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Minerva Web
Bimestrale della Biblioteca 'Giovanni Spadolini'
A cura del Settore orientamento e informazioni bibliografiche
n. 53 (Nuova Serie), ottobre 2019

Intervento di Chiara Saraceno

Continuiamo nel nostro "Speciale" del 2019 a dare spazio al seminario - ospitato dalla Biblioteca, su impulso del Sen. Zavoli, già Presidente della Commissione per la biblioteca e per l'archivio storico - dal titolo La politica e la parola.

Dopo i contributi di Carlo Galli, Luciano Canfora, Ernesto Galli Della Loggia e Luca Serianni pubblichiamo ora l'intervento di Chiara Saraceno, filosofa e sociologa, autrice di studi sulla famiglia, sulla questione femminile, sulla povertà e le politiche sociali.

Il testo è la trascrizione dell'intervento.

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Grazie per avermi invitato; comunque difficile, davvero, dire qualcosa di nuovo, ma vorrei riprendere alcuni spunti che hanno proposto prima Carlo Galli e Luciano Canfora.

Tutto sommato non sono nuovi alcuni problemi che ci poniamo oggi circa il tema del rapporto tra le parole della politica e le cose. Carlo Galli in particolare ha parlato di diversi livelli del rapporto fra parola e politica, in base all'uso che si fa della parola: parola che può essere di volta in volta interpretativa, performativa, strumento di potere, momento di verità, neutralizzante e populista, dialogica.

Forse quello che è nuovo è la combinazione con cui questi livelli oggi si presentano: mi sembra cioè che oggi ci si concentri di più sui livelli in cui la parola è performativa - una parola cioè che costruisce - e 'politica', nel senso che pretende di costruire la realtà, dunque diversa dalla parola come fattore democratico, dalla parola che tutti devono in qualche modo possedere per poter interagire, discutere, partecipare al dialogo comune.

Oggi chi ha il potere della parola in realtà ha il potere performativo di costruire il mondo che ci vuole presentare. Può essere chiamato in causa il populismo, ma la politica è sempre una costruzione, una presentazione linguistico-simbolica a partire da un punto di vista particolare: non possiamo aspettarci che sia parola di verità (posto che pensiamo che esista una sola verità, questione abbastanza complessa). Il linguaggio politico, proprio perché deve esprimere punti di vista diversi e rappresentare anche posizioni in conflitto, non può essere altro che controverso, reciprocamente antagonistico. È questo tipo di linguaggio che sempre più sembra mancare, perché ci stiamo appiattendo su un livello di linguaggio performativo.

Luca Serianni ha accennato a una visione pedagogica del politico della 'Prima Repubblica', che avendo un «carisma di affidabilità» può, con la scelta delle parole, aiutarci a vedere la realtà, anche se sappiamo che il suo è comunque un particolare punto di vista, la rappresentazione di una parte; oggi invece la vocazione del linguaggio politico sembra più quella dell'inventarsi il mondo, con uno scostamento sempre più netto tra le parole e le cose. Al proposito Carlo Galli ha ricordato quello che Orwell chiamava 'neolingua' e il rapporto tra la definizione standard della parola e il suo 'dover essere' imposto dalla politica.

Mi vengono in mente alcuni esempi: la 'missione di pace' che in realtà implica bombardamenti a pioggia, oppure il 'reddito di cittadinanza', dove 'cittadinanza' ha un'accezione tutta particolare. Ma mi soffermo su un esempio più vicino alle cose di cui mi occupo io, l'espressione 'quote rosa', che sembra un privilegio, o una concessione a qualcuno, un modo di raccontare una storia secondo cui generosamente qualcuno fa posto a qualcun altro che da solo non ce la farebbe, non ne avrebbe titoli o possibilità, mentre in realtà l'esistenza stessa delle quote rosa dovrebbe rendere evidente la situazione di monopolio in cui ci troviamo (e perché non si parla di 'quote blu'?). È solo uno dei possibili esempi, ma altri se ne potrebbero fare, e di più drammatici, come l'invasione dei migranti.

Le parole possono raccontare un pezzo di realtà ma anche costruire mondi che poi facciamo fatica a riconoscere. Allora, riprendendo l'esempio della scuola di Barbiana, già ricordata da Carlo Galli, direi che ormai non è più il tempo di dare solo parole a coloro che sono esclusi dalle parole o che ne hanno troppo poche, ma di aiutare a costruire un vocabolario e rapporti tra parole e cose, parole ed esperienze; un vocabolario di relazioni che contrasti queste visioni, queste costruzioni, apparentemente così ovvie ed evocative ma che ci nascondono la realtà. Non è solo il problema di avere un lessico più ricco, anche se certamente possedere le parole per interagire è importante; mi sembra che siamo di fronte al problema - ancora più grave - di avere difficoltà ad andare al di là di ciò che viene detto, a decostruire le immagini preconfezionate, per riuscire a smascherare appunto questa 'neolingua'.

Questo problema e è già stato ricordato anche da Ernesto Galli della Loggia ed è acuito dal fatto che oggi sempre meno c'è tempo per i discorsi piani e per analisi approfondite. Sono perplessa dal fatto che la politica ormai comunichi, discuta e interagisca tramite tweet: mi sembra che in un dibattito la dimensione del tweet sia insufficiente a esprimere cosa intenda l'interlocutore. Anche i giornalisti - e lo facciamo noi stessi nelle nostre discussioni - finiscono per parlare dei tweet anziché dei fatti che i tweet veicolano. Così ad esempio quando Trump licenzia con un Tweet il segretario di Stato, il fatto è il licenziamento, mentre noi spesso stiamo a discutere del tweet.

C'è un'immagine ormai famosa di una folla riunita ad ascoltare un discorso, ma tutti guardano il cellulare invece di ascoltare; chissà se stavano scambiandosi tweet su quello che veniva detto. A me è capitato, in vari dibattiti, di parlare mentre qualcuno twittava forse proprio quella singola frase che stavo dicendo, del tutto irrelata dal complessivo discorso. Siamo insomma passati dal problema delle parole al delicatissimo problema della costruzione del discorso.

Sicuramente siamo condizionati dagli attuali mezzi di comunicazione, dalla pressione alla rapidità: quando ci intervistano abbiamo trenta, sessanta secondi, se si parla per un minuto e venti l'intervista è da rifare. Ciascuno di noi deve in qualche modo restringere la propria capacità, si scambia la concisione con l'efficacia; ma un discorso conciso non necessariamente è più chiaro o ha contenuti più interessanti. Uno slogan può colpire la fantasia, difficilmente suscitare una riflessione. Può capitare una volta nella vita di dire una frase fulminante che apre la mente di chi ascolta, ma per lo più la fretta induce a dire banalità; o almeno, io ho bisogno di un po' più di parole di quelle di un tweet per esprimere ciò che penso. Grazie.

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Riferimenti e approfondimenti bibliografici

Chiara Saraceno. Percorso bibliografico nelle collezioni del Polo bibliotecario parlamentare. Si suggerisce inoltre la ricerca nelle banche dati consultabili dalle postazioni pubbliche della Biblioteca.

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