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Minerva Web
Bimestrale della Biblioteca 'Giovanni Spadolini'
A cura del Settore orientamento e informazioni bibliografiche
n. 51 (Nuova Serie), giugno 2019

Giuseppe Bartolomei nel ricordo di chi lo conobbe

Dalle testimonianze raccolte nel volume Una militanza democratica e cristiana (I.T.E.A., 1999), la dott.ssa Francesca Bartolomei, figlia del Senatore Giuseppe Bartolomei, ci propone i ricordi di Oscar Luigi Scalfaro e Nicola Mancino, allora rispettivamente Presidente della Repubblica e Presidente del Senato.

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Ricordo di Oscar Luigi Scalfaro, già Presidente della Repubblica Italiana

Il mio maggiore ricordo di Giuseppe Bartolomei è legato al tempo della sua Presidenza del Gruppo democratico cristiano al Senato. Aveva indubbiamente le migliori doti per svolgere quel compito, certamente interessante e di alto rilievo, ma arduo per mille ragioni, e lo svolse con intelligenza, con determinazione, con generosità, senza risparmio di energia e di sofferenza.

Sua sola preoccupazione, servire bene gli ideali umani e cristiani della Democrazia Cristiana. Aveva chiara la linea politica da seguire e sulla quale guidare i colleghi senatori, dopo aver presieduto riunioni preparatorie difficili e tante volte faticose; convincere i recalcitranti ad un comune sentire, assicurare la presenza in commissione e in aula per condurre intelligentemente le battaglie parlamentari; indicare i senatori nella formazione del governo sono alcune delle "competenze" di un presidente di gruppo parlamentare.

Bartolomei si sarebbe detto fatto apposta per questa serie di compiti tante volte fatalmente in conflitto tra di loro. La pazienza dell'ascolto, il trovare in ogni interlocutore quella parte di ragione degna di essere accolta, confortare, consolare, sospingere, dar fiducia, e anche richiamare e giudicare. Affrontava questo groviglio di impegni con pacatezza, con serenità e con sicurezza. Aveva una indubbia aureola di autorevolezza che, anche chi dissentiva, riconosceva e rispettava.

I suoi interventi al Gruppo e in aula, sempre di sostanza, erano anche arricchiti da una forma accurata e piacevole. Il suo pensiero era sempre chiaro e comprensibile, e non è poco per un politico specie se investito di responsabilità e di autorità. Quando parlava in pubblico per altre ragioni, specie se su temi di grandi principi, allora la sua oratoria aveva note ora vibranti, ora piene di sentimento e di emozioni, oratoria che agganciava fortemente l'uditorio e lo coinvolgeva fino a fargli provare commozione viva e profonda. Si sentiva l'uomo; così come lo sentii diverse volte nei colloqui personali. Allora usciva forte vissuta la sua fede religiosa, in genere trattenuta con delicato pudore anche per non creare problemi agli altri; si sentiva la radice profonda del suo credere, della sua coerenza di vita, del suo comportamento lineare, forte, sereno.

Se toccava con fugace delicatezza i temi familiari, si comprendeva chiaramente quanto spazio avesse nella sua vita, nel suo sentimento, nel suo operare, la sua famiglia: era il centro della pienezza del suo amore, la ragione piena del suo vivere.

Fu fedele all'amicizia ma ad essa non sacrificò la verità, né la certezza dei suoi convincimenti. Per questo subì ingiustizia grave e indelicata. Rimase fermo nel suo pensiero politico e soprattutto nella limpidezza della sua dignità.

Si comportò da signore, ne rimane l'esempio. Poteva parere a volte distaccato se non freddo, ma a guardarlo bene negli occhi buoni, a raccogliere le inflessioni della voce o qualche attimo di delicato turbamento, si scorgeva, si scopriva il cuore, il suo grande cuore che soffrì, che pagò, ma che fu tanto capace di amare.

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Ricordo di Nicola Mancino, già Presidente del Senato della Repubblica

Ricordare "Peppino" Bartolomei significa ricordare un uomo ed un politico che non ha mai cessato di essere se stesso.

Nei prestigiosi incarichi politici ricoperti, fino alla Presidenza del Gruppo Dc del Senato e al Ministero dell'Agricoltura, Bartolomei ha sempre mantenuto fermo il suo convincimento che l'assunzione di rilevanti responsabilità e il compimento di scelte importanti non avessero bisogno di ribalte troppo illuminate, di inutili clamori. In tempi come i nostri, in cui tutto è gridato, e un po' sopra le righe, l'esempio di discrezione e di misura politica ed umana che Bartolomei ha rappresentato, appare ancora più ragguardevole. Il suo atteggiamento non era una maniera, né un costume improvvisato: scaturiva, invece, dal suo temperamento profondo e dalla sua concezione della politica.

Fu uomo mite, e non solo per la qualità del tratto personale, di vero gentiluomo, affabile e perbene: credo che non vi sia stato avversario politico o amico di partito che possa dire di averlo visto, anche nelle discussioni più vivaci o aspre, alterarsi o mancare di rispetto all'interlocutore. La mitezza infatti, faceva parte anche della sua visione della politica.

Era, per così dire, istintivamente contro ogni intolleranza: fu sempre consapevole del valore della tolleranza non solo come virtù cristiana ma anche come valore civile. La sua mitezza non fu mai arrendevolezza.

Sosteneva con convinzione le proprie idee, eppure questa sua caratteristica non confinò mai con una inutile arroganza. Soprattutto, gli era estraneo il concetto di prevaricazione, personale e politica: cercava, invece, di convincere, offriva argomentazioni, spunti di riflessione.

La diversità delle idee e delle posizioni non fu mai, per lui, motivo di disattenzione o di discriminazione politica. Appena fui eletto in Senato, nel 1976, da Presidente del Gruppo Bartolomei mi incoraggiò ad occuparmi di questioni importanti mettendomi in condizione di seguirle e di intervenire in Aula. E questo nonostante fossimo sostenitori di posizioni politiche diverse all'interno del partito.

Bartolomei era un moderato, che rifuggiva istintivamente dagli estremismi politici e correntizi. Egli nella vita politica, cercava di interpretare le attese, i timori e le esigenze comuni ad una larga parte dell'elettorato.

I suoi valori di riferimento sono sempre rimasti i medesimi, saldamente legati insieme dalla visione cristiana della vita, tenacemente sentita e praticata con coerenza. Erano noti il suo profondo attaccamento alla famiglia ed il suo cruccio perché non poteva dedicare ad essa tutto il tempo che avrebbe voluto, ma solo quello che riusciva a sottrarre agli inderogabili impegni politici e parlamentari.

Nonostante non condividesse la strategia di Moro, di cui pure apprezzava l'intelligenza politica, Bartolomei visse angosciosamente i giorni della sua prigionia: un'angoscia a lungo avvertita durante l'intera fase dell'esplosione terroristica, segnata dall'esasperante bollettino degli attentati. Chi ricorda i suoi discorsi di quegli anni sa quante e quali preoccupazioni era solito esprimere sulla tenuta del sistema politico e sul futuro del Paese. Lo Stato, nonostante tutto, riuscì a combattere il terrorismo senza venir meno né alle sue prerogative, né al metodo democratico.

Bartolomei si rendeva comunque conto che qualcosa stava cambiando nel tessuto civile del Paese, nei suoi valori. I fenomeni di decadenza del costume politico, percepibili all'interno del partito, lo amareggiavano. Spesso me ne parlava, per esprimere la sua sofferenza umana e politica, con l'amarezza di chi preconizzava esiti pericolosi ed irreparabili.

La sua esperienza al governo come Ministro dell'Agricoltura si svolse nel mezzo del passaggio, generazionale e politico degli anni '80. Quegli anni, segnati dalle conseguenze delle esplosioni del decennio precedente avrebbero visto equilibri e leadership politiche diverse.

Nel suo lungo e prestigioso "cursus honorum" politico Bartolomei ha dato prova di assoluta onestà, di grande competenza, di volontà di essere utile al Paese. Sempre con umanità, gentilezza, discrezione, secondo il suo stile, in coerenza con la sua figura di sempre. Una figura che non dimenticheremo.

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