Discorsi

Incontro sul volume "C'era una volta Andreotti" di Massimo Franco

Discorso pronunciato dal Presidente del Senato all'Università degli Studi "Link Campus University" di Roma

07 Febbraio 2019 13:55

Rivolgo il mio saluto al Ministro Elisabetta Trenta, al Presidente Scotti, al moderatore di questo incontro prof. Schiavazzi e all'autore del libro "C'era una volta Andreotti" dott. Massimo Franco.

Ringrazio gli organizzatori e naturalmente l'autore dell'importante opera per l'invito che mi è stato rivolto, grazie al quale ho avuto la possibilità di avvicinarmi alla lettura e all'approfondimento di questo testo. Ciò ha rappresentato un'occasione preziosa di riflessione non solo sulla storia personale, politica e istituzionale di Giulio Andreotti ma della storia stessa della nostra Repubblica, le cui principali vicende si sono intersecate con la vita del senatore Andreotti.

Una scrittura, quella di Massimo Franco, che mi ha appassionato non solo per l'incalzante ritmo narrativo segnato dai fatti e dagli accadimenti di un'epoca e di un Paese, ma anche e soprattutto perché l'autore ha saputo coniugare il rigore documentale nella ricostruzione di vicende anche di notevole complessità con una partecipazione espositiva tale da creare, sin dall'inizio, una percepibile empatia tra scrittore e lettore.

Credo anche di poter affermare, richiamando e valorizzando il passaggio finale del testo, che Massimo Franco abbia perfettamente raggiunto l'obiettivo di "analizzare il passato con gli occhi della storia".

Credo cioè che sia stato in grado di restituire ai lettori, nella sua articolata complessità, la figura viva di Giulio Andreotti che solo un approccio privo di pregiudizi di qualsivoglia natura, è in grado di comprendere in modo compiuto.

Le vicende storiche dagli anni Venti del Novecento sino ai nostri giorni nostri sono state oggetto, nella fluidità di un racconto biografico, di un attento e razionale esame sotto plurimi angoli visuali.
Su alcuni mi vorrei in particolare concentrare perché credo che, più di altri, siano indicativi della originalità della figura di Giulio Andreotti e del suo contributo decisivo alla storia della nostra democrazia parlamentare.

​Osserva significativamente l'autore, richiamando sul punto una definizione del Presidente Cossiga in un'intervista al quotidiano "Il Giorno" che Giulio Andreotti fu "un grande esponente del cattolicesimo politico", con ciò anticipando un ulteriore contributo del prof. Andrea Riccardi che, in epoca successiva, avrebbe definito Andreotti "il cardinale esterno" proprio per la sua romana cattolicità.

Una cattolicità quale tratto costitutivo della sua personalità individuale, ma soprattutto della sua personalità politica e istituzionale.

Come ho già osservato nel mio intervento alla inaugurazione della mostra fotografica sulla figura di Giulio Andreotti lo scorso 14 gennaio, la sua identità cattolica si rivela nella duplice accezione del realismo e dell'universalismo.

Il realismo anzitutto inteso come apertura alla realtà nella totalità dei suoi fattori, declinato poi nell'azione politica concreta, in pragmatismo e capacità di azione.

Tutta la storia di "Andreotti politico" è disseminata di questo realismo: dalla pubblicazione iniziata il 1^ gennaio 1955 della rivista significativamente denominata "Concretezza", espressione diretta dell'insegnamento politico degasperiano, alla centralità, quale criterio ispiratore della sua condotta e delle sue scelte, della filosofia di San Bernardo riassunta nella massima cara a Giovanni XXIII: "Vedere tutto, sopportare molto, correggere una cosa alla volta"; alla capacità, tutta andreottiana, di dare corpo in modo diverso a seconda delle fasi della storia del Paese, al principio di sussidiarietà, espressione del diritto di libertà individuale e sociale.

Capacità che lo ha condotto a ricercare sempre un punto di equilibrio tra la valorizzazione dell'iniziativa privata, il ruolo di regolazione dello Stato e soprattutto il sostegno alle formazioni sociali ove la personalità individuale più compiutamente può esprimersi.
Ma l'ambito in cui più si è manifestata la sua identità di "cattolico romano" è stata la vocazione internazionale che ha caratterizzato, sin dagli esordi, la sua carriera parlamentare e di governo.

Basti pensare, e l'autore ne dà ampio e documentato conto, alla originalità della sua politica estera: "l'andreottismo - osserva l'autore - era apparso in politica estera come una sorta di eresia atlantista", demonizzata per via dei contatti con il leader libico Gheddafi, con la Palestina e i Paesi arabi.

In realtà una politica estera sempre profondamente vicina ad Israele ma in grado di esprimere la formidabile intuizione della necessità insopprimibile di un'apertura e di un dialogo vero con l'Oriente e il Sud del Pianeta.

In questo, forse più che in ogni altro settore, si è sempre rivelata la forte assonanza e sintonia con la politica estera della Santa Sede.

Una vocazione internazionale che si è manifestata però non solo nell'attività istituzionale ma anche, ormai da senatore a vita, nella direzione del mensile "Trenta giorni" ove, sempre con intuizioni anticipatrici di temi e problemi, spesso egli affrontava, realisticamente ma con una visione e una prospettiva di lungo periodo, i rapporti tra ebrei e palestinesi e il cruciale tema delle persecuzioni nel mondo delle minoranze cristiane e cattoliche.

Ma il testo così ricco di fatti e suggestioni, delinea in modo veramente pieno il profilo umano del personaggio Andreotti, non trascurando mai particolari, anche inediti, che attengono alla sua vita personale e familiare.

Viene così definitivamente superato lo stereotipo di un Andreotti distaccato, anaffettivo e incapace di emozioni.

Emerge invece una figura, come lo definiscono i figli, di un "babbo distratto, affettuoso, ironico e terribilmente pigro". Capace sempre di un affetto, certamente controllato, ma intenso.
Un affetto forte che rendeva calda e accogliente la vita familiare, sempre pervasa da ironia e autoironia.

Ricorda l'autore di come la figlia Serena fosse solita ripetere "In casa nostra si rideva molto", quasi a volere sottolineare la levità di un'atmosfera di vita che rendeva tutto sopportabile e lieto.

Proprio da questo angolo visuale della intensità delle relazioni affettive, l'autore ha significativamente ricostruito le vicende più dolorose della vita pubblica e privata di Giulio Andreotti.

Le vicende a tutti note dei processi nei quali fu imputato e assolto.

Nella consapevolezza che il giudizio su queste vicende oltre che definitamente consacrato ormai in sentenze definitive, dovrà essere consegnato a quello sguardo di obiettività storica al quale facevo riferimento all'inizio, non mi posso esimere dall'evidenziare ciò che più mi ha colpito.

La capacità di una rilettura di vicende così dolorose dall'interno del vissuto e dell'esperienza di una persona e di una famiglia.

Anche le vicende processuali dunque, nella loro apparente durezza, assumono un aspetto umano, dolorosamente umano e ciò che sembrava distante si avvicina, attraverso la narrazione di esperienze, emozioni e situazioni: dalla percezione chiara e forte della unità, compattezza e solidità degli affetti familiari più evidente con l'acuirsi delle vicende giudiziarie, agli episodi descritti in tono divertito e divertente dei cannoli siciliani divorati dal senatore nelle pause del processo di Palermo, alla tenerezza, alla sensibilità e alle attenzioni manifestate, persino nella scelta di piccoli doni, verso i nipoti ai quali era legatissimo.

Insomma una commistione pubblico-privato, inimmaginabile per un osservatore esterno, ma davvero fondamentale nella ricostruzione della biografia andreottiana per sottolinearne, al di là di ogni giudizio definitivo, la irriducibile originalità.

Una originalità che certamente si è sempre e costantemente manifestata anche dal punto di vista politico.

Uomo di destra ma utilizzato come argine alla destra; conservatore ma in grado di incarnare la scelta democristiana del compromesso storico; uomo della prima Repubblica anzi, sua più significativa espressione, ma in grado di anticipare tendenze e scelte che avrebbero segnato gli anni a venire, come l'intuizione della centralità, della efficacia e della potenzialità espressiva della televisione e dei mezzi di comunicazione.

Una figura complessa, articolata, impossibile da riassumere in poche battute, della quale invece il volume dà conto in modo ampio e documentato.

Mi consentirete, tuttavia, in conclusione del mio intervento, di sottolineare un aspetto che, da Presidente del Senato della Repubblica, mi è particolarmente caro: l'attenzione, la partecipazione, la dedizione, il rispetto che il senatore Andreotti sempre nutrì per la democrazia parlamentare e le sue Istituzioni rappresentative.

Vi è costante traccia nel libro della testimonianza di questa affezione ma forse l'immagine che più di ogni altra ne costituisce la classica rappresentazione è il piccolo cratere visibile all'altezza delle spalle sul suo scranno di senatore a vita.

L'impronta della sua schiena curva, il segno concavo, vero monumento della sua fisicità non fisica.

Credo in definitiva che ricordare, nei cento anni dalla sua nascita, l'esperienza di Giulio Andreotti sia una possibilità per il Paese e le sue Istituzioni di una rilettura della propria storia seria e profonda, espressione di una democrazia forte e ormai matura.

Di questo sono grata all'autore e agli organizzatori dell'incontro.

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