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Intervento in Aula del
21 dicembre 2000 sul piano di attuazione dei cicli scolastici.
Ora,
la scelta riformista aveva una precisa alternativa: quella di recuperare il
rigore e anche una specificità strumentale dei saperi tra la scuola
elementare e quella superiore, oppure spostare in avanti una maggiore serietà
degli studi per consentire a tutti di terminare «promossi' l'iter
dell'obbligo scolastico prolungato di un anno.
Appare palese la scelta con il
riordino dei cicli proposti. La stessa riorganizzazione dei curricula
universitari pare dare evidenza che il «classico liceo» è stato trasferito
nella laurea triennale. Se tra le motivazioni è enfatizzata la necessità di
raccordare in generale i saperi con le esigenze che provengono dal mondo
esterno, cioè da quello del mondo del lavoro, in particolare per gli studenti
che usciranno dalla scuola dopo aver assolto all'obbligo, non ci sembra che la
riforma proposta corrisponda a tale intento.
Di più, sino all'assolvimento
della scolarità obbligata, cioè alla fine del biennio intermedio, tra il
settennio che lo precede e il triennio che lo separa, la copresenza di
studenti che intendono proseguire e quelli che invece intendono uscire dalla
scuola, porterà inevitabilmente ad un abbassamento complessivo del profitto
di quanti frequentano la scuola dell'obbligo. Nessuna specializzazione in
funzione dell'atteso posto del lavoro è prevista, si ripete semplicemente
quanto già oggi si verifica.
Altro rilievo fondamentale è
che questa riforma, nonostante la rivoluzione copernicana da tempo affermatasi
nella organizzazione di enti e imprese nel settore privato, con la cosiddetta
«qualità totale», conserva e accentua l'organizzazione che già fu
caratteristica del «fordismo» e che fa calare dall'alto le sue direttive.
Tale constatazione è stata
ampiamente la causa delle insofferenze da parte degli operatori della scuola,
che oggi manifestano una convinta opposizione all'avvio della riforma. Se la
scuola aveva bisogno di un restauro anche incisivo, certamente non necessitava
di una rivoluzione tale da rinnovare totalmente il suo momento processuale,
senza peraltro offrire garanzia di adeguato aggiornamento culturale e
formativo al suo prodotto, cioè ai suoi studenti. Ignorando i contenuti di
questa riforma, cioè degli eventuali nuovi saperi, resta il sospetto che
questa riforma voglia omogeneizzare la cultura in questo Paese, appiattendola,
cioè livellandola al basso.
Infine non si può non dare
giusta rilevanza al fatto che ogni riforma resta condizionata da coloro che la
devono gestire. E al riguardo diverso è se una riforma è partecipata o se
invece è subita, perché in quest'ultimo caso essa, se passa politicamente,
nasce già operativamente pregiudicata.
Siamo del tutto favorevoli ad
un rinvio dell'inizio della riforma per cogliere l'occasione di apportare
quelle correzioni, quegli aggiustamenti che facciano recuperare quel ruolo
fondamentale che la scuola ha nel disegnare il futuro del Paese.
SENATO
DELLA REPUBBLICA
XIII LEGISLATURA
948ª SEDUTA PUBBLICA
RESOCONTO
SOMMARIO E STENOGRAFICO
GIOVEDÌ 9 Novembre 2000
PICCIONI. Signor Presidente, signor
Sottosegretario, onorevoli colleghi e onorevole relatore, nei giorni compresi
tra il 13 e il 16 ottobre il Nord-Ovest dell'Italia ancora una volta è stato
messo letteralmente in ginocchio da un'alluvione catastrofica, a distanza di
soli sei anni dall'ultima calamità naturale che lo aveva investito.
A
mio avviso, ciò che si è consumato in tali giorni si potrebbe tranquillamente
definire come un «disastro in parte annunciato» ed inevitabile, poiché le
opere di protezione dei fiumi, in alcuni tratti, non erano ancora state portate
del tutto a compimento dall'ultimo evento calamitoso verificatosi nel novembre
1994 che aveva avuto come epicentro il Piemonte.
La fascia del Po e, precisamente
Crescentino, Trino Vercellese, Morano, Casale Monferrato ed altri comuni sono
stati invasi da 2 metri e mezzo di acqua per l'esondazione del Po ed allagamenti
analoghi si sono verificati per lo straripamento dei fiumi minori quali la Dora
Baltea, l'Orco e il Malone, lasciando le popolazioni rivierasche in condizioni
disastrose, sommerse dalla piena che con la sua potenza ha distrutto, oltre che
numerose abitazioni, buona parte del comparto agricolo con le relative scorte e
infrastrutture e anche buona parte delle attività produttive, artigianali,
industriali e commerciali.
Le esondazioni sono state in
parte causate da lavori arginali non finiti, ma si sono verificate anche e
soprattutto a causa della presenza nell'alveo dei fiumi di grandi depositi di
materiale litoide che in certi tratti di alveo supera la quota dei terreni
circostanti favorendo anche con minime piene lo straripamento del corso d'acqua,
con gli ingenti danni conseguenti che tutti abbiamo avuto modo di constatare.
Nel fiume Po, nel territorio di
Trino Vercellese, vi è un'ulteriore concausa dell'esondazione: la presenza di
una briglia dell'ENEL a servizio della centrale nucleare di Trino Vercellese «Enrico
Fermi» non più attiva dal 1987, che doveva già essere asportata perché non
più necessaria per l'accumulo delle quantità di acqua per il raffreddamento
del ciclo produttivo; tale sbarramento alza di fatto di 2 metri la quota del
fondo del fiume ed in caso di piena eccezionale favorisce l'esondazione nella
zona a monte dell'abitato. Mi auguro che con tale ulteriore straripamento si sia
assunta una consapevolezza tale da provvedere ad una sua immediata demolizione
ripristinando il fondo alveo alla quota originaria.
Un fatto analogo è accaduto nel
territorio del comune di Saluggia dove lo straripamento della Dora ha lambito il
deposito di altre scorie radioattive accumulate in un'area «vulnerabile» in
fregio alla Dora Baltea, di proprietà della Sorin e dell'ENEA. Ahimé, oggi
leggo sui giornali che, secondo i rilevamenti dell'Arpa, dopo l'alluvione a
Saluggia, il fango è radioattivo. Questo è gravissimo; si dovranno ovviamente
ricercare le responsabilità di coloro che con grande superficialità hanno
lasciato un così incombente pericolo dopo che simili accadimenti si erano già
verificati con l'alluvione del 1994.
A distanza ormai di 25 giorni è
stato intrapreso solo un minimo intervento finanziario sull'evento alluvionale
che ha colpito una grande porzione di territorio; siamo fermi infatti ad
un'ordinanza della Protezione civile che ha stanziato 150 miliardi e ad un
annuncio di ieri sera, da parte del sottosegretario Giarda, di emendamenti alla
finanziaria per ulteriori 100 più 100 miliardi per attivare mutui da parte
delle regioni per circa 2500 miliardi. Oggi si è alle prese in Assemblea con un
provvedimento denominato «decreto Calabria» cercando di adattarlo con questo
altro gravissimo dissesto idrogeologico rimandando la predisposizione di un
ulteriore decreto-legge ad hoc per
la zona alluvionata dal Nord-Ovest ad un momento successivo all'approvazione
della legge finanziaria. Decisione assai rischiosa e di scarso tempismo
considerando che il Piemonte e la Valle d'Aosta sono parzialmente distrutti;
aspettando ancora un po' di tempo senza dare certezze si incorre nel rischio di
compromettere la ripresa economica di un territorio di grande importanza
economica per tutta la Nazione.
Nei giorni dell'alluvione
abbiamo avuto nei territori colpiti una passerella di Ministri e Sottosegretari
che ci hanno elargito promesse e rassicurazioni sia per l'esecuzione dei lavori
di messa in sicurezza che per il ristoro dei danni avvenuti.
Non dimentichiamoci che nel
1994, a 20 giorni di distanza dall'evento calamitoso che si era verificato negli
stessi territori oggi interessati, il Governo Berlusconi di fatto stanziò 3.800
miliardi con un disegno di legge recante la data del 26 novembre 1994 che
insieme ad un altro successivo del 19 dicembre concretizzava un totale di 11.000
miliardi di stanziamenti a favore delle imprese, dell'edilizia privata e delle
opere pubbliche.
Non può il Governo pensare che
si possa aspettare l'approvazione della finanziaria e temporeggiare prima di
emanare un disegno di legge recante stanziamenti per almeno 10.000 miliardi, per
sanare il disastro che si è imposto in questi giorni con tutta la sua violenza.
La popolazione, gli imprenditori
e le infrastrutture pubbliche danneggiate hanno bisogno di avere da subito la
certezza di un adeguato ristoro dei danni e hanno la necessità immediata di
eliminare le situazioni di pericolo provocate dai corsi d'acqua, a partire da
un'immediata manutenzione degli stessi mediante l'asportazione dell'eccedenza
degli inerti e dei materiali litoidi che da troppi anni, e precisamente fin dal
1992, per l'attuazione dell'ordinanza dell'Autorità di bacino, non hanno un
piano definitivo per l'adeguamento delle sezioni di deflusso.
A nostro avviso, è
indispensabile realizzare da subito un dispositivo che detti regole puntuali e
precise, rifacendosi magari alle norme già contenute nella legge n. 35 del
1995, che ha comunque favorito la ripresa economica e la ricostruzione dopo la
citata alluvione del 1994.
In Commissione territorio,
ambiente, beni ambientali, per l'esame del cosiddetto decreto Calabria, in
questi giorni è emersa con chiarezza l'incertezza sui percorsi da seguire e si
è capita l'impossibilità di adottare lo stesso decreto-legge; quello che più
colpisce, però, è il rifiuto da parte del Governo di rifondere i danni al di
fuori degli standard
adottati per altre calamità, dimenticando che sei anni fa buona parte di detto
territorio è già stato duramente colpito da altra alluvione.
È necessario dare segnali
forti, così come è stato da noi proposto con emendamenti formulati di concerto
con le regioni, per estinguere i mutui del 1994 per quelle aziende che ne hanno
ancora in corso il pagamento.
È necessario per i privati già
danneggiati nel 1994, le cui case sono già state compromesse dalla precedente
piena, aumentare la percentuale di ristoro dei danni, come da noi proposto, al
90 per cento di indennizzo. Con l'applicazione del cosiddetto decreto Calabria,
risulta che le imprese vengono rifuse con un iniquo 40 per cento a fondo
perduto, con un tetto massimo di lire 300 milioni e la contrazione di mutui per
il restante 35 per cento: tutto ciò non è sufficiente soprattutto per quelle
imprese che già nel 1994 hanno avuto le aziende distrutte.
È necessario per le imprese con
meno di 20 dipendenti, oltre alla rifusione dei danni già riconosciuti con un
emendamento al 75 per cento a fondo perduto, non fissare assolutamente il tetto
di lire 500 milioni ed avere altresì la possibilità di contrarre mutui a
totale carico dello Stato.
Non è demagogia, perché è
importante restituire fiducia alle popolazioni, agli imprenditori, a chi si
trova nei luoghi danneggiati e in uno stato di esasperazione che rasenta i
limiti dell'ordine pubblico.
Mi auguro che quelle espresse
dal Governo non siano le solite promesse; in questo momento, il Governo è
chiamato a dare una vera e propria prova di capacità, poiché sinora ha
dimostrato solo poco tempismo e un'incapacità di gestione dell'emergenza e
soprattutto di rassicurazione nei confronti di chi, in questo momento, si trova
a dover ricominciare, senza più nulla in mano, prostrato davanti ad un evento
incontrollabile ma anche mal gestito. (Applausi
dal Gruppo FI. Congratulazioni).
SENATO DELLA REPUBBLICA
XIII LEGISLATURA
935ª SEDUTA PUBBLICA
RESOCONTO
SOMMARIO E STENOGRAFICO
VENERDÌ 20 Ottobre 2000
PICCIONI. Signor Presidente, signor Sottosegretario, colleghi, arrivo dalla zona in cui si è verificato questo disastro, perché il vercellese è stato colpito duramente così come nel 1994. Devo dire che i dati che ha sfornato stamattina il Sottosegretario denotano una grande catastrofe, perciò dibattere questa mattina senza la presenza di un cospicuo numero di senatori, diventa, secondo me, un po' sterile.
Abbiamo
detto che si tratta di una catastrofe. Il Nord-Ovest è stato messo in
ginocchio, ancora una volta, a soli sei anni di distanza dall'ultima calamità
naturale che lo ha investito.
In tal senso, mi auguravo che la
sensibilità del Governo si manifestasse con la presenza – e di ciò mi scuso
con il Sottosegretario – oggi in quest'Aula del Ministro, che fa in
televisione determinati annunci ma che poi, alla fine, non ha la possibilità di
dare risposte concrete a quelle persone che si trovano in ginocchio non solo
perché sono fuori dalle proprie abitazioni a soli sei anni di distanza, ma
anche a causa di un'economia ormai disastrata.
Come abbiamo annunciato in
questi giorni, non è nelle nostre intenzioni polemizzare, ma qualche
responsabilità dovrà pur essere individuata, responsabilità che, peraltro,
credo siano imputabili a molti soggetti.
Vi è una concomitanza di fatti
e sembra che sia stato l'evento meteorologico a determinare questa enorme
precipitazione. A nostro giudizio, il disastro era in parte annunciato visto che
a sei anni di distanza dalle ultime calamità naturali le opere di ricostruzione
non sono state completate. E dopo sei anni una persona ha il diritto di non
essere cacciata dalla propria casa e non può neppure vedersi costretta a
rimanere in un'abitazione inondata da due metri e mezzo di acqua.
Trino Vercellese è stato
invaso, a sei anni di distanza, da due metri e mezzo di acqua, la popolazione
versa in condizioni disastrose e si corre il rischio di una sommossa popolare;
l'altra sera infatti il sindaco di Trino ha rischiato di essere quasi linciato:
questi fatti non devono assolutamente verificarsi!
Disastro annunciato perché? È
inutile dichiarare che dal 1992 sono state annullate le escavazioni nei fiumi
per il concorso dei Verdi, che sono a favore della divagazione dei fiumi e non
della loro regimentazione. Nei fiumi vi è un grosso deposito litoide; in alcuni
casi nei centri degli alvei il materiale depositato raggiunge, addirittura,
un'altezza superiore alle sponde; ciò determina sicuramente esondazione in
presenza di grandi precipitazioni.
Ho parlato di lavori non
effettuati e di escavazioni non realizzate, ma soprattutto mi sembra che il
Sottosegretario abbia un po' generalizzato nella descrizione della situazione.
Si tratta di avvenimenti di cui tutti siamo venuti a conoscenza leggendo i
giornali in questi giorni e che molti di noi hanno vissuto in prima persona. Ma
chi ha vissuto in prima persona tali vicende può descrivere in modo migliore lo
stato d'animo, il disagio, l'amarezza e gli effetti di un'economia veramente
disastrata.
Palazzolo, Trino Vercellese,
Morano, Casale Monferrato sono stati invasi da due metri e mezzo di acqua a sei
anni di distanza dall'ultima calamità naturale che li ha investiti: e questo la
dice lunga!
Quanto realizzato dal Governo in
questi giorni può essere, sì, valutato ma si sostanzia sicuramente in un mero
segnale. Mi auguro che i rimborsi di 40 milioni di lire per le abitazioni e di
60 milioni per le attività produttive danneggiati – oggetto dell'ordinanza,
che peraltro non ho letto – siano soltanto acconti, visto che i danni sono
veramente ingenti e che saranno necessarie migliaia e migliaia di miliardi di
lire non solo per il rifacimento delle infrastrutture, ma anche per la
ricollocazione dei centri abitati che, in questo momento, devono essere tenuti
nella dovuta considerazione.
È necessario perciò che vi sia
non solo il conforto dei politici ma anche una prova tangibile del
riconoscimento immediato della necessità di stanziare risorse a favore di
queste persone che hanno subìto questi danni. In caso contrario, il rischio che
si corre è molto grave perché, a distanza di sei anni, vi sono popolazioni che
non hanno ancora finito di pagare il mutuo per i finanziamenti ricevuti per la
precedente ricostruzione, atteso che non sempre lo Stato, in quei momenti
contingenti, ha riconosciuto la vera entità dei danni.
Dal momento che molta gente che
ha visto allora la propria casa distrutta non ha ricevuto il benché minimo
riconoscimento, bisognerà accertare le relative responsabilità. Ci auguriamo
che, soprattutto in questo momento, fatti del genere non si ripetano più. In
caso contrario, lo Stato sarà considerato da queste persone non più come Stato
ma come un'istituzione che crea soltanto danni.
Oltre ai lavori non effettuati e
alla mancata escavazione, nella nostra zona sono emerse anche molte altre
responsabilità rispetto agli allagamenti. Ribadisco questi concetti che sono
importanti e che il Governo deve capire; non a caso anche il Capo dello Stato,
in questi giorni, ha sottolineato la necessità di manutenere i corsi d'acqua.
Era
necessario intervenire prima e magari non fare quanto è stato fatto nel 1992,
quando è stata vietata l'escavazione dei fiumi.
C'è anche un dato importante.
Nel territorio vercellese, nella zona di Trino e di Saluggia, sono presenti
scorie nucleari. Si tratta di una zona molto a rischio e lo avevamo già
constatato nel 1994. Nel 2000 si verifica un fatto ancora più eclatante di
quello precedente e le scorie sono ancora presenti. I cittadini temono che il
territorio sia stato contaminato anche se l'ENEA e la Sogin, la società
interessata alla ricollocazione delle scorie, hanno rassicurato in merito.
Qualcuno ha anche detto di fare
di Trino un deposito provvisorio perché è un territorio sicuro e nei giorni
passati si è tenuta addirittura una riunione con la Sogin nel comune di
Vercelli. Credo però che chi ha detto questo debba rimangiarsi le parole, perché
mettere a rischio l'incolumità e la salute pubbliche con delle scorie
radioattive in una zona alluvionata e alluvionale – e i fatti dimostrano che
è così – fa emergere delle grandi responsabilità.
PRESIDENTE.
Senatore Piccioni, la invito a concludere.
PICCIONI. Noi non faremo
ostruzionismo ma offriremo la nostra collaborazione.
Ritengo
sia importante avere inserito un primo riconoscimento della necessità di
intervenire nelle aree a rischio idrogeologico nel cosiddetto decreto Calabria.
C'è ancora un aspetto sul quale
vorrei soffermarmi chiedendo quindi al Sottosegretario di dare una risposta,
anche se sarebbe opportuno che altri esponenti politici del Governo
intervenissero in merito. Sembra che i bacini idroelettrici della Valle d'Aosta
siano stati in qualche modo svuotati delle acque, ed è questo che ha
determinato l'onda di piena. Se così fosse, lo ritengo un dato ulteriormente
grave che si va a sommare ad una situazione del Piemonte ormai disastrosa.
RELAZIONE SEN. LORENZO PICCIONI
Colleghi Senatori,
il provvedimento in esame da parte della ottava commissione viene proposto sotto forma di d.d.l. dopo che alla camera l'art. 5 del D.L. 28.3.2000. n.70 recante "disposizioni urgenti per il contenimento delle spinte inflazionistiche" convertito con la legge n.137 del 26.5.00 ha disposto la soppressione del medesimo articolo.
Il dispositivo è formato da un comma 1, peraltro condivisibile nella quasi totalità in quanto si inserisce in una logica di liberalizzazione del comparto del trasporto ferroviario in vista della apertura del servizio ferroviario agli operatori in possesso dei requisiti come peraltro previsto dalle principali direttive comunitarie volte a garantire il rispetto dei principi in materia di concorrenza e libera prestazione dei servizi, nonché lo sviluppo e la gestione delle infrastrutture.
Si intende così superare l'attuale regime monopolistico fondato sull'esclusiva in una più vasta apertura dei mercati.
Per quanto attiene al comma 2 che dispone la revoca delle concessioni rilasciate dalla F.S. S.p.a alla TAV S.p.a per la costruzione di tratte di alta velocità Napoli-Milano, Torino-Venezia e Milano-Genova.
La revoca delle concessioni non è totale, ma prevista solo per la parte relativa ai lavori non ancora iniziati e più precisamente la Torino-Venezia e la Milano-Genova.
Il sistema TAV dove FS partecipava in un primo momento al 45,5% del capitale sociale ed il restante 54,5% era detenuto da istituti di credito si prefiggeva di eseguire "la progettazione esecutiva e la costruzione delle linee e delle infrastrutture e quant'altro occorre ai fini del sistema Alta Velocità, nonché allo sfruttamento delle stesse per il recupero della remunerazione del capitale investito".
Nel 1998 F.S. ha acquistato il 100% della T.A.V. diventando unico socio. Si ricorda che nel costituire la T.A.V. si stabilì che per l'adempimento delle prestazioni la società concessionaria provvede avvalendosi di un "general contractor" che dovrà essere garantito o costituito da uno dei principali gruppi italiani vedi FIAT-ENI-IRI.
Il General Contracting è uno strumento largamente diffuso a livello mondiale, pensato e utilizzato, in relazione alla sua tipicità e funzionalità, proprio nell'ambito della realizzazione dei più importanti programmi infrastrutturali.
Tale modello, utilizzato per l'Alta Velocità ferroviaria in Italia è stato adottato in piena conformità alla normativa vigente-così come,del resto-gli affidamenti operati da TAV ai singoli General Contractors, che consentiva di non ricorrere alle procedure di gara.
Nello specifico, soltanto l'organizzazione e le risorse tecnico-operative a disposizione del General Contractor hanno consentito il mutamento del
programma di interventi da realizzare alla concezione originaria di sistema di Alta Velocità a quella di Alta Capacità, garantendo l'esecuzione dei rilevanti adeguamenti progettuali nell'ambito e nell'ottica di un costante e confronto con tutte le istanze e gli interessi istituzionali presenti sul territorio.
Prova di quanto sopra è l'emblematico caso della Torino-Milano, ove soltanto l'organizzazione e le risorse impegnate concretamente dal General Contractor potevano consentire di pervenire, nell'ambito della Conferenza dei Servizi apertasi nel 1993, ad una complessiva verifica ed aggiornamento del progetto con tutti gli Enti interessati, che ha condotto alla fase complessiva della procedura ed in particolare per la tratta menzionata sono già state eseguite tutte le verifiche costi-benefici e le comparazioni di proposte alternative.
Al di fuori del sistema in essere, non appare immaginabile la realizzazione di un organico programma di ammodernamento delle infrastrutture ferroviarie, bensì soltanto l'esecuzione di interventi frazionati e rispondenti ad esigenze contingenti.
L'affidamento del complesso programma di interventi di cui trattasi tramite singole gare d'appalto, del resto, lungi dal comportare risparmi e benefici finanziari e soprattutto temporali rispetto al sistema di realizzazione tramite General Contractors avrebbe effetti certamente dirompenti su tempi ed oneri, ovvero sulla stessa realizzabilità dell'infrastruttura ferroviaria.
La pluralità degli affidamenti comporterebbe infatti la necessità di provvedere alla predisposizione di distinti progetti riferiti alle varie specificità tecniche dell'opera ferroviaria, con ogni conseguenza in termini di maggiori tempi, oneri e costi indotti da tale frammentazione. Si pensi a tale riguardo, al problema della definizione a livello territoriale e locale alle opere di mitigazione ambientale, che è stata in concreto globalmente considerata e gestita proprio grazie al sistema di General Contracting o ancora alla gestione degli espropri, alla qualità della progettazione, alla necessità di collaudi distinti ecc.
Quanto sopra evidenziato incide pesantemente su tempi e costi, dilatando gli uni e gli altri e condizionando pesantemente la stessa realizzazione dell'infrastruttura di cui trattasi.
Con riferimento ai costi, si rileva infine che, nel caso del General Contractor, gli stessi vengono ad essere individuati una volta per tutte quando il progetto è definitivamente assentito da tutti i soggetti competenti, mentre, nel caso delle gare di appalto, i costi verrebbero ad essere fissati nel corso di successivi momenti temporali legati all'effettuazione delle singole procedure di affidamento, con gli aggravi conseguenti al decorso del tempo.
Nella Fattispecie si afferma che la revoca delle concessioni comporterebbe un risparmio di 4-5 mila miliardi.
L'affermazione è invece priva di ogni fondamento perché i prezzi di affidamento al General Contractors sono contrattualmente quelli di mercato la cui congruità è stabilita dallo stesso committente e mediante l'ausilio di ITALFERR del gruppo F.S. ed in mancanza TAV può recedere dal contratto stesso. In tale ottica si evidenzia altresì che l'affidamento in appalto tramite gara non è rapportabile al sistema in essere senza tenere in debita considerazione ulteriori aspetti di tutto rilievo.
Nel caso del General Contractors, infatti, l'affidamento comprende, rispetto a quello operato nei confronti dell'appaltatore, tutta una serie di prestazioni, impegni, rischi ed oneri connessi alla responsabilità unitaria di progettazione e realizzazione di un'opera così complessa, che al contrario non figurano nel prezzo da corrispondere all'appaltatore ma che incidono sul costo complessivo e che ricadrebbero in capo al Committente per esempio o l'ottenimento delle autorizzazioni alle procedure di occupazione ed esproprio e alla risoluzione delle interferenze con i servizi.
Si sottolinea infine che l'utilizzazione del presente d.d.l., se approvato per revocare le concessioni da FS a TAV non potrebbe comunque andare esente da censure analoghe a quelle che incontrerebbe un qualsiasi provvedimento che intendesse sacrificare diritti e posizioni giuridicamente tutelate di terzi senza un'adeguata forma di indennizzo.
Attualmente sono in corso i lavori di costruzione del tratto Bologna- Firenze e Roma -Napoli ed in fase di prossimo inizio il tratto Milano- Bologna.
Il tratto di A.V. oggi più avanzato in termini di concertazione e di progettazione è il Milano-Torino che è ad uno stadio avanzato e potrebbero partire i primi cantieri entro il 2001.
E' proprio su tale tratto che è necessario fare considerazioni in quanto dopo aver analizzato a fondo la situazione odierna è necessaria una attenta riflessione.
Lo sviluppo del progetto è, a causa del diverso stato degli accordi con gli enti territoriali Piemontesi e Lombardi, ad uno stadio di evoluzione e ad un livello di contenuti contrattuali molto più avanzati e definiti nella parte piemontese di quanto non sia nella parte lombarda.
In particolare, per la parte piemontese è ipotizzabile l'aggiornamento del progetto con il recepimento delle prescrizioni della Conferenza dei Servizi entro novembre-dicembre 2000; per la parte lombarda, la previsione di aggiornamento del progetto, subordinata alla definizione delle richieste in Conferenza dei Servizi è per giugno 2001.
Ad oggi dopo nove anni di ininterrotta attività, che ha portato alla edizione di 3 Progetti esecutivi completi, alla presentazione di 2 offerte economiche, alla redazione di innumerevoli studi ed approfondimenti progettuali (la sola variante di Novara ha comportato la presentazione di più di una decina di diverse soluzioni progettuali), ad una serie di continui ed ininterrotti confronti con gli
Enti e le Amministrazioni centrali e locali interessate, i costi sopportati dal General Contractor ammontano a circa 180 ML.
In caso di risoluzione della convenzione in essere, oltre al riconoscimento dei costi sostenuti, sarebbero dovuti al G.C. danni ingenti a titolo di mancato utile e per la mancata opportunità di qualificazione imprenditoriale.
Allo stato, la concertazione con gli enti territoriali deve necessariamente essere distinta per la tratta piemontese e quella lombarda ed in particolare per la parte relativa al Piemonte, può ritenersi acquisito il consenso di tutti i soggetti territorialmente competenti; per la tratta lombarda sono tuttora in corso gli incontri con i soggetti interessati.
Stante il già rilevato diverso grado di definizione degli accordi con gli enti territoriali piemontesi e lombardi, cui consegue un diverso grado di definizione progettuale, è possibile prevedere la congruità dell'offerta per la tratta piemontese entro marzo 2001, mentre per la tratta lombarda, subordinatamente alla definizione delle richieste in Conferenza dei Servizi, entro dicembre 2001.
Per evitare che l'intera tratta (il cui sviluppo è principalmente nel territorio piemontese) possa subire ritardo dalle problematiche evidenziate per la parte lombarda, potrebbe essere utile suddividere la tratta To-Mi in due sub-tratte funzionali, Torino, Novara con collegamento Malpensa e Novara-Milano.
Per quanto attiene all'apertura dei cantieri, qualora fosse condivisa l'opportunità di suddividere i lavori nelle due sub-tratte individuate, anche in pendenza della congruità economica e con l'obiettivo di rendere fruibile la sub-tratta Torino-Novara con collegamento Malpensa per le Olimpiadi del 2006, è ipotizzabile l'inizio della attività di cantierizzazione, degli espropri, degli asservimenti dei servizi, previa autorizzazione a prestazioni anticipate da gestire a conguaglio, già nel gennaio 2001.
L'importo complessivo dell'opera ad oggi stimabile ammonta a circa 5400 ml, con esclusione di quanto sarà richiesto dalla Conferenza dei Servizi.
In caso di risoluzione della convenzione in essere, e la necessità di procedere all'affidamento dei lavori mediante gare europee, fermo restando quanto rilevato in ordine al riconoscimento degli oneri al General Contractor, dovrebbe necessariamente procedersi al rifacimento del progetto ai sensi della c.d. Legge Merloni, alla individuazione delle prestazioni attinenti l'armamento ferroviario e la tecnologia (segnalamento, trazione etc..), al relativo scorporo, all'ulteriore suddivisione dell'opera in lotti singolarmente appaltabili, alla pubblicazione dei bandi, alla valutazione delle offerte (verifiche delle anomalie etc.) all'aggiudicazione dei lavori ed all'inizio delle conseguenti attività di cantierizzazione con maggiori tempi di inizio attività, rispetto a quelli prospettati di circa due, tre anni anche se la convinzione è che non partirà più.
A ciò dovrebbero aggiungersi le problematiche connesse alla gestione frammentaria dei lavori con più interlocutori presenti e con prevedibili difficoltà di coordinamento e verifica e con conseguenti ulteriori ripercussioni sulle tempistiche di esecuzione.
La seduta conclusiva della Conferenza dei Servizi dovrebbe essere convocata per il 7 luglio p.v. Al momento, come già rilevato, sulla parte lombarda, pur essendo state vinte gran parte delle resistenze degli Enti locali, non è ipotizzabile una chiusura all'unanimità.
Come già rilevato, con la suddivisione in tratte funzionali è ancora possibile rendere fruibile la sub-tratta funzionale Torino-Novara con collegamento Malpensa per le Olimpiadi 2006, impegno peraltro preso dal Comitato promotore dei Giochi Olimpici che nella trattativa di assegnazione di Torino 2006 ha sempre garantito la realizzazione della linea.
Come sopra evidenziato per il Piemonte è un'opportunità da non perdere e non si comprende la determinazione del Governo, è forse per privilegiare la costruzione del tratto nord verso il Gottardo? è la volontà di impedire il collegamento verso la Francia con la tratta Torino-Lione? peraltro in fase di studio avanzato in previsione dell'incontro dell'Autunno per la definizione degli accordi.
E' necessario che il relatore ed il Governo si rendono conto che bisogna stralciare e ritirare il 2° comma dell'articolo.
E' necessario per essere edotti riguardo tale situazione sentire in audizione alcuni soggetti che hanno un peso determinante in relazione al suddetto provvedimento: i Presidenti delle Regioni, il presidente del TAV, i General Contractors ed il Presidente di Torino 2006.
Aggiornamento al 20 novembre 2000