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Minerva Web
Bimestrale della Biblioteca 'Giovanni Spadolini'
A cura del Settore orientamento e informazioni bibliografiche
n. 53 (Nuova Serie), ottobre 2019

La Biblioteca del Senato tra passato e presente. Intervista alla dottoressa Bonadonna Russo

Maria Teresa Bonadonna Russo nasce a Roma il 21 ottobre del 1931. Dopo il diploma di maturità conseguito presso il liceo Torquato Tasso, si iscrive all'Università La Sapienza di Roma dove si laurea in filologia classica per specializzarsi successivamente in Paleografia greca alla Scuola Vaticana con il professore Ciro Giannelli. Superato il concorso per Consiglieri Referendari, nel febbraio 1963 è assunta in Senato e viene assegnata al servizio della Biblioteca della quale assumerà la direzione nel 1989. Studiosa e fine e arguta scrittrice, la Bonadonna Russo è autrice di diversi pamphlet e volumi sulla Roma del Cinquecento e del Seicento, in particolare sulla vita di San Filippo Neri e in generale su personaggi, istituzioni e vicende di epoche antiche o recenti in ambito romanistico. Tra le sue opere, particolare rilievo assume la sua Storia della Biblioteca del Senato:1848 -1950 pubblicata nel 2005, della quale all'epoca fu data notizia nel n. 3 del dicembre 2005 di MinervaWeb. Il 20 maggio 2005 è stata insignita da parte dell'Associazione del Gruppo dei Romanisti del premio "Livio Giuseppe Borghese".

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1. Ci racconti della sua esperienza lavorativa alla Biblioteca del Senato. Quali sono state le iniziative più importanti durante gli anni che è stata funzionaria e poi direttrice della Biblioteca?

Entrai in Biblioteca nel 1963: deve essere stato il 1° di febbraio e quel giorno c'era una neve terribile. Una sera, mentre stavo andando a fare una ricerca nei magazzini, incontrai davanti all'ascensore Corrado Chelazzi [ndr Direttore della Biblioteca del Senato dal 1929 al 1941, successivamente incaricato di sovraintenderne le sorti nel periodo tra il settembre 1944 e il luglio del 1945, fu per tutta la sua vita assiduo frequentatore della Biblioteca e curatore della fondamentale opera in otto volumi del Catalogo della raccolta di statuti, consuetudini, leggi, decreti, ordini e privilegi dei comuni, delle associazioni e degli enti locali italiani dal Medioevo alla fine del secolo XVIII] che mi apostrofò: «Signorina, qui non ci possono stare le donne perché questo è un ascensore riservato al personale». Io risposi: «Guardi che io sono stata assunta qui» e lui, di rimando: «Adesso anche le donne in biblioteca ...» e senza dire nient'altro andò via. Le iniziali asperità e diffidenze furono ben presto superate con il lavoro svolto con Giuseppe Pierangeli [ndr Direttore della Biblioteca dal giugno 1955 al novembre 1971] che è stato un vero maestro per tutti noi: ci ha insegnato tante cose, cos'è una biblioteca e che specificità ha quella del Senato e in che modo questa deve essere al servizio dei Senatori, in base anche all'abitudine e all'autonomia di questi ultimi nella ricerca. Era una biblioteca con una gestione molto familiare perché eravamo pochissimi e come funzionari c'eravamo solo io, William Montorsi e Adriana Ballanti. Quando fummo assegnati alla Biblioteca, come primo lavoro Pierangeli ci chiese di aggiornare il catalogo, che a quel tempo era fatto di tre tipi di schede, quelle bianche, quelle verdi e quelle con la stella rossa. Siccome Chelazzi aveva deciso di passare dal catalogo a volumi del 1870 a quello a schede moderno, naturalmente bisognava trasferire tutto il materiale (che erano già 300.000 volumi) sul catalogo a scheda e per fare presto aveva deciso che i bibliotecari che facevano le schede con tutti i crismi lavoravano sulle schede bianche, mentre i commessi - che erano pagati differentemente a seconda della lunghezza della scheda - usavano quelle verdi e, quando finirono, iniziarono a compilare quelle bianche con la stella rossa. E quindi noi - cominciando dalla A e arrivando alla Z - abbiamo rischedato daccapo tutto quanto, aggiungendo le schede di spoglio dei volumi miscellanei presenti nella collezione. A Pierangeli spettava l'ultimo controllo - soggetti compresi - prima che le schede venissero licenziate. Nei primi vent'anni della mia attività in Biblioteca la realizzazione di questo catalogo fu il lavoro più importante realizzato, che terminò intorno alla metà degli anni Settanta. Poi furono istituiti gli uffici e io occupai quello dell'Ordinamento e Catalogazione che tenni anche dopo essere diventata direttrice negli anni Ottanta e fino al 1996. Durante gli anni della Direzione l'iniziativa più importante fu la realizzazione - insieme a Gabriele De Rosa [ndr Presidente della Commissione per la Biblioteca dal 7 ottobre 1992 al 14 aprile 1994] - di una grande mostra su l'Italia giacobina e napoleonica (L'Italia rivoluzionaria e napoleonica nelle raccolte della Biblioteca del Senato, 1990), in cui io mi occupai di Roma e Lazio, Sandro Bulgarelli [ndr Funzionario della Biblioteca, prima Consigliere anziano e poi Direttore della Biblioteca dal 2007 al 2013] del Nord e Renata Giannella [ndr. Funzionario della Biblioteca e poi Consigliere anziano dal 2013 al 2014] del Sud. La mostra si tenne a Palazzo Giustiniani e fu inaugurata dall'allora Presidente del Senato Giovanni Spadolini.

Ci fu poi la battaglia in vista del trasferimento della Biblioteca in una nuova sede sotto la Presidenza Spadolini e il mio tentativo di far capire che l'impresa aveva senso solo se nella nuova sede fosse stato possibile accorpare tutte le collezioni della Biblioteca, cosa che di fatto non è stata, come io ho scritto in tutte le relazioni possibili.

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2. Cosa avrebbe cambiato della Biblioteca di allora se ne avesse avuto la possibilità?

Avrei voluto soltanto più personale e personale più efficiente, sebbene io abbia avuto impiegati meravigliosi come Tantarelli e Rusconi, che pur essendo un commesso era stato preso sotto l'ala protettrice di Cardoni che gli ha insegnato il mestiere e la passione per questo mestiere, al punto da farlo diventare un bibliotecario vero e un maestro per impiegate entrate successivamente.

La Biblioteca l'abbiamo mandata avanti in pochissimi, cosicché oltre l'ordinario si poteva fare poco altro, anche perché c'erano da fronteggiare situazioni di emergenza e non previste. Come nella stagione dei grandi lavori, ossia quando è stato rifatto tutto l'impianto del riscaldamento, oppure quando è venuto a Roma il Parlamento europeo e la seduta si è tenuta in Sala Koch [ndr una delle sale della Biblioteca], che è stata dunque totalmente smantellata, compresi i mobili del catalogo, per questo evento per poi dover essere risistemata una volta terminato.

Ciò che abbiamo sempre cercato di garantire - nonostante la scarsità del personale e le emergenze - è che i libri nuovi acquistati venissero messi a disposizione entro tre giorni, come Pierangeli mi aveva insegnato, grazie a una macchina perfettamente oliata. Grazie all'ingresso di forze nuove, è stato poi possibile schedare fondi che non erano mai stati catalogati, come ad esempio i Rerum Italicarum Scriptores.

A quel tempo i Senatori frequentavano, e pure tanto, la Biblioteca. Pensi che c'era addirittura una porta che collegava direttamente la Biblioteca all'aula e quando c'era seduta quella porta doveva essere aperta, perché i Senatori andavano avanti e indietro tra l'aula e le sale di studio. Dunque era soprattutto importante che il servizio funzionasse bene e che i volumi nuovi venissero messi immediatamente a disposizione.

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3. Lei ha continuato a frequentare la Biblioteca sempre anche dopo essere andata in pensione. Quali dei cambiamenti a cui ha assistito ritiene particolarmente significativi, nel bene o nel male?

Dal mio punto di vista l'errore più grosso è stato quello di eliminare il catalogo cartaceo, perché il catalogo cartaceo è il monumento della storia della Biblioteca. Inoltre nel catalogo cartaceo c'era anche un prezioso catalogo dei manoscritti, oltre che un catalogo dei giornali organizzato per luogo di stampa e per data. Un'altra cosa che non apprezzo molto è il fatto che cambiano spesso le collocazioni in sala e questo disorienta i lettori.

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4. Cosa suggerirebbe all'attuale Direttore della Biblioteca del Senato?

Oggi c'è la tendenza a dire «la Biblioteca deve essere pubblicizzata». Non è così: la Biblioteca sta e gli utenti che sono formati alla ricerca sanno se ciò che gli serve lo trovano alla Biblioteca del Senato o altrove. Quello che si dovrebbe fare è instaurare un dialogo - un rapporto - tra bibliotecario e studioso, cosa che si è in parte persa nel processo di espansione del pubblico e parziale spersonalizzazione del servizio, e puntare a collezioni di qualità altamente specializzate. Di fronte alla richiesta di aumentare il numero dei frequentatori, bisognerebbe fare una battaglia identitaria nonostante l'incomprensione del mondo circostante, e preservare il ruolo di eccellenza della Biblioteca in un settore di studi, come quelli della storia locale e della storia del diritto, che pure non vanno più di moda.

Ciò che si potrebbe fare è collaborare con le scuole, insegnare agli studenti a fare le ricerche e a capire che non tutto si trova in rete e che anche quello che si trova in rete va controllato sulle fonti. Questa è secondo me un'iniziativa che potrebbe prendere la Biblioteca del Senato: andare nelle scuole e raccontare agli studenti cos'è la biblioteca, come si fa la ricerca e come si fa a verificare le notizie e le informazioni. Non gli andiamo a raccontare la raccolta degli Statuti, quella verrà dopo, bensì il metodo della ricerca, che gli servirà per capire cosa si sta cercando, dove si trova e come cercarlo, e dunque servirà non solo per diventare utenti avveduti delle biblioteche e della Biblioteca del Senato, ma anche persone e cittadini maggiormente in grado di fare scelte consapevoli nella vita.

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