcune di queste università accreditate, da anni, vantano, tra l'offerta formativa, il corso di laurea in Psicologia;

in data 23 dicembre 2019 è stato emanato un decreto ministeriale, che prevede l'impossibilità di offrire corsi di laurea in via telematica per alcune materie, fra cui Psicologia;

rispetto al decreto ministeriale, sono ancora aperti i termini di opposizione;

il medesimo non è ancora stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale e quindi privo di efficacia giuridica;

sul sito del consiglio nazionale dell'ordine degli psicologi, si legge la soddisfazione del presidente dell'ordine nell'apprendere l'emanazione del decreto ministeriale, frutto, a suo dire, del contributo dell'ordine al raggiungimento dell'obiettivo di "dare dignità alla formazione", pur non essendo fra i destinatari del decreto e quindi, solo in linea strettamente teorica, non giustificato ad esserne messo a conoscenza;

dalle parole del presidente dell'ordine trasparirebbe a giudizio dell'interrogante una visione dei corsi di laurea in Psicologia presso atenei telematici come "non dignitosi" o, almeno, con una dignità inferiore a quelli delle università convenzionali, ledendo i diritti e offendendo la dignità stessa dei professori e degli studenti delle università telematiche,

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza di tale avvenimento e, in caso affermativo, se non ritenga opportuno verificare come mai ci sia stata questa "fuga di notizie";

se non ritenga fuori luogo la dichiarazione dell'ordine degli psicologi, fatta a seguito della presa di conoscenza, senza ragione, del suddetto decreto;

se non ritenga di fare chiarezza sulla questione delle università telematiche che, pur rispondendo ai criteri necessari per la valutazione annuale dei criteri di validazione dei corsi di laurea, si trovano, all'improvviso, nell'impossibilità di offrire determinati corsi di laurea;

se non ritenga opportuno sospendere il decreto, alla luce delle rimostranze in atto e soprattutto se non ritenga utile istituire un tavolo di confronto con gli attori del procedimento.

(4-02720)

MALLEGNI - Al Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo. - Premesso che:

gli autori e i produttori di fonogrammi, nonché i produttori originari di opere audiovisive, gli artisti interpreti ed esecutori ed i produttori di videogrammi, e i loro aventi causa, hanno diritto ad un compenso per la riproduzione privata di fonogrammi e di videogrammi di cui all'articolo 71-sexies della legge 22 aprile 1941, n. 633, e successive modificazioni;

l'articolo 71-septies stabilisce che il Ministro per i beni e le attività culturali aggiorni ogni 3 anni con apposito decreto le misure del compenso per copia privata che i produttori e importatori di apparecchi e supporti con capacità di memorizzazione sono tenuti a versare alla Siae, la quale li ripartisce, direttamente o avvalendosi della collaborazione delle associazioni di categoria e di altri enti di rappresentanza collettiva, ai beneficiari di tali compensi;

la norma prevede che il Ministro, sentito il comitato di cui all'articolo 190 (comitato consultivo permanente per il diritto d'autore) e le associazioni di categoria maggiormente rappresentative dei produttori degli apparecchi e dei supporti, provveda ad aggiornare le tariffe su base triennale;

il precedente decreto di aggiornamento risale al 20 giugno 2014 e quindi avrebbe già dovuto essere già stato aggiornato nuovamente oltre due anni e mezzo fa;

nel decreto 20 giugno 2014 si stabilisce che "l'aggiornamento non debba corrispondere in modo vincolato a un criterio puramente ricognitivo di dati aritmetici in ordine all'evoluzione tecnica, all'ingresso sul mercato e nell'uso comune di nuovi dispositivi, agli scostamenti nelle abitudini di impiego e/o della capacità di memoria degli apparecchi e dei supporti per la riproduzione privata di fonogrammi e di videogrammi di cui all'art. 71-sexies ma debba tenere conto delle informazioni e dei dati acquisiti, nonché dei diversi punti di vista e delle proposte delle categorie interessate, al fine di definire un punto di equilibrio tra le opposte esigenze, di assicurare, da un lato, la giusta remunerazione dell'attività creativa e artistica degli autori e degli interpreti o esecutori, nonché dei produttori, con un'adeguata protezione giuridica dei diritti di proprietà intellettuale, e, dall'altro lato, un'incidenza proporzionata e ragionevole del meccanismo di prelievo alla fonte destinato ad alimentare il suddetto equo compenso, tale da non colpire in modo eccessivo i settori produttivi interessati dal prelievo medesimo";

dal 2014 al 2020, a fronte di una maggiore presenza sul mercato di apparecchiature con accresciute capacità di memorizzazione, non risulta un maggiore ricorso alla copia privata da parte dei consumatori anche per via del sempre più presente fenomeno dello streaming gratuito (ma ben remunerato a favore dei titolari dei diritti grazie ai ricavi pubblicitari) di contenuti audiovisivi e fonografici, si pensi al numero di utilizzatori di servizi universali come "Youtube" e "Spotify", che ovviamente riducono in maniera massiccia il ricorso alla copia privata per la fruizione di quei medesimi contenuti;

gli apparecchi polifunzionali, e più segnatamente gli smartphone, consentono non più solo la registrazione di fonogrammi e videogrammi, ma anche la loro creazione da parte degli utilizzatori e la fissazione ex novo e conseguente memorizzazione di spettacoli dal vivo (saggi di danza, circhi, artisti di strada, concerti dei quali viene autorizzata la ripresa e la diffusione "social " da parte del pubblico);

dal 2014 ad oggi il totale dei compensi per copia privata versati alla Siae ammonta a oltre 700 milioni di euro e non esiste una rendicontazione dei beneficiari effettivi, in particolare per quanto riguarda i settori imprenditoriali audiovisivo e fonografico,

si chiede di sapere:

se, prima ancora di mettere mano alle tariffe per copia privata, il Ministro in indirizzo non ritenga necessario proporre al Parlamento sostanziali modifiche alla norma primaria, soprattutto in ordine alle categorie di beneficiari dei compensi;

se non ritenga opportuno che i beneficiari dei compensi, quantomeno in forma aggregata per singole entità collettive di categoria alle quali è affidata la ripartizione, siano tenuti a una rendicontazione trasparente delle proprie strutture e dei relativi costi di funzionamento;

se, a fronte di una notevole evasione dei compensi, non ritenga opportuno operare prima di tutto su questo fronte con adeguate misure di contrasto e risorse adeguate, tenendo pertanto conto ai fini della fissazione delle nuove tariffe del maggiore gettito atteso;

quali orientamenti intenda esprimere, nell'ambito delle proprie competenze, con riferimento a quanto esposto non solo in relazione ai prossimi passi della procedura per giungere all'emanazione del decreto di aggiornamento, ma anche e soprattutto in ordine alla definizione di criteri di trasparenza relativi all'iter per il conferimento dei compensi ai beneficiari.

(4-02721)

AUGUSSORI, CALDEROLI, GRASSI, BORGHESI - Al Ministro dell'interno. - Premesso che:

venerdì 10 gennaio 2020 il Ministro in indirizzo ha incontrato al Viminale il presidente dell'Ucoii (Unione delle comunità islamiche d'Italia), Yassim Lafram, assieme ad alcuni membri della direzione nazionale;

i contenuti dell'incontro non sono stati resi noti e sul sito dell'Ucoii ci si limita a far riferimento ad un clima disteso di collaborazione in cui sono state discusse "alcune istanze relative alla comunità islamica italiana e di competenza del dicastero". Notizie di stampa riportano che al centro del colloquio ci sarebbe stata l'annosa questione dell'intesa e le esigenze dei luoghi di culto islamici;

si auspica che fra gli argomenti discussi ci sia stato anche l'avvio di un percorso per arginare l'allarmante crescita nel nostro Paese del numero di centri islamici e moschee abusivi e per impedire che all'interno di alcune comunità islamiche si annidi la presenza di gruppi eversivi e che in occasione di funzioni religiose o di semplici incontri associativi venga predicato l'odio nei confronti della cultura occidentale;

in merito a questo incontro, che potrebbe far presagire la ripresa di un dialogo tra i musulmani in Italia e le istituzioni dello Stato, sorgono alcune perplessità: prima fra tutti che sul sito del Ministero non ci sia traccia di un comunicato stampa che faccia menzione dell'incontro e in secondo luogo, ma non certo per importanza, che il Ministro abbia deciso di incontrare i membri dell'Ucoii separatamente dai rappresentanti delle altre numerose comunità islamiche d'Italia, che pure hanno siglato il patto "Stato-Islam" nel 2017;

una certa preoccupazione si esprime per il fatto che diversi studiosi, come riportato anche da Cesnur (Centro studi sulle nuove religioni), hanno rilevato che "Fra le moschee che fanno capo all'Ucoii (...) numerose sono quelle i cui dirigenti in qualche modo si ispirano all'ideologia dei Fratelli Musulmani", e per il fatto che l'attuale presidente dell'Ucoii nel 2014 aveva definito come "persona modesta le cui parole rinfrescano il cuore" il predicatore islamista radicale Aid al-Qarni, che in passato aveva pubblicamente espresso il suo pensiero: "Prego Allah che faccia cadere i nemici nelle loro stesse trappole, che distrugga gli ebrei e chi li aiuta tra cristiani e comunisti e che li trasformi nel bottino di guerra dei musulmani. Ben venga il jihad, il sacrificio e la resistenza contro gli occupanti in Iraq (...) le gole devono essere tagliate, i crani infranti e questa è la via verso la vittoria";

è necessario ribadire come non vi potrà mai essere integrazione senza la preventiva accettazione da parte di tutta la comunità islamica del principio fondamentale della separazione inequivocabile tra la sfera laica e quella religiosa e delle normative vigenti in materia di libertà individuale e di pensiero, dell'obbligo scolastico, dell'autodeterminazione e dell'uguaglianza formale di tutti i cittadini davanti alla legge, dello status giuridico o religioso delle donne, del rispetto del diritto di famiglia e dell'istituto del matrimonio, dei minori e dei non credenti e il trattamento degli animali,

si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo non ritenga importante rendere noti i contenuti dell'incontro avvenuto presso il Viminale, sia in un'ottica di trasparenza nei confronti delle altre comunità islamiche d'Italia, che hanno siglato un accordo con lo Stato, sia in un'ottica di rispetto nei confronti della cittadinanza che ha il diritto di conoscere quali azioni il Governo stia compiendo per arginare l'allarmante crescita nel nostro Paese del numero di centri islamici e moschee abusivi, scongiurando l'annidarsi di gruppi eversivi e di predicatori di odio nei confronti della nostra cultura.

(4-02722)

TESTOR, DE BERTOLDI - Al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri degli affari esteri e della cooperazione internazionale e della giustizia. - Premesso che:

nelle ultime settimane si sono riaccesi i riflettori sulla vicenda Chico Forti, il velista e produttore televisivo italiano che nel febbraio 1998 venne arrestato in Florida per l'omicidio di Dale Pike, figlio di Anthony Pike, trovato assassinato sulla spiaggia di Sewer Beach, Miami, dal quale Forti stava acquistando il "Pikes Hotel", struttura che negli anni '80 era al centro della movida dell'isola. Forti, dal 2000, anno in cui una giuria lo ha ritenuto colpevole "oltre ogni ragionevole dubbio", si è sempre ritenuto innocente dichiarando di essere vittima di un errore giudiziario e sono tanti i dubbi che negli ultimi 20 anni hanno accompagnato la vicenda giudiziaria del nostro connazionale;

attualmente, egli sta scontando la pena al Dade correctional institution di Florida City vicino a Miami;

con i tanti dubbi sui quali per ultima la trasmissione "Le Iene" ha posto attenzione nelle ultime settimane, con una serie di servizi che ricostruiscono tutta la storia, se tutto ciò che è stato scritto e riportato in questi anni fosse vero, il Governo americano si troverebbe a confrontarsi con un caso di malagiustizia piuttosto evidente e clamoroso. Il processo a Chico Forti, infatti, durato appena 24 giorni, presenterebbe diverse lacune piuttosto sospette. Il movente, che sarebbe riconducibile alla trattativa per l'acquisto del "Pikes Hotel", reggerebbe poco; secondo la ricostruzione del giornalista della trasmissione, in atto c'era sì una truffa, ma proprio ai danni di un ignaro Chico Forti e non al contrario come sostenuto dall'accusa; tanto che, prima della condanna per omicidio premeditato, l'italiano era stato assolto da otto capi d'accusa riguardanti la frode;

le prove a suo carico, secondo diversi esperti, sia italiani che americani, ai quali è stato chiesto un parere dal programma, carte alla mano, sono traballanti e del tutto inammissibili. Perfino i familiari della vittima dopo anni sono usciti allo scoperto dichiarando apertamente le loro perplessità circa la colpevolezza di Forti;

le recenti affermazioni del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri Riccardo Fraccaro sono state chiare ed inequivocabili: "Quello che faremo nei prossimi mesi sarà questo: incontrare possibilmente il governatore della Florida e i rappresentanti diplomatici americani e chiedere la grazia. L'intenzione del governo è quella di 'non abbandonare nessuna delle strade possibili' e tenere aperte tutte le tre strade percorribili: oltre alla grazia, quella della revisione del processo, più lunga e incerta, e la possibilità di cercare di far tornare qui Chico Forti anche se da detenuto";

come ha affermato il documentarista svedese Thomas Salme, che sta ultimando la lavorazione del suo film a puntate sulla vicenda di Chico Forti per una società di produzione della Svezia, che ha trascorso un mese tra Miami e New York per trovare nuovo materiale su quello che considera un clamoroso errore della giustizia americana "Chico Forti è stanco, esausto. Dopo quasi vent'anni di battaglie, sta invecchiando e sta perdendo la forza";

il nostro connazionale non vede la madre 91enne da 20 anni e ha lasciato la figlia a 3 anni (oggi ne ha 23); occorre, quindi, il massimo impegno da parte delle istituzioni italiane affinché si ottenga la revisione del processo per addivenire alla riconosciuta innocenza di Chico, della quale gli interroganti sono certi,

si chiede di sapere:

quali azioni concrete il Governo stia mettendo in atto e se siano state avviate le fasi interlocutorie con le rispettive istituzioni americane;

se sia stata avviata la richiesta di grazia.

(4-02723)

SIRI, BRIZIARELLI, BERGESIO, PIZZOL, CANTU', SAVIANE, PIANASSO, FREGOLENT, RIVOLTA, TOSATO, PITTONI, CAMPARI, IWOBI, FERRERO, STEFANI - Al Ministro dell'economia e delle finanze. - Premesso che:

il legislatore, con la legge 27 dicembre 2019, n. 160 (legge di bilancio per il 2020), all'art. 1, commi 691- 692, ha rispettivamente abrogato il regime fiscale riservato ai soggetti con ricavi compresi tra i 65.000 e 100.000 euro e ha drasticamente limitato la possibilità di ricorrere al regime forfettario, di cui alla legge 23 dicembre 2014, n. 190 (legge di stabilità per il 2015), art. 1, commi 54-89, e ciò al solo scopo di reperire risorse finanziarie;

in particolare, per effetto della previsione racchiusa all'interno del comma 692 dell'art. 1 della legge n. 160, sono stati esclusi i soggetti che nell'anno precedente: o hanno sostenuto spese per lavoro accessorio, collaborazioni, lavoro dipendente e assimilati superiore a 20.000 euro (lettera b)); o hanno realizzato redditi di lavoro dipendente e assimilati superiore a 30.000 euro (lettera d-ter));

la verifica del possesso di tali requisiti deve essere effettuata con riferimento al periodo di imposta precedente a quello di entrata in vigore della legge, con la conseguenza che coloro che siano stati interessati da tali caratteristiche nell'anno di imposta 2019, saranno esclusi dall'ambito di applicazione del regime forfettario già a partire dall'anno di imposta 2020;

considerato che:

l'articolo 3, comma 2, della legge 27 luglio 2000, n. 212, prevede che "In ogni caso, le disposizioni tributarie non possono prevedere adempimenti a carico dei contribuenti la cui scadenza sia fissata anteriormente al sessantesimo giorno dalla data della loro entrata in vigore o dell'adozione dei provvedimenti di attuazione in esse espressamente previsti";

in presenza di modifiche normative, per effetto della menzionata disposizione statutaria, il contribuente ha la possibilità, da un lato, di pianificare la propria attività e compiere le relative scelte facendo affidamento nella sostanziale neutralità della variabile fiscale in un dato periodo di imposta e, dall'altro, di disporre di uno spazio temporale certo per adeguare i programmi e le scelte dei periodi di imposta successivi in caso di modifiche fiscali, senza subirne l'immediata incidenza;

la stessa Agenzia delle entrate, nella circolare n. 9 del 10 aprile 2019, con riferimento al limite introdotto dalla lettera d) del comma 57 legge n. 190 del 2014, così come modificato per effetto della legge 30 dicembre 2018, n. 145, ha espressamente previsto che: "In considerazione della pubblicazione della legge di bilancio del 2019 nella Gazzetta Ufficiale Serie generale n. 302 del 31 dicembre 2018 e in ossequio a quanto previsto dall'articolo 3, comma 2, della legge n. 212 del 2000 (Statuto dei diritti del contribuente), qualora alla predetta data il contribuente si trovasse in una delle condizioni tali da far scattare l'applicazione della causa ostativa in esame già a partire dal 2019, lo stesso potrà comunque applicare nell'anno 2019 il regime forfetario, ma dovrà rimuovere la causa ostativa entro la fine del 2019, a pena di fuoriuscita dal regime forfetario dal 2020";

l'abrogazione del regime fiscale prevista per i soggetti con ricavi compresi tra 65.000 e 100.000 euro disposta dal comma 691 e i limiti di cui al comma 692, lett. b) e d-ter), della legge n. 160 del 2019 sono stati pubblicati nella Gazzetta Ufficiale n. 304 del 30 dicembre 2019 e sono entrati in vigore il 1° gennaio 2020; pertanto, alla data di efficacia della nuova disposizione, il termine di 60 giorni previsto dal citato articolo 3, comma 2, della legge n. 212 del 2000 non era ancora decorso;

per effetto dei citati limiti, il soggetto passivo che ha posto in essere una determinata attività programmandone il costo in funzione di un dato regime fiscale si trova, ora, a dover scontare una fiscalità più elevata, o comunque diversa,

si chiede di sapere se le modifiche normative descritte siano applicabili già a partire dal 1° gennaio 2020, oppure se, secondo i principi chiariti dall'Agenzia delle entrate con la circolare n. 9 del 10 aprile 2019, debbano produrre i loro effetti a partire dal 1° gennaio 2021, e ciò al fine di salvaguardare il diritto dei contribuenti di pianificare per tempo la propria attività anche in relazione ai profili fiscali.

(4-02724)

BALBONI - Ai Ministri del lavoro e delle politiche sociali, dell'economia e delle finanze e per la pubblica amministrazione. - Premesso che:

l'articolo 23 del decreto-legge 28 gennaio 2019, n. 4, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 marzo 2019, n. 26, prevede, per i lavoratori dipendenti delle amministrazioni pubbliche, la possibilità di presentare richiesta di finanziamento di una somma pari all'importo, nella misura massima di 45.000 euro, dell'indennità di fine servizio maturata, alle banche o agli intermediari finanziari che aderiscono a un apposito accordo quadro;

questo si sarebbe dovuto stipulare entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione tra il Ministro del lavoro e delle politiche sociali, il Ministro dell'economia e delle finanze, il Ministro per la pubblica amministrazione e l'Associazione bancaria italiana, sentito l'INPS;

la legge di conversione è stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 29 marzo 2019, n. 75;

a tutt'oggi l'accordo quadro non è stato ancora stipulato, né tantomeno sono noti i tempi per una sua eventuale definizione;

considerato che:

tale ingiustificabile e inammissibile ritardo rappresenta un'evidente lesione di legittime aspettative in capo ai pubblici dipendenti, peraltro già penalizzati da una normativa che dilata, in modo inaccettabile, i tempi di liquidazione del trattamento di fine servizio, cui il citato articolo 23 ha inteso porre un parziale rimedio;

la sentenza della Corte costituzionale n. 159 del 2019 (pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 3 luglio 2019, n. 27), nel punto 9 del "Considerato in diritto", evidenzia come, con riferimento alle questioni di legittimità costituzionale della normativa che dispone il pagamento differito e rateale delle indennità di fine rapporto anche nelle ipotesi di raggiungimento dei limiti di età e di servizio o di collocamento a riposo d'ufficio a causa del raggiungimento dell'anzianità massima di servizio: "Nonostante l'estraneità di questo tema rispetto all'odierno scrutinio, questa Corte non può esimersi dal segnalare al Parlamento l'urgenza di ridefinire una disciplina non priva di aspetti problematici, nell'ambito di una organica revisione dell'intera materia, peraltro indicata come indifferibile nel recente dibattito parlamentare";

la Corte evidenzia, altresì, che "La disciplina che ha progressivamente dilatato i tempi di erogazione delle prestazioni dovute alla cessazione del rapporto di lavoro ha smarrito un orizzonte temporale definito e la iniziale connessione con il consolidamento dei conti pubblici che l'aveva giustificata. Con particolare riferimento ai casi in cui sono raggiunti i limiti di età e di servizio, la duplice funzione retributiva e previdenziale delle indennità di fine rapporto, conquistate attraverso la prestazione dell'attività lavorativa e come frutto di essa (sentenza n. 106 del 1996, punto 2.1 del Considerato in diritto), rischia di essere compromessa, in contrasto con i principi costituzionali che, nel garantire la giusta retribuzione, anche differita, tutelano la dignità della persona umana",

si chiede di sapere per quali motivazioni non sia stato ad oggi ancora stipulato l'accordo e, in ogni caso, quali iniziative i Ministri in indirizzo intendano adottare, ciascuno per quanto di competenza, al fine di pervenire tempestivamente alla stipula, e garantire così alle migliaia di dipendenti delle amministrazioni pubbliche certezza del diritto e, soprattutto, la possibilità di accedere ad un, seppur parziale, anticipo di quanto maturato ai fini della liquidazione del trattamento di fine servizio.

(4-02725)

DE BONIS, MARTELLI, BUCCARELLA - Al Presidente del Consiglio dei ministri e al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. - Premesso che:

la questione del gasdotto TAP coinvolge interessi e diritti non monetizzabili, come la salubrità dell'ambiente, i diritti fondamentali dell'uomo, l'essenza della democrazia, della sovranità nazionale e dell'autodeterminazione dei popoli;

a maggio 2019 tre senatori e otto deputati hanno presentato un esposto contro TAP al procuratore capo di Lecce, Leonardo Leone De Castris, con l'obiettivo di porre l'attenzione su molteplici violazioni di legge e gravissime irregolarità emerse nell'iter procedurale di VIA (valutazione di impatto ambientale);

grazie anche a questa denuncia la Procura di Lecce, nell'agosto 2019, ha provveduto ad iscrivere nel registro degli indagati, per violazione dei vincoli paesaggistici, abusi edilizi, inquinamento di falda, ripetute e secondo la giurisprudenza della Corte di giustizia dell'Unione europea irrimediabili violazioni alla direttiva VIA, ben 19 persone, tra le quali alcuni dirigenti di TAP e delle società appaltate, oltre alla stessa società TAP AG;

nei giorni scorsi, così come riportato in diversi articoli di stampa, il sostituto procuratore Valeria Farina Valaori ha emesso un decreto di citazione diretta a giudizio nei confronti degli indagati. Le accuse contestate a vario titolo sono quelle di deturpamento di bellezze naturali, danneggiamento, violazione del testo unico in materia edilizia, inquinamento idrico;

nel decreto, tra l'altro, risultano anche parti offese lo stesso Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, il presidente della Regione Emiliano, il comitato "no TAP" e i sindaci della zona;

secondo la Procura, le opere per la realizzazione del tanto contestato gasdotto sarebbero state realizzate "in assenza di autorizzazioni ambientali, idrogeologiche, paesaggistiche ed edilizie, essendo illegittima quella rilasciata con DM 223/14, in violazione della Direttiva del Consiglio 1985/337/CEE (art. 5), della direttiva 2014/52/UE (art. 4, par. 3), della convenzione Espoo 1991";

tenuto conto che il Ministero dell'ambiente risulta parte offesa nel procedimento e gli sviluppi del lavoro della Procura mettono in evidenza gravissime violazioni penali e rischi sempre più palesi che non possono essere ignorati da chi ha la responsabilità di tutelare la salute pubblica, i diritti dei cittadini e il futuro del nostro Paese,

si chiede di sapere se il Governo sia a conoscenza dei fatti esposti e se non ritenga opportuno, in attesa della conclusione del procedimento penale in corso, valutando le rispettive competenze, revocare a titolo cautelare il decreto emanato dal Ministero dell'ambiente, di concerto con Ministero per i beni e le attività culturali n. 258 del 2019, con il quale si disponeva la proroga del termine di validità del decreto ministeriale n. 223/14 e per l'effetto disporre l'immediato fermo dei lavori, anche in considerazione dei poteri al Ministro dell'ambiente riconosciuti dal comma 4 dell'articolo 309 del decreto legislativo n. 152 del 2006, onde evitare reiterazione dei reati e l'eventuale commissione di nuovi e più gravi reati.

(4-02726)

NENCINI - Al Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. - Premesso che:

nelle dichiarazioni rese nel corso dell'audizione alla Camera dei deputati del dicembre 2019 si sottolineava l'imminente adozione del nuovo "protocollo fanghi", elemento necessario per procedere agli escavi manutentivi dei canali di grande navigazione del porto di Venezia;

l'adozione del protocollo è propedeutica all'elaborazione del piano morfologico della laguna di Venezia, che consentirà di individuare anche nuovi siti di conferimento del materiale di escavo, oltre a quelli già individuati e autorizzati,

si chiede di sapere:

quale sia lo stato di avanzamento dell'adozione del nuovo protocollo fanghi;

se i parametri adottati nell'elaborazione di tale strumento tengano adeguatamente conto della necessaria salvaguardia ambientale della laguna di Venezia e, parimenti, della fattibilità tecnico-economica delle operazioni di dragaggio ma soprattutto di conferimento dei materiali di escavo;

quale sia lo stato di avanzamento, per quanto di competenza del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, dei progetti già autorizzati dalle articolazioni territoriali che individuano i nuovi siti di conferimento dei materiali di escavo.

(4-02727)

CALANDRINI - Al Ministro dell'economia e delle finanze. - Premesso che:

la tassa automobilistica o bollo auto è un tributo locale che grava sugli autoveicoli immatricolati nella Repubblica italiana, il cui versamento è a favore delle Regioni di residenza;

nell'ordinamento tributario italiano, la fonte che prevede l'esenzione dal bollo per i disabili è costituita dalla legge 27 dicembre 1997, n. 449, art. 8, commi 1 e 3, cui rinvia il comma 7 della stessa norma;

ai fini dell'esenzione, tale norma non distingue fra portatori di handicap semplice o grave, ex art. 3, commi 1 e 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, che rilevano invece ai fini di altre provvidenze, ma semplicemente l'art. 8, comma 7, della legge n. 449 del 1997 rinvia ai commi 1 e 3 della legge n. 104 del 1992, con particolare riferimento al comma 1, che tratta di beneficiari quali "soggetti di cui all'art. 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104"; il comma 3 che tratta di beneficiari quali "soggetti di cui all'articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, con ridotte o impedite capacità motorie permanenti";

a parere dell'interrogante il farraginoso quadro normativo risulta ancor più complesso in virtù del dettato della legge 23 dicembre 2000, n. 388, che, all'art. 30, comma 7, richiamando le agevolazioni ex art. 8 della legge n. 449 del 1997, estende espressamente le stesse a favore dei soggetti disabili "agli invalidi con grave limitazione della capacità di deambulazione o affetti da pluriamputazioni, a prescindere dall'adattamento del veicolo", apparendo quindi pacifico che l'adattamento veicolare sia del tutto irrilevante;

ravvisato pertanto che la norma per l'esenzione è focalizzata su tre elementi: 1) lo stato di "handicap", ex art. 3 della legge n. 104 del 1992, generalmente inteso, a prescindere dalla gravità dello stesso handicap, ex art. 8, commi 1 e 3, della legge n. 449 del 1997; 2) lo stato di "invalido", generalmente inteso, a prescindere dalla sua percentuale, ex art. 30, comma 7, della legge n. 388 del 2000; 3) lo stato di ridotte o impedite capacità motorie, ex artt. 8, comma 3, della legge n. 449 del 1997 e 30, comma 7, della legge n. 388 del 2000;

tenuto conto che:

lo stato di handicap grave o il veicolo adattato ai fini dell'esenzione dal bollo non pare quindi in alcun modo previsto dalla norma fondatrice del beneficio tributario, mentre l'esigere necessariamente il verbale della commissione medica, ex legge n. 104 del 1992 che attesti lo stato di portatore di handicap "grave" ex art. 3, comma 3, della legge n. 104, appare a sua volta ultroneo e non richiesto dal combinato disposto degli articoli 8, comma 1, 3 e 7 della legge n. 449 del 1997 e 30, comma 7, della legge n. 388 del 2000;

risultano essere, tuttavia, plurime le istanze di esenzione per il bollo auto a favore di soggetti disabili presentate all'Agenzia delle entrate e dalla stessa rigettate ove il richiedente non sia munito di certificazione di handicap grave, ex art. 3, comma 3, della legge n. 104 del 1992, ovvero, in assenza, non detenga un veicolo adattato in base alla normativa menzionata;

l'interrogante rileva che, in assenza di espresse circolari in materia, le interpretazioni degli uffici territoriali dell'Agenzia delle entrate appaiono discutibili e tese ad applicare una normativa irragionevole che non ha ad oggi trovato alcuna novella legislativa;

l'irragionevolezza della normativa, che apparentemente prevede che per i disabili con ridotte o impedite capacità motorie che non risultino però affetti da grave limitazione della capacità di deambulazione (come se fossero due stati fisici del tutto differenti) il diritto all'agevolazione fiscale sia condizionato all'adattamento del veicolo, è stata acclarata da vari garanti del contribuente tra cui la decisione del collegio ligure del 21 giugno 2019;

si evidenzia, inoltre, che non pare essere tenuta in debita considerazione da parte degli uffici competenti la certificazione, ex art. 381 del decreto del Presidente della Repubblica 16 dicembre 1992, n. 495, per il rilascio del contrassegno per il parcheggio disabili ove già si attesta "in capo alla persona richiedente effettiva capacità di deambulazione impedita o sensibilmente ridotta";

considerato che la connessione fra lo stato di ridotte o impedite capacità motorie e l'handicap grave appare un'interpretazione tesa a ridurre ampiamente la platea dei beneficiari senza tuttavia un fondamento normativo, posto anche il disposto dell'art. 30, comma 7, della legge n. 388 del 2000, che prescinde dall'adattamento del veicolo ai fini del beneficio,

si chiede di sapere quali iniziative il Ministro in indirizzo intenda promuovere al fine di pervenire ad un'espressa novella legislativa tesa alla razionalizzazione della normativa in materia di esenzione dal pagamento del bollo auto per soggetti disabili attraverso la semplificazione del relativo disposto, affinché il beneficio sia riconosciuto ai soggetti disabili con ridotte o impedite capacità motorie ovvero con grave limitazione della capacità di deambulazione, in forza di qualsiasi certificazione in materia rilasciata da una struttura sanitaria pubblica.

(4-02728)

DE BONIS - Al Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. - Premesso che:

come si legge da articoli di stampa, i Carabinieri del Ros del comando provinciale di Messina e del Comando tutela agroalimentare ed i finanzieri dello stesso comando hanno arrestato 94 persone nel corso del più imponente blitz contro i clan mafiosi dei Nebrodi: i Batanesi ed i Tortoriciani;

l'esito dell'inchiesta "Nebrodi" della Procura di Messina ha visto tra gli arrestati esponenti del sodalizio mafioso, imprenditori e amministratori, tra cui il sindaco di Tortorici, tutti accusati a vario titolo di associazione mafiosa, estorsione, falso, truffa;

dall'inchiesta è emerso come i clan infliggevano estorsioni finalizzate ad accaparrarsi terreni per accedere ai contributi comunitari, reperendo ingenti contributi comunitari concessi dall'Agenzia per le erogazioni in agricoltura (AGEA), l'ente che eroga i finanziamenti stanziati dalla UE ai produttori agricoli, diventata nel tempo la principale attività per tutta l'organizzazione mafiosa presente nel territorio;

a partire dal 2013, hanno intascato i contributi europei con il coinvolgimento di oltre 150 imprese agricole (società cooperative o ditte individuali), tutte direttamente o indirettamente riconducibili alle due famiglie mafiose. Tutto realizzato grazie alla compiacenza di ex collaboratori AGEA, un notaio, numerosi responsabili dei centri di assistenza agricola (CAA);

gli indagati dal 2012 ad oggi, secondo l'ipotesi della Procura, hanno falsamente certificato la titolarità dei terreni, in capo a prestanomi, ma in realtà riconducibili a persone o enti diversi da chi effettivamente chiedeva il contributo europeo. I contribuiti europei finivano poi in conti esteri: in alcuni casi, infatti, le somme provento delle truffe venivano intascate da beneficiari su conti correnti aperti presso banche estere e poi fatti rientrare in Italia attraverso complesse movimentazioni economiche, finalizzate a fare perdere le tracce del denaro;

da quanto emerge dalla brillante inchiesta del Ros e della Finanza, avrebbero intascato indebitamente fondi europei per oltre 5,5 milioni di euro, mettendo a segno centinaia di truffe all'AGEA, così i due clan, invece di farsi la guerra, si sono alleati, spartendosi virtualmente gli appezzamenti di terreno in larghissime aree della Sicilia ed anche al di fuori dalla regione, necessari per le richieste di sovvenzioni. "Il tutto, scrive il giudice per le indagini preliminare che ha disposto gli arresti, con gravissimo inquinamento dell'economia legale e con la privazione di ingenti risorse pubbliche per gli operatori onesti";

la truffa si basava sulla individuazione di terreni "liberi" (quelli per i quali non erano state presentate domande di contributi). A segnalare gli appezzamenti utili spesso erano i dipendenti dei CAA, che avevano accesso alle banche dati. Sulla base della finta disponibilità delle particelle, veniva istruita da funzionari complici la pratica per richiedere le somme, che poi venivano accreditate al richiedente prestanome dei boss spesso su conti esteri;

"La percezione fraudolenta delle somme - scrive il gip - era possibile grazie all'apporto compiacente di colletti bianchi, collaboratori dell'A.G.E.A., un notaio, responsabili dei centri C.A.A., che avevano il know-how necessario per procurare l'infiltrazione della criminalità mafiosa nei gangli vitali di tali meccanismi di erogazione di spesa pubblica e che conoscevano i limiti del sistema dei controlli";

quella dei Nebrodi, scrive "il Fatto Quotidiano", è una mafia interessata negli anni '80 agli appalti sul raddoppio ferroviario, per poi lasciare il passo agli interessi sull'eolico. Mentre dal 2012 gli appetiti mafiosi si sono concentrati sui campi agricoli e i contributi europei. Appetiti già frenati dal protocollo Antoci, che bloccò molte delle ditte titolari di terreni, perché imponeva la certificazione antimafia,

si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo voglia fornire informazioni in merito a: chi decide i controlli dei centri di assistenza agricola (CAA); quale sia la statistica di tali controlli negli ultimi 5 anni; quali siano le irregolarità riscontrate sui vari centri di assistenza agricola.

(4-02729)

STEFANI, OSTELLARI, PELLEGRINI Emanuele, PILLON, URRARO, BRIZIARELLI - Al Ministro dell'economia e delle finanze. - Premesso che:

la nuova legge di bilancio per il 2020 (legge n. 160 del 2019), pur confermando la flat tax al 15 per cento per ricavi e compensi fino a 65.000 euro, introduce nuovi requisiti per l'accesso al regime forfettario, eliminati nel 2018;

sono due i nuovi limiti che i titolari di partite IVA devono rispettare per rimanere all'interno del regime forfettario e usufruire dell'aliquota agevolata: 20.000 euro di spesa per personale dipendente e per collaboratori, e 30.000 euro di reddito da lavoro dipendente o da pensione;

considerato che:

il limite dei 30.000 euro di reddito massimo percepibile da lavoro dipendente o da pensione, pena l'esclusione dall'accesso o dalla permanenza nel regime forfettario, è un requisito che allarma i molti titolari di partita IVA, che si sono iscritti al regime forfettario nel 2019 mentre avevano un lavoro da dipendente o assimilato, e che con le nuove regole introdotte dalla manovra finanziaria per il 2020, dovranno rinunciare al lavoro autonomo;

l'osservatorio statistico dei consulenti del lavoro, in collaborazione con il dipartimento economia e fiscalità del consiglio nazionale dell'ordine dei consulenti del lavoro, ha lanciato un allarme in merito;

secondo il loro studio "Regime forfetario: i dati 2019 e la proiezione sul 2020", che ha analizzato le aperture di partite IVA nei primi 9 mesi del 2019, fra le 399.584 nuove iscrizioni, i forfettari sono risultati 269.569, con un incremento dell'11 per cento sul 2018 e, fra questi, sarebbero 10.000 le partite IVA che rischiano di chiudere a causa dei nuovi paletti, che di fatto avviano l'addio al "regime forfettario", una delle misure maggiormente utilizzate da professionisti e imprese per svolgere la propria attività senza il peso di una tassazione e un'imposizione fiscale altissima;

la presidente del consiglio nazionale dell'ordine dei consulenti del lavoro è intervenuta sulla questione affermando che in Italia c'è ancora moltissima diffidenza nei confronti del lavoro autonomo che continua a essere trattato come motivo di evasione fiscale e poco rispetto delle norme, seppur fonte di una buona parte del PIL,

si chiede di sapere quali iniziative il Ministro in indirizzo intenda adottare per evitare la chiusura di queste 10.000 partite IVA che dovranno uscire dal regime forfettario a causa dei nuovi parametri individuati dalla legge di bilancio per il 2020.

(4-02730)

BONINO - Ai Ministri della salute e della giustizia. - Premesso che:

la legge n. 194 del 1978, recante "Norme per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza" (pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 22 maggio 1978, n. 140), prevede, all'art. 16, che: "Entro il mese di febbraio, a partire dall'anno successivo a quello dell'entrata in vigore della presente legge, il Ministro della sanità presenta al Parlamento una relazione sull'attuazione della legge stessa e sui suoi effetti, anche in riferimento al problema della prevenzione. Le regioni sono tenute a fornire le informazioni necessarie entro il mese di gennaio di ciascun anno, sulla base di questionari predisposti dal Ministro. Analoga relazione presenta il Ministro di grazia e giustizia per quanto riguarda le questioni di specifica competenza del suo Dicastero";

al momento, la relazione al Parlamento sullo stato di applicazione della legge dell'anno 2019 relativa alle rilevazioni 2018 non è stata ancora depositata;

considerato che:

negli ultimi 40 anni le interruzioni di gravidanza, nel complesso, sono fortemente diminuite: nel 1983 erano pari a 233.976, mentre già 20 anni dopo, nel 2013, si erano più che dimezzate (102.760) e ora sono di poco superiori alle 80.000 all'anno: nel 2017 il numero delle interruzioni volontarie di gravidanza è stato di 80.733, con una riduzione del 4,9 per cento rispetto al dato del 2016 e del 65,6 per cento rispetto al 1982, anno in cui si è osservato il più alto numero di interruzioni volontarie di gravidanza in Italia pari a 234.801 casi;

a influire su questo cambiamento sono intervenuti diversi fattori, tra i quali l'abolizione dell'obbligo di prescrizione medica dei contraccettivi di emergenza ormonali, quali la pillola del giorno dopo e la pillola dei 5 giorni dopo;

secondo la relazione annuale al Parlamento sulla legge n. 194 del 1978, trasmessa nel 2019 dal Ministro pro tempore della salute Grillo, il numero dei ginecologi obiettori di coscienza è altissimo, confermando una tendenza in atto da diversi anni. Se nel 2005 gli obiettori erano il 58,7 per cento, nel 2017 erano il 64,5 per cento. Esistono, tuttavia, notevoli differenze a livello regionale, anche perché la Regione ha autonomia organizzativa, come spiegato a suo tempo dal Ministro. In particolare in Molise la percentuale di ginecologi obiettori è del 96,4 per cento; si tratta di numeri molto lontani da quelli del Regno Unito (10 per cento), della Francia (7 per cento), dei Paesi scandinavi e della Svizzera, dove è pari a zero. Rispetto all'obiezione di coscienza si conferma il dato a giudizio dell'interrogante scandaloso della grande percentuale di strutture che non effettuano interruzioni volontarie di gravidanza, in aperta violazione dell'art. 9 della legge n. 194: nel 2017 solo il 64,5 per cento per cento delle strutture con reparto di ostetricia, infatti, ha praticato l'intervento;

la relazione depositata nel 2019 evidenzia che i consultori sono sempre meno (il progetto obiettivo materno-infantile del 2000 ne prevedeva uno ogni 20.000 abitanti), rilevando, però, che "molte sedi di consultorio familiare sono servizi per l'età evolutiva o dedicati agli screening dei tumori e pertanto non svolgono attività connessa al servizio IVG". Dunque i consultori, di fatto, sono sempre meno, con équipe incomplete, mortificati e ridotti all'osso, impossibilitati a svolgere quel ruolo specifico definito dalla legge n. 405 del 1975 e fondamentale per una reale azione di prevenzione del ricorso alla IVG;

relativamente alla metodica farmacologica si rileva una stabilità nella percentuale di IVG con uso di farmaci rispetto al totale delle interruzioni volontarie di gravidanza (17,8 per cento nel 2017; 15,2 per cento nel 2015). I dati confermano la sicurezza della metodica analogamente a quanto rilevato dall'esperienza ormai più che trentennale di altri Paesi, con la differenza che altrove la procedura viene eseguita a casa o in regime ambulatoriale, mentre in Italia si impone il ricovero ordinario con un significativo impiego di risorse per il Servizio sanitario nazionale. La stessa Food and drug administration (FDA), alle cui linee guida avevano fatto esplicito riferimento le linee di indirizzo per la IVG farmacologica del Ministero della salute, nel 2016 ha acquisito i dati di sicurezza della metodica, raccomandando il regime ambulatoriale e la somministrazione "at home" della prostaglandina;

non risulta invece depositata nel 2019 presso il Parlamento analoga relazione del Ministro della giustizia per quanto riguarda le questioni di specifica competenza del Dicastero,

si chiede di sapere:

per quale motivo il Ministro della giustizia non abbia depositato la relazione per l'anno 2019 sul 2018;

per quale motivo non sia stata ancora depositata l'ultima relazione al Parlamento sulla legge n. 194 del 1978, da entrambi i Ministri competenti come previsto dall'art. 16, quando tale deposito avverrà e se vi siano motivi ostativi;

alla luce delle criticità evidenziate in relazione all'ultima rilevazione effettuata, quali provvedimenti il Ministro della salute intenda assumere per garantire una corretta applicazione della legge n. 194, che non crei pregiudizio alle donne che accedono all'interruzione volontaria di gravidanza;

in particolare, in osservanza del dettato della legge, che all'art. 15 promuove l'uso delle "tecniche più moderne e più rispettose dell'integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l'interruzione di gravidanza", se intenda facilitare l'accesso alla metodica farmacologica anche in regime ambulatoriale per le gravidanze fino a 7 settimane e allargare il limite per il farmacologico a 9 settimane, come negli altri Paesi europei, in accordo con la correttezza della procedura del mutuo riconoscimento, disattesa nel nostro Paese, che, peraltro, andrebbe incontro ai diritti delle donne e al bilancio dello Stato.

(4-02731)

DE POLI - Al Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo. - Premesso che:

il nubifragio del mese di agosto 2019 ha seriamente deteriorato la storica cinta muraria di Montagnana, borgo medievale in provincia di Padova, danneggiando i merli trecenteschi di porta Padova, il campanile della chiesa di San Francesco e altri quattro merli nella rocca degli Alberi;

l'assenza di interventi di restauro negli anni passati ha progressivamente lasciando andare al degrado la straordinaria cinta muraria medievale, risalente all'XI secolo, che necessiterebbe di un intervento pubblico per il suo recupero e la sua conservazione, essendo di proprietà del demanio,

si chiede di sapere se il Ministro in indirizzo non reputi indispensabile ed urgente un intervento per conseguire le risorse necessarie a salvare questo gioiello storico meglio conservato d'Europa, che racchiude ancora oggi perfettamente tutto il centro storico della cittadina e costituisce un patrimonio architettonico unico nel suo genere in tutta Europa e altresì uno straordinario richiamo turistico, con effetti benefici sull'intero tessuto economico e sociale del territorio.

(4-02732)

LANNUTTI, CORRADO, LEONE, LOMUTI, PAVANELLI, MININNO, AUDDINO, CROATTI, BOTTO, MATRISCIANO, DELL'OLIO, PESCO, ROMANO - Al Ministro della difesa. - Premesso che, per quanto risulta agli interroganti:

la Leonardo SpA è un'azienda italiana attiva nei settori della difesa, dell'aerospazio e della sicurezza. Il suo amministratore delegato è Alessandro Profumo;

il 14 marzo 2018 durante il salone dell'aeronautica "Dimdex" a Doha, in Qatar, Leonardo ha firmato con il Qatar un contratto di vendita di 16 elicotteri Nh90 TTH ad assetto terrestre, prodotti da Airbus (valore stimato per le sole macchine: 579 milioni di euro) più 12 Nh90 NFH per missioni navali, prodotti da Leonardo (per un valore di 564 milioni di euro), più decine di optional e servizi annessi elencati nel contratto, per un valore totale di circa 3 miliardi di euro;

il 26 febbraio, due settimane prima della firma, una lettera del capo divisione elicotteri Gian Piero Cutillo avrebbe offerto al Qatar: 16 elicotteri H125 da addestramento, che sarebbero stati pagati da Leonardo (non ancora consegnati) e fabbricati da Airbus; 3 elicotteri AW109 uso VVIP, cioè trasporto di personalità importanti, prodotti da Leonardo (già segretamente consegnati); l'allestimento interno ed esterno per VVIP ("personaggi molto molto importanti"); la messa a disposizione di 2 piloti a spese di Leonardo in Europa; 20.650.000 euro di fondo spese per gli allievi qatarini o il follow up gratuito con costi di resident team e management e amministrazione a carico di Leonardo. Valore complessivo dei benefit pari a 120 milioni di euro, come si legge su un articolo de "il Fatto Quotidiano" dell'8 gennaio 2020;

sempre dallo stesso articolo di stampa si apprende che, il 26 gennaio 2018, dopo un incontro con gli italiani, il generale di brigata Mishwat Faisal Al Hajr, presidente del comitato per l'acquisizione degli elicotteri, avrebbe chiesto a Profumo di scrivere una "lettera formale chiara e diretta in inglese semplice senza zone grigie" che aderisca alle condizioni delle tre pagine allegate. La "lista dei benefit confermati" (che non avrebbe contenuto ancora i 16 elicotteri H125 ma incluso i tre AW109) sarebbe stata accettata da Cutillo con lettera dell'8 febbraio;

successivamente, il generale Al Hajr avrebbe chiesto che la lettera fosse stata firmata da Profumo e "non altre persone";

Profumo avrebbe accettato, scrivendo il 12 febbraio: "Desideriamo firmare la lettera di intenti il 13 febbraio con lo scopo di firmare il contratto durante il Dimdex 2018 se approvato";

il 18 febbraio il generale Al Hajri avrebbe chiesto un "aggiornamento sulla questione chiaramente stabilita con il ceo di Leonardo, Alessandro Profumo, durante il suo incontro col vicepremier-ministro della Difesa", ribadendo la "chiara richiesta dei 16 H125";

il 26 febbraio Cutillo avrebbe scritto al Qatar che "Leonardo accetta la fornitura dei 16 H125 nella configurazione richiesta", gratuitamente ma senza supporto e manutenzione;

un anno dopo la firma del contratto, il 22 marzo 2019, il capo della divisione forniture elicotteri Fabio Castiglioni avrebbe scritto che, in cambio dell'impegno dei qatarini di chiudere alcune questioni controverse, avrebbe impegnato Leonardo a fornire altri benefit come "8 istruttori in Qatar, militari o con un background militare, se il cliente è d'accordo". A giudizio degli interroganti un modo elegante per dire che Leonardo avrebbe potuto pagare militari italiani da inviare a Doha a istruire gratis per loro i qatarini o impiegare piloti civili alla bisogna. Castiglioni nella missiva avrebbe promesso anche corsi, manuali di volo, tre anni di supporto e mantenimento degli Aw109 da fine 2019 e persino due modellini in scala 1:10 degli Nh90 "per il Qatar national day";

considerato che, a quanto risulta agli interroganti, Leonardo avrebbe risposto a "il Fatto Quotidiano" sostenendo: "Il contratto NH90 Qatar rappresenta uno dei maggiori successi di Leonardo nel settore elicotteristico, anche per il ruolo assunto di prime contractor del maggior programma elicotteristico sviluppato in Europa". I benefit per Leonardo sarebbero "prassi per contratti governativi di questo tipo". Anche perché "i 16 elicotteri H125 prodotti da Airbus rappresentano una quota minima rispetto alla componente core del programma basato sui 28 NH90". Aggiungendo: "La quota di competenza di Leonardo è superiore al 40%" su 3 miliardi totali, giurando che "il programma è sicuramente profittevole per l'Azienda, anche nel lungo periodo". Per quanto riguarda la mancata comunicazione sui benefit, questa sarebbe dovuta al "necessario e consueto rispetto del principio di riservatezza definito a livello contrattuale su richiesta del cliente anche per evidenti motivi di sicurezza",

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo sia a conoscenza di questa vicenda;

se non ritenga che la pratica di fornire benefit così cospicui non rappresenti una forma di corruzione;

se risultino altre commesse ottenute da Leonardo in giro per il mondo con lo stesso schema legato ai benefit, e quali;

se ritenga di prendere dei provvedimenti di competenza per far cessare questa pratica e per sanzionare i responsabili delle vicende che hanno caratterizzato questa vendita di elicotteri al Qatar.

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