770ª SEDUTA PUBBLICA

dal

RESOCONTO

SOMMARIO E STENOGRAFICO

MARTEDÌ 15 Febbraio 2000

(Antimeridiana)

Presidenza del presidente MANCINO,
indi del vice presidente CONTESTABILE





SCHIFANI, relatore di minoranza. Signor Presidente, si è fatto un gran parlare di questa legge; tutto è iniziato nell'estate del 1999 con i proclami del Presidente del Consiglio circa l'imminente presentazione di un testo di legge che avrebbe dovuto disciplinare meglio le campagne elettorali e la pubblicità elettorale. Quel disegno di legge, annunziato addirittura in agosto a Camere chiuse, nella relazione introduttiva oltre che nel testo decideva di affrontare questa materia nella logica della regolamentazione delle sole campagne elettorali. Dico questo perché voglio ricordare con fatti storici l'excursus politico di questo argomento, che ha determinato nel tempo soltanto irrigidimenti e chiusure al confronto da parte della maggioranza, giammai una logica costruttiva, una volontà collaborativa tra maggioranza e opposizione sulla scelta delle regole del nostro sistema.

        La relazione introduttiva del disegno di legge D'Alema-Cardinale così recitava: «Il disegno di legge, tuttavia, al di fuori del periodo elettorale, consente alle emittenti radiotelevisive di trasmettere pubblicità politica, purché quest'ultima presenti determinate caratteristiche», e concludeva affermando che «Uno Stato democratico non può che prevedere la più ampia e libera espressione del diritto di informare, limitandosi, in linea di principio, ad assicurare condizioni favorevoli alla proliferazione degli organi di informazione, senza introdurre limitazioni di alcun tipo. Appare tuttavia opportuno che, nei periodi elettorali, la condotta delle emittenti radiotelevisive si conformi a criteri volti a garantire un uguale trattamento alle forze politiche».
        Questo era l'inizio di un percorso che nel tempo ha rivelato invece tutti i suoi limiti: la volontà del non dialogo, del non confronto. Il testo di legge è stato immediatamente snaturato dal Parlamento: la maggioranza ha voluto introdurre rigide norme di regolamentazione, non più nell'ambito della campagna propagandistica e della comunicazione politica in campagna elettorale ma durante tutto l'anno solare.
        Ci siamo chiesti il motivo di questo cambiamento di scelta e di strategia; avevamo chiesto, con disegni di legge presentati dall'opposizione e con proposte emendative, che si introducesse quanto meno una regolamentazione nell'ambito dell'informazione politica trasmessa dai notiziari, cioè che si realizzasse un'effettiva parità nel mondo dell'informazione televisiva e dei potenti mezzi mediatici nazionali, radiofonici e televisivi.
        Nulla di tutto ciò: il disegno di legge che ci troviamo a dover esaminare, che probabilmente troverà la maggioranza unanime nel voto finale, sradica completamente qualunque tendenza ad una volontà seria e serena di intervenire nel mondo dell'informazione politica. Addirittura introduce forti limitazioni al di fuori della campagna elettorale, quasi a voler determinare un effetto soporifero sulle coscienze. Dapprima il disegno di legge D'Alema prevedeva esplicitamente una possibilità serena e ampia di propaganda elettorale fuori dalla campagna elettorale, consentendo a tutti i partiti forme di parità di accesso in termini di mezzi, condizioni e tempi; oggi ci troviamo di fronte ad un testo che limita addirittura a due i possibili passaggi di propaganda politica fuori della campagna elettorale.
        Il disegno di legge imbriglia l'informazione, laddove prevede che l'eventuale informazione politica a pagamento non può superare un quarto di quella gratuita; impone la gratuità dei messaggi sulle TV nazionali, pubbliche e private, laddove inizialmente si era detto che occorreva legiferare sul momento elettorale e preelettorale. Con un colpo di forza, con un'accelerazione voluta da questa maggioranza per chiudere qualunque forma di contatto e di confronto con l'opposizione, si è deciso di dare una regolamentazione rigida, rigorosa, ad un sistema mediatico della comunicazione politica che andava invece esaminato e studiato con l'opposizione.
        Signor Presidente, l'opposizione ha svolto in Senato, sia in Commissione sia in Aula, un ruolo di grande responsabilità. In Commissione, dopo il confronto e la discussione, non abbiamo potuto votare grazie al contingentamento dei tempi; in Aula ci siamo trovati a dover votare un testo diverso da quello propostoci in Commissione.
        Non vi è stata alcuna volontà – non dico possibilità – della maggioranza di giungere ad un'intesa su una regola fondamentale, quale è quella dell'informazione politica.
        Il disegno di legge al nostro esame non ha nemmeno accettato la proposta da noi avanzata di intervenire seriamente nel mondo della comunicazione politica allorquando, con i notiziari nazionali, avvertiamo quotidianamente un forte scompenso tra le notizie proposte dalla maggioranza e dai suoi esponenti di Governo e quelle proposte dall'opposizione.
        In passato, è stato affermato che alcuni dati dell'Osservatorio di Pavia hanno rilevato che nel 1994, invece, il Governo Berlusconi sforò i tempi rispetto alle consuetudini e fu notevolmente più presente in confronto agli altri Governi del passato e del futuro. Vorrei sottolineare la necessità di esaminare più attentamente quei tempi e quei dati, perché gran parte delle attenzioni dei mezzi mediatici di quell'epoca furono destinate ad essere concentrate sulla notizia della crisi del Governo Berlusconi che nacque nel mese di settembre.
        Pertanto, se vi è stata presenza sui mezzi televisivi e sui sistemi informativi nazionali questo fu dovuto a quel momento, un momento patologico di un Governo e non esaltante o esaltativo di quel Governo. Dobbiamo esaminare questi dati e confrontarci su di essi anziché rifarci soltanto ad informazioni numeriche.
        Signor Presidente, ho ascoltato con attenzione la relazione dell'esimio senatore Villone. Questo disegno di legge torna all'esame del Senato dopo che la Camera dei deputati ha superato volutamente un'eccezione di incostituzionalità alla quale il testo sarebbe stato sottoposto inesorabilmente dalla Corte se fosse rimasto inalterato quello licenziato dal Senato.
        La Corte costituzionale, con la famosa sentenza n. 161 del 1995, introdusse un principio, premesso che la Corte non venne chiamata a pronunciarsi sulla incostituzionalità dell'articolo letto dal relatore che introduceva il divieto di spot elettorali; la Corte infatti fu chiamata ad esprimersi su altri problemi. Ebbene, quella sentenza ribadì – così come ho dichiarato altre volte in quest'Aula – che in campagna elettorale era consentito al legislatore privilegiare – non limitare o escludere o vietare – l'informazione politica alla propaganda elettorale. Questo principio, naturalmente, secondo una logica serena di interpretazione, poneva un limite: dove c'è il più c'è il meno; se si può privilegiare ciò significa che non si può escludere o vietare ed il testo del disegno di legge licenziato dal Senato vietava.
        Sono state queste le motivazioni in base alle quali la Camera, evidentemente con un giro di boa molto esaltante e importante, ha deciso di introdurre il messaggio autogestito, il messaggio di comunicazione politica non in contraddittorio con altri candidati, assimilabile ma non certo uguale o pari a quello che poteva essere identificato come spot elettorale.
        Ebbene, da un lato la Camera ha superato l'eventuale eccezione di incostituzionalità, ma ne ha introdotte altre. Infatti, bene ha fatto il relatore ad accennare al pericolo di un'eventuale incostituzionalità nel momento in cui i parametri devoluti alla Commissione di vigilanza, all'Authority per la garanzia non fossero stati chiari.
        Dovremmo allora soffermarci un pò su questo argomento che è forte e viene sollevato per la prima volta in quest'Aula, perché per la prima volta «questo» disegno di legge giunge all'esame del Senato.
        Esistono argomenti costituzionalmente garantiti in base ai quali, secondo il nostro dettato costituzionale, soltanto la legge ordinaria del Parlamento può intervenire. Quegli argomenti attengono alle libertà individuali del cittadino, di cui alla I Parte della Carta costituzionale, all'articolo 21 di cui si è tanto parlato nell'ambito della discussione su questo disegno di legge, cioè la libertà di informazione e di manifestazione del pensiero; allo stesso modo, quegli argomenti fanno riferimento anche all'ultimo comma dell'articolo 72 della Costituzione che stabilisce l'obbligatorietà del processo legislativo ordinario in merito ad argomenti relativi al sistema elettorale.
        Vorrei ricordare che dalle Commissioni 1ª e 8ª del Senato venne sollevato un conflitto di competenza laddove si sosteneva che questo disegno di legge dovesse prioritariamente essere discusso dall'8ª Commissione in quanto si riferiva ad argomenti relativi al sistema delle telecomunicazioni o delle comunicazioni o dell'informazione ed esaminato subordinatamente dalla 1ª Commissione. La querelle tra queste due Commissioni fu risolta da una determinazione del presidente Mancino che decise insindacabilmente, in base ai suoi poteri, che competente di questo argomento fosse la 1ª Commissione in quanto si intendeva disciplinare tematiche relative al sistema elettorale, al momento elettorale del nostro Paese.

        E allora, premesso che il disegno di legge in esame attiene a libertà fondamentali dell'individuo (articolo 21 della Costituzione, quindi riserva di legge espressa), a temi riguardanti il sistema elettorale (ultimo comma dell'articolo 72 della Costituzione, quindi riserva di legge implicita), dobbiamo verificare se in esso sussistono margini che invece violano la riserva di legge, laddove soluzioni di tematiche non ben disciplinate dalla legge ordinaria vengono devolute a scelte della Commissione e dell'Authority.
        Signor Presidente, il disegno di legge in esame è incostituzionale sotto questo profilo e ora mi sforzerò di indicare quali sono i punti che devolvono a scelte della Commissione e dell'Authority di merito e non di regolamentazione di princìpi introdotti da questo provvedimento.
        Il testo licenziato dal Senato, all'articolo 4, comma 2, punto a), disciplinava il riparto degli spazi, per il periodo intercorrente tra la convocazione dei comizi elettorali e la data di presentazione delle liste, attribuendo una rappresentatività televisiva ai Gruppi politici in relazione alle proprie rappresentanze parlamentari.
        Il testo approvato dalla Camera dei deputati modifica questo aspetto; con un'affermazione criptica, volutamente diversa dal testo del Senato, ribadisce il concetto di una ripartizione tra i Gruppi parlamentari, tra i partiti rappresentati in Parlamento, senza però nulla dire sui criteri, se cioè gli spazi debbano essere proporzionali alle forze numeriche rappresentate in Parlamento o meno. E mentre successivamente, sempre nell'articolo 4, comma 3, punto a) afferma un principio di parità di condizioni – quindi quando ha voluto dire «parità di condizioni» il legislatore della Camera lo ha detto espressamente – in questa occasione nulla dice, lasciando completamente nel limbo ogni possibilità di interpretazione, costringendo la Commissione e l'Authority a legiferare sull'applicazione di un principio che non c'è. Il Senato aveva previsto un principio, la Camera lo ha stravolto, ma lo ha chiarito: non ha detto nulla su quale sia il principio al quale debba attenersi la Commissione e l'Authority nella distribuzione degli spazi televisivi nella prima fase intercorrente tra la data di convocazione dei comizi elettorali e quella di presentazione delle liste.
        Ma vi è di più. Il punto b) del comma 2 dello stesso articolo 2, allorquando, come diceva il relatore, introduce un importante innesto architettonico, che è quello della parità tra le coalizioni e tra le liste rappresentate, non spiega e non afferma in quale sistema di ripartizione dei tempi questa parità va garantita, e cioè se occorre scindere un 75 per cento dei tempi da assegnare alla parità della coalizione e soltanto un 25 per cento dei tempi da assegnare all'esigenza di parità tra i partiti, mutuando quindi quella che è l'architettura del nostro sistema elettorale, ovvero altro sistema. Esso afferma soltanto un principio, che però è eccessivamente generico per poter essere regolamentato poi dalla Commissione e dall'Authority se non con l'introduzione di nuove regole discrezionali e autonome che rientrerebbero in quella riserva di legge che viene violata.
        Ma il fatto più grave, che effettivamente manifesta in tutta evidenza come vi sia la volontà di attribuire alla Commissione e all'Authority dei poteri non regolamentari, ma legislativi, è allorquando il punto a), comma 3, dell'articolo 4, nella disciplina dei nuovi spazi autogestiti imposti gratuitamente ai sistemi televisivi nazionali prevede che la ripartizione degli spazi autogestiti, quindi dei messaggi dei partiti che vanno a candidarsi, vada effettuata a parità di condizioni tra i diversi soggetti politici.
        Ma allora – l'ho detto in Commissione e lo ribadisco in quest'Aula – chi sono, quali sono e quanti sono i soggetti politici e a quale entità giuridica, politica, dobbiamo rifarci? Sono i partiti, sono i Gruppi parlamentari, sono quei partiti che hanno presentato candidature in non meno del 25 per cento del Paese, o sono quei partiti che attraverso un pugno di firme possono presentare liste alle elezioni del Senato su base regionale o circoscrizionale? Vogliamo consentire quindi ai «partiti campanile», ai partiti rappresentativi di minoranze geografiche di essere presenti nel sistema televisivo, nel mondo dell'informazione politica alla pari degli altri partiti? Si violerebbe così una regola europea, alla quale si è voluta richiamare questa maggioranza.
        Ebbene, vogliamo vedere se tale regola europea c'è in questo testo di legge o se è stata violata palesemente? A tale scopo, signor Presidente, mi rifarò a quanto contenuto in un testo che è stato distribuito a tutti i colleghi dal Servizio studi del Senato. Questo testo, che sicuramente è ben fatto ed è molto importante, in alcune sue parti afferma un principio consolidato, espressione di un vero e proprio fondamento comune in materia di campagna elettorale (quantomeno in relazione ai 5 Paesi esaminati, che sono i più importanti del sistema europeo), quale deve essere considerato il meccanismo dell'accesso graduato: mi riferisco – ripeto –, signor Presidente, al sistema europeo.
        Se soltanto in Germania tale principio ha trovato un espresso riconoscimento da parte del tribunale federale, in tutti i Paesi è comunque generalizzata la constatazione che il principio di uguaglianza dei soggetti politici non implica un'assoluta parità degli stessi nell'accesso al mezzo televisivo durante il periodo elettorale, ma è anzi compatibile con una gradazione rispondente ai criteri predeterminati. In Europa l'accesso graduato consente e impone una possibilità di interlocuzione con i propri elettori nel sistema televisivo, proporzionata nella sua entità e durata al peso di un partito o a determinati parametri, garantendo in ogni caso a nuovi partiti, a nuove formazioni politiche che si presentano per la prima volta nello scenario elettorale, un minimo di visibilità e una parità di trattamento rispetto ad altri.
        Siccome voglio essere quasi pedante in questa elencazione, perché l'affermazione di un principio non deve essere soltanto astratta, vorrei leggere parte di questo testo che, come ho detto, ci è stato distribuito dal Servizio studi del Senato: «In Francia, per l'elezione dell'Assemblea Nazionale, il tempo viene assegnato in parti eguali tra i partiti e i movimenti della maggioranza, da una parte, e quelli della minoranza, dall'altra». Questo è il sistema francese.
        «In Germania» – mi rivolgo a voi della maggioranza, che vi richiamate all'Europa: sarebbe stato interessante se aveste tutti letto meglio questo testo – «la Corte costituzionale ha ritenuto necessario modulare il diritto di accesso in funzione dell'importanza dei partiti. Tale importanza è ritenuta accertabile sulla base di una serie di criteri, tra cui l'ampiezza del numero di iscritti, gli anni trascorsi dalla fondazione e il radicamento territoriale».
        In Gran Bretagna il numero degli spazi viene concordato all'inizio di ogni campagna elettorale per le elezioni politiche sulla base dei risultati ottenuti dai partiti nelle ultime elezioni politiche, fermo restando un diritto di tribuna per i nuovi partiti.
        In Spagna, il criterio che la legislazione spagnola utilizza per la ripartizione degli spazi è quello proporzionale, sulla base dei voti ottenuti. L'ultima campagna elettorale nazionale ha previsto, per esempio, 10 minuti nell'ipotesi in cui non si siano ottenuti seggi o non si sia concorso ad elezioni precedenti; 15 minuti nell'ipotesi in cui si sia ottenuta una rappresentanza sino al 5 per cento dei voti validi; 30 minuti nell'ipotesi in cui si sia ottenuta una rappresentanza sino al 20 per cento dei voti validi, 45 minuti nell'ipotesi si sia ottenuta una rappresentanza oltre il 20 per cento dei voti validi».
        Dobbiamo allora chiarirci le idee sul richiamo al sistema europeo, perché se sistema europeo deve essere, è allora opportuno fare mente locale rispetto a quale, fra quelli esistenti, è opportuno rifarci.
        Quello che state per approvare in quest'Aula non è un sistema legislativo che ci richiama all'Europa, ma vìola – invece – le regole fondamentali di un sistema dell'informazione politica che attribuisce la possibilità a tutti i partiti di comunicare con i propri elettori, di accedere al mezzo della comunicazione nazionale, graduandolo però in relazione a determinati parametri, che possono variare da nazione a nazione, ma che pure esistono.
        Invece, approverete una legge, che va in controtendenza al sistema elettorale, che tende a determinare la formazione di nuove aggregazioni politiche e di nuovi partiti, tende alla frammentazione del sistema politico attuale e non si muove nella logica di quel bipolarismo al quale molti partiti della maggioranza si richiamano.
        Vorrei capire, signor Presidente, come certi partiti della maggioranza che si battono per il «sì» al referendum sull'abolizione della quota proporzionale contemperino quell'atteggiamento con l'approvazione di una legge che, invece, incentiva la formazione di nuovi partiti in campagna elettorale.
        Su questo vorrei delle risposte e ci auguriamo che il dibattito le dia, perché delle due l'una: o si vuole un sistema veramente bipolare, un sistema di due coalizioni, che privilegi la logica dell'alternanza, ovvero si abbia il coraggio di dire che non lo si vuole, perché l'obiettivo è quello di imbavagliare il sistema dell'informazione.
        Signor Presidente, mi accingo a concludere con delle considerazioni di ordine politico, che è giusto e opportuno fare per lasciarle alla storia dei lavori di questo Parlamento. Ci auguriamo che il testo oggi al nostro esame venga migliorato in quest'Aula, che possa essere ricondotto all'introduzione di criteri effettivamente razionali, paritari e garantisti e che ci ponga in linea con il sistema europeo. Ce lo auguriamo fermamente e faremo la nostra battaglia, ma siamo consapevoli che gli atteggiamenti sin qui adottati da questa maggioranza e da questo Governo nulla ci lasciano sperare. Vorrei ribadire come la lotta tra la libertà e l'autorità, la natura e i limiti del potere che lo Stato può legittimamente esercitare sulla società e ancor più sull'individuo, rappresenta da sempre un momento di divisione e fonte di conflitti e polemiche quotidiane.
        Questa legge è sbagliata perché non è certo limitando la propaganda elettorale che il sistema trova un equilibrio: il giudizio è dato agli uomini perché lo usino. Il solo modo con cui un uomo può in certa misura avvicinarsi alla conoscenza complessiva di un argomento è ascoltando ciò che ne dicono persone di ogni opinione, studiando tutte le modalità secondo cui può essere considerato da ogni punto di vista. Così facendo, anche le opinioni e le pratiche erronee possono gradualmente cedere ai fatti e agli argomenti, perché vengono sottoposti alla considerazione di ognuno. Bisogna quindi allargare, non comprimere la possibilità di ascolto. Il più alto valore di una democrazia risiede nella possibilità di una libera discussione e nella capacità di questa discussione critica di incidere nella politica. La comunicazione politica non si pone più come principale strumento di propaganda ma, al contrario, rappresenta un importante momento di verifica sulla capacità del sistema dei partiti di fornire risposte adeguate alle istanze espresse dall'elettorato.
        Tutte le false teorie sulla par condicio non hanno che il solo scopo di impedire la libera battaglia delle idee, perché su questo punto è bene intenderci: se non si hanno programmi adeguati, se non si danno risposte ai cittadini, non c'è spot elettorale che tenga. Gli elettori sono adesso sufficientemente maturi e smaliziati per mandarti immediatamente a casa.
        Ma la sinistra tutto questo lo sa e aveva capito questo scenario già da tempo, tanto che aveva provato ad adeguarsi senza che ciò questo facesse scandalo più di tanto. «Il partito di Natta ha scoperto le nuove tecniche della pubblicità suadente. Il nuovo look comunista», titolava «la Repubblica» nel 1985. «Da Botteghe Oscure slogan e spot televisivi» riportava «Il Messaggero» del 5 marzo 1985. Infine: «Natta, De Mita, Andreotti, Almirante, a tutti è capitato di trovare piazze semivuote. Addio caro e vecchio comizio, la politica si fa con lo spot» riportava «la Repubblica», per niente allarmata, del 7 maggio 1985. Questi sono dati storici. Cosa è cambiato? Nulla! Non sono cambiati i contenuti né gli strumenti; c'è solo qualcuno che ha programmi migliori e li sa comunicare meglio. Questa maggioranza non sa e non vuole competere. Per voi par condicio significa livellare l'abilità degli altri alla propria incompetenza.
        Dal dibattito svoltosi alla Camera dei deputati e dalle opinioni espresse da questa maggioranza emerge un dato certo: l'arma etica, l'ultima arma etica rimasta nelle mani di questa sinistra, è l'ipocrisia! La sinistra ha perso il coraggio che l'ha sempre connotata, il coraggio della violenza manifesta. Sono finiti i tempi in cui la sinistra usava la violenza senza preoccuparsi di nasconderla, ma quelli erano tempi, non lontani in verità, in cui la violenza era motivata da idee guida, da prevalenti ragioni sociali fondate sull'odio di classe invece che sull'emulazione, ma pur sempre ragioni legate ad idee guida.
        Oggi la sinistra ha esaurito i suoi pensieri, i suoi obiettivi. Ha mantenuto soltanto le ragioni della sopravvivenza attraverso la detenzione del potere e su queste ragioni di sopravvivenza sta scaricando, anche con questa legge, la sua connaturata violenza. Quindi, come il villano approdato in salotto si sforza di nascondere la propria rozzezza, tentando di darsi un atteggiamento che non gli è naturale, così questa sinistra malamente cela la propria antidemocratica e genetica indole violenta vestendola di ipocrite, sane intenzioni.
        C'è una frase, diffusa in politica, del Machiavelli, che calza a misura in questo scenario: «Il fine giustifica i mezzi». Ma ve n'è un'altra, questa volta di Gandhi, che voi della maggioranza fareste bene a ricordare oggi per domani e per sempre, secondo cui «L'albero è la conseguenza del suo seme». Se oggi voi seminate iniquità domani raccoglierete disprezzo; se oggi seminate iniquità per impedire che i cittadini elettori abbiano le idee chiare, domani quegli stessi cittadini elettori vi ripagheranno secondo i vostri meriti, che, ben sapendo voi di non possedere, vi suggeriscono di far calare una cortina sulla conoscenza della politica.
        Lo so, solo pochi di voi sono stati comunisti e, tranne alcuni, chi lo è stato ha vissuto il comunismo per pochi giorni o in età infantile. Comunque è scusabile, come i fascisti italiani dopo la caduta del fascismo: tutti scomparsi. La violenza del comunismo è stata comunque la linfa della quale i vostri maestri vi hanno nutrito e, quindi, il concorso al comunismo dovete comunque confessarlo. (Commenti della senatrice Pagano). Lo dovete confessare nel vostro interesse ... (Commenti del senatore Pelella)... per dare alla legge di oggi una ragione in più dell'ipocrisia... (Commenti e proteste dal Gruppo DS. Richiami del Presidente)... per il mantenimento del potere. (Applausi dai Gruppi FI e CCD). Confessate di non avere il coraggio della libertà, perché non ve l'hanno insegnato e chiudetela qui!

        In queste ore vi accingete a sferrare un duro colpo alla libertà di comunicazione, comprimendo uno dei valori essenziali di una vera democrazia. Ma la limitazione della libera circolazione delle idee ... (Commenti e proteste dal Gruppo DS. Richiami del Presidente)...

        PRESIDENTE. Lasciate concludere, colleghi.
        SCHIFANI, relatore di minoranza. La limitazione della libera circolazione delle idee è radicata nei regimi totalitari e tutti conosciamo l'infelice destino di questi ultimi.

        Ricordate che è la storia la vera regina della verità, degli errori e dei pregi di una classe politica di governo. Ebbene, da domani imparerete a temerne il giudizio. (Applausi dai Gruppi FI, CCD