Discorsi

Convegno “Arte e cultura contro il femminicidio”

Discorso pronunciato nella Sala Koch di Palazzo Madama

22 Novembre 2018

Signor Ministro, onorevoli sottosegretari e senatori,
autorità, signore e signori,
sono passati quasi 15 anni da quando, per la prima volta, il termine "femminicidio" - fino ad allora relegato, nell'originale versione "femmicidio", a meri dibattiti accademici - venne utilizzato per inquadrare, sotto il profilo sociologico e delle sue implicazioni politico-sociali, l'omicidio commesso nei confronti di una donna come una "violenza di genere".

Come un omicidio della donna perpetrato "in quanto donna", come un atto criminale commesso dal maschio (sia esso l'attuale o precedente marito o compagno, un consanguineo o un uomo qualunque) in conseguenza del mancato assoggettamento fisico o psicologico della vittima.
A posteriori, possiamo dire che non si trattò di una semplice questione semantica. Ma di una vera e propria rivoluzione antropologica, culturale, politica. Uno squarcio del proverbiale "velo di Maya" che portò prima di tutto a una nuova consapevolezza, quindi a un nuovo approccio analitico, e non solo, al fenomeno.
Se oggi l'Organizzazione Mondiale della Sanità può far suonare l'allarme, indicando nella violenza da parte di persone conosciute la prima causa di morte e di invalidità permanente delle donne di età compresa tra i 16 e i 44 anni, è innanzitutto perché - a questo esecrabile crimine - gli abbiamo dato un nome.
E ciò ha consentito di poter dare corpo e visibilità a una forma estrema, complessa e articolata di violenza rispetto alla quale, giusto fino al decennio precedente, non vi erano nemmeno dati disponibili.
Così, all'avanzare sempre più rapido, in ambito sociale e culturale, della percezione della gravità e della diffusività dei crimini contro le donne, ha potuto corrispondere anche l'adeguamento del contesto normativo internazionale.
Come non ricordare, ad esempio - proprio a pochi giorni dalla "Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne" istituita dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite - un passaggio cruciale di questo nuovo percorso giuridico, quale è stata la Convenzione del Consiglio d'Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, firmata a Istanbul nel 2011?

Con quel trattato, ratificato dall'Italia nel 2013, la comunità sovranazionale ha riconosciuto, anche sul piano giuridico, la violenza contro le donne come una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione, sia in ambito pubblico che privato, comprendente tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica, fondati sul genere, configurandola altresì come una violazione dello stesso principio di uguaglianza.
Un nuovo modello di protezione internazionale dei diritti umani, rispetto al quale anche la stessa CEDU si è subito adeguata, riconoscendo nella violenza domestica una forma di discriminazione, e dichiarando che ogni singola violazione è riconducibile a una pratica discriminatoria da parte degli Stati che non adottano le contromisure necessarie a prevenire e contrastare.

Se l'ultimo decennio, anche nel nostro Paese, si è contraddistinto dunque per l'affermarsi di un interesse costante della società e delle istituzioni e di un parallelo spirito di iniziativa legislativa rispetto alla violenza di genere, contrastare il fenomeno a partire dalle sue radici non si è rivelato e non si sta rivelando un processo facile.
E non soltanto perché il crimine contro la donna è un fenomeno ampio, multiforme e difficilmente misurabile e perché molteplici sono i soggetti coinvolti, dalle vittime agli autori ai minori che, negli atti violenti commessi entro le mura domestiche, non di rado sono costretti ad assistervi.
Ma perché nel substrato sociale odierno permangono ancora sovrastrutture mentali e archetipi culturali stratificati, frutto verosimilmente della concezione patriarcale che ha predominato nei secoli e che, fin dai tempi di Omero ed Eschilo, vuole la donna come "materia passiva", "essere infido" e subalterno all'uomo.
Ancora oggi, in tempi in cui la parità di genere dovrebbe essere ormai un caposaldo culturale acquisito, suscita non poche perplessità, ad esempio, una certa narrazione della violenza contro le donne.
Non di rado la sua rappresentazione in televisione, nella cronaca giornalistica, sui social network, tende infatti a una pericolosa deriva giustificazionista: penso a quante volte, in riferimento ad un atto violento commesso dal partner o dall'ex partner - in Italia sono 2 milioni e 800 mila le donne vittime di violenze ad opera di familiari - abbiamo sentito l'utilizzo di espressioni come "atto estremo d'amore"!
È inconcepibile! Negli episodi di violenza di genere, la corretta informazione e la continenza del linguaggio sono prerequisiti fondamentali e dirimenti per rovesciare certi stereotipi sul ruolo della donna e avviare un cambiamento culturale e in grado di mettere al bando ogni forma di violenza, di sessismo, di discriminazione.

Cambiamento che, a mio avviso, per ciò che concerne invece le famiglie e le agenzie educative, passa da un altro snodo fondamentale: l'antidoto più efficace alla violenza è nella rieducazione pedagogica. Troppi decenni contraddistinti da quel "permessivismo genitoriale" sdoganato e spronato da discutibili approcci pediatrici, hanno contribuito - certo, assieme ad altre concause - al formarsi dell'attitudine a non accettare e non comprendere il concetto del "rifiuto".
Ritengo pertanto che tutte le misure penali, processuali, amministrative od economiche messe in campo non potranno mai avere una piena efficacia se, a margine di leggi chiare e pene certe, non vi sarà un impegno altrettanto incisivo sul piano dell'educazione, della cultura e dell'informazione sugli strumenti di prevenzione e repressione degli atti di violenza contro le donne.

Formazione, consapevolezza e sensibilizzazione devono essere i tre pilastri sui quali erigere una nuova società che possa garantire alle donne una vita libera da violenze e discriminazioni.
Non è più accettabile che una donna su tre in Italia debba subire una qualche forma di violenza fisica e sessuale, da quelle considerate meno gravi - almeno nella misura in cui non implicano danni permanenti - come la molestia a quelle più gravi come lo stupro o un'aggressione mortale.
Non è più accettabile che nel 75% dei casi di femminicidio, le donne vengano uccise da un componente della loro famiglia, come tragico epilogo di un'escalation di violenze che le vittime avrebbero potuto evitare se solo fossero state poste nella condizione di cogliere il pericolo, rivolgersi alle istituzioni competenti e da queste ricevere efficace e tempestiva tutela.

"L'assassino non bussa, ha le chiavi di casa" c'era scritto qualche anno fa in una manifestazione. È una frase tanto agghiacciante quanto vera.
Non è più accettabile che a monte di queste tragedie vi sia una sottovalutazione del rischio o un deficit di conoscenza dei centri a cui rivolgersi da parte della vittima o, ancora, un mancato intervento da parte delle strutture o delle Istituzioni competenti.
Per invertire la rotta serve costruire a protezione delle donne vittime di violenze una rete unica, composta da forze dell'ordine, magistrati, assistenti sociali, medici, associazioni di volontariato, operatori dell'informazione, educatori, famiglie.

Anche il Parlamento è chiamato a svolgere un ruolo fondamentale. E da primo presidente donna a Palazzo Madama, sono particolarmente orgogliosa della recente istituzione in Senato di una Commissione monocamerale d'inchiesta sul femminicidio che, in continuità con la precedente legislatura, saprà valutare l'adeguatezza degli attuali strumenti normativi per migliorare il sistema e provare a limitare la sperequazione tuttora esistente fra il numero dei delitti denunciati e quelli, più esigui, relativi alle condanne.
Concludo ringraziando vivamente i promotori per questa giornata di riflessione che saprà certamente offrire un contributo importante alla formazione di una solida cultura della prevenzione rispetto alla violenza di genere, e l'artista Alessandro Galanti per la creazione che oggi si andrà a scoprire.
E mi auguro che la potenza evocativa e il crudo simbolismo di quest'opera, possano costituire un monito per tutti coloro che poseranno lo sguardo su di essa.
Perché le leggi non bastano se non cambiano le menti.

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