Discorsi

L'ingombro della fede nel mondo della politica

Discorso pronunciato all'Almo Collegio Capranica di Roma

26 Novembre 2018

Saluto con particolare cordialità e ringrazio per la calorosa accoglienza monsignor Manicardi, Rettore dell'Almo Collegio Capranica, e Matteo Borghetto, Prefetto della Commissione culturale.

A voi tutti rivolgo il mio indirizzo di apprezzamento e sostegno per la serietà e la profondità dei percorsi formativi e culturali che state realizzando, nel solco di una tradizione tanto prestigiosa quanto universalmente riconosciuta, sia in ambito religioso sia a livello accademico, culturale, istituzionale.

Ho ricevuto alcune tracce di domande che avete voluto rivolgermi e cercherò di rispondere complessivamente ai molteplici profili da voi sottolineati, alcuni dei quali altamente problematici, soprattutto per le ricadute concrete nella vita non solo politica, ma anche sociale, di quanti sono chiamati ad interpretare la "testimonianza cristiana" in termini di coerenza e pratica quotidiana.

Al vertice di ogni questione resta aperta e di immutata attualità la domanda: la fede è un ingombro per la politica?

Vorrei iniziare la mia riflessione ricordando con voi l'anniversario, che ricorre proprio quest'anno, del 50° dalla morte di Romano Guardini, al quale si ispirarono in modo esplicito, con coraggio ed audacia, i ragazzi della Rosa Bianca, in opposizione frontale al nazismo, che li condannò a morte.

A Romano Guardini venne tolto l'insegnamento, anche per quel monito che potremmo definire "inno all'umanità", che così volle esprimere: «la migliore opera dell'amore è condurre l'altro verso la libertà vera».

Proporre l'insegnamento di Romano Guardini come bussola per orientarsi nel tempo presente significa riconoscere pienamente il significato attuale della storia, delle sue cadute e dei suoi riscatti: ottant'anni fa venivano approvate le leggi razziali; settant'anni fa veniva approvata la Costituzione della Repubblica italiana.

Nel lasso temporale di un decennio, dall'abisso del razzismo, della discriminazione, della violenza si è levato l'arco di una rinascita morale, culturale, civica, sotto il quale oggi ciascuno di noi si sente sicuro e al riparo da ogni tentativo di deviazione o silenzio.

La "strada costituzionale" rappresenta lo spazio ed il tempo della rinascita di un popolo che si è riscoperto comunità, famiglia, Patria, dopo la lacerante disgregazione etnica e nazionale che aveva minato la stessa identità dell'Italia unita.

Scriveva Guardini nell'immediato dopoguerra, «ora bisogna tentare di restituire alla nostra gioventù l'inquietudine dello Spirito. Questa la salverà dal nichilismo». Certamente la figura ed il pensiero di Romano Guardini furono un "ingombro" per una politica e per uno "stato di cose", lontanissimi, per ispirazione e progettualità, dallo "stato di diritto".

La sua riflessione filosofica e teologica, radicata nel paradigma della "opposizione polare", rappresentava la più netta spigolatura contro criteri di condotta che oggi respingiamo senza esitazione o attenuazione.

E lungo questa linea ermeneutica, si potrebbe forse mettere a fuoco più correttamente gli elementi di sintonia e continuità tra Benedetto XVI e Francesco, entrambi protesi verso la sua riflessione, fin dagli anni della loro formazione teologica.

La testimonianza di fede di Guardini fu senza alcun dubbio "ingombrante" e solo dopo molto tempo venne riscoperta e valorizzata con il giusto approfondimento, all'un tempo, teorico e pratico. Possiamo pertanto rispondere alla prima domanda che mi avete rivolta, affermando che senz'altro la fede può essere un "ingombro" per la politica e per le sue diramazioni istituzionali.

La fede rappresenta quella forma di "inquietudine dello Spirito", che lascia aperta la dimensione del dubbio, della ricerca, della giustizia, che si radica nella natura stessa dell'essere umano.

Da questa prima risposta, deriva in realtà un secondo interrogativo fondamentale: quale connotazione la fede può conservare all'interno del dibattito pubblico? Una connotazione di segno esclusivamente intimistico, privatistico, individuale ovvero dichiarato, pubblico, collettivo?

A partire dalla lectio magistralis dell'allora cardinale Joseph Ratzinger, tenuta in Senato nel 2004, è possibile ricostruire un dialogo filosofico, sia precedente sia successivo a quella data.

Possiamo riscontrare alcune nitide alternative concettuali: la "laicità separatista" contrapposta alla "laicità inclusiva"; la "laicità ostile" o antagonista in opposizione alla "laicità positiva"; la "laicità rivendicativa" in contrasto alla "laicità propositiva".

In occasione della ratifica dei Patti Lateranensi, l'allora Capo del Governo tenne alla Camera un discorso teso a rivendicare che tra lo Stato italiano e la Città del Vaticano «vi sono [...] due sovranità ben distinte, ben differenziate, perfettamente e reciprocamente riconosciute. Ma, nello Stato, la Chiesa non è sovrana e non è nemmeno libera».

L'idea di laicità di Mussolini era radicalmente separatista, rivendicativa e, laddove fosse stato necessario, pragmaticamente ostile.

Durante i dibattiti dell'Assemblea costituente, le parole pronunciate da parti politiche diametralmente lontane vennero a convergere per fondare in modo nuovo «l'unità politica e morale di tutta la Nazione».

Sono espressioni di Palmiro Togliatti, che chiedeva di disperdere «le ombre le quali impediscono la realizzazione di questa unità»! In tale ottica «le libertà di coscienza, di fede, di culto, di propaganda religiosa e di organizzazione religiosa» venivano definite come «libertà democratiche fondamentali».

L'assonanza registrata tra le parole di Togliatti e quelle di Alcide De Gasperi è, per alcuni aspetti, sorprendente. De Gasperi richiamava, per sé e per gli altri, il dovere di «votare nell'interesse della Nazione e nell'interesse della Repubblica».

Attraverso il crogiuolo della Costituente, venne a sedimentarsi un'idea di laicità inclusiva, positiva, propositiva, che solo successivamente avrebbe potuto ricevere una esaustiva e puntuale teorizzazione definitiva.

Secondo percorsi distinti, seguíti, rispettivamente, dalla Chiesa nel Concilio Vaticano II e dallo Stato in sede di Accordo di revisione del Concordato, si è potuto affermare che «la comunità politica e la Chiesa sono indipendenti e autonome l'una dall'altra [...]; anche se a titolo diverso sono [entrambe] a servizio della vocazione personale e sociale delle stesse persone [...]; svolgeranno questo loro servizio a vantaggio di tutti in maniera tanto più efficace quanto meglio coltiveranno una sana collaborazione tra di loro, secondo modalità adatte alle circostanze di luogo e di tempo».

Quest'ultima affermazione che leggiamo nella Gaudium et spes, al paragrafo 76, corrisponde a quella «esigenza di collaborazione tra la Chiesa Cattolica e lo Stato», copiosamente disseminata nel testo dell'Accordo di Villa Madama.

Un concetto che è alla base di una pronuncia decisiva della Corte Costituzionale - la sentenza n. 203 del 1989 - dove la parola "collaborazione" si intreccia con la parola "rispetto", la sfera "temporale" e la dimensione "spirituale" vengono, per così dire, immunizzate dal rischio, esiziale per entrambe, di confessionalizzare la politica ovvero politicizzare la religione.

In definitiva, attraverso la ri-comprensione della Nazione all'interno dello spazio largo della Repubblica - fondamento del compromesso costituzionale - il fenomeno religioso viene interpretato come "fatto pubblico" e con altrettanta nettezza sottratto all'identificazione con lo Stato, nella stessa misura in cui anche la statualità vince la tentazione dell'assolutismo rispetto alla morale e alla ragione.

Superata la tentazione di assolutizzare il pubblico rispetto al privato, Nazione e Repubblica, da un lato, Stato e Patria, dall'altro, perdono il tratto di fendente ideologico, di tentativo improbabile di riproposizione dei nazionalismi e degli individualismi dei secoli passati, ma segnano invece il perimetro all'interno del quale i bisogni, le aspettative, le speranze di un popolo e dei cittadini trovano ascolto, comprensione e realizzazione.

Rispetto a una prospettiva di identità esclusive ed escludenti, propria del modello separatista, la collaborazione tra Stato e Chiesa permette invece il riconoscimento di una più solida identità collettiva fondata sull'idea di "reciproco arricchimento".

Lo stesso patrimonio costituzionale diventa pertanto espressione di "identità arricchita", le procedure deliberative caratteristiche dello Stato democratico seguono la logica di decisioni assunte in «modo pubblico e critico», attraverso l'analisi dei «rispettivi punti di vista».

Sono queste le parole di Diego Gracia, che rendono ragione del necessario superamento di ogni caduta nichilistica, per rendere a tutti accessibile quella tavola di valori condivisi, sulla quale poggia l'unico possibile e auspicabile "patriottismo": il «patriottismo costituzionale».

La riconciliazione e la collaborazione tra Religione e Stato richiedono pertanto l'identico filtro di saggezza che, nell'elaborazione di Habermas, permette la riconciliazione e la collaborazione tra fede e scienza.

Una collaborazione resa possibile dal reciproco riconoscimento, da parte religiosa e da parte laica, che il "culto" conserva inevitabilmente - per credenti e non credenti - anche un connotato di "cultura".

Seguendo un approccio inevitabilmente dialogico, di domande e di risposte, possiamo cercare una conclusione in parte diversa dalle impostazioni più tradizionali sul tema della laicità.

Molte vostre domande infatti si concentrano su un aspetto meno teorico, più soggettivo, laddove la rappresentazione della fede come ingombro della politica diventa sinonimo di sfida di coerenza, sfida di testimonianza, in un unico sintagma, "sfida educativa".

Quest'ultimo interrogativo che mi avete posto richiede un grado di "confidenza" meno istituzionale e più di natura personale.

Romano Guardini per quanti, come me, hanno sempre creduto nelle battaglie per la libertà, la democrazia, la liberazione dal nazifascismo, l'aiuto concreto e coraggioso verso chi era perseguitato, condannato, destinatario di violenza - se permettete, siamo tra noi, il pensiero va in questo momento a mio padre - rappresenta un esempio di straordinaria e luminosa coerenza tra elaborazione teorica e pratica attuazione degli insegnamenti ricevuti.

La linea di saldatura, proposta da Guardini, tra il pensiero di Tommaso e la riflessione di Agostino, tra l'indissolubile intreccio di fede e ragione, da un lato, e mente e cuore, dall'altro, indica a tutti noi come terreno comune di incontro e reciproco rispetto una diversa e meno allentata armonia tra teologia e filosofia.

Armonia che richiede l'amicizia tra sapere e morale, tra ragione e comportamento, tra trascendenza e umanità.

La più alta lezione di Romano Guardini - quella della coerenza - non è lontana da noi.

Nel 1929, Chiesa e Stato si muovevano lungo binari paralleli, incapacità reciproche di superamento di due radicati pregiudizi. La teoria della potestas indirecta in temporalibus segnerà fino al Vaticano II la stessa diplomazia pontificia. Il giurisdizionalismo tipico del modernismo resterà latente fino alla revisione del Concordato del 1984.

In realtà, entrambe le prospettive teoriche tradivano la propria radice originaria, che inevitabilmente precede sia la Chiesa come Istituzione sia lo Stato come organizzazione, che non può illudersi di ignorare - mi riferisco chiaramente al pensiero di Böckenförde - la tensione verso il fondamento, il presupposto, il legame che supera l'individualismo e diventa espressione dell'universale, dell'infinito, dell'eterno. In realtà, è già contenuto nel «dare a Cesare quel che è di Cesare» il dovere di essere «sottomessi, per amore del Signore, ad ogni autorità costituita in mezzo agli uomini», secondo quanto possiamo leggere nella Prima lettera di San Pietro, con assonanze in quella di San Paolo ai Romani.

Ma a ben vedere il superamento della legge interpretata solo come diritto, potestà, prerogativa, è già esemplarmente scolpito nell'articolo 4 del dettato costituzionale, laddove la parola "diritto" viene integrata dalla prospettiva del "dovere": «ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, una attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società».

Forse è invece meno nota una circostanza, ossia che la stessa formulazione dell'articolo 7 della Costituzione italiana - «lo Stato e la Chiesa cattolica sono ciascuno nel proprio ordine indipendenti e sovrani» - non ha avuto solo un cascame successivo, nel paragrafo 76 della Gaudium et spes che prima ho richiamato, ma anche un inizialmente incompreso antesignano nell'Enciclica di Leone XIII Immortale Dei, del 1885.

La rivelazione di Giorgio La Pira, in una lettera inizialmente riservata inviata l'8 agosto 1964 a Paolo VI, testimonia come l'incontro con l'allora monsignor Giovanni Battista Montini, nell'autunno del 1946, avesse rappresentato ben più di una coincidenza fortuita, bensì una coerente continuità tra pensiero e azione.

Sarà proprio Montini, una volta salito al soglio pontificio, ad attribuire alla politica il valore di più alto esercizio della carità cristiana, nel convincimento, in lui radicato, che la perdita del potere temporale da parte della chiesa fosse stato un segno provvidenziale della storia.

La fede è ingombro, sfida, occasione, opportunità per la politica, per le Istituzioni, per gli Stati, per le Nazioni, a patto che nella distinzione di ruoli, competenze, libertà, diritti e doveri, ciascuno acquisisca piena consapevolezza che - secondo Aristotele - chi è responsabile è chiamato a deliberare sui "mezzi", ma la logica dei "fini" non può mai rappresentare l'alibi per giustificare "ogni mezzo" ed invece impone rispetto e comprensione, per ogni donna e uomo del tempo proprio e di quello che verrà.

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