Discorsi

Intervento al convegno "I prossimi 30 anni: il mondo nel 2050"

In occasione del trentennale della Fondazione Eni Enrico Mattei

Palazzo Madama, Sala Koch

25 Novembre 2019

Autorità, signore e signori,
è per me un vero onore ospitare in questa splendida sala i lavori per il trentennale della Fondazione Eni Enrico Mattei e portare il mio saluto personale e quello del Senato della Repubblica.
Ritengo che la scelta compiuta dagli organizzatori sia stata giusta e lungimirante: non poteva esserci infatti tema più adeguato ed opportuno per celebrare l'anniversario di una fondazione che ha svolto e svolge un ruolo determinante per la crescita del settore energetico e dell'intero Paese.

"I prossimi 30 anni: il mondo nel 2050" è quindi una sfida intellettuale e programmatica doverosa per capire in quali direzioni sta andando il pianeta, quale può e deve essere il ruolo dell'Italia, quale impatto avranno i processi di sviluppo in atto su cittadini, imprese, istituzioni.

Consentitemi preliminarmente una riflessione su Enrico Mattei, un uomo che in tutto l'arco della sua vita ha sempre creduto fortemente nella possibilità di cambiare il corso degli eventi.
Prima come uno dei principali artefici della lotta di resistenza contro il fascismo, poi come manager pubblico e costruttore di quella grande, moderna e avveniristica infrastruttura energetica che modernizzerà il Paese.
Un paese ancora in ginocchio per le devastazioni del conflitto mondiale e ancora a vocazione prettamente agricola, ma capace, grazie a tali eccezionali impulsi, di trasformarsi in una potenza industriale a livello globale.
Visione, generosità, coraggio: le doti di Enrico Mattei sono state tante e tutte legate al sogno di un'Italia indipendente, forte, protagonista.

Scoperte di nuovi giacimenti - di gas naturale e di petrolio -, attività instancabile nei rapporti internazionali e nella realizzazione di partnership con i Paesi produttori, assoluta convinzione nella necessità di perseguire una regolamentazione universale nella produzione e nella distribuzione energetica: iniziative portate avanti di pari passo, nella convinzione che fosse necessario offrire ai cittadini prezzi contenuti per l'accesso ai servizi e, contestualmente, garantire alle imprese il fabbisogno indispensabile per i loro piani di sviluppo.
Obiettivi ambiziosi, raggiunti grazie ad una innata fiducia nelle competenze e alla convinzione che unendo innovazione, ricerca e meritocrazia si potessero ottenere traguardi fino a pochi anni prima ritenuti impossibili, anche dalla gran parte della classe dirigente italiana.

La sua strategia si concretizzò in una vera e propria politica industriale e sociale, grazie alla quale abbiamo conosciuto l'Italia del boom economico, della partecipazione, dell'entusiasmo, del benessere.
Abbiamo quindi un modello - l'Eni ha un modello -, al quale ispirarci per governare i cambiamenti in atto e immaginare un futuro florido e sostenibile.

Dall'industria 4.0 alle intelligenze artificiali, dalla riconversione degli impianti produttivi esistenti alle nuove frontiere energetiche, dalla mobilità alle smart city, nei prossimi anni saremo chiamati a mettere in discussione il modello attuale di governance, sia nel pubblico che nel privato, nella certezza però che sarà sempre l'uomo il centro delle attività economiche e sociali.
Tante sfide, tanti dossier, che andranno inevitabilmente affrontati e declinati in una logica di sviluppo sostenibile, a partire dalla questione ambientale, dall'inquinamento urbano e dai cambiamenti climatici.
"Consegnare alle prossime generazioni un mondo migliore di quello che abbiamo trovato noi", questo deve essere l'ideale collegamento che deve tenere insieme tutti i diversi aspetti di un progresso che si preannuncia ancor più veloce e destabilizzante di quello vissuto negli ultimi decenni.

Posso personalmente testimoniare, avendo visitato la bio-raffineria Eni di Marghera, che esistono e possono esistere esempi virtuosi dai quali poter far discendere una strategia a 360 gradi sia in relazione ai fabbisogni energetici, sia rispetto alla competitività del sistema Paese.
In quel contesto industriale, la centrale di bio-metano ha prodotto un radicale cambiamento nell'approccio produttivo, ed Eni, azienda leader in tanti ambiti e vero orgoglio nazionale, ha dimostrato di saper gettare le basi per un futuro in grado di coniugare, attraverso l'utilizzo di nuove tecnologie, la tutela dei posti di lavoro e la qualità di vita del territorio.
Un aspetto che per le caratteristiche della nostra industria nazionale assume un valore fondamentale anche da un punto di vista simbolico.

Il successo dell'Italia è infatti sempre stato legato alla nostra conclamata abilità di inventori, innovatori, trasformatori.
Caratteristiche che ci hanno storicamente consentito di esprimere al meglio le nostre potenzialità, partendo da una situazione di oggettiva difficoltà rappresentata dalla mancanza di materie prime.
Questo è stato possibile grazie alle innate qualità dei cittadini e delle imprese italiane, a partire da quella propensione a rinnovarsi e a reinventarsi continuamente che caratterizza il tessuto produttivo nazionale.
E allora dobbiamo essere consapevoli che dallo studio, dalla ricerca, dalla capacità di introdurre nuovi brevetti e nuove soluzioni discenderà gran parte del nostro avvenire.
Anche qui possiamo facilmente individuare esempi e modelli ai quali ispirarci:

"Mio padre diceva - ricordò Enrico Mattei nel suo discorso per la laurea honoris causa conferitagli a Camerino nel 1960 - che è brutto essere poveri, perché non si può studiare, e senza studiare non si può fare strada".
È quindi dalla cultura, dalla sapienza, dalle conoscenze che possiamo e dobbiamo ripartire per conciliare sviluppo e ambiente, qualità della vita e produzione, industria e salvaguardia del patrimonio storico e artistico.

Su questo io sono profondamente convinta che l'Italia potrà svolgere un ruolo da assoluta protagonista, anche - per restare ad una delle direttrici di questo evento - nel rapporto con il continente africano.
Fu proprio dall'Africa che, a partire dalla fine degli anni 50, la comunità internazionale trovò l'ispirazione e la forza per fissare regole condivise per la tutela del patrimonio naturale, architettonico e archeologico mondiale. Quella che divenne poi la convenzione Unesco per il Patrimonio dell'Umanità, nacque infatti in seguito alla campagna di comunicazione lanciata per salvare i templi di Abu Simbel a seguito della realizzazione della grande diga di Assuan.
Un momento di grande collaborazione, di fiducia nella tecnica e nelle tecnologie.

Tutti erano consapevoli di quanto fosse imprescindibile salvaguardare il patrimonio storico e, allo stesso tempo, di quanto fosse doveroso costruire infrastrutture fondamentali per il futuro degli esseri umani.
Ed è giusto ricordare che le aziende che spostarono materialmente i Templi - realizzando un'operazione che non era mai stata tentata prima - furono italiane, così come italiana fu la principale azienda partner dello Stato egiziano in quella fase: l'Eni, ovviamente.

Oggi dobbiamo ricordare quei giorni e rilanciare lo sviluppo del continente africano come elemento indispensabile per lo stesso futuro dei cittadini europei.
Nella consapevolezza che questi processi di sviluppo dovranno assicurare benefici a tutte le popolazioni, non solo a chi oggi può vantare posizioni di vantaggio. Per questo c'è bisogno di un'etica che faccia della responsabilità la propria parola chiave, il proprio pre-requisito.
Solo così sarà possibile conciliare, in una logica di inclusività sociale, nuove tecnologie e sostenibilità, intelligenza umana e artificiale.

Ed è proprio in quest'ambito che la Fondazione Eni Enrico Mattei, grazie ai suoi ricercatori e ai suoi importanti e prestigiosi progetti, saprà offrire un contributo di eccellenza alle scelte dei decisori pubblici e privati.
Grazie per quello che fate quotidianamente nell'interesse del Paese e del pianeta, grazie per quello che farete.

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