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Minerva Web
Bimestrale della Biblioteca 'Giovanni Spadolini'
A cura del Settore orientamento e informazioni bibliografiche
n. 42 (Nuova Serie), dicembre 2017

Giuseppe Fiori

Abstract

Come consuetudine in questa rubrica, percorriamo alcuni dei tratti più significativi della figura di Giuseppe Fiori. Giornalista d'inchiesta, scrittore, critico cinematografico e attento biografo di alcune delle più grandi personalità politiche del Novecento italiano, Giuseppe Fiori porta anche in Senato quella passione civile che permea tutta la sua attività.

1. Cenni biografici

2. Il dovere della verità

3. Peppino Fiori in Senato

4. Dentro le opere

5. Riferimenti e approfondimenti bibliografici

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1. Cenni biografici

Peppino Fiori nasce a Silanus, tappa di uno degli spostamenti della famiglia per ragioni di servizio del padre Antonio, maresciallo dell'arma dei Carabinieri, in provincia di Nuoro, il 27 gennaio del 1923.

A Cagliari frequenta il ginnasio e nel 1945 si laurea in Giurisprudenza. Già negli anni della guerra collabora con Radio Sardegna, inaugurando tra l'altro il notiziario cinematografico nel 1944 (si veda a tal proposito il volume, disponibile per la consultazione sul sito Sardegna Digital Library, Radio brada. 8 settembre 1943, dalla Sardegna la prima voce dell'Italia libera, edito da Rai Eri nel 2004) e con "L'Unione Sarda", che alla fine del 1943 aveva ripreso le pubblicazioni, a fianco del fratello Vittorino; negli anni dell'Università, infatti, la passione per il cinema lo spinge ad impegnarsi nel Cineguf e a scoprire la rivista "Bianco e Nero" del centro Sperimentale di Cinematografia:

Allegati alla rivista, alcuni testi teorici di base: Bela Balasz, George Sadoul, Serghei Eisenstein, Vasevolod Pudovkin, Francesco Pasinetti. È la conoscenza di questi saggi che mi permette di studiare il cinema, e non solo di vederlo. I "Quaderni di Bianco e Nero" pubblicano anche sceneggiature di film che non ho visto, perché bloccati dalla censura. Leggendole, finisco per conoscerli, sequenza per sequenza. [...]

La scoperta di "Bianco e Nero" ha dato basi certe alla mia conoscenza del cinema. Da qui la tesi di laurea, da qui alcuni anni di critica cinematografica a Radio Sardegna e poi su "L'Unione Sarda".

(G. Fiori, La fronda di celluloide, saggio introduttivo a Giuseppe Podda, Cagliari al Cinema. Storie e ricordi del cinema a Cagliari dalle origini alla Seconda Guerra Mondiale, Aipsa, Cagliari, 1997. P. 24-25)

Giulio De Benedetti, direttore de "La Stampa" a metà degli anni Cinquanta, gli assegna il nome d'arte Giuseppe, convinto che Peppino fosse un diminutivo, per firmare le sue corrispondenze nel giornale torinese: con questo nome ha pubblicato i suoi volumi, a partire dal romanzo d'esordio, Sonetàula, uscito per Canesi nel 1960 e riscritto nel 2000.

Nei primi anni Sessanta viene assunto da Radio Sardegna, ormai rientrata sotto l'egida di Radio RAI, come redattore del "Gazzettino Sardo" e collabora a più riprese con la redazione dei programmi nazionali della RAI: nel 1970 si trasferisce definitivamente con la moglie e i due figli a Roma, chiamato dalla RAI. Lavora come inviato per le rubriche del telegiornale: "TV7", "A-Z" e "Speciali"; in seguito alla riforma della RAI, è vicedirettore del TG2 diretto da Andrea Barbato e, dalla primavera del 1976, appare in video alla fine del TG domenicale delle 13, primo opinionista della televisione italiana:

Prima di lui non esistevano gli anchorman nella televisione italiana. C'erano bravissimi giornalisti [...]. Però quando penso all'anchorman, cioè all'opinionista, a quello che non fa interviste ma dice le sue sacrosante verità in faccia al pubblico, proprio in faccia, perché la parola non è sostituibile, io penso all'inventore di questa tecnica, penso a Peppino Fiori.

(R. Arbore, Il primo anchorman, in Onnis 2013, p. 40)

Dalla fine del 1979 e per i due anni successivi dirige "Paese Sera" (disponibile fino al 1981 per la consultazione attraverso la Biblioteca digitale della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma al seguente link), una direzione che, ricorda Stefano Rodotà,

rappresentò l'ultimo tentativo di fare un foglio aperto alla società e non soltanto agli iscritti ed era perciò naturale che Peppino entrasse a piedi giunti nella polemica politica con toni che spesso non piacevano a settori dello stesso partito comunista perché ritenuti troppo "berlingueriani". Basti pensare al dibattito sulla centralità della "questione morale" che si è poi rivelata come la vera, ineludibile "questione politica".

(S. Rodotà, La serietà del grande cronista, in Onnis 2013, p. 115-116)

In Senato per tre legislature dal 1979 al 1992, come vedremo più avanti, Peppino Fiori continua a scrivere, sempre con quella modalità di raccontare che da molti viene definita "cinematografica", tra cronaca, romanzo e storia. Muore a Roma il 17 aprile del 2003.

2. Il dovere della verità

L'attività di scrittura di Fiori include la collaborazione con diversi periodici, dal "Mondo" di Pannunzio, a "L'Espresso", al "Corriere della Sera", e si esplica parallelamente con la pubblicazione di volumi di diverso genere, sempre però guidati dalla necessità di raccontare i fatti. Il romanzo d'esordio, Sonetàula, viene pubblicato da Canesi nel 1960: la sua riscrittura nel 2000 per Einaudi chiude in qualche modo il cerchio della produzione di Fiori (nel 2008 il regista Salvatore Mereu ne trarrà un film: si veda il suo contributo, Sonetàula: dal libro al film in Onnis 2013, p. 99-101).

Nel 1961 pubblica un racconto-inchiesta sui pescatori di Cabras, Baroni in laguna, e nel 1965 invia "impersonalmente" una biografia di Gramsci all'editore Laterza. Come lui stesso racconta in un volume per i cento anni della società Gius. Laterza & Figli:

Non meno della tradizione, di Laterza mi colpiva e attirava l'immagine ultima, una fisionomia nuova, rispondente allo stato d'animo, alla temperatura politica e ai bisogni culturali che in quegli anni non erano soltanto miei, e i lineamenti, i tratti salienti di quest'immagine nuova erano dati dai «Libri del tempo» [...]. Mandai dunque la biografia di Gramsci [...]. Laterza fece una scelta in quel momento significativa. Giudicò il libro un sasso da gettare in acque stagnanti e ne organizzò bene la diffusione.

(Fiori 1985c, p. 116-117)

Proprio nella collana "Libri del tempo" verrà pubblicata la Vita di Antonio Gramsci, una biografia che segna l'inizio di quello che sarà un genere più volte percorso da Fiori e interpretato in modo del tutto originale ma rigoroso, sia dal punto di vista storico che da quello letterario, che verrà tradotta in 12 lingue e fisserà un punto importante nella definizione dell'eredità di Gramsci:

Per la prima volta non venivano nascosti i contrasti, in alcuni momenti, tra Gramsci e l'Internazionale comunista, tra Gramsci e lo stesso Togliatti, si parlava di lacerazioni e drammi sino ad allora elusi. Era inevitabile che ci fossero discussioni, diffidenze, polemiche. Anche se poi quella biografia venne universalmente accettata e considerata contributo fondamentale nella conoscenza della vita e del pensiero del fondatore del Partito Comunista d'Italia.

(G. Laterza, Libri che hanno attraversato i continenti, in Onnis 2013, p. 76)

Anche il successivo romanzo-inchiesta, La società del malessere, viene pubblicato da Laterza nel 1968 e qualche anno più tardi diverrà la base per una collaborazione diretta al film Barbagia di Carlo Lizzani (si veda il contributo di quest'ultimo, Dalla pagina scritta al grande schermo, in Onnis 2013, p. 83-85).

Nel 1979 esce per Mondadori Parole in TV, raccolta delle note domenicali di Fiori al TG2 dalla primavera del 1976 a quella del 1979, senza «adattamento alle esigenze della pagina scritta» (Fiori 1979, p. 17).

Negli anni Ottanta Fiori scrive tre biografie: L'anarchico Schirru. Condannato a morte per l'intenzione di uccidere Mussolini (Mondadori, 1983); Il Cavaliere dei Rossomori. Vita di Emilio Lussu (Einaudi, 1985); Vita di Enrico Berlinguer (Laterza, 1989). Negli anni Novanta si dedica invece a diversi generi: dopo un nuovo libro su Gramsci (Gramsci, Togliatti e Stalin, Laterza 1991), torna alla scrittura di un romanzo-inchiesta, Uomini ex. Lo strano destino di un gruppo di comunisti italiani (Einaudi, 1993), racconto dell'esilio a Praga di un gruppo di ex partigiani comunisti italiani alla fine degli anni Quaranta. Nel 1995 pubblica per Garzanti Il venditore. Storia di Silvio Berlusconi e della Fininvest: «il libro meno recensito d'Italia», avrebbe detto l'autore, come ricorda Manlio Brigaglia (M. Brigaglia, La sua buona battaglia, in Onnis 2013, p. 30); pubblica ancora con Einaudi nel 1997 Una storia italiana. Vita di Ernesto Rossi e nel 1999 Casa Rosselli. Vita di Carlo e Nello, Amelia, Marion e Maria (Einaudi):

Non solo biografie, se col termine si intende il racconto dell'esistenza di singole personalità. Ma parti integranti di un disegno unitario, ritratto collettivo di intere generazioni, di precisi momenti della storia italiana, restituiti, con straordinaria capacità narrativa, in tutta la complessità delle vicende politiche, culturali, umane. [...]

Unitariamente considerate, quelle "vite degli altri" rappresentano una vera e propria "autobiografia della nazione", un autentico romanzo del Novecento.

(J. Onnis, Introduzione, in Onnis 2013, p. 10

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3. Peppino Fiori in Senato

Nella prefazione al volume Parole in TV Corrado Stajano scrive:

Il 3 giugno 1979, Giuseppe Fiori è stato eletto senatore nelle liste del partito comunista. Il video domenicale è vuoto e molti se ne dolgono, delusi della mancanza di qualcosa che sentivano appartenergli. Fiori, biografo di Gramsci, rappresenta al Senato i pastori, i contadini, gli operai, gli uomini progressisti di città della sua Sardegna per i quali si è battuto in quasi trent'anni di lavoro di giornalista e di scrittore. E i suoi interventi al Senato, il suo impegno parlamentare saranno il seguito politico e morale di queste note che forse sono persino riuscite a svegliare la coscienza di qualche indifferente.

(C. Stajano, in Fiori 1979, p. 10)

Candidato nell'ottava legislatura, ed eletto sia alla Camera che al Senato, Fiori opterà per quest'ultimo, probabilmente per mantenere un legame con il collegio di elezione, che è quello di Cagliari nell'ottava legislatura, e quello di Oristano nella nona e nella decima.

Dal 1979 al 1992 Peppino Fiori fa parte del gruppo della Sinistra indipendente (si vedano le schede di attività sul sito del Senato, a cominciare dall'ottava legislatura); membro per le tre legislature della Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi, nella sua prima legislatura è componente della Commissione Lavori Pubblici e Comunicazioni, della Commissione Difesa nelle successive.

Il suo impegno parlamentare è volto soprattutto, ma non solo, alle tematiche riguardanti la sua terra e naturalmente ai problemi dell'editoria e della comunicazione.

In uno dei suoi primi interventi in aula, relativo ad alcune mozioni sul problema delle tariffe e della politica dei trasporti dalla Sardegna al continente, illustra il suo modo di affrontare l'impegno come parlamentare, sulla scia della sua formazione di giornalista d'inchiesta, partendo dalla documentazione e traendone poi le sue conclusioni:

Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, essendo alla fase del mio apprendistato, del mio «garzonato» parlamentare ho ritenuto opportuno vedere i precedenti nei quali, in sede parlamentare, Camera e Senato, si è dibattuto il tema che oggi discutiamo.

Mi hanno colpito due cose: la prima è la somiglianza delle parole che pronunciamo oggi [...] con le altre riportate in questi resoconti, segno della permanenza dei problemi irrisolti. Ma una seconda cosa mi ha colpito: la somiglianza di queste parole con altre incluse in una inchiesta parlamentare sul banditismo sardo; ma non l'inchiesta di una dozzina di anni fa: l'inchiesta di Pais-Serra del 1896.

Questo non vuol dire naturalmente che il problema è oggi così come era ieri, ma certamente vuol dire che ieri come oggi il problema dei trasporti è per la Sardegna un problema centrale, con nodi di drammatica rilevanza.

(Senato della Repubblica. Assemblea, Resoconto stenografico. VIII legislatura, 24° seduta, 3 ottobre 1979, p. 1247)

Nel corso della discussione sulla conversione in legge del decreto del Governo Craxi recante disposizioni urgenti in materia di trasmissioni radiotelevisive (reiterato, in quanto decaduto in prima battuta, e ribattezzato poi come decreto Berlusconi-bis), discussione in realtà molto ridotta, che porterà alla legge 4 febbraio 1985, n. 10, manifesta le sue critiche alle modalità con cui si svolge il processo legislativo in quel momento storico:

Mi riferisco ad una situazione che ormai si ripete da tempo e su più provvedimenti; una realtà per la quale si sta introducendo un monocameralismo di fatto, un unicameralismo per decreto del Governo e questa è una cosa seria sulla quale nessuno in quest'Aula né dell'opposizione, né della maggioranza può sorridere.

Provvedimenti spesso di grande rilievo ci provengono dall'altro ramo del Parlamento in prossimità della loro scadenza e ci si chiede non di lavorare concitatamente (cosa che potremmo anche fare, anche se l'espressione più congrua è che siamo ridotti ormai a lavorare epiletticamente); quello che a noi senatori si chiede è piuttosto di partecipare, ininfluenti, ad una cerimonia. [...]

Ed io sono sicuro che nel nostro rifiuto della dimissione dalla dignità di parlamentari a pieno titolo siete d'accordo anche molti di voi, colleghi della maggioranza.

(Senato della Repubblica. Assemblea, Resoconto stenografico. IX legislatura, 239° seduta, 4 febbraio 1985, p. 5-6)

Del decreto denuncia anche i contenuti (la sua posizione è già chiara nel corso della precedente legislatura, si veda ad esempio l'intervento nella seduta 386 del 2 marzo 1982) soprattutto quando, nell'estate (seduta n. 330 del 10 luglio) dello stesso anno, si discute della conversione in legge del decreto che proroga i termini in materia di trasmissioni radiotelevisive, in attesa della nuova riforma, che arriverà nella legislatura successiva, la cosiddetta Legge Mammì.

Nella X legislatura presenta come primo firmatario (insieme, tra gli altri, a Norberto Bobbio, Gaetano Arfè, Leopoldo Elia, Paolo Volponi, Gabriele De Rosa), un disegno di legge per la conservazione e la consultabilità degli atti del Tribunale speciale per la difesa dello Stato.

Peppino Fiori ci lascia una lezione di intransigenza morale ma anche di profonda umanità, di capacità di confrontarsi con i problemi che la realtà presenta, di fare esperienze sempre diverse con curiosità e passione. Se pensiamo alla varietà dei temi affrontati, dei mezzi di comunicazione utilizzati (giornali, radio, tv), dei generi letterari percorsi (romanzi, saggi, inchieste, biografie, sceneggiature cinematografiche e televisive), ci accorgiamo che si cimentava sempre con imprese nuove, rimettendosi ogni volta in gioco, utilizzando le tribune più diverse, dalla pagina dei giornali a quella del libro, dallo schermo televisivo alle aule parlamentari. Con la capacità di guardare al presente senza pregiudizi, senza schemi precostituiti, tenendo sempre ferma la barra anche durante le tempeste.

(G. Laterza, Libri che hanno attraversato i continenti, in Onnis 2013, p. 80)

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4. Dentro le opere

Il romanzo d'esordio, Sonetàula, è ambientato nella Sardegna di fine anni Trenta, un mondo arcaico, rurale, in cui il distacco dalla realtà nazionale risulta netto:

Le cose complicate che a Nuoro gli era capitato di sentire, dette dal Ministro! La poesia dei campi. I rami secchi tolti dalla pianta. Messo un freno alla turbolenza. La campagna nuovamente calma nutrice d'armenti. L'ordine, il rispetto della legge.

Ripensandoci, l'indomani, Sonetàula si stupì di non aver mai capito, proprio lui che nei pascoli era cresciuto sino a prenderne l'odore, cosa e dove fosse, la poesia dei campi.

Si guardò intorno, quasi sperasse di acciuffare in un baleno quello che gli era sfuggito per anni. E vide le macchie di lentischio, la capanna, l'erba arruffata dal vento. Vide la roccia che sbavava muschio. Vide il cielo e le nuvole che lo imbrattavano, ed erano nuvole a forma di pecora, solo più cupe, centinaia di pecore in un gregge inquieto. [...]

La quiete, aveva detto il Ministro: la riposante serenità della vita campestre. Sonetàula ricordò le sere in cui non riusciva a prendere sonno, per il silenzio che lo stringeva alle tempie, il gelido e cupo silenzio dei pascoli deserti. Ricordò la volta che a mezzanotte non aveva ancora chiuso occhio, tanto erano tesi i nervi, e un cane guaì, era un lamento lungo, acuto, che sapeva di pianto, ma una cosa viva, viva, e lui s'era addormentato. Poesia anche questo desiderio di voci? Poesia vedere la madre ogni paio di mesi e per il resto niente altro che la compagnia delle bestie? Poesia il cielo che scatena tempesta, il sole che d'estate filtra nelle ossa bruciandole, l'aria tagliente delle albe di gennaio? Poesia tutta, tutta, tutta una vita senza domeniche e sempre dormire avendo pietra a letto e capezzale?

Sonetàula ammise di non capirci nulla. Ma era mortificato di questa sua incapacità a vedere la poesia. Perché non dubitava che ci fosse. Solo immaginò che a vederla non bastassero gli occhi della povera gente.

(Fiori 1960, p. 83-85)

Il protagonista, ormai alla fine della sua esistenza, ammette la colpa, che diventa quella di tanti come lui, di non esser riuscito ad inserirsi nella vita, rimanendo intrappolato nel mondo arcaico e divenendone poi vittima:

Venne a Sonetàula un sentimento dolce, di rimpianto.

Perché lì sotto era la vita vera, di gente in cammino, e lui ora lo capiva, dopo tante prove. Era la vita normale, ridere e piangere e avere un lavoro e poi magari perderlo all'improvviso senza più voglia di tornare ai pascoli e così combattere, ma da uomini, con gioie e sofferenze da uomini - cadere non importa, quando si cammina; peggio è star fermi. E lui stava fermo. Fermo. Sempre era rimasto fermo, e lo sentiva. Sentiva di aver passato gli anni migliori nel gioco degli spietati antagonismi, a inorgoglirsi stupidamente della sottomissione d'altri alla sua forza, a illudersi - per la gara dei pastori a procurarsene la benevolenza e per le visite di giornalisti al monte - d'essere cresciuto...

(Fiori 1960, p. 288-289)

La società del malessere racconta i disagi e tenta di indicare le motivazioni di alcuni comportamenti tipici della Barbagia, ad esempio sulla totale mancanza di collaborazione con le autorità, anche in presenza di delitti che la coscienza popolare disapprova:

C'è in Barbagia, tra popolazioni e polizia, una muraglia edificata dallo Stato in secoli d'autoritarismo e di repressioni indiscriminate. Dicendo che la popolazione non collabora con le istituzioni dello Stato si può essere nel vero, ma ancora più vero è il rovescio, che le istituzioni dello Stato non hanno mai collaborato con le popolazioni. Sola massiccia presenza, quella per conservare l'ordine delle diseguaglianze. La polizia in specie appare ai più come guardia armata del privilegio, antagonista occasionale di banditi e sempre delle classi soggette, ed è persuasione che il fascismo ha solo acuito e la democrazia repubblicana non completamente cancellato. L'uccisione di scioperanti, l'arresto di sindacalisti, l'invio al confino degli oppositori, la censura fiscalmente esercitata sui movimenti di protesta, la discriminazione a seconda dell'incasellamento politico nel concedere o rifiutare licenze, il galoppinismo elettorale per l'ala destra governativa sono stati pietra e malta di quella muraglia. Non l'hanno costruita le popolazioni, ed ecco il primo ostacolo alla comunicazione: esclusivamente sottufficiali o vecchi appuntanti dei carabinieri non reggicoda del notabile locale riescono ad avere amici dove operano.

(Fiori 1977a, p. 127-128)

Il banditismo sardo e i modi di dire ad esso collegati, servono nuovamente a Fiori nella sua nota domenicale all'indomani dell'assassinio di Aldo Moro:

SPENTA LA CANDELA

In Barbagia, Sardegna, la sottocultura della violenza ha prodotto regole di comportamento che potrebbe essere utile ricordare: queste due massime, ad esempio. La prima (ve la riferisco nella formulazione dialettale): «Cannelas alluttas no 'nde lassamus». Vuol dire: «Candele accese non se ne lasciano». Vuol dire: chiunque possa illuminare la giustizia (cioè il testimone) va spento. Aldo Moro «Cannela allutta», candela accesa: che testimone, e di quale intelligenza. Giorni e giorni, settimane con i brigatisti: le facce marcate in mente, le inflessioni, i moduli linguistici, la qualità del ragionamento, la distanza (il numero) dei covi, il grado di informazione dei brigatisti, e di che tipo questa informazione, ricavata da dove? Uffici ministeriali? Questure? Enti pubblici di servizio? (Pensate alla quantità di dati, di elementi che Moro veniva via via incasellando). I suoi carcerieri hanno consapevolmente corso molti rischi, anche per spirito di irrisione. Ora domandiamoci se un'organizzazione come questa, efficiente, efficienza che deriva in larga misura dalla impenetrabile segretezza, dal nulla che ne sappiamo, segretezza custodita potremmo dire scientificamente, con calcolato rigore, domandiamoci se questa setta segreta abbia mai pensato, sia pure per un solo istante, di correre quest'altro rischio: di lasciare accesa quella candela.

Seconda massima: «Dae su no, non si tinghet papiru». Vuol dire: «Dal no non si tinge carta». Vuol dire: se dici no, se ti inchiodi sul no, verbale non c'è, blocchi l'indagine. Per un brigatista preso, Cristoforo Piancone, stanga di traverso, mutismo, e la segretezza dell'organizzazione rimane salva. Fissato questo punto, riflettiamo sui comportamenti della polizia. Due episodi: la scoperta del covo di via Gradoli, la scoperta del covo a Torino. In via Gradoli, diciamocelo, poco è mancato che la polizia ci arrivasse con la fanfara. Diversa, e più seria, la linea a Torino. Scoprono il covo di Piancone, stanno zitti, aspettano di vedere se qualche brigatista cade nella trappola, ma qualcuno a Roma è insofferente, qualcuno al Viminale vuol vendersi presto il successo, la scoperta del covo, e la notizia, tenuta segreta a Torino, è spifferata a Roma. Non è così che si può andare molto lontano. È tempo di formiche, non di cicale. Per rompere la segretezza dell'organizzazione terroristica, o c'è un paziente, oscuro, silenzioso lavoro investigativo, di raccolta d'informazioni, o tutto il resto (parate, caroselli, sirene spiegate) rischia di ridursi a puro spettacolo, polvere negli occhi di un'opinione pubblica inquieta. In questi due mesi, questa è l'impressione che le nostre polizie ci hanno lasciato: di un gigantesco, spettacolare, rumoroso apparato di gru per sollevare un turacciolo. Ora il cambio dev'essere (ci aspettiamo che sia) radicale. Dopo dieci anni di guerra al terrorismo, guerra mal diretta, e l'incapacità non è il solo segno di questa guerra mal diretta, la sconfitta d'oggi faccia almeno riflettere. Finora, la guerra al terrorismo pare la guerra del colonnello Aureliano Buendia. In quello straordinario romanzo di Gabriel Garcia Marquez che è Cent'anni di solitudine, Buendia sta in un circolo vizioso, e sempre si ritrova al punto di prima, ma «ogni volta più vecchio, più sfinito, più ignaro del perché, del come e del fino a quando».

14 maggio 1978

(Fiori 1979, p. 166-167)

Nel romanzo Uomini ex il racconto in prima persona dell'esilio di un gruppo di partigiani comunisti a Praga fino all'arrivo dei carri armati russi nel 1968, uomini dimenticati dai partiti e dalla storia, finisce con una constatazione amara:

Dopo mangiato, ci rimettemmo in cammino, sulla via del ritorno. Era un pomeriggio chiaro, quasi l'annunzio dell'aprile italiano. Per un tratto tacemmo, ognuno dentro un suo giro di pensieri. Chissà, nell'ora del commiato anche Aristide era spinto, com'ero spinto io, a rovistare il passato, vent'anni di percorso comune, le certezze dell'inizio, i momenti esaltanti, idilli, battaglie, occasioni di felicità nel privato, traversie, ferite immedicabili. Rallentò, si stancava facilmente, vecchio più dei suoi anni. Prese Martha sottobraccio, le sorrideva, ma nell'occhio gli durava un'ombra, c'era nelle sue parole, come da tempo gli succedeva, una contaminazione di dramma e d'ironia svejkiana: - Ricordi, Martha? Franco e io sognavamo che il socialismo avrebbe addirittura creato l'uomo nuovo, e guarda un po' me. Mi ritrovo a essere soltanto l'uomo ex. Ex tutto. Cacciato dal Partito comunista ceco quale «revisionista e opportunista di destra». Dunque ex tesserato comunista. Cacciato dall'Associazione dei giornalisti. Ex giornalista. Anche l'Associazione dei cacciatori mi ha messo alla porta (del resto un mio amico del ministero degli Esteri è stato espulso per opportunismo di destra dall'Associazione filatelici). Insomma, quanto a fortuna, potrei vestire i panni dell'Amleto di Petrolini: «Se qualche volta in festa io ballo | la mia compagna mi pesta un callo. | Monto in vettura | muore il cavallo. | Se vado a Messina | ci viene il terremoto». Sono persino un ex marito. E sento prossimo il giorno che anche il cuore affaticato mi dirà: «Ma vaffanculo, Aristide Baraldi. Hai abusato di me. Sciopero generale. Arterie, ventricoli, coronarie, alt, basta!» Ex Aristide Baraldi. Ex in eterno. Sino a quando verrà un nuovo Einstein a svelarci che financo l'eternità è molto relativa... The end. Giù il sipario, compagno Baraldi. Ex totale.

Ci salutammo tenendoci abbracciati a lungo. Il giorno finiva con nubi tinte di rosso calante.

(Fiori 1999, p. 185-186)

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5. Riferimenti e approfondimenti bibliografici

Nell'articolo sono citati per esteso solo i testi non compresi nel percorso bibliografico: Giuseppe Fiori. Percorso bibliografico nelle collezioni del Polo Bibliotecario Parlamentare.

Si suggerisce inoltre la ricerca nelle banche dati consultabili dalle postazioni pubbliche delle due biblioteche.

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