Discorsi

Seminario in occasione del "Giorno del Ricordo"

Discorso pronunciato dal Presidente del Senato nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani

07 Febbraio 2019

Autorità, signore e signori,

con l'iniziativa di oggi il Senato della Repubblica vuole dedicare uno spazio istituzionale di riflessione e di approfondimento nell'ambito delle celebrazioni per il Giorno del Ricordo.

Un appuntamento al quale tengo molto, anche perché non posso non sottolineare come la tragedia delle foibe e dell'esodo degli istriani, dei giuliani, dei fiumani e dei dalmati italiani è stata per decenni dimenticata.

Gli studenti della mia generazione - lo dico rivolgendomi proprio ai ragazzi che sono qui presenti e che saluto con affetto - non ebbero la possibilità di essere informati e di conoscere cosa fosse realmente successo.

In alcuni casi il tentativo di consegnare all'oblio una pagina drammatica della nostra storia nazionale ha trovato inaccettabili connivenze politiche e storiografiche.

Ma la verità storica non può essere nascosta, la verità è più forte di qualsiasi ideologia, di qualsiasi negazionismo.

Furono migliaia i cittadini italiani infoibati dopo inaudite violenze e persecuzioni morali e fisiche; centinaia di migliaia gli esuli costretti a lasciare la propria terra e le proprie case, tra infinite difficoltà e sofferenze.

Penso ai 12 Carabinieri in servizio presso la centrale idroelettrica in località Valle di Bretto di Sotto, trucidati dopo violenze disumane nel tristemente noto eccidio di Malga Bala; penso ai tanti esuli che nel dopoguerra hanno fatto onore al Paese in tanti settori strategici, ognuno dei quali ha portato con sé il ricordo e il sogno della terra natia.

Dal settembre del '43, alla lucida e pianificata pulizia etnica si aggiunse il disegno liberticida della eliminazione del dissenso e di qualsiasi testimonianza di quella cultura occidentale che avrebbe rappresentato un pericolo permanente per il nascente regime.

Non dimenticare diventa quindi un imperativo che supera i confini materiali e ci supporta nella costruzione di un Paese sempre più liberale e democratico, di un'Europa sempre più solidale e pacificata, di un mondo sempre più dialogante e multilaterale.

È questa la strada che l'Italia ha intrapreso con la Repubblica, sono questi i valori che la nostra Costituzione ha posto come fondamento del nostro Stato di diritto.

Il secolo scorso ha visto i popoli precipitare più volte verso la completa perdita di umanità, il totale disprezzo della vita umana, la negazione di ogni principio di giustizia e di fratellanza.

La lunga scia di odio che ha insanguinato l'Europa ha avuto proprio nei Balcani l'ultimo ed inaccettabile epilogo; gli uomini hanno odiato, combattuto, vilipeso e ucciso i propri fratelli.

Tragedie che non possono e non devono ripetersi: un rischio che la mancanza di una memoria universale e condivisa renderebbe sempre attuale. E allora è giusto ricordare, spiegare, approfondire. È doveroso tramandare alle future generazioni tutte le pagine della storia nazionale, anche le più difficili, le più tristi, le più inspiegabili.

Gli interventi che seguiranno ci offriranno l'opportunità di inquadrare i fatti all'interno di una cornice storica e umana autentica.

Per questo ringrazio la prof.ssa Ester Capuzzo, docente di Storia Contemporanea alla Sapienza Università di Roma, e Antonio Ballarin, presidente della Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani, Fiumani e Dalmati.

Prima di loro avremo però la possibilità di vedere tutti insieme un estratto di "Red Land - Rosso Istria" un film co-prodotto dalla Rai che domani sera sarà integralmente trasmesso in prima serata su Rai Tre.

Le difficoltà incontrate nella promozione e nella distribuzione di questo lungometraggio dimostrano come ci sia ancora una paura di fondo nel confrontarsi con la realtà, con accadimenti che hanno un proprio valore intrinseco al di là della complessità di quei momenti.

Il mio pensiero - e sono certa quello di tutti voi - non può quindi non andare alla memoridi Norma Cossetto, protagonista suo malgrado del filmato che a breve vedremo.

Norma era tante cose e rappresenta tante cose. Era una cittadina italiana, una studentessa innamorata della sua terra - non a caso stava ultimando gli studi universitari con una tesi dedicata all'Istria Rossa, riferimento alla bauxite di cui è ricca quella regione - una figlia premurosa, una sorella affettuosa, una ragazza con tanta voglia di vivere. Norma Cossetto è l'immagine più fiera e autentica delle migliaia di vittime gettate nelle foibe, spesso ancora in vita, dopo ore e giorni di violenze e privazioni che non possono trovare in nessuna ideologia e in nessuna scelta di campo giustificazione di sorta.

In occasione della seconda celebrazione del Giorno del Ricordo, il Presidente Carlo Azeglio Ciampi le conferì la medaglio d'oro al merito civile, con questa motivazione:
"Giovane studentessa istriana, catturata e imprigionata dai partigiani slavi, veniva lungamente seviziata e violentata dai suoi carcerieri e poi barbaramente gettata in una foiba. Luminosa testimonianza di coraggio e di amor patrio".

Parole alle quali fece seguito, l'anno successivo, il monito ad imperitura memoria del Presidente Giorgio Napolitano: «...nell'autunno del 1943, si intrecciarono "giustizialismo sommario e tumultuoso, parossismo nazionalista, rivalse sociali e un disegno di sradicamento" della presenza italiana da quella che era, e cessò di essere, la Venezia Giulia. Vi fu dunque un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una "pulizia etnica".»

Norma Cossetto aveva terminato il liceo a Gorizia e subito dopo si era iscritta al corso di lettere e filosofia dell'Università di Padova.

Fu proprio in quell'Università che nel novembre del 1943 il Rettore Concetto Marchesi, latinista di fama internazionale, nel discorso di inaugurazione dell'anno accademico invitò gli studenti a ribellarsi e a lottare contro il fascismo.

Subito dopo la guerra, nel 1949, il consiglio della facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Padova, su iniziativa tra gli altri proprio del prof. Marchesi, nel frattempo divenuto uno dei padri costituenti e deputato del Partito comunista italiano, le conferì la laurea ad honorem, una decisione che raccolse unanime consenso. Un consenso che seppe quindi superare, già 70 anni fa, ogni possibile steccato, utilizzando un codice comune che appartiene a tutti noi e che riesce ad unire anche laddove le divisioni potrebbero prevalere: il codice della cultura.

Anche per questo plaudo a ogni iniziativa che partendo dalla cultura, dalle arti e dalle scienze, fornisca chiavi di lettura nuove utilizzando forme narrative in grado di arrivare direttamente alle coscienze.

Ed è proprio in relazione al dramma delle foibe e delle persecuzioni subite dagli italiani di Istria, di Fiume e della Dalmazia che gli artisti hanno saputo colmare quel vuoto informativo che fino a pochi anni fa aveva relegato queste vicende ad appendici periferiche della storia del novecento.

Il film che stiamo per vedere - se pur in una breve ma significativa sequenza - si inserisce infatti in una più generale attività di sensibilizzazione che ha favorito negli ultimi anni la conoscenza di un dramma che si inserisce a pieno titolo nella storia nazionale italiana.

La libertà e la convivenza pacifica dei popoli sono valori che vanno sempre difesi, sostenuti, tramandati. Affinché nessuno sia più costretto ad usare le parole che Sergio Endrigo dedicò alla sua Pola nella canzone "1947": Come vorrei essere un albero che sa, dove nasce e dove morirà.

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