Convegni e manifestazioni
LE BUONE PRATICHE PER L'OGGI: OFFRIRE PARERI O PRENDERE DECISIONI? Intervento della presidente D'Ippolito al Convegno organizzato dal Comitato pari opportunità della Camera dei DeputatiMi è davvero gradito poter rivolgere alla Presidente del Comitato per le Pari Opportunità della Camera dei Deputati, On. le Trupia, a tutte voi illustri ospiti, care amiche, autorevoli rappresentanti del mondo politico, culturale e del lavoro il mio saluto personale, quello del Senato e della Commissione che ho l'onore di presiedere, unitamente al più sincero apprezzamento per questa iniziativa -presidente Trupia- per questo importante convegno europeo, significativo momento di riflessione e dialogo su un tema, quello delle pari opportunità, che interessa e fa discutere non solo il nostro Paese, ma quanti- in Europa e nel mondo - hanno a cuore la realizzazione dei diritti e di una democrazia piena e compiuta.
La mia presenza qui, oggi -voluta dalla presidente Trupia- sta a sottolineare la comune consapevolezza dell'opportunità di avviare una nuova stagione di rapporti, di cambiare passo anche qui, -partendo da Camera e Senato - e attivando una capacità, invero tutta ancora da sperimentare, di lavorare insieme -oggi e soprattutto domani- per affrontare e risolvere difficoltà e problemi, a partire da quello di vedere riconosciuti e pienamente adeguate alle Commissioni parlamentari, i comitati da noi presieduti che hanno funzioni analoghe sono stati richiamati i dati del personale dipendente della Camera, quanto al Senato su 1100 unità 478 sono donne (una percentuale di tutto rispetto, superiore al 40%) ma anche qui solo 28 hanno incarichi apicali. Si conferma lo spaccato già esplorato e si confermano tutti gli auspici che abbiamo già ascoltato.
Da parte mia dunque solo qualche riflessione, direi di doverosa testimonianza, un contributo rapido all'odierno dibattito, pur consapevole che i temi sono già tutti sul tappeto ed il rischio di ripetersi risulta addirittura scontato.
Quando si parla di pari opportunità il pensiero corre subito al difficile cammino per l'affermazione dell'uguaglianza, alle conquiste di libertà delle donne nell'ultimo cinquantennio, al superamento di tanti pregiudizi e vincoli, spesso vera condizione di soggezione nei confronti dell'altro sesso.
Se si approfondisce il tema, lo scenario appare però di gran lunga più complesso: intanto non riguarda solo i traguardi femminili raggiunti sul fronte politico e sociale o quanto risulti avanzato il riconoscimento normativo della parità assoluta tra i due sessi, ma investe, in una visione più allargata, ogni possibile discriminazione attivata dalla società nei confronti di soggetti di fatto "deboli", oggi magari le donne, ma in linea di principio non solo! Penso al fenomeno del mobbing, oggi assai diffuso, su cui dovremmo interrogarci e riflettere.
Nel contesto storico in cui stiamo vivendo e nella compagine geografica europea non si tratta più , a mio giudizio, di rivendicare diritti negati, come avveniva per esempio in Italia negli anni 70; piuttosto di sensibilizzare l'opinione pubblica e modificare una cultura che, ancora oggi, considera l'uomo il legittimo protagonista della gestione dello Stato della Res Publica in tutte le sue più pregnanti manifestazioni, se è vero che gli organismi di parità esistenti non hanno poteri reali e cogenti e la percentuale di donne inserite ai più alti livelli di responsabilità - vuoi nel mondo politico, vuoi nel mondo del lavoro - risulta assai modesta.
Focalizzando l'attenzione sul nostro Paese, va sicuramente riconosciuta l'azione del legislatore e gli interventi efficienti posti in essere dagli organi di Governo che hanno sviluppato un sistema ormai consolidato di parità, ma dobbiamo anche denunciare la sopravvivenza di un deficit sostanziale di parità, (come ha già anticipato l'On.le Trupia), perché esiste - e resiste- nella nostra società un problema culturale, che riguarda le relazioni interpersonali sia all'interno della famiglia e dei luoghi di lavoro sia al loro esterno, di fatto penalizzante nei confronti della donna.
Modificare questa situazione di disparità richiede (lo hanno dettoin tante!) interventi a più livelli: nelle forme di regolazione del mercato del lavoro, nell'offerta dei servizi, nella elaborazione dei modelli strutturali e di socializzazione. Significativa in questa ottica l' analisi del ruolo e degli effetti delle politiche di conciliazione avviate negli anni Novanta.
Il tema della conciliazione nasce infatti dall'esigenza di promuovere, attraverso l'individuazione dei punti di criticità, delle strategie e delle azioni più opportune a superarli, la possibilità per donne e uomini di conciliare la vita lavorativa con quella familiare, sul presupposto che la responsabilità della custodia dei figli, degli anziani e di persone con bisogni particolari, rappresenta un freno alla partecipazione attiva delle donne nel campo del lavoro, come della politica o dell'attività sindacale.
Oggi la questione della conciliazione dei tempi ha assunto un ruolo centrale nelle politiche comunitarie e nazionali di pari opportunità. L'ultimo decennio ha visto -soprattutto in ambito europeo- le prime azioni intraprese a favore della conciliazione, nonché a favore dell'equa distribuzione dei carichi di cura, attraverso direttive, informative e raccomandazioni promosse al fine di indurre i diversi Paesi dell'Unione ad adottare misure in grado di conciliare la vita professionale con quella familiare, in vista di un nuovo modello di organizzazione del lavoro che favorisse il coinvolgimento e la permanenza delle donne nelle azioni di politica attiva del lavoro e sostenesse modelli di genere, maschile e femminile, meno rigidi.
In questa ottica mi piace richiamare la Direttiva 96/34/CE del Consiglio europeo del 3 giugno 1996 sui "Congedi parentali e per motivi familiari", modificata in seguito dalla Direttiva 97/75/CE del Consiglio del 15 dicembre 1997, nonché la risoluzione del Consiglio europeo e dei Ministri incaricati dell'occupazione e della politica sociale del giugno 2000, concernente la partecipazione equilibrata delle donne e degli uomini all'attività professionale e alla vita familiare.
Una normativa recepita in Italia dalla legge n. 53 dell'8 marzo 2000,che non si limita a sancire nuovi diritti e nuove tutele per i padri, le madri , i bambini , le donne e gli uomini che lavorano, spesso migliorando le condizioni previste dai contratti collettivi, ma favorisce un vero salto culturale sia nell'ambito del nucleo familiare, sia nei luoghi del lavoro, attraverso un sistema di incentivi e di norme che consentono ai padri di vivere in modo attivo la loro paternità ed estendono ad entrambi i genitori specifici diritti (permessi giornalieri, congedo per malattia del bambino, per eventi e cause particolari) con ciò affermando un giusto equilibrio tra lavoro produttivo e riproduttivo.
Una buona legge e un buon inizio ma, come ci insegna la nostra storia, non basta la sua approvazione: c'è bisogno che sia conosciuta, che sia utilizzata, che provochi una domanda da parte dei soggetti ai quali è indirizzata. Bisognerebbe allora colmare il deficit di informazione e di comunicazione che spesso impedisce anche a buone leggi di produrre tutti i loro effetti, senza mai sottovalutare il fatto che i processi innovativi richiedono tempi di assimilazione ed interiorizzazione spesso complessi, soprattutto quando incidono, modificandoli, su modelli strutturali- micro o macro che siano.
Voglio, concludendo, sottolineare il valore di un dibattito come quello odierno che ha messo a confronto esperienze e idee diverse con l'obiettivo ambizioso e la fiducia che sia possibile, proprio nel libero confronto di logiche e sensibilità differenti, gettare le basi di una Europa dei diritti e delle libertà in cui il pensiero comune delle donne e la loro capacità dialogante costituiscano la base di quella Europa politica che ancora affanna ad esprimersi. La nuova sfida dell'Europa è quella di compiere la democrazia e di sviluppare, nel rispetto dell'approccio originale di ogni nazione, proprio un forte impegno femminile, consentendo uno spazio comune piattaforma essenziale per una effettiva operatività di rete: non riserva di donne, ma sistema aperto ed integrato che permetta di uscire dal proprio perimetro e di qualificare come comuni e non di genere le azioni dirette al riequilibrio della rappresentanza. La nuova Europa potrà qualificarsi tale solo se saprà favorire nelle donne un vero protagonismo politico e sociale, nella consapevolezza che garantire e rafforzare la rappresentanza femminile nei luoghi del potere e del lavoro è questione imprescindibile ma - soprattutto- risorsa: solo dalla pluralità dei modelli e delle scelte di vita e di pensiero scaturiscono progetti e soluzioni con forza e valenza tali da essere universalmente riconosciuti.
Sen. Ida d'Ippolito Presidente Commissione per la parità e le pari opportunità del Senato
