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Il Presidente: Discorsi

Ridare centralità all'industria, alla fabbrica, all'impresa

Discorso pronunciato al convegno dei Giovani Imprenditori di Confindustria a Rapallo

09 Giugno 2018

Presidenti, autorità, imprenditori, signore e signori,

è con grande piacere che ho accolto l'invito a partecipare alla Assemblea annuale dei Giovani imprenditori di Confindustria. Ed è motivo di orgoglio rappresentare il Senato della Repubblica qui, oggi, tra voi che siete il cuore pulsante dell'industria e dell'imprenditoria nazionale.
Un ringraziamento particolare rivolgo al Presidente Rossi, per l'impegno profuso in questi giorni di lavori, che hanno offerto una disamina sulle nuove realtà imprenditoriali e sugli scenari futuri di quella che ormai viviamo come Industria 4.0.
Saluto il Presidente Boccia che, sono certa, potrà tra poco arricchire con ulteriori spunti di riflessione la sua già interessante e prospettica relazione presentata all'Assemblea Generale dello scorso 23 maggio.

Grazie quindi a tutti gli organizzatori per aver voluto che portassi il mio contributo che, mi auguro, possa aggiungere elementi su cui avviare un immediato e proficuo confronto in Parlamento.
Vorrei partire da una considerazione preliminare traendo spunto dall'immagine che avete scelto quale simbolo dell'Assemblea di quest'anno: Forme uniche della continuità nello spazio di Umberto Boccioni, una delle più celebri sculture dell'arte futurista.
Un'opera che rappresenta simbolicamente la velocità, la forza del dinamismo, la proiezione in uno spazio infinito.

In una parola: la libertà.
Ebbene, se dovessi sintetizzare qual è, a mio avviso, la vera sfida all'insostenibile, direi che è proprio la conquista della libertà: libertà di agire nel mondo imprenditoriale, di elaborare progetti, di innovare. Di fare e di far fare, avendo coraggio nel rompere gli schemi.
Una sfida all'irrituale non finalizzata alla distruzione, ma alla costruzione.
Libertà è quindi avere la certezza che 'si può fare', il filo conduttore di questi due giorni di lavori.
Perché per dare certezza al futuro bisogna avere radici ben piantate nel passato.

D'altra parte, la Quarta rivoluzione industriale, della quale anche l'Italia deve essere protagonista, non potrebbe esserci se non ci fossero state le fasi di crescita precedenti sotto il profilo dell'innovazione tecnologica ma soprattutto dell'esperienza acquisita ogni giorno sul campo.
L'automazione dei processi produttivi - che include e supera la semplice meccanizzazione - è iniziata il secolo scorso ed oggi si sta estendendo alla fase della progettazione, della produzione, della distribuzione.
L'Industria 4.0 attraverso la robotica, l'uso delle tecnologie digitali e del web consente di raggiungere modelli di produzione che esulano dai paradigmi tradizionali: più prodotti, in tempi più brevi; più risposte ad una domanda sempre più ampia, esigente, specializzata. Un meccanismo perfetto che non sarebbe tale se dietro ogni fase di questo processo non ci fosse l'uomo e il suo vissuto.
La sostenibilità della nuova Industria è, a mio avviso, strettamente legata alla capacità di interazione tra l'uomo e la macchina, in cui l'intelligenza artificiale sia un supporto e un contributo per rendere più efficiente l'uso delle risorse a disposizione ma non sostitutiva dell'intelligenza umana.
La trasformazione è avviata. Le nostre industrie sono più avanti della politica, delle istituzioni, dei governi.

Trovarmi davanti a voi, Giovani di Confindustria, avendo potuto approfondire alcune vostre riflessioni, richiama alla responsabilità che le istituzioni devono assumere per contribuire a rendere questa vostra corsa verso il futuro meno tortuosa possibile. "Ieri è passato - diceva Madre Teresa - Domani deve ancora venire. Abbiamo solo oggi. Iniziamo".
Iniziamo a sfidare l'insostenibile, quindi.
E iniziamo col ridare centralità all'industria, alla fabbrica, all'impresa. L'Italia ha una tradizione in questo senso che non va dispersa, ma potenziata. Il rischio, semmai, è che le nostre imprese restino sottodimensionate rispetto ai colossi internazionali.
È evidente che un ritorno a una forte politica industriale e imprenditoriale dovrà fare i conti con una serie di ostacoli che impediscono al Paese di crescere, di fare profitto, di creare lavoro. Ostacoli in apparenza 'insostenibili', il cui superamento chiama in causa tutti: la politica, il governo, le Istituzioni. È un appuntamento con la storia economica e di sviluppo strategico al quale nessuno può sottrarsi. Si può governarlo, o subirlo. Certamente non ignorarlo.

Non è quindi un mero esercizio retorico analizzare questi nodi sistemici che frenano le potenzialità del Paese rispetto ad uno sviluppo sostenibile e raggiungibile. La libertà di fare si conquista aggredendo i problemi e cercando tutti insieme - ciascuno con le proprie responsabilità - di superarli trovando soluzioni praticabili.
Primo ostacolo: il lavoro. I dati sono noti. Siamo in attesa della rilevazione Istat di maggio, ma i numeri di aprile fotografano un Paese con una disoccupazione che si attesta all'11,2 per cento; quella giovanile arriva al 33,1%. Aumentano gli occupati, ma sono tutti a breve termine.
Un Paese che cresce è un Paese che offre lavoro, che garantisce dignità, opportunità, indipendenza economica. A tutti, senza distinzioni rispetto alle dinamiche stesse del mercato del lavoro.
È un cambiamento innanzitutto culturale quello che va fatto. Purtroppo duole dover registrare che in troppi casi, piuttosto che sopire, si tende ad enfatizzare se non ad alimentare il conflitto generazionale. Ci si avvita su una contrapposizione 'insostenibile' come se i diritti degli uni e le garanzie per gli altri fossero incompatibili.
Il lavoro è la vera questione nazionale. Occorre affrontarla sotto diversi profili:
• Quello economico, con una detassazione mirata - penso in particolare alla riduzione del cuneo fiscale -, incentivi all'assunzione, investimenti.
• Quello sindacale, e a tal proposito guardo con favore al "Patto della Fabbrica" che come Confindustria avete siglato con Cgil, Cisl e Uil. Un patto per il lavoro, per il superamento del conflitto, il ripristino della collaborazione, il rilancio della competitività. Come Presidente del Senato ho avuto modo di incontrare i rappresentanti dei principali sindacati italiani ed ho trovato in loro interlocutori attenti e aperti al confronto. A partire dall'attenzione che siamo tutti chiamati a riservare alla sicurezza nei luoghi di lavoro.
• E infine quello della formazione. Il merito è un valore sociale. Deve tornare ad essere l'unico metro di valutazione delle competenze e delle qualità delle persone. Per avere personale sempre più preparato e adeguato alle nuove esigenze nonché alle sfide dell'Industria 4.0 è auspicabile rafforzare il ruolo formativo della scuola e dell'Università, puntando alla valorizzazione della formazione e della qualificazione lungo tutto l'arco della vita.

Secondo ostacolo - (e cercherò di essere più rapida procedendo per brevi 'pillole'): il debito pubblico, che in rapporto al Prodotto interno lordo ha raggiunto il suo massimo storico. Ciò rappresenta un freno agli investimenti e quindi alla crescita, oltre ad esporre l'Italia alle speculazioni dei mercati finanziari.
Terzo ostacolo: efficienza, efficacia, economicità. Siamo chiusi nella morsa della burocrazia. Un Paese avvitato su troppe norme, infiniti passaggi di mano e di competenze, un Paese troppo complicato, poco attrattivo.
Cosa è invece sostenibile? Un Paese più semplice, che chiarisca e sciolga i rapporti tra i diversi livelli di governo. E a questo proposito credo non possa essere ignorato il completamento del riassetto delle Autonomie.
Quarto ostacolo: le infrastrutture, la rete, la logistica. Occorre investire di più, certamente, per collegare i territori, l'Italia all'Europa, il centro alla periferia. Ma occorre anche indirizzare questi investimenti tenendo presenti quali sono, oggi, le infrastrutture strategiche, con un impatto ambientale non aggressivo e un contributo al sistema economico certo.

A tal proposito condivido pienamente un passaggio della sua relazione alla Assemblea annuale di Confindustria, Presidente Boccia, laddove ha puntato l'attenzione sulla collocazione geopolitica dell'Italia, centrale tra Europa e Mediterraneo, tra Est e Ovest. Una centralità che può e deve ridare vitalità ai porti, agli interporti, per rilanciare quella che giustamente lei ha definito l'Economia del Mare. Il tutto in un'ottica di sostenibilità, appunto, a misura di cittadino, improntata a un'integrazione virtuosa tra industrie, infrastrutture, urbanistica.
E d'altra parte il 'vostro' manifesto - caro Presidente Rossi - è proprio il simbolo dell'amore per la città, per la bellezza.
Ritrovare questo spirito costruttivo è indispensabile per impedire che in Italia ci siano nuove Bagnoli o nuove Cattedrali del deserto, frutto di una programmazione centralistica, sganciata dalle realtà territoriali e avulsa dalle vere priorità degli operatori produttivi.
Il superamento di questi ostacoli è condicio sine qua non per vincere la sfida all'insostenibile e alla libertà di fare. Ciascuno dei protagonisti di questo progetto di sviluppo è chiamato parimenti in causa. Non posso pertanto eludere il ruolo delle Istituzioni e della importante sfida che anche noi siamo chiamati ad affrontare: quella che potremmo definire la sfida alla sostenibilità istituzionale.

Cari giovani, all'inizio della XVIII legislatura, è necessario avviare una seria riflessione sul "metodo", oltre che sul "merito". Sono più che mai convinta che il processo di formazione delle politiche pubbliche, per essere efficace, richieda un confronto con gli attori sociali, fin dalla fase propulsiva iniziale.
Le "consultazioni" di cittadini e imprese sono diventate ormai una prassi nel ciclo della programmazione dell'Unione europea, secondo quanto previsto dall'agenda "Legiferare meglio".
Un approccio al procedimento legislativo più trasparente e aperto ai contributi della società e del mondo produttivo rappresenta, infatti, un valore aggiunto per i decisori pubblici nella prospettiva della "migliore qualità della regolamentazione".
È quanto anche l'OCSE raccomanda da tempo, richiamandoci all'importanza di investire sulle buone pratiche della regolazione per conseguire risparmi economici e garantire un'azione politico-legislativa più efficace.
Da questo punto di vista, la dimensione parlamentare, che è espressione del pluralismo nella rappresentanza, offre infatti un terreno straordinariamente fertile per quel confronto libero, aperto e trasparente sulle idee e sui bisogni da voi più volte richiamato nei giorni scorsi.
Tante sono le soluzioni metodologiche che si possono avviare, dalla costituzione di "gruppi di studio e lavoro" all'attivazione di piattaforme - anche informatiche - di consultazione e elaborazione di idee e proposte.
Auspico che, nel corso della legislatura, sapremo insieme individuare modalità condivise per dare forma a tali istanze di interazione strutturale.
Per questo sarebbe importante che i temi affrontati oggi possano trovare nell'Aula del Senato e nelle Commissioni parlamentari una casa, uno spazio che possa essere il più ospitale possibile, in un'ottica di sinergie da avviare subito, per facilitare e qualificare l'iter delle leggi.
Una collaborazione che deve basarsi su reciproche disponibilità, anche rispetto alla necessità di riformare procedure, prassi, consuetudini. A partire dalla legge annuale sulla Concorrenza, uno strumento che può e deve essere utilizzato per implementare le opportunità e sostenere le politiche settoriali.

Vorrei concludere però tornando all'inizio di questo mio intervento.
A chi gli chiedeva quale fosse la sua idea di impresa, un gigante dell'industria italiano, tanto intuitivo e rivoluzionario per la sua epoca da essere straordinariamente attuale, diceva: "Io voglio che la Olivetti non sia solo una fabbrica, ma un modello, uno stile di vita. Voglio che produca libertà e bellezza perché saranno loro, libertà e bellezza, a dirci come essere felici!".
Auguro, a ciascuno di voi, di essere felice, nella libertà e nella bellezza.

Grazie e buon lavoro a tutti

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