770ª SEDUTA PUBBLICA
dal
RESOCONTO
SOMMARIO E STENOGRAFICO
MARTEDÌ 15 Febbraio 2000
(Antimeridiana)
Presidenza del presidente MANCINO,
indi del vice presidente CONTESTABILE
SCHIFANI, relatore di minoranza. Signor Presidente, si è fatto un gran parlare di
questa legge; tutto è iniziato nell'estate del 1999 con i proclami del Presidente del
Consiglio circa l'imminente presentazione di un testo di legge che avrebbe dovuto
disciplinare meglio le campagne elettorali e la pubblicità elettorale. Quel disegno di
legge, annunziato addirittura in agosto a Camere chiuse, nella relazione introduttiva
oltre che nel testo decideva di affrontare questa materia nella logica della
regolamentazione delle sole campagne elettorali. Dico questo perché voglio ricordare con
fatti storici l'excursus politico di questo argomento, che ha determinato nel tempo
soltanto irrigidimenti e chiusure al confronto da parte della maggioranza, giammai una
logica costruttiva, una volontà collaborativa tra maggioranza e opposizione sulla scelta
delle regole del nostro sistema.
La
relazione introduttiva del disegno di legge D'Alema-Cardinale così recitava: «Il disegno
di legge, tuttavia, al di fuori del periodo elettorale, consente alle emittenti
radiotelevisive di trasmettere pubblicità politica, purché quest'ultima presenti
determinate caratteristiche», e concludeva affermando che «Uno Stato democratico non
può che prevedere la più ampia e libera espressione del diritto di informare,
limitandosi, in linea di principio, ad assicurare condizioni favorevoli alla
proliferazione degli organi di informazione, senza introdurre limitazioni di alcun tipo.
Appare tuttavia opportuno che, nei periodi elettorali, la condotta delle emittenti
radiotelevisive si conformi a criteri volti a garantire un uguale trattamento alle forze
politiche».
Questo era l'inizio di un percorso che nel
tempo ha rivelato invece tutti i suoi limiti: la volontà del non dialogo, del non
confronto. Il testo di legge è stato immediatamente snaturato dal Parlamento: la
maggioranza ha voluto introdurre rigide norme di regolamentazione, non più nell'ambito
della campagna propagandistica e della comunicazione politica in campagna elettorale ma
durante tutto l'anno solare.
Ci siamo chiesti il motivo di questo
cambiamento di scelta e di strategia; avevamo chiesto, con disegni di legge presentati
dall'opposizione e con proposte emendative, che si introducesse quanto meno una
regolamentazione nell'ambito dell'informazione politica trasmessa dai notiziari, cioè che
si realizzasse un'effettiva parità nel mondo dell'informazione televisiva e dei potenti
mezzi mediatici nazionali, radiofonici e televisivi.
Nulla di tutto ciò: il disegno di legge
che ci troviamo a dover esaminare, che probabilmente troverà la maggioranza unanime nel
voto finale, sradica completamente qualunque tendenza ad una volontà seria e serena di
intervenire nel mondo dell'informazione politica. Addirittura introduce forti limitazioni
al di fuori della campagna elettorale, quasi a voler determinare un effetto soporifero
sulle coscienze. Dapprima il disegno di legge D'Alema prevedeva esplicitamente una
possibilità serena e ampia di propaganda elettorale fuori dalla campagna elettorale,
consentendo a tutti i partiti forme di parità di accesso in termini di mezzi, condizioni
e tempi; oggi ci troviamo di fronte ad un testo che limita addirittura a due i possibili
passaggi di propaganda politica fuori della campagna elettorale.
Il disegno di legge imbriglia
l'informazione, laddove prevede che l'eventuale informazione politica a pagamento non può
superare un quarto di quella gratuita; impone la gratuità dei messaggi sulle TV
nazionali, pubbliche e private, laddove inizialmente si era detto che occorreva legiferare
sul momento elettorale e preelettorale. Con un colpo di forza, con un'accelerazione voluta
da questa maggioranza per chiudere qualunque forma di contatto e di confronto con
l'opposizione, si è deciso di dare una regolamentazione rigida, rigorosa, ad un sistema
mediatico della comunicazione politica che andava invece esaminato e studiato con
l'opposizione.
Signor Presidente, l'opposizione ha svolto
in Senato, sia in Commissione sia in Aula, un ruolo di grande responsabilità. In
Commissione, dopo il confronto e la discussione, non abbiamo potuto votare grazie al
contingentamento dei tempi; in Aula ci siamo trovati a dover votare un testo diverso da
quello propostoci in Commissione.
Non vi è stata alcuna volontà non
dico possibilità della maggioranza di giungere ad un'intesa su una regola
fondamentale, quale è quella dell'informazione politica.
Il disegno di legge al nostro esame non ha
nemmeno accettato la proposta da noi avanzata di intervenire seriamente nel mondo della
comunicazione politica allorquando, con i notiziari nazionali, avvertiamo quotidianamente
un forte scompenso tra le notizie proposte dalla maggioranza e dai suoi esponenti di
Governo e quelle proposte dall'opposizione.
In passato, è stato affermato che alcuni
dati dell'Osservatorio di Pavia hanno rilevato che nel 1994, invece, il Governo Berlusconi
sforò i tempi rispetto alle consuetudini e fu notevolmente più presente in confronto
agli altri Governi del passato e del futuro. Vorrei sottolineare la necessità di
esaminare più attentamente quei tempi e quei dati, perché gran parte delle attenzioni
dei mezzi mediatici di quell'epoca furono destinate ad essere concentrate sulla notizia
della crisi del Governo Berlusconi che nacque nel mese di settembre.
Pertanto, se vi è stata presenza sui
mezzi televisivi e sui sistemi informativi nazionali questo fu dovuto a quel momento, un
momento patologico di un Governo e non esaltante o esaltativo di quel Governo. Dobbiamo
esaminare questi dati e confrontarci su di essi anziché rifarci soltanto ad informazioni
numeriche.
Signor Presidente, ho ascoltato con
attenzione la relazione dell'esimio senatore Villone. Questo disegno di legge torna
all'esame del Senato dopo che la Camera dei deputati ha superato volutamente un'eccezione
di incostituzionalità alla quale il testo sarebbe stato sottoposto inesorabilmente dalla
Corte se fosse rimasto inalterato quello licenziato dal Senato.
La Corte costituzionale, con la famosa
sentenza n. 161 del 1995, introdusse un principio, premesso che la Corte non venne
chiamata a pronunciarsi sulla incostituzionalità dell'articolo letto dal relatore che
introduceva il divieto di spot elettorali; la Corte infatti fu chiamata ad
esprimersi su altri problemi. Ebbene, quella sentenza ribadì così come ho
dichiarato altre volte in quest'Aula che in campagna elettorale era consentito al
legislatore privilegiare non limitare o escludere o vietare l'informazione
politica alla propaganda elettorale. Questo principio, naturalmente, secondo una logica
serena di interpretazione, poneva un limite: dove c'è il più c'è il meno; se si può
privilegiare ciò significa che non si può escludere o vietare ed il testo del disegno di
legge licenziato dal Senato vietava.
Sono state queste le motivazioni in base
alle quali la Camera, evidentemente con un giro di boa molto esaltante e importante, ha
deciso di introdurre il messaggio autogestito, il messaggio di comunicazione politica non
in contraddittorio con altri candidati, assimilabile ma non certo uguale o pari a quello
che poteva essere identificato come spot elettorale.
Ebbene, da un lato la Camera ha superato
l'eventuale eccezione di incostituzionalità, ma ne ha introdotte altre. Infatti, bene ha
fatto il relatore ad accennare al pericolo di un'eventuale incostituzionalità nel momento
in cui i parametri devoluti alla Commissione di vigilanza, all'Authority per la
garanzia non fossero stati chiari.
Dovremmo allora soffermarci un pò su
questo argomento che è forte e viene sollevato per la prima volta in quest'Aula, perché
per la prima volta «questo» disegno di legge giunge all'esame del Senato.
Esistono argomenti costituzionalmente
garantiti in base ai quali, secondo il nostro dettato costituzionale, soltanto la legge
ordinaria del Parlamento può intervenire. Quegli argomenti attengono alle libertà
individuali del cittadino, di cui alla I Parte della Carta costituzionale, all'articolo 21
di cui si è tanto parlato nell'ambito della discussione su questo disegno di legge, cioè
la libertà di informazione e di manifestazione del pensiero; allo stesso modo, quegli
argomenti fanno riferimento anche all'ultimo comma dell'articolo 72 della Costituzione che
stabilisce l'obbligatorietà del processo legislativo ordinario in merito ad argomenti
relativi al sistema elettorale.
Vorrei ricordare che dalle Commissioni 1ª
e 8ª del Senato venne sollevato un conflitto di competenza laddove si sosteneva che
questo disegno di legge dovesse prioritariamente essere discusso dall'8ª Commissione in
quanto si riferiva ad argomenti relativi al sistema delle telecomunicazioni o delle
comunicazioni o dell'informazione ed esaminato subordinatamente dalla 1ª Commissione. La querelle
tra queste due Commissioni fu risolta da una determinazione del presidente Mancino che
decise insindacabilmente, in base ai suoi poteri, che competente di questo argomento fosse
la 1ª Commissione in quanto si intendeva disciplinare tematiche relative al sistema
elettorale, al momento elettorale del nostro Paese.
E
allora, premesso che il disegno di legge in esame attiene a libertà fondamentali
dell'individuo (articolo 21 della Costituzione, quindi riserva di legge espressa), a temi
riguardanti il sistema elettorale (ultimo comma dell'articolo 72 della Costituzione,
quindi riserva di legge implicita), dobbiamo verificare se in esso sussistono margini che
invece violano la riserva di legge, laddove soluzioni di tematiche non ben disciplinate
dalla legge ordinaria vengono devolute a scelte della Commissione e dell'Authority.
Signor Presidente, il disegno di legge in
esame è incostituzionale sotto questo profilo e ora mi sforzerò di indicare quali sono i
punti che devolvono a scelte della Commissione e dell'Authority di merito e non di
regolamentazione di princìpi introdotti da questo provvedimento.
Il testo licenziato dal Senato,
all'articolo 4, comma 2, punto a), disciplinava il riparto degli spazi, per il
periodo intercorrente tra la convocazione dei comizi elettorali e la data di presentazione
delle liste, attribuendo una rappresentatività televisiva ai Gruppi politici in relazione
alle proprie rappresentanze parlamentari.
Il testo approvato dalla Camera dei
deputati modifica questo aspetto; con un'affermazione criptica, volutamente diversa dal
testo del Senato, ribadisce il concetto di una ripartizione tra i Gruppi parlamentari, tra
i partiti rappresentati in Parlamento, senza però nulla dire sui criteri, se cioè gli
spazi debbano essere proporzionali alle forze numeriche rappresentate in Parlamento o
meno. E mentre successivamente, sempre nell'articolo 4, comma 3, punto a) afferma
un principio di parità di condizioni quindi quando ha voluto dire «parità di
condizioni» il legislatore della Camera lo ha detto espressamente in questa
occasione nulla dice, lasciando completamente nel limbo ogni possibilità di
interpretazione, costringendo la Commissione e l'Authority a legiferare
sull'applicazione di un principio che non c'è. Il Senato aveva previsto un principio, la
Camera lo ha stravolto, ma lo ha chiarito: non ha detto nulla su quale sia il principio al
quale debba attenersi la Commissione e l'Authority nella distribuzione degli spazi
televisivi nella prima fase intercorrente tra la data di convocazione dei comizi
elettorali e quella di presentazione delle liste.
Ma vi è di più. Il punto b) del
comma 2 dello stesso articolo 2, allorquando, come diceva il relatore, introduce un
importante innesto architettonico, che è quello della parità tra le coalizioni e tra le
liste rappresentate, non spiega e non afferma in quale sistema di ripartizione dei tempi
questa parità va garantita, e cioè se occorre scindere un 75 per cento dei tempi da
assegnare alla parità della coalizione e soltanto un 25 per cento dei tempi da assegnare
all'esigenza di parità tra i partiti, mutuando quindi quella che è l'architettura del
nostro sistema elettorale, ovvero altro sistema. Esso afferma soltanto un principio, che
però è eccessivamente generico per poter essere regolamentato poi dalla Commissione e
dall'Authority se non con l'introduzione di nuove regole discrezionali e autonome
che rientrerebbero in quella riserva di legge che viene violata.
Ma il fatto più grave, che effettivamente
manifesta in tutta evidenza come vi sia la volontà di attribuire alla Commissione e all'Authority
dei poteri non regolamentari, ma legislativi, è allorquando il punto a), comma 3,
dell'articolo 4, nella disciplina dei nuovi spazi autogestiti imposti gratuitamente ai
sistemi televisivi nazionali prevede che la ripartizione degli spazi autogestiti, quindi
dei messaggi dei partiti che vanno a candidarsi, vada effettuata a parità di condizioni
tra i diversi soggetti politici.
Ma allora l'ho detto in Commissione
e lo ribadisco in quest'Aula chi sono, quali sono e quanti sono i soggetti politici
e a quale entità giuridica, politica, dobbiamo rifarci? Sono i partiti, sono i Gruppi
parlamentari, sono quei partiti che hanno presentato candidature in non meno del 25 per
cento del Paese, o sono quei partiti che attraverso un pugno di firme possono presentare
liste alle elezioni del Senato su base regionale o circoscrizionale? Vogliamo consentire
quindi ai «partiti campanile», ai partiti rappresentativi di minoranze geografiche di
essere presenti nel sistema televisivo, nel mondo dell'informazione politica alla pari
degli altri partiti? Si violerebbe così una regola europea, alla quale si è voluta
richiamare questa maggioranza.
Ebbene, vogliamo vedere se tale regola
europea c'è in questo testo di legge o se è stata violata palesemente? A tale scopo,
signor Presidente, mi rifarò a quanto contenuto in un testo che è stato distribuito a
tutti i colleghi dal Servizio studi del Senato. Questo testo, che sicuramente è ben fatto
ed è molto importante, in alcune sue parti afferma un principio consolidato, espressione
di un vero e proprio fondamento comune in materia di campagna elettorale (quantomeno in
relazione ai 5 Paesi esaminati, che sono i più importanti del sistema europeo), quale
deve essere considerato il meccanismo dell'accesso graduato: mi riferisco ripeto
, signor Presidente, al sistema europeo.
Se soltanto in Germania tale principio ha
trovato un espresso riconoscimento da parte del tribunale federale, in tutti i Paesi è
comunque generalizzata la constatazione che il principio di uguaglianza dei soggetti
politici non implica un'assoluta parità degli stessi nell'accesso al mezzo televisivo
durante il periodo elettorale, ma è anzi compatibile con una gradazione rispondente ai
criteri predeterminati. In Europa l'accesso graduato consente e impone una possibilità di
interlocuzione con i propri elettori nel sistema televisivo, proporzionata nella sua
entità e durata al peso di un partito o a determinati parametri, garantendo in ogni caso
a nuovi partiti, a nuove formazioni politiche che si presentano per la prima volta nello
scenario elettorale, un minimo di visibilità e una parità di trattamento rispetto ad
altri.
Siccome voglio essere quasi pedante in
questa elencazione, perché l'affermazione di un principio non deve essere soltanto
astratta, vorrei leggere parte di questo testo che, come ho detto, ci è stato distribuito
dal Servizio studi del Senato: «In Francia, per l'elezione dell'Assemblea Nazionale, il
tempo viene assegnato in parti eguali tra i partiti e i movimenti della maggioranza, da
una parte, e quelli della minoranza, dall'altra». Questo è il sistema francese.
«In Germania» mi rivolgo a voi
della maggioranza, che vi richiamate all'Europa: sarebbe stato interessante se aveste
tutti letto meglio questo testo «la Corte costituzionale ha ritenuto necessario
modulare il diritto di accesso in funzione dell'importanza dei partiti. Tale importanza è
ritenuta accertabile sulla base di una serie di criteri, tra cui l'ampiezza del numero di
iscritti, gli anni trascorsi dalla fondazione e il radicamento territoriale».
In Gran Bretagna il numero degli spazi
viene concordato all'inizio di ogni campagna elettorale per le elezioni politiche sulla
base dei risultati ottenuti dai partiti nelle ultime elezioni politiche, fermo restando un
diritto di tribuna per i nuovi partiti.
In Spagna, il criterio che la legislazione
spagnola utilizza per la ripartizione degli spazi è quello proporzionale, sulla base dei
voti ottenuti. L'ultima campagna elettorale nazionale ha previsto, per esempio, 10 minuti
nell'ipotesi in cui non si siano ottenuti seggi o non si sia concorso ad elezioni
precedenti; 15 minuti nell'ipotesi in cui si sia ottenuta una rappresentanza sino al 5 per
cento dei voti validi; 30 minuti nell'ipotesi in cui si sia ottenuta una rappresentanza
sino al 20 per cento dei voti validi, 45 minuti nell'ipotesi si sia ottenuta una
rappresentanza oltre il 20 per cento dei voti validi».
Dobbiamo allora chiarirci le idee sul
richiamo al sistema europeo, perché se sistema europeo deve essere, è allora opportuno
fare mente locale rispetto a quale, fra quelli esistenti, è opportuno rifarci.
Quello che state per approvare in
quest'Aula non è un sistema legislativo che ci richiama all'Europa, ma vìola
invece le regole fondamentali di un sistema dell'informazione politica che
attribuisce la possibilità a tutti i partiti di comunicare con i propri elettori, di
accedere al mezzo della comunicazione nazionale, graduandolo però in relazione a
determinati parametri, che possono variare da nazione a nazione, ma che pure esistono.
Invece, approverete una legge, che va in
controtendenza al sistema elettorale, che tende a determinare la formazione di nuove
aggregazioni politiche e di nuovi partiti, tende alla frammentazione del sistema politico
attuale e non si muove nella logica di quel bipolarismo al quale molti partiti della
maggioranza si richiamano.
Vorrei capire, signor Presidente, come
certi partiti della maggioranza che si battono per il «sì» al referendum sull'abolizione
della quota proporzionale contemperino quell'atteggiamento con l'approvazione di una legge
che, invece, incentiva la formazione di nuovi partiti in campagna elettorale.
Su questo vorrei delle risposte e ci
auguriamo che il dibattito le dia, perché delle due l'una: o si vuole un sistema
veramente bipolare, un sistema di due coalizioni, che privilegi la logica dell'alternanza,
ovvero si abbia il coraggio di dire che non lo si vuole, perché l'obiettivo è quello di
imbavagliare il sistema dell'informazione.
Signor Presidente, mi accingo a concludere
con delle considerazioni di ordine politico, che è giusto e opportuno fare per lasciarle
alla storia dei lavori di questo Parlamento. Ci auguriamo che il testo oggi al nostro
esame venga migliorato in quest'Aula, che possa essere ricondotto all'introduzione di
criteri effettivamente razionali, paritari e garantisti e che ci ponga in linea con il
sistema europeo. Ce lo auguriamo fermamente e faremo la nostra battaglia, ma siamo
consapevoli che gli atteggiamenti sin qui adottati da questa maggioranza e da questo
Governo nulla ci lasciano sperare. Vorrei ribadire come la lotta tra la libertà e
l'autorità, la natura e i limiti del potere che lo Stato può legittimamente esercitare
sulla società e ancor più sull'individuo, rappresenta da sempre un momento di divisione
e fonte di conflitti e polemiche quotidiane.
Questa legge è sbagliata perché non è
certo limitando la propaganda elettorale che il sistema trova un equilibrio: il giudizio
è dato agli uomini perché lo usino. Il solo modo con cui un uomo può in certa misura
avvicinarsi alla conoscenza complessiva di un argomento è ascoltando ciò che ne dicono
persone di ogni opinione, studiando tutte le modalità secondo cui può essere considerato
da ogni punto di vista. Così facendo, anche le opinioni e le pratiche erronee possono
gradualmente cedere ai fatti e agli argomenti, perché vengono sottoposti alla
considerazione di ognuno. Bisogna quindi allargare, non comprimere la possibilità di
ascolto. Il più alto valore di una democrazia risiede nella possibilità di una libera
discussione e nella capacità di questa discussione critica di incidere nella politica. La
comunicazione politica non si pone più come principale strumento di propaganda ma, al
contrario, rappresenta un importante momento di verifica sulla capacità del sistema dei
partiti di fornire risposte adeguate alle istanze espresse dall'elettorato.
Tutte le false teorie sulla par
condicio non hanno che il solo scopo di impedire la libera battaglia delle idee,
perché su questo punto è bene intenderci: se non si hanno programmi adeguati, se non si
danno risposte ai cittadini, non c'è spot elettorale che tenga. Gli elettori sono
adesso sufficientemente maturi e smaliziati per mandarti immediatamente a casa.
Ma la sinistra tutto questo lo sa e aveva
capito questo scenario già da tempo, tanto che aveva provato ad adeguarsi senza che ciò
questo facesse scandalo più di tanto. «Il partito di Natta ha scoperto le nuove tecniche
della pubblicità suadente. Il nuovo look comunista», titolava «la Repubblica»
nel 1985. «Da Botteghe Oscure slogan e spot televisivi» riportava «Il
Messaggero» del 5 marzo 1985. Infine: «Natta, De Mita, Andreotti, Almirante, a tutti è
capitato di trovare piazze semivuote. Addio caro e vecchio comizio, la politica si fa con
lo spot» riportava «la Repubblica», per niente allarmata, del 7 maggio 1985.
Questi sono dati storici. Cosa è cambiato? Nulla! Non sono cambiati i contenuti né gli
strumenti; c'è solo qualcuno che ha programmi migliori e li sa comunicare meglio. Questa
maggioranza non sa e non vuole competere. Per voi par condicio significa livellare
l'abilità degli altri alla propria incompetenza.
Dal dibattito svoltosi alla Camera dei
deputati e dalle opinioni espresse da questa maggioranza emerge un dato certo: l'arma
etica, l'ultima arma etica rimasta nelle mani di questa sinistra, è l'ipocrisia! La
sinistra ha perso il coraggio che l'ha sempre connotata, il coraggio della violenza
manifesta. Sono finiti i tempi in cui la sinistra usava la violenza senza preoccuparsi di
nasconderla, ma quelli erano tempi, non lontani in verità, in cui la violenza era
motivata da idee guida, da prevalenti ragioni sociali fondate sull'odio di classe invece
che sull'emulazione, ma pur sempre ragioni legate ad idee guida.
Oggi la sinistra ha esaurito i suoi
pensieri, i suoi obiettivi. Ha mantenuto soltanto le ragioni della sopravvivenza
attraverso la detenzione del potere e su queste ragioni di sopravvivenza sta scaricando,
anche con questa legge, la sua connaturata violenza. Quindi, come il villano approdato in
salotto si sforza di nascondere la propria rozzezza, tentando di darsi un atteggiamento
che non gli è naturale, così questa sinistra malamente cela la propria antidemocratica e
genetica indole violenta vestendola di ipocrite, sane intenzioni.
C'è una frase, diffusa in politica, del
Machiavelli, che calza a misura in questo scenario: «Il fine giustifica i mezzi». Ma ve
n'è un'altra, questa volta di Gandhi, che voi della maggioranza fareste bene a ricordare
oggi per domani e per sempre, secondo cui «L'albero è la conseguenza del suo seme». Se
oggi voi seminate iniquità domani raccoglierete disprezzo; se oggi seminate iniquità per
impedire che i cittadini elettori abbiano le idee chiare, domani quegli stessi cittadini
elettori vi ripagheranno secondo i vostri meriti, che, ben sapendo voi di non possedere,
vi suggeriscono di far calare una cortina sulla conoscenza della politica.
Lo so, solo pochi di voi sono stati
comunisti e, tranne alcuni, chi lo è stato ha vissuto il comunismo per pochi giorni o in
età infantile. Comunque è scusabile, come i fascisti italiani dopo la caduta del
fascismo: tutti scomparsi. La violenza del comunismo è stata comunque la linfa della
quale i vostri maestri vi hanno nutrito e, quindi, il concorso al comunismo dovete
comunque confessarlo. (Commenti della senatrice Pagano). Lo dovete confessare nel
vostro interesse ... (Commenti del senatore Pelella)... per dare alla legge di oggi
una ragione in più dell'ipocrisia... (Commenti e proteste dal Gruppo DS. Richiami del
Presidente)... per il mantenimento del potere. (Applausi dai Gruppi FI e CCD).
Confessate di non avere il coraggio della libertà, perché non ve l'hanno insegnato e
chiudetela qui!
In
queste ore vi accingete a sferrare un duro colpo alla libertà di comunicazione,
comprimendo uno dei valori essenziali di una vera democrazia. Ma la limitazione della
libera circolazione delle idee ... (Commenti e proteste dal Gruppo DS. Richiami del
Presidente)...
PRESIDENTE.
Lasciate concludere, colleghi.
SCHIFANI, relatore di minoranza. La
limitazione della libera circolazione delle idee è radicata nei regimi totalitari e tutti
conosciamo l'infelice destino di questi ultimi.
Ricordate che è la storia la vera regina della verità, degli errori e dei pregi di una classe politica di governo. Ebbene, da domani imparerete a temerne il giudizio. (Applausi dai Gruppi FI, CCD