Discorsi

Cerimonia di inaugurazione di una targa in ricordo di magistrati, avvocati e personale giudiziario dispensati dal servizio e radiati dall'albo a seguito delle leggi razziali

Corte di Appello di Roma

26 Novembre 2020

Buongiorno a tutti,
Ho accolto con piacere e convinzione l'invito a partecipare a questa significativa cerimonia, di intitolazione di una targa al sacrificio di avvocati, magistrati e personale amministrativo, radiati o dispensati dal servizio per le leggi razziali del 1938 e 1939.
Saluto e ringrazio la Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi di Segni e i rappresentanti della Comunità ebraica di Roma, il Presidente della Corte d'Appello di Roma Giuseppe Meliadò e il Presidente del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Roma, Antonino Galletti.

Ritrovarci quest'oggi significa dare un segnale forte.
Quello di ricordare che è proprio nei momenti di maggiore difficoltà e di maggiore sofferenza per l'intero Paese che occorre fare appello ai valori sui quali si fonda la nostra democrazia repubblicana.
La forza e l'energia che derivano dalla condivisione di queste comuni radici rappresentano la sola possibilità di intraprendere un solido cammino di rinascita, ancorato al nostro passato, memore del presente e positivamente proiettato nel futuro.
Un percorso che dobbiamo fare insieme.
E il gesto che stiamo compiendo ce ne offre una preziosa opportunità.
Un gesto importante perchè si svolge in un luogo importante.
Il Palazzo di Giustizia.

Proprio a ricordarci che solo una società giusta è una società che costruisce il suo futuro. Solo una società fondata sulla piena realizzazione dei diritti fondamentali, di libertà e uguaglianza, è una società forte, in grado di vincere ogni crisi.
Un gesto importante e solenne perché ci costringe, ancora una volta, a fare i conti con la nostra storia.
È per noi un obbligo morale.
Lo è per ogni individuo. Lo è, a maggior ragione, per i rappresentanti delle Istituzioni del nostro Paese.

Per questo è essenziale conoscere e promuovere iniziative di approfondimento, così come incoraggiare lo studio e la ricerca.
La conoscenza è il presupposto essenziale per una cittadinanza consapevole e attiva, di cui il Paese ha grande necessità, soprattutto in momenti così complessi e drammatici come quelli di oggi.
Io stessa sono stata colpita delle storie delle donne e degli uomini di legge perseguitati dal regime fascista, dalla loro forza, dal loro attaccamento alla libertà, dalla loro eroica testimonianza.

C'è poi una data che si impone alla nostra memoria, il 17 novembre 1938, il giorno in cui l'Italia, dopo la pubblicazione del manifesto della razza, si avviò ad essere uno Stato razziale e razzista.
Al contempo fu ulteriormente rafforzato il disegno, prefigurato negli anni precedenti, di depotenziare l'autonomia della magistratura e la libertà della professione forense.
Fu in tal modo breve il passo verso una concezione della legalità coincidente del tutto con la volontà dello Stato, non con i precetti fondamentali di giustizia ed equità.

In questo contesto il regime, all'indomani dall'approvazione delle leggi razziste, procedette rapidamente all'epurazione dei magistrati ebrei:
-alcuni dispensati dal servizio,
-altri collocati forzatamente a riposo,
- molti esclusi dal concorso in magistratura.
Numerosi furono quelli che pagarono con la vita la loro opposizione al regime. Tra questi il giovane uditore giudiziario Mario Finzi che, dispensato dal servizio, si dedicò all'insegnamento presso una Scuola ebraica e all'assistenza dei rifugiati ebrei in Italia, per essere poi arrestato nel marzo del 1944 e deportato nel campo di Auschwitz-Birkenau dove morì nel febbraio del 1945.
Stessa sorte toccò a centinaia di avvocati cancellati dagli albi e privati del diritto di esercitare la professione. Vorrei qui ricordare, anche per il suo legame con la città di Roma, dove si laureò e svolse parte del praticantato, Amalia Fleischer.

La sua biografia è la storia esemplare di una donna intelligente, combattiva e coraggiosa.
Superando molte difficoltà personali e ostacoli burocratici, riuscì a iscriversi all'Albo degli avvocati. La sua determinazione e la sua conquista sono l'emblema della ferma volontà delle donne di inizio 900 di esercitare il ministero forense, nonostante ostilità e pregiudizi sociali.
Al raggiungimento di quel traguardo professionale seguì però la repressione razzista, che portò Amalia alla deportazione nel campo di sterminio di Auschwitz, dove il 6 febbraio 1944 si persero le sue tracce.

La memoria collettiva e condivisa di queste storie non è retorica commemorazione.
È l'esercizio di quella che è stata definita una "memoria attiva", secondo i principi di verità e responsabilità.
Si rivela cioè il più prezioso strumento di crescita civile e culturale.
Su questa memoria sono state poste le basi della nostra Costituzione repubblicana.
In queste testimonianze, in questi sacrifici risiede il suo valore perenne.

Come ci ricorda infatti la Senatrice Liliana Segre "l'autentico valore della nostra Costituzione può essere apprezzato davvero solo in ragione di un approccio in cui il culto della legalità non vada mai disgiunto dalla memoria del tributo di sangue e di dolore che è costata la fondazione della nostra Res Publica".
Stringiamoci dunque attorno ai principi di libertà su cui è costruita la nostra democrazia e guardiamo al futuro con speranza.

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